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RECENSIONI

FEOLE

ILARIA FEOLE, C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA – GREMESE, ROMA 2018

La giovane critica cinematografica Ilaria Feole (Milano1983), autrice di due monografie su Wes Anderson e Michele Soavi, e collaboratrice delle riviste Film TV e Gli spietati, ha pubblicato quest’anno per Gremese un esaustivo e interessante volume illustrato sul capolavoro di SergioLeone C’era una volta in America.

Il libro consta di un prologo riguardante le varie fasi dell’ideazione e della lavorazione del film, e di una corposa sezione che illustra e commenta in maniera minuziosa lo sviluppo narrativo, supportandone iconograficamente i momenti clou con immagini e fotogrammi significativi: a queste due parti centrali si affiancano una presentazione autobiografica dell’autrice, e in conclusione una bibliografia e una serie di valutazioni di noti recensori. Uscito nel 1984 dopo quasi vent’anni di laboriosa gestazione, nello stesso anno il film fu presentato a Cannes e a Venezia, riscuotendo tiepidi consensi, molte critiche, e scontrandosi all’inizio con un deludente insuccesso commerciale. Sergio Leone era incappato in numerose difficoltà durante la realizzazione del lavoro, sia nell’acquisizione dei diritti del libro, sia nel trovare un produttore (fu l’israeliano Arnon Milchan che coraggiosamente accettò la sfida), sia nella scelta degli sceneggiatori. Anche lo svolgimento del casting si rivelò problematico, con più di tremila attori sottoposti a provino per centodieci ruoli, e ripensamenti continui riguardo agli interpreti principali. Solo per la colonna sonora la decisione fu convinta e immediata: Ennio Morricone aveva già collaborato con lui, e in questo specifico caso approntò le musiche prima ancora dell’inizio delle riprese.

La trama si basa sul romanzo Mano armata scritto da Harry Grey, ex braccio destro di Frank Costello, mentre era in prigione a SingSing: uscito in Italia nel ’58, narrava le vicende di un gruppo di ragazzini cresciuti nel quartiere ebraico di New York, decisi ad affrancarsi dalla miseria diventando gangster negli anni del proibizionismo americano. Il regista recupera l’atmosfera di un’America scissa tra ferocia e tenerezza, nostalgia e brutalità, creando personaggi che vivono sospesi in un’eterna infanzia,  in cui una frustrante quotidianità  si confonde con la memoria di un passato mitizzato, riproponendo flashback e piani temporali che si sovrappongono indistinti. Il sogno di un riscatto sociale da raggiungere con qualsiasi mezzo, meglio se illecito e violento, esprime un’ideologia crudamente sopraffatrice, volgarmente maschilista, che utilizza omicidi, droga, contrabbando, rapine, stupri, corruzione per riabilitarsi agli occhi della classe dominante, disprezzata ma ambita e invidiata nei suoi successi e nel suo prestigio economico.

Ilaria Feole è attenta esegeta dello spirito e della mentalità dell’epoca, e abile nell’approfondire la psicologia dei personaggi principali, Noodles e Max, legati da un’amicizia morbosamente competitiva (“Cosa faresti senza di me?”, “Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al posto tuo”, sono alcune tra le loro battute più famose). “Due fuorilegge. Uno, Max,è un conformista; l’altro, Noodles, è un anarchico. Uno ha un solo desiderio: rientrare nei ranghi; l’altro, restare libero”, secondo le parole dello stesso regista. In particolare l’autrice esplora la psicologia di Noodles (interpretato da un eccezionale De Niro), che a differenza di Max – criminale asettico e ambizioso, smanioso di entrare nel mondo corrotto dell’alta finanza e della politica –,  rimane sentimentalmente legato alla malavita di strada, rassegnato a tradire e a essere tradito, bloccato nell’illusione di far rivivere il passato. “Noodles non è altro che un voyeur incapace di passare all’azione, un eterno spettatore, che trascorre la sua vita a guardare, aspiare, ad assistere alle altrui messe in scena: Leone sottolinea il concetto a livello tematico ed estetico”. De Niro è infatti ripreso spessissimo all’interno di cornici, gabbie, vetrine, oblò, finestre, porte, feritoie; sempre sulla soglia di qualcosa, di un atto risolutore e liberatorio, si riconosce perdente nell’amore come nella deliquenza, rifugiandosi nella violenza avvilente dello stupro o del massacro sanguinario. L’inquadratura finale, di un Noodles avvolto nei fumi dell’oppio, ambiguamente e vacuamente sorridente, sembra alludere al timore di aver sognato l’intera sua vicenda terrena, o alla consapevolezza di essere stato beffato per tutta l’esistenza, o al desiderio di libertà appagato solo dalla droga. E rimanda alla famosa risposta iniziale data all’amico Moe che gli chiedeva cosa avesse fatto neglicultimi anni, “Sono andato a letto presto”: ammissione di una rinuncia e di una sconfitta.

Numerosissimi sono gli omaggi che Leone porge al cinema americano degli anni ’30 e ’40 (Strada sbarrata, Una pallottola per Roy, Ilgrande caldo, La furia umana, I gangsters, Tempi moderni, La signora di Shangay,Duello al sole) e ad altri celebri registi di periodi successivi (OttoPreminger, Alfred Hitchcock, François Truffaut, Roman Polanski, Stanley Kubrik), citazioni che trovarono poi un opportuno e meritato pendant nelle dichiarazionic– esplicite e no ‒ di filiazione e riconoscenza verso il maestro romano di molti cineasti più giovani: Scorsese, Spielberg. Lucas, Carpenter, Cronenberg, Fincher, Cohen, Linklater, Winter, Tarantino, Wong Kar-wai…

Sergio Leone, che Jean Baudrillard definì “il primo regista post-moderno”, con C’era una volta in America ha creato un film-cult, “un’opera sterminata sul tempo perduto, sulla nostalgia e sulla negazione del sogno americano. Ma anche un teorema sul lavorio dell’immaginario cinematografico e sulla narrazione che l’America ha fatto di sé attraverso la settima arte”, secondo la lettura di Ilaria Feole.


