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RECENSIONI

ANTIA-BALDE

AMETS ARZALLUS ANTIA, IBRAHIMA BALDE, FRATELLINO – FELTRINELLI, TORINO 2021/2026

Amets Arzallus Antia (1983) è un giornalista, scrittore e cantastorie francese che nel 2021 ha pubblicato per Feltrinelli il romanzo Fratellino, da poco uscito in una nuova edizione economica. Il libro è stato pubblicamente consigliato da Papa Francesco come lettura formativa e informativa per conoscere il dramma della migrazione africana verso l’Europa. Si tratta infatti del resoconto della vita del giovane guineiano Ibrahima Balde, da lui resa oralmente all’autore del volume in termini lucidi ed essenziali, senza vittimismi o infiorettature retoriche.

A Ibrahima è “toccato nascere” a Conakry, in Guinea, da una famiglia povera di etnia fula che si esprime in lingua pulaar. Nella sua nazione, che confina con sei paesi africani, si parlano venticinque lingue diverse, ed esistono etnie diverse: un’unica generalizzata miseria, però.

La famiglia di Ibrahima, composta da padre, madre, due bambini e due bambine, si è poi trasferita nel villaggio di Thiankoi, dove è rimasta a lavorare la terra e a curare gli animali solo la madre con i figli più piccoli, mentre Ibra a cinque anni ha dovuto seguire il padre, venditore di pantofole, di nuovo a Conacry, vivendo lì per otto anni, fino alla morte improvvisa del genitore.

Inizia così la tragica odissea di questo ragazzino africano, che per aiutare i suoi parenti emigra in Liberia e inizia a scaricare sacchi di frutta nel mercato di Monrovia, dormendo in stazione coperto da cartoni fatti a pezzi. In seguito trova un’occupazione come aiutante presso un camionista, fino a quando la malattia della madre lo costringe a tornare al suo villaggio. Carica la mamma sulle spalle e la porta all’ospedale distante dieci chilometri. Rimane poi accanto a lei due anni, per curarla e occuparsi dei fratellini. Dai sedici ai vent’anni torna a lavorare sui camion, sempre in Guinea, fino a quando viene a sapere della scomparsa di suo fratello minore Alhassane, fuggito verso la Libia con l’intenzione di imbarcarsi per raggiungere l’Europa.

Alhassane è il “fratellino”, e per cercarlo Ibrahima si mette in viaggio per quattro anni attraverso il Mali, l’Algeria, la Libia e il Marocco, affrontando pericoli e violenze, soffrendo la fame e soprattutto la sete, percorrendo a piedi nudi periferie di metropoli e sabbie roventi del deserto, accettando i lavori più umili e faticosi, scappando da prigioni e ferendosi gravemente, inseguito e picchiato da poliziotti e tuareg. “Quando mi hanno messo in prigione, mi hanno perquisito tutto il corpo. Quando dico tutto il corpo, voglio dire tutti i buchi del corpo. E anche dei vestiti. Lo fanno per sapere se nascondi dei soldi. Io non avevo niente, la carta d’identità in tasca e nient’altro. Me l’hanno tolta. Da allora vivo senza documenti, e quando vivi senza documenti vali meno di una capra”. Dal punto di vista fisico, l’esperienza più terrificante per il giovane guineiano è stata ovviamente l’attraversamento del Sahara, prolungatosi per giorni fino allo sfinimento: “Quando attraversi il deserto, a volte soffia un forte vento. Non puoi nemmeno camminare. Devi fermarti e cercare di proteggerti, se non vuoi che la sabbia ti faccia male”. Umanamente, invece, ancora più straziante è stato il lungo periodo trascorso in Libia, in fuga estenuante dalle continue minacce di morte da parte di uomini armati di odio e kalashnikov: “Ogni tanto uno sparo e tu senti un brivido. Un lungo brivido. Sei per strada. Vai da qualche parte. Stop. Guardi la città. La città è ferma. Un altro sparo. Ti muovi. Ti fermi. A guardare la città. Controlli. Cerchi chi ti sta sorvegliando. E non trovi quello che cerchi. Finché ti addormenti, In qualunque posto. Altri due spari. In qualunque posto. Altri due spari. Taf-taf. Ti svegli, Ti muovi. Non sai dove andare”.

In Libia Ibrahima viene a sapere che il fratellino Alhassane è morto annegato in un naufragio su un gommone con altre 144 persone, nel tentativo di lasciarsi alle spalle la miseria africana. Affranto, fugge in Algeria, e poi in Marocco. A piedi, in treno, chiedendo un passaggio ai camion e alle motorette, accettando lavori umilianti, soffrendo la fame, il mal di denti, il mal di stomaco. A Nador un trafficante gli procura un posto su un gommone, che durante la traversata si sgonfia, mettendo in pericolo di vita tutti gli occupanti. Soccorsi dalla guardia marittima, i naufraghi vengono portati a terra.

Oggi Ibrahima Balde vive a Madrid, e lavora come meccanico. La sua drammatica e commovente testimonianza termina con questi versi, che dovrebbero farci riflettere sulla disperazione che porta migliaia di persone a lasciare la loro terra, a prezzo di sacrifici e sofferenze terribili, per conquistare il legittimo diritto a una vita perlomeno dignitosa: “Adesso lo so, il mare non è un posto dove sedersi. / E tu, tante volte evocato, / ti starai chiedendo chi sei. / Tu forse sei il poliziotto / che sta decidendo della mia domanda di asilo / dietro la scrivania di una questura. / Tu vedrai cosa fare con me. […] O semplicemente / tu sei tu / quello che sta leggendo questa poesia. / Ti chiederai/ quel tu sono io? / Sì, / se vuoi, / quel tu sei tu, / ma io no, / io sono Ibrahima, / e questa è la mia vita”.

 

«SoloLibri», 12 luglio 2026

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PAVESE

CESARE PAVESE, LA BELLA ESTATE – EINAUDI, TORINO 2021

Nel 2021 Einaudi ha riproposto in edizione economica il romanzo breve La bella estate di Cesare Pavese, corredato da una interessante postfazione di Furio Jesi, una nota di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria e la cronologia della vita e delle opere dell’autore piemontese. Scritto nella primavera del 1940 e pubblicato nel 1949 insieme a Il diavolo sulle colline e Tre donne soleLa bella estate è, come affermò lo stesso Pavese, la “storia di una verginità che si difende”, il racconto della dolorosa perdita dell’innocenza e della scoperta dei sensi e della tentazione da parte di un’adolescente ingenua e fiduciosa nell’ambiente dissoluto e squallido della bohème artistica torinese.

