DIVENTARE CIO’ CHE NON SIAMO

DIVENTARE CIO’ CHE NON SIAMO

Appoggiata al balcone che si affaccia sul lago, osservo a pochi metri da me la palma che spinge le sue foglie fin quasi a toccarmi: o sono io che le sfioro e mi pungo le dita al tatto con le loro punte aguzze. Riuscire a registrare ogni impressione, visiva, uditiva o tattile: riuscire a rendere colori e profumi, e quello che ai sensi sta dietro, o dentro: questo si vorrebbe raggiungere quando si scrive.    Diventare ciò che non siamo, l’altro da noi: prestare la nostra voce a chi non parla, farsi imbuto ed espressione di qualcosa che ci supera, e ci sconfina.

Ero ragazzina, sdraiata su un prato in pendio, lasciavo che l’erba mi solleticasse le mani e i polpacci nudi, premendomi contro il terreno, di cui individuavo le asperità sotto la schiena. La terra sotto di me, il cielo sopra, un cielo pomeridiano di quasi estate: lo guardavo con l’intenzione decisa di farlo mio, di impossessarmene in ogni sfumatura, in ogni accenno di nuvola. E piano piano questo cielo scendeva, mi veniva addosso, pesava sul mio corpo dodicenne, lo assorbiva in sé. Mi promisi: «Ricorderò questo momento per sempre», e ancora: «Lo racconterò, tutto», pensando all’erba tra le dita, alle zolle sotto la schiena, all’azzurro in cui ero fusa. Più tardi cominciai a interessarmi alle persone, a quelle che mi stavano intorno e alle sconosciute. Arrivavo a seguire i passanti per strada, sperando di vivere così qualche momento, per quanto inessenziale, marginale, della loro vita.

Se scrivo, oggi, mi accorgo di scrivere soprattutto d’altro e non di me: di essere portata addirittura a farmi altro. Rincorro un’empatia con chi non sono, cambio età, sesso e natura: divento due extracomunitari alla ricerca di un sabato sera diverso, o Hans Castorp alle prese col suo amore, oppure un curato di periferia che preferisce la compagnia di Dio a quella dei suoi parrocchiani. Divento anche Gemma Donati, e gli oggetti del mio appartamento, o il lago che adesso mi sta di fronte, senza nemmeno supporre che esisto, e lo sto guardando.

Questo credo debba essere la poesia; un occhio partecipe e distaccato insieme su ciò che non siamo, con una preferenza per «la pietra scartata dai costruttori», perché «diventi testata d’angolo».     Non sopporto il pastiche linguistico, la poesia che scrive di se stessa e che si fa il verso, il gioco da salotto: mi sembra addirittura amorale, nella mia severità calvinista. Penso che scrivere sia un grosso privilegio, in qualche modo da scontare ponendosi al servizio di ciò che deve essere scritto. E che il compito di un poeta sia quello di scrivere bene, affinando quindi la sua abilità artigianale, i suoi strumenti: per diventare lui stesso strumento d’altro. Chi sia che parla attraverso un poeta non lo so, e forse non mi interessa saperlo: se l’inconscio collettivo, o l’angelo rilkiano, o la ruah ebraica. So che mi capita di essere scritta, di essere usata da un’intenzione più forte di me, che si serve della mia sensibilità, del mio sguardo particolare sulle cose (e non è uno sguardo migliore o peggiore di altri, però è il mio): e ciò che mi circonda e di cui parlo patisce e utilizza la mia inquadratura, il mio modo di usare la metrica e le rime, travalicandomi. Sono un puro pretesto, e un pretesto addirittura spaventato, inadeguato, per un’incombenza che sento come una responsabilità.

La prima poesia de La Trilogia Spagnola di Rilke, che in realtà è una preghiera, lo dice mille volte meglio di quanto sto tentando di fare adesso.

 

LA TRILOGIA SPAGNOLAI

Di questa nube che copre improvvisa
la stella poco fa ancora visibile – (e di me),
di questi monti, in fondo, che ora avranno
notte, venti notturni per qualche ora – (e di me),
di questo fiume a valle che riflette il chiarore
di lacerate radure celesti – (e di me);
di me e di tutto questo fare un’unica cosa,
di me, Signore, e di ciò che sente
il gregge quando chiuso a riposare
nel suo stabbio sopporta il grande oscuro
annullarsi del mondo – di me e d’ogni luce
nella folla e nel fosco delle case, Signore:
fare una cosa sola, degli estranei, perché
non uno io conosco, e di me, di me, Signore,
fare una cosa sola; dei dormienti,
dei vecchi estranei nell’ospizio
che nei letti tossiscono gravi, di bambini
ebbri di sonno stretti a un petto estraneo,
di molte incerte forme e di me sempre,
di me solo e di ciò che non conosco
fare la cosa, Signore, la cosa
di terra e mondo che come meteora
nel suo peso non è più che la somma
del volo: e altro non pesa che l’arrivo.

 

Come raccontare la carezza su un volto molto amato, e le dita che tremano; come parlare della risata della mia figlia più piccola, e della maggiore che balla da sola davanti allo stereo; cosa dire di nuovo e necessario sul lago increspato che mi sta di fronte. Ciò che vorrei è diventare «una cosa sola», volo e peso, terra e cielo, fino a ridurre tutto a un unico approdo, all’essenziale «arrivo».

In Il Rosso e il Nero n. 16, 1999 e in Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

GRINZING: L’AUTOBUS ERA IL N.38

GRINZING: “L’AUTOBUS ERA IL N. 38”

 All’Universitätsstrasse, raggiungibile in metrò (linea 1, rossa), si doveva cambiare e prendere, appunto, il 38. Ma tardava, oppure (semplicemente) non era tra i più frequenti e frequentati, il 38 che finiva la sua corsa nel sobborgo di Grinzing. Così gironzolavo tra i negozi e le vetrine del sottopasso, in attesa. E mi guardavo intorno, e mi lasciavo guardare. Da un giovanotto che a tutti i costi voleva vendermi un giornale studentesco, da una truce fornaia che non si raddolcì nemmeno quando le comprai un krapfen, da uno spazzino cingalese che come un automa puliva e ripuliva pochi metri quadri del marciapiedi alla mia destra.

Sull’autobus (quando finalmente arrivò) c’erano pochi viaggiatori. Occupai subito un posto in fondo, vicino al finestrino. La giornata era luminosa, non troppo calda: l’avvio di un agosto clemente e solidale. Il traffico intorno al bus ordinato e silenzioso, in quella Vienna ritrovata dopo dieci anni: d’estate e non più a Natale, da sola e non più con la famiglia. Mi sentivo felice: stavo realizzando un desiderio a lungo covato nell’anima.

Grinzing godeva di una leggendaria fama. Era il paese del vino e delle osterie, delle bevute e della musica popolare, delle serate passate al fresco, sotto pergolati di pampini e grappoli violastri. In pochi lo conoscevano per la ragione per cui lo conoscevo io. Seguivo con attenzione sospesa tutte le fermate dell’autobus (chi saliva e chi scendeva, chi prendeva posto e chi preferiva rimanere in piedi): confrontavo sulla mia mappa ogni nome di via, ogni piazza, distratta solo, e per poco tempo, dall’irrompere eccitato e vociante di una classe elementare accompagnata da due maestre. Dovevo scendere prima del capolinea. Non sapevo bene se una o due fermate prima. Mi aiutò a decidere un’indicazione segnaletica: “Grinzinger Friedhof”. E lì scesi.

Percorsi un vialetto alberato in salita. In fondo, un cancello con un’iscrizione severa. Prima di entrare, mi fermai a comperare i fiori: «Tre rose bianche», chiesi alla vecchia fioraia, e poi, quasi scusandomi, quasi timidamente, indicazioni su dove potevo trovarlo. «Der Musiker?», rispose. A sinistra, fila n. 6.

Sul ghiaino i miei sandali scricchiolavano. Come sempre incerta, impacciata, domandai ancora a una donna che camminava energica e sicura tra le tombe. Non sapeva, non lo conosceva. Ma era invece proprio lì, a sinistra. Fila n.6: GUSTAV MAHLER.

Posai le tre rose sul marmo. Grazie per l’andante della sesta, per l’adagio della nona, per Das Lied von der Erde.

 

«I viaggi di Repubblica» n. 403, 2 febbraio 2006

I SASSI

I SASSI             

La suora aspettava. Seduta, dietro la cattedra, con le mani incrociate intorno al rosario, con gli occhi bassi: pregava. Ogni tanto alzava lo sguardo da topo, in fretta, passandolo sulle nostre teste, a controllare che nessuna parlasse, o si distraesse. Aveva imposto: silenzio!, sollevando in aria il mento e il braccio a indicare qualcosa che doveva scendere dal soffitto (benché non ci fossero buchi o aperture di sorta) o entrare dalle finestre, nonostante fossero chiuse.

Era un pomeriggio tranquillo, dopo la ricreazione in cortile eravamo risalite in aula tutte sudate, scalmanate. E nel brusio lei, la suora, aveva dato quell’annuncio tremendo. «Gesù ha qualcosa da dire a ognuna di noi. Ad alcune parla sempre, ad altre ha parlato in occasioni speciali, ad altre ancora parlerà, quando meno se lo aspettano». E aveva preso a ruotare gli occhi sulle nostre facce, a esplorarci i pensieri. Io avevo abbassato sguardo e idee, spenta ogni riflessione: temevo che le parole di lei fossero preludio a una sofferenza che già oscuramente presentivo.

