9 MAGGIO 1978

9 Maggio 1978

 

Scriveva.

Un memoriale, lettere, biglietti:

due volte al giorno circa,

in quei cinquantacinque

interminabili.

A mano, fogli bianchi.

Seduto rannicchiato

sul fianco che doleva.

“Miei cari”, e spesso

“Mia dolcissima”.

A volte più formale.

Monsignore,

Onorevole,

Presidente, Colleghi.

Beatissimo Padre, Santità.

Il testamento,

ricopiato e corretto

a più riprese.

Titubante commosso

malinconico rabbioso.

Minacciava implorava.

Da padre da marito

impartiva istruzioni: ritirare

una camicia al lavasecco,

vaccinarsi contro l’influenza,

chiudere il gas la sera.

Famiglia amata che ha bisogno

di lui.

Forse non si deve essere,

neppure poco, felici:

scriveva.

 

 

Pregava.

Inginocchiato a terra,

sdraiato sulla branda.

Con voce bassa, appena sussurrata.

Solo una notte urlando, pietà di me,

nel sonno. E poi maledicendo

“ricadrà il mio sangue su di loro”.

Ma sia fatta

la volontà di Dio, mi assista

la Madonna:

ubbidiente umilmente,

nella pienezza della fede

cristiana.

Ascoltava

la Messa registrata,

meditava il Vangelo, recitava

il rosario.

La Chiesa del Signore

non consegna

i suoi figli al macello.

Mi ha avuto

interprete suddito

modello. Non può volermi

martire, in questa muta

indegna catacomba:

pregava.

 

 

Ammoniva.

Ucciso tre volte,

chiamato a pagare

da solo

per colpe di molti.

Prigioniero politico

di un attacco

al cuore dello stato,

nel processo popolare

a trent’anni di potere.

Potere condiviso con altri,

lividamente zitti

impauriti, impantanati

in ambigue posizioni,

ostinati immobilisti a difesa

della ragion di stato,

di un astratto principio

legalista.

Rimasto senza amici,

sono stato ucciso tre volte;

tutti d’accordo

nel preferirmi cenere.

Non salverò nessuno.

Gli onesti piangeranno,

ne sarete travolti:

ammoniva.

 

 

Ricordava.

Discorsi pronunciati

in Parlamento,

fumosi nel dire

nel non dire,

commentati

derisi applauditi.

Bilanciere di opposte

ideologie, cauto assertore

di accorte convergenze,

alleato a spuntati

neutrali compromessi.

Perseguite amicizie

vantaggiose,

impedite ostilità

inquietanti;

trattative corruzioni

insabbiamenti.

C’era qualcosa, a consolare.

Innocui itinerari

affettivi, indulgenti abitudini

domestiche, come

minestre di verdura a cena,

carezzare il nipote bambino,

leggere un libro

in vestaglia la domenica.

Pur tra tante mie colpe

ho vissuto

con delicate intenzioni:

ricordava.

 

 

Moriva.

Ne uscirà e non sa come,

se graziato o cadavere.

Tutto è inutile

quando non si vogliono aprire

le porte.

Indicibile angoscia della morte,

dopo un calvario di lunghe attese.

Intorno tragiche maschere

di stoffa, allucinati

occhi feritoie, voci scomposte

negli ordini severi.

Alzarsi in silenzio, seguirli

ma dove, tenebra della notte

luce di un’alba sospirata.

Eppure rassegnato, quasi in pace.

Ci rivedremo, tornerò in altra forma,

miei cari che abbandono

e non vi lascio.

Vorrei capire cosa sarà dopo.

Ci fosse luce, sarebbe molto bello:

moriva.

 

 