Ginia, una delle più intense figure femminili raccontate da Pavese, arriva in città dalla campagna e avverte, nella sua tenera sensibilità di adolescente, che la sua giovane esistenza sta per cambiare: “Quell’anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera, e a Ginia pareva di non avere mai capito prima che cosa fosse l’estate, tanto era bello uscire ogni notte per passeggiare sotto i viali. Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere”. Infatti qualcosa succede, nell’estate particolare di questa sedicenne, apprendista sarta in un atelier del centro città. Incontra altre ragazze di umile origine, Rosa che spera nel matrimonio con il suo Pino, e Amelia, più disinibita, sensuale e desiderosa di riscattarsi da un’esistenza desolata. “Con Amelia era tutto più facile, e ci si divertiva di gusto come se niente importasse … Con Amelia che aveva vent’anni e camminava e guardava sfacciata, Ginia sapeva di potersi fidare”. Amelia – che frequenta l’ambiente degli aspiranti pittori di Torino, posa per loro, intreccia relazioni occasionali e saltuariamente si offre a incontri mercenari –, attira la giovane e inesperta amica nel proprio giro di frequentazioni, presentandole uno dei suoi amanti, “un giovanotto peloso, dalla cravatta bianca e dagli occhi nerissimi che si chiamava Rodrigues”, e un soldato biondo e affascinante deciso ad affermarsi artisticamente: Guido.

Di costui Ginia si innamora con il tremore eccitato tipico dell’adolescenza, la volontà di sfidare le norme imposte dalla sua educazione contadina, la scoperta improvvisa del desiderio sessuale in sé stessa e negli altri. In un gioco esasperante di sguardi celati e vogliosi, intimiditi e sfacciati, la ragazza si concede al pittore in un lettuccio sgualcito nascosto da una pesante tenda di panno granata (“La tenda” era il primo titolo ideato dall’autore per questo romanzo), e nei giorni successivi viene travolta da un turbinio di sensazioni diverse (soggezione, paura, eccitazione, gelosia), che Cesare Pavese descrive con pacata indulgenza, rimarcando per ben diciassette volte l’immaturità e il candore infantile della protagonista con l’appellativo di “scema”, quasi fosse una carezza bonaria da fratello maggiore. La scoperta della fisicità fa sentire Ginia improvvisamente adulta: “Cominciò così la sua vera vita d’innamorata, perché adesso che con Guido si erano visti nudi, tutto le pareva diverso… Adesso sì che era come sposata e, anche da sola, bastava pensare ai suoi occhi, come l’avevano guardata, per non sentirsi più sola”, “mi baciava sugli occhi; sono proprio una donna”, “Scese la scala, sbalordita, e stavolta era convinta di non essere più lei e che tutti se ne accorgessero. «E per questo, – pensava, – che far l’amore è proibito, è per questo»”.

Quando però Guido le chiede di posare nuda per lui in presenza di Amelia e Rpdrigues, si rende conto di essere finita in un gioco sordido e malato, e il disincanto prende il sopravvento, mentre l’umiliazione vergognosa e malinconica lascia spazio a un’accettazione più consapevole della sua reale natura di ragazza sprovveduta: “aveva voluto far la donna e non c’era riuscita”.

 

«Gli Stati Generali», 5 luglio 2026

 

RECENSIONI

ZANINI

ROBERTO MAURIZIO ZANINI, FRAGILE E POSSIBILE – LA QUADRA, BRESCIA 2026

Ho conosciuto alcuni anni fa Roberto Maurizio Zanini, dopo essere stata da lui invitata a un incontro per un reciproco scambio di opinioni sulla scrittura in versi. Ci siamo rivisti altre due volte, sempre in un ristorante sul lago di Garda, in cui ho avuto modo di apprezzare la personalità generosa ed entusiasta di questo mio coetaneo dall’aspetto asciutto e vitale.

Così sono venuta a conoscenza delle sue non facili esperienze personali, vissute con coraggiosa coerenza, ma segnate da un’inquietudine esistenziale che lo ha portato negli anni ad affrontare situazioni spesso problematiche. Abbandonati gli studi durante l’adolescenza, insofferente dell’atmosfera familiare, Maurizio ha viaggiato in Italia, Belgio e Francia, impiegandosi in diverse attività lavorative, anche umili e pesanti: si è occupato di politica, militando in formazioni di sinistra; ha sperimentato amori, convivenze, un matrimonio, la paternità; ha letto di tutto in maniera onnivora; si è arricchito di un rapporto costante con la natura, accumulando gioie e dolori che hanno contribuito ad accrescere la sua ricca umanità.

Raggiunta una tranquillità emotiva ed economica nella tarda maturità, si è stabilito a Rovato con la sua compagna Nadia, continuando a coltivare l’antica passione per la poesia, studiando con accanimento autori classici e contemporanei, che si è impegnato a far conoscere in letture pubbliche nel suo territorio.

Solo nel corso del nostro ultimo incontro, mesi fa, mi ha confidato di aver sperimentato in prima persona la scrittura poetica, raccogliendo più di seicento composizioni, scritte a mano su alcuni quaderni. L’ho quindi invitato a inviarmi una scelta dei suoi versi, e lui, con qualche reticenza, mi ha fatto leggere un centinaio di poesie riguardanti argomenti diversi. Gli ho proposto allora di allestire un piccolo canzoniere d’amore, perché mi è parso che proprio questo tema rivelasse appieno la sua capacità di abbandonarsi totalmente a un sentimento, sviscerandone con sincerità le dolcezze e i tormenti.

Ecco dunque Fragile e possibile, prima pubblicazione di Roberto Maurizio Zanini, libro suddiviso in due sezioni, narranti la nascita, l’evoluzione e la fine di una relazione, con titoli ricavati dai suoi versi: Tutto era nuovo e Le ombre lunghe della sera.