© Riproduzione riservata            «Il Pickwick», 18 dicembre 2018

RECENSIONI

FERLINGHETTI

LAWRENCE FERLINGHETTI, FOTOGRAFIE DEL MONDO PERDUTO – SUR. ROMA 2025

Con testo inglese a fronte, la casa editrice SUR pubblica per la prima volta in Italia Fotografie del mondo perduto, volume d’esordio di Lawrence Ferlinghetti, uscito a San Francisco nel 1955 in contemporanea alla nascita della casa editrice di culto City Lights da lui fondata e diretta, che ebbe il merito di tenere a battesimo la Beat generation. Tre gli esordi dell’autore, come giustamente Marco Cassini afferma nella sua interessante e vivace prefazione: come poeta, editore e artista di riconosciute origini italiane. Suo padre Carlo, emigrante bresciano, era stato registrato all’ arrivo negli Stati Uniti con il cognome di Ferling, e solo dopo la pubblicazione di Pictures of the Gone World, Larry Ferling assunse la nuova (o vecchia) identità di Lawrence Ferlinghetti. Cassini ne riscostruisce la tempestosa vicenda biografica, insieme a tutto il periodo che tra il 1950 e il 1960 vide una generazione di poeti e scrittori alternativi imporsi nel panorama contro-culturale degli States.

Nato a Yonkers nel 1919 e morto ultracentenario a San Francisco nel 2021, vissuto nell’infanzia tra l’America e l’Europa, il poeta aveva partecipato al D-Day in Normandia come capitano di un cacciasommergibili della Marina Militare degli Stati Uniti. Ottenuta una laurea alla Columbia University e un dottorato in letterature comparate alla Sorbona di Parigi, scelse di stabilirsi in California perché – a suo dire –attratto dalla qualità del vino rosso locale. Giornalista, pittore, traduttore, insegnante, la sua attività letteraria successiva venne decisa in base a incontri e avvenimenti accidentali: come l’acquisto della mitica libreria nella Columbus Avenue dopo un incontro casuale con il proprietario in cerca di soci, la decisione di ampliarla per farne un punto di readings e performance underground, la volontà di inventarsi creatore ed editore di poesia alternativa, lontana dai circuiti accademici, aperta a sperimentalismi e a voci provenienti “dalla strada”.

Ecco dunque le prime firme della collana tascabile Pocket Poets Series: Kenneth Patchen, Kenneth Rexroth, William Carlos Williams, a cui si affiancarono le voci giovani e sconosciute di Allen Ginsberg, Marie Ponsot, Denise Levertov e Gregory Corso. Nel 1956 il processo per oscenità per la raccolta Howl and Other Poems di Ginsberg regalò alla piccola casa editrice una fama inaspettata.

I ventisette testi compresi in Fotografie del mondo perduto (pubblicati in un’edizione di cinquecento esemplari fatta di fogli stampati con caratteri mobili e spillati al centro, nel formato tascabile di 15,5 per 12,5 centimetri), trovarono subito una nuova importante riedizione con i tipi di New Directions, che già nel 1958 curò il lancio del secondo libro di versi di Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind, uno dei maggiori long seller di poesia del mondo, con oltre un milione di copie vendute. Le Fotografie compongono un album di istantanee che con la loro originalità di stile e contenuti hanno imposto sulla scena letteraria mondiale una voce originale e inconfondibile, capace di usare timbri molteplici, dall’elegiaco all’ironico, dal nostalgico al provocatorio, servendosi di disposizioni grafiche irregolari, di neologismi spiazzanti, e di riferimenti colti alla cultura e all’arte di tutti i tempi, dalla Bibbia a Picasso, da Dante a Yeats, da Rimbaud a Rilke. La prima composizione, molto famosa e antologizzata, giovanilmente fresca e impudica, inquadra una donna che sulla terrazza stende le lenzuola matrimoniali umide d’amore, bianche come sudari svolazzanti “verso il regno dei cieli”. La seconda è già più malinconicamente ironica, nel descrivere i difficili amori degli anziani che “hanno viaggiato sugli stessi / vecchi binari troppo a lungo”, e finiscono in una stazione-cimitero senza via d’uscita. Pazzamente visionaria e surrealista è poi la poesia che narra di un pittore molto felice di avere al posto della testa uno specchio, in cui possono riflettersi cose persone e animali concreti e mitologici, mentre cerca ovunque la sua Beatrice perduta, “ma con appena un tocco / di diabolico rossetto / proprio sulla punta / del suo stesso naso”. Quindi visioni caleidoscopiche e comicissime che radunano confusamente arabi e il Papa, pesci ipnotizzati e un Arlecchino nudo tra le bambinaie con le dita nel naso, ambasciatori e streghe, pompieri e orchestrine, Londra e Parigi.

Questi versi vogliono trasmettere significati particolari? Secondo Lawrence Ferlinghetti “Come un campo di girasoli, una poesia non andrebbe mai spiegata… Se una poesia deve essere spiegata, è un errore di comunicazione”.

 

«L’Indice dei Libri del Mese» n. XI. novembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FERRACUTI

ANGELO FERRACUTI, LA METÀ DEL CIELO ‒ MONDADORI, MILANO 2019

Lo scrittore marchigiano Angelo Ferracuti (Fermo, 1960), autore di romanzi, racconti, saggi e reportage, è noto alla critica e al pubblico dei lettori soprattutto per il suo impegno testimoniale sul tema del lavoro e della letteratura aziendale, così poco frequentata in Italia. Con il romanzo La metà del cielo torna invece alla narrativa biografica, unendo insieme, con sensibilità priva di retorica, elementi di vita privata e collettiva, strazio personale e responsabilità sociale. La stesura del libro, durata quattordici anni, ha utilizzato la memoria come “elaborazione permanente del lutto”, nella volontà sia di fissare i ricordi, sia di superare il dolore causato dalla morte precoce della moglie Patrizia, uccisa da un cancro poco più che quarantenne.