«Gli Stati Generali», 8 maggio 2022

ABRAMO

ABRAMO
 
 
«La parola di Dio è come il fuoco,
come un martello che spacca la roccia».
Perciò quando gli disse: «Parti dal tuo paese,
va’ nella terra che io ti mostrerò»,
come poteva Abramo non partire,
come poteva, lui, disobbedire?
Abramo parte, e non sa per dove.
Lontano, via, fuori di lì: altrove.
Abramo crede. Ascolta.
Si fida e affida a una voce, segue
una mano forte che non vede.
Prende la moglie, i servi,
gli armenti e suo nipote: ed è già vecchio,
è già nella stagione del cuore in cui si spera
di non dire più addio a niente e a nessuno.
Invece porge orecchio alla promessa del Signore:
«Farò di te una grande gente, più numerosa
delle stelle in cielo, più folta
della polvere del suolo».
Non era solo, Abramo: la sua sposa
era Sara, principessa, che ognuno tra i Caldei
riconosceva bella più di qualsiasi donna,
chiara negli occhi e nel sorriso,
fedele anche nei sogni. Ma infeconda,
sterile come un sasso.
All’improvviso il Signore cancellò
il suo smacco, annunciandole un figlio.
Fu uno spasso per i due centenari:
lei si guardava le mammelle vuote,
lui si toccava gli attributi vizzi.
Ma c’è forse qualcosa di difficile per Dio?
E Sara partorì, un maschio che fu chiamato Isacco.
Abramo! Abramo patriarca!
Abramo, padre legittimo a cent’anni!
Non aveva mai chiesto, non si era lamentato:
rassegnato a una progenie serva,
sicuro ormai che non avrebbe visto
lo sguardo di sua moglie in un bambino.
Ma ora: Isacco, riso di Dio,
suo figlio, figlio di Sara principessa,
promessa di una stirpe futura,
Isacco era arrivato, a cui appoggiarsi:
il suo bastone da vegliardo…
Dovettero passare tempi di guerra e di bottino,
stermini e migrazioni, incendi e carestie,
maledizioni: Abramo ubbidì sempre
al suo Signore, anche contro il suo cuore.
Però un giorno, o una sera, o un pomeriggio,
la voce lo chiamò per nome: «Abramo!»,
come venisse da lontano, da oltre il cielo,
o dal fondo di un temibile pensiero.
E lui si guardò intorno,
rispose: «Eccomi!», se pure qualche cosa
gli diceva di sparire, di nascondersi.
«Abramo, prendi tuo figlio, l’unico, l’amato:
offrilo a me, tuo Dio, in sacrificio, dove ti mostrerò».
E lui, impietrito, non disse una parola.
Passò la notte ad occhi spalancati,
vicino a Sara che dormiva ignara,
si alzò a guardare Isacco sprofondato
nel suo sonno bambino: gli accarezzò
i capelli. Era vigliacco dire no al Signore,
o era coraggioso? Poteva rifiutarsi, scappare,
fingersi pazzo… Di buon mattino,
svegliò il ragazzo e i due servi, spezzò
la legna che caricò sull’asino.
Senza fiatare, salutò Sara, trepida e stordita.
Fu un viaggio di tre giorni, silenzioso.
Solo il figlio parlava, contento di ogni cosa
che vedeva: il profilo dei monti, l’acqua
del fiume, il ciglio erboso della strada.
Accanto a un filo, alle piante, a una rosa:
giovane innamorato della vita.
Abramo lo guardava, disperato,
implorando il Signore: «Perché
me lo hai donato, allora? Come puoi
ora chiedermi l’incredibile, l’assurdo?».
Giunti che furono al luogo indicato,
il padre e il figlio salirono da soli:
il suo dolore avanti, a passi allegri,
l’addolorato dietro, lentamente.
Voleva dirgli: «Isacco mio,
il nostro Dio ci chiede un sacrificio…».
Ma lui già disponeva la legna sull’altare;
curioso, ilare, si affaccendava per appiccare
il fuoco, cercava intorno
di trovare un capretto, un agnello…
Abramo benedetto balbettava «Jahvè!»,
e intanto lo legava stretto, poi brandiva
il coltello.
Non guardare, bambino, tuo padre impazzito,
che vorrebbe fare a sé ciò che è stato
ordinato dal suo unico Dio, l’Infinito.
Ma ecco: «Abramo, Abramo!»
Dall’alto l’olocausto fu fermato,
salvando Abramo, Isacco, Dio, la fede,
e quello che nel cuore non si vede.
«Chi ha plasmato l’orecchio, forse non sente?
Chi ha plasmato l’occhio, forse non guarda?».
Abramo sapeva che il Signore non tarda:
nessuno ha mai sofferto per niente.
 
 
 
In Il silenzio e le voci, Nomos, Busto Arsizio 2011
 
 

AMANTI

AMANTI

 

Poiché gli unici angeli rimasti

sono gli amanti fedeli, l’uno

nunzio all’altro di essere e bene.