La cifra primaria di queste composizioni è la delicatezza con cui si esprime il sentimento amoroso, quando tratta l’emozione dell’incontro, l’affacciarsi del desiderio, la pienezza fisica del rapporto, la volontà di simbiosi reciproca. Oppure, al contrario, l’affievolirsi della dedizione, l’indifferenza emergente, la delusione, il rimpianto, l’inevitabile risentimento. Delicatezza che si esprime nella forma dei versi (brevi ma senza perentorietà, privi di strategie linguistiche), sia nella scelta delle immagini che li accompagnano (spesso riferiti all’ambiente naturale: cielo, mare, montagna; erbe, fiori, animali), sia nei contenuti, anche nell’esplicito romanticismo che arriva a sfidare la convenzionalità. Maurizio ama la trasparenza, e trasparenti sono i moti della sua anima, nelle parole con cui si manifestano.

Quindi dell’amata scrive con tremore quasi adolescenziale: “penso a com’era viva ogni cosa, quando tu c’eri”, “sei… del mio autunno l’albero più bello”, “Scoprire che non c’è altro universo / che il lento movimento dei tuoi fianchi”, “È per questo che ti amo come un pazzo”, “Mi nutro delle tue labbra, / respiro il profumo dei tuoi fiori aperti: / Sono il tuo re, io che non ero niente”.

Alle parole – sempre uguali, ripetitive, abusate – con cui l’amore viene raccontato nella tradizione letteraria di tutti i tempi e luoghi del mondo, il poeta oppone di tanto in tanto la loro ombra, il pudico silenzio, quando la fragilità non trova più modo di esprimersi, se non nella riflessione su quello che è sotteso all’unione degli amanti: “Ha spazi ampi la felicità, / si scompone e si ricompone / nel quotidiano stare insieme, / nel lento abitare delle cose / e sentire, senza mai interrogarlo, / il profondo respiro del tempo”.

Candida nella sua ingenuità, l’ininterrotta dichiarazione d’amore di Maurizio Zanini, anche nel dolore dell’abbandono e della separazione, riesce a trovare uno spiraglio di resistenza, di gratitudine e di attaccamento a ciò che continua a pulsare dentro: “Oltre la trasparenza / di nudi alberi e rovi, / il grigio fumo di un cielo malato: / ma io sento la vita sotto la corteccia, / nei chicchi bruni su fragili rami, / nei primi fiori che colorano il prato. / E sento la primavera che aspetta, / con la pazienza degli alberi / e la tenacia di un filo d’erba”.

Ci vuole coraggio, oggi, a scrivere d’amore, mentre prevale l’ostentazione di una prosaicità che elude e dileggia gli slanci emotivi, il coinvolgimento sentimentale, la commozione. Ci vuole coraggio a farlo quando si è arrivati al crepuscolo della vita. L’autore di questo libro ha trovato la forza di sfidare i pregiudizi più radicati, affidandosi alle parole della poesia.

 

«SoloLibri», 23 giugno 2026

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

BOYE

KARIN BOYE, LA CONSOLAZIONE DELLE STELLE – IPERBOREA, MILANO 2026.

La narratrice, poetessa e saggista svedese Karin Maria Boye (Göteborg, 1900 – Alingsås, 1941) ottenne un notevole successo nel 1940, un anno prima di suicidarsi, con la pubblicazione del romanzo distopico Kallocaina, scritto in forma di diario. Già in gioventù, tuttavia, si era fatta conoscere grazie a una consistente produzione di composizioni poetiche, incentrate su tematiche spirituali, rispecchianti i suoi molteplici e inquieti interessi culturali, che la portarono ad abbracciare dapprima il credo buddista, quindi il cristianesimo, e a interessarsi di filosofia e politica contemporanea, di mitologia greca, indiana e nordica, di psicanalisi freudiana.

La sua breve e intensa esistenza fu segnata da dolorose esperienze sentimentali ed erotiche, vissute con senso di inadeguatezza a causa di una consapevole ma tormentata bisessualità, che la portò dapprima a sposarsi con l’economista Leif Björk, e solo successivamente a vivere con pienezza la propria omosessualità, dopo essersi sottoposta a una serie di sedute psicanalitiche e aver sfidato polemicamente la condanna del moralismo cattolico. I numerosi viaggi, i trasferimenti in diverse città svedesi e i lunghi soggiorni in Russia e in Germania finirono per acuirne il disagio sociale e la sofferenza mentale.

La casa editrice Iperborea pubblica oggi un’antologia, con cura e traduzione di Fulvio Ferrari, che ben esemplifica le diverse fasi di sviluppo tematico e stilistico dell’itinerario poetico dell’artista svedese. La consolazione delle stelle si compone di una quarantina di poesie con testo originale a fronte, elencate cronologicamente, a indicare il percorso intellettuale e sentimentale dell’autrice, da un’iniziale adesione vitalistica e fiduciosa alla fede, alla bellezza della natura e all’impegno politico, fino a un ripiegamento interiore in cui prevalgono le “forze oscure” dell’inconscio e l’ansia causata dalla violenza del potere politico e religioso.

Dall’aspirazione a una fusione totale con Dio e con il creato (“Il mio Dio / e la mia verità / li ho visti / in uno strano istante”, “Forza, in cammino! È qui l’alba futura. / Mai avrà fine la nostra grande avventura”; “Poco fa m’ha raggiunto un vento lontano, / lieve come un fiato sospeso, / pregno di un profumo di timida, tremante attesa. / Da quel momento presagisco un miracolo”, “Poco fa nel sole cantavo su prati fioriti / Pan, Pan, il grande Pan”) a una concezione negativa e minacciosa del divino e dell’ambiente naturale (“Gli angeli oscuri con fiamme azzurre / come fiori di fuoco tra i capelli neri / conoscono le risposte a strane domande blasfeme”, “La morte è nera di tormento. / La morte è bianca di piacere. / Immersa nelle sue onde mormoranti / dimenticherai la riva nebbiosa della pallida vita”; “Salato, salato e amaro è il mare, / e limpido e freddo”, “Lanugine di cardo, lanugine di cardo / vaga a terra sospinta dal vento / senza la forza di radicarsi e crescere / nel giardino dei piaceri”).

