BURROUGHS

WILLIAM BURROUGHS, VICOLO DEL TORNADO – STAMPA ALTERNATIVA, ROMA 1997 (ebook)

 

William Seward Burroughs (1914-1997) è stato uno degli esponenti più noti della letteratura beat, amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Nato a Saint Louis, laureato a Harvard, viaggiò e soggiornò a lungo in Messico, in Perù, In Europa e nel nord Africa, sperimentando ogni genere di droga. Dalla tossicodipendenza non riuscì mai a uscire definitivamente, nonostante lunghe cure di disintossicazione, e la sua critica feroce allo stile di vita americano e più generalmente occidentale continuò a esprimersi in modo radicale e violento sia nella scrittura, sia nelle scelte esistenziali e politiche. Omossessuale, appena tollerato ma sempre mantenuto dalla famiglia ricchissima, non ebbe mai un’occupazione stabile: si sposò due volte, e dalla prima moglie, uccisa accidentalmente maneggiando una pistola, ebbe un figlio. Scrisse diciotto romanzi, sei raccolte di racconti, quattro raccolte di versi, cinque libri di interviste, lettere e diari. Apparve in vari film e collaborò con numerosi musicisti e performer, ottenendo grandi riconoscimenti e premi internazionali.

“Ho usato droghe in molte forme” scrisse nell’introduzione al suo scandaloso capolavoro del 1962, Il pasto nudo. Ma già nel libro d’esordio Junkie, del 1953, fino a Terre occidentali del 1988, il tema della dipendenza veniva esplorato non solo negli effetti fisici e mentali, ma anche metaforicamente come schiavitù e assuefazione a qualsiasi altra forma di amorfa sottomissione: al sesso, al denaro, al lavoro, alla tecnologia, al nazionalismo, alla religione o a ogni altra ideologia possa rendere le persone meno libere e consapevoli delle proprie scelte.

L’ebook proposto da Stampa Alternativa nel 1997, e ancora acquistabile online a meno di un euro, può offrire al lettore una prima veloce impressione sia delle diverse tematiche, sia dei generi letterari con cui l’autore si è misurato (dall’horror al fantascientifico al trash), utilizzando – come scrive Massimo De Feo nella sua empatica introduzione -, “l’eccessivo, il rivoltante, il paradossale, la maschera del clown o il bisturi del chirurgo pazzo, per scagliarsi contro la religione del potere e i suoi derivati”.

In effetti, il filo che tiene legate queste sette brevi storie, si può chiaramente riconoscere nel dichiarato disprezzo verso il fariseismo della vita borghese, via via incarnata in rampanti giovanotti WASP, in uomini d’affari, in poliziotti corrotti e vendicativi, in medici e psicanalisti più morbosamente esaltati dei loro pazienti. Al di sopra di tutto, l’occhio vigilante e repressivo di uno stato che pretende il controllo totale e la soggezione ubbidiente dei suoi sudditi, a cui Burroughs oppose la ribellione brutale e quasi animalesca dei suoi personaggi.

Così il primo racconto si presenta come una beffarda preghiera recitata nel Giorno del Ringraziamento, festività che negli USA assume un rilievo familiare e religioso pari al Natale. L’ironica riconoscenza dello scrittore viene espressa elencando una serie di torbidi misfatti ecologici e sociali messi in atto contro la natura, gli animali, i poveri, i neri e gli indiani, i drogati e i malati: “Grazie per il tacchino e i piccioni viaggiatori, destinati a essere cacati attraverso le sane budella americane… Grazie per le rispettabili signore casa-e-chiesa con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse… Grazie per gli adesivi ‘Ammazza un frocio in nome di Cristo’”.

Altri racconti micidiali nella loro rivoltante brutalità narrano di un ragazzo epilettico che usa come un’arma contro un raffinato perbenista le sue escrezioni corporee: sangue, sperma, saliva; di uno psichiatra che vorrebbe eliminare tutte le persone disturbate o devianti in cura da lui; di un uomo che si ritrova nell’intestino un millepiedi mutante che lo divora. E poi pusher, eroinomani, rapinatori, forze dell’ordine criminali. Violenza, lerciume, oscenità della malavita in risposta ad altrettanta sudiceria ufficiale e organizzata. “Tutto il mio lavoro è rivolto contro coloro che sono intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in aria il pianeta o a renderlo inabitabile”, scriveva William Burroughs, cherubino osceno e arrabbiato.

 

© Riproduzione riservata        13 novembre 2019

 

MARAINI

FOSCO MARAINI, GNOSI DELLA FANFOLE – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2019

Fosco Maraini fu tutto fuorché fosco. Chiarissimo, limpido e appassionato, vorace di vita e di avventura, viaggiatore instancabile, etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta. Nato a Firenze nel 1912, figlio di uno scultore ticinese e di una scrittrice anglo-ungherese, crebbe bilingue nello stimolante ambiente artistico e intellettuale fiorentino, laureandosi in Scienze Naturali e Antropologiche. Nel 1935 sposò la pittrice siciliana Topazia Alliata di Salaparuta, da cui ebbe le tre figlie Dacia, Yuki e Toni. Dopo il divorzio dalla moglie, nel 1970 si unì in seconde nozze alla giapponese Mieko Namiki, con la quale visse a Firenze, lavorando al suo archivio fotografico e alle sue pubblicazioni fino alla morte, sopraggiunta nel 2004. La sua biblioteca, contenente circa 9.000 tra volumi e periodici e 42.000 fotografie, è conservata presso il Gabinetto G.P. Vieusseux di Firenze.

Animato da una forte curiosità nei confronti del mondo, visitò un gran numero di paesi, soprattutto orientali, raccogliendo testimonianze di grande valore etnografico. Prima della seconda guerra mondiale, Maraini si trasferì in Giappone, come lettore di lingua italiana. L’8 settembre 1943 si trovava a Tokyo e avendo rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, venne internato in un campo di concentramento a Nagoya con tutta la famiglia per circa due anni. Finita la guerra tornò in Italia, riprendendo i suoi viaggi e i reportage fotografici in Medio ed Estremo Oriente. Insegnante di lingua e letteratura giapponese all’Università di Firenze, si segnalò presto come uno dei massimi esperti del popolo e della cultura Ainu.

La sua vivacità intellettuale lo portò a cimentarsi anche con la poesia, utilizzando una tecnica particolare, da lui definita “meta semantica”.