I soli che soli rimangono,

che soli si guardano: sfiorandosi

si sanno, non hanno vergogna.

Noi strani e stranieri, incapaci

di abbandono, noi sì ci vergogniamo,

e più non riusciremmo a sorridere

del riso dell’altro, ma presi

da un sospetto, da un’invidia

tremante scuoteremmo la testa

allontanandoci. Beati i promessi,

invece, che si fidano delle loro parole,

le presumono nuove, ansiosi di illudersi

ancora, di credersi sinceri.

 

 

Infatti se si sfiorano le dita

per errore, hanno come un soprassalto,

quasi un brivido. Si ritraggono, dapprima;

poi si cercano. E ripetono il gesto,

lo ripetono studiandosi, se per caso

l’intenzione calcolata suscitasse

nell’altro un leggero fastidio,

o piacere. Nel palmo della mano

premono poi la mano sconosciuta,

ne ascoltano il tepore, la proteggono.

Così semplice allora diventa

tentare altri gesti, qualche carezza;

così semplice toccarsi, esplorarsi.

E subito «sei mio» si dicono, «sei mia»,

sentendosi padroni, e insieme servi.

 

 

Quello che fuori non li interessava

diventa loro in un istante. Tanto si espande

in chi ama il sentire, che cielo

erba segnali stradali si imprimono

in dissolvenza, scenario

irrilevante – o necessario. E l’albero

la sedia il portacenere spariscono,

per poi riaffacciarsi imperiosi,

decisi a ribadire «ci siamo,

e testimoni potremmo se richiesti

assolvere o accusare».

Gli oggetti, i silenziosi complici,

le congiuranti spie

di incontri, abbracci,

promesse imperiture.

 

 

Il miracolo nasce nello sguardo,

non altrove: tutto lì è il prodigio,

sotto le ciglia che vibrano appena,

negli occhi che restano socchiusi

timorosi di abbagli.

In loro si riflette la paura,

l’esultante scoperta del volto

messo a fuoco, isolato dal resto

del giorno. Proprio quella è la faccia,

impastata dal fango in una creazione

generosa; poi offerta,

poi premio allo sguardo paziente

impaziente che aspettava,

e trema, adesso

– incredulo, turbato.

 

 

Così povere, sempre, le parole:

inadeguate a esprimere, incapaci

anche solo di rispecchiare il fiato.

Eppure a loro chiedono soccorso

gli occhi le mani degli amanti

per dire e dire (non sanno bene

cosa, dire; come). Preziose

illuminate le vorrebbero i due,

e nuove, coraggiose: invece sulle labbra

intimidite si bloccano, balbettano;

oppure torrenziali straripano,

torbide inutili. Tacete, allora,

innamorati sciocchi. Preferite

il silenzio, arrendetevi zitti.

Vedete come stanno muti

i fiori, le nuvole, la neve.

 

 

 

Da Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno 2017;

in Gli Stati Generali, 12 gennaio 2021

 

 

 

 

 

CLASSICHE

CLASSICHE (1976-1980)

 

Penelope

 

Non per lui,

lontano e indifferente

a quanto altro non fosse la sua casa

(i muri, intendo, suppellettili

come il letto – a lui obbedienti)

che sapevo

impaziente di un caldo viziato;

il mio corpo è ormai vecchio, gli occhi

ormai duri.

Ma io,

io per la tela stessa lavoravo.

Lei sola, in tutta Itaca,

aspettava la mia mano.

 

***

 

Antigone

 

Vedi che ho – per pietà – le mani sporche

‒ di pietà – insabbiate, le unghie nere, Creonte sire

severo, duro vate, suocero altero. Vedo

le tue bianche pasciute che sanno

proibire, sanno ammazzare (regali mani):

ma io non tremo. E voi vedete

(voi che tradite) (voi che sapete più di tutto tradire)

che io non tremo e che non temo.

Vili di tanto incapaci, di poco. Di un gesto

timorosi – di un cenno.

Giustizia

invocata da troppi, da lontano implorata da troppi;

e nessuno si muove. Ah, giustizia.

Io qui sola.

Sanno tutti cos’era da fare,

fanno finta di niente.

 

**

 

Ifigenia

 

Quello è mio padre. Quello alto

laggiù che parla al vento.