Partendo dalla mistica di Silesius per arrivare all’angosciosa distruttività di Nietzsche, il cammino esistenziale di Karin Boye (“figura poliedrica e inquieta”, la definisce nella sua partecipe postfazione Fulvio Ferrari) conobbe la delusione di utopie sociali e politiche infrante dall’implacabile crudezza degli avvenimenti storici: dapprima con l’imporsi dello stalinismo nell’amata Russia, poi con l’ascesa del nazismo e lo scoppio della guerra.

Sebbene il rapporto con la giovane ebrea tedesca Margot Hanel le avesse ispirato versi finalmente rasserenati e commossi (“Tu sei la resurrezione della mia anima // all’estasi della realtà … // Tu sei la forza della mia volontà //…  Sì, la fame dei miei sensi, / che mi incalza e mi sollecita, / poiché riguarda te / si muta ogni giorno in esultanza. // Tu sei la maturità della mia vita. Tu mi dai l’armonia”), il nuovo amore non la trattenne dal suicidarsi con i barbiturici il 24 aprile del 1941, nello stesso anno di Virginia Woolf e Marina Cvetaeva. Un mese dopo la sua morte, anche la compagna Margot Hanel si tolse la vita.

 

«L’Indice dei Libri del Mese» n. VII, 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PONTOPPIDAN

HENRIK PONTOPPIDAN, L’OSPITE REGALE – IPERBOREA, MILANO 2026

Nella Scandinavia di fine ’800, percorsa da tensioni sociali e ansie di rinnovamento, una nuova corrente letteraria denominata “breccia moderna” assorbiva lo spirito di una cultura europea animata dagli ideali antiborghesi e anticlericali espressi da filosofi, artisti, riformatori democratici. Tra i massimi rappresentanti di questo indirizzo innovatore e dissacrante erano il danese Jacobsen, il norvegese Ibsen, lo svedese Strindberg. All’ideale di una funzione politica dell’arte che si occupasse di problematiche contemporanee (lo sfruttamento del proletariato, il ruolo subalterno della donna, l’arcaica istituzione matrimoniale, lo spaesamento e la solitudine degli individui di fronte a un mondo in veloce cambiamento) aderì anche Henrik Pontoppidan (1857-1943), premiato con il Nobel nel 1917. Ammirato da György Lukács e Thomas Mann, l’autore danese aveva conosciuto un grande successo con alcuni romanzi di notevole introspezione psicologica e raffinata ambientazione sociale.

La casa editrice Iperborea propone ora una sua opera minore del 1908, L’ospite regale, che inserisce nella descrizione realistica di una famiglia piccolo borghese residente a Sønderbøl (un paesino cupo e isolato della brughiera dello Jylland) elementi riferiti a presenze stranianti, irreali, minacciose.

I coniugi Emmy e Arnold Højer (lei casalinga, lui medico) vivono con i loro tre bambini e due domestiche un tranquillo e tradizionale ménage di coppia (“L’avevano scritto in faccia, sia nei lineamenti che nei colori: stavano bene ed erano contenti”), quando una sera si presenta inaspettatamente uno sconosciuto di mezza età, massiccio ed elegante, che chiede ospitalità in attesa di essere ricevuto dal Pastore del paese, momentaneamente fuori casa. L’uomo, rifiutandosi di giustificare la propria invadenza con una doverosa presentazione, suggerisce alla coppia stupefatta di chiamarlo “Principe Carnevale”, per adeguarsi alle giornate festive ricorrenti nel gelido febbraio nordico. In poco tempo l’estraneo si impossessa dell’intera abitazione, esibendosi al pianoforte e proponendo alla coppia di trascorrere una serata diversa dalle solite, in comune e raffinata piacevolezza. Induce marito e moglie a cambiarsi d’abito, vestendo un frak e un completo in seta rosa da anni dimenticati nei rispettivi armadi. Convince la cuoca a preparare una cena prelibata con i vini migliori, e la domestica ad addobbare la tavola con fiori e candelabri. I due coniugi, dapprima imbarazzati e vergognosi, cedono presto alla curiosità, mentre lo sconosciuto assume via via un aspetto demoniaco: “I suoi occhi castani, da capro, correvano avanti e indietro tra marito e moglie, interrogativi e incalzanti… Sembrava un vecchio satiro, così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’ ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”. Il suo intento evidente è volto a risvegliare la coppia dal torpore quotidiano rassicurante in cui per anni si era imbozzolata, ravvivando entusiasmi giovanili e un’eccitazione sensuale da tempo rimossa. Soprattutto Emmy si lascia trasportare da un sentimento di ammirazione rapita nei confronti dell’affabilità predatrice dell’ “ospite regale”, suscitando presto l’irritazione gelosa del marito. Anche quando l’armonia tra i due sposi sembra ricomposta, un tarlo continua a rodere entrambi, destinato a perpetuarsi in eterno: il sospetto maschile di un inatteso tradimento mentale, il rimpianto femminile di una trascurata e vivace leggerezza passata. Il reciproco cambiamento degli sposi non passa inosservato nel paesino di Sønderbøl, dove la sconvolgente visita dello straniero aveva fatto circolare insinuazioni maligne: “Tutti, comunque, si trovarono d’accordo sul fatto che c’era stato un deplorevole cambiamento nel giovane dottore e in sua moglie. Perfino la famiglia del prete cominciò a prendere le distanze, dopo che Emmy si era presentata a un ricevimento in canonica con le spalle scoperte e, in quella stessa occasione, aveva fatto mostra di un’allegria e di una loquacità che non si addicevano a una donna sposata”.

Del “Principe Carnevale” nessuno sembra sapere nulla, ed Henrik Pontoppidan non ne svela l’arcana origine, la destinazione finale, i motivi del misterioso agire. Rimane un’ombra impenetrabile intorno al suo personaggio, e giustamente il curatore del romanzo Fulvio Ferrari nella postfazione fa di lui il simbolo del Tentatore per eccellenza, colui che insinua nel bene l’artiglio del male, distruggendo l’idea di innocenza: “Lo sconosciuto apre una crepa nella levigata superficie della vita matrimoniale di Emmy e Arnold: dove regnava una serena rassegnazione alla staticità e alla rinuncia si insinua ora la consapevolezza che gli impulsi verso una realtà diversa sono insopprimibili, anche se destinati a non trovare adempimento… Il piccolo paradiso dell’inizio non c’è più, c’è però altro: c’è una più lucida visione della realtà e dei suoi limiti, c’è la capacità di vivere insieme senza idealizzazioni, e c’è l’accettazione di desideri e di sogni che non si potranno mai realizzare”.

