PAOLO RODARI, IL MANTELLO DI RUT – FELTRINELLI, MILANO 2025
Paolo Rodari (Milano 1973), scrittore e giornalista, ha lavorato per Il Riformista, Il Foglio e La Repubblica; attualmente si occupa di trasmissioni culturali per la Radiotelevisione della Svizzera italiana. Dopo aver pubblicato diversi saggi, biografie e memorie, ha firmato per Feltrinelli il suo primo libro compiutamente narrativo, Il mantello di Rut, ambientato negli anni tra l’anteguerra fascista e l’occupazione nazista, in una Roma affamata e impaurita in cui un cattolicesimo retrivo viene percorso da desideri di libertà, riscatto sociale e slanci di generoso altruismo. Si tratta di una storia ispirata a fatti realmente avvenuti durante la Shoah, quando venti bambine ebree riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie all’aiuto di un prete e di alcune suore che le nascosero in una stanza segreta – ancora oggi visitabile – ricavata sotto la cupola della chiesa della Madonna dei Monti.
Protagonista è un parroco novantenne, don Remo Sarandrea, che in una lettera racconta la sua tormentata vicenda esistenziale a una donna più giovane, Aida, il cui destino molti anni prima si era intrecciato con il suo in circostanze drammatiche. L’anziano sacerdote scrive nel salottino della canonica che l’aveva visto entrare ventinovenne in prima nomina, e ora lo accoglie nuovamente nell’ età senile.
Don Remo riassume la propria vicenda umana alla corrispondente, conosciuta bambina ma ora sessantenne, in una confessione priva di reticenze, seppure venata da note di rammaricata nostalgia. Nato ad Albano nel 1914, quarto e ultimo figlio di un falegname scomparso prematuramente quando lui aveva dodici anni, a causa della miseria in cui si trovava la sua famiglia era stato iscritto dalla madre al Seminario Romano Minore, dove “vitto e alloggio erano garantiti”. Le pagine dedicate all’educazione in seminario rivivono tetramente nella memoria del vecchio prete con la stessa dolorosa pregnanza patita nell’adolescenza: dall’angoscioso distacco dalla mamma e dai fratelli alla quotidianità scandita da riti e orari inflessibili, dagli odori di muffa e dal gelo delle stanze al cibo insapore, per arrivare all’ottusa sorveglianza del superiore padre Riccardo, ossessionato dall’ideale di castità e purezza inculcato nei giovani allievi, e sostenuto da gravi provvedimenti repressivi, letture intimidatorie, modelli agiografici di santità, assidue preghiere e sfiancanti esercizi spirituali. Separati dal mondo esterno, avvertito come peccaminoso e ostile, “noi dovevamo fuggire e imparare, attraverso un’ardua disciplina e un’obbedienza cieca e assoluta, il controllo delle nostre facoltà; soprattutto degli istinti più bassi, quelli che ci fanno simili agli animali… Obbedienza e mortificazione, solo quello contava”.
Verso la fine degli studi, l’arrivo di un nuovo e più aperto superiore che aveva fatto conoscere alle classi i grandi mistici medievali, Dostoevskij e altri illuminanti classici laici, conduce le coscienze dei giovani seminaristi all’idea che “dedicarsi a Dio apre alla felicità, non a un’esistenza più triste”.
Con questo bagaglio di esperienze puramente intellettuali, avulse da qualsiasi contatto con la vita reale, Don Remo si avvia, dopo la licenza e il dottorato, alla carriera religiosa con il primo incarico parrocchiale alla Maddonna dei Monti e la responsabilità dell’adiacente Collegio dei Catecumeni, abitato solamente da suore e bambine orfane. Qui la sua esistenza, che riteneva fondata su certezze inscalfibili, protetta “dalle intemperie e dagli imprevisti”, viene improvvisamente scossa da un “temporale improvviso su un mare in bonaccia”, quando nel settembre del 1943 incontra una giovane vedova ebrea, Rachele, e la sua bambina di sei anni, Aida. “Il primo ricordo che ho di te e di tua madre sono gli occhi. Scuri e impauriti. C’era nel vostro sguardo un fondo di disperazione, come se presentiste che il destino vi avrebbe travolto”.