«Quando meno se lo aspettano»: doveva essere il mio caso. Escludevo la possibilità che Gesù mi avesse parlato, in passato, senza che io me ne fossi accorta. Sapevo che avrebbe dovuto farlo, per esempio, dopo la Prima Comunione: me l’avevano assicurato a dottrina. Ma nessuna voce dall’alto si era fatta sentire, e nessun bisbiglio dall’interno del cuore. Se dei pensieri mi erano venuti, in un’occasione così mistica, m’avevano spaventato per la loro irriverenza. Del tutto profani, del tipo «Uffa, questa Messa non finisce mai…», oppure «Chissà come sono venuta in fotografia?». Non me li aveva certo mandati Gesù.

«Chiamiamolo, Gesù, che scenda tra noi, e ci parli. A ciascuna deve dire qualcosa. Chiamiamolo, preghiamo». Ci fece alzare e recitare preghiere che con Cristo c’entravano poco, anche un Eterno Riposo e un’Avemaria. La Clotilde Borghese, la più tremenda e irrispettosa, glielo fece notare, alla suora. Che per chiamare Gesù bisognava pregare solo Gesù, e non i suoi parenti. Ma lei aveva scosso le spalle, si era stretta nello scialle nero, e alzando l’indice «Eccolo, eccolo, è già tra noi – aveva detto – Sedetevi, chinate la testa, pregate. Si avvicinerà al vostro banco e vi parlerà. Fate silenzio. Concentratevi».

Mi erano venuti i brividi, mentre cercavo di osservare se fosse cambiato qualcosa intorno a me, tra le compagne, in classe. Possibile che una tale presenza non si facesse in qualche modo notare?

Il silenzio era quasi assoluto, tutte sembravano impressionate. Quasi tutte. Vidi le spalle della Clotilde sussultare in un riso nervoso, il suo ciuffo muoversi tra le mani in cui aveva nascosto la faccia. Veniva da ridere anche alla Giannina, sua compagna di banco. Mentre un’altra si allacciava la scarpa.

«Gesù verrà vicino a chi di voi saprà e vorrà ascoltarlo. Solo a chi sarà puro di cuore. Se ridete, se pensate ad altro, lui se ne accorgerà. E vi punirà con il suo silenzio. Quando sarete sicure di aver sentito la voce di Gesù, quando le sue parole vi saranno entrate nell’anima, verrete alla cattedra, e mi racconterete cosa vi ha detto».  

Ebbi la precisa sensazione che da quel momento sarebbe iniziato per me un supplizio destinato a durare chissà fino a quando; che quella specie di ago che mi sentivo pungere dentro ogni volta che mi consideravo in colpa, avrebbe ripreso, da adesso, a farmi male. Mi misi seduta con le mani giunte. Guardai un attimo la mia compagna di banco, bellissima come sempre, e in posa come sempre: con gli occhi rivolti al cielo, le labbra che bisbigliavano, le dita intrecciate con forza. La Clotilde e la Giannina continuavano a ridere, a scoppi, come se stessero per soffocare. Cercai di raccogliermi nelle mie riflessioni, chiusi gli occhi.

«Gesù parlami. Per favore, questa volta almeno, parlami. Dimmi qualcosa, oggi è più importante di sempre. Dimmi quello che vuoi, sgridami. Ma fatti sentire. Devo riferirlo alla maestra». Pregavo con un’ansia che a Gesù, se fosse stato davvero lì, avrebbe dovuto far pena. In che modo chiamare Gesù? Come farsi ascoltare? Anzi no, stavo sbagliando: non ero io a dover parlare, era lui. Non era lui che doveva ascoltare, ero io. Quindi non dovevo pregare, dovevo tacere. Tacere. Tacere anche con i pensieri, che non mi portassero lontano, come al solito. Non pensare a niente. Come fossi morta. A niente. Provai. Come si fa a non pensare? Anche pensare di non pensare è già un pensiero. Cercai di immaginarmi davanti agli occhi uno spazio bianco, tutto bianco. Il niente. O la neve. Che però si porta dietro troppe cose. Via, scacciare dalla testa la neve. NIENTE. Come un cartellone vuoto parato dentro il cervello, pensare a niente.

Dal suo banco si alzò la Graziella, avvicinandosi alla cattedra, alla suora stupita che le chiedeva «Ti ha già detto qualcosa?» E lei faceva cenno di sì e le sussurrava nell’orecchio. La Graziella era tra le più brave della classe, aveva i quaderni più ordinati, con tanti bei disegnini: era come il suo nome, aggraziata, anche nel camminare, tanto che faceva dondolare il grembiule; anche nella voce, che trascinava gentile in cantilena. Sfido che Gesù l’aveva scelta per prima, e chissà cosa le aveva detto di bello, perché la suora, adesso, sorrideva.

Cominciò una quieta processione di bambine che, con regolarità, senza affannarsi, andavano a riferire alla suora il loro messaggio personale. Io ero rimasta al mio posto, immobile, sempre con le mani giunte. Ma ero in buona compagnia. Tentai di rituffarmi nella concentrazione di prima: forse la cosa migliore era cercare di immaginarsi Gesù, con la sua faccia, la sua veste, le sue labbra: ecco! Soprattutto le sue labbra. Pensarle intensamente finché si fossero dischiuse, avessero articolato qualche parola. Ma, per prima cosa, quale Gesù? Gesù bambino o Gesù in croce? La questione sollevava enormi differenze.

Mi distrasse di nuovo lo scattare in piedi, improvviso, della mia compagna di banco. «Anche lei!» pensai, mentre si dirigeva devotamente alla cattedra. Eravamo rimaste un gruppetto di cinque o sei, ci controllavamo l’un l’altra, esitanti: io già sul punto di piangere, terrorizzata al pensiero di rimanere l’unica inchiodata al suo posto, segnata a dito. Si alzarono altre due compagne. Una era la Giannina che aveva smesso di ridere. Mancava la Clotilde, e questo mi consolava: Gesù non poteva scegliere lei prima di me, io ero più buona, da sempre, la preferita della maestra. Perché non doveva parlarmi? Per cosa punirmi?

In verità aveva detto, la suora, «solo ai puri di cuore». Ero pura? Io sapevo benissimo quali e quanti pensieri – inconfessabili e tuttavia da confessare, pena l’inferno – venivano a tormentarmi in continuazione, sapevo bene con quale rammaricata indulgenza cedevo a loro. Mi chiusi il viso tra le mani, cercando di nascondere e rinfrescare insieme la pelle che scottava. Si alzò anche la Terracciolo, proprio la Terracciolo, ripetente, che in quarta faceva ancora fatica a leggere. L’ansia mi si era trasformata in panico, non vedevo più niente, mi sentivo tutti gli occhi della classe addosso e continuavo a premermi le mani sulla faccia. 

«Adesso. Vieni adesso. Ti supplico. Salvami».

Si avvicinarono alla cattedra le due che erano rimaste, la Clotilde per ultima, sempre ridacchiando. La suora mi chiamò con molta dolcezza. «Vieni, vieni anche tu. Sei la sola a non avermi detto che cosa Gesù ti ha comunicato. Vieni».

Perché non capiva, lei così vecchia, lei maestra, perché non capiva che non avevo niente da riferire? Voleva che le raccontassi una bugia? Mi avvicinai e mi afferrò per un braccio, premendomi contro il suo corpo, facendomi abbassare la bocca sulla sua cuffia. «Dimmi – diceva – Dimmi…» Le dissi, come voleva. «Niente» mi umiliai. E tornai al posto, disperata.

La vidi, un po’ contrariata, peggio, forse addolorata, aprire la finestra, invitarci a scendere in giardino. Non ricambiò il mio sguardo. Scesi, con le altre, e con un mattone sul cuore. Passandomi vicino la Clotilde accennò di nuovo a una risatina, ma io la bloccai furiosa «Buffona, pagliaccia!», urlandole contro. Alzò le spalle, facendomi cenno col dito che ero matta. Non ce l’avevo con lei, ma con chi l’aveva preferita a me, dopo tutto quel ridere. E con la suora che mi aveva costretto a rivelarle quello spaventoso nulla, quel vuoto di comunicazione cui ero stata, io sola, condannata. Andai a sedermi su una panchina, all’ombra, mentre le altre si disperdevano tutt’intorno, leggere, esaltate nel loro stato di grazia…

Mi chinai e, con un gesto che ripetevo ormai da mesi, mi infilai tre sassolini in ogni scarpa. Non avevo patito abbastanza, se ancora non ero riuscita a diventare “pura di cuore”. Mossi i piedi in modo che almeno un sassetto finisse sotto le dita, dove faceva più male. In tal modo mi punivo, da tempo, con tanta ferocia mortificavo la carne e con tanto fanatismo esaltavo lo spirito, che mia madre spaventata aveva consultato il nostro vecchio pediatra, ricevendone risposte rassicuranti: «Cambierà, cambierà…» Ma la suora, durante un colloquio coi genitori, aveva preso i miei in disparte, mettendoli al corrente commossa del suo presentimento che rasentava ormai la certezza: io mi sarei donata a Dio, avrei offerto la mia esistenza alla Chiesa. Mia mamma mi aveva guardato con tale apprensione, riferendomi le supposizioni della maestra, che mi ero sentita in dovere di smentirle, di sbeffeggiarle addirittura. Da allora, tuttavia, mi vedevo spiata, controllata, sia a casa sia a scuola: e facevo attenzione a non comportarmi diversamente dalle sorelle, dalle compagne.

Per accontentare tutti, stavo imparando a essere una bambina infelice.

Mi si avvicinò la Clotilde, aggredendomi con la solita sfrontatezza: «Sei rimasta male perché Gesù non ti ha parlato?» Come faceva, mi chiedevo, a essere tanto indelicata, a non capire che mi feriva? «Chi ti dice che non mi abbia parlato?» «Io credo che non abbia detto proprio un bel niente a nessuno». «Cosa dici? Tutta la classe ha ripetuto alla maestra le parole di Gesù». «Si saranno inventate tutte una frase, come ho fatto io. Sai cosa ho detto? Che Gesù era contento di me, e mi raccomandava di continuare così».

