PATUI

PAOLO PATUI, SCUSATE LA POLVERE – BOTTEGA ERRANTE EDIZIONI, UDINE 2019

I dieci racconti che Paolo Patui ha raccolto in Scusate la polvere sono ambientati tutti all’interno di cimiteri, e lambiscono il tema della morte con una profondità empatica e insieme leggera, senza mai apparire tetri, o funerei. Scritti con eleganza e vivacità, accomunano vivi e defunti in un confronto e arricchimento reciproco, nella consapevolezza che “La vita non muore mai. Viene affidata a chi resta”. Così nel delicato testo di apertura il narratore, un insegnante friulano, viene convinto da un collega-runner ad attraversare di corsa il cimitero di Udine in un tardo pomeriggio piovoso, ma finisce per attardarsi a curiosare tra le tombe, collezionando aneddoti e riflessioni su nomi, ritratti e iscrizioni sepolcrali.

“Brillano i fiori, brillano i marmi, brillano sguardi, visi e fotografie di persone stanche della vita o sorprese dalla morte”.

Avvicinato da un custode che avverte come una missione il proprio incarico di salvaguardare memorie, citando ai visitatori Foscolo, Proust, Ovidio e le canzoni di De André, viene a conoscenza del tragico destino di un giovane dal nome particolare, Elci, vittima di un terribile incidente stradale. In seguito, la visita ai cimiteri da casuale diviene per lui quasi abitudinaria, una sorta di cerimonia del ricordo, talvolta limitata alla sua città o ai paesi della provincia, altre volte spinta addirittura in diverse regioni o all’estero. Così gli capita di scoprire una sezione del camposanto udinese simile a un falansterio, con i loculi cementati verticalmente come in un condominio, e di ritrovarvi persone che avevano avuto un ruolo formativo o affettivo nella sua esistenza, e altre tombe indicanti casi particolarmente sofferti.

Si reca nei piccoli cimiteri friulani di Santa Marizza di Varmo, della Pieve di Gorto, di Paluzza, e in quello più esteso di San Daniele, per rendere omaggio allo scrittore Elio Bartolini, al calciatore Enzo Scaini, a uno psichiatra benefattore sulla cui lapide è incisa la frase “Vide e capì le sofferenze altrui”. Ancora scopre giovani partigiani fucilati, ragazze vittime di violenza, alpinisti precipitati in scalate impervie, Eluana Englaro bloccata nella bella foto dei suoi 22 anni.

“I cimiteri hanno odori diversi. Su in montagna c’è un odore secco di neve, di aghi di pino, di funghi umidi; qua sotto nelle pianure i cimiteri odorano di crisantemi e narcisi; di gigli marciti; sanno di nebbia e pioggia”.

A Torino il professore accompagna la sua classe di studenti in gita scolastica, e con due di loro visita il Monumentale, dove riposano alcuni soldati della I Guerra Mondiale, i calciatori precipitati nell’incidente aereo di Superga, Silvio Pellico, Edmondo De Amicis, Rita Levi Montalcini, la soubrette degli anni ’20 Isa Bluette: tante vite diverse, anonime o di successo, rese uguali dallo stesso grande sonno. Un altro Monumentale si trova a Milano, e vi giacciono molti artisti: Gaber, Jannacci, Fo, Walter Chiari, Wanda Osiris, tra capolavori scultorei di fama, nel silenzio di giardini curati.

E poi c’è Praga, con la sua immensa necropoli boscosa che accoglie Jan Palach, anch’essa visitata insieme agli allievi. Tra di loro una ragazza punk, dai capelli tinti, trucco vistoso, chewing gum perpetuamente tra i denti: il suicidio del padre l’ha convinta a raccogliere testimonianze e notizie sui vari cimiteri sparsi nel mondo, e ne fornisce ogni dettaglio all’insegnante.

A Parigi, nel celeberrimo Père-Lachaise, sono sepolti Oscar Wilde e Jim Morrison, mentre un altro campo è destinato ai ghigliottinati della Rivoluzione. Highgate a Londra ospita Marx, in quello Acattolico di Roma si possono vedere le tombe di Gramsci, Shelley, Gregory Corso. Vicino a Miami esiste un cimitero sottomarino, un altro ad Halifax è riservato ai morti del Titanic, a Hollywood ovviamente c’è spazio per gli attori. In Romania esiste un camposanto allegro e colorato, a Berlino i morti senza nome sono accolti nella foresta di Grunewald. All’interno del penitenziario di Santo Stefano ci sono le sepolture degli ergastolani, in quello del manicomio di Volterra solo i malati di mente. In Indonesia seppelliscono i morti nelle cavità degli alberi, in uno stato africano le tombe riproducono il mestiere del defunto, nelle zone coperte da ghiacci lasciano che i cadaveri si decompongano all’aperto.

Una galleria sepolcrale, quella raccontata con garbo da Paolo Patui, che racchiude in un abbraccio universale vita e morte, sopravvivenza nel ricordo o speranza nella resurrezione. Perché ogni cimitero “è un posto senza vita che ha senso solo quando è attraversato da chi la vita ce l’ha ancora”.

 

© Riproduzione riservata         13 luglio 2020

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