Il resto della lunga lettera che don Remo scrive ad Aida si sofferma sia sulle vicende storiche che sconvolsero Roma con l’occupazione tedesca e la persecuzione violenta e sistematica della comunità ebraica, fino al famigerato rastrellamento presso il Portico di Ottavia, sia sulla tardiva presa di coscienza di quanto la ferrea educazione cattolica ricevuta in seminario avesse impresso in lui immotivati sensi di colpa, innaturali costrizioni e paure. La convinzione che cuore e mente pretendano un’adesione sincera più al Vangelo degli ultimi che alle imposizioni della gerarchia ecclesiastica, lo induce ad adoperarsi con coraggio in difesa dei perseguitati. Tra di loro, Rachele e la sua bambina prendono lentamente il sopravvento nei suoi pensieri: innamorarsi diviene per lui, giovane sacerdote, inevitabile occasione di conforto e speranza, pur nella persistente obbedienza ai voti pronunciati al momento dell’ordinazione. Quando la donna, prima di fuggire da Roma verso il sud, gli chiede di interessarsi della bambina ospitandola nel collegio adiacente alla parrocchia, che già dava alloggio di nascosto a orfane ebree, don Remo accetta, coprendo con il suo mantello in un abbraccio simbolico madre e figlia, nel ricordo istintivo dell’episodio biblico evocante fedeltà e protezione sulla vedova Rut.
Dopo nove mesi di occupazione Roma viene liberata, la piccola Aida trova accoglienza in casa di parenti in Lombardia, mentre di Rachele non si sa più nulla: probabilmente deportata in Germania nel corso di un rastrellamento, fa recapitare alla figlia una lettera di addio, in cui rivolge un ringraziamento all’amico sacerdote che l’aveva soccorsa. Don Remo rimane fedele non solo al proprio voto religioso, ma anche all’unica donna che gli ha fatto conoscere un vivo sentimento d’amore, e con esso, il valore della libertà che ogni persona deve custodire in sé nelle scelte fondamentali della propria vita.
“Rachele è ancora oggi una delle prime parole che dico ogni mattina quando mi sveglio. Strano, vero? Un prete che inizia la giornata invocando non Dio, ma una donna. Eppure, è così. Invoco la persona più importante della mia vita, chiedo a lei la forza di continuare. “Rachele,” dico andando incontro al nuovo giorno. Ancora oggi le parlo, ancora oggi la sento vicina, ancora oggi i miei sentimenti per lei sono quelli di allora. Sarà così fino alla fine dei miei giorni… Rimasi prete. Per lei. Per amore di lei… Grazie a Rachele ho capito che in qualsiasi momento è possibile scegliere chi essere, scegliere qualcosa di diverso da ciò che si è, cambiare senza preoccuparsi del giudizio degli altri”.
Il romanzo di Paolo Rodari non tratta solo questa vicenda sentimentale, pur tanto basilare nel suo svolgersi, quanto le domande teologiche che riguardano la giustizia divina e il significato della sofferenza umana, il rapporto del cattolicesimo con l’ebraismo (e in particolare i silenzi e le censure pontificie durante la Shoah), il comportamento delle singole persone scisso tra eroismo e vigliaccheria, tra tradimento e fedeltà; quindi il corso imprevedibile e crudele degli avvenimenti storici.
L’autore affronta questi argomenti con la consapevolezza e la solidità culturale derivate dai suoi studi di filosofia e teologia presso l’Università Lateranense di Roma e la licenza in teologia fondamentale presso la Gregoriana, in uno stile curato e rispettoso della loro profondità e toccante fragilità.
«La Poesia e lo Spirito», 24 gennaio 2026