Gnòsi delle Fànfole è un libriccino di versi che dagli anni ’60 ha conosciuto un crescente successo in diverse edizioni (De Donato 1966, Dalai 1994-2007 con CD audio, Baldini e Castoldi 1978-2001, Mondadori 2007, fino alla più recente per La nave di Teseo, con un’esaustiva e affettuosamente entusiastica introduzione della figlia Toni). L’originalità assoluta della raccolta è stata messa in luce da molti critici e linguisti, poiché in essa il lavoro compositivo si concentra sulla parola, e più specificamente, sul suo suono. All’autore non interessava tanto il significato trasmesso dal messaggio poetico, bensì la sua ricezione uditiva, lo sconcerto e la divertita riflessione provocate nel pubblico dall’ascolto. Procedimenti e obiettivi di tale metodo di scrittura venivano così illustrati nella Premessa: “Proponi dei suoni ed attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. E dunque la parola come musica e scintilla”. Poesia sonora, quindi, e musicalmente suggestiva, in cui l’effetto straniante è dato dall’accostamento o dalla fusione di termini conosciuti con altri inventati, privi di senso, spesso parodianti la letteratura colta.

In Una giornata ad urlapicchio, ad esempio, il poeta si prende gioco della lirica amorosa tradizionale, ambientando petrarchescamente i suoi versi sullo sfondo di una natura in cui cielo, alberi, uccelli esaltano la dichiarazione finale dell’amata: “t’amo per davvero”. Ma che giornata è, quella in cui sboccia l’idillio tra i due innamorati? È “un giorno a zìmpagi e zirlecchi / un giorno tutto gnacchi e timparlini”, in cui “le nuvole buzzillano, i bernecchi / ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini”. Un’esplosione di suoni allegri, pieni di zzz di insetti, di cchh di volatili canterini cinguettanti nella pineta (come non pensare per contrasto al celebrativo D’Annunzio?), “un giorno carmidioso e prodigiero”, in cui ovviamente non si può che amare “per davvero”. A tale giornata solare e vivace si oppongono invece giorni “smègi e lombidiosi” (in cui “smegi” richiama la noiosità di “mogi”, e “lombidiosi” fa pensare al fastidio di una lombaggine), e meriggi (montaliani?) “gnàlidi e budriosi / che plògidan sul mondo infragelluto”: invenzioni linguistiche assolutamente geniali, sferzanti il tritume monotono sia della comunicazione quotidiana, sia della consuetudine letteraria.

Ecco qui la poesia nella sua interezza, ascoltabile in rete nell’interpretazione musicale di Stefano Bollani e Massimo Altomare (album Sonica Polygram, 1998): “Ci son dei giorni smègi e lombidiosi / col cielo dago e un fònzero gongruto / ci son meriggi gnàlidi e budriosi / che plògidan sul mondo infragelluto, / ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi / un giorno tutto gnacchi e timparlini, / le nuvole buzzillano, i bernecchi / ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini; / è un giorno per le vànvere, un festicchio / un giorno carmidioso e prodigiero, / è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio / in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

Per spiegare la sua tecnica poetica, l’autore aveva inventato il termine “meta semantica”, intendendo con ciò che la produzione andava oltre la semantica, nel privare le parole del loro significato più usuale e scontato, continuando però a utilizzare vocaboli che nel suono risultassero ancora familiari alla lingua italiana, e ne rispettassero grammatica e sintassi. Tale pratica aveva avuto illustri precedenti nel cinquecentesco Teofilo Folengo, e nel poemetto del 1871 Jabberwocky di Lewis Carroll. Altri esempi di utilizzo giocoso e fuorviante della lingua si trovano nel nostro ’900: nei futuristi Farfa, Lucini, Palazzeschi; poi in Sanguineti, Zanzotto, Giuliani, Dario Fo, Scialoja, Niccolai, Frasca, e in tanti componimenti satirici anonimi.

Le Fànfole chiedono di essere recitate ad alta voce, magari cantate, e interpretate attraverso l’intervento decodificante del lettore, la sua partecipazione diretta nello sbrogliare il canovaccio dei rimandi lessicali, delle onomatopee, delle assonanze-dissonanze, delle etimologie, delle rime. Poesia tangenziale e bipolare, secondo la definizione del suo creatore, che così la decantava: “Il linguaggio comune, salvo rari casi, mira ai significati univoci, puntuali, a centratura precisa. Nel linguaggio meta semantico invece le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume, o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni, a richiami armonici, a cromatismi polivalenti, a fenomeni di fecondazione secondaria, a improvvise moltiplicazioni catalitiche nei duomi del pensiero, dei moti più segreti”.

Il più noto e celebrato modello dell’invenzione stilistica di Maraini ci viene fornito da Il Lonfo, magistralmente reinterpretato nei suoi spettacoli da Gigi Proietti e recuperabile su Youtube: “Il lonfo non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta, / ma quando soffia il bego a bisce bisce / sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta. / È frusco il lonfo! È pieno di lupigna / arrafferia malversa e sofolenta! / Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna / se lugri ti botalla e ti criventa. / Eppure il vecchio lonfo ammargelluto / che bete e zugghia e fonca nei trombazzi / fa lègica busìa, fa gisbuto;/ e quasi quasi, in segno di sberdazzi / gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto / t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.”

È un animale, il lonfo, o uno zombie minaccioso? Forse un lupo, un ghiro, una pantegana, un cagnolone inoffensivo? Il poeta lo descrive con una serie di attributi bizzarri e fantasiosi (gnagio, frusco, vecchio, ammargelluto, zuto), di verbi indicanti azioni vaghe e misteriose (non vaterca, non gluisce, raramente barigatta, sdilenca, s’archipatta, sbudiglia e arrupigna, botalle e criventa, bete, zugghia, fonca, fa busìa, fa gisbuti, t’alloppa e ti sbernacchia), ma in qualche modo ostili e derisorie.