Il volume si apre sulla telefonata della figlia minore che comunica al padre la fine attesa e temuta della mamma; da lì si dipartono fili che intrecciano insieme momenti di un passato di coppia e familiare, felici o combattuti, con vicende di cronaca italiana e mondiale. Nelle stesse giornate angosciose e convulse in cui si preparavano e celebravano le esequie (tra amici e parenti che invadevano la casa, affettuosamente solidali, costernati o confusi), le notizie trasmesse dalla televisione si susseguivano nel tragico silenzio di un’assenza. La morte di Pinochet, la strage di Erba, Superquark con i suoi servizi sull’inquinamento, scorrevano davanti agli occhi del marito impietrito, già in preda ai sensi di colpa e ai rimorsi di chiunque sopravviva a una persona amata: “Sono colpevole, mia moglie è morta. Non l’avevo uccisa veramente, però non ero riuscito a salvarla”.

La stessa ricostruzione della vicenda matrimoniale offre al protagonista continui appigli alle giustificazioni e alle recriminazioni, nel rivivere il primo incontro casuale in un teatro lombardo, quindi il corteggiamento, la convivenza e le nozze, attraverso i momenti di passione intensa e quelli di gelosia, i litigi feroci e le delusioni reciproche, il tradimento di lui con una giovane studentessa (“la mia Lolita”) e la traumatica scoperta della malattia di lei. Severo nell’elencare le proprie debolezze e i propri fallimenti (le ire improvvise, le ambizioni e le frustrazioni letterarie, l’abuso di alcol, l’inquietudine di chi si sente invecchiare), Angelo è altrettanto coinvolgente quando racconta le pagine più dolci ed emotivamente condivise della sua vita con Patrizia: i viaggi, le fotografie, la nascita delle due bambine, l’impegno politico, le letture e le canzoni (le note dei Jethro Tull, Led Zeppelin, Deep Purple, di Keith Jarrett e Ian Anderson si rincorrono con quelle del disco galeotto, Woman di John Lennon): “quando la nostra vita insieme c’era ancora e scorreva nei suoi movimenti minimi, quando eravamo giovani e immortali, e tutto era d’oro, ogni minuto, ogni battito, ogni momento di quella vita, quel vedersi all’improvviso in soggiorno di ritorno dal lavoro, dirsi semplicemente ciao”.

Patrizia nelle parole dell’autore si manifesta in tutta la sua vivace esuberanza di donna propositiva e anticonvenzionale, creando un contrasto penoso con i tre anni di calvario, raccontato puntualmente nei ricoveri ospedalieri, nelle cure chemioterapiche, nei crolli fisici e psichici. In lei (alta e robusta, dal sorriso aperto e dalle labbra sensuali; battagliera, animata da un’intelligenza strategica), era presente uno “strano contrasto di dolcezza sobria, austera, e animalità selvaggia”. Insieme, loro due avevano vissuto l’impegno politico giovanile, in una stagione di slanci generosi, di utopie e di lotta; quindi la delusione di un riflusso sociale nell’individualismo, nell’invidia economica e nella rincorsa al successo: “Patrizia, hanno vinto i barbari”.

Particolarmente taglienti e sarcastiche sono le pagine che Ferracuti dedica alla sua “piccola città di morti”, in cui vede emergere una strisciante cattiveria quando non addirittura una gratuita ostilità, nel dilagare di pettegolezzi meschini, nella totale assenza di solidarietà sociale, e in una agguerrita competizione fine a se stessa: “Si erano fatti tutti borghesi, anche gli artigiani, gli operai, gli sguatteri, i facchini, le donne delle pulizie, i carpentieri”. La delusione provocata dal tramonto di un orizzonte ideale si coniuga con le difficoltà di crescere da solo le due figlie adolescenti, di seguire i vecchi genitori artritici e arteriosclerotici, e con il desiderio di sottrarsi alle responsabilità attraverso i continui spostamenti o il bere fino allo stordimento. Fino a quando lentamente il dolore e la fatica di vivere si alleggeriscono, e un aiuto insperato arriva dalla comparsa di una nuova figura femminile, con cui riprendere in mano il timone della propria quotidianità, e riaprirsi a una rinnovata fiducia verso la vita.

 

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/La-meta-del-cielo-Ferracuti.html  11 novembre 2019

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FERRACUTI-MARROZZINI

ANGELO FERRACUTI-GIOVANNI MARROZZINI, L’ULTIMO VIAGGIO

IL SAGGIATORE, MILANO 2025

 

Angelo Ferracuti (Fermo, 1960), scrittore soprattutto di reportage narrativi con alta valenza civile, e Giovanni Marrozzini (Fermo, 1971), fotografo, hanno realizzato in fattiva collaborazione un volume di grande interesse e forte impatto emotivo: L’ultimo viaggio. Storie di vita e fine vita, che ha richiesto una lunga gestazione e numerosi viaggi in giro per l’Europa, oltre a periodi di osservazione presso diversi hospice, case di cura, ospedali, cliniche psichiatriche e strutture riabilitative italiane.

Incoraggiati e sostenuti dalla professionalità di medici e infermieri, dalla dedizione di varie associazioni e onlus, appoggiati dalle esperienze trasversali di amici, famiglie e ricoverati, i due autori hanno raccolto le testimonianze di molte persone che “si trovano a un passo dal varcare la soglia… continuando a lottare per ogni respiro, ogni istante, ogni sorriso” riservato loro da una quotidianità dolorosa, difficile, ma ancora degna di venire raccontata.

I due repertori fotografici che aprono e chiudono il volume illustrano in bianco e nero, con empatica delicatezza, momenti di sofferenza fisica e psichica di degenti terminali, accostandoli a immagini di un loro passato felice, o di ambienti naturali più rasserenanti. Si alternano anche ritratti crudi di cadaveri, di volti devastati dalla stanchezza, di interni squallidi che contrastano con la pulizia e l’ordine dei nosocomi, di sorrisi incoraggianti del personale ospedaliero.  La sezione finale è dedicata alla figura di Graziella, una donna marchigiana malata di SLA, il cui tormento fisico viene descritto narrativamente nell’ultimo capitolo del libro. Ormai incapace di muoversi e parlare, comunica col mondo indicando con gli occhi le lettere dell’alfabeto su una lastra di plexiglas, accudita amorevolmente e pazientemente dai figli, e con il soccorso saltuario di badanti non sempre altrettanto sollecite: Graziella rimane comunque aggrappata con forza alla vita che pulsa intorno a lei.

