Com’era successo che fosse arrivata a sessantacinque anni, in pratica senza accorgersene? Era una nota e stimata docente universitaria, titolare della cattedra di Storia Medievale in una università romana. Aveva avuto un’unica figlia, Matilde, da un matrimonio contratto in età giovanile, e conclusosi presto. Da quando sua figlia, ormai ultraquarantenne, si era trasferita in Germania per la sua attività di concertista, sposandosi con un polacco, lei era vissuta in solitudine, nel suo bell’appartamento a Monte Mario. Un quadrilocale con doppi servizi, all’ultimo piano di una palazzina liberty: luminoso, curato, dal soffitto a travi e parquet color mogano. La terrazza, lunga e stretta, era chiusa ai lati da siepi verticali di gelsomino, e dalla balconata pendevano vasi di minuscole edere. Libri, dispense, enciclopedie erano stipate con ordine maniacale, catalogate per edizione, su scaffali che ricoprivano interamente le pareti del salotto, arredato con due sole poltrone di cuoio marrone chiaro, un televisore vecchiotto e uno stereo invece modernissimo. Ascoltava molta musica, infatti.

Lì era il suo regno, e lei si chiamava Costanza.

Il 27 marzo, quel giorno, era appunto il suo compleanno. Un sabato, senza lezioni, colloqui o esami, a sua completa disposizione. Forse avrebbe preferito non ricordarsene, che stava per compiere gli anni (sessantacinque). Ma la telefonata mattutina di Matilde, trillante e gorgogliosa, l’aveva costretta a prenderne atto. Doveva festeggiare, si chiese mentalmente? I molti anni vissuti, i pochi che le restavano da vivere? Ci pensava, ogni tanto. Quindici, ancora, e sarebbero stati ottanta. O magari solo due, quattro.Meglio fare festa, quindi, brindando al traguardo raggiunto e a quello auspicabilmente da raggiungere. Senza torta, brindisi, auguri.

Al di fuori degli impegni accademici, non frequentava nessun collega, nessun allievo. Nel quartiere conosceva solo il giornalaio e il fruttivendolo, con cui si limitava a scambiare brevi frasi di circostanza. Dei coinquilini sapeva appena il cognome, confondendo spesso anche le facce. Da sola, quindi, avrebbe celebrato, happy birthday a me… E già accarezzava l’idea di regalarsi una giornata speciale, là dove pensiero e cuore le suggerivano. Al mare.

D’estate passava al mare i due mesi di vacanza consentiti dalla sua professione. In parte a Creta, con figlia e genero, nella stessa casa che affittavano insieme ogni anno. Per il resto, su uno dei tanti litorali del nostro meridione che amava esplorare in lunghe passeggiate sulla spiaggia, escursioni esplorative nei paesini circostanti, tranquille nuotate solitarie.

Da Monte Mario, l’unica meta raggiungibile in giornata era Ostia. In quel sabato di fine marzo, con un cielo sospeso tra nuvole leggere e sole pallido, probabilmente non avrebbe trovato resse, schiamazzi, intrusioni nel suo tranquillo meditare. Esclusa la possibilità di utilizzare gli scomodi trasporti pubblici, Costanza iniziò a radunare poche cose da caricare in macchina. Una coperta e un cuscino per sedersi o sdraiarsi sulla sabbia, due lattine di aranciata, l’insalata di riso del giorno prima, un libro. E il cellulare, per immortalare con qualche foto l’anniversario scontroso e taciturno che l’attendeva.

Le ci vollero quaranta minuti di traffico regolare per raggiungere il lido. Come aveva previsto, sulla spiaggia non c’era nessuno. Le onde avevano portato a riva rami secchi, gusci di ricci e conchiglie appuntite, qualche bottiglietta di plastica; qua e là sulla spiaggia si ammucchiavano montagnette di rifiuti, alghe, e l’assenza di sagome umane e rumori dava al paesaggio un aspetto desolato e astioso.

Costanza si scelse un lembo di arenile a pochi metri dall’acqua, stendendovi l’asciugamano. Così accovacciata si guardava intorno come a chiedersi “cosa ci faccio qui, adesso?”, e poi consolandosi “comunque è bello: respiro, respira con me anche il mare”. Si tolse la giacca, le scarpe, si sfilò le calze, arrotolando il fondo dei pantaloni a scoprire i polpacci. Accanto alla borsa, scorse mezzo insabbiato un sandaletto celeste, forse dimenticato, perso o buttato apposta. Lo afferrò tra due dita, gettandolo il più lontano possibile.