Allegramente canzonatorio è anche l’atteggiamento che il nostro illustre orientalista sfodera nei riguardi della triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, dei crepuscolari e di Gozzano, di Montale e Quasimodo, motteggiando la pomposità seriosa, l’intenerita mansuetudine, la tormentante angoscia dei maggiori poeti italiani del primo ’900: “Io t’amo o pia cicala e un trillargento / ci spàffera nel cuor la tua canzona” (Carducci), “Ricordi quando usavano le boppie / calate sui pitànferi supigni, / e légoli girucchi a panfe doppie / mornavano gli splagi e i pitirigni?” (Pascoli), “Io vissi all’era / degli Andali ludiati e perfidiosi: / gli artèdoni liriavano in finiera / metàrcopi e sindrèfani rodiosi…” (D’Annunzio), “Oh zie, oh dolci zie in bardocheta / voltatevi col glostro ricamato, / scendete per le scale a beta beta / dai màberi del tempo agglutinato!” (Gozzano), “nel sole si smarmellano budrince / al neon s’affastigiano vetrali” e “tra gli spissi gramosi / e blastifèmi, sul bovatro / svettiscono zirgendo gli acrolissi” (Montale), “t’ascolto lucifuso nell’azzurra / voragine d’un’alba di bugie” (Quasimodo),

Vengono allora in mente i versi che Aldo Palazzeschi dedicò all’ironia sorniona dei poeti, quando sanno giocare con le parole: “Il poeta si diverte, / pazzamente, / smisuratamente. // Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire / poveretto, / queste piccole corbellerie / sono il suo diletto”.

Senz’altro Fosco Maraini si è divertito, scrivendo le sue Fànfole: sarcastico già nel titolo scelto per la raccolta, poiché suggeriva fosse decifrabile attraverso la gnosi, cioè grazie a una conoscenza misterica raggiungibile per illuminazione interiore solo da pochi iniziati. La cui chiave interpretativa, però, non poteva che essere quella della risata ribelle e sbeffeggiante. Ma che risata ingegnosamente ed estrosamente creativa, la sua.

© Riproduzione riservata                  «Il  Pickwick», 13 novembre 2019

 

 

 

 

 

FERRACUTI

ANGELO FERRACUTI, LA METÀ DEL CIELO ‒ MONDADORI, MILANO 2019

Lo scrittore marchigiano Angelo Ferracuti (Fermo, 1960), autore di romanzi, racconti, saggi e reportage, è noto alla critica e al pubblico dei lettori soprattutto per il suo impegno testimoniale sul tema del lavoro e della letteratura aziendale, così poco frequentata in Italia. Con il romanzo La metà del cielo torna invece alla narrativa biografica, unendo insieme, con sensibilità priva di retorica, elementi di vita privata e collettiva, strazio personale e responsabilità sociale. La stesura del libro, durata quattordici anni, ha utilizzato la memoria come “elaborazione permanente del lutto”, nella volontà sia di fissare i ricordi, sia di superare il dolore causato dalla morte precoce della moglie Patrizia, uccisa da un cancro poco più che quarantenne.

Il volume si apre sulla telefonata della figlia minore che comunica al padre la fine attesa e temuta della mamma; da lì si dipartono fili che intrecciano insieme momenti di un passato di coppia e familiare, felici o combattuti, con vicende di cronaca italiana e mondiale. Nelle stesse giornate angosciose e convulse in cui si preparavano e celebravano le esequie (tra amici e parenti che invadevano la casa, affettuosamente solidali, costernati o confusi), le notizie trasmesse dalla televisione si susseguivano nel tragico silenzio di un’assenza. La morte di Pinochet, la strage di Erba, Superquark con i suoi servizi sull’inquinamento, scorrevano davanti agli occhi del marito impietrito, già in preda ai sensi di colpa e ai rimorsi di chiunque sopravviva a una persona amata: “Sono colpevole, mia moglie è morta. Non l’avevo uccisa veramente, però non ero riuscito a salvarla”.

La stessa ricostruzione della vicenda matrimoniale offre al protagonista continui appigli alle giustificazioni e alle recriminazioni, nel rivivere il primo incontro casuale in un teatro lombardo, quindi il corteggiamento, la convivenza e le nozze, attraverso i momenti di passione intensa e quelli di gelosia, i litigi feroci e le delusioni reciproche, il tradimento di lui con una giovane studentessa (“la mia Lolita”) e la traumatica scoperta della malattia di lei. Severo nell’elencare le proprie debolezze e i propri fallimenti (le ire improvvise, le ambizioni e le frustrazioni letterarie, l’abuso di alcol, l’inquietudine di chi si sente invecchiare), Angelo è altrettanto coinvolgente quando racconta le pagine più dolci ed emotivamente condivise della sua vita con Patrizia: i viaggi, le fotografie, la nascita delle due bambine, l’impegno politico, le letture e le canzoni (le note dei Jethro Tull, Led Zeppelin, Deep Purple, di Keith Jarrett e Ian Anderson si rincorrono con quelle del disco galeotto, Woman di John Lennon): “quando la nostra vita insieme c’era ancora e scorreva nei suoi movimenti minimi, quando eravamo giovani e immortali, e tutto era d’oro, ogni minuto, ogni battito, ogni momento di quella vita, quel vedersi all’improvviso in soggiorno di ritorno dal lavoro, dirsi semplicemente ciao”.

Patrizia nelle parole dell’autore si manifesta in tutta la sua vivace esuberanza di donna propositiva e anticonvenzionale, creando un contrasto penoso con i tre anni di calvario, raccontato puntualmente nei ricoveri ospedalieri, nelle cure chemioterapiche, nei crolli fisici e psichici. In lei (alta e robusta, dal sorriso aperto e dalle labbra sensuali; battagliera, animata da un’intelligenza strategica), era presente uno “strano contrasto di dolcezza sobria, austera, e animalità selvaggia”. Insieme, loro due avevano vissuto l’impegno politico giovanile, in una stagione di slanci generosi, di utopie e di lotta; quindi la delusione di un riflusso sociale nell’individualismo, nell’invidia economica e nella rincorsa al successo: “Patrizia, hanno vinto i barbari”.

Particolarmente taglienti e sarcastiche sono le pagine che Ferracuti dedica alla sua “piccola città di morti”, in cui vede emergere una strisciante cattiveria quando non addirittura una gratuita ostilità, nel dilagare di pettegolezzi meschini, nella totale assenza di solidarietà sociale, e in una agguerrita competizione fine a se stessa: “Si erano fatti tutti borghesi, anche gli artigiani, gli operai, gli sguatteri, i facchini, le donne delle pulizie, i carpentieri”. La delusione provocata dal tramonto di un orizzonte ideale si coniuga con le difficoltà di crescere da solo le due figlie adolescenti, di seguire i vecchi genitori artritici e arteriosclerotici, e con il desiderio di sottrarsi alle responsabilità attraverso i continui spostamenti o il bere fino allo stordimento. Fino a quando lentamente il dolore e la fatica di vivere si alleggeriscono, e un aiuto insperato arriva dalla comparsa di una nuova figura femminile, con cui riprendere in mano il timone della propria quotidianità, e riaprirsi a una rinnovata fiducia verso la vita.

