JOSÉ TOLENTINO MENDONÇA, LA LINGUA PRIMITIVA

CROCETTI EDITORE, MILANO 2026

 

José Tolentino de Mendonça (Funchal,1965), cardinale, teologo, docente universitario, dal settembre 2022 è Prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione. Recentemente vincitore del Premio Lerici Pea, nel 2014 ha rappresentato il Portogallo nella Giornata Mondiale della Poesia.

Il suo più recente volume di poesia, La lingua primitiva pubblicato dall’editore Crocetti, raccoglie due testi pubblicati in Portogallo nel 2021 e nel 2024, La pittura rupestre e Il centro della terra, in cui la memoria diventa strumento di indagine non solo personale, ma anche storica, come negli scavi archeologici che riportano alla luce la ricchezza del passato per orientare l’umanità verso il futuro, terrestre e addirittura cosmico.

La prima parte del libro è focalizzata sulle esperienze infantili dell’autore – nato nell’isola di Madeira da una famiglia di pescatori, e cresciuto fino all’adolescenza sulle coste dell’Angola – all’insegna della luce, dei colori e dei sapori delle terre affacciate sull’Oceano Atlantico, tra le persone e gli animali osservati non tanto attraverso la lente della nostalgia, ma con lo stupore grato di chi ha potuto godere della capacità formativa di una bellezza strabordante. Sono versi gioiosi, questi che aprono il volume, in cui all’allegria (“l’allegria febbrile e argentea”, “l’allegria sfrenata”) viene dedicata un’intera composizione: “È sempre in piedi e non al guinzaglio”, “si scrolla come un cane che esce dall’acqua”, “esisteva già quando gli esseri umani ancora non conoscevano il fuoco”.

Accanto a questa congenita felicità, il poeta individua nei suoi anni bambini una “sgomenta meraviglia” e “l’eccitazione / rumorosa e ingenua” di chi non possedendo niente in realtà è padrone di tutto: “Ma cos’è lo sperpero / se non un tentativo di compassione / al di là dell’acquisizione e del possesso”.

I ricordi affiorano istintivi, e sebbene possano risultare rielaborati o falsati dal passare del tempo, talvolta persino edulcorati (“L’anima invecchia come la carne / impara a mentire con sincerità”), sono comunque vitalizzanti, e ad essi bisogna essere riconoscenti. Ecco dunque i rumori dell’isola nativa: i carri all’alba, il cigolio delle porte di legno, il frusciare delle ruote delle biciclette, l’abbaiare dei cani, lo sciabordare delle onde, il suono dei fischietti legati al collo degli indigeni. Ecco l’immagine dei nonni (“lui suonava il mandolino e lei cantava”), e poi “le case rotonde dai tetti di paglia sforbiciati”, il cinema all’aperto con i film dell’epico John Wayne…

La poesia di José Tolentino Mendonça sa farsi suono e visione, e nel ricordo riscopre l’autenticità del vivere nella sua concreta fisicità: “la nostra esistenza era cosa semplice e selvaggia // … comprendevamo di essere testimoni di segreti / non destinati a occhio umano”.

Il pensiero del poeta non assapora solo la festosità primigenia dell’infanzia, ma indugia con compassione anche sui momenti meno facili di quel periodo lontano. In lui si staglia crudele il ricordo della lunga degenza in un immacolato ospedale con il dovere di sorridere per non rattristare i genitori in visita; del corpo di una donna nera ricoperto dall’erba, dopo un parto sofferto in solitudine; degli occhi tristi del cane abbandonato prima di lasciare l’Africa; della malinconia dei giovani soldati portoghesi di stanza sull’isola. Ma tutto concorre ad approfondire la riflessione su ciò che supera la contingenza degli accadimenti, per inoltrarsi nel rischioso cammino di svelamento del mistero.

La seconda parte del volume affronta appunto il percorso religioso del poeta nella sua consapevole scelta di fede. Giustamente Paolo Giordano nella prefazione rileva come prevalga in questi versi ulteriori una maggiore astrazione intellettuale, corrispondente a un impoverimento sensoriale dell’ambiente circostante. C’è meno luce, meno rumore, senz’altro meno felicità istintiva quando al colloquio costante con le figure affettive dell’infanzia subentra il monologo disperante con la propria anima.

Lo sprofondare del protagonista nell’inquietudine ricorda l’attraversamento della “noche oscura” di cui parlava Juan de la Cruz: “La vita cambia colore, risuona dentro di noi / ed è come un vecchio straccio / senza argini da opporre / alla sventura che ci travolge / in una catena di perdite, disaccordi e fallimenti / la notte a due passi, in qualche modo diventa più grande / la notte in cui vanno a schiantarsi le forme / che interrogano il mondo / senza alcun potere di consolazione / una stanchezza geologica che ci tiene sotto osservazione / in un punto della testa, nell’incavo di quella piega”.

Lo sradicamento dall’isola, l’allontanamento dai suoi abitanti semplici e innocenti, la privazione di un ambiente naturale immerso nella bellezza, hanno prodotto nel poeta il dissidio interiore che rivela cupa prostrazione. “Se vuoi comprendere l’indigenza degli altri / accetta di fare chiarezza sulle fiamme / del tuo tormento”. I termini negativi si rincorrono come “segni di resa”: lacerazione, pericolo, latrati lontani, il sentiero quasi cancellato, sgomento stupore, pianto dirotto, sofferenza, occhi chiusi, allucinazioni, ombre, estrema fragilità, lingua perforata, fondo oscuro, fumo nero, tremore… in un crescendo di immagini desolate, emergenti da uno stile smozzicato, da una visione spaesata e confusa, mentre il turbamento emotivo nega qualsiasi possibile sguardo benevolo del mondo e dello stesso cielo. Anche Dio, infatti tace: “Dio preferisce passare accanto a noi senza farsi sentire”, sembra impotente oppure lui stesso in preda a sofferenza. “Solo Dio può impedire / che l’anima cada a pezzi / e per questo Dio si inginocchia davanti a noi / con una voce che sembra sul punto di inabissarsi / logora, tremante, messa al bando / Dio chiede la nostra mano / e vuole che siamo noi a guidarlo”.

Veri e propri incubi assediano l’uomo civilizzato – guerre, povertà, sfruttamento economico, indifferenza sociale –, e il rapporto con il prossimo è avvelenato da invidie e risentimenti. Il poeta, l’uomo di Chiesa, nel disorientamento totale di cui l’umanità soffre, invita alla clemenza, al perdono, alla riconciliazione per ritrovare nella “lingua primitiva” lo slancio per risollevarsi, sanando le proprie angosce, offrendo a se stessi e a Dio la possibilità di un cammino comune: “dobbiamo reimparare / le basi del corpo vivente”, “Solo la pietà sa parlare al mondo che verrà”.

 

 

«La Poesia e lo Spirito», 14 maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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