 

«Gli Stati Generali», 16 giugno 2026

 

 

RECENSIONI

CAPPELLO

PIERLUIGI CAPPELLO, UN PRATO IN PENDIO – RIZZOLI, MILANO 2018

 

“La vita mi ha riservato il ruolo di un homo patiens. Allora mi chiedo se la pazienza sia la capacità di sopportare annullandosi o la capacità di sentire senza annullarsi. E non so darmi una risposta”. Una risposta l’homo patiens Pierluigi Cappello è riuscita a trovarla nella poesia, esercitata con passione a partire dagli studi universitari lungo la sua intera e tragica vicenda esistenziale. Nato a Gemona del Friuli nel 1967, a sedici anni subì un tragico incidente in moto, che lo costrinse in sedia a rotelle per tutta la vita, trascorsa tra le cittadine di Tricesimo e Cassacco, vicino a Udine. Per alcuni anni si era trasferito in una casetta prefabbricata di proprietà del Comune, tra quelle fornite dall’Austria nel post-terremoto, in condizioni di grave disagio economico e ambientale, per cui nel 2014 gli venne concesso il contributo statale previsto dalla Legge Bacchelli di 700 euro mensili. Concluse le scuole superiori all’Istituto Tecnico del capoluogo, Pierluigi aveva frequentato per un breve periodo la facoltà di Lettere a Trieste, seguendo i propri interessi letterari. Nel 1999 fondò e diresse per diverso tempo La barca di Babele, una collana poetica che accoglieva autori noti dell’area friulana, veneta e giuliana, impegnandosi nella diffusione della cultura sul territorio e nelle scuole. La sua attività di scrittore si divideva tra la poesia in lingua italiana e friulana, la saggistica, prose liriche e testi per l’infanzia. Nel 2006 incluse la quasi totalità delle proprie poesie in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, con introduzione di Giovanni Tesio, per le edizioni Crocetti. e quattro anni dopo per lo stesso editore pubblicò una nuova silloge poetica, Mandate a dire all’imperatore, con postfazione di Eraldo Affinati, premiata al Viareggio-Répaci. Vinse numerosi Premi (Pisa, Città di San Vito, Montale Europa, Bagutta, San Pellegrino, Lagoverde, Viareggio, Terzani, Vittorio De Sica), e godette dell’attenzione di importanti critici: Giovanni Tesio (autore di gran parte delle prefazioni ai suoi libri), Anna De Simone, Amedeo Giacomini, Alessandro Fo, Franco Loi, Mario Turello, Davide Brullo e Gian Mario Villalta, tutti concordi nel sottolineare la limpida vocazione dialogica della sua poesia, l’intensità del sentimento affettivo, l’attenzione all’ambiente naturale, il costante riferimento al mondo magico dell’infanzia, l’amore per la parola: “Piangere non è un sussulto di scapole / e adesso che ho pianto / non ho parole migliori di queste / per dire che ho pianto / le parole più belle / le parole più pure / non sono lo zampettío delle sillabe / sull’inverno frusciante dei fogli / stanno così come stanno / né fuoco né cenere / fra l’ultima parola detta / e la prima nuova da dire / è lì che abitiamo”, “Costruire una capanna / di sassi, rami, foglie / un cuore di parole / qui, lontani dal mondo”, “Da lontano vengono agli occhi il cielo / e le mani, da qualche parte lontana di te; / fuori nevica, sei tutto nel bianco della neve / ogni segno nel candore una ferita / e la campagna di là dai vetri è un corpo / un breve sguardo che si fa pronuncia / calore d’alito, la testa in mezzo alla veglia; / torna là nella parola tradotta in silenzio / dove si annidano i passeri / i palmi sugli occhi, il petto sulle ginocchia / la fronte nella neve”.

Non erano frequenti o lamentosi i riferimenti alla propria disabilità, e anzi orgogliosamente Pierluigi affermava di non attribuire ad essa la sua vocazione poetica: “Sarei diventato poeta lo stesso, anzi di più, anche meglio”. Eppure la sofferenza traspariva in ogni composizione, ed era assimilata a quella di tutti gli esseri viventi, comunque feriti da una qualche immeritata pena; lo salvava la concentrazione dello sguardo posato su ogni oggetto, volto, gesto, espressione capace di rendere preziosi i momenti cui affidarsi per continuare a vivere: “Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse / mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto / dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita / in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte. / Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino / mescola lo zucchero al caffè / con l’attenzione che aveva da scolaro / quando ritagliava dalla carta / file di bambini che si tengono per mano, / piccoli pesci che baciano l’aria”.

Scriveva poesie d’amore con rara intensità e insieme tenerezza, quasi temendo di sgualcire il sentimento provato nel solo avvicinarsi ad esso. Perché era capace di opporre l’armoniosa regolarità del suo viso, l’apertura del sorriso al proprio corpo straziato, capace di “sfidare le macerie con la bellezza”, secondo la definizione dell’amico critico Davide Brullo. “Qualche volta, piano piano, quando la notte / si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio, / e non c’è più posto per le parole / e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno / come una perla intorno al singolo grano di sabbia, / una lettera alla volta pronunciamo un nome amato / per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo / nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato”.

Pierluigi Cappello è morto nel 2017, a cinquant’anni, dopo una lunga malattia e con queste commosse parole lo ha ricordato Maurizio Crosetti su Repubblica: “Tutto, per Pierluigi, era sforzo sovrumano eppure nessuno è riuscito ad essere più umano di lui, si trovasse tra i topi o immerso nel profumo del calicanto che in pieno inverno annuncia un’altra vita. Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c’è una parola bellissima e intraducibile, “inniò”, si potrebbe dire “in nessun dove”. Ecco, il caro Pierluigi ora è lì. “Jo? Jo o voi discôlç viers inniò”, / i siei vôi il celest, piturât di un bambin”. (“Io? Io vado scalzo verso inniò, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino”).

