VIGANO’

DARIO EDOARDO VIGANÒ, IL BRUSIO DEL PETTEGOLO – EDB, BOLOGNA 2016

 

Il volumetto che Monsignor Dario Viganò ha pubblicato nel 2016 con le Edizioni Dehoniane, Il brusio del pettegolo, ha un sottotitolo esplicativo: Forme del discredito nella società e nella Chiesa. Monsignor Viganò può vantare titoli legittimi per occuparsi di questa spinosa questione in ambito sia civile sia ecclesiale, essendo intellettuale stimato a livello internazionale, autore di rilevanti pubblicazioni sul cinema e sul mondo dei media, e avendo occupato incarichi prestigiosi all’interno del Vaticano e della Pontificia Università Lateranense. Da pochi mesi è stato nominato Vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ma in passato è stato oggetto di polemiche e contestazioni che lo avevano costretto a dimettersi dal ruolo di Prefetto del Dicastero per la Comunicazione.

Già il titolo dell’introduzione al saggio (“La pietra più dura che esiste al mondo: la lingua”) mette in luce quanto sia pesante, dannosa e deprecabile l’abitudine alla mormorazione, al pettegolezzo (“figlio primogenito dell’invidia”), che finisce spesso per sfociare nella diffamazione e nella calunnia. Papa Francesco lo definisce un peccato diffuso e difficile da combattere: “Su questo punto, non c’è posto per le sfumature: se parli male del fratello uccidi il fratello. E, ogni volta che facciamo questo, imitiamo il gesto di Caino, il primo omicida”.

Forza motrice, subdola e distruttiva, del pettegolezzo è appunto l’invidia, “che non desidera avere ciò che l’altro possiede; piuttosto, desidera radicalmente che l’altro non disponga di ciò che io non possiedo oppure ho perduto”. Il calunniatore, il cui perfido simbolo è il serpente, usa le armi della parola superficiale, ambigua e seduttiva per seminare sospetto e biasimo. Da studioso della comunicazione, Dario Viganò si propone di indagare in che modo la chiacchiera, la calunnia e la delazione riescano a innescare nella società, attraverso le pratiche dei rumors, strategie finalizzate a ottenere ascolto e consenso, per provocare l’esclusione e spesso l’eliminazione di un rivale o antagonista scomodo. I rumors sono sempre esistiti: ne è testimonianza il consiglio che la dea Atena diede a Ulisse, invitandolo a camuffarsi perché non si spargesse anzitempo la notizia del suo ritorno a Itaca.

“I rumors sono forme di comunicazione soggette a una continua rinegoziazione, testi aperti che possono conoscere infinite aggiunte ed elaborazioni, fin quando non vengono assorbiti dall’oblio collettivo. Vivono nello sfondo antico e diffuso dell’attività comunicativa reticolare”. All’epoca dell’oralità primaria, il passaparola utilizzava i modi della simultaneità e della compresenza: e ancora nei Vangeli la relazione tra Gesù, i discepoli, la folla dei seguaci e gli oppositori, era intessuta in questo modo, creando legami sociali di unione, riconoscibilità o di opposizione. Più tardi, con l’avvento della scrittura, la chiacchiera veniva sviluppata dai pamphlet e dai testi di parodia.

La forza strategica dei rumors si è amplificata con l’avvento dei media digitali, e soprattutto con lo sviluppo dei social, che grazie alla loro natura conversazionale alimentano in maniera esplosiva la circolazione di pratiche narrative capaci di coinvolgere progressivamente e rapidamente un numero enorme di attori sociali. La propagazione di virus comunicativi viene utilizzata economicamente nel commercio online, nelle strategie pubblicitarie, in operazioni di propaganda politica, in cui il recettore del messaggio finisce per assumere funzioni di autorialità o co-autorialità. Le fake news presenti sul web si diffondono volontariamente, con un atto autonomo e intenzionale di comunicazione che produce riverberi volutamente programmati per generare coesione e/o isolamento sociale. Quali sono le caratteristiche dei rumors? Per ciò che riguarda il contenuto “sono un genere di discorso onnivoro”, che può avere come oggetto qualsiasi argomento; dalla vita dei vip alle leggende metropolitane, dagli allarmismi delle pseudoscienze al successo di libri e film, dalla politica alla religione o allo sport. Si attivano a partire da un evento non verificato ma credibile, portatore di grande impatto emotivo, trasmesso da persone ritenute attendibili e spesso introdotto ad arte nel circuito informativo con evidenti scopi strategici.