È lui il mio re: il più forte

del campo, il più giusto. Mi vanto

del suo nome, del suo cenno

imperioso mi compiaccio se

di fronte a invitati mi chiama

‒ che ci vedano

uguali

nel sorriso severo nell’agile caviglia.

Sono la figlia bella

colei in cui egli si specchia.

Proprio oggi in mio onore (giù

al porto) è la festa a cui prima

di tutte mi ha ordinato

di giungere: a me darà

il braccio nell’aprire le danze.

Per me farà accendere fuochi

farà alzare le vele alle navi.

**

Alcesti

 

Hanno detto dedizione.

Vivere

di uno che non può

più vivere: perciò morire. Con lui

o per lui è lo stesso, se si deve.

 

Ma non è stato questo.

Sapevo il patto: non era la mia aria,

non lo respiravo. Godevo una quiete maritale

con fastidi, non bramavo l’assoluto.

 

È che l’ho visto spaventato tanto

da sorriderne. Sempre un poco tremava

alle mie doglie, scappava al dolore

altrui: ma in quei giorni era terreo, bambino

piangeva aggrappato ai lenzuoli.

Mi misi a letto come a fare un altro

figlio;

lo feci nascere, cieco e avido.

 

**

 

Medea

 

Di loro mi pesa lo sguardo.

Lo taglio (lo sguardo) lo tolgo dal cuore,

pensiero di niente che ho voglia

di amare, di niente, di acqua.

Ho voglia di brucio, di fare pulito lo sporco.

 

Di loro mi pesano i gesti e il modo

che hanno di non parlare

di capire

di tradire.

Bambini

che poco somigliano ai giochi.

che poco somigliano a loro stessi.

 

(Se fossero miei.

Se fossero miei).

 

Decido che grande è l’amore

che uccide se stesso e grande è la carne

che uccide la sua carne. Non ho

pentimenti e troppo poco soffro.

 

Di me sono stati piccola parte

e per poco, cattivi: mi hanno presto lasciata.

Ma miei più di sempre

se sempre bambini saranno.

Se solo con l’aria li dovrò dividere.

 

Non voglio vedere l’amore

e intorno non lo sopporto.

Viva chi vuole. Chi sa.

 

La mia mano i miei piedi

sanno solo una strada

né la testa conosce dove tornare indietro.

 

Miei: più di tutto vi penso

e nessuno capisce.

Ma più miei dei miei stessi capelli

dei miei occhi. E più miei

del dolore.

 

**

 

Le vergini di Mileto

 

Furia di morte le prese a Mileto, furia

d’amore: di amare pure,

di non versare sangue (di non aprire

ai colpi il loro ventre).

Oh, loro che da sole

sapevano toccarsi, sole si amavano,

davano baci al vento – a quindici anni –

oh loro sole amavano se stesse

e le sorelle, amavano le mani delicate

e i turbamenti dolci: per questo che era amore

e non pazzia, piccole streghe della verginità,

per questo si impedirono il respiro

a quindici anni (una ogni notte

alto un laccio di morte appendeva) finché

turpi arrivarono i padri

i fratelli maggiori i creditori amanti

a pretendere ancora il pedaggio di sangue,

a trascinarle nude per le strade

di Mileto, e esigere rispetto

per le abitudini quotidiane.

 

 

In Rosa rosse rosa, Bertani, Verona 1986

 

 

 

 

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

                                                                         For most of us, there is only the unattended 

                                                                         Moment, the moment in and out of time

                                                                                                           T. S. Eliot, The Dry Salvages V, 206-207

 

È qui, presente; o forse sta per nascere.

Segreta ancora, ancora immaginata

solamente. Non certa, non decisa;

potrebbe ripensarci, fuggire,

rinunciare, preferire l’assenza.

O non esistenza, scegli ‒ ti prego ‒

di esserci. Appari come sei:

chiara, evidente.

*

Prova a pesare un pugno di sabbia,

e poi mezzo pugno, così leggero.

Tieni tra le dita solo qualche granello,

e il resto lascialo scorrere, mia mano clessidra.

Non lo fermi, il tempo, e quello che è successo

non puoi fare che non sia accaduto;

ma misura l’istante, la sua sfida

all’eterno. Il solo granello rimasto

fermo tra pelle e unghia:

l’adesso che dura e non si è perduto.