 

«Gli Stati Generali», 12 giugno 2026

 

 

INTERVISTE

BIBLIOTECA DELLE DONNE DI PERUGIA

Solo 14 in Italia: alla scoperta della Biblioteca delle Donne di Perugia

In Italia esistono 5 librerie delle donne (a Milano, Padova, Bologna, Firenze e Napoli) e 14 archivi e biblioteche delle donne. Oggi proponiamo l’intervista a Federica Cinti, membro dello staff della Biblioteca delle donne di Perugia, per sapere come vengono create realtà simili, come viene gestita la struttura e quali sono gli eventi e le attività culturali che animano.

Alida Airaghi
Pubblicato il 09-06-2026

Solo 14 in Italia: alla scoperta della Biblioteca delle Donne di Perugia

 

Secondo il Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere – CIRSDe (cirsde@unito.it), fondato nel 1991 da un gruppo di docenti e ricercatrici dell’Università di Torino, in Italia esistono 5 librerie delle donne (a Milano, Padova, Bologna, Firenze e Napoli) e 14 archivi e biblioteche delle donne.

Tra queste ultime, quella di Perugia è intitolata a Laura Cipollone, fondatrice del Centro per le pari opportunità del capoluogo umbro (contatti: Via Mazzini 21, 06121 Perugia – Tel. 075 504.6901).
Abbiamo intervistato Federica Cinti, membro dello staff della biblioteca.

  • Quando, con quali motivazioni e su iniziativa di chi è nata la vostra biblioteca?

La Biblioteca delle donne “Laura Cipollone” è nata oltre trent’anni fa nell’ambito delle attività del Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria, con l’obiettivo di raccogliere, conservare e valorizzare la produzione letteraria, filosofica, artistica e scientifica delle donne, diffonderne la storia e i saperi e promuovere il dibattito culturale sui temi della differenza di genere e delle pari opportunità.
La biblioteca è intitolata a Laura Cipollone, pedagogista della differenza e già Dirigente della Regione Umbria (scomparsa prematuramente nel 2002), che fu tra le operose e lungimiranti fondatrici del Centro per le Pari Opportunità. Oggi la biblioteca è riconosciuta dalla Legge regionale 14/2016 come luogo specialistico di riferimento per la conservazione e la diffusione della memoria storica, culturale, politica e sociale delle donne e per la promozione della cultura della differenza di genere.

  • Da chi viene gestita e quali spazi occupa?

La Biblioteca è un servizio del Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria ed è ospitata nella sede del Centro, a Palazzo Danzetta, in via Mazzini 21 a Perugia. La gestione – a cura del personale del CPO – comprende l’organizzazione e l’aggiornamento del patrimonio librario, la catalogazione, i servizi di consultazione e prestito, il prestito interbibliotecario, l’assistenza all’utenza e le attività di promozione culturale.
La struttura dispone di una sala lettura e offre servizi di consultazione assistita, consulenza bibliografica e supporto alla ricerca. Fa parte del Sistema Bibliotecario Regionale dell’Umbria e aderisce alla Rete Umbra delle Biblioteche della Pubblica Amministrazione.

  • Quanti testi raccoglie e di che genere?

La Biblioteca possiede un patrimonio di oltre 9.000 volumi, organizzati per aree tematiche che spaziano dalla letteratura italiana e straniera all’antropologia, dalla religione alla pedagogia, dalla psicologia e psicoanalisi alla filosofia, dalla storia delle donne al pensiero della differenza, dalle biografie alla cultura di genere, dal femminismo alle pari opportunità e alla violenza di genere.
Accanto ai libri, conserva una significativa raccolta di riviste specializzate e quattro importanti fondi librari provenienti da donazioni private: il Fondo Edda Orsi, il Fondo Mafalda Rossi, il Fondo Lucia Motti e il Fondo Italia Tuccari. Questi fondi costituiscono collezioni speciali destinate alla consultazione.

  • Quali altre attività culturali promuovete e con quali risultati in termini di coinvolgimento dell’ambiente umbro?

La Biblioteca svolge un’intensa attività di promozione culturale e divulgazione dei saperi delle donne. Organizza presentazioni di libri e riviste, incontri editoriali, dibattiti, iniziative culturali e attività di ricerca e documentazione sui temi della storia delle donne, della cultura di genere e delle pari opportunità.
Particolarmente importante è il Premio per tesi di laurea “Laura Cipollone”, bandito annualmente dal Centro per le Pari Opportunità e rivolto a laureate e laureati che abbiano dedicato i propri studi alle tematiche indicate dal bando. Oltre ai premi in denaro, è prevista la pubblicazione in formato e-book delle tesi vincitrici e degli elaborati ritenuti meritevoli.
Negli ultimi anni la Biblioteca ha inoltre sviluppato progetti multimediali innovativi come “Percorsi al femminile – Readings in Biblioteca” e “Storia, femminile persistente“, che utilizzano video, testimonianze e percorsi bibliografici per avvicinare soprattutto le giovani generazioni ai temi della differenza di genere, della storia del femminismo, della violenza contro le donne e degli stereotipi culturali. Queste attività hanno consolidato il ruolo della Biblioteca come punto di riferimento per università, scuole, associazioni femminili e femministe e per l’intera cittadinanza umbra.

  • Come finanziate i vostri acquisti librari e le manifestazioni?

La Biblioteca opera come servizio istituzionale del Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria e le sue attività rientrano nella programmazione e nelle risorse dell’ente regionale. Il patrimonio documentario è stato costruito nel tempo sia attraverso acquisizioni dirette sia grazie a donazioni private che hanno dato origine a importanti fondi librari specializzati.
Tutte le attività della biblioteca si inseriscono nella programmazione istituzionale del Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria.

  • Che rapporti intrattenete con le organizzazioni femministe italiane ed estere?