È un processo collettivo, non lineare, che coinvolge diversi attori con differenti ruoli e responsabilità, realizzando effetti di distorsione che si autoalimentano secondo il numero dei soggetti e dei media coinvolti nella trasmissione e diffusione della notizia. Un racconto originato da un fatto presunto, si trasforma in una narrazione complessa che nel tempo si arricchisce di sempre nuovi dettagli e sottintesi, in una catena di rimandi divulgativi realizzanti coesione e consenso, psicologicamente finalizzati a produrre aggressività verso un oggetto, o difese da paure comuni. L’obiettivo ultimo di queste comunicazioni virali è comunque politico, teso a creare conformismo sociale, obbedienza acritica, ottundimento del giudizio individuale.

Il pettegolezzo, diffuso in ogni ambiente (Monsignor Viganò si sofferma particolarmente su quello ecclesiastico) ha in genere motivazioni affettive di amore/odio, o di interesse professionale, e tende a generare discredito o approvazione su un fatto o personaggio di rilievo: non avrebbe alcun successo se l’ambiente circostante non fosse recettivo, riproduttivo e malignamente interessato alla diffusione. Veicola ostilità e disprezzo, aspira a umiliare e svilire il prossimo: più subdolo, anonimo e sotterraneo dell’atto di aperto bullismo, è in grado di ottenere conseguenze socialmente devastanti, e in genere procura un sottile, indubbio piacere e un sentimento di rivalsa in chi lo pratica.

 

© Riproduzione riservata       17 gennaio 2020

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FRIED

SAREBBE PIÙ SEMPLICE

La vita
sarebbe
forse più semplice
se io
non ti avessi mai incontrata
Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà
E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l’impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica
La vita
sarebbe forse
più semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita

 

                                                                                Erich Fried (1921-1988)

RICORDANDO LUIGI TENCO

RICORDANDO LUIGI TENCO

 

 I

Conosci il vuoto,

ore lente a passare

e l’insonnia la notte.

Speravo di incontrare

qualcuno, uscendo,

ascoltare parole.

Grazie prego grazie:

almeno.

Invece silenzio,

ombre, sguardi altrove.

Forse solo per questo

ho deciso.

Non avevo niente da fare,

niente da perdere.

Più nessun desiderio speciale.

Mi sono innamorata

per questo motivo

solamente. L’amore

c’entra poco, o niente.

 

 

II

 

È bastato un tuo ritardo,

la scorsa settimana,

per farmi tremare.

Così, improvvisamente,

ho capito, con paura di capire.

Poi una frase,

buttata lì come un saluto

del tutto indifferente,

e uno sguardo

quasi fosse una carezza.

Ho capito, e nel capire

mi sono fatta tenerezza.

 

 

 

III

 

Non mi hanno insegnato

(quando mi hanno insegnato

a parlare) a dire di te

le cose giuste (a chi di te

voleva sapere), che giusto

ti facessero apparire.

Non mi hanno insegnato

parole diverse

per fare diverse le sere

le mattine. Nostre.

Sono rimaste

di tutti e di sempre,

le mie parole.

Come le storie

e gli amori di tutti.

 

 

 

IV

 

Probabilmente non lo sai

o non vuoi confidarlo

nemmeno a te stesso.

Hai bisogno di me.

Sempre, e adesso.

Per questo sono qui, stasera:

pena di noi, oppure

un cuore troppo tenero.