 

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/La-meta-del-cielo-Ferracuti.html  11 novembre 2019

 

 

 

 

 

STEINER

GEORGE STEINER, LA POESIA DEL PENSIERO – GARZANTI, MILANO 2012

George Steiner, critico letterario di fama mondiale, è nato a Parigi nel 1929 da una colta famiglia ebraica di origine austriaca, che si trasferì negli Stati Uniti nel 1940 per sfuggire all’antisemitismo diffuso in Europa. Firma prestigiosa per il New Yorker, The Economist e il Times literary supplement, ha occupato diverse cattedre universitarie, a Ginevra, Oxford, Princeton, Stanford. Si è interessato soprattutto di linguistica (impegnandosi a farla uscire dalle strettoie puramente accademiche dello strutturalismo), di comunicazione e di traduzione, intese anche nel loro rilievo etico e sociale. Culturalmente la sua ricerca, radicata nella cultura classica, ha attraversato molti campi di indagine: dal teatro alla musica, dalla religione alla politica.

Nel volume La poesia del pensiero, pubblicato a New York nel 2011 e da Garzanti l’anno  seguente, l’attenzione dell’autore si focalizza sul rapporto tra linguaggio poetico e filosofia, a partire dalle origini del pensiero occidentale, in un’ottica però assolutamente eurocentrica, che esclude le culture orientali e le Americhe. Qui Steiner si propone di indagare «le collisioni, le complicità, le compenetrazioni e le commistioni tra filosofia e letteratura, tra il poema e il trattato metafisico», nella convinzione che «il pensiero nella poesia e il poetico del pensiero sono atti della grammatica, del linguaggio in movimento. I loro mezzi, i loro vincoli sono quelli dello stile». Addirittura, tutta la filosofia è in primo luogo “stile”, inseparabile dai suoi contesti semantici. Pertanto, in principio era la parola, e anche se poesia e filosofia sembrano avere finalità diverse – la prima aspira a re-inventare il linguaggio, la seconda si adopera per rendere il linguaggio rigorosamente trasparente, per liberarlo da ambiguità e confusione –, entrambe utilizzano lo stesso mezzo espressivo, contaminandosi a vicenda.

Già a partire dai primi frammenti dei presocratici, l’articolazione e la comunicazione di un concetto si è assoggettato alla dinamica e alle limitazioni del “soffocante recinto del linguaggio” e della sua sintassi. Il miracolo della nascita del pensiero astratto in Grecia tra VI e V secolo ha avuto come protagonisti figure eccezionali nell’anticipare teorie fisiche, cosmologiche, geometriche utilizzando la visionarietà del mito, la fantasmagoria della metafora. Steiner non lesina gli esempi: Eraclito, che con la sua oscura densità, la sua ambiguità semantica e le elisioni paratattiche fu amato da Nietzsche e Wittgenstein, filosofi «inclini al rapsodico e all’oracolare». Parmenide, su cui Heidegger scrisse lezioni magistrali. Empedocle, ieratico e seduttivo, che con la musicalità delle sue Purificazioni affascinò i teorici del romanticismo. Zenone venne citato da Valéry nel Cimetière marin, mentre l’atomismo materialistico di Democrito rimase un faro luminoso nel pantheon marxiano.
L’ibridismo tra parola immaginativa e parola razionale ha segnato per più di duemila anni la produzione filosofica occidentale, e autorevolmente George Steiner ne indica come primo artefice Platone. I dialoghi e le lettere del filosofo ateniese «sono atti letterari performativi che restano insuperabili per ricchezza e complessità»: nell’Apologia, nel Fedone, nel Simposio la figura di Socrate assume la grandezza morale del Cristo evangelico, grazie alla resa teatrale e tragica, liricamente ispirata, di quella prosa. Se è vero che Platone condannò la poesia e i poeti come corruttori del costume pubblico e ingannevoli inventori di illusioni, è perché diffidava e temeva l’attrattiva del «sommo drammaturgo, creatore di miti e narratore di genio presenti nelle proprie potenzialità». Il dialogo come genere letterario, che lo ebbe come eminente iniziatore, mette in scena l’oralità, nel metodo di interrogazione, confutazione, correzione tra due o più protagonisti: ha avuto degni rappresentanti in Cicerone, Luciano, Agostino, Abelardo, Galileo (scienziato-filosofo-scrittore arguto anche nel postillare opere di Petrarca, Ariosto e Tasso), Berkeley, Hume, fino a Paul Valéry: tutti loro, nello scambio democratico delle opinioni espresse verbalmente, recuperavano un fecondo e stimolante clima antiautoritario e antisistematico.

Nel quinto capitolo del volume, Steiner ci offre alcuni ritratti di famosi filosofi che hanno fatto dello stile letterario un carattere distintivo della loro realizzazione teorica. A iniziare da Cartesio, «algebrista metafisico… virtuoso del congiuntivo e del trapassato», appassionato di poesia e in particolare dei classici latini su cui modellò la sua prosa, vigorosa ed elegante: a lui il poeta tedesco Durs Grünbein ha dedicato un poemetto pubblicato da Einaudi nel 2005. Poi Hegel, sintatticamente tortuoso, lessicalmente plumbeo, intenzionalmente oscuro, poiché pretendeva dai lettori lo sforzo laborioso dell’interpretazione e della concettualizzazione. L’inacessibilità della sua scrittura, che aspirava «alla collisione con la materia inerte del luogo comune», è diventata un tratto caratterizzante di molti letterati e filosofi moderni: da Pound a Joyce e Celan, da Adorno a Lacan e Derrida. E ancora Marx, in cui «retorica analitica e profetica» e utilizzo pungente della satira rivelavano analogie con la pratica rabbinica e il dibattito talmudico; Nietzsche, che sapeva magistralmente fondere speculazione astratta, poesia e musica con un’incredibile virtuosità stilistica; Bergson, premio Nobel per la letteratura nel 1927, che influenzò tutta la produzione letteraria europea tra le due guerre; Freud, che aspirando al Nobel per la medicina ricevette invece il premio Goethe per la sua scrittura. Lo stile aforistico, frantumato, oracolare di Wittgenstein affonda le sue radici nei frammenti eraclitei e nelle anafore di Blake e Rimbaud, più che in qualsiasi altra opera formalmente filosofica.