Ferracuti nella sua scrittura si concentra non solo sull’aspetto umano delle vicende narrate, ma si rivela anche osservatore attento dell’ambientazione esterna, tentando una corrispondenza tra dentro e fuori che alleggerisca la cappa plumbea del male. “In questa campagna marchigiana  nei dintorni di Fermo non c’è un ettaro abbandonato, un campo incolto, una sola fetta di terreno imbarbarita, un orto abbandonato, un albero non curato… Sono luoghi quieti e fiabeschi, antichi e scarsamente abitati, selvatici, le case coloniche che si alzano su piccoli poggi, le strade di polvere che serpeggiano, le balle di fieno incendiate di luce depositate su un tappeto di terreno mietuto, e un crocevia di piccole strade che improvvisamente cominciano a salire per arrivare in cima a borghi incantati e solitari”.

Sempre nelle Marche è collocato il primo reportage del volume, e precisamente nella cittadina di Montegranaro, in una zona operosa di fabbrichette calzaturiere. Nel nosocomio locale, all’ultimo piano si trova l’hospice che accoglie i degenti a cui restano pochi giorni di vita. Ferracuti ascolta le testimonianze di malati, parenti, oncologi, infermieri e volontari che raccontano, alcuni con angoscia altri con rassegnata consapevolezza, come l’attesa della morte diventi quotidianità a cui lentamente ma inevitabilmente ci si abitua. L’autore ne parla con la partecipazione di chi ha vissuto da vicino la tragedia di un abbandono, avendo curato per anni la moglie uccisa da un tumore. Esprime la propria impotenza, la disperazione, la rabbia: sentimenti provati da ciascuno di noi, di fronte all’agonia dei propri genitori, del coniuge, di un parente giovane a cui è stato negato il domani.

Nei pressi di Basilea, l’incontro con la dottoressa Erika Preisig (“la corporatura e il portamento da suora laica, un misto di determinismo nordico e misticità”) è rivelatore di quanto la pratica del suicidio assistito sia ormai accettata e condivisa anche dai credenti, nella convinzione che Dio non condanni chi si sottrae intenzionalmente a sofferenze insopportabili: nella stanza destinata ad accogliere i malati, il decesso arriva indolore in quattro minuti. Vicino a Zurigo, l’associazione Dignitas si occupa del fine vita, offrendo assistenza anche a molti italiani devastati dal male che non trovano alcuna solidale comprensione nella legislazione del nostro paese. Centinaia di casi catalogati in cartelle descrivono la disperazione di chi è rimasto solo o di chi non vuole più pesare sulla famiglia; di atei, buddisti, cristiani che ritengono sia diritto di ciascuno decidere della propria esistenza. Dignitas è infatti un’organizzazione laica e liberale, nel cui programma si sancisce “il diritto alla propria libertà fintanto che questa non lede gli interessi pubblici e gli interessi legittimi di terzi”.

Ancora altre esperienze, altri viaggi, tracce e indizi raccolti su chi lavora a fianco di infermi per alleviarne le sofferenze, e su chi rischia persecuzioni legali sostenendo l’eutanasia. La legge chiude ipocritamente gli occhi su tale pratica, quando ormai si può ottenere per trentacinque dollari un kit della morte, ordinabile sul sito internet di una fondazione australiana che fornisce il Pentobarbital, e quando tanti altri metodi di auto-soppressione vengono attuati aggirando le leggi.

Uli Davids, direttore a Berlino di una struttura per alcolisti all’ultimo stadio, concede ai suoi degenti di consumare alcol senza limitazioni prima di lasciarsi andare. Il cancerologo Franco Cavalli, che a Bellinzona ha assecondato il suicidio volontario di Lucio Magri, fondatore nel 1969 del Manifesto, portando alle cronache nazionali il dibattito sul fine vita. A Oslo, il sacerdote Trond Enger della Chiesa protestante norvegese, in opposizione alla gerarchia ecclesiastica afferma che conservare la vita a prezzo di un dolore infinito non è il bene supremo, da attribuire invece solo all’amore per il prossimo. Ad Amsterdam, dove vige una consuetudine etica e legale assai permissiva rispetto all’eutanasia, incontri agguerriti e propositivi nei confronti dell’accompagnamento a una morte dolce, si rivelano quelli con lo psichiatra Chabot, con il giornalista Dick Bosscher e lo scrittore Johannes Agterberg, convinti che l’aumento mondiale della popolazione anziana e malata indicherà nuove strade verso l’eliminazione del dolore fisico e una maggiore flessibilità riguardo al fine vita, senza che per disperazione alcune persone scelgano di porre termine ai loro giorni in maniera cruenta.

Ferracuti intervalla le sue narrazioni commentando libri letti, film visti, appuntamenti concessi o negati, perché tutto ciò che facciamo parla di vita e di morte, arricchendoci o privandoci di qualcosa di essenziale: così spesso tendiamo a censurare i nostri pensieri e sentimenti, a nascondere malinconie e rimpianti, aggrappandoci ai ricordi, negando con caparbietà la prossima scomparsa di chi amiamo e quella futura e inconfutabile di noi stessi. Come se non sapessimo che “la morte non cela alcun mistero, alcuna porta: è la fine di una creatura umana”, come scriveva Norbert Elias. Ce l’ha insegnato recentemente, con la sua scelta coraggiosa e piena di dignità, Laura Santi. Ce lo ricorda l’impegno risoluto dell’Associazione Luca Coscioni, insieme alle attività di tante diverse e valorose onlus.