Timore che perdendomi

tu finisca per perderti.

Eccomi, allora,

e non è stato facile.

Scalare una montagna

per chiederti «Lo vuoi,

il mio bene, ancora?»

 

 

 

 

V

 

Proprio non mi hai capito,

forse mai.

Sei lì che aspetti sempre.

Fermo, zitto. Non so

se insofferente.

Aspetti che sia io a parlare,

a fare il primo gesto.

Murato nel silenzio,

incementato.

Mi costa tanto

riuscire a non abbatterti

a colpi di bazooka.

Se non mi chiami adesso:

ti detesto.

 

VI

 

Tenaci a sperare

per pura abitudine,

senza scopo o ragione.

Domani uguale a ieri

(così sfocato

che non lo ricordiamo,

il nostro passato di nebbia);

un giorno, un altro giorno,

il giorno prima.

Un’ora, o l’ora dopo,

il nuovo anno.

Continuiamo,

solitudine in due;

ma non vale la pena.

 

 

VII

 

Io sì.

Non quell’altra

che alla fine ti sei scelto.

La poverina, la noiosina.

Io sì.

Non lei ubbidiente.

Dolce, silente.

La cagnolina, la cinguettina.

Io sì.

Non una brava in cucina.

La cucitrice, la stiratrice.

Donna in cornice.

Io sì.

Lei che sbadiglia,

che ti somiglia.

La sorellina, la cuginetta.

Io sì.

Ti ho consegnato,

con lei,

la mia vendetta.

 

 

VIII

 

Stanca distratta distrutta

non ho nemmeno voglia di parlare.

Mi fa fatica anche solo guardarti.

Vedrai che piano piano tornerò

quella che ero.

Non essere però troppo paziente;

non sei mio padre, non sono una bambina.

Vedrai che se mi sgridi

qualche volta, (mio severo)

ce la farò a cambiare.

Non ti deluderò

per sempre.

 

 

IX

 

Ti verrò in mente quando

mi avrai perduto.

Improvvise torneranno

a stupirti

le frasi che suggerivo,

incantate, sospese.

«Noi siamo il cielo»,

dicevo. «Siamo gli alberi».

Ricorderai

di come sorridevo,

di come sorridevi «Anche le nuvole?»,

chiedendo.

«Anche», mentivo.

 

 

X

 

E lontano in due dimensioni

ti ho nascosto nelle nove

restanti.

Sparso ovunque. Sperso

come sempre sei stato.

Ma riaffiori, ogni tanto,

imprevedibile inatteso,

a guardarmi

con la tua timidezza

di offeso, benché innamorato.

Lontano irraggiungibile,

tempo e spazio nemici.

 

«Il Pickwick», 12 gennaio 2020

 

 

 

 

 

 

 

STRINDBERG

AUGUST STRINDBERG, SOLO – SALERNO, ROMA 1992

Verso la fine del lungo racconto Solo, August Strindberg (Stoccolma 1849-1912) pone in bocca al suo protagonista alter-ego questa confessione: “La solitudine mi ha reso ipersensibile, come se la mia anima fosse priva delle protezioni della pelle, e sono ormai così viziato dalla libertà di governare i miei pensieri e i miei sentimenti che non riesco quasi a sopportare il contatto fisico con un’altra persona. Di più: qualsiasi persona mi si avvicini mi fa un effetto soffocante per il fatto stesso di invadere con la sua la mia sfera spirituale”.

La novella era stata commissionata allo scrittore svedese dal suo editore Bonnier nel maggio del 1903, e composta nell’arco di un mese. Inizialmente doveva ribadire il tema della solitudine, già indagato da Strindberg in molte opere narrative e teatrali, come fonte di sofferenza patologica, generatrice di angoscia, sensi di colpa e manie di persecuzione. In realtà l’analisi approfondita dell’argomento sfociò in una valutazione positiva dell’isolamento dalla vita sociale, come possibilità di scavo interiore e metamorfosi morale, approdo a una maggiore libertà personale, indipendenza dalle convenzioni e padronanza dei propri istinti.