Ma è stato soprattutto Martin Heidegger che ha individuato nella simbiosi tra poesia e pensiero, tra espressione performativa e argomentazione teorica («pensiero poetante, poesia pensante») l’occasione di rinascita di un linguaggio in grado di recuperare l’autenticità dell’Essere. I suoi impareggiabili commenti a Sofocle, George, Mörike, Rilke, Trakl, Hölderlin, Char, Celan hanno arricchito vicendevolmente letteratura e filosofia, indicando nell’atto ermeneutico della lettura l’unica possibilità di penetrazione e appropriazione nel/del logos. La stessa prosa di Heidegger, così ermetica, ha avuto un impatto linguisticamente innovativo, con i suoi arditi neologismi e l’ostinata paratassi: Paul Celan ne seppe fare tesoro nelle sue criptiche composizioni.

Lungo tutto il XX secolo la compenetrazione tra poesia e filosofia è divenuta assoluta e inestricabile: dopo Bergson, ogni filosofo è stato anche scrittore, e viceversa. Ma a quale linguaggio si affida il pensiero novecentesco? Non più a quello lineare e intellegibile della classicità, bensì a codici operanti una frattura tra significante e significato, attigui spesso al silenzio e all’incomunicabilità, non più tesi alla verbalizzazione del reale, perché consapevoli della non-veridicità della parola, sempre opaca e illusoria. La lingua infatti non può competere con l’universalità della musica o della matematica: la prima ha un’intrinseca capacità di simultaneità polisemantica, che può raggiungere ed emozionare chiunque, in ogni luogo e tempo; la seconda è precisa, affidabile, trasparente, autosufficiente. Il linguaggio è invece ambiguo, equivocabile, indeterminato: quello della poesia, poi, è per sua natura evocativo, misterioso, velato. Ma proprio in questa enigmaticità sta la sua originale ricchezza, cui George Steiner si appella contro l’impoverimento attuale della comunicazione, standardizzata, ridotta a gergo minimalista oppure a tecnicismi inerti. E, da umanista “arcaico” come si definisce, si augura che poesia e pensiero ritrovino i loro spazi di silenzio e intimità, che «da qualche parte un cantore ribelle, un filosofo ebbro di solitudine» sappia ancora regalare al mondo l’emozione del pensiero poetante di cui parlava Heidegger.

 

© Riproduzione riservata                 «Nazione Indiana», 8 novembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DICKINSON

EMILY DICKINSON, GRAPPLING WITH GOD – FACCIA A FACCIA CON DIO

STAMPA ALTERNATIVA, ROMA 2011

 

Emily Dickinson (Massachusetts, 1830-1886), la più famosa poetessa americana dell’800, scrisse 1775 poesie, pubblicate nella quasi totalità dopo la sua morte. Questa scelta di 35 brevi componimenti, perlopiù in quartine, è circoscritta all’argomentazione religiosa, ma da un punto di vista particolare. Non sono versi che esprimano devozione, lode, ringraziamento o preghiera: piuttosto prevale in essi uno spirito di contestazione, di confronto animoso e polemico, talvolta addirittura di ribellione, nei riguardi dell’Essere Supremo, avvertito come impositivo, o indifferente, o crudele.

Emily si misura qui, in modo lucido e trasgressivo, con l’interlocutore privilegiato della sua esistenza, vissuta in una sorta di clausura nella casa paterna, frequentando solo pochi parenti e rari amici, il Pastore e un amico segreto con cui intratteneva un’intensa corrispondenza. Il suo dialogo con il Signore è svolto alla pari, faccia a faccia, e in maniera ardita e animosa, nel rifiuto della propria piccolezza e inessenzialità di creatura mortale, e reclamando invece la dignità che sente appartenerle. Nessun timore reverenziale, pertanto, nei confronti di Dio, anzi, c’è una sfida e una richiesta continua di spiegazioni, di giustificazioni.

Nella sua interessante introduzione, Roberto Asnicar afferma: «In fondo, di questo è insaporita la storia degli uomini: di eretici, dissidenti e martiri, gente isolata e folle, che da una parte o dall’altra, abbagliati dall’umana ragione o dall’amore di Dio, non temono di darsi alla graticola». Troviamo nei versi religiosi della Dickinson sia l’orgogliosa accettazione del dolore fisico e morale: («Imparerò a convivere con la miseria / poiché è tuo dono»), sia la richiesta di avere più tempo da vivere («Signore, ci sono certi disgraziati / che esulterebbero per morire. / Perché non prendi loro / e lasci a me un’altra ora?»), o la protesta vibrante: («Ma tu ladro! Banchiere – Padre! mi lasci povera di nuovo»). Il tono feroce di molte accuse rivolte a Dio ricorda quello dei Salmi, quando arrivano all’imprecazione altera, quasi alla bestemmia: «Dio del Cielo – / riprenditi le ingiustizie / create dalle tue mani innocenti / in un momento oscuro – / Fidare di noi stessi – / ci sembra più saggio – / “siamo polvere” – / Ti chiediamo perdono / per la tua doppiezza ‒», «Dio è certamente geloso – / non sopporterebbe di vedere / che giochiamo tra di noi / piuttosto che con lui».

Per sottolineare la fragilità che rende gli uomini vittime di un potere spietato, la poetessa usa frequentemente il sarcasmo: «Per favore Dio, perdonaci! / Per cosa? Speriamo tu lo sappia – / noi ignoriamo il nostro crimine – / Rinchiusi nella magica prigione della vita / rimproveriamo la felicità / relegata al solo paradiso», «Certo che ho pregato – / ma a Dio è importato quanto / l’impronta di piume nell’aria / che grida ‘dimmi’». Il suo rimprovero a una divinità sorda e imperturbabile, che si nega e nasconde, è fermo e deciso: eppure la passione della fede la induce a pronunciare parole intense e infuocate come quelle delle mistiche medievali: «È stata la mia sola gloria – / lascia che sia ricordata: / io sono stata tua‒».