 

 

«Gli Stati Generali», 23 ottobre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FERRARI

IVANO FERRARI, LA MORTA MOGLIE – EINAUDI, TORINO 2013

Versi impregnati dell’odore della morte, del suo degradante e immobile gelo, del suo imperturbabile squallore, questi di Ivano Ferrari pubblicati nella prestigiosa collezione bianca di Einaudi. Il volume si divide in due parti, scritte a distanza di trent’anni una dall’altra. La prima sezione (Le bestie imperfette) ritorna sui temi già proposti al lettore nella indimenticabile raccolta  Macello del 2004: il sacrificio cruento delle bestie nei macelli pubblici, la loro agonia, la loro ingiustificabile, orrenda e gratuita sofferenza, che tutti siamo pronti a dimenticare davanti a un sandwich al prosciutto. Eccoli qui, gli animali raccontati in versi da Ferrari: puledri uccisi appena partoriti, vermi che escono dalla carne guasta, vitelli e asini malati da scartare, veterinari impietosi, aguzzini sadici, macellai che assaggiano il sangue delle vacche o giocano con le tenie dei cavalli: «boia, squartatori / chi sgozza e chi raccoglie il sangue trippai, scuoiatori, facchini / quelli che macellano a domicilio / pellai, insaccatori e necrofori, / la classe operaia». Cosa dire ghignando alle bestie da immolare? «ricordargli che il padre / la madre / i genitori di entrambi, / i figli / i fratelli / la specie sua, / è nata / cresciuta e morta / per renderci più alti». Tenere presente però che forse «la specie ospite» siamo noi, che magari ci aspetta una sorta di contrappasso, o chissà, una vendetta a cui non siamo preparati: «Se sfondassi il muro della carne / e attaccato al gancio sorridessi / cosa direbbe chi è pagato per squartare / il timbratore di lingue / quale etichetta mi metterebbero / quanti organi scarterebbero / e il veterinario penserebbe panta rei?» Perché in un macello «l’eterno dura / al massimo un giorno», e «Più grande / del dolore è l’universo»: quindi possiamo voltarci dall’altra parte, e non pensare. Ma cosa succede quando a soffrire, a agonizzare e morire è una persona cara? Nel caso del poeta, sua moglie (La morta moglie): allora la malattia, il tumore, «i capelli radi come un angelo», le ospedalizzazioni, «la sacca dell’urina» e la casa in disordine (cibi confezionati, frigo sfornito) raccontano una disperazione lucida e senza appello. Nessuna retorica in questi versi di Ferrari («sono giorni semplici di agonia», «nella casa si raduna attesa», «sei destinata alla fluttuazione»), che rifiuta rabbiosamente sia qualsiasi consolazione fideistica, sia di rassegnarsi con umiltà. C’è rabbia, ma c’è anche consapevolezza che la morte è la conclusione naturale destinata a tutti: «Prima o poi / i luoghi scompariranno», «non c’è luogo che rimanga intero / né secolo a cui resti tempo / muore sta morendo la materia». E finire è una cosa crudele e semplice, a cui tuttavia non sappiamo arrenderci: «Entrare nel tuo sguardo obliquo / senza sentire né anima né fosforo divino / ma solo la punta fredda delle ossa e la pelle / arresa al tuo profilo». La scrittura di Ferrari si offre nella sua franca durezza, scabra e priva di concessioni a giochi linguistici; «spesse volte la poesia accumula polvere», è ridondante e inutile, elegante e sciocca. Non è il caso di questi versi.

«Poesia» n. 287, novembre 2013

RECENSIONI

FERRARI

EMANUELE FERRARI, ASCOLTARE IL SILENZIO – MIMESIS, MILANO 2013

Secondo il pianista e musicologo Emanuele Ferrari (Milano,1965), il silenzio è un elemento cruciale e imprescindibile di qualsiasi creazione ed esecuzione musicale. Nel breve saggio pubblicato da Mimesis, l’autore afferma che «la musica è in rapporto costante col silenzio: anche quando non è materialmente presente esso agisce come sfondo, come rimando implicito, come dimensione di senso. Tra i due elementi esiste un’intera gamma di relazioni che vanno dall’evocazione al rimando implicito, dall’allusione al comando».

Nella prima parte del suo scritto, Ferrari invita il lettore all’ascolto attento di diverse atmosfere musicali, confrontando un Notturno di Chopin con una Fantasia di Bach: la poetica emozionale e interiore del primo con «lo stupefacente vortice di forme sonore» del Cantor di Lipsia. E ancora di Bach sottolinea «il silenzio evocato» in un clima «di intensa, quieta devozione ed elevazione spirituale» nel corale Vieni ora, salvatore dei pagani, o l’ascetismo di fondo espresso dalla Prima Sonata in sol minore per violino solo, in cui la musica esprime «il fluire del pensiero nel silenzio». E sempre in Bach, nella Passione secondo Matteo, mette in luce il senso di abbandono reso evidente dal tacere di Gesù interrogato da Pilato, o dal silenzio che segue il suo grido “Eli, Eli” sulla croce. In una prosa appassionata ma mai pedantesca, Ferrari ci guida a riflettere sul silenzio squarciato, lacerato dalle fanfare in Mahler, che poi si inabissa in «una melodia struggente e carica di nostalgia». O sulla «memoria del silenzio» rievocata dalla musica nell’apostrofe straziata della Elizabeth wagneriana nel Tannhauser. E ancora sulla diversità di interpretazione che grandi pianisti danno alle pause in Beethoven, nella ricerca di «un equilibrio quasi utopico fra pieno e vuoto, transitorietà e permanenza». Una guida preziosa e competente per chi voglia lasciarsi penetrare dalla musica anche nelle sue sospensioni, rarefazioni, attese.