A una tale mostruosità, balzai in piedi spaventata: «È un sacrilegio!» Vedevo aprirsi davanti alla Clotilde l’abisso infernale, alzarsi le fiamme che lambiscono gli spergiuri e gli infedeli. Lei rideva del mio stupore, del mio terrore. «Anche la Giannina si è inventata la risposta. Me l’ha confessato poco fa». «Stai dicendo un’eresia! Gesù ha parlato. Magari solo alle pure di cuore. Però ha parlato. Io lo so». «Come vuoi. Sei tu sola a crederci. L’unica a non esserti inventata la frase, e l’unica a credere a tutto quello che dice la suora: come una bambina di prima elementare. Credi sempre alla suora perché vuoi farti suora». Questa rudezza mi colpì come una sberla, ma mi ripresi e tentai di ributtarle addosso il suo sarcasmo: «Mi fai ridere. Mi fai proprio ridere». Non ridevo, invece. Ero costernata. Mi sentivo truffata dal mondo intero. «Non voglio più parlare con te. Io, suora!» Feci qualche passo per allontanarmi. I sassi mi facevano male. Dovevo far finta di niente: continuai a camminare dritta come un fuso. Che la Clotilde non capisse, non mi smascherasse ancora più crudelmente.

Accennai qualche saltello. Soffrivo. Appena al di là della siepe mi chinai a svuotare le scarpe.    

(1984)

 

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991, e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL NATALE DI MARCO

IL NATALE DI MARCO 

Avevo già fatto una volta il giro dei giardini, tutt’intorno alle aiuole, lì dove quella mattina stessa ero stato con Marco, a spingerlo per quasi un’ora sull’altalena. Camminavo, sbattevo gli scarponi sulla neve ghiacciata, mi sfregavo le mani dentro e fuori le tasche del cappotto. Camminavo, ma la rabbia non mi sbolliva. Erano passate da un po’ le dieci e la vista mi si era ormai abituata al buio, riuscivo a distinguere le forme dei cespugli, l’ombra degli scivoli, le sagome delle panchine. Decisi di sedermi a fumare una sigaretta. Le punte delle dita erano così intorpidite che non riuscivo a liberare il pacchetto dal cellophane, e i fiammiferi mi si spegnevano subito. Finalmente aspirai la prima boccata, a fondo, con i pugni chiusi nelle tasche, le gambe dritte davanti a me, la schiena inarcata nel tentativo di tendere tutte le ossa, e i nervi.

Vidi uno che si avvicinava. Magro, alto, forse con la barba: ma io ero nel cerchio di luce pallida del lampione, lui era al buio. «Mi dai una sigaretta?» s’era fermato nella zona d’ombra, come se avesse paura. «Ci conosciamo?» gli chiesi di rimando io, sgarbato, un po’ perché ero già incavolato per i fatti miei, un po’ perché non sopporto gli estranei che mi danno del tu.    «Mi dai una sigaretta?» ripeté con la stessa intonazione di prima, strascicata e faticosa, come se non avesse sentito le mie parole. E si fece più avanti, potei vederlo in faccia.

Era una specie di maschera, bianco come uno straccio, livido anzi, con le labbra grigie, le occhiaie profonde. Scheletrico. Mi spaventai, diedi come un balzo. Si avvicinò di più. «Hai qualcosa da darmi?» Pensai dovesse essersi appena fatto, o, al contrario, fosse in crisi di astinenza. «Non ho niente – risposi in fretta – Ho lasciato il portafoglio a casa». Si buttò a sedere nello spazio che istintivamente gli avevo lasciato libero, ritraendomi, sulla panchina. Doveva aver mangiato della neve perché barba e baffi erano tutti bagnati e spruzzati di bianco. Lo guardavo ipnotizzato. Era spettrale, irreale. Portava delle scarpe leggere, da tennis, e dei jeans di velluto, un giaccone nero, un berretto di lana. «Mi dai una sigaretta?» gli tremavano le mani, e anche a me, quando gliene accesi una. «Non c’è gente, eh? Non c’è nessuno stasera. Cercavo i miei amici». «Lo sai che sera è?» gli chiesi, ma pareva non ascoltarmi. «Fra due ore è mezzanotte. È Natale». Alzò il mento dal bavero con un’aria stupita, o forse solo ottusa. «Sai cosa vuol dire Natale?» insistetti. «Per questo ci sono tante luci…» guardava oltre i platani, verso via Mario Pagano, dove le finestre dei palazzi erano quasi tutte illuminate. «La gente mangia. Beve. Fa il cenone di Natale». Cercavo di parlare chiaro e lentamente, mi pareva mezzo idiota e volevo fargli entrare nel cervello un concetto per volta.

Fumava con avidità e tremava tutto. «Ma i miei amici dovrebbero essere qua lo stesso» strizzava gli occhi provando a penetrare il buio, voleva vedere se sbucavano chissà da dove, quei suoi fantasmi di amici. «Forse non sono venuti perché è Natale» tentava di convincersi. «Festeggiano il Natale, i tuoi amici?» sembrava scemo, invece capì la mia ironia e fece una risatina sommessa. «Ma io non sono di qui. Che zona è, questa?» si era perso, poveraccio, imbottito di roba com’era, vagava da chissà quanto tempo. «Lì è via Mario Pagano, là dietro Piazza Buonarroti. Zona Fiera» spiegai. «Zona Fiera – ripeté – Non è San Siro?»  «No. È zona Fiera». Diede un calcio di tacco a un grumo di neve. «Ma qui non è San Siro? Dovevo andare a San Siro». «San Siro non è lontano, però sono sempre un tre quattro chilometri». Lo vidi che si scoraggiava, ricadeva indietro contro lo schienale. Allora cercai di consolarlo. «Ma forse stasera non troveresti nessuno neanche a San Siro. È Natale». «Hai qualcosa da darmi?»  «Me lo hai già chiesto. Ho lasciato il portafoglio a casa». «Balle» rispose, e fece un fischio involontario con le labbra. «No, guarda, è vero. Io abito lì di fronte. La terza finestra da sinistra, al quarto piano. È il mio salotto». Alzò gli occhi a seguire la mia mano. «Ho litigato con mia moglie, e allora sono sceso a prendere un po’ d’aria». «Hai litigato a Natale?» Pensai che era idiota del tutto, a fare domande così. «Be’? Ho litigato a Natale. Be’? – mi innervosiva – Lo sai come sono le donne, no?»

Chissà se lo sapeva, teneva gli occhi bassi e tremava. «Ce l’hai una donna?» «Avevo una ragazza ma adesso sta con un altro». Completamente indifferente a tutto, anche alle parole. «Avrai una madre, almeno… Le madri sono quasi peggio delle mogli. Attento qui attento là, non sporcare qui non sporcare là. E rompono, rompono…» Imprecai, stavo scaldandomi ancora. Lui rideva piano, tra sé, forse pensava a sua mamma. Allora gli raccontai tutta la storia, di quanto ci avevo messo a preparare il presepe per il bambino, quasi una settimana; e che mi ero fatto portare la paglia da un collega che abitava verso Crema, e aveva una cascina; e insomma tutto quanto. Lui mi ascoltava, e intanto col tacco smottava la neve a colpi secchi, con forza, scavava come un buco per terra, e mi diceva «Vai avanti», in continuazione. «Vai avanti…». «Il bambino è stato tutto il giorno con me, sai come fanno i bambini quando hanno il papà solo per loro. Ha sette anni. Eccitatissimo per i regali, per quanto non ci crede più… È un ragazzino sveglio. Comunque è venuto fuori un bel presepe, da far concorrenza a quello della chiesa…» «Vai avanti». «Ci avevamo messo lo specchio per lo stagno, con sopra le ochette, poi il cielo di carta stagnola, il muschio. Tutto, insomma, tutto. Pastori, pecore…»

Gli offrii un’altra sigaretta, restammo un po’ in silenzio. «Vai avanti» disse ancora. «Niente; lei, mia moglie, a raccomandarci, a interromperci continuamente. Secondo me perché è gelosa. È gelosa che io e il bambino andiamo così d’accordo. Mi sembra chiaro, no? Oggi doveva fare le ultime spese, perché loro si riducono sempre all’ultimo momento, le donne. Va be’ che lavora anche lei, comunque io mi sono tenuto il bambino con me per lasciarla libera. L’ho portato qui ai giardini, stamattina». Lui continuava con questo scatto della gamba sulla neve, forse un tic nervoso, ai drogati gli vengono come delle crisi, ho letto. «Insomma, lei doveva fare delle spese, e una sola cosa per noi: comprare il Gesù Bambino. Solo questo. Comprare il Gesù Bambino per il presepe. Perché noi abbiamo questa tradizione di comprarlo nuovo ogni anni, e poi alla Befana lo buttiamo via».

Espirai forte una nuvoletta di fumo, lui vicino a me fece lo stesso. Tremava di meno, ma muoveva sempre la gamba. Sotto la panchina aveva ammucchiato una montagnetta di neve gelata. «Be’, questa sera, dopo cena, con mia suocera, i regali pronti, il presepe perfetto, eccetera, le dico: “Dov’è il Gesù Bambino?”. Ci credi? Non lo trovava più. A giurarmi spergiurarmi che l’aveva comprato, però non è più riuscita a trovarlo. Il bambino si è messo a piangere. La suocera a dire che era colpa mia e via di seguito». Mi battei le mani sulle cosce. Lui trasalì. «Capacissima che non l’ha comprato apposta, per rovinarci la festa, perché è gelosa. E invece il Natale glielo rovino io, e sto qui fuori».