*

Impaziente di essere, diventa vero

e arde e si consuma; improvviso

bagliore, inaspettato pensiero

folgorante (o voce, o battito

di ciglia, o corpo esploso;

corpo in frantumi, incendio).

Abisso dell’ignoto, stella cometa,

lancinante traccia nel buio, nome

appena suggerito:

rivelazione, ascesa, intuito.

Baratro e infinito.

*

L’occupazione dei santi: tendere

(attendere) al punto in cui il tempo

incontra il non tempo, e si perde,

si annulla, conduce all’istante

bloccato nel nero del nulla.

L’aspirazione dei santi: scoprire

nel buio feroce, crudele, severo,

la sua negazione. La luce.

*

Ma quando tutto è immobile,

e non succede niente: l’aria è ferma,

il caldo sopportabile, e un tale silenzio

mi impressiona come fossi morta

senza essermene accorta. Quando nemmeno

il moscerino sull’orlo del piatto si muove,

né l’albero in giardino scuote

le sue foglie. E il cielo è azzurro tutto,

sgombro, terso; il lago liscio,

non c’è bava di vento che lo sfiori.

Allora penso, come una tentazione,

di essere un incidente nel creato,

inessenziale e assurdo; e supplico

un evento qualsiasi, una dimostrazione

della mia esistenza reale.

Ed ecco, accade. Qualcosa accade,

fuori di me e dentro. Un urlo,

un tremito, il merlo che gracchia

tra i rami, e vola via.

*

Affronta l’eterno, vi affonda,

scompare: così inessenziale

e minuto, così puntiforme

e casuale.

Ma in lui, nell’istante,

c’è uno spazio

concreto.

Pensiero, sospiro, offesa, carezza.

Più vero, vivo e reale

di ogni assoluto.

*

Improvviso, l’istante di pace.

Di ordine e tranquillità,

nel sole che scompare al di là

di un muro indefinito di nebbia,

e sospesa la luce non ci offende.

Allora dico no alle parole,

e ripeto no all’istinto

rapace che vorrebbe assorbire

ogni fuori esistente.

Sta buono, mio udito. Mia vista,

abbassati. Lasciate che sia

solo suo, ciò che appare

e attende una resa clemente.

*

Il momento prevale. L’evento.

L’adesso, il qui.

Presente-riassunto del prima, del poi

(degli altri, di noi).

E non te ne andare,

minuto-secondo-istante

del tutto: sii punto.

*

I miliardi di persone che non siamo

– il vecchio cinese curvo sulla ciotola

di riso, la ragazza brasiliana

che cammina sulla spiaggia.

Un bambino londinese, la donnina

messicana al mercato.

Non ci siamo riusciti, a essere

altro, o altri: ma solo la piccola

cosa che viviamo. Qui, e qui;

magari altrove, a volte. Sempre

con le nostre mani, il nostro fiato;

i minimi trionfi del passato,

e un domani previsto e prevedibile.

Gonfi di abitudine,

delusi da tante viltà

che non perdoneremo.

Forse un istante,

uno solo, verrà – in ritardo,

a salvarci.

“Esisto”, diremo,

tagliando un traguardo insperato,

da non condividere.

*

Dall’assenza, da ciò che prima non c’era:

semplicemente, il niente.

Da lì veniamo,

dalla non esistenza. E in essa torniamo,

incoscienti, nemmeno spaventati.

Muti, stupiti del silenzio che ci aspetta,

del moto che rallenta e poi si ferma.

Noi che eravamo presenti

– ad occhi spalancati, a mani tese.

In un istante, assenti.

*

Ci apparirà, come dicono,

tutta la vita che abbiamo

vissuto, e sprecato,

nell’istante finale, oscuro;

nel necessario momento

dell’unico giudizio,

del solo tribunale.

Perché

da soli ci condanneremo

o ci perdoneremo,

quando il futuro intero

svanirà nel passato.

*

Avvicinarsi,

stringere il cerchio.

Puntare dritto al bersaglio,

sforzando la vista.

In prossimità della meta,

del dichiarato impenetrabile:

sia buio respingente

o intollerabile luce.

Verità intravista appena,

il niente che acquieta.

*

Furtivamente arriva,

quasi ladro,

approfittando di un’assenza, di difese.

