CHI CERCA TROVA

CHI CERCA TROVA

Fernando voleva bene al suo unico nipotino. Quand’era nato, dopo una gestazione della figlia molto difficoltosa, e due aborti spontanei, era stato colto da un’euforia indicibile. Gli aveva subito aperto un libretto bancario, su cui versava ogni mese un decimo della sua pensione, perché voleva garantire al piccolo erede un futuro almeno dignitoso. L’avevano chiamato Leo, nemmeno Leone o Leonardo: proprio Leo, così abbreviato per non appesantirlo oltre ai due cognomi ereditati dalla famiglia paterna, Rossi Bastianutti. Gli sarebbe piaciuto avessero ricordato anche il suo, di nome, nel battezzarlo. Invece avevano voluto commemorare solo l’altro nonno, morto qualche mese prima. Così il bambino si chiamava Leo Carlo Rossi Bastianutti. Aggiungere Fernando sarebbe stato eccessivo.

Comunque, siccome nei lineamenti del neonato si vedeva da subito l’impronta del viso di sua figlia, immaginava che crescendo avrebbe preso qualcosa anche da lui, magari il mento volitivo, oppure il colore celeste degli occhi. Solo il colore, si augurava. Non la forte miopia che l’aveva costretto agli occhiali già dall’infanzia.

Il bambino era tranquillo. Poppava e dormiva, dormiva e poppava. Piangeva poco, e i genitori gli erano grati di questa sua mansueta silenziosità, che permetteva loro di trascorrere notti rilassate. Stranamente, però, crescendo questa sua quieta disposizione caratteriale sembrava trasformarsi in totale indifferenza a tutto quello che lo circondava, in una rilassatezza che non riguardava solo l’indole, ma anche il fisico. I movimenti di Leo erano intorpiditi, lo sguardo inespressivo, il mutismo quasi totale, fatta eccezione per sporadici e acuti gridolini con cui accompagnava forse qualche improvvisa paura interiore.

Fernando seguiva lo sviluppo tardivo del nipote con apprensione, non volendo ammettere nemmeno nel suo intimo quello che figlia e genero sembravano aver accettato con malinconica rassegnazione. Leo non era un bambino come gli altri, aveva un problema, anche se non si riusciva a diagnosticare con esattezza di che tipo. Il nonno si occupava di lui tre pomeriggi la settimana e la domenica mattina, quando i suoi genitori andavano a messa o facevano una passeggiata in centro. Nel tempo rimanente, veniva affidato a una scuola materna privata, e alla cura apprensiva della consuocera. Tra i due vecchi si era creata una certa rivalità: ciascuno di loro pretendeva di essere il migliore educatore del nipotino, il più attento alle sue esigenze, il più abile nello stimolarne i riflessi. Si telefonavano spesso, Fernando e nonna Lia, vantandosi e stuzzicandosi a vicenda: “Con me ieri ha dormito due ore di fila”, “Con me invece ha mangiato la minestrina senza sbrodolarsi”, “Pensa che l’altro giorno ha scosso la testa e ha detto ‘no!’”, “E guarda i cartoni alla tv divertendosi un sacco”.

In realtà Leo a quattro anni non parlava ancora, stava in piedi solo con un appoggio e indossava il pannolino perché non sapeva controllarsi. Però era un ragazzino robusto, dai lineamenti fini, con folti riccioli castani e gli occhi azzurri, che evidentemente aveva preso da nonno Fernando. Il quale era felice di averlo con sé il lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio, di poter seguire a Radio Maria la messa domenicale tenendogli la manina tra le sue, e pregando. Gli aveva fatto costruire da un falegname amico un grande seggiolone con le rotelle, e lo portava in giro per le stanze così seduto, fermandosi davanti a ogni suppellettile dell’arredamento e pronunciandone a voce alta il nome. “Quadro”. “Scrivania”. “Letto”. “Tavolo”. Il bambino lo ascoltava in silenzio, e a volte si appisolava, come se la voce del nonno fosse una ninnananna. Ma quando era sveglio, talvolta si mostrava vigile e attento, sembrava proprio che seguisse e comprendesse le parole che gli si rivolgevano. Almeno, questa era la convinzione di Fernando, contestata dal genero, sicuro invece della totale impermeabilità cerebrale del figlio.

“Guarda che capisce, capisce tutto”, continuava a ribadire il suocero, insistendo con la figlia perché convincesse suo marito a tentare l’impossibile di una rieducazione. “Se non ci credete voi che siete i genitori, ci provo io. Continuerò a parlargli, continuerò a leggergli il giornale, le favole, a nominare ogni cosa che tocco. Bisogna solo avere la pazienza di insistere”. La figlia lo fissava, scuotendo la testa, con gli occhi lucidi.

Lui non desisteva. Ogni lunedì pomeriggio, appena sistemato il bambino nel suo seggiolone, gli si accostava con la sedia e un libro in mano, inforcava gli occhiali da lettura e iniziava pazientemente a leggere per circa un’ora, in tono uniforme, senza fermarsi se non per bere un goccio d’acqua di tanto in tanto. Leo restava apatico, cullato dalla litania cantilenante del nonno, a volte sbattendo i piedini uno contro l’altro, o agitando le mani in movimenti spontanei e incontrollati. Fernando si illudeva che il nipotino volesse esprimergli così gratitudine o contentezza, e allora si sforzava di interpretare il testo in maniera più teatrale, fingendo miagolii e singhiozzi, sussurri terrificanti o seduttive lusinghe. Di solito sceglieva di recitare le favole di Andersen, che ormai sapeva quasi a memoria, a furia di ripeterle da mesi e mesi: si aspettava così che anche il nipotino riconoscesse i personaggi, il susseguirsi delle vicende, nell’attesa di sentir ribadire il lieto fine, rassicurante e risolutivo. Lo guardava, ogni tanto, alzando gli occhi dal libro, per spiargli in faccia qualche segnale di interesse, un minimo di curiosità. E lo interrogava: “Hai capito?”, “Senti un po’ cosa succede adesso!”, “Mi stai seguendo?”. Se il bambino socchiudeva a scatti le palpebre, il nonno immaginava di essere riuscito a penetrare nello scrigno ermetico che crudele gli imprigionava la mente.

Quell’indimenticabile mercoledì quattordici ottobre accadde un miracolo. Fernando aveva sistemato la sua sedia accanto al bambino, gli aveva legato un tovagliolo intorno al collo perché non sbavasse sulla maglietta pulita, e poi si era messo a cercare gli occhiali da lettura, per sostituirli a quelli da miope che portava usualmente durante la giornata. Era certo di averli lasciati in camera da letto, sul comodino, perché appena sveglio la mattina presto aveva letto qualche pagina di un settimanale cui era abbonato. Ma non c’erano. Tastò sotto le coperte, spostò i cuscini, nel caso li avesse distrattamente nascosti lì sotto: nulla. Allora si spostò in bagno, perché forse poteva averli appoggiati sul davanzale della finestra mentre era seduto sul water, o magari sul ripiano della lavatrice. Non li trovò nemmeno in bagno. Quindi, può darsi in tinello? A mezzogiorno aveva cucinato una cotoletta e della verdura cotta; probabilmente erano rimasti sul tavolo, sul frigorifero, magari infilati nello scolapiatti.

Accompagnava la ricerca con frasi spazientite a voce alta: “Dove li avrò messi?”, “Ma guarda che rimbambito che sono”, “Chissà dove saranno finiti”, “E adesso come faccio a leggere la storia al bambino?”. Leo nella saletta aspettava, senza accorgersi nemmeno di stare aspettando, e cosa. Il nonno lo raggiunse: “Leo, non trovo gli occhiali”, quasi piagnucoloso, sentendosi in colpa. “Come facciamo adesso, piccolo?”, e girava per la stanza, controllando sotto le tende, sulla poltrona, ai lati della televisione.

“Li ha visti, Leo? Hai visto dove li ho lasciati?” Il nipotino lo seguiva con gli occhi, accompagnandolo nel suo muoversi agitato intorno. Fernando gli si avvicinò per fargli una carezza, a consolarlo del fatto che quel pomeriggio non avrebbero potuto leggere nulla. “Li hai visti, i miei occhiali?”, ripetè sconfortato, guardandolo implorante.

Leo lanciò un gridolino, come volesse dire qualcosa. Poi alzò un braccio, indicando la testa del nonno, che aveva gli occhiali da vista inforcati correttamente sul naso, e quelli da lettura alzati sul capo, trattenuti dai folti capelli bianchi, pronti già da ore a sostituire gli altri.