Lui stava fermo, immobile, sembrava in catalessi. «Mi spiace solo per il bambino, con tutto quello che abbiamo lavorato, è rimasto deluso. Piangeva, ha sette anni». D’un balzo s’accucciò a terra. Pensai gli fosse venuto un attacco: si era piegato in due e raccoglieva la neve con le mani nude. «Stai male?» chiesi. Ma lui zitto. Fece come una palla da rugby, oblunga, poi si mise a grattarla con queste dita intirizzite, che mi faceva ribrezzo. «Come si chiama il bambino?» disse. «Marco» risposi.  Mi guardò senza sorridere. «Anch’io mi chiamo Marco». E mi mise in mano quel pezzo di neve ghiacciata, scolpito con una testa, un tronco, due braccia e due gambe. «Per il Natale di Marco» disse piano. La sigaretta gli si era spenta in bocca. «Forse fino a mezzanotte dura, poi lo metti in frigo». Si alzò, lungo e magro com’era. «Non hai niente da darmi?» «No». «Per San Siro dove si va?» «Prendi la metro, dall’altra parte della strada». Si allontanò tremando.

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA     

Mio figlio cammina davanti a me, spalle spioventi, riccioli lunghi sul bavero del giaccone da pastore. Se accelero il passo e mi metto al suo fianco certo riesco a vedergli il cerchietto d’oro infilato all’orecchio sinistro, che quando mia madre l’ha scoperto si è portata la mano sugli occhi, senza dire niente. Ma io ho capito cosa pensava. Si può odiare un figlio? Dicono di no, e io Nicola non lo odio: non mi piace, vorrei che non fosse così. Speravo che il figlio mio fosse un’altra cosa, no questo ragazzo che si fa chiamare Niki, e si firma come Lauda, e parla più svizzero che italiano: perché non vuole, perché non lo sa.

Nicola cammina dondolandosi, con le mani in tasca, senza voglia. Non gli piace il paese, non gli piace il Natale, e neanche venire a Messa. Neanch’io ci vado, a Messa, neppure stanotte che è Natale; ma li accompagno fino alla chiesa per far felice mia moglie. Li accompagno fino in piazza, loro tre, e li aspetto fuori a godermi questa notte freddissima di Lama, a guardarmi la Maiella incappucciata: proprio come facevo da ragazzo, quando sognavo la fidanzata e il lavoro e di andarmene per il mondo. Nicola, piuttosto di starsene fuori con me, se ne entra con la madre e la sorella: ha paura di dovermi parlare, o che io gli faccia i miei soliti discorsi. Mi chiedo com’ero io, a diciassette anni, e concludo: diverso. Leggevo tanto, invece a mio figlio chi gliel’ha mai visto un libro in mano? Non sapevo ballare, e lui sa fare solo quello: con movimenti da epilettico, immagino, ma non potrei giurarlo perché non sono mai stato in discoteca con lui. Io credevo nel comunismo. Qui a Lama, duemila abitanti, avevamo aperto una sezioncina, e andavamo in giro col distintivo sulla giacca. Duro, poi, abituarsi alla Svizzera degli anni ’60, da comunista. Ci credo ancora. Siamo rimasti in pochi. Nicola non crede a niente. Mi guarda ironico, se commento alla mia maniera il giornale. Non lo dice, ma mi prende per scemo. Pensa sia un illuso, un ingenuo.

Lama è cambiata, in venticinque anni. Hanno costruito le scuole, anche le medie, hanno ripavimentato le strade, fatto parcheggi perché ormai ci sono quasi più macchine che persone. Molti di quelli che erano venuti via con me sono ritornati a vivere qua per sempre. Io non me la sento, ho paura di sbagliare: per me, che sono ancora giovane, ma soprattutto per loro, per i ragazzi.

Si avvicina uno col montone, la moglie in pellicciotto. «Benedetto!» mi urla. Grandi pacche sulle spalle, le due signore si baciano. Nicola alza gli occhi al cielo. Non lo riconosco, ma faccio finta di sì, aspettando che quello che dice mi aiuti a riscostruire la sua storia. «Hai messo su pancia!» fa. Anche lui, penso, ma chissà, forse l’ha sempre avuta. Le donne si prendono a braccetto, chiacchierano veloci. Lui si mette a raccontare della sua Alfa 164 che ha lasciato in garage per paura che gliela graffiassero, vuole sapere che auto ho io. «Siamo venuti in treno» gli rispondo, e lo vedo piccato. Dice che si è ristabilito a Lama da quattro anni, che ha aperto una fabbrica di oggetti in peltro, e che gli affari gli vanno benino: ma si vede che bluffa, guadagnerà tre volte quello che prendo io come capocantiere a Lucerna. I miei ragazzi camminano davanti a tutti, io glieli mostro, da dietro, lui mi dice che purtroppo non hanno figli, ma due nipoti maschi che lavorano con lui gli danno grandi soddisfazioni. Comincio a intuire chi può essere, da giovane lo chiamavamo Carlino, non aveva finito la naia per un’ernia, e poi era vissuto in Germania per vent’anni.

Siamo quasi arrivati alla chiesa. L’hanno ridipinta di quel colorino rosa che va tanto di moda adesso, e che io non posso sopportare. Dentro una chiesa non ci metto piede da quando mi sono sposato. Diciotto anni.   C’è un sacco di gente, mancano dieci minuti a mezzanotte.

Vedo mio fratello più giovane, che fa l’animatore in parrocchia: non ci siamo mai capiti. Mi fa un cenno con la mano. «Auguri, auguri». «Auguri, auguri». Mi sento lontano da tutti, diverso da tutti. Mia moglie, eccitata come se andasse al veglione, mi stringe il braccio. «Dai, Benedetto, vieni anche tu». Io scuoto la testa, ci vorrebbe proprio questa, mi viene sulle labbra una parolaccia che trattengo a fatica. Carlino o come si chiama sorride incredulo: «Ancora la stessa idea? Caro mio, guardati intorno!» «Intorno?» penso, per vedere facce pasciute come la sua, mio figlio che accenna un sorrisino beffardo, mia moglie che starnazza: «No, no, è cambiato: adesso è diventato pidiessino…». Brutta oca che non capisce niente; non hai mai capito niente di partiti e deve dire la sua su tutto. La ragazzina mi guarda, un po’ spaventata un po’ solidale, la mia Tania: ha tredici anni ed è la più in gamba della famiglia.

Piano piano entrano tutti, sempre belando come pecore, commentandosi a vicenda, sparlando di chi gli sta di dietro, da bravi cristiani. Io mi siedo sui gradini, fuori dalla chiesa. Un poco discosto da me, due vecchi si raccontano le loro storie, guardandomi ogni tanto, come volessero coinvolgermi nei loro discorsi. Hanno addosso i mantelli neri che si usavano trent’anni fa, il cappello calato sugli occhi. Da dentro si sentono le note dell’organo, suonato sempre dalla signorina, ormai settantenne, che mi faceva lezione di catechismo quando ero piccolo. Sono canzoni che ricordo ancora. Mira il tuo popolo, Salve Regina, Noi vogliam Dio. Fumo una sigaretta e me le ripasso, così com’erano scritte sul libriccino madreperlato di mia sorella, e sorrido quando mi ritorna in mente quell’espressione riferita alla madonna, ‘avvocata nostra’, che mi riempiva di ammirazione e stupore per le abilità legali di Maria, mai sospettate.

Il cielo di Abruzzo è sempre lo stesso, anche a dicembre, anche di notte. Mi sembra così diverso da quello di Lucerna, sarà che là non lo guardo mai: chi si mette a contare le stelle, in Svizzera? Invece qui è vicino, sembra che se alzi un braccio puoi immergere la mano nel blu-nero, e ritirarla felice e scottata come se avesse toccato il paradiso. “O falce di luna calante” … Una volta sapevo il mio D’Annunzio a memoria, adesso mi ricordo pochi versi: “Senza mutamento è l’aria”, o quello che mi sono ripetuto tante volte, quando non riuscivo ad addormentarmi per la nostalgia, ma mi commuove ancora: “Ah perché non son io co’ miei pastori?”

Eccomi qui, coi pastori che non ci sono più, con la Maiella che incombe, e due vecchi che mi osservano. Uno di loro mi si avvicina: «Freddo, eh?», ma non aspetta risposta. «Siete comunisti?» gli domando, e loro si guardano, un po’ spaventati, in silenzio. «Perché non entrate in chiesa?» proseguo. «E te perché non entri?» mi ribatte il più spiritoso dei due. Ridacchio, mi stringo nel cappotto. «Sono comunista» rispondo; che strano, come se fosse una sfida, con orgoglio e presunzione. «Non credo in Dio» continuo, pronto a fargli una lezione, di filosofia e di politica insieme. «Dio…- alza il dito ad ammonirmi il più timido – Dio è in ogni luogo. In cielo, in terra e in ogni luogo. Anche nei comunisti». «E poi una cosa è Dio, una cosa Gesù Bambino che nasce stanotte» rincara l’altro. Scuoto le spalle, penso di essermi imbattuto in due veterani di Comunione e Liberazione. Schiaccio la sigaretta sotto la scarpa. «Anche noi abbiamo le nostre canzoni». Fischietto “L’Internazionale”. Loro non mi degnano più di uno sguardo. Passo alle note di “Fischia il vento”, che fa sempre presa, è corale e buona come la loro “Ostia divina”. Mi viene in mente una delle ultime sfilate per il Primo Maggio, in Svizzera. Ormai non ci vado più, sono diventate patetiche. Ma dieci anni fa era ancora rischioso, e tutti insieme lì, coi compagni, a sventolare bandiere, ad applaudire, ti sentivi tessera di un mosaico, strumento essenziale di lotta. Tu e i compagni e il partito e la rivoluzione. Eravamo comunisti. Adesso siamo pidiessini. Ci schedavano. Adesso vengono a patti, ci danno anche ragione. Forse abbiamo vinto. 