Gli basta una fessura, e penetra

nel tempo, nel silenzio; tacito irrompe

luminoso, violento. Schiarisce

l’angolo più buio della stanza,

della mente: impone la sua folle

danza in un istante.

Imploso

dentro un colpo di vento,

poi sparisce.

*

Intercettare dio,

il dio della pazienza e del conforto,

il dio che aspetta, e sa, e non ha fretta;

fermo nella potenza,

a sé risorto; visibile

in una chiara, arresa

trasparenza. Così arpionarlo,

con dita scorticate

tremanti, innamorate:

pretesa indifferibile

dopo una vita avara.

*

Qualsiasi momento si ribella;

anche il più insignificante è sovversivo,

dichiara guerra al nulla

e al sempre, è vivo,

arrogante e fiero

della sua unicità:

pronto a sparire,

ma attento a sé,

presente.

L’istante, il vero.

 

In Nazione Indiana, 2 ottobre 2018

COSE

COSE

 
 
Non sanno come rifiutare, gli oggetti; dire di no
alle pretese indelicate di noi che li afferriamo, li consumiamo
senza ringraziare, senza scusarci, abusandoli.
La sedia (ad esempio) ci sopporta, materna accoglie
la nostra stanchezza, non si lamenta del peso
impassibile sorretto. Coi piedi strusciamo
i suoi piedi, dondolandoci, e lei rimane solida
paziente, fedele al posto in cui viene abbandonata
quando – stanchi di fissità – decidiamo di alzarci, andiamo via,
ingrati. Ci seguirà con il suo sguardo cieco,
col suo pensiero immobile, sottomessa
al destino che le spetta: per cui è stata
costruita. Prona alla nostra padronanza
presuntuosa e indifferente.
 
*
 
In cucina sta il tavolo, sgombro o apparecchiato,
agghindato per le feste in famiglia, lercio
di briciole macchie di vino avanzi di cibo
dopo notturne bravate di commensali
allegri: ma stabile tollerante ospitale,
disposto a fare da paciere nei litigi,
a glissare su bugie, su tradimenti. Ci si sono
appoggiati gomiti di uomini piangenti,
di spose che aspettavano trepide un ritorno
pentito; mani unte di operai, volumi spalancati
su lezioni da imparare, ricevute cambiali telegrammi
biglietti d’addio… Più antico degli avi di casa,
encomiabile modello di dedizione e ascolto.
 
*
 
Sul tavolo le chiavi, che ci portiamo dietro
nelle borse, o in tasca, tutto il giorno:
garanzia di ritorno e accoglienza,
nostro apriti sesamo scongiuro, ancora di salvezza,
certezza della porta che ci aspetta e si aprirà,
docile balia, approdo, mettendoci al sicuro
dal fuori tenebroso. Chiavi di serrature
blindate perché non ci fidiamo, temiamo
sfondamenti violenze ruberie: vorremmo catenacci,
fili spinati, allarmi, ronde notturne,
e brandiamo le chiavi come armi, freddo metallo
dentato, in difesa di noi e del possesso.
 
*
 
I libri amici aspettano di essere riaperti, sorpresi
con tremore da chi riconoscente li ha imparati, sfruttandone
le righe, gli affettuosi tormentanti insegnamenti. Stretti vicini,
si sostengono sugli scaffali, offrono titoli incisi sul dorso
allo sguardo curioso che li interroga, e cataloga ordinato
nel pensiero, ritrovando entusiasmi di memoria. Uno a caso
è sottratto all’esercito uniforme, indagato nei segni a matita,
nelle pagine sgualcite, a spiare una traccia intuita e poi
persa, stupidamente dimenticata. Ecco la frase, il verso,
la parola: punge il mattino, consola la notte irriducibile
al sonno, fa compagnia al silenzio. Non sa tradire, un libro;
rimane – identico a se stesso, disponibile, discreto.
 
*
 
Il fuori che ci è dentro alimenta pensieri e nostalgie,
la voglia di tornare a quello che non siamo: attraverso
i vetri trasparenti invadono la stanza i colori del giardino,
le luci dei fari, visi lontani dei lontani vicini. Li guardiamo
stupiti, spettatori a cui è permesso di osservare
senza eccessivi coinvolgimenti. Ci difende, la finestra,
ci ripara dal troppo dell’esterno, dalle incaute sofferenze
di chi senza volerlo è testimone; eppure, con cautela,
possiamo dichiararci partecipi, affacciati in fratellanza
all’accadere altrui, al quotidiano esserci del mondo.
Restiamo nelle nostre cucine, nelle camere da letto, al riparo
da moleste invasioni, e scrutiamo con attento riserbo
dolori e gioie che non ci appartengono.
 
