DI GREGORIO

GIANNI DI GREGORIO, LONTANO LONTANO – SELLERIO, PALERMO 2020

Non mi sono mai persa un film di Gianni Di Gregorio. Li ho sempre trovati ironici ed eleganti, lievi nella narrazione e insieme civilmente, eticamente impegnati: ma senza boria, senza didascalismi. Di Gregorio (Roma, 1949) è sceneggiatore, regista e attore: dal 2008 a oggi ha diretto Pranzo di ferragosto (2008), Gianni e le donne (2011), Buoni a nulla (2014), Lontano lontano (2020), pellicole in cui ha recitato nel ruolo di protagonista o co-protagonista. Con quella faccia un po’ così, come direbbe Paolo Conte, con un’espressione oscillante tra l’ingenuo e il sornione, come di uno che non ha capito niente del mondo intorno, o forse invece ha capito anche troppo. I suoi personaggi sono per lo più dei vinti, strapazzati dalle circostanze, dall’ambiente, dai parenti e dagli amici: senza essere fantozziani, sembrano umilmente consapevoli della loro mediocrità, e di una totale incapacità di farsi strada, di imporsi professionalmente, in famiglia, in amore. Ma alla fine si prendono sempre sonore rivincite su tutto: assennatamente previdenti, sopportano e aspettano che la sorte si riveli benigna, premiando l’indulgenza e la pazienza con cui tollerano difetti e soprusi dei loro simili. Il sesso? Forse non è così importante come si dice. La carriera e il successo? Beh, non vale la pena guastarsi la vita per ottenerli. I viaggi? Divertenti, ma quanto faticosi… Il buonsenso dei vari Gianni che interpretano i suoi film pare il prodotto del carattere romano più paciosamente consolidato dalla sapienza di una cultura millenaria, tra stoicismo e pasquinate.

Così adesso leggere la prima prova letteraria di un autore cinematografico prestato alla pagina scritta, incuriosisce, e non delude. Lontano lontano è il titolo del libro pubblicato da Sellerio (oltre a essere il titolo di una indimenticata canzone di Luigi Tenco e dell’ultimo film di Di Gregorio). Comprende tre racconti, Aiòn, Incantesimo, Lontano lontano.

Il primo, che ricalca il tema del rapporto ossessivo madre-figlio descritto in Pranzo di ferragosto, si riferisce grecamente all’eternità indissolubile di tale legame, e all’atemporalità della città che fa ad esso da sfondo. Roma raccontata nella contemporaneità del traffico, delle invasioni turistiche, dei sobborghi popolari, dei personaggi macchietta, e nel suo magniloquente passato, che partendo dagli Etruschi, attraversando la cristianità fino all’Arcadia e all’occupazione tedesca, rimane nel profondo del suo carattere un pigro suburbio, tenuto insieme da osti e portinai, fruttivendole e mense dei poveri, in cui “la vitarella scorre, senza nome ma anche senza scosse, si sfilaccia piuttosto come zucchero filato”.   Chi narra in prima persona è un cinquantenne, figlio unico di madre vedova, che trascina i suoi giorni accudendo la mamma, “tartarugona in vestaglia”, sciabattante tra poltrona e letto in perpetua pre-agonia catarrosa. Il figlio, assillato dall’idea della pensione di cui non usufruirà mai, e dal vagheggiamento sentimentale di inavvicinabili signore del vicinato, si occupa servizievole delle faccende domestiche, della spesa quotidiana, delle medicine da acquistare in farmacia per la genitrice: umiliato nella sua esistenza, si riconosce fallito, con ironica e rassegnata disperazione, seguendo il flusso delle sue aggrovigliate e inconcludenti ipotesi di riscatto. Tanto, “tutto è iscritto nel cerchio, pappa e gioia e Aiòn, eternità, castagnole e tricche tracche, scoppietti, le scuregge del Negus che non le fanno più”.

Anche in Incantesimo incombe accentratrice una figura materna. “Testa d’aquila su corpo di chioccia pacchiotta, sora Maria portava vesti lunghe fino al pavimento e sembrava scivolare su silenziose e solide rotelle”. I suoi due figli Emilio e Virgilio, adulti scapoloni, professionisti di prestigio, scissi tra desideri concupiscenti e inibita rassegnazione, dormono nella stessa stanzetta, in un incomprensibile prolungamento della dipendenza infantile dalla madre. Intorno, la campagna romana, “Un mondo felice per riflesso, di terra rossa e profumata, scaldato dal sole e carezzato dal ponente la sera quando nelle vigne si accendevano i fuochi fumiganti, fiamme che non significavano distruzione e ruine di guerra ma ardevano per arrostire generazioni di salcicce e carciofi alla matticella e di notte diventavano braci azzurre intorno alle quali scorrevano l’Olevano e il Cannellino”. Il racconto, scritto in uno stile più tradizionalmente coltivato rispetto al precedente, è la rivisitazione della realtà agraria e periferica di un Lazio post-bellico, con relazioni interpersonali e familiari cementate in una cultura atavicamente matriarcale.

Tra lo scavo sarcasticamente introspettivo del primo testo e l’indagine antropologica del secondo, il terzo racconto si situa in una simil-cronaca d’attualità, che vede per protagonisti un terzetto di pensionati romani ciondolanti nei bar di Trastevere, a chiacchierare, a perdere tempo, a farsi una birra o un bicchiere di bianco.

Il professore, nel film omonimo Lontano lontano interpretato dallo stesso Gianni Di Gregorio, è un insegnante di lettere in pensione, divorziato e senza figli, che vive una quotidianità priva di assilli e di speranze grazie al suo striminzito sussidio mensile: “Già al tramonto la coscienza si rilassava, aveva fatto quello che poteva, cioè niente, ed era abbastanza”. Gli altri sono suoi amici scalcagnati, un proletario lavativo chiamato il Vichingo, e un rigattiere di nome Attilio che vive in periferia con il suo cane. I tre progettano per una settimana intera di trasferirsi all’estero, per poter vivere i loro ultimi anni con più serenità economica, accarezzando una prospettiva di rinascita esistenziale. Forse in Bulgaria, o nell’Europa del Nord, o in Africa. Magari nelle Azzorre, clima mite, situazione politica tranquilla, discreti servizi sociali.

Il racconto, vivace e ironico, intessuto di dialoghi svelti e avvenimenti spassosi anche nella loro tragicità, si presta ovviamente a una lettura di impianto cinematografico, quasi canovaccio di una prima sceneggiatura. E mantiene, nella rinuncia ai sogni dei tre anziani (“ma dove andiamo? Questo è il nostro mondo, ce semo nati, ce conoscono tutti!”) tutta la sorridente malinconia, l’umanità dello sguardo attento e partecipe del Di Gregorio regista.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 16 luglio 2020