Dalla chiesa non arriva più musica, né voci. Sarà il momento della predica o della comunione. Loro sono stati più abili di noi nell’inventarsi dei segni, dei simboli. Noi, in fondo, oltre al pugno chiuso, alla falce e martello che non esiste più, alla bandiera rossa che è stata ammainata, non abbiamo altro. Loro hanno la croce, la confessione che li libera da ogni peccato e tutte le volte che vogliono ritornano puri, intatti. Hanno la comunione con Dio, possono diventare Dio. Chi li vince, a questo punto?

Mi fumo, con la nuova sigaretta, lo sconforto, la delusione di me ragazzo e uomo che ha sperato e creduto nel sol dell’avvenir: ed ecco che improvvisamente gli dicono «Compagno, non era vero niente, abbiamo scherzato…». Mi alzo a sgranchirmi le gambe. I vecchi hanno ripreso a parlottare, poi si avviano verso il portone di legno della chiesa. Vorranno prendere la benedizione finale. Li guardo, curvi sotto i loro cappelli, più vicini degli altri alla terra che presto raggiungeranno.  Hanno bisogno di credere nella resurrezione dei corpi, io invece so che rimarrò polvere in eterno, e chi si è visto si è visto. Mi avvicino al presepio che hanno messo lì in una nicchia esterna della chiesa.  

Da bambino mi piaceva il bue per le grosse pieghe che ha sul collo: sembrava tanto annoiato di dover stare seduto quindici giorni in mostra, a masticarsi una manciata insipida di fieno. E poi, tra il popolo accorso a fare festa, amavo il pastore con l’agnellino sulle spalle e il cappello verde sulle ventitré, e la contadinella con le trecce e col bastone che custodisce le oche. Pensavo fossero fidanzati, e ogni giorno li avvicinavo un po’ di più, e a Natale li mettevo proprio appiccicati, piedistallo contro piedistallo. Ci sono anche in questo presepio sotto la Maiella. Mi passo la mano sugli occhi, sto diventando vecchio.

Si schiude il portone di legno, cominciano a uscire alla spicciolata, e con la gente escono le note dell’organo, le voci stridule delle donne: “Tu scendi dalle stelle”. Sono convinti di essere diventati più buoni.

Me, non mi avranno mai.

(1990)

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010  e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN CORNICE

IN CORNICE

“Incorniciamo momenti” riflette. “Non visi, non parole”. Sono solo i momenti che pretendono la nostra memoria, anche se poi si confondono, sfumando i contorni del tempo in cui li abbiamo vissuti. Cos’era stato, e quando, il primo sguardo innamorato di Enrica? In che anno aveva mentito per difendersi, a che età si era scottata la lingua bevendo il caffè, in quale mare si era tuffata con gli amici di notte? Adesso cammina, aspetta un aprile, una nuova estate, un altro autunno. È appena mattina. Non sa esattamente dove andare, a chi accompagnarsi. Si guarda intorno come non avesse mai preso coscienza di quello in cui inciampa: con i piedi, con gli occhi. Una certa vaghezza lentamente le occupa l’anima, quasi si stesse allontanando da tutto, persino dai suoi confini di pelle. Ma vuole resistere, e in questa resistenza tenera e tenace, esistere. Arriva un autobus, il 94. Enrica sale, paga il biglietto, si siede nell’unico posto libero in fondo, che pare attendere proprio lei. Fronte appoggiata al finestrino, il fuori della strada le scorre davanti con la vivacità di svariati colori, movimenti, suoni. Lei non li possiede, non sono suoi. Non le appartiene il battito sprecato del mondo, la vita incosciente che brucia senza accorgersene.
Un ragazzo in motorino sfreccia tra le auto in colonna, sgusciando in spavalde gimcane a ostacoli per provocare con la propria insuperabile agilità imponenti fuoristrada, ridicole utilitarie, lussuose decapottabili. Si becca improperi da bocche inutilmente spalancate, occhiate furiose, stizziti ululati di clacson: sorridendo impavido solleva il braccio destro, alza il dito in un gesto di scherno. Al rosso prolungato di un semaforo, trionfa spudorata e chiassosa la pubblicità di un negozio di scarpe: Svendita eccezionale, annunciano cartelli cubitali, Saldi! Saldi! Saldi! Saldare, cosa significa? Enrica ripassa mentalmente sinonimi – unire, fondere, risarcire, cicatrizzare, liquidare… – per attutire il sobbalzo del cuore che resuscita un dolore sepolto. Davanti a un palazzone, sede probabile di qualche ufficio amministrativo, si è formato un capannello di persone già stanche prima di iniziare la giornata: si troveranno di fronte impiegati irritabili, moduli incomprensibili da compilare, litigi per la precedenza nella fila. In vacillante equilibrio presso la porta posteriore dell’autobus si spintonano quattro o cinque donne, ansiose di precipitarsi all’esterno per unirsi al pubblico dei questuanti. Tra loro, una ragazza con gli auricolari canticchia una canzone famosa, a voce bassa, ma ben udibile da chi le è vicino: «Yesterday, all my troubles seemed so far away». A Enrica sembra un presagio, un’indicazione inviatale dal destino, e le viene da proseguire sulle stesse note con le parole successive: «Now I need a place to hide away…». Lei sa dove conduce il 94, lontano dai rumori della città, verso una periferia campestre: lo sanno i pochi passeggeri che sono rimasti seduti, sparsi nella vettura: taciti, immobili nei loro pensieri, in attesa. Sa cosa si nasconde in fondo allo stradone sterrato, che dall’ultima fermata si allunga tra prati incolti, pozzanghere, muri di case abbattute. I suoi pochi compagni di viaggio si dirigono lì. Scende con loro. Ma quando svoltano verso l’abbazia, non li segue. Vanno a pregare, a chiedere conforto, a ringraziare per il dono di un miracolo insperato. Sarebbe ipocrita e vile, adesso, domandare aiuto a qualsiasi dio. Meglio convincersi di non valere nulla per nessuno, nemmeno per improbabili divinità, e accettare di essere inessenziali. L’aria intorno comincia a illuminarsi, a intiepidirsi. Enrica va, procede nei viottoli che si intrecciano, sassosi, tra folte barriere di verde scomposto. Cerca uno spiazzo d’erba, una radura ospitale tra i rovi. La trova. Si siede sull’erba ancora umida di rugiada notturna. Poi si sdraia, occhi al cielo striato di nuvole sottili, bianche. Silenzio e profumo di terra. Si farà sentinella di questo profumo e di questo silenzio. Lascerà che le crescano dentro, che la avvolgano fuori, rendendola invulnerabile. Via rancori, paure, malinconie. Attraverserà il mondo protetta da una pacificata solitudine. Grazia è dimenticarsi, aveva scritto qualcuno.

 

Dal romanzo In cornice. (Ultimo capitolo)

Ensemble Edizioni, Roma 2019

 

IN CORNICE

IN CORNICE

Si può pensare così intensamente a qualcuno che non c’è – non perché sia lontano da noi in questo momento, ma perché proprio non c’è più, non esiste da nessuna parte, si è dissolto, sciolto, diventato terra, polvere, umori sparsi – al punto da costringere questo qualcuno a ritornare, diventando ancora presenza materiale, facendosi nuovamente corpo? La voce, che non esiste più, tace per sempre, voce per caso incisa su un registratore, anonima voce da consiglio d’amministrazione, che è fissata su un nastro uguale a se stessa in eterno: si può farla andare avanti indietro falsarla nei toni, e ripete continuamente le sue inflessioni, parole in fila immutabili, voce di fantasma non più viva. Che può tornare a ricomporsi, però, a tremare a urlare a dire cose carine o tremende, indipendentemente dalle sue corde vocali distrutte e sparite, ricomponendo i suoi suoni diffusi nell’aria, svolazzanti perduti nell’universo, sillabe sparse che improvvisamente si riconoscono, perché sono state emesse, sono esistite davvero, una volta: e quindi per sempre. Ci sono, chissà dove, quelle parole dette, continuano a vivere a risuonare, ripetendosi in eterno. E quei tronconi di parole, mozziconi di frasi, si riconoscono, appunto: uno rimasto nell’armadietto del bagno, l’altro infilato nel cruscotto dell’auto, l’altro ancora bloccato nella stanza d’ospedale dove è stato articolato per l’ultima volta: “Ehi, tu” si chiamano l’uno con l’altro, “appartieni anche tu alla mia voce?”  “Ehi, tu! In che occasione sei stato detto?”, “Vieni che ci stiamo radunando tutti!”.