La Biblioteca mantiene rapporti costanti con la rete nazionale dei Centri di documentazione, degli Archivi e delle Biblioteche delle donne, partecipando a scambi di documentazione, collaborazioni culturali e attività di rete. Inoltre, lavora in stretta connessione con il mondo dell’associazionismo femminile e femminista, che rappresenta uno dei principali interlocutori delle sue attività.
Attraverso il Centro per le Pari Opportunità, la Biblioteca è inoltre inserita in una rete regionale composta da associazioni e movimenti femminili e femministi iscritti all’Albo regionale istituito presso il CPO. Questa rete favorisce la collaborazione su progetti culturali, iniziative formative e attività di sensibilizzazione sul territorio. Non abbiamo rapporti strutturati con organizzazioni femministe estere, sebbene molte delle metodologie e delle pratiche adottate si collochino nel solco delle esperienze europee dei centri e degli archivi delle donne.

Sito internet: https://www.regione.umbria.it/la-regione/centro-pari-opportunita
Esistono poi la pagina facebook “Biblioteca delle donne Laura Cipollone” e la pagina Instagram CPO_biblioteca_delle_donne
Staff Biblioteca: Barbara Gori (responsabile di sezione del Centro Pari Opportunità e della Biblioteca), Federica Cinti (funzionaria CPO), Fabrizia Bartolucci (funzionaria CPO).

RECENSIONI

ROSA

SILVIA ROSA, L’OMBRA DELL’INFANZIA – PEQUOD, ANCONA 2025.

Silvia Rosa è nata, vive e insegna a Torino: ha pubblicato diverse raccolte di poesia, collabora a blog e riviste letterarie, ed è impegnata in importanti progetti educativi rivolti a donne italiane e straniere, relativamente ai temi del gender e dell’emigrazione. Questa sua particolare sensibilità per le problematiche sociali, insieme alla formazione psicopedagogica e all’interesse per la poesia, dal punto di vista critico e di produzione diretta, risulta palese nella sua ultima pubblicazione in versi, L’ombra dell’infanzia.

Le sette sezioni in cui si suddivide il libro (C’era una voltaL’ombra dell’infanziaTutta tenebreIl dio dei bambini rottiDecalogo di sopravvivenza di bambine sotto scaccoCiò che hanno fatto di noiIl gioco delle nuvole) evidenziano già nei titoli il senso drammatico dell’argomento affrontato: l’abuso sessuale e psicologico subito dalle bambine. Un’ombra che vela, avvolge, incupisce i primi anni di vita prolungandosi poi a condizionare l’intera esistenza di donne che hanno patito esperienze di violenza. Il volume è infatti dedicato Alle sopravvissute, a coloro che sono rimaste segnate per sempre da una scandalosa e imperdonabile sopraffazione.

Chi è “questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata”, la bambina protagonista dei versi, personificazione di tutte le bambine derubate dell’innocenza e della spontaneità, costrette nell’inferno del terrore, della rabbia, del rancore infinito? Silvia Rosa la descrive con parole intenerite, commosse ma anche furenti e scandalizzate: uccellino smagrito, bambina sottile, bambina libellula, “quintessenza della solitudine, / un bocciolo di fiato al vento”, “bambina piccina cuore friabile / sbranato a morsi”,  “bambina solissima, scricciolo della / foresta più fonda, sei un cagnetto / che abbassa la testa”, “la manina schiusa volteggiando in cielo / come una rondine senza primavere”, raccontando di lei lo spaventato stupore, i desideri infantili disattesi (compleanni e natali trascorsi nella finzione), il desiderio naturale di essere amata e di attirare l’attenzione altrui. E poi l’ingiustificato senso di colpa, il rimorso per i propri sentimenti ostili, la vana richiesta di aiuto e solidarietà da parte del mondo adulto…

Come può reagire la piccola vittima di fronte a un tale dolore? Con un avvilito mutismo, in primo luogo (“la bambina si agglutina e / si annicchia, sbranata dal buio”), in seguito sforzandosi di risultare sempre più docile e amabile, poi vergognandosi del proprio corpo, da rivestire e camuffare con abiti sgraziati, da punire inconsciamente attraverso la negazione o l’eccesso del cibo (“diventare una mappa d’ossicine in rilievo”), infine lasciandosi andare all’aggressività, al desiderio di vendetta.

Silvia Rosa nella nota finale del libro afferma di avere composto questi versi basandosi sulle suggestioni derivate da alcuni testi sulla pedofilia e i soprusi familiari, in particolare riflettendo sulle parole di Neige Sinno in Triste Tigre (Neri Pozza 2023). Ovviamente la sua preparazione psicopedagogica, insieme al lavoro di ascolto e indagine attiva con donne abusate, ha determinato la forte denuncia politica che sta alla base della sua scrittura. La domanda se abbiano inciso dolorose esperienze vissute in ambito personale riveste poca importanza, rispetto alla decisione di servirsi dello strumento poetico per raccontare la sofferenza femminile.

L’angoscia infantile viene rielaborata utilizzando di immagini tratte da fiabe universalmente conosciute e l’inserimento di filastrocche giocose, con l’intento di attenuare la tensione: “Formichina formichetta, che cammini in fretta in fretta”, “fuoco fuochino, / fuoco delle mie brame”, “Stella stellina, la notte s’avvicina / la fiamma traballa”. Come giustamente commenta nella sua partecipe e acuta postfazione Franca Alaimo: “C’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica”.

La poetessa affronta anche il mondo brutale e vile che circonda la bambina violata, e usa termini di totale disprezzo al riguardo, partendo dalla figura genitoriale autrice della violenza – padre o patrigno –, che anziché essere protettivo e affettuoso, assume le sembianze dell’Orco, della Bestia, del Mostro, del Buio, del Lupo nero, nell’imporre con tracotanza “il suo tuttopotere” osceno. Per continuare con la madre complice nel proprio silenzio, accampante scuse non credibili (“Non mi ero accorta di niente”), madre matrigna mentitrice, verso cui esplode un grido di ritorsione: “uccidi la madre / cattiva e poi rinnega quella buona, / non è mai esistita”. Infine, anche il Cielo impassibile diventa bersaglio della gelida avversione dell’autrice: il “Dio padre padrone”, “il dio dei bambini rotti” non ascolta, non risponde alle preghiere, così come le “Madonne zitte e insensibili come le madri”.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.