L’America ottocentesca, reazionaria e farisaica, certo non avrebbe mai capito e accettato questa donna minuta e caparbia, solitaria e cagionevole, che usava come un’arma i suoi versi per ribellarsi alle costrizioni che le venivano imposte dal suo ruolo femminile e domestico. Perciò Emily scelse consapevolmente e fieramente il silenzio e la solitudine per tutta la sua breve vita. Il curatore Roberto Asnicar nel suo commento conclude: «Esile creatura che un refolo può abbattere, volle tuttavia appigliarsi alle pareti dell’abisso, volle arrampicarsi per provare che non c’è un solo modo di credere, che è religioso anche quello spirito che si abbandona alla vertigine del vuoto. Emily lo volle e lo sperimentò nella forma inaudita del confronto – acuminato, diretto e mai blasfemo – con Dio. L’Immenso Nulla».

 

© Riproduzione riservata      7 novembre 2019

https://www.sololibri.net/Grappling-with-God-Faccia-a-facciaconDio– Dickinson.html

 

 

BUKOWSKI

CHARLES BUKOWSKI, SVASTICA – STAMPA ALTERNATIVA, TARQUINIA 2011

“Il Presidente degli Stati Uniti d’America entrò nell’auto, circondato dagli agenti. Prese posto sul sedile posteriore. Era una mattina anonima e scura. Nessuno parlò”. È l’incipit di un racconto di Charles Bukowski, Svastica, inserito nell’edizione americana originale di Storie di ordinaria follia, e mai pubblicato nelle corrispondenti edizioni italiane. Il motivo di questa censura viene ipotizzato da Raffaello Gramegna, curatore di questo volumetto, nella sua appassionata introduzione. “In Svastica l’ambiente non è il solito manicomio, né il bar, né la camera dai muri screpolati. Qui, per la prima volta in un libro di Bukowski, si comincia dalla massima espressione di ambiente socialmente sano: the White House, signori, la Casa Bianca”. In effetti, il racconto non è molto tipico della narrativa bukowskiana: nemmeno sfiorato dall’ossessione del sesso, dell’alcol, e delle secrezioni corporee, è invece centrato sulla leggenda del ritorno del Führer. La violenza, che è un tema tipico dello scrittore americano, qui è ovattata, pervasiva e priva di connotati fisici; essa caratterizza il potere, capace di modificare i rapporti umani e addirittura il corso della storia mondiale.

La narrazione si apre con il rapimento del Presidente degli USA, che in un giorno di pioggia battente viene condotto dalla sua scorta, anziché verso la meta programmata dell’aeroporto, in un luogo segreto, attraverso stradine sterrate e fangose (con successivi trasferimenti di auto e depistaggi per evitare ipotetici pedinamenti), in una vecchia pensione situata in aperta campagna. Impaurito e stupefatto, si trova davanti un Hitler ottuagenario, ma vigile e concentrato in un suo diabolico piano.

“Questo è un gran giorno per la Storia”, dice uno degli agenti segreti. Il Presidente e il Führer, sottoposti a un’incredibile e futuristica operazione plastica, si scambiano connotati e ruoli. Il dittatore, che dopo la fine della guerra e il falso ritrovamento del suo cadavere nel bunker di Berlino, ha continuato a dirigere le sorti del mondo in incognito, si dirige in pompa magna verso la Casa Bianca, dove occuperà l’Oval Office e la cameraa da letto del Presidente, mentre quest’ultimo finirà recluso in una clinica psichiatrica, da dove continuerà a proclamare la sua vera identità, deriso da medici e degenti.

Il raccontino in sé non ha un particolare valore letterario, e forse l’unico interesse che può riscuotere sta appunto nel fatto di essere stato escluso dalla più famosa raccolta di Bukowski. Ma l’edizione di Stampa alternativa ha invece il merito di proporre il testo originale in inglese, e un’attenta ricostruzione biografica e ideologica del curatore, che difende l’autore dalle accuse di simpatie naziste, sottolineando la sua anarchica opposizione a ogni potere, e il suo essere sempre stato “CONTRO; contro i comunisti, contro il governo americano, contro i padroni, contro le femministe, contro gli ecologisti, contro i blue collars, contro i cristiani praticanti, contro la Beat Generation, contro sé stesso”.

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Svastica-Bukowski.html               5 novembre 2019

 

 

PAPINI

GIOVANNI PAPINI, CHIUDIAMO LE SCUOLE!  – STAMPA ALTERNATIVA, TARQUINIA 2011

Che ricordo abbiamo, quasi tutti, di Giovanni Papini? Io personalmente, che da ragazza avevo letto con qualche entusiasmo Un uomo finito, mantengo una vaga impressione di lui come severo censore della mollezza letteraria, culturale, civile del popolo italiano: prima classicista, poi futurista, poi convinto interventista, quindi fascista, e infine intransigente cattolico.

Nato e morto a Firenze (1881-1956), Papini fu molto attivo nell’opera di svecchiamento della cultura e della società nel primo ventennio del ’900. Fondatore di due importanti riviste, Leonardo (1903) e Lacerba (1913), collaboratore de Il Regno e direttore de La voce (1912), collaborò intensamente con Corradini, Prezzolini e Soffici, concependo sempre la scrittura come terreno di lotta e azione, e scrivendo in uno stile declamatorio, fortemente polemico e dissacrante. Ebbe il grande merito di divulgare in Italia i maggiori movimenti filosofici stranieri, dall’intuizionismo francese di Bergson al pragmatismo anglo-americano di Peirce e di James. Quasi del tutto dimenticato e rimosso dalla scena culturale attuale, soprattutto per le sue scelte ideologiche e i suoi esaltati atteggiamenti reazionari, è stato recuperato editorialmente da Vallecchi e Mondadori, e oggi gode di un nuovo interesse anche da parte di alcuni movimenti di opposizione, non solo di destra. Stampa Alternativa, ad esempio, ha pubblicato in e-book un suo provocatorio e caustico pamphlet del 1914, Chiudiamo le scuole!, edito per la prima volta in volume da Vallecchi nel 1919, poi dalle edizioni Luni nel 1996 e nel 2013.

La proposta radicalmente rivoluzionaria di questo saggio si basa sulla convinzione non solo dell’inutilità dell’istituzione scolastica, ma addirittura sulla sua incontestabile nocività. Strumento di tortura mentale e fisica dei bambini, di livellamento culturale degli adolescenti, di indottrinamento ideologico degli universitari, l’istruzione statale affonda sistematicamente ogni personalità, originalità e iniziativa individuale attraverso l’imposizione di programmi uniformi, noiosi, formali e antiquati. Essa serve solo alle finalità pratiche della classe dirigente del paese: libera i genitori dall’impegno di seguire i figli per tutta la giornata, illudendoli inoltre sul futuro lavorativo della prole; mantiene una grande quantità di lavoratori (maestri, professori, ispettori, bidelli, editori, librai, cartolai) che altrimenti non avrebbero altra rendita economica; soprattutto forma cittadini ubbidienti e conformisti, incapaci di qualsiasi giudizio indipendente e personale. Non crea cultura, la trasmette solamente, e in maniera superficiale, pietrificata, massificante.