Ed eccole, le parole di suo padre che si mettono tutte in fila, le parole che lui ha pronunciato nella sua vita si chiamano tra di loro negli abissi del cielo e dai burroni della terra dove sono andate a ficcarsi, si ammucchiano tutte insieme per ripetersi, parole numerosissime benché lui fosse poco loquace, dalla prima che probabilmente era stata “mamma” all’ultima “mi gira la testa”. Si contano quante erano, miliardi di parole. E tra queste, quelle che lui ha rivolto a Enrica – saranno state centomila? Trecentomila? Lei vorrebbe ricordarsele tutte. Le poche volte che l’ha chiamata per nome, le altre volte che l’ha rimproverata: ma anche quando si sono intenerite su di lei, incoraggiandola pudiche –, le parole per lei, diventate sue per sempre, e se ne ricorda così poche, adesso si riaggiustano e si ricompongono, magari creano nuove combinazioni, nuove frasi, eccole per lei diventate discorsi. Voce di suo padre così particolare, con un lieve accento dialettale che l’ammorbidiva, e sennò bassa, baritonale, severa. Voce di un morto che le parla, e non è un sogno, anche se non ci crede nessuno, le dice delle cose che non ha mai detto, quello che lei gli vuole far dire. Ubbidisce. La chiama per nome. Le racconta dov’è – Enrica chiede “dove sei?”. Lui risponde “qui” – , come sta, assicurandole che la vede, le conosce i pensieri, sa.

Una volta la stessa voce, una volta sola, le aveva letto una storia dietro a molte insistenze della madre, che vedeva la soggezione della figlia e ne era preoccupata: allora incoraggiava il padre a essere più affettuoso, costringendolo a fare cose che lui di sua iniziativa mai si sarebbe sognato. E questa storia era L’uccello di fuoco, che avrebbe dovuto invogliare la bambina al sonno, avrà avuto sette anni ed era distesa sul suo letto, suo padre seduto su una sedia col libro sulle ginocchia, leggeva monotono mentre lei lo guardava sbarrata. Sbadigliava, stava per addormentarsi lui, e Enrica affascinata non chiudeva gli occhi perché voleva ricordarsi quel momento per sempre. Quante parole avrà pronunciato quella sera, suo padre, parole non sue però dedicate a lei, frasi neutre in cui tuttavia avrà dovuto riconoscersi per un attimo?

Un’altra volta era successo che lui per più tempo avesse parlato della figlia, per la figlia. Era forse al liceo, gli aveva portato a casa un tema con un voto molto alto, e lui, probabilmente perché in maniera indiretta voleva rimproverare la mediocrità del fratello, l’aveva letto. A tavola, l’aveva proprio letto tutto quanto, dal titolo al giudizio della professoressa, tra gli «Ah!» e gli «Oh!» della Rosa, gli sbuffi ironici di Alberto: ma lui imperterrito leggeva, e sembrava così orgoglioso. Ed Enrica del suo orgoglio si sentiva fierissima. Come della domanda finale, ingenua, infantile: «Ma come fanno a venirti in mente tutte queste idee?».  Con ammirazione vera, aveva confessato: «Io non sarei arrivato a finire mezza pagina».

Tutte le parole di suo padre, la favola, il tema, parole sparse durante trentacinque anni della vita di Enrica, si raccolgono qui questa notte, energia diffusa intorno che si fa materia concreta, ridiventa suono, si riveste della sua voce di un tempo per tornare a lei facendosi capire. Quante cose non dette, in una vita. Quanto si poteva raccontare, quanto spiegare e invece si è preferito tacere, far finta di niente. Rimprovero che durerà sempre, il non aver saputo parlare, non aver avuto la sfrontatezza di comporre un numero telefonico, di scrivere una cartolina. Frasi non pronunciate, gesti non fatti che riempiono i giorni. Pentirsi di non aver dato, di non aver preso.

Ma questa notte è l’ultimo regalo di suo padre, le dice tutto, solo a lei perché nessuno o nessun’altra ci crederà. Le spiega perché non si è mai confidato e perché ha tenuto lontana la confidenza di lei, accontentandosi di forme esteriori, di formule e viatici svuotati. La scusa se è stata uno scrigno, incapace di aprirsi, rancorosa nel vietare agli occhi di lui anche solo uno sguardo più affettuoso, troppo fedele a un silenzio severo che è durato negli anni. E nel silenzio si fraintendevano.

Come una notte di vent’anni prima, che a un saluto veloce, congedo affrettato, superficiale, “ciao ciao” del padre, risposta a un faticoso e pieno di buona volontà “dormi bene” di lei – perché l’aveva visto stanco, e voleva dirgli, appunto, il suo bene –, lui dopo due ore che Enrica era insonne a letto aveva aperto la porta della sua stanza, affacciandosi appena, ma chiaro nella luce del corridoio, altissimo le sembrava, sacerdotale in un gesto che chissà se ripeteva tutte le sere, quasi di benedizione nell’aria, o un vergognoso segno di croce, era venuto a salutarla, a vegliare angelo custode sul sonno della figlia che temeva inquieto. E adesso torna, voce benedicente e cara che finalmente lei può ringraziare.

Dal romanzo In cornice

Ensemble Edizioni, Roma 2019

 

LA CALUNNIA

LA CALUNNIA

Ci alzavamo di solito verso le sette: io un po’ prima, magari, per gustarmi da solo la sigaretta con il caffè, seduto al tavolo della cucina, apparecchiato con le tovagliette all’americana. Dedicavo a me stesso, così, i primi dieci minuti della giornata, ricapitolavo gli impegni dell’ufficio, gli appuntamenti di lavoro, eventuali compiti di padre (colloqui con i professori, shopping con i ragazzi…). Bevevo il caffè con il dolcificante, tanto per mentirmi sull’attenzione che bisogna porre al proprio aspetto fisico: e invece mi sapevo e mi piacevo sempre più trasandato, poco curato nei vestiti e nelle cravatte, ingrigiti i capelli e rugosa la fronte. La pancia, poi, non più contrabbandabile con gonfiori epatici.

Spalancavo le imposte del salotto e della mia camera, con lentezza e attenzione, perché nessun tonfo disturbasse il sonno leggero e isterico della suscettibile vicina di sopra. Poi svegliavo i ragazzi, che nelle loro camere, ancora sprofondati in un sonno privo di scrupoli, dormivano atteggiati secondo i loro rispettivi caratteri: Michele, con il piumino mezzo sul letto e mezzo sul pavimento, attorcigliato tra i polpacci, la testa quasi del tutto coperta dal cuscino, e i capelli lunghi arruffati sulle spalle. Ribelle anche nel sonno, anche con il sonno dei suoi sedici anni. Francesca angelica e composta, supina, con le mani semiaperte vicine alla testa. Questa era la routine, da quasi tre anni, da quando mia moglie Natalia se ne era andata, distrutta in pochi mesi da un tumore al pancreas.

Approfittavo del lento, litigioso, ripetitivo risveglio dei miei figli (colazione in pigiama, riassetto della stanza, musica diversa dai due diversi stereo) per chiudermi in bagno e dedicarmi alle abluzioni quotidiane: e anche lì dovevo tenere a freno i miei nervi se l’acqua non scorreva nel lavandino a causa del groviglio dei capelli attorcigliati al tappo, se il tubetto del dentifricio era strozzato a metà, se lo specchio era sporco di schiuma e goccette varie.

Lo specchio: che immagine di me mi rimandava, impietosa! Che viso stanco di prima mattina, pelle opaca, labbra tirate. Ero ancora un bell’uomo? Un cinquantenne appetibile? Sorridevo strano, ricordandomi le raccomandazioni del mio vecchio dentista: «Ridi, Piero, ridi! Hai i denti belli e forti, una faccia simpatica: ridi! Fai vedere che la vita ti piace, che la gente ti piace, che sei capace di allegrie, di entusiasmi!» Ma io ridevo poco già da ragazzo, e negli ultimi tempi mi ero davvero incupito: in realtà non mi piacevo, non mi piaceva più la vita e trovavo insopportabilmente noiosa la gente.

Quella mattina, entrai nella stanza di Francesca per aprire le finestre ancora chiuse, e lasciare che un po’ della sana nebbia novembrina della nostra umida città veneta raffreddasse l’aria. I venti metri che mi dividevano dalla finestra dei signori Caporali, il velo brumoso che riempiva l’atmosfera non mi impedì di notare l’occhiata severa della moglie caporalessa, in vestaglia rosa e con una coperta in mano, il suo non saluto al mio cortese cenno di testa, la sua rapida ispezione alla camera della ragazzina dove mi trovavo. «Bah!», pensai, avrà litigato col marito e odierà tutti gli uomini; oppure la menopausa, oppure suo figlio avrà avuto da dire con Michele per il posteggio del motorino. Non me ne feci un cruccio, e velocemente mi vestii, urlando ai ragazzi di fare altrettanto, e di sbrigarsi.

Li accompagnavo a scuola, nello stesso istituto semiprivato dove andavano tutti i figlioli bene della città: rampolli di bancari, avvocati, politici, medici. Operai non ce n’erano, impiegati e insegnanti pochi. Michele frequentava con grossi insuccessi e evidente fastidio, suo e dei professori, la quinta ginnasio: sua sorella, bravina e matura, la terza media.

Parcheggiai come al solito la mia Renault in terza fila, feci un rapido ciao al ragazzo, porsi la guancia per il bacio alla bambina, seguendoli con la coda dell’occhio fino all’affollato portone d’ingresso. Mentre giravo la chiavetta per ripartire, scoprii su di me lo sguardo fisso e interrogativo dell’ingegner Berti, l’espressione stupida e ansiosa di sua moglie. Erano rappresentanti dei genitori: fosse successo qualcosa nell’ultimo consiglio di classe? Sapessero di qualche grave mancanza dei miei figli? Cercai di sorridere cordiale, accompagnando il sorriso con un cenno rassicurante della mano. Risposero imbarazzati e serissimi, scambiandosi poi un’occhiata che vagava tra il sospetto e l’incredulità. Mi sentii mortificato, pensai di chiedere bonariamente una qualche spiegazione, ma la loro Audi ripartì sgommando veloce.