 
 
 
 
 
 In Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno 2016

 

ELSEWHERE

ELSEWHERE

 

C’è un fondo al cielo,
in fondo al cielo: e prima luce,
e primo buio. Fine di tutto,
innanzi a tutto.
Velo che tieni il mondo,
ripara il fiore, il frutto.

***

Tu che non puoi non essere,
non puoi finire.
Costretto a vivere
il futuro nell’adesso:
condannato a te stesso.

***

Ma tu sei un dio nascosto.
Oppure solo stanco:
e vorresti confonderti,
bianco nel bianco;
arrenderti, non esserci.
Invece stai al tuo posto.

***

Ma chi può consolarlo
se soffre, a chi può chiedere
aiuto? Cosa pregare,
a chi confessare il tarlo
di un dubbio: lui, muto?

***

Fare la guardia al niente.
Per millenni di vuoto
opporsi al niente, senza essere cosa.
E poi la scelta, il lampo. La voglia
che esistesse una rosa.

***

Prima di Dio non c’era dio,
prima del nulla non esisteva niente.
E niente e dio e fine e avvio
furono tutto, insieme: corpo e mente.

***

Ci chiederà mai scusa
per il male che ha potuto farci
(l’eterno, l’infinito, onnipotente)
a noi, che usa come alibi,
se ci ha destinati
all’inferno del niente?

***

Non crede al suo essere Dio,
non chiede di esistere eterno.
Gli basta che un lieve brusio
lo invochi presente e paterno.

***

Se gli arriva al di là degli spazi
sepolti e persi, oltre i cieli
le galassie gli universi;
se riesce a giungere a lui, leggera,
sottile come un soffio,
la preghiera incredula e viva
di uno che ha paura ma chiede
che lui ascolti; fosse solo per questo,
per questa minima fede,
dovrebbe esistere e rispondere,
esserci,
anche se non si vede.

***

Altro da me e da tutto,
non visto non visibile: muto.
Solo e inconosciuto,
lontano – irraggiungibile.
E in ogni cosa, in ogni rosa;
abisso e vetta, pantano
e volo. Tu, sordo
a qualsiasi grido, tu – grido.
Puro e trasparente, insanguinato
e lordo. Mio Dio, mio io,
mio muro. O niente.

***

Le tue mille e mille cattedrali,
come le amo nei loro silenzi,
nel buio dei confessionali: altari
spogli e cupole pesanti,
le nicchie, i banchi in fila,
la pazza solitudine dei santi.

***

Se il giorno è stato senza luce,
la notte lo riscatterà:
le parole sbagliate taceranno,
le offese saranno perdonate.
Nel sonno innocente di ognuno
il male si riduce a niente.

 

In Un diverso lontano, Manni, Lecce 2003; Nazione Indiana, 30 agosto 2020

 

EURIDICE

EURIDICE

I

Niente succede a caso, niente.
Che io ti abbia trovata, Euridice,
che tu sia apparsa a me – felice
di essere scoperta tra la gente –

un giorno non qualunque
di un non qualunque anno,
pronta a svelarmi inganno e disinganno;
per cui nel riconoscerti «Dunque

sei tu», nient’altro, e basta:
una stretta di mano, la mano
nella mia tiepida appena, casta,

e la voce che trema e non osa
dire quello che sa, ma piano
suggerisce altre cose, altra cosa.

II

E’ stata quindi una necessità
incontrarti, te tra millecento
che potevo, te pioggia sole vento
e subito me stesso, mia metà.

Più mia del mio sorriso e della pena,
più mia della parola, di ogni gesto.
Nome che chiamo, nome manifesto,
sangue che pulsa lento nella vena.

Perché sei tu e non altra, tu, Euridice,
compagna e sposa mia, sorella mia,
incisa nella pelle, cicatrice,

che mi riempi pensiero, bocca, sesso,
e non capisco ancora come sia
che perdo me nel ritrovarti, adesso.