 

«Accademia del Silenzio», 22 novembre 2013

RECENSIONI

FERRARIO DENNA

MARISA FERRARIO DENNA, RITRATTI IN CONTROCANTO – NOMOS, BUSTO ARSIZIO 2011

Un’architettura rigorosa, meditata, in cui racchiudere il destino e l’arte di trenta scrittrici e di venti pittrici, e la memoria di dieci donne appartenenti alla mitologia e alla letteratura classica.
E’ questa la scelta coraggiosa ed estranea alle mode culturali attuali di Marisa Ferrario Denna, che così ha deciso di rendere omaggio a figure femminili eccezionali della storia mondiale.
Quindi, un volume che si divide in due parti, Scrivere  e  Dipingere, aperto e chiuso da due composizioni che fungono da prologo ed epilogo. La sezione Scrivere presenta trenta poetesse o narratrici, a partire da Anna Maria Ortese, scomparsa nel 1998, per risalire alla più antica, la cinquecentesca Isabella Di Morra. Ad esse seguono le poesie dedicate a dieci eroine classiche, da Ipazia a Penelope, passando per Medea e Circe. Nella seconda parte del libro, Dipingere, si percorre il cammino inverso, partendo dalla figura più antica (Sofonisba Anguissola), per terminare esemplarmente con una donna che racchiude in sé diversi ruoli e talenti: Lalla Romano, scrittrice e pittrice, moglie e madre.
A ciascuno di questi personaggi femminili, Marisa Ferrario Denna dedica due poesie, la prima delle quali è un vero e proprio ritratto in versi, in cui si tratteggia l’esistenza della protagonista nei suoi snodi essenziali: famiglia, ambizioni, amori, solitudini, malattie, violenze, morte. Talora tra le righe affiorano addirittura i titoli dei libri scritti , come nel caso dell’Ortese, o si allude alle opere più conosciute. A questa poesia introduttiva, che presenta nei tratti essenziali la figura dell’artista, ed è scritta a volte in prima persona ( in una sorta di autobiografia sovrapposta, di elezione), ma per lo più è rivolta a un tu fraterno, corrisponde in controcanto una seconda poesia, più breve, spesso epigrammatica, in cui l’autrice offre il suo ammirato o impietosito, solidale o consapevolmente amareggiato, omaggio alla donna e all’artista raccontata.
La partecipazione della poetessa è sempre vivissima e empatica, di complice sorellanza e intensa adesione intellettuale: non c’è mai rancore femminista, ma una consapevolezza fiera della dignità del lavoro artistico delle donne, insieme alla constatazione desolata di quanto questa fatica dello scrivere e del dipingere sia stata e sia tuttora spesso osteggiata o sottovalutata dall’ambiente familiare e culturale circostante. E allora la denuncia può essere aspra, il dolore causato dall’incomprensione dei più si fa acuto e risentito: «oh, Sylvia, fissata per sempre/ con gli occhi abbassati,/ in quanti ruoli, dimmi,/ in quanti ruoli furono/ i tuoi anni più dolci così devastati?»

L’elenco delle sofferenze patite da queste scrittrici si esemplifica spesso in percorsi di vita quanto mai tortuosi, sofferti, che sfociano in comportamenti autodistruttivi, in malattie feroci, in suicidi. Quando non addirittura, come nel caso di Isabella Di Morra, nell’uccisione da parte dei parenti.
Marisa Ferrario Denna riesce comunque a decantare ogni violenza, anche la descrizione del più ottuso sopruso, in una scrittura melodiosa, quasi cantata, che fa tesoro di una tradizione millenaria, scegliendo sempre una struttura metrica collaudata, utilizzando endecasillabi e novenari , quartine e sonetti che la ancorano alla norma letteraria e insieme le permettono audaci innovazioni stilistiche.
E’ in questa tonalità discreta e affabile che nascono i versi più abbandonati e lievi, quasi che l’autrice chieda alle sue eroine una dichiarazione affettuosa di amicizia, una preghiera di assistenza e ispirazione, come nella poesia dedicata a Anna Achmatova: «Sei arrivata, amica mia cara, / vieni, beviamoci un tè. / Possiamo parlare del tempo…». Esiste, in chi scrive queste poesie, una pacata e sicura fiducia nella parola poetica, nella sua purezza e gratuità: l’autrice sembra ottimisticamente certa della verità cui può giungere l’arte, nella sua ricerca dell’eterno: «C’è solo il poeta a vincere / il tempo e lo spazio».
E se nell’artista donna può sussistere un timore più accentuato dell’esposizione e del giudizio altrui, che la spinge a chiudersi in se stessa e a rinunciare anche al suo scampolo di gloria («E’ qui che sta la vita rannicchiata. / Al cuore concentrato dentro il corpo / la mente s’introverte. Si rinserra»; «Parole strappo nel tessuto / di un urlo, per anni, sottaciuto»), se è vera quindi questa esitazione femminile nell’offrire al mondo la propria arte, è d’altra parte reale anche un’orgogliosa consapevolezza della propria irrinunciabile singolarità, della fierezza della propria voce. E questo si avverte di più nelle poesie dedicate alle pittrici, quasi che lì il segno sulla carta possa esprimere maggiormente una sua incisiva peculiarità ( «è nella forza del colore / nella potenza dell’ombra e della luce / che ho riposto di me memoria»). Ancora di più si sente questa convinta considerazione di sé nelle dieci poesie dedicate alle figure classiche della storia antica, che non nascondono la loro appassionata e pervicace appartenenza alla loro realtà femminile di amanti, madri, figlie, sorelle, sacerdotesse, filosofe.
E proprio tra questi versi dedicati alla classicità, ne troviamo due che ben definiscono qual è il destino particolare dell’essere donna. «Sorgo e tramonto; e in questo divenire / vado tracciando il cerchio della vita». Legata a doppio filo al suo ciclo biologico, la donna artista se ne sa districare con sofferenza e purissima ansia di libertà: Marisa Ferrario Denna lo racconta con intenerita e ammirata partecipazione.