Ci mettevo meno di venti minuti a raggiungere la sede dell’Inps, dove da poco più di tre mesi mi avevano promosso capo del personale. Mi ero buttato nel lavoro testa e corpo, cuore e volontà: non per ambizione, e nemmeno per fare le scarpe a qualcuno, ma perché era l’unica cosa in cui riuscivo ad annullarmi totalmente. E i risultati non si erano fatti attendere. Senza vantare alcun padrino, politico o sindacale, o altra influente amicizia, avevo inaspettatamente superato due titolatissimi candidati: alla loro invidia, ai pettegolezzi di corridoio avevo risposto volando alto. E ora godevo, ma senza esibizioni o vanterie, che rimanevano estranee al mio carattere, di un discreto stipendio, della collaborazione fedele di due competenti segretarie, di uno spazioso ufficio fornito di ogni sussidio informatico e vista su uno dei più trafficati viali cittadini.

È incredibile come avvenimenti esteriori, e fondamentalmente estranei all’anima e alla vita vera di una persona, possano apparire alla sensibilità altrui più incisivi e radicali degli sconvolgimenti drammatici che distruggono l’esistenza. Alla morte di mia moglie, avevo subito avvertito intorno a me un sentimento misto di pena e imbarazzo: ma nulla che modificasse sostanzialmente la considerazione che si aveva di me. Con la mia promozione, invece, era subentrata in chi mi avvicinava una meravigliata e accresciuta stima, una deferenza impacciata che mi irritava abbastanza. Così anche quel giorno mi aspettavo, entrando dalla porta a vetri a pianoterra, il saluto rispettoso del portiere: «Buongiorno dottore!», la cordialità timorata delle impiegate, il cenno amichevole dei colleghi. Ma sembravano tutti impegnatissimi, di fretta, presi in chissà quale vortice di scadenze e pressioni.

Salii con l’ascensore al sesto piano, chiudendomi alle spalle la porta dell’ufficio, e mi immersi nello spoglio della corrispondenza. Dopo poco si affacciò Susanna, la più giovane delle segretarie, come al solito ben truccata e in tiro, abbronzata di chissà quante sedute alla lampada, tacchi alti e tailleurino attillato. Doveva farmi firmare un ordine di servizio, e visionare altre carte. Ma mi sembrava un po’ sulle sue, meno propensa del solito allo scambio di battute. La presi vagamente in giro, alludendo con paterna benevolenza a esaltanti strapazzi notturni. Fui gelato dalla sua risposta tagliente: «Farebbe meglio a occuparsi delle sue notti, dottore», e dallo sguardo pesante che mi rivolse. La osservai uscire impettita e offesa: anch’io offeso, e turbato.

Le mie notti? Mi chiesi. Di quali notti parlava, a quali disinvolture alludeva? Ricapitolai mentalmente le mie sere ultime, delle ultime settimane, degli ultimi mesi. Ore passate davanti al computer a giocare a Free Cell o a battaglia navale, libracci gialli divorati e dimenticati in poco tempo, qualche film del palinsesto notturno alla TV: e un sonno leggero, turbato dal minimo rumore e da sogni ansiosi. Donne? Nessuna. E dove e come, poi, avrei potuto? Portarmele in casa, con la gelosia feroce dei ragazzi, che mi spiavano agitati ogni cartolina, ogni telefonata? Uscire, non uscivo. E non sapevo più corteggiare, fare complimenti, sorridere galante.

Con quanto tremore, con quale impaurito imbarazzo osservassi le dita affusolate di una commessa ai grandi magazzini, come potesse turbarmi la dolcezza di una voce femminile al telefono, lo sapeva solo il punto più buio e sensibile della mia anima, il mio corpo trepido tornato adolescente. Ricordavo la tenerezza dei primi incontri con mia moglie, la scoperta affannata e riconoscente della morbidezza del suo seno. Non riuscivo più a guardare nessuna donna senza pensare a quello che suggerivano, nascondendolo, maglioncini attillati, camicioni mimetizzanti: e ogni sguardo mi faceva sentire in colpa, ogni accenno al corpo mi offendeva come uno sputo.

L’avevano finalmente capito parenti e amici intimi, che dopo l’insistente indelicatezza dei primi tempi di vedovanza («Nessun uomo può stare senza una donna», «I tuoi figli hanno bisogno di un’altra mamma», «Devi volerti più bene” …), mi avevano lasciato in pace. Perché mi ribellavo dentro, ad ogni allusione alla mia sessualità, ad ogni intrusione pettegola nel mio privato: mio, mio, e solo mio. Mi capitava di sfiorare con le labbra il cuscino, la notte; o di accarezzare una parete, una sedia, pensando alla pelle di una donna. A chi dovevo rispondere di questo? Ai miei disinvolti colleghi, alle segretarie da discoteca che mi giravano intorno, desiderose di provocarmi, di eccitarmi? Com’erano state premurose e comprensive, negli ultimi anni, le mogli dei miei amici, nelle loro esibite attenzioni: materne, sororali, complici, insistenti come zanzare, nel proporsi vicemadri, zie putative. Alla corte assidua di una di loro avevo ceduto, una sera, rimediando una figura barbina, un tonfo assoluto, che la signora non mancava di sottolineare con un vacuo sorriso di superiorità, le poche volte che mi succedeva di incontrarla.

Quella frase cattiva di Susanna, «Pensi alle sue notti, dottore!», continuò a ronzarmi in testa, enigmatica, per tutta la mattina: ribadita nella sua inspiegabilità dall’imbarazzo timido e sfuggente con cui venni trattato anche dall’altra impiegata, più anziana e esperta, di solito molto energica e spiccia. «Antonietta», finii per chiederle, «È successo qualcosa?» «Non saprei, dottore, non saprei», continuava a negare, e intanto girava gli occhi intorno, supplicando qualsiasi divinità di tirarla fuori dall’impiccio, di fornirle un appiglio cui aggrapparsi. «Mi sembrate tutti così strani… E non solo qui in ufficio. Anche i vicini, e alla scuola dei ragazzi…» «Non saprei. La gente, a volte, ha i suoi problemi. Non so cosa dirle, davvero». Non riuscii a farle aggiungere altro.

Quel giorno, e i giorni successivi, passarono all’insegna del silenzio. Nessuna chiamata al telefono, nessuna visita a casa. Anche i ragazzi venivano evitati dai compagni. Addirittura, alla festa di compleanno di Francesca non si presentò nessuno, accampando le scuse più varie e inverosimili. La ragazzina era stranita, incredula: «Forse perché ho preso due ottimo negli ultimi compiti», cercava di convincere se stessa e noi, «Forse perché non ho suggerito all’Eliana durante l’interrogazione di scienze». Ma non credeva alle proprie giustificazioni. Mi costrinse a un colloquio con la professoressa di lettere, prima delle udienze generali, e dovetti chiedere un permesso in ufficio.

L’insegnante mi accolse gelida, ben diversamente dai precedenti incontri, in cui si era dimostrata simpaticamente solidale con me e con le mie difficoltà di genitore solo. Adesso mi scrutava negli occhi quasi volesse denudarmi l’anima, e parlava a monosillabi, severa, di un improvviso disagio di Francesca, di una sua tenace chiusura a riccio. «La ragazza è distratta, poco concentrata. Sta soffrendo». E mi guardava accusatoria. Mi sentivo sul patibolo, balbettavo che mia figlia pativa l’inspiegabile comportamento dei compagni di classe, che da qualche tempo la escludevano dalla loro compagnia, senza alcuna motivazione logica. Il commiato della professoressa fu lapidario: «Non credo che la scuola abbia responsabilità per quello che vi succede». La mano che le porsi rimase sospesa a mezz’aria, senza ricevere nessuna stretta di risposta.

In qualsiasi modo cercassi di chiarire l’argomento, di ottenere spiegazioni, ricavavo solo silenzi imbarazzati, sguardi ostili, sorrisi sprezzanti. Il comportamento dei miei conoscenti sembrava contagioso: dal nostro condominio a tutta la strada, al quartiere intero; dall’ufficio alle banche agli uffici postali. Un tam-tam misterioso e impalpabile stava facendo di me un paria, un Barbablù infrequentabile.Tentai di affrontare la questione con mio fratello, dapprima al telefono, poi di persona. E lui farfugliava, un po’ negava tutto, un po’ mi dava del visionario e dell’esaurito, un po’ sembrava a conoscenza di accuse indicibili che forse condivideva.

«Mi guardano tutti, per strada. Mi trattano male nei negozi». «Ma quando mai? I commessi ormai sono scortesi sempre, nessuno ha più la pazienza di servire. Sei tu che non sai frequentare le persone, così serio, nemmeno una battuta di spirito, un complimento. Chi ti credi di essere?» «Guarda che una cosa del genere non mi è mai successa in tutta la vita. Dev’esserci un equivoco, uno scambio di persona». «No, il fatto è che non vuoi ammettere le tue debolezze, i tuoi difetti. Pecchiamo tutti. Parlane con qualcuno che ti aiuti, uno psicologo, un confessore».

Pecchiamo tutti? Se sollecitavo un chiarimento, si rimangiava ogni parola, contraddicendosi, sbuffando, o ridacchiava allusivo, ammiccando a chissà chi, nell’aria. Poi, subito dopo, il mio gaudente fratello diventava moralista, catone severo: «I tuoi figli hanno bisogno di un padre da amare, da stimare. Un padre-esempio». Ogni parola che diceva mi squarciava veli dagli occhi e piaghe dentro; non sapevo se leggere nel suo sguardo odio, disprezzo o pena.

Cominciarono presto le telefonate anonime, prima di solo disturbo: riagganciavano al nostro «pronto?», quattro-cinque volte al giorno. Poi gli insulti, le parolacce, soffiate ansimando, o urlate con accento dialettale. Cercavo di rispondere sempre io, al posto dei ragazzi, e di fingere indifferenza, di dire bugie («Hanno sbagliato numero»); ma a volte esplodevo, rabbioso, gridando tutto il mio rancore di bersaglio incolpevole, di vittima impossibilitata a difendersi. E Francesca scoppiava a piangere, terrorizzata.