III

Ascoltatemi, animali e voi piante,
tu cielo – monti torrenti scarpate –
voi cose sospese e interrate,
cose che mi girate intorno, tante.

Di certo non avrei mai creduto
di afferrare l’esistente con un dito:
se mi sento diventare infinito
e poi limite e fine, sordo e muto.

Euridice, continuo a nominare,
Euridice che canto e che invento,
Euridice, mio eterno pensare.

Siamo in due, siamo due e uno solo:
esserti fuori o dentro è tormento
in cui affondo. E poi volo.

IV

Può finire un amore, può cessare
di scorrere il sangue, così improvvisamente,
bloccarsi un corpo, tacere una mente,
e dicono non ci sia nulla da fare.

Io ti scuoto e ti scuoto, Euridice,
non è possibile che non mi rispondi
lì dove sei finita e ti nascondi,
tornata sottoterra, mia radice.

Ê uno scherzo, non può essere vero
che rimanga di te solo il dolore:
tutto intorno più nero del nero.

Per questo alzati, cara, non fingere
un silenzio adirato, accusatore.
Non restartene lì come una sfinge.

V

Andrò da maghi a vendermi il destino,
carte false farò con fattucchiere,
annegato nell’acqua di un bicchiere
perché non ci sei più, non ti ho vicino.

Maledetti gli dei; quell’uno solo
che ha deciso dall’alto del suo alto
–  indifferente a tutto, ad ogni soprassalto
del cuore, trionfante nel suo ruolo –

di lasciarti morire, Euridice,
che non gli hai fatto niente,
mia figlia e sposa, amica mia, nutrice:

lo maledico con tutto me stesso,
dio colpevole e te innocente,
per quello che ha voluto, che ha permesso.

VI

Se provassi a pregare, se riuscissi
a convincerlo? Lui può fare
che sia quel che non è, può fermare
la terra, il sole, inventare un’eclissi.

Dio degli dei, dio dei viventi, dio,
non c’è un motivo vero, una ragione
per cui la vita mi diventi prigione,
e quello che era mio non sia più mio.

Ti scongiuro, signore dell’abisso,
ti imploro, lascia che ritorni
a fare uno di me che sono scisso.

Del tutto vero quello che si dice:
sono pronto a dannare i miei giorni
per riportarla a me, Euridice.

VII

Verrò a prenderti, cara, verrò
a liberarti, Euridice sprofondata
in un sonno ingannatore; mia malata,
rinuncerò a curarti, se vedrò

che ti avvolgi in un buio più profondo.
Cosa ti tiene, che cosa ti trattiene
laggiù, lontana dal mio bene:
hai paura di perderlo nel mondo?

Ma io scendo, comunque, a salvarti:
perché la vita vera è qui, è ora,
nel mio presente, nel mio sempre pensarti.

Non c’è assoluto che sia meglio
di noi, del mio volerti ancora.
Ed è un incubo il sonno in cui sto sveglio.

VIII

Sono pronto a fare una promessa,
barattando il mio sguardo col respiro
di te viva, il mio silenzio-capogiro
col tuo nome: Euridice principessa.

Giuro che non ti sfioro con gli occhi,
con le mani, che non mi avvicino
col mio corpo teso di bambino
incantato dal paese dei balocchi:

purché tu, semplicemente, sia
rimarrò muto, cieco e sospeso
vivendo viva e vera la magia

del tuo ritorno; impazienza
di averti, avendoti preteso,
mia ombra inconsistente, mia esistenza.

IX

Ecco, ti sento, ci sei e sei vicina.
Ma non ti guardo, taccio, sono bravo.
Ai tuoi occhi sarò padrone e schiavo,
Euridice, mia madre e bambina.

Come vorrei mi prendessi la mano,
toccarti un braccio, sfiorarti la bocca:
so che non devo, so cosa mi tocca
se non resisto a starti lontano.

Sei silenziosa e ferma al mio fianco,
oppure ti nascondi, resti indietro;
segui ubbidiente il mio passo stanco

e nel tuo passo leggero ti ascolto.
Tu, trasparente pensiero di vetro:
voglio appannarti. Ecco, mi volto.

 

In  Litania periferica, Manni, Lecce 2000
e in  Nuovi Poeti Italiani 6, Einaudi, Torino 2012