 

«Leggendaria» n.99, marzo 2013

RECENSIONI

FERRARIO DENNA

FERRARIO DENNA, MAL DI LUNA – BOOK, FERRARA 1996

Se esiste una specificità femminile della poesia, se esiste cioè una poesia al femminile, tale è quanto altra mai la poesia di Marisa Ferrario Denna, particolarmente in questo suo ultimo volume di versi, a partire già dal titolo (Mal di luna, Book Editore). “Mal di luna” così come si dice mal di testa, o mal di mare: un male fisico, patito nel corpo e insieme cerebrale, di pensiero, proprio per l’accezione filosofica, la valenza mitica – ed essenzialmente muliebre – che ha il nostro pianeta. Alla fonte e alla foce questi versi sembrano destinati soprattutto a un pubblico di donne, perché in massima parte dalle donne ispirati e ad esse dedicati. Si tratta infatti in gran parte di versi d’occasione, scritti in omaggio ad amiche o parenti, o su committenza per antologie o ancora su richiesta per avvenimenti particolari, non estemporanei ma giustificati da una loro necessità e impellenza. Sotteso e aleggiante su di essi è un concreto sentimento di complicità, di sorellanza, verso l’altra metà del cielo, sia essa incarnata in nomi e facce conosciute (Rosalba: «corre un nastro di seta fra di noi»), o riferito a un vasto e antico mondo femminile, fatto di gesti che hanno la sacralità del rito, la gravità della tradizione («col mestolo alla mano sul balcone / s’affacciano le donne a respirare. / E intanto danno l’acqua a una piantina / o ritirano l’ultimo bucato/ ancora steso lungo la ringhiera»). Le donne, quindi, come argomento principale della raccolta poetica: donne della mitologia o della letteratura antica. Marisa Ferrario Denna mostra tutta la sua profonda e acuta sensibilità nel raccontare «l’amore quieto e rassegnato di Penelope», «il dio che infuria dentro il corpo» di Cassandra, le condanne dei destini di Elena e Didone, gli inganni della parole di Circe, la colpa imperdonabile, ma assetata d’amore, di Giocasta. Sono gli uomini, qui, in queste storie tragiche e grandi, ad apparire comparse insipide e incapaci di assumersi responsabilità, a essere figure accessorie, di passaggio. E infatti “passaggi” è intitolata la sezione dedicata ad alcune figure maschili: il bambino picchiato, il viaggiatore addormentato, il sensuale cameriere spagnolo, il vanesio seduttore insistente, il conferenziere parolaio. L’unico uomo ad avere consistenza e spessore umano è il padre della poetessa, morto e recuperato nella morte, dopo dissidi e incomprensioni che hanno divaricato le loro esistenze: «Ma mi è rimasto dentro un urlo cupo / un gesto di ribelle disatteso, / un conto in sospeso da saldare, / con la memoria e i fantasmi del dolore». Altri versi appartengono poi all’area privata e nostalgica del passato, dell’infanzia, della vita nelle case, nelle strade e paesaggi di provincia, e sono tra i più felici della Ferrario Denna, tra i più spontanei e sorgivi, perché l’autrice sembra avere un suo segno distintivo nella capacità di recuperare dalle nebbie del ricordo un presente concretissimo e d salvezza, cui potersi aggrappare per andare avanti. Ieri che vivifica l’oggi, morte che dà senso alla vita. Le paure, le gioie, i sogni e i miti del passato, privato e collettivo, sono la realtà vera, quella che dà significato al quotidiano, forse al futuro: «L’Ade non è l’esilio/ che ci aspetta/ ma il bosco che ci spaventò – bambini». Oppure: «Non hanno storia quelli come noi, / vissuti dentro l’isola dei sogni, / fuori del tempo, contro il quotidiano, / legati solo a un filo di memoria». Ecco, quindi, l’astoricità di questa poesia, la sua indifferenza all’attualità, il suo nutrirsi di sogno, che ne segnano il pregio e il limite. L’atemporalità della scrittura viene ribadita anche formalmente, dalle scelte stilistiche dell’autrice, tutte nel solco aureo della nostra migliore tradizione, da Pascoli a Gozzano, da Montale e Giudici, poeti molto amati e recuperabili, come sostrato di lettura e insegnamento, nell’opera di Marisa Ferrario Denna. La quale si affida a una scelta metrica facile e difficile, quella di un cantabilissimo endecasillabo, a volte inframezzato da settenari, lontana comunque dalla prosaicità narrativa e da ogni sperimentazione. Ma la cifra peculiare di questa poesia è l’incanto elegiaco nella forma, il mondo degli affetti e della memoria femminile nei contenuti: mai titolo di una raccolta poetica è stato più appropriato.

 

«Steve» n. 15, autunno 1996

RECENSIONI

FERRAZZOLI

MARCO FERRAZZOLI, RIDUZIONE DEL DANNO – GATTOMERLINO, ROMA 2025

Il volume che Marco Ferrazzoli ha da poco pubblicato per le edizioni romane Gattomerlino (Riduzione del danno. Rime, versi, distici ed epigrammi) si inserisce in una tradizione millenaria di letteratura satirica, comico-burlesca, realistica, dissacratoria, alternativa alla narrativa e alla poesia aulica, lirica, spirituale, intimistica, assertiva e convenzionale. A partire dal latino di Lucilio, Orazio, Marziale e Giovenale, attraverso i medievali Filippi, Angiolieri, Berni; dai rinascimentali (Ariosto, Tassoni, Folengo) ai settecenteschi e illuministi (Parini, Giusti); dai romantici e popolareschi dialettali  (Porta, Belli, Pascarella, Trilussa) fino alle espressioni novecentesche del futurismo (Farfa, Lucini, Folgore, Palazzeschi) per arrivare infine ai contemporanei Sanguineti, Giuliani, Maraini, Niccolai, Scialoja, Ingarrica, Petrolini, Flaiano, Marchesi, Eco,  tutta una linea ben marcata della nostra letteratura ha evidenziato una tendenza ironica e irriverente nei confronti non solo del malcostume politico e sociale, delle istituzioni e delle ideologie, ma anche dei canoni culturali e delle strutture comunicative più affermate e rispettate. Sulla scia di cotanta encomiabile produzione, Marco Ferrazzoli dedica 22 sferzanti capitoletti a commentare usanze e mancanze nazionali, in versicoli, epigrammi e poesie disinvoltamente zoppicanti e demenziali, utilizzando le tecniche retoriche più collaudate (giochi di parole, calembour, divertissement, anagrammi, rime, rimandi lessicali, onomatopee, assonanze-dissonanze, etimologie…), per creare parodie canzonatorie e sbeffeggiamenti in grado di suscitare nei lettori sconcerto o puro divertimento, riprovazione o sogghigno.