L’io narrante è uno scrittore che, tornato nella sua città natale dopo un periodo di lontananza, non riesce più ad adattarsi alle abitudini e all’ideologia della ingessata classe sociale cui appartiene. Quindi affitta una camera ammobiliata da cui esce solo per brevi passeggiate, evitando ogni rapporto con il prossimo che non sia quello puramente formale della sopravvivenza quotidiana.  Le sue peregrinazioni attraverso Stoccolma, nello scandire meteorologico delle varie stagioni, non è solo un’osservazione visiva e uditiva di ciò che lo circonda, spietatamente analizzato nei comportamenti degli esseri umani e animali incontrati, ma soprattutto una continua rielaborazione mentale di ricordi, progetti, letture, esperienze vissute e ricostruite immaginosamente. “Così sono rimasto a poco a poco solo, limitandomi ai rapporti superficiali a cui mi obbligava il mio lavoro e che di solito sbrigavo per telefono. Non voglio negare che all’inizio fosse difficile e che il vuoto che circondava la mia persona esigesse di essere riempito. Nel rompere i contatti con gli altri ebbi dapprima l’impressione di perdere energia, ma intanto il mio io cominciava come a coagularsi, ad addensarsi intorno a un nucleo in cui si riunivano, si fondevano le mie sensazioni, e la mia anima le assorbiva come nutrimento. Inoltre mi abituai a dare corpo a qualsiasi cosa vedessi o udissi in casa, per la strada o nella natura, e nel trasferire ogni mia percezione al lavoro in corso sentivo crescere il mio capitale; così, gli studi che facevo in solitudine risultavano più significativi degli studi sulla gente nella mia vita di società.”

Strindberg stesso aveva vissuto un auto-esilio forzato tra il 1883 e il 1889, poiché il suo inquieto anticonformismo e la sua scrittura di denuncia radicale l’avevano messo al bando del mondo letterario, così come la sua tribolata e contraddittoria esistenza professionale e sentimentale aveva avvolto la sua persona in un’aureola leggendaria di misantropia e ribellione politica.

Solamente nell’attività materiale dello scrivere il protagonista del racconto recupera la propria naturale disposizione creativa: “La solitudine, la solitudine è produttiva”, mentre il relazionarsi con l’altro da sé gli crea una sorta di ripugnanza fisica, che modifica addirittura la percezione dei cinque sensi, in un progressivo estraniamento dalla realtà. I visi di vecchi e bambini gli appaiono deformati e imbruttiti, le voci e i suoni esasperati e stridenti, odori e sapori esaltati e disgustosi, in una continua sovrapposizione di quadri sensoriali deliranti. Nella riflessione sul suo stato mentale, e nella ricomposizione di esso sulla pagina trova comunque un potenziamento della propria interiorità, capace di rispecchiare le varie anime dell’esistente.

“Quando però torno a casa e mi siedo alla scrivania mi sento veramente vivo…sguscio fuori dalla mia persona e parlo come fossi un bambino, una donna o un vecchio: sono re e mendicante, sono il signore potente, il tiranno e il più disprezzato, il ribelle sconfitto; qualsiasi opinione mi appartiene e qualsiasi religione è la mia; vivo in qualsiasi epoca, e io stesso non esisto più”.

Solitudine, quindi, non come impoverimento ma come possibilità di crescita e di ricchezza individuale e collettiva, scandaglio interiore e giudizio sociale: “In conclusione la solitudine è questo: avvolgersi dentro al filo di seta che fila la nostra anima, diventare crisalide e aspettare la metamorfosi. Viviamo, intanto, delle nostre esperienze, e telepaticamente viviamo la vita degli altri. Morte e resurrezione, una nuova educazione a qualcosa di inusitato e sconosciuto”.