Il giudizio di Papini sulla classe insegnante è impietoso. Chi insegna esercita un potere sadico sulle sue vittime, annoiandole e mortificandole, nella convinzione pretenziosa e ingenua di appartenere a un ceto privilegiato, e di svolgere una funzione educativa indispensabile. In realtà, è molto spesso impreparato e privo di curiosità, svolge il suo lavoro solo per godere di tre mesi di vacanza e di uno stipendio garantito, si esercita a formare greggi ubbidienti di burattini, ripetendo per tutta la vita le stesse lezioni in maniera monotona, e anchilosandosi fisicamente in stanze polverose e malsane. L’unica possibile educazione è quella che si attua nel colloquio tra due persone, o nel commercio quotidiano con la vita e l’esperienza concreta, mentre il solo risultato della relazione tra maestri e scolari in una classe è un rapporto di servilismo, ipocrisia, reciproca diffidenza. Gli alunni sono sinceri solo quando imbrattano “la parete della latrina”.

Gli strali di Papini non sono diretti esclusivamente contro la didattica, ma si rivolgono anche alla costrizione materiale a cui vengono sottoposti i giovani, chiusi in “bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello”, quando invece dovrebbero poter godere di tanto spazio per muoversi, e di “un po’ d’igienica anarchia”. Il suo grido di protesta ricorda il “Come vi permettete?” recentemente lanciato da Greta Thunberg all’ONU: “Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella, e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?”

La sua opposizione a ogni tipo di reclusione forzata non si rivolge solo ai fabbricati scolastici, ma a qualsiasi edificio di segregazione, detenzione e isolamento: “Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine”. Mezzo secolo prima di Basaglia, di Illich, di Foucault, Giovanni Papini definiva gli istituti “sinistri magazzini di uomini cattivi”, dove milioni di esseri umani “son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia”. Le scuole, a differenza di altre istituzioni, rinchiudono maleficamente solo bambini e ragazzi sani, innocenti e tendenzialmente felici, privandoli della gioia di vivere, della voglia di crescere e imparare autonomamente, per renderli proni alle esigenze della classe dominante.

Cosa suggeriva quindi questo iconoclasta anarchico, per rendere ai giovani il loro diritto a un’esistenza salubre, libera e creativa? Di licenziare tutti i dipendenti del Ministero della pubblica istruzione, offrendo loro pensioni vitalizie purché lasciassero gli studenti “fuori dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato”. Accidenti! Nemmeno il più esagitato dei Black bloc arriverebbe a proporre una soluzione così drastica e rivoluzionaria…

 

© Riproduzione riservata                «Il Pickwick», 4 novembre 2019

 

 

 

 

 

 

GIVONE-BODEI

SERGIO GIVONE-REMO BODEI, BEATI I MITI PERCHÉ AVRANNO IN EREDITÀ LA TERRA

LINDAU, TORINO 2013

Due filosofi, Sergio Givone e Remo Bodei, il primo credente il secondo ateo, affrontano il tema della mitezza sotto il profilo filologico, teologico e storico. Commentando il brano di Matteo 5,5 che pone questa dote al terzo posto nella scala delle Beatitudini (“Beati i miti perché erediteranno la terra”), entrambi i due autori concordano nel ritenere l’essere miti un valore, anziché un difetto o una debolezza, come oggi viene prevalentemente intesa dalla maggioranza delle persone, e dall’ideologia politica e sociale dominante.

Givone definisce il mite “colui che sopporta non per rassegnazione, ma per convinzione… non dispera neppure di fronte alle difficoltà più gravi e quando tutto sembra perduto… sa essere comprensivo, benevolo, ospitale nei confronti del suo prossimo e perfino del suo nemico: in una parola caritatevole”. La mitezza è un dono dello spirito, la più alta delle virtù, la meno compromessa con le tentazioni del mondo e la più vicina al cuore di Dio: essa si manifesta in atteggiamenti non aggressivi, pazienti, aperti al confronto, tolleranti. Mite per eccellenza è Gesù, l’Agnello che porta su di sé i mali e i peccati degli uomini, giusto e insieme indulgente, umile, semplice, puro. Se nel Medioevo si predicava la mitezza nella sua accezione ascetica e mistica, oggi la si interpreta soprattutto in chiave etico-politica, in ubbidienza alla teoria e alla pratica della nonviolenza, con riferimenti al pensiero di Tolstoj e di Gandhi. Tra i filosofi novecenteschi che più si avvicinano a tale visione di impegno morale, Hans Jonas contrappone il “principio responsabilità” al “principio disperazione”, indicando nell’azione umana tesa a preservare l’ambiente e la vita il comportamento più responsabile e generoso nei confronti delle generazioni future. Givone ritiene che la ricompensa evangelica fatta ai miti di ereditare la terra, non sia ovviamente una promessa di vantaggio materiale, ma denoti invece la prospettiva di abitare la casa di Dio nella pace, facendosi carico di ciò che l’esistenza terrena è, in totale accoglienza e totale consenso con il prossimo e con il Signore.

Remo Bodei, offre al lettore un’interpretazione laica della mitezza, insistendo sulla forza e l’audacia di tale valore, che rende chi lo incarna capace di controllare le proprie passioni, di resistere al male con fermezza e senza scoraggiarsi, rinunciando all’ira, alla violenza e alla vendetta. “I miti sono le persone pazienti, quelli che non chiedono niente per sé… che non si credono importanti e non si gloriano di sé stessi, che sono capaci di superare ogni difficoltà e che proprio per questo erediteranno la terra”. Bodei indaga l’etimologia del termine greco praous (mite) così come viene usato nei Vangeli, in Aristotele, nello stoicismo, nella teologia, per cui la mitezza non ha il significato negativo che le attribuiscono i moderni: di passività, apatia, rassegnazione imbelle. È invece consapevolezza sicura di sé, serenità, autodisciplina, moderazione, discrezione. Tra i pensatori del ’900 che più hanno rivalutato questa virtù cita Schweitzer, Bonhoeffer, Bobbio, Giuliano Pontara e Gustavo Zagrebelsky, ciascuno dei quali ha dato una sua definizione della scelta attiva e propositiva della mitezza.