 

«Educare» n.9, 29 settembre 2020

 

DIVENTARE CIO’ CHE NON SIAMO

DIVENTARE CIO’ CHE NON SIAMO

Appoggiata al balcone che si affaccia sul lago, osservo a pochi metri da me la palma che spinge le sue foglie fin quasi a toccarmi: o sono io che le sfioro e mi pungo le dita al tatto con le loro punte aguzze. Riuscire a registrare ogni impressione, visiva, uditiva o tattile: riuscire a rendere colori e profumi, e quello che ai sensi sta dietro, o dentro: questo si vorrebbe raggiungere quando si scrive.    Diventare ciò che non siamo, l’altro da noi: prestare la nostra voce a chi non parla, farsi imbuto ed espressione di qualcosa che ci supera, e ci sconfina.

Ero ragazzina, sdraiata su un prato in pendio, lasciavo che l’erba mi solleticasse le mani e i polpacci nudi, premendomi contro il terreno, di cui individuavo le asperità sotto la schiena. La terra sotto di me, il cielo sopra, un cielo pomeridiano di quasi estate: lo guardavo con l’intenzione decisa di farlo mio, di impossessarmene in ogni sfumatura, in ogni accenno di nuvola. E piano piano questo cielo scendeva, mi veniva addosso, pesava sul mio corpo dodicenne, lo assorbiva in sé. Mi promisi: «Ricorderò questo momento per sempre», e ancora: «Lo racconterò, tutto», pensando all’erba tra le dita, alle zolle sotto la schiena, all’azzurro in cui ero fusa. Più tardi cominciai a interessarmi alle persone, a quelle che mi stavano intorno e alle sconosciute. Arrivavo a seguire i passanti per strada, sperando di vivere così qualche momento, per quanto inessenziale, marginale, della loro vita.

Se scrivo, oggi, mi accorgo di scrivere soprattutto d’altro e non di me: di essere portata addirittura a farmi altro. Rincorro un’empatia con chi non sono, cambio età, sesso e natura: divento due extracomunitari alla ricerca di un sabato sera diverso, o Hans Castorp alle prese col suo amore, oppure un curato di periferia che preferisce la compagnia di Dio a quella dei suoi parrocchiani. Divento anche Gemma Donati, e gli oggetti del mio appartamento, o il lago che adesso mi sta di fronte, senza nemmeno supporre che esisto, e lo sto guardando.

Questo credo debba essere la poesia; un occhio partecipe e distaccato insieme su ciò che non siamo, con una preferenza per «la pietra scartata dai costruttori», perché «diventi testata d’angolo».     Non sopporto il pastiche linguistico, la poesia che scrive di se stessa e che si fa il verso, il gioco da salotto: mi sembra addirittura amorale, nella mia severità calvinista. Penso che scrivere sia un grosso privilegio, in qualche modo da scontare ponendosi al servizio di ciò che deve essere scritto. E che il compito di un poeta sia quello di scrivere bene, affinando quindi la sua abilità artigianale, i suoi strumenti: per diventare lui stesso strumento d’altro. Chi sia che parla attraverso un poeta non lo so, e forse non mi interessa saperlo: se l’inconscio collettivo, o l’angelo rilkiano, o la ruah ebraica. So che mi capita di essere scritta, di essere usata da un’intenzione più forte di me, che si serve della mia sensibilità, del mio sguardo particolare sulle cose (e non è uno sguardo migliore o peggiore di altri, però è il mio): e ciò che mi circonda e di cui parlo patisce e utilizza la mia inquadratura, il mio modo di usare la metrica e le rime, travalicandomi. Sono un puro pretesto, e un pretesto addirittura spaventato, inadeguato, per un’incombenza che sento come una responsabilità.

La prima poesia de La Trilogia Spagnola di Rilke, che in realtà è una preghiera, lo dice mille volte meglio di quanto sto tentando di fare adesso.

 

LA TRILOGIA SPAGNOLAI

Di questa nube che copre improvvisa
la stella poco fa ancora visibile – (e di me),
di questi monti, in fondo, che ora avranno
notte, venti notturni per qualche ora – (e di me),
di questo fiume a valle che riflette il chiarore
di lacerate radure celesti – (e di me);
di me e di tutto questo fare un’unica cosa,
di me, Signore, e di ciò che sente
il gregge quando chiuso a riposare
nel suo stabbio sopporta il grande oscuro
annullarsi del mondo – di me e d’ogni luce
nella folla e nel fosco delle case, Signore:
fare una cosa sola, degli estranei, perché
non uno io conosco, e di me, di me, Signore,
fare una cosa sola; dei dormienti,
dei vecchi estranei nell’ospizio
che nei letti tossiscono gravi, di bambini
ebbri di sonno stretti a un petto estraneo,
di molte incerte forme e di me sempre,
di me solo e di ciò che non conosco
fare la cosa, Signore, la cosa
di terra e mondo che come meteora
nel suo peso non è più che la somma
del volo: e altro non pesa che l’arrivo.

 

Come raccontare la carezza su un volto molto amato, e le dita che tremano; come parlare della risata della mia figlia più piccola, e della maggiore che balla da sola davanti allo stereo; cosa dire di nuovo e necessario sul lago increspato che mi sta di fronte. Ciò che vorrei è diventare «una cosa sola», volo e peso, terra e cielo, fino a ridurre tutto a un unico approdo, all’essenziale «arrivo».

In Il Rosso e il Nero n. 16, 1999 e in Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

GRINZING: L’AUTOBUS ERA IL N.38

GRINZING: “L’AUTOBUS ERA IL N. 38”

 All’Universitätsstrasse, raggiungibile in metrò (linea 1, rossa), si doveva cambiare e prendere, appunto, il 38. Ma tardava, oppure (semplicemente) non era tra i più frequenti e frequentati, il 38 che finiva la sua corsa nel sobborgo di Grinzing. Così gironzolavo tra i negozi e le vetrine del sottopasso, in attesa. E mi guardavo intorno, e mi lasciavo guardare. Da un giovanotto che a tutti i costi voleva vendermi un giornale studentesco, da una truce fornaia che non si raddolcì nemmeno quando le comprai un krapfen, da uno spazzino cingalese che come un automa puliva e ripuliva pochi metri quadri del marciapiedi alla mia destra.

Sull’autobus (quando finalmente arrivò) c’erano pochi viaggiatori. Occupai subito un posto in fondo, vicino al finestrino. La giornata era luminosa, non troppo calda: l’avvio di un agosto clemente e solidale. Il traffico intorno al bus ordinato e silenzioso, in quella Vienna ritrovata dopo dieci anni: d’estate e non più a Natale, da sola e non più con la famiglia. Mi sentivo felice: stavo realizzando un desiderio a lungo covato nell’anima.

Grinzing godeva di una leggendaria fama. Era il paese del vino e delle osterie, delle bevute e della musica popolare, delle serate passate al fresco, sotto pergolati di pampini e grappoli violastri. In pochi lo conoscevano per la ragione per cui lo conoscevo io. Seguivo con attenzione sospesa tutte le fermate dell’autobus (chi saliva e chi scendeva, chi prendeva posto e chi preferiva rimanere in piedi): confrontavo sulla mia mappa ogni nome di via, ogni piazza, distratta solo, e per poco tempo, dall’irrompere eccitato e vociante di una classe elementare accompagnata da due maestre. Dovevo scendere prima del capolinea. Non sapevo bene se una o due fermate prima. Mi aiutò a decidere un’indicazione segnaletica: “Grinzinger Friedhof”. E lì scesi.

Percorsi un vialetto alberato in salita. In fondo, un cancello con un’iscrizione severa. Prima di entrare, mi fermai a comperare i fiori: «Tre rose bianche», chiesi alla vecchia fioraia, e poi, quasi scusandomi, quasi timidamente, indicazioni su dove potevo trovarlo. «Der Musiker?», rispose. A sinistra, fila n. 6.

Sul ghiaino i miei sandali scricchiolavano. Come sempre incerta, impacciata, domandai ancora a una donna che camminava energica e sicura tra le tombe. Non sapeva, non lo conosceva. Ma era invece proprio lì, a sinistra. Fila n.6: GUSTAV MAHLER.

Posai le tre rose sul marmo. Grazie per l’andante della sesta, per l’adagio della nona, per Das Lied von der Erde.

 

«I viaggi di Repubblica» n. 403, 2 febbraio 2006

I SASSI

I SASSI             

La suora aspettava. Seduta, dietro la cattedra, con le mani incrociate intorno al rosario, con gli occhi bassi: pregava. Ogni tanto alzava lo sguardo da topo, in fretta, passandolo sulle nostre teste, a controllare che nessuna parlasse, o si distraesse. Aveva imposto: silenzio!, sollevando in aria il mento e il braccio a indicare qualcosa che doveva scendere dal soffitto (benché non ci fossero buchi o aperture di sorta) o entrare dalle finestre, nonostante fossero chiuse.