E poi rimase lì immobile, a guardare l’orizzonte.

“Sempre vieni dal mare, e ne hai la voce roca”, ricordava due versi di Pavese che l’avevano colpita da giovane. Roco, infatti, le pareva lo sciabordio delle onde, monotono come una ninnananna, e avrebbe avuto voglia di distendersi. Lo fece, occhi al cielo e al lieve smuoversi delle nubi.

Quello era l’unico panorama che riusciva a renderle concreta l’immagine dell’infinito, più che le altezze delle montagne, lo sconfinamento delle pianure tutte uguali. Cielo e mare fusi uno nell’altro, senza barriere, in eterno. Costanza si sentiva partecipe dell’aria, leggera e felice. Bevve un sorso di aranciata, sfogliò qualche pagina del suo libro.

Lontana, ma limpida e veloce, si avvicinava da destra la figura minuta di una ragazza, capelli lunghi e scomposti, una giacca a vento rossa. Osservandola più attentamente si accorse che, poco più che adolescente, alzava un braccio accennando un saluto. Quando le fu accanto, la sentì pronunciare con forte accento romano: “Salve. Che fa, se riposa?”. “Sì, guardo il mare”. Educata, nemmeno troppo infastidita, semmai sorpresa dalla spavalda ingerenza della giovane. “Bello. Non s’annoia?”. Senza aspettare risposta, si lasciò cadere seduta accanto a lei, gambe incrociate. “Samantha”, si presentò. “Con l’acca”. “Piacere”. A Costanza, voce pacata e seria, non sembrò necessario ricambiare la confidenza.

Ma la ragazza cominciò a parlare, torrentizia e confusa, del perché era lì, approfittando della pausa dal lavoro nel negozio in cui serviva, e del motivo per cui non le andava di tornarsene a casa a pranzare in famiglia. Raccontava, non richiesta, punteggiando il discorso di esclamazioni ahò ahè, cche te pare, cche credi? Bel faccino espressivo, occhi e riccioli scuri, sorriso infantile, mani sfarfallanti: la professoressa sessantacinquenne ascoltava materna, pensando a quanto la sua Matilde liceale efebica era cresciuta diversa da questa Samantha con l’acca. “Chi più felice delle due?”, si chiedeva.

“Ce bagnammo i piedi, cche dici?” la tentava ridendo, “se c’hai il cell, magari ce facemmo un selfi e te ricordi de st’aventura nostra de oggi…”. Sguazzarono un po’ insieme, scattarono la foto in acqua, poi improvvisamente la ragazzina si ricordò che era tardi e doveva tornare in paese. Costanza rimase qualche minuto a mollo, sentendosi le gambe frizzanti e vitali, mentre la guardava indossare la giacca a vento ridacchiando, e allontanarsi col braccio alzato in un arrivederci se vedemo, che somigliava più a un addio.

Tornata a sedersi sull’asciugamano, si frizionò a lungo i piedi arrossati, riflettendo sulla sorpresa di quell’incontro, quasi un regalo inaspettato per il suo compleanno. “Non gliel’ho nemmeno detto, a Samantha, che è la mia festa”. Pentita, forse, della propria ritrosia, rispetto al fiducioso abbandono della giovane amica. “Perché così rigida, sempre?”, si rimproverava. Poi, per assolversi, le venne in mente di mandare il selfie appena scattato a sua figlia, a Colonia, perché sapesse che sua madre si era concessa qualche ora di gioia al mare.

Cercò il cellulare nella borsa. Non c’era. Lo ricercò nelle tasche interne ed esterne, svuotò tutto il contenuto sull’asciugamano, spaventata. Distrattamente, forse, Samantha l’aveva preso con sé? Si alzò in fretta radunando le sue cose nella sacca sportiva, si incamminò veloce verso il parcheggio, sperando di raggiungere la ragazza.

Nell’ansia tremante che la invase, si accorse di non riuscire a recuperare nemmeno le chiavi dell’auto, armeggiando tra tasche, borsa e borsone. Trafelata raggiunse lo spiazzo dove aveva posteggiato. Nessuna traccia della macchina. “Possibile?” si chiese, immobile come una statua.

Dietro a lei, mare e cielo di Ostia, infiniti.

 

«Gli Stati Generali», 12 luglio 2020