Tra le tante proposte, quella che personalmente preferisco è “lasciare che l’altro sia sé stesso”.

 

© Riproduzione riservata      4 novembre 2019

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BARBERIS

WALTER BARBERIS, STORIA SENZA PERDONO – EINAUDI, TORINO 2019

Gli evangelisti Matteo e Luca raccomandavano il perdono: “perdonare fino a settanta volte sette”, “perdonate e sarete perdonati”. Ma si può perdonare la malvagità gratuita, la crudeltà senza scopo, l’efferatezza di un delitto, o (in termini collettivi e non solo privati), la disumanità di una guerra, la ferocia di una strage, l’ingiustificabile e assurda spietatezza della persecuzione e dello sterminio degli ebrei avvenuto nella II guerra mondiale?

Nel 1971 il filosofo e musicologo francese di origini russo-ebraiche Vladimir Jankélévitch aveva commentato la pagina più agghiacciante della storia novecentesca in un volume provocatoriamente intitolato “Perdonare?”. La sua vibrante e appassionata risposta negativa a quel doloroso quesito era stata urlata con la rabbiosa indignazione di tutte le vittime innocenti: “Il nostro risentimento, la nostra incapacità di liquidare il passato… non si chiama rancore, ma orrore”. Negando ai colpevoli qualsiasi possibilità di venire amnistiati, assolti, dimenticati, concludeva: “Il perdono! Ma ci hanno mai chiesto perdono?”

Walter Barberis (Torino, 1950), storico, editore e docente universitario, nel suo saggio Storia senza perdono riprende le tesi di Jankélévitch in maniera meno viscerale e più teoricamente meditata, interrogandosi nello specifico sul ruolo dei testimoni diretti della Shoah, sul loro imprescindibile coinvolgimento nella tragica vicenda dell’olocausto, e sugli inevitabili episodi di censura, autocensura, rimozione che possono aver influito nelle loro deposizioni. Già Primo Levi, a cui l’autore riconosce il merito e il coraggio di avere squarciato il silenzio sui “sommersi e salvati” nei lager, aveva avuto l’onestà di ammettere che non sempre i ricordi dei sopravvissuti a un massacro sono affidabili. “La memoria è uno strumento meraviglioso, ma fallace”, aveva scritto.

Barberis sottolinea quanto le ricostruzioni di un passato angoscioso possano risultare instabili, deviate da vergogna, pudore, sensi di colpa, versioni consolatorie, romanzesche o addirittura autocelebrative: proprio perché individuali e soggettive. Elenca una serie di volumi scritti da impostori che millantavano false biografie, impossessandosi di uno “statuto vittimario che non era il loro”, e rischiando così di inficiare la legittima ricerca della verità e di inquinare il valore stesso delle testimonianze acquisite.

Se il processo di Norimberga era rimasto imbrigliato in un esame burocratico di documenti impersonali di scarsa risonanza emotiva, quello di Gerusalemme a Adolf Eichmann del 1961 riuscì a dare voce all’orrore dei campi di sterminio, esibendo pubblicamente sia le sofferte dichiarazioni degli scampati sia le spietate immagini fotografiche dell’abominio nazista.

Da allora moltissimi romanzi, film, opere teatrali e programmi televisivi hanno avuto il merito non solo di informare il grande pubblico, ma anche di turbarlo, di farlo indignare e di proporgli interrogativi ineludibili. Ma “oltre una palpitante emozione, c’è bisogno di tanta ragione”, ed è quindi compito della storia operare una ricerca e un’analisi puntuale, asciutta, non retorica sui sintomi, le manifestazioni e le cause dell’antisemitismo e del razzismo che hanno portato alla persecuzione contro gli ebrei, in modo da creare una memoria collettiva capace di evitare il ripetersi in futuro di eccidi ed efferatezze simili.

Un’indagine storica che voglia essere accurata e incisiva non deve occuparsi solo delle vittime, ma deve riguardare anche i persecutori, i carnefici, gli aguzzini; senza tralasciare i neutrali, gli indifferenti, gli “ubbidienti per tradizione, per conformismo o per paura”, che con la loro tacita e vile acquiescenza hanno permesso che accadesse l’irreparabile. Altrimenti si potrebbe correre il rischio, insistendo esclusivamente sul sacrificio degli innocenti, di una sacralizzazione della vittima, di una sua rappresentazione come modello cristologico di agnello sacrificale, con una sovraesposizione mediatica fuorviante e controproducente.

Sarebbe invece opportuno esaminare senza indulgenze e remore il perché di un silenzio sulla Shoah durato circa dieci anni dopo la fine della guerra, partendo dall’incredulità iniziale dei contemporanei ignari, per passare alla loro volontà di occultare e dimenticare un passato compromettente, e concludere poi con il reale disinteresse per un dramma che non li coinvolgeva direttamente.

Poiché i testimoni oculari dell’Olocausto stanno progressivamente scomparendo, potremmo rischiare oggi l’oblio di un esiziale crimine storico, “flagello europeo più pericoloso e mortale della peste”, che deve invece essere continuamente rievocato e fatto conoscere alle nuove generazioni, in modo che nessuno possa permettersi di negare, relativizzare o assolvere. Walter Barberis è perentorio nel declinare ogni proposta di assoluzione o conciliazione con il regime nazista. Storia senza perdono è il titolo del suo libro.

 

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Storia-senza-perdono-Barberis.html     31 ottobre 2019

 

 

 

PALEY

POESIA CONTRO L’AMORE

A volte non vorresti amare la persona che ami
e distogli la faccia da quella faccia
i cui occhi labbra potrebbero placare ogni rancore
cancellare l’insulto   rubarti la tristezza di non voler
amare     voltati allora voltati    a colazione
di sera     non alzare gli occhi dal giornale
per vedere quella faccia in tutta la sua serietà     una
concentrata dolcezza     lui tiene il suo libro
tra le mani   le dita nodose intagliate
dall’inverno    voltati    è tutto quello che puoi
fare    alla tua età per salvarti dall’amore

 

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ALLORA

quando lei venne a prenderlo al traghetto
lui disse    sei così pallida   sciupata così
gracile   issandosi sulle punte dei piedi
per arrivare al suo orecchio   lei sussurrò
sono una donna anziana    oh da allora
lui fu sempre gentile

 

                                                                                          Grace Paley (1922-2007)