Era un pomeriggio tranquillo, dopo la ricreazione in cortile eravamo risalite in aula tutte sudate, scalmanate. E nel brusio lei, la suora, aveva dato quell’annuncio tremendo. «Gesù ha qualcosa da dire a ognuna di noi. Ad alcune parla sempre, ad altre ha parlato in occasioni speciali, ad altre ancora parlerà, quando meno se lo aspettano». E aveva preso a ruotare gli occhi sulle nostre facce, a esplorarci i pensieri. Io avevo abbassato sguardo e idee, spenta ogni riflessione: temevo che le parole di lei fossero preludio a una sofferenza che già oscuramente presentivo.

«Quando meno se lo aspettano»: doveva essere il mio caso. Escludevo la possibilità che Gesù mi avesse parlato, in passato, senza che io me ne fossi accorta. Sapevo che avrebbe dovuto farlo, per esempio, dopo la Prima Comunione: me l’avevano assicurato a dottrina. Ma nessuna voce dall’alto si era fatta sentire, e nessun bisbiglio dall’interno del cuore. Se dei pensieri mi erano venuti, in un’occasione così mistica, m’avevano spaventato per la loro irriverenza. Del tutto profani, del tipo «Uffa, questa Messa non finisce mai…», oppure «Chissà come sono venuta in fotografia?». Non me li aveva certo mandati Gesù.

«Chiamiamolo, Gesù, che scenda tra noi, e ci parli. A ciascuna deve dire qualcosa. Chiamiamolo, preghiamo». Ci fece alzare e recitare preghiere che con Cristo c’entravano poco, anche un Eterno Riposo e un’Avemaria. La Clotilde Borghese, la più tremenda e irrispettosa, glielo fece notare, alla suora. Che per chiamare Gesù bisognava pregare solo Gesù, e non i suoi parenti. Ma lei aveva scosso le spalle, si era stretta nello scialle nero, e alzando l’indice «Eccolo, eccolo, è già tra noi – aveva detto – Sedetevi, chinate la testa, pregate. Si avvicinerà al vostro banco e vi parlerà. Fate silenzio. Concentratevi».

Mi erano venuti i brividi, mentre cercavo di osservare se fosse cambiato qualcosa intorno a me, tra le compagne, in classe. Possibile che una tale presenza non si facesse in qualche modo notare?

Il silenzio era quasi assoluto, tutte sembravano impressionate. Quasi tutte. Vidi le spalle della Clotilde sussultare in un riso nervoso, il suo ciuffo muoversi tra le mani in cui aveva nascosto la faccia. Veniva da ridere anche alla Giannina, sua compagna di banco. Mentre un’altra si allacciava la scarpa.

«Gesù verrà vicino a chi di voi saprà e vorrà ascoltarlo. Solo a chi sarà puro di cuore. Se ridete, se pensate ad altro, lui se ne accorgerà. E vi punirà con il suo silenzio. Quando sarete sicure di aver sentito la voce di Gesù, quando le sue parole vi saranno entrate nell’anima, verrete alla cattedra, e mi racconterete cosa vi ha detto».  

Ebbi la precisa sensazione che da quel momento sarebbe iniziato per me un supplizio destinato a durare chissà fino a quando; che quella specie di ago che mi sentivo pungere dentro ogni volta che mi consideravo in colpa, avrebbe ripreso, da adesso, a farmi male. Mi misi seduta con le mani giunte. Guardai un attimo la mia compagna di banco, bellissima come sempre, e in posa come sempre: con gli occhi rivolti al cielo, le labbra che bisbigliavano, le dita intrecciate con forza. La Clotilde e la Giannina continuavano a ridere, a scoppi, come se stessero per soffocare. Cercai di raccogliermi nelle mie riflessioni, chiusi gli occhi.

«Gesù parlami. Per favore, questa volta almeno, parlami. Dimmi qualcosa, oggi è più importante di sempre. Dimmi quello che vuoi, sgridami. Ma fatti sentire. Devo riferirlo alla maestra». Pregavo con un’ansia che a Gesù, se fosse stato davvero lì, avrebbe dovuto far pena. In che modo chiamare Gesù? Come farsi ascoltare? Anzi no, stavo sbagliando: non ero io a dover parlare, era lui. Non era lui che doveva ascoltare, ero io. Quindi non dovevo pregare, dovevo tacere. Tacere. Tacere anche con i pensieri, che non mi portassero lontano, come al solito. Non pensare a niente. Come fossi morta. A niente. Provai. Come si fa a non pensare? Anche pensare di non pensare è già un pensiero. Cercai di immaginarmi davanti agli occhi uno spazio bianco, tutto bianco. Il niente. O la neve. Che però si porta dietro troppe cose. Via, scacciare dalla testa la neve. NIENTE. Come un cartellone vuoto parato dentro il cervello, pensare a niente.

Dal suo banco si alzò la Graziella, avvicinandosi alla cattedra, alla suora stupita che le chiedeva «Ti ha già detto qualcosa?» E lei faceva cenno di sì e le sussurrava nell’orecchio. La Graziella era tra le più brave della classe, aveva i quaderni più ordinati, con tanti bei disegnini: era come il suo nome, aggraziata, anche nel camminare, tanto che faceva dondolare il grembiule; anche nella voce, che trascinava gentile in cantilena. Sfido che Gesù l’aveva scelta per prima, e chissà cosa le aveva detto di bello, perché la suora, adesso, sorrideva.

Cominciò una quieta processione di bambine che, con regolarità, senza affannarsi, andavano a riferire alla suora il loro messaggio personale. Io ero rimasta al mio posto, immobile, sempre con le mani giunte. Ma ero in buona compagnia. Tentai di rituffarmi nella concentrazione di prima: forse la cosa migliore era cercare di immaginarsi Gesù, con la sua faccia, la sua veste, le sue labbra: ecco! Soprattutto le sue labbra. Pensarle intensamente finché si fossero dischiuse, avessero articolato qualche parola. Ma, per prima cosa, quale Gesù? Gesù bambino o Gesù in croce? La questione sollevava enormi differenze.

Mi distrasse di nuovo lo scattare in piedi, improvviso, della mia compagna di banco. «Anche lei!» pensai, mentre si dirigeva devotamente alla cattedra. Eravamo rimaste un gruppetto di cinque o sei, ci controllavamo l’un l’altra, esitanti: io già sul punto di piangere, terrorizzata al pensiero di rimanere l’unica inchiodata al suo posto, segnata a dito. Si alzarono altre due compagne. Una era la Giannina che aveva smesso di ridere. Mancava la Clotilde, e questo mi consolava: Gesù non poteva scegliere lei prima di me, io ero più buona, da sempre, la preferita della maestra. Perché non doveva parlarmi? Per cosa punirmi?

In verità aveva detto, la suora, «solo ai puri di cuore». Ero pura? Io sapevo benissimo quali e quanti pensieri – inconfessabili e tuttavia da confessare, pena l’inferno – venivano a tormentarmi in continuazione, sapevo bene con quale rammaricata indulgenza cedevo a loro. Mi chiusi il viso tra le mani, cercando di nascondere e rinfrescare insieme la pelle che scottava. Si alzò anche la Terracciolo, proprio la Terracciolo, ripetente, che in quarta faceva ancora fatica a leggere. L’ansia mi si era trasformata in panico, non vedevo più niente, mi sentivo tutti gli occhi della classe addosso e continuavo a premermi le mani sulla faccia. 

«Adesso. Vieni adesso. Ti supplico. Salvami».

Si avvicinarono alla cattedra le due che erano rimaste, la Clotilde per ultima, sempre ridacchiando. La suora mi chiamò con molta dolcezza. «Vieni, vieni anche tu. Sei la sola a non avermi detto che cosa Gesù ti ha comunicato. Vieni».

Perché non capiva, lei così vecchia, lei maestra, perché non capiva che non avevo niente da riferire? Voleva che le raccontassi una bugia? Mi avvicinai e mi afferrò per un braccio, premendomi contro il suo corpo, facendomi abbassare la bocca sulla sua cuffia. «Dimmi – diceva – Dimmi…» Le dissi, come voleva. «Niente» mi umiliai. E tornai al posto, disperata.

La vidi, un po’ contrariata, peggio, forse addolorata, aprire la finestra, invitarci a scendere in giardino. Non ricambiò il mio sguardo. Scesi, con le altre, e con un mattone sul cuore. Passandomi vicino la Clotilde accennò di nuovo a una risatina, ma io la bloccai furiosa «Buffona, pagliaccia!», urlandole contro. Alzò le spalle, facendomi cenno col dito che ero matta. Non ce l’avevo con lei, ma con chi l’aveva preferita a me, dopo tutto quel ridere. E con la suora che mi aveva costretto a rivelarle quello spaventoso nulla, quel vuoto di comunicazione cui ero stata, io sola, condannata. Andai a sedermi su una panchina, all’ombra, mentre le altre si disperdevano tutt’intorno, leggere, esaltate nel loro stato di grazia…

Mi chinai e, con un gesto che ripetevo ormai da mesi, mi infilai tre sassolini in ogni scarpa. Non avevo patito abbastanza, se ancora non ero riuscita a diventare “pura di cuore”. Mossi i piedi in modo che almeno un sassetto finisse sotto le dita, dove faceva più male. In tal modo mi punivo, da tempo, con tanta ferocia mortificavo la carne e con tanto fanatismo esaltavo lo spirito, che mia madre spaventata aveva consultato il nostro vecchio pediatra, ricevendone risposte rassicuranti: «Cambierà, cambierà…» Ma la suora, durante un colloquio coi genitori, aveva preso i miei in disparte, mettendoli al corrente commossa del suo presentimento che rasentava ormai la certezza: io mi sarei donata a Dio, avrei offerto la mia esistenza alla Chiesa. Mia mamma mi aveva guardato con tale apprensione, riferendomi le supposizioni della maestra, che mi ero sentita in dovere di smentirle, di sbeffeggiarle addirittura. Da allora, tuttavia, mi vedevo spiata, controllata, sia a casa sia a scuola: e facevo attenzione a non comportarmi diversamente dalle sorelle, dalle compagne.

Per accontentare tutti, stavo imparando a essere una bambina infelice.

Mi si avvicinò la Clotilde, aggredendomi con la solita sfrontatezza: «Sei rimasta male perché Gesù non ti ha parlato?» Come faceva, mi chiedevo, a essere tanto indelicata, a non capire che mi feriva? «Chi ti dice che non mi abbia parlato?» «Io credo che non abbia detto proprio un bel niente a nessuno». «Cosa dici? Tutta la classe ha ripetuto alla maestra le parole di Gesù». «Si saranno inventate tutte una frase, come ho fatto io. Sai cosa ho detto? Che Gesù era contento di me, e mi raccomandava di continuare così».

A una tale mostruosità, balzai in piedi spaventata: «È un sacrilegio!» Vedevo aprirsi davanti alla Clotilde l’abisso infernale, alzarsi le fiamme che lambiscono gli spergiuri e gli infedeli. Lei rideva del mio stupore, del mio terrore. «Anche la Giannina si è inventata la risposta. Me l’ha confessato poco fa». «Stai dicendo un’eresia! Gesù ha parlato. Magari solo alle pure di cuore. Però ha parlato. Io lo so». «Come vuoi. Sei tu sola a crederci. L’unica a non esserti inventata la frase, e l’unica a credere a tutto quello che dice la suora: come una bambina di prima elementare. Credi sempre alla suora perché vuoi farti suora». Questa rudezza mi colpì come una sberla, ma mi ripresi e tentai di ributtarle addosso il suo sarcasmo: «Mi fai ridere. Mi fai proprio ridere». Non ridevo, invece. Ero costernata. Mi sentivo truffata dal mondo intero. «Non voglio più parlare con te. Io, suora!» Feci qualche passo per allontanarmi. I sassi mi facevano male. Dovevo far finta di niente: continuai a camminare dritta come un fuso. Che la Clotilde non capisse, non mi smascherasse ancora più crudelmente.

Accennai qualche saltello. Soffrivo. Appena al di là della siepe mi chinai a svuotare le scarpe.    

(1984)

 

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991, e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL COMPLEANNO

IL COMPLEANNO

Com’era successo che fosse arrivata a sessantacinque anni, in pratica senza accorgersene? Era una nota e stimata docente universitaria, titolare della cattedra di Storia Medievale in una università romana. Aveva avuto un’unica figlia, Matilde, da un matrimonio contratto in età giovanile, e conclusosi presto. Da quando sua figlia, ormai ultraquarantenne, si era trasferita in Germania per la sua attività di concertista, sposandosi con un polacco, lei era vissuta in solitudine, nel suo bell’appartamento a Monte Mario. Un quadrilocale con doppi servizi, all’ultimo piano di una palazzina liberty: luminoso, curato, dal soffitto a travi e parquet color mogano. La terrazza, lunga e stretta, era chiusa ai lati da siepi verticali di gelsomino, e dalla balconata pendevano vasi di minuscole edere. Libri, dispense, enciclopedie erano stipate con ordine maniacale, catalogate per edizione, su scaffali che ricoprivano interamente le pareti del salotto, arredato con due sole poltrone di cuoio marrone chiaro, un televisore vecchiotto e uno stereo invece modernissimo. Ascoltava molta musica, infatti.

Lì era il suo regno, e lei si chiamava Costanza.

Il 27 marzo, quel giorno, era appunto il suo compleanno. Un sabato, senza lezioni, colloqui o esami, a sua completa disposizione. Forse avrebbe preferito non ricordarsene, che stava per compiere gli anni (sessantacinque). Ma la telefonata mattutina di Matilde, trillante e gorgogliosa, l’aveva costretta a prenderne atto. Doveva festeggiare, si chiese mentalmente? I molti anni vissuti, i pochi che le restavano da vivere? Ci pensava, ogni tanto. Quindici, ancora, e sarebbero stati ottanta. O magari solo due, quattro.Meglio fare festa, quindi, brindando al traguardo raggiunto e a quello auspicabilmente da raggiungere. Senza torta, brindisi, auguri.

Al di fuori degli impegni accademici, non frequentava nessun collega, nessun allievo. Nel quartiere conosceva solo il giornalaio e il fruttivendolo, con cui si limitava a scambiare brevi frasi di circostanza. Dei coinquilini sapeva appena il cognome, confondendo spesso anche le facce. Da sola, quindi, avrebbe celebrato, happy birthday a me… E già accarezzava l’idea di regalarsi una giornata speciale, là dove pensiero e cuore le suggerivano. Al mare.

D’estate passava al mare i due mesi di vacanza consentiti dalla sua professione. In parte a Creta, con figlia e genero, nella stessa casa che affittavano insieme ogni anno. Per il resto, su uno dei tanti litorali del nostro meridione che amava esplorare in lunghe passeggiate sulla spiaggia, escursioni esplorative nei paesini circostanti, tranquille nuotate solitarie.

Da Monte Mario, l’unica meta raggiungibile in giornata era Ostia. In quel sabato di fine marzo, con un cielo sospeso tra nuvole leggere e sole pallido, probabilmente non avrebbe trovato resse, schiamazzi, intrusioni nel suo tranquillo meditare. Esclusa la possibilità di utilizzare gli scomodi trasporti pubblici, Costanza iniziò a radunare poche cose da caricare in macchina. Una coperta e un cuscino per sedersi o sdraiarsi sulla sabbia, due lattine di aranciata, l’insalata di riso del giorno prima, un libro. E il cellulare, per immortalare con qualche foto l’anniversario scontroso e taciturno che l’attendeva.

Le ci vollero quaranta minuti di traffico regolare per raggiungere il lido. Come aveva previsto, sulla spiaggia non c’era nessuno. Le onde avevano portato a riva rami secchi, gusci di ricci e conchiglie appuntite, qualche bottiglietta di plastica; qua e là sulla spiaggia si ammucchiavano montagnette di rifiuti, alghe, e l’assenza di sagome umane e rumori dava al paesaggio un aspetto desolato e astioso.

Costanza si scelse un lembo di arenile a pochi metri dall’acqua, stendendovi l’asciugamano. Così accovacciata si guardava intorno come a chiedersi “cosa ci faccio qui, adesso?”, e poi consolandosi “comunque è bello: respiro, respira con me anche il mare”. Si tolse la giacca, le scarpe, si sfilò le calze, arrotolando il fondo dei pantaloni a scoprire i polpacci. Accanto alla borsa, scorse mezzo insabbiato un sandaletto celeste, forse dimenticato, perso o buttato apposta. Lo afferrò tra due dita, gettandolo il più lontano possibile.

E poi rimase lì immobile, a guardare l’orizzonte.

“Sempre vieni dal mare, e ne hai la voce roca”, ricordava due versi di Pavese che l’avevano colpita da giovane. Roco, infatti, le pareva lo sciabordio delle onde, monotono come una ninnananna, e avrebbe avuto voglia di distendersi. Lo fece, occhi al cielo e al lieve smuoversi delle nubi.

Quello era l’unico panorama che riusciva a renderle concreta l’immagine dell’infinito, più che le altezze delle montagne, lo sconfinamento delle pianure tutte uguali. Cielo e mare fusi uno nell’altro, senza barriere, in eterno. Costanza si sentiva partecipe dell’aria, leggera e felice. Bevve un sorso di aranciata, sfogliò qualche pagina del suo libro.

Lontana, ma limpida e veloce, si avvicinava da destra la figura minuta di una ragazza, capelli lunghi e scomposti, una giacca a vento rossa. Osservandola più attentamente si accorse che, poco più che adolescente, alzava un braccio accennando un saluto. Quando le fu accanto, la sentì pronunciare con forte accento romano: “Salve. Che fa, se riposa?”. “Sì, guardo il mare”. Educata, nemmeno troppo infastidita, semmai sorpresa dalla spavalda ingerenza della giovane. “Bello. Non s’annoia?”. Senza aspettare risposta, si lasciò cadere seduta accanto a lei, gambe incrociate. “Samantha”, si presentò. “Con l’acca”. “Piacere”. A Costanza, voce pacata e seria, non sembrò necessario ricambiare la confidenza.

Ma la ragazza cominciò a parlare, torrentizia e confusa, del perché era lì, approfittando della pausa dal lavoro nel negozio in cui serviva, e del motivo per cui non le andava di tornarsene a casa a pranzare in famiglia. Raccontava, non richiesta, punteggiando il discorso di esclamazioni ahò ahè, cche te pare, cche credi? Bel faccino espressivo, occhi e riccioli scuri, sorriso infantile, mani sfarfallanti: la professoressa sessantacinquenne ascoltava materna, pensando a quanto la sua Matilde liceale efebica era cresciuta diversa da questa Samantha con l’acca. “Chi più felice delle due?”, si chiedeva.

“Ce bagnammo i piedi, cche dici?” la tentava ridendo, “se c’hai il cell, magari ce facemmo un selfi e te ricordi de st’aventura nostra de oggi…”. Sguazzarono un po’ insieme, scattarono la foto in acqua, poi improvvisamente la ragazzina si ricordò che era tardi e doveva tornare in paese. Costanza rimase qualche minuto a mollo, sentendosi le gambe frizzanti e vitali, mentre la guardava indossare la giacca a vento ridacchiando, e allontanarsi col braccio alzato in un arrivederci se vedemo, che somigliava più a un addio.

Tornata a sedersi sull’asciugamano, si frizionò a lungo i piedi arrossati, riflettendo sulla sorpresa di quell’incontro, quasi un regalo inaspettato per il suo compleanno. “Non gliel’ho nemmeno detto, a Samantha, che è la mia festa”. Pentita, forse, della propria ritrosia, rispetto al fiducioso abbandono della giovane amica. “Perché così rigida, sempre?”, si rimproverava. Poi, per assolversi, le venne in mente di mandare il selfie appena scattato a sua figlia, a Colonia, perché sapesse che sua madre si era concessa qualche ora di gioia al mare.

Cercò il cellulare nella borsa. Non c’era. Lo ricercò nelle tasche interne ed esterne, svuotò tutto il contenuto sull’asciugamano, spaventata. Distrattamente, forse, Samantha l’aveva preso con sé? Si alzò in fretta radunando le sue cose nella sacca sportiva, si incamminò veloce verso il parcheggio, sperando di raggiungere la ragazza.

Nell’ansia tremante che la invase, si accorse di non riuscire a recuperare nemmeno le chiavi dell’auto, armeggiando tra tasche, borsa e borsone. Trafelata raggiunse lo spiazzo dove aveva posteggiato. Nessuna traccia della macchina. “Possibile?” si chiese, immobile come una statua.

Dietro a lei, mare e cielo di Ostia, infiniti.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 12 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

IL NATALE DI MARCO

IL NATALE DI MARCO 

Avevo già fatto una volta il giro dei giardini, tutt’intorno alle aiuole, lì dove quella mattina stessa ero stato con Marco, a spingerlo per quasi un’ora sull’altalena. Camminavo, sbattevo gli scarponi sulla neve ghiacciata, mi sfregavo le mani dentro e fuori le tasche del cappotto. Camminavo, ma la rabbia non mi sbolliva. Erano passate da un po’ le dieci e la vista mi si era ormai abituata al buio, riuscivo a distinguere le forme dei cespugli, l’ombra degli scivoli, le sagome delle panchine. Decisi di sedermi a fumare una sigaretta. Le punte delle dita erano così intorpidite che non riuscivo a liberare il pacchetto dal cellophane, e i fiammiferi mi si spegnevano subito. Finalmente aspirai la prima boccata, a fondo, con i pugni chiusi nelle tasche, le gambe dritte davanti a me, la schiena inarcata nel tentativo di tendere tutte le ossa, e i nervi.

Vidi uno che si avvicinava. Magro, alto, forse con la barba: ma io ero nel cerchio di luce pallida del lampione, lui era al buio. «Mi dai una sigaretta?» s’era fermato nella zona d’ombra, come se avesse paura. «Ci conosciamo?» gli chiesi di rimando io, sgarbato, un po’ perché ero già incavolato per i fatti miei, un po’ perché non sopporto gli estranei che mi danno del tu.    «Mi dai una sigaretta?» ripeté con la stessa intonazione di prima, strascicata e faticosa, come se non avesse sentito le mie parole. E si fece più avanti, potei vederlo in faccia.

Era una specie di maschera, bianco come uno straccio, livido anzi, con le labbra grigie, le occhiaie profonde. Scheletrico. Mi spaventai, diedi come un balzo. Si avvicinò di più. «Hai qualcosa da darmi?» Pensai dovesse essersi appena fatto, o, al contrario, fosse in crisi di astinenza. «Non ho niente – risposi in fretta – Ho lasciato il portafoglio a casa». Si buttò a sedere nello spazio che istintivamente gli avevo lasciato libero, ritraendomi, sulla panchina. Doveva aver mangiato della neve perché barba e baffi erano tutti bagnati e spruzzati di bianco. Lo guardavo ipnotizzato. Era spettrale, irreale. Portava delle scarpe leggere, da tennis, e dei jeans di velluto, un giaccone nero, un berretto di lana. «Mi dai una sigaretta?» gli tremavano le mani, e anche a me, quando gliene accesi una. «Non c’è gente, eh? Non c’è nessuno stasera. Cercavo i miei amici». «Lo sai che sera è?» gli chiesi, ma pareva non ascoltarmi. «Fra due ore è mezzanotte. È Natale». Alzò il mento dal bavero con un’aria stupita, o forse solo ottusa. «Sai cosa vuol dire Natale?» insistetti. «Per questo ci sono tante luci…» guardava oltre i platani, verso via Mario Pagano, dove le finestre dei palazzi erano quasi tutte illuminate. «La gente mangia. Beve. Fa il cenone di Natale». Cercavo di parlare chiaro e lentamente, mi pareva mezzo idiota e volevo fargli entrare nel cervello un concetto per volta.

Fumava con avidità e tremava tutto. «Ma i miei amici dovrebbero essere qua lo stesso» strizzava gli occhi provando a penetrare il buio, voleva vedere se sbucavano chissà da dove, quei suoi fantasmi di amici. «Forse non sono venuti perché è Natale» tentava di convincersi. «Festeggiano il Natale, i tuoi amici?» sembrava scemo, invece capì la mia ironia e fece una risatina sommessa. «Ma io non sono di qui. Che zona è, questa?» si era perso, poveraccio, imbottito di roba com’era, vagava da chissà quanto tempo. «Lì è via Mario Pagano, là dietro Piazza Buonarroti. Zona Fiera» spiegai. «Zona Fiera – ripeté – Non è San Siro?»  «No. È zona Fiera». Diede un calcio di tacco a un grumo di neve. «Ma qui non è San Siro? Dovevo andare a San Siro». «San Siro non è lontano, però sono sempre un tre quattro chilometri». Lo vidi che si scoraggiava, ricadeva indietro contro lo schienale. Allora cercai di consolarlo. «Ma forse stasera non troveresti nessuno neanche a San Siro. È Natale». «Hai qualcosa da darmi?»  «Me lo hai già chiesto. Ho lasciato il portafoglio a casa». «Balle» rispose, e fece un fischio involontario con le labbra. «No, guarda, è vero. Io abito lì di fronte. La terza finestra da sinistra, al quarto piano. È il mio salotto». Alzò gli occhi a seguire la mia mano. «Ho litigato con mia moglie, e allora sono sceso a prendere un po’ d’aria». «Hai litigato a Natale?» Pensai che era idiota del tutto, a fare domande così. «Be’? Ho litigato a Natale. Be’? – mi innervosiva – Lo sai come sono le donne, no?»

Chissà se lo sapeva, teneva gli occhi bassi e tremava. «Ce l’hai una donna?» «Avevo una ragazza ma adesso sta con un altro». Completamente indifferente a tutto, anche alle parole. «Avrai una madre, almeno… Le madri sono quasi peggio delle mogli. Attento qui attento là, non sporcare qui non sporcare là. E rompono, rompono…» Imprecai, stavo scaldandomi ancora. Lui rideva piano, tra sé, forse pensava a sua mamma. Allora gli raccontai tutta la storia, di quanto ci avevo messo a preparare il presepe per il bambino, quasi una settimana; e che mi ero fatto portare la paglia da un collega che abitava verso Crema, e aveva una cascina; e insomma tutto quanto. Lui mi ascoltava, e intanto col tacco smottava la neve a colpi secchi, con forza, scavava come un buco per terra, e mi diceva «Vai avanti», in continuazione. «Vai avanti…». «Il bambino è stato tutto il giorno con me, sai come fanno i bambini quando hanno il papà solo per loro. Ha sette anni. Eccitatissimo per i regali, per quanto non ci crede più… È un ragazzino sveglio. Comunque è venuto fuori un bel presepe, da far concorrenza a quello della chiesa…» «Vai avanti». «Ci avevamo messo lo specchio per lo stagno, con sopra le ochette, poi il cielo di carta stagnola, il muschio. Tutto, insomma, tutto. Pastori, pecore…»

Gli offrii un’altra sigaretta, restammo un po’ in silenzio. «Vai avanti» disse ancora. «Niente; lei, mia moglie, a raccomandarci, a interromperci continuamente. Secondo me perché è gelosa. È gelosa che io e il bambino andiamo così d’accordo. Mi sembra chiaro, no? Oggi doveva fare le ultime spese, perché loro si riducono sempre all’ultimo momento, le donne. Va be’ che lavora anche lei, comunque io mi sono tenuto il bambino con me per lasciarla libera. L’ho portato qui ai giardini, stamattina». Lui continuava con questo scatto della gamba sulla neve, forse un tic nervoso, ai drogati gli vengono come delle crisi, ho letto. «Insomma, lei doveva fare delle spese, e una sola cosa per noi: comprare il Gesù Bambino. Solo questo. Comprare il Gesù Bambino per il presepe. Perché noi abbiamo questa tradizione di comprarlo nuovo ogni anni, e poi alla Befana lo buttiamo via».

Espirai forte una nuvoletta di fumo, lui vicino a me fece lo stesso. Tremava di meno, ma muoveva sempre la gamba. Sotto la panchina aveva ammucchiato una montagnetta di neve gelata. «Be’, questa sera, dopo cena, con mia suocera, i regali pronti, il presepe perfetto, eccetera, le dico: “Dov’è il Gesù Bambino?”. Ci credi? Non lo trovava più. A giurarmi spergiurarmi che l’aveva comprato, però non è più riuscita a trovarlo. Il bambino si è messo a piangere. La suocera a dire che era colpa mia e via di seguito». Mi battei le mani sulle cosce. Lui trasalì. «Capacissima che non l’ha comprato apposta, per rovinarci la festa, perché è gelosa. E invece il Natale glielo rovino io, e sto qui fuori».

Lui stava fermo, immobile, sembrava in catalessi. «Mi spiace solo per il bambino, con tutto quello che abbiamo lavorato, è rimasto deluso. Piangeva, ha sette anni». D’un balzo s’accucciò a terra. Pensai gli fosse venuto un attacco: si era piegato in due e raccoglieva la neve con le mani nude. «Stai male?» chiesi. Ma lui zitto. Fece come una palla da rugby, oblunga, poi si mise a grattarla con queste dita intirizzite, che mi faceva ribrezzo. «Come si chiama il bambino?» disse. «Marco» risposi.  Mi guardò senza sorridere. «Anch’io mi chiamo Marco». E mi mise in mano quel pezzo di neve ghiacciata, scolpito con una testa, un tronco, due braccia e due gambe. «Per il Natale di Marco» disse piano. La sigaretta gli si era spenta in bocca. «Forse fino a mezzanotte dura, poi lo metti in frigo». Si alzò, lungo e magro com’era. «Non hai niente da darmi?» «No». «Per San Siro dove si va?» «Prendi la metro, dall’altra parte della strada». Si allontanò tremando.

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA     

Mio figlio cammina davanti a me, spalle spioventi, riccioli lunghi sul bavero del giaccone da pastore. Se accelero il passo e mi metto al suo fianco certo riesco a vedergli il cerchietto d’oro infilato all’orecchio sinistro, che quando mia madre l’ha scoperto si è portata la mano sugli occhi, senza dire niente. Ma io ho capito cosa pensava. Si può odiare un figlio? Dicono di no, e io Nicola non lo odio: non mi piace, vorrei che non fosse così. Speravo che il figlio mio fosse un’altra cosa, no questo ragazzo che si fa chiamare Niki, e si firma come Lauda, e parla più svizzero che italiano: perché non vuole, perché non lo sa.

Nicola cammina dondolandosi, con le mani in tasca, senza voglia. Non gli piace il paese, non gli piace il Natale, e neanche venire a Messa. Neanch’io ci vado, a Messa, neppure stanotte che è Natale; ma li accompagno fino alla chiesa per far felice mia moglie. Li accompagno fino in piazza, loro tre, e li aspetto fuori a godermi questa notte freddissima di Lama, a guardarmi la Maiella incappucciata: proprio come facevo da ragazzo, quando sognavo la fidanzata e il lavoro e di andarmene per il mondo. Nicola, piuttosto di starsene fuori con me, se ne entra con la madre e la sorella: ha paura di dovermi parlare, o che io gli faccia i miei soliti discorsi. Mi chiedo com’ero io, a diciassette anni, e concludo: diverso. Leggevo tanto, invece a mio figlio chi gliel’ha mai visto un libro in mano? Non sapevo ballare, e lui sa fare solo quello: con movimenti da epilettico, immagino, ma non potrei giurarlo perché non sono mai stato in discoteca con lui. Io credevo nel comunismo. Qui a Lama, duemila abitanti, avevamo aperto una sezioncina, e andavamo in giro col distintivo sulla giacca. Duro, poi, abituarsi alla Svizzera degli anni ’60, da comunista. Ci credo ancora. Siamo rimasti in pochi. Nicola non crede a niente. Mi guarda ironico, se commento alla mia maniera il giornale. Non lo dice, ma mi prende per scemo. Pensa sia un illuso, un ingenuo.

Lama è cambiata, in venticinque anni. Hanno costruito le scuole, anche le medie, hanno ripavimentato le strade, fatto parcheggi perché ormai ci sono quasi più macchine che persone. Molti di quelli che erano venuti via con me sono ritornati a vivere qua per sempre. Io non me la sento, ho paura di sbagliare: per me, che sono ancora giovane, ma soprattutto per loro, per i ragazzi.

Si avvicina uno col montone, la moglie in pellicciotto. «Benedetto!» mi urla. Grandi pacche sulle spalle, le due signore si baciano. Nicola alza gli occhi al cielo. Non lo riconosco, ma faccio finta di sì, aspettando che quello che dice mi aiuti a riscostruire la sua storia. «Hai messo su pancia!» fa. Anche lui, penso, ma chissà, forse l’ha sempre avuta. Le donne si prendono a braccetto, chiacchierano veloci. Lui si mette a raccontare della sua Alfa 164 che ha lasciato in garage per paura che gliela graffiassero, vuole sapere che auto ho io. «Siamo venuti in treno» gli rispondo, e lo vedo piccato. Dice che si è ristabilito a Lama da quattro anni, che ha aperto una fabbrica di oggetti in peltro, e che gli affari gli vanno benino: ma si vede che bluffa, guadagnerà tre volte quello che prendo io come capocantiere a Lucerna. I miei ragazzi camminano davanti a tutti, io glieli mostro, da dietro, lui mi dice che purtroppo non hanno figli, ma due nipoti maschi che lavorano con lui gli danno grandi soddisfazioni. Comincio a intuire chi può essere, da giovane lo chiamavamo Carlino, non aveva finito la naia per un’ernia, e poi era vissuto in Germania per vent’anni.

Siamo quasi arrivati alla chiesa. L’hanno ridipinta di quel colorino rosa che va tanto di moda adesso, e che io non posso sopportare. Dentro una chiesa non ci metto piede da quando mi sono sposato. Diciotto anni.   C’è un sacco di gente, mancano dieci minuti a mezzanotte.

Vedo mio fratello più giovane, che fa l’animatore in parrocchia: non ci siamo mai capiti. Mi fa un cenno con la mano. «Auguri, auguri». «Auguri, auguri». Mi sento lontano da tutti, diverso da tutti. Mia moglie, eccitata come se andasse al veglione, mi stringe il braccio. «Dai, Benedetto, vieni anche tu». Io scuoto la testa, ci vorrebbe proprio questa, mi viene sulle labbra una parolaccia che trattengo a fatica. Carlino o come si chiama sorride incredulo: «Ancora la stessa idea? Caro mio, guardati intorno!» «Intorno?» penso, per vedere facce pasciute come la sua, mio figlio che accenna un sorrisino beffardo, mia moglie che starnazza: «No, no, è cambiato: adesso è diventato pidiessino…». Brutta oca che non capisce niente; non hai mai capito niente di partiti e deve dire la sua su tutto. La ragazzina mi guarda, un po’ spaventata un po’ solidale, la mia Tania: ha tredici anni ed è la più in gamba della famiglia.

Piano piano entrano tutti, sempre belando come pecore, commentandosi a vicenda, sparlando di chi gli sta di dietro, da bravi cristiani. Io mi siedo sui gradini, fuori dalla chiesa. Un poco discosto da me, due vecchi si raccontano le loro storie, guardandomi ogni tanto, come volessero coinvolgermi nei loro discorsi. Hanno addosso i mantelli neri che si usavano trent’anni fa, il cappello calato sugli occhi. Da dentro si sentono le note dell’organo, suonato sempre dalla signorina, ormai settantenne, che mi faceva lezione di catechismo quando ero piccolo. Sono canzoni che ricordo ancora. Mira il tuo popolo, Salve Regina, Noi vogliam Dio. Fumo una sigaretta e me le ripasso, così com’erano scritte sul libriccino madreperlato di mia sorella, e sorrido quando mi ritorna in mente quell’espressione riferita alla madonna, ‘avvocata nostra’, che mi riempiva di ammirazione e stupore per le abilità legali di Maria, mai sospettate.

Il cielo di Abruzzo è sempre lo stesso, anche a dicembre, anche di notte. Mi sembra così diverso da quello di Lucerna, sarà che là non lo guardo mai: chi si mette a contare le stelle, in Svizzera? Invece qui è vicino, sembra che se alzi un braccio puoi immergere la mano nel blu-nero, e ritirarla felice e scottata come se avesse toccato il paradiso. “O falce di luna calante” … Una volta sapevo il mio D’Annunzio a memoria, adesso mi ricordo pochi versi: “Senza mutamento è l’aria”, o quello che mi sono ripetuto tante volte, quando non riuscivo ad addormentarmi per la nostalgia, ma mi commuove ancora: “Ah perché non son io co’ miei pastori?”

Eccomi qui, coi pastori che non ci sono più, con la Maiella che incombe, e due vecchi che mi osservano. Uno di loro mi si avvicina: «Freddo, eh?», ma non aspetta risposta. «Siete comunisti?» gli domando, e loro si guardano, un po’ spaventati, in silenzio. «Perché non entrate in chiesa?» proseguo. «E te perché non entri?» mi ribatte il più spiritoso dei due. Ridacchio, mi stringo nel cappotto. «Sono comunista» rispondo; che strano, come se fosse una sfida, con orgoglio e presunzione. «Non credo in Dio» continuo, pronto a fargli una lezione, di filosofia e di politica insieme. «Dio…- alza il dito ad ammonirmi il più timido – Dio è in ogni luogo. In cielo, in terra e in ogni luogo. Anche nei comunisti». «E poi una cosa è Dio, una cosa Gesù Bambino che nasce stanotte» rincara l’altro. Scuoto le spalle, penso di essermi imbattuto in due veterani di Comunione e Liberazione. Schiaccio la sigaretta sotto la scarpa. «Anche noi abbiamo le nostre canzoni». Fischietto “L’Internazionale”. Loro non mi degnano più di uno sguardo. Passo alle note di “Fischia il vento”, che fa sempre presa, è corale e buona come la loro “Ostia divina”. Mi viene in mente una delle ultime sfilate per il Primo Maggio, in Svizzera. Ormai non ci vado più, sono diventate patetiche. Ma dieci anni fa era ancora rischioso, e tutti insieme lì, coi compagni, a sventolare bandiere, ad applaudire, ti sentivi tessera di un mosaico, strumento essenziale di lotta. Tu e i compagni e il partito e la rivoluzione. Eravamo comunisti. Adesso siamo pidiessini. Ci schedavano. Adesso vengono a patti, ci danno anche ragione. Forse abbiamo vinto. 

Dalla chiesa non arriva più musica, né voci. Sarà il momento della predica o della comunione. Loro sono stati più abili di noi nell’inventarsi dei segni, dei simboli. Noi, in fondo, oltre al pugno chiuso, alla falce e martello che non esiste più, alla bandiera rossa che è stata ammainata, non abbiamo altro. Loro hanno la croce, la confessione che li libera da ogni peccato e tutte le volte che vogliono ritornano puri, intatti. Hanno la comunione con Dio, possono diventare Dio. Chi li vince, a questo punto?

Mi fumo, con la nuova sigaretta, lo sconforto, la delusione di me ragazzo e uomo che ha sperato e creduto nel sol dell’avvenir: ed ecco che improvvisamente gli dicono «Compagno, non era vero niente, abbiamo scherzato…». Mi alzo a sgranchirmi le gambe. I vecchi hanno ripreso a parlottare, poi si avviano verso il portone di legno della chiesa. Vorranno prendere la benedizione finale. Li guardo, curvi sotto i loro cappelli, più vicini degli altri alla terra che presto raggiungeranno.  Hanno bisogno di credere nella resurrezione dei corpi, io invece so che rimarrò polvere in eterno, e chi si è visto si è visto. Mi avvicino al presepio che hanno messo lì in una nicchia esterna della chiesa.  

Da bambino mi piaceva il bue per le grosse pieghe che ha sul collo: sembrava tanto annoiato di dover stare seduto quindici giorni in mostra, a masticarsi una manciata insipida di fieno. E poi, tra il popolo accorso a fare festa, amavo il pastore con l’agnellino sulle spalle e il cappello verde sulle ventitré, e la contadinella con le trecce e col bastone che custodisce le oche. Pensavo fossero fidanzati, e ogni giorno li avvicinavo un po’ di più, e a Natale li mettevo proprio appiccicati, piedistallo contro piedistallo. Ci sono anche in questo presepio sotto la Maiella. Mi passo la mano sugli occhi, sto diventando vecchio.

Si schiude il portone di legno, cominciano a uscire alla spicciolata, e con la gente escono le note dell’organo, le voci stridule delle donne: “Tu scendi dalle stelle”. Sono convinti di essere diventati più buoni.

Me, non mi avranno mai.

(1990)

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010  e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN CORNICE

IN CORNICE

“Incorniciamo momenti” riflette. “Non visi, non parole”. Sono solo i momenti che pretendono la nostra memoria, anche se poi si confondono, sfumando i contorni del tempo in cui li abbiamo vissuti. Cos’era stato, e quando, il primo sguardo innamorato di Enrica? In che anno aveva mentito per difendersi, a che età si era scottata la lingua bevendo il caffè, in quale mare si era tuffata con gli amici di notte? Adesso cammina, aspetta un aprile, una nuova estate, un altro autunno. È appena mattina. Non sa esattamente dove andare, a chi accompagnarsi. Si guarda intorno come non avesse mai preso coscienza di quello in cui inciampa: con i piedi, con gli occhi. Una certa vaghezza lentamente le occupa l’anima, quasi si stesse allontanando da tutto, persino dai suoi confini di pelle. Ma vuole resistere, e in questa resistenza tenera e tenace, esistere. Arriva un autobus, il 94. Enrica sale, paga il biglietto, si siede nell’unico posto libero in fondo, che pare attendere proprio lei. Fronte appoggiata al finestrino, il fuori della strada le scorre davanti con la vivacità di svariati colori, movimenti, suoni. Lei non li possiede, non sono suoi. Non le appartiene il battito sprecato del mondo, la vita incosciente che brucia senza accorgersene.
Un ragazzo in motorino sfreccia tra le auto in colonna, sgusciando in spavalde gimcane a ostacoli per provocare con la propria insuperabile agilità imponenti fuoristrada, ridicole utilitarie, lussuose decapottabili. Si becca improperi da bocche inutilmente spalancate, occhiate furiose, stizziti ululati di clacson: sorridendo impavido solleva il braccio destro, alza il dito in un gesto di scherno. Al rosso prolungato di un semaforo, trionfa spudorata e chiassosa la pubblicità di un negozio di scarpe: Svendita eccezionale, annunciano cartelli cubitali, Saldi! Saldi! Saldi! Saldare, cosa significa? Enrica ripassa mentalmente sinonimi – unire, fondere, risarcire, cicatrizzare, liquidare… – per attutire il sobbalzo del cuore che resuscita un dolore sepolto. Davanti a un palazzone, sede probabile di qualche ufficio amministrativo, si è formato un capannello di persone già stanche prima di iniziare la giornata: si troveranno di fronte impiegati irritabili, moduli incomprensibili da compilare, litigi per la precedenza nella fila. In vacillante equilibrio presso la porta posteriore dell’autobus si spintonano quattro o cinque donne, ansiose di precipitarsi all’esterno per unirsi al pubblico dei questuanti. Tra loro, una ragazza con gli auricolari canticchia una canzone famosa, a voce bassa, ma ben udibile da chi le è vicino: «Yesterday, all my troubles seemed so far away». A Enrica sembra un presagio, un’indicazione inviatale dal destino, e le viene da proseguire sulle stesse note con le parole successive: «Now I need a place to hide away…». Lei sa dove conduce il 94, lontano dai rumori della città, verso una periferia campestre: lo sanno i pochi passeggeri che sono rimasti seduti, sparsi nella vettura: taciti, immobili nei loro pensieri, in attesa. Sa cosa si nasconde in fondo allo stradone sterrato, che dall’ultima fermata si allunga tra prati incolti, pozzanghere, muri di case abbattute. I suoi pochi compagni di viaggio si dirigono lì. Scende con loro. Ma quando svoltano verso l’abbazia, non li segue. Vanno a pregare, a chiedere conforto, a ringraziare per il dono di un miracolo insperato. Sarebbe ipocrita e vile, adesso, domandare aiuto a qualsiasi dio. Meglio convincersi di non valere nulla per nessuno, nemmeno per improbabili divinità, e accettare di essere inessenziali. L’aria intorno comincia a illuminarsi, a intiepidirsi. Enrica va, procede nei viottoli che si intrecciano, sassosi, tra folte barriere di verde scomposto. Cerca uno spiazzo d’erba, una radura ospitale tra i rovi. La trova. Si siede sull’erba ancora umida di rugiada notturna. Poi si sdraia, occhi al cielo striato di nuvole sottili, bianche. Silenzio e profumo di terra. Si farà sentinella di questo profumo e di questo silenzio. Lascerà che le crescano dentro, che la avvolgano fuori, rendendola invulnerabile. Via rancori, paure, malinconie. Attraverserà il mondo protetta da una pacificata solitudine. Grazia è dimenticarsi, aveva scritto qualcuno.

 

Dal romanzo In cornice. (Ultimo capitolo)

Ensemble Edizioni, Roma 2019

 

IN CORNICE

IN CORNICE

Si può pensare così intensamente a qualcuno che non c’è – non perché sia lontano da noi in questo momento, ma perché proprio non c’è più, non esiste da nessuna parte, si è dissolto, sciolto, diventato terra, polvere, umori sparsi – al punto da costringere questo qualcuno a ritornare, diventando ancora presenza materiale, facendosi nuovamente corpo? La voce, che non esiste più, tace per sempre, voce per caso incisa su un registratore, anonima voce da consiglio d’amministrazione, che è fissata su un nastro uguale a se stessa in eterno: si può farla andare avanti indietro falsarla nei toni, e ripete continuamente le sue inflessioni, parole in fila immutabili, voce di fantasma non più viva. Che può tornare a ricomporsi, però, a tremare a urlare a dire cose carine o tremende, indipendentemente dalle sue corde vocali distrutte e sparite, ricomponendo i suoi suoni diffusi nell’aria, svolazzanti perduti nell’universo, sillabe sparse che improvvisamente si riconoscono, perché sono state emesse, sono esistite davvero, una volta: e quindi per sempre. Ci sono, chissà dove, quelle parole dette, continuano a vivere a risuonare, ripetendosi in eterno. E quei tronconi di parole, mozziconi di frasi, si riconoscono, appunto: uno rimasto nell’armadietto del bagno, l’altro infilato nel cruscotto dell’auto, l’altro ancora bloccato nella stanza d’ospedale dove è stato articolato per l’ultima volta: “Ehi, tu” si chiamano l’uno con l’altro, “appartieni anche tu alla mia voce?”  “Ehi, tu! In che occasione sei stato detto?”, “Vieni che ci stiamo radunando tutti!”.

Ed eccole, le parole di suo padre che si mettono tutte in fila, le parole che lui ha pronunciato nella sua vita si chiamano tra di loro negli abissi del cielo e dai burroni della terra dove sono andate a ficcarsi, si ammucchiano tutte insieme per ripetersi, parole numerosissime benché lui fosse poco loquace, dalla prima che probabilmente era stata “mamma” all’ultima “mi gira la testa”. Si contano quante erano, miliardi di parole. E tra queste, quelle che lui ha rivolto a Enrica – saranno state centomila? Trecentomila? Lei vorrebbe ricordarsele tutte. Le poche volte che l’ha chiamata per nome, le altre volte che l’ha rimproverata: ma anche quando si sono intenerite su di lei, incoraggiandola pudiche –, le parole per lei, diventate sue per sempre, e se ne ricorda così poche, adesso si riaggiustano e si ricompongono, magari creano nuove combinazioni, nuove frasi, eccole per lei diventate discorsi. Voce di suo padre così particolare, con un lieve accento dialettale che l’ammorbidiva, e sennò bassa, baritonale, severa. Voce di un morto che le parla, e non è un sogno, anche se non ci crede nessuno, le dice delle cose che non ha mai detto, quello che lei gli vuole far dire. Ubbidisce. La chiama per nome. Le racconta dov’è – Enrica chiede “dove sei?”. Lui risponde “qui” – , come sta, assicurandole che la vede, le conosce i pensieri, sa.

Una volta la stessa voce, una volta sola, le aveva letto una storia dietro a molte insistenze della madre, che vedeva la soggezione della figlia e ne era preoccupata: allora incoraggiava il padre a essere più affettuoso, costringendolo a fare cose che lui di sua iniziativa mai si sarebbe sognato. E questa storia era L’uccello di fuoco, che avrebbe dovuto invogliare la bambina al sonno, avrà avuto sette anni ed era distesa sul suo letto, suo padre seduto su una sedia col libro sulle ginocchia, leggeva monotono mentre lei lo guardava sbarrata. Sbadigliava, stava per addormentarsi lui, e Enrica affascinata non chiudeva gli occhi perché voleva ricordarsi quel momento per sempre. Quante parole avrà pronunciato quella sera, suo padre, parole non sue però dedicate a lei, frasi neutre in cui tuttavia avrà dovuto riconoscersi per un attimo?

Un’altra volta era successo che lui per più tempo avesse parlato della figlia, per la figlia. Era forse al liceo, gli aveva portato a casa un tema con un voto molto alto, e lui, probabilmente perché in maniera indiretta voleva rimproverare la mediocrità del fratello, l’aveva letto. A tavola, l’aveva proprio letto tutto quanto, dal titolo al giudizio della professoressa, tra gli «Ah!» e gli «Oh!» della Rosa, gli sbuffi ironici di Alberto: ma lui imperterrito leggeva, e sembrava così orgoglioso. Ed Enrica del suo orgoglio si sentiva fierissima. Come della domanda finale, ingenua, infantile: «Ma come fanno a venirti in mente tutte queste idee?».  Con ammirazione vera, aveva confessato: «Io non sarei arrivato a finire mezza pagina».

Tutte le parole di suo padre, la favola, il tema, parole sparse durante trentacinque anni della vita di Enrica, si raccolgono qui questa notte, energia diffusa intorno che si fa materia concreta, ridiventa suono, si riveste della sua voce di un tempo per tornare a lei facendosi capire. Quante cose non dette, in una vita. Quanto si poteva raccontare, quanto spiegare e invece si è preferito tacere, far finta di niente. Rimprovero che durerà sempre, il non aver saputo parlare, non aver avuto la sfrontatezza di comporre un numero telefonico, di scrivere una cartolina. Frasi non pronunciate, gesti non fatti che riempiono i giorni. Pentirsi di non aver dato, di non aver preso.

Ma questa notte è l’ultimo regalo di suo padre, le dice tutto, solo a lei perché nessuno o nessun’altra ci crederà. Le spiega perché non si è mai confidato e perché ha tenuto lontana la confidenza di lei, accontentandosi di forme esteriori, di formule e viatici svuotati. La scusa se è stata uno scrigno, incapace di aprirsi, rancorosa nel vietare agli occhi di lui anche solo uno sguardo più affettuoso, troppo fedele a un silenzio severo che è durato negli anni. E nel silenzio si fraintendevano.

Come una notte di vent’anni prima, che a un saluto veloce, congedo affrettato, superficiale, “ciao ciao” del padre, risposta a un faticoso e pieno di buona volontà “dormi bene” di lei – perché l’aveva visto stanco, e voleva dirgli, appunto, il suo bene –, lui dopo due ore che Enrica era insonne a letto aveva aperto la porta della sua stanza, affacciandosi appena, ma chiaro nella luce del corridoio, altissimo le sembrava, sacerdotale in un gesto che chissà se ripeteva tutte le sere, quasi di benedizione nell’aria, o un vergognoso segno di croce, era venuto a salutarla, a vegliare angelo custode sul sonno della figlia che temeva inquieto. E adesso torna, voce benedicente e cara che finalmente lei può ringraziare.

Dal romanzo In cornice

Ensemble Edizioni, Roma 2019