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Solo-Strindberg.html         9 gennaio 2020

ORLEV

URI ORLEV, L’ISOLA IN VIA DEGLI UCCELLI – SALANI, MILANO 2009

Un’infanzia tragica e avventurosa, quella di Uri Orlev (Varsavia, 1931). Nato da genitori appartenenti alla borghesia ebraica, allo scoppio della seconda guerra mondiale la sua famiglia fu internata nel ghetto di Varsavia e la madre venne uccisa dai nazisti. Uri e il fratello minore trovarono riparo presso alcune famiglie polacche. Nel 1943 furono scoperti e condotti nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, da dove vennero liberati nell’aprile del 1945. Dieci anni dopo, i due ragazzi, arrivati da soli in Israele, furono accolti in un kibbutz. Solo molto più tardi il padre, sopravvissuto alla guerra e risposato, si fece vivo con i figli. Uri Orlev lasciò il kibbutz nel 1962 e ora vive a Gerusalemme, dove dal 1975 si occupa di traduzioni dal polacco all’ebraico, e soprattutto di letteratura per l’infanzia. Ha pubblicato più di trenta volumi, per lo più ispirati da esperienze personali o autobiografiche legate alla repressione nazista del popolo ebraico. I suoi libri sono stati tradotti in 38 lingue: nel 1996 ha ricevuto il premio Hans Christian Andersen, nel 2003 il Premio Cento per Corri ragazzo, corri.

Uno dei suoi romanzi più famosi, L’isola in Via degli uccelli, ha conosciuto anche una trasposizione cinematografica. In esso, ambientato negli anni ’40, il protagonista è un bambino ebreo polacco di undici anni, Alex, la cui madre è misteriosamente scomparsa dal ghetto, mentre il padre è stato prelevato dalle SS e fatto partire per una destinazione ignota. Rimasto solo, nel corso di una retata degli occupanti tedeschi, Alex si rifugia in un edificio diroccato, al numero 78 di Via degli Uccelli, nascondendosi in cantina, con la speranza che suo padre, sfuggito ai nazisti, torni a recuperarlo. Come unica compagnia gli è rimasta quella del suo topolino addomesticato, Neve, che porta con sé nella tasca della giacca.

Il ragazzo passa le giornate esplorando gli appartamenti vuoti del palazzo, attento a ogni rumore sospetto; esce di notte dalla sua isola segreta per cercare di procurarsi del cibo, e tutto ciò che trova nelle case abbandonate del quartiere ebraico: candele, libri, coperte, corde, il poco avanzato dai saccheggi di altri disperati come lui. Ingegnosamente scampato a una perquisizione, Alex scopre inaspettatamente un bunker costruito sotto la sua cantina, utilizzato in precedenza da un folto gruppo di rifugiati: riesce così a rifocillarsi per alcuni giorni. Le imprevedibili avventure, gli incontri casuali o minacciosi, le fughe precipitose, i miracolosi ripari dalle perquisizioni poliziesche che è costretto ad affrontare, ne acuiscono l’intelligenza, il coraggio, l’indomabile istinto di sopravvivenza. Nei cinque mesi trascorsi nella casa abbandonata di Via degli Uccelli, Alex impara a conoscere la durezza della vita, la cattiveria degli uomini, la capacità di ribellarsi, e i primi turbamenti d’amore per una bambina spiata dalla finestra mentre fa i compiti. Partecipa a un’imboscata, salva un partigiano ferito, uccide un tedesco, lotta contro il gelo dell’inverno polacco: e alla fine ritrova finalmente suo padre, scampato alla deportazione e unitosi alla resistenza.

Un apologo, questo di Uri Orlev, destinato agli adolescenti, per far conoscere loro le difficoltà e le persecuzioni incontrate dal popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale, e l’eroismo di chi ha saputo superarle, nonostante la giovane età.