Nato a Roma nel 1964, giornalista professionista a lungo capo ufficio stampa del CNR di cui è ora dirigente tecnologo, Ferrazzoli è attualmente in comando alla Presidenza del Consiglio; insegna Comunicazione della conoscenza all’Università di Roma Tor Vergata e al Master di Comunicazione scientifica dell’Università di Parma, è autore di narrativa e di un imprecisato numero di articoli, saggi e lavori multimediali. “Si è messo a scrivere perché non sapeva né leggere né vivere”, dice di sé in apertura di volume, rincarando la dose di impietosa autoironia in diversi successivi bozzetti: Coerenza: “Com’ero allora così sono adesso / sono rimasto sempre lo stesso. / Per questo non posso / non darmi del fesso”; Torno a dormire: “Oddio, ho sbagliato / mi sono svegliato”.

I versi e gli epigrammi più incisivi e polemici stigmatizzano, con qualche nostalgia per il passato, comportamenti sociali stupidamente imitativi, abitudini-mode-linguaggi codificati e accettati supinamente. Ecco quindi Lessico misto: “Un tempo una persona / era allegra e simpatica, / oggi è solare e tonica”; Riduzione del danno: “Da qualche tempo per il Capodanno / si augura un nuovo anno sereno. / Come se la speranza tirasse il freno / come se ci contentassimo di meno, / una specie di riduzione del danno”; Tutto inutile: “Non ho mai fumato / ho bevuto poco / mangiato sempre sano / e fatto tanto sport. / Perché mai sono mort?”; Non luoghi: “Un tempo in ogni paese / trovavi piazze e chiese / cinema, teatri, case / scuole e municipio / caserma ed ospedale. / Oggi, l’unico centro / è quello commerciale”.

Ci sono poi divertenti parodie di fenomeni culturali, o pseudo-imitazioni letterarie: Quasi (a) modo: “Basta una cassetta / col coperchio di vetro / qualche seme / un pochino di terra. / Ed è subito serra”; Chiusura ermetica: “Esattamente nel momento / in cui mi aspergono d’incenso / “m’illumino d’immenso”; Alta quota: “In Zarathustra, Nietzsche dice / che l’uomo è una corda tesa / c’è chi fa il funambolo / e chi ci tiene la biancheria appesa”; Cortesie per recensori: “Se il pamphlet è facile / meglio dire agile, / se il tomo è faticoso / definirlo ponderoso”; No bel: “Lo danno a Fo /e a Bo no? Boh…”.

Si sorride di tutto, sempre con una punta di disillusione: guerra e pace, salute e malattia, religione e scienza, turismo e spettacolo, matrimonio e divorzio. A volte l’abilità linguistica di Ferrazzoli si esibisce in pregevoli scioglilingua, come in Rimestando: “Incassati scontrini scontati / incrociati scostanti contratti / incastrati costanti contatti / scostati scontrosi cretini / scansati crostini incrostati”, o in calembour: La domestica smemorata: “Lavò la mattina / e scivolò la sera: /c’era la cera”. Altre volte invece affiorano sconsolate meditazioni filosofeggianti: Basta, grazie: “Ogni giorno ha la sua pena qualcuno, però, più di una”; Il meglio è nemico del bene: “Si dice “passare a miglior vita” / ma in genere prolungare la peggiore / sarebbe la soluzione più gradita”; Non è quasi mai troppo tardi: “Infarto: letale ritardo / nell’arrivo al reparto”. Sempre spiazzante risulta lo scarto tra titolo e testo: Una strage: “Innocenti, attenti / che a Erode gli rode”; Fatti, non parole: “Padre perdona loro / perché non sanno / di cosa si fanno”.

Spietatezza, malignità? No certo, ma disincantata contrarietà, e un dileggio che difficilmente arriva a essere caustico sarcasmo. Persino nella dedica iniziale all’amata sorella che non c’è più, Marco Ferrazzoli riesce a fare dell’ironia su se stesso, pur di evitare la retorica: “A Daniela, che era buona il libro più cattivo (per ora) di suo fratello”.

 

«Gli Stati Generali», 1 ottobre 2025

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FERRERO

ERNESTO FERRERO, STORIA DI QUIRINA – EINAUDI, TORINO 2014

Una vedova ultraottantenne, abitudinaria e un po’ maniaca come tutti gli anziani, laureata in lettere antiche e appassionata di citazioni latine con cui infarcisce le sue scarse conversazioni quotidiane, vive la sua serena e dignitosa esistenza di pensionata in un paesino delle montagne lombarde. Solida e robusta come le vacche della razza bruna alpina che pascolano nella sua zona, esiste senza dare fastidio agli altri. «Era orgogliosa. La solitudine non le pesava, e anzi le sembrava una condizione privilegiata». Ha un nome antico, romano, come tutti i membri della sua rispettabile famiglia borghese: Quirina. Sua unica passione è il giardino, più umilmente definito orto, in cui coltiva rose, ortensie, pomodori e le amate zucchine: cura il suo verde con la stessa compita dedizione rivolta alla sua inappuntabile casetta. «Perché all’ordine Quirina teneva moltissimo, anche in giardino. Lo considerava il perfetto equivalente di una disciplina mentale e morale…doveva essere l’emblema di una sorta di misura, di armonia cosmica…». Ma ecco che un bel giorno l’universo decoroso, disciplinato e monotono dell’anziana viene sconvolto dalle scorribande ipogee di una talpa, che con le sue gallerie sotterranee e collinette di terreno in superficie le deturpa l’orto («L’abominio. L’intollerabile offesa.»). Inizia così una strenua guerra di Quirina contro l’ospite indesiderato: cerca alleati in paese e in famiglia, studia rimedi, ricorre a erbe velenose, acqua, gas, rumori, vibrazioni, colpi di roncola, trappole, gatti nevrotici, spicchi d’aglio e vento per debellare la «trivellatrice invisibile». Che tuttavia resiste, e continua a sconciarle l’orticello. Alla fine, Quirina accetta l’antagonista come una sorta di alter-ego, oppure una metafora del potere subdolo e vessatorio, o ancora come espressione della sana vitalità della natura. Nell’economia universale, e nell’elegante scrittura di Ernesto Ferrero, c’è posto per tutti: vecchie, talpe e buchi nell’orto.

 

«L’Immaginazione»» n.285, gennaio 2015

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