Ecco allora che Silvia Rosa appresta nei suoi versi un “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco”, con indicazioni precise stilate in dieci paragrafi su come salvare se stesse senza cercare sostegno in un appoggio esterno. Tra queste regole, alcune sembrano tattiche di resilienza (scrivere, disegnare, tenere un diario, contare), altre hanno motivazioni psicologiche più profonde: mentire, dissimulare, adeguarsi a ruoli prestabiliti, non confidare la propria angoscia, praticare l’opposizione esplicita verso gli adulti, credere in se stesse. “Costruisci mattoncino dopo mattoncino la tua corazza / di salvezza”, “fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile”, “il tuo obiettivo è restare viva, non intera”.

Nelle poesie di Silvia Rosa la pressione del messaggio da veicolare sembra legittimamente sovrastare la ricerca formale, proprio per la forte istanza civile di denuncia che lo anima: ma l’intera struttura del volume rispetta un solido equilibrio compositivo, basandosi su collaudati artifici retorici, come le frequenti metafore e gli indovinati neologismi, nella volontà di elaborare un linguaggio già di per sé antitetico, conflittuale, scardinante la banalità comunicativa che prevale nella narrazione comune sulle violenze in famiglia.

 

«Odissea», 31 maggio 2026

RECENSIONI

JAEGGY

FLEUR JAEGGY, GLI ULTIMI GIORNI DI INGEBORG – ADELPHI, MILANO 2026

 

Chi ami la scrittura di Ingeborg Bachmann, non dovrebbe lasciarsi scappare questo breve ed elegante racconto di Fleur Jaeggy appena pubblicato da Adelphi, Gli ultimi giorni di Ingeborg. In copertina, una fotografia scattata dal marito di Jaeggy e fondatore della casa editrice milanese, Roberto Calasso, che ritrae le due amiche a Vienna nel 1970.

Bachmann, nata a Klagenfurt nel 1926 e morta a Roma in circostanze drammatiche nel 1973, era stata poeta, saggista, drammaturga, narratrice (famosi i racconti Il trentesimo anno, Tre sentieri per il lago e il romanzo Malina), rimane tuttora uno dei nomi più rilevanti della letteratura tedesca del XX secolo. Jaeggy (Zurigo 1940), autrice raffinata di romanzi di successo (I beati anni del castigo, premio Bagutta nel 1990), saggista e traduttrice, negli anni ’60 era divenuta intima amica della scrittrice austriaca a Roma, dove avevano frequentato importanti personalità della cultura europea.

Il racconto si apre con la descrizione di un mese trascorso dalle due donne a Forte dei Marmi nell’agosto del 1971, in una vasta casa con giardino affittata per l’occasione, con il proponimento di dedicare a se stesse e alla propria amicizia un periodo di tempo privo di impegni e appuntamenti culturali. “Ingeborg aveva appena detto: Via da Roma, non pensare a niente, niente lettere, telefonate e dover rispondere”. In realtà, il loro proposito non era stato mantenuto con assoluta fedeltà: oltre alle due testimoni di Geova cui era affidata la cura della casa, il loro sodalizio era stato importunato da alcuni incontri e cene con ospiti importanti, dalla cui compagnia non erano riuscite ad esimersi. Fleur Jaeggy descrive il carattere dell’amica con poche e illuminanti frasi, sottolineandone la riservatezza e silenziosità (“die schwierige Ingeborg”, “Voleva non uscire di casa. era gentile e un poco distratta”, “Mi ha sempre colpito in lei l’ineluttabile delicatezza d’animo”), la squisita eleganza (“Cambiava spesso i suoi vestiti, era molto curata. La sera si metteva degli abiti lunghi e … quando scendeva lo scalone sembrava una regina”), la scattante fisicità (“Ingeborg nuotava benissimo… Ha un’aria così giovane, una misteriosità naturale… Le sue bellissime gambe”). Il mese trascorso al mare era scandito secondo orari e abitudini condivise: “Poco al mare. Poco al sole… Chi voleva faceva colazione, un sedano e qualcos’altro. Sul lungo tavolo per dodici persone. Alle ore quattordici, sempre uguale. Il pomeriggio ognuno andava nella propria stanza e ci si trovava per l’ora del tè. La sera si cena in casa. E poi chiacchiere notturne. A Ingeborg credo non dispiacesse quella monotonia familiare”. I progetti di Jaeggy su un futuro da trascorrere insieme in vecchiaia venivano accolti da Bachmann con disincantata malinconia e perplessa incredulità, quasi presentisse la sua imminente fine. Che avvenne infatti due anni dopo. Dopo l’intenerita e appassionata introduzione, il racconto di Fleur Jaeggy registra infatti un’improvvisa e tragica svolta: “Una mattina, lunedì primo ottobre, una telefonata da Zurigo. «Die Ingeborg hat sich verbrannt». Ingeborg si è ustionata”.

Da qui la narrazione si fa concitata, a tratti rabbiosa. Fleur si precipita in aereo da Milano a Roma all’ospedale del centro ustionati Sant’Eugenio, per due settimane rimane vicina all’amica ricoverata in una stanza asettica, le parla attraverso il citofono, incoraggiandola a resistere, piange e chiama disperata il marito Roberto Calasso e altri amici chiedendo solidarietà e trasfusioni, ottiene consulti privati di specialisti. Riesce per qualche minuto a vedere Ingeborg, che la riconosce e le manda un bacio, ma poi inizia a delirare, tremando convulsamente. I tentativi di ricostruire l’incidente accaduto nell’appartamento di Via Giulia si scontra con un muro di omertà e imbarazzati silenzi da parte di alcune vicine di casa e parenti della Bachmann, tra varie insinuazioni dei medici, e censure riguardo alle cure inadeguate dell’ospedale. A mala pena riesce a sapere che l’amica in dormiveglia aveva incendiato accidentalmente la sua vestaglia di nylon con la brace della propria sigaretta.

La morte arriva alle sei di mattina del 17 ottobre. Gli infermieri caricano la famosa scrittrice austriaca su una barella, nuda.  Prima di andarsene saluta “Flora” con una frase in tedesco, “siamo state bene”. E Fleur le risponde mentalmente: “volevo dirle addio e (chiedevo perdono) mi scusavo di vederla nuda – e guardai solo il suo viso. L’ho amata, e forse è vero, «Wir haben es schön gehabt».

 

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