 

© Riproduzione riservata          8 gennaio 2020

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FORLANI

FRANCESCO FORLANI, PENULTIMI – MIRAGGI, TORINO 2019

 

Un libro composito, questo di Francesco Forlani, fatto di versi stampati in tondo e in corsivo, di prosa e interstizi meditativi, di haiku; intervallato da fotografie scattate con il cellulare dallo stesso autore, presumibilmente dalla metropolitana (interrata e sopraelevata) che è l’ambiente da cui, su cui e per cui il testo è stato pensato e scritto. “Pensato” come omaggio ai Penultimi, suoi inconsapevoli e meritevoli protagonisti: un omaggio malinconico, grato e rimordente. “Scritto” in un italiano colto ma nello stesso tempo popolare, striato di francese e di napoletano: le tre lingue e le tre anime dell’autore.

Francesco Forlani è infatti nato a Caserta, si è laureato in filosofia a Napoli, ha insegnato a Torino, è emigrato a Parigi dove tuttora risiede, professore in una scuola della banlieu. Poeta, narratore, saggista, consulente editoriale, traduttore, redattore di blog letterari, vulcanico performer e cabarettista, in questo volume si è ritagliato un suo spazio di riflessione, amara e insieme indignata., sulle vite degli altri, sulla sua che li osserva, sul mondo in cui è inserito pur con dignitosa estraneità. Da due anni si imbarca ogni mattina alle 5,40 sulla linea 6 della metro parigina, «nella tratta che da Nation va a Montparnasse» per raggiungere l’istituto in cui insegna: con lui una massa indistinta di persone, presenze assenti e intercambiabili: i penultimi, appunto, non proprio gli ultimi nella scala sociale. Un lavoro ce l’hanno, e lo raggiungono all’alba di ogni giorno feriale, rassegnati a una routine malpagata, ripetitiva, spersonalizzante: «Se ne stanno seduti i penultimi / alle cinque e mezza del mattino / tutti occupati i sedili sulla banchina / prima che il primo treno del giorno / salpi e porti per mari di moquettes / e vetri negli uffici le donne delle pulizie / o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani / senza più nulla chiedere né altro domandare».

Il poeta li osserva, nei copricapi di lana degli uomini, nei foulard delle donne, negli occhi socchiusi per il sonno interrotto e nelle labbra che si muovono in cantilene o preghiere: appartengono a razze e religioni diverse, sono esseri umani come lui, compagni di ventura e sventura, ma forse non altrettanto capaci di introspezione e di valutazione sul destino che altri hanno confezionato per loro: «E ce ne stiamo attaccati studenti ed operai / come le lancette / di un orologio che segni / l’esatta metà del giorno / (e della notte) / c’est l’heure! c’est l’heure!» La Parigi della democrazia e dell’insurrezione ‒ Liberté, Égalité, Fraternité ‒ , si offre nel suo squallore quotidiano al giudizio sconfortato e agro dell’intellettuale, che sa comunque più e meglio dei suoi compagni di viaggio cercare scampo nella bellezza residua della luna seminascosta tra le nubi, del cielo ancora grigio, di una ragazza-runner ansante sul marciapiede, o nel profumo di colonia che improvviso invade lo scompartimento, riaccendendo memorie familiari.

In una posizione di privilegio, l’autore possiede gli strumenti culturali per interrogarsi su cosa sia diventato il vivere in comunità, oggi, nelle metropoli di tutto il mondo, pagando uno scampolo di welfare con la mancanza di rapporti umani e di felicità individuale. Lo fa in uno degli inserti in prosa del libro («Quando è cominciato tutto questo? Quando è iniziato l’assedio che ci stringe in una morsa che rende irrespirabile l’aria del tempo e che strozza l’anima… »), rispondendosi da solo: «Ed è strano e insieme meraviglioso che proprio in quell’attimo di scoramento senti rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della tua forza, sapere che più inespugnabile è il diritto meno la forza potrà e che basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembravano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire vita, ehi vita mia, urlare, grazie».

Grazie alla vita comunque, grazie ai penultimi, «sti pauvres christi, de christiani, au senso largo / car il y a aussi el muslim, le buddist lo istemmatore, / toti sti pasi, bon