Una domenica successe qualcosa di ancora più grave. Avevamo rinunciato ad ascoltare la Messa nella nostra parrocchia, perché intorno al nostro banco si era creata una specie di cordone sanitario: nessuno ci sedeva vicino, nessuno si voltava o avvicinava a scambiare il segno di pace. Così da circa un mese frequentavamo la cappella di un convento francescano, un po’ fuori città. Era molto suggestivo, per me, immergermi in un’atmosfera che manteneva nei suoi riti qualcosa di ascetico, il fascino di un misticismo che accondiscendeva a banalizzarsi, nell’ora della Messa, per i profani che mai sarebbero riusciti, da soli, a raggiungere un tale raccoglimento. La sofferenza di quelle settimane mi aveva reso particolarmente sensibile alla Parola delle Scritture, al commento di alcune pagine del Vangelo la cui verità, in passato, avevo solo intuito, senza comprenderla fino in fondo. I ragazzi mi seguivano controvoglia in questo mio entusiasmo, che subivano soprattutto per restarmi vicini.

Quella domenica, appunto, il più giovane dei presbiteri, alto e occhialuto, che ci era stato descritto come plurilaureato e specialista di San Paolo, durante la preghiera dei fedeli scandì, con forte accento lombardo, alcune parole che mi incenerirono, perché le riconobbi senz’ombra di dubbio indirizzate alla mia persona, che non ritenevo lui dovesse conoscere. «C’è qualcuno in questa nostra comunità che ha compiuto un peccato, un peccato grave, di fronte agli uomini e a Dio: e ora vive nella colpa, nella vergogna, evitato e isolato da tutti. Paralizzato dal rimorso, incapace di risollevarsi. Preghiamo perché trovi la forza di chiedere perdono, e di tornare a guardare negli occhi il suo prossimo». Tra i cinquanta fedeli che risposero al suo invito, «Preghiamo», più di uno mi rivolse pesanti sguardi di condanna. E io, non perché fossi o mi sentissi colpevole, ma perché avvertii pesantemente che gli altri mi ritenevano tale, abbassai gli occhi, e le mani mi tremavano.

Da quella notte cominciai a non dormire, a sentirmi spiato e segnato a dito ovunque andassi. Dovetti iniziare una terapia, e chiedere un congedo per motivi di salute in ufficio. Il dottore che mi aveva in cura era assolutamente convinto di trovarsi davanti a una nevrosi grave, e addossava alla mia malattia la causa di tutto ciò che mi accadeva. Io ero molto docile nel seguire le sue indicazioni, nell’assumere con precisione tutti gli psicofarmaci che mi ordinava; recalcitravo però davanti alla sua insistenza nell’esplorarmi sentimenti consci e inconsci, nello sviscerare il mio passato dall’infanzia: come davanti a un’ingerenza indebita, a una violenza che mi si faceva all’anima. Intuivo poi confusamente che anche lui mi nascondeva qualcosa, quasi volesse difendermi da una mia reazione esasperata di fronte a una verità che avrei sentito come sconvolgente, insopportabile.
La cura durò mesi, e non risolse nulla. Vivevo intontito, intorpidito, incapace di una qualsiasi azione: incapace soprattutto di valutare nelle giuste proporzioni ciò che mi succedeva intorno, di difendermene, trovando scampo nelle poche cose che ancora contavano per me.

Lo sguardo degli altri, il loro giudizio, era diventato la cartina di tornasole di ogni mia giornata, come se io non fossi più io, come se dubitassi delle mie azioni, della mia coscienza. Il sospetto degli altri, ormai, mi faceva sospettare di me stesso. Per timore di leggere, in chi frequentavo, un qualsiasi imbarazzo, o anche solo un interrogativo, finii per non frequentare più nessuno. Per strada camminavo veloce, guardando in alto, evitando di salutare chicchessia.

In ufficio mi ero chiuso in un mutismo iroso, permaloso, sottraendomi a ogni innocente scambio di battute che esulasse dal campo lavorativo, rispondendo con durezza e disprezzo alla durezza e al disprezzo altrui. Nessuno arrivava a dirmi in faccia di quale misfatto mi fossi macchiato, di cosa concretamente mi si accusasse: e il silenzio e l’omertà di tutti diventavano più colpevoli, ai miei occhi, della responsabilità attiva di chi avesse voluto farmi del male.

Decisi di provare a difendermi con la legge, anche se combattere una guerra contro un nemico sconosciuto è più difficile che ignorare chi si conosce perfettamente. Così mi presentai alla caserma dei carabinieri più vicina, emozionato, intimidito: a denunciare cosa? Che parlavano male di me, che mi evitavano? Telefonate di disturbo, parolacce per strada? Ma in città rubavano cinque auto al giorno; droga, prostituzione, truffe, violenze venivano considerate banalità quotidiane. Mi avrebbero riso in faccia.

Così fu, circa. Venni introdotto nell’ufficio del maresciallo di servizio, un tipo tarchiato, col viso inciso dalle cicatrici di un’acne giovanile, e con un ridicolo accento meridionale risciacquato in quello veneto. Fece finta di non conoscermi, ma avevo intuito dal suo involontario sobbalzare alla mia presentazione che in realtà mi conosceva benissimo. Con molta titubanza cercai di renderlo partecipe dei miei problemi, ma mi trovai di fronte a un muro di gomma, fatto di battute e di sorrisini allusivi, a mezze frasi del tipo: «E cosa ne so io di che vita fa o ha fatto lei? Cosa mi importa delle sue abitudini sociali o sessuali? Ma si guardi allo specchio: cosa vuole che si pensi di una persona come lei? Sapesse quello che si dice in giro di me! Ma io me ne frego, me ne frego: mica mi ammalo, io, non vado dagli psicanalisti, io!»

Si può prendere a sberle un maresciallo dei carabinieri, si può mandarlo al diavolo? Avrei potuto rispondere che era più facile far ammalare una persona piuttosto che guarire una città dall’idiozia, ma chissà se avrebbe capito. Me ne andai sconvolto e incredulo, rinsaldato nei pregiudizi che per tutta la vita avevo nutrito nei confronti dell’Arma e delle divise in generale.

L’assillo di comprendere, di dare un volto e un nome alla persona o alle persone che mi stavano distruggendo la vita, mi portò nel giro di due settimane a rivolgermi prima a un detective privato, che declinò subito l’incarico, e poi a uno dei migliori avvocati della città.

Ci eravamo conosciuti da giovani, frequentavamo la stessa facoltà in una città vicina: poi le nostre strade si erano divise, ma io l’avevo seguito nei suoi successi professionali e politici, puntualmente riportati dalla stampa locale, sempre provando un’ammirazione critica e sospesa: perché, da ragazzo, non l’avevo mai considerato granché. Aveva uno studio avveniristico, tutto specchi e librerie cubiche, componibili, colorate: e quadri alla Pollock appesi nei pochi spazi liberi. Poltrone e divani in stoffa rossa, facevano pensare più all’anticamera di un dentista postmoderno che a un avvocato. Lui non assomigliava al luogo. Già robusto da giovane, ora strabordava. Calvo, con gli occhiali spessi, un vestito di velluto piuttosto stazzonato; era comunque una persona sussiegosa, ossequiosa, un po’ viscida.

Non sembrò felice di vedermi, e appena gli chiesi se era in grado di assistermi in una denuncia per diffamazione e calunnia, cominciò a parlare parlare parlare, com’era nelle sue abitudini e nei suoi doveri. Che denunce di quel genere erano inutili, facevano sprecare tempo e denaro, terminando nel 98% dei casi con un’archiviazione; che tra maldicenza, diffamazione e calunnia i confini distintivi erano sottili e quasi inafferrabili. E che comunque la cosa avrebbe avuto, da un qualsiasi processo, una risonanza senz’altro controproducente nei riguardi della mia reputazione. Che non aveva nessun bisogno di essere difesa. Che lui mi garantiva non essere stata intaccata minimamente dalle chiacchiere di una cittadina provinciale come la nostra. Che mi conosceva da sempre, e non aveva dubbi sulla mia integrità. Avevo però mai pensato a trasferirmi altrove? Non per niente, ma per la tranquillità dei miei figli, per la mia salute, per il mio futuro di professionista e di uomo.

Mi congedò più affabile di quanto fosse stato all’inizio, ma nell’accompagnarmi alla porta, nel porgermi la destra grassa, ebbe un lampo negli occhi. «Stai tranquillo. Sei una brava persona, un ottimo padre». (Forse. Chissà. Sarà vero o no. Io la mano sul fuoco non ce la metto per nessuno).

Appena fuori, mentre aspiravo a fondo per pulirmi i polmoni, con i pugni stretti nelle tasche dell’impermeabile, sentii piano piano che il fango di quello sguardo mi scivolava via, dal cuore e dai vestiti, dalla pelle e dai pensieri: mentre sarebbe continuato a crescere in chi, del male – altrui e proprio – faceva il suo nutrimento quotidiano, fino a imbastirsene le fibre dell’anima, rimanendone invischiato del tutto. Preti, poliziotti, avvocati, e le persone che proiettavano su di me la sporcizia loro: io dal fondo di quella melma che non mi apparteneva, uno spiraglio per guardare in alto, oltre i tetti delle case, l’avrei trovato.

Chiesi aiuto all’aria, che mi pulisse la mente, portandosi via con il respiro che emettevo dalle labbra socchiuse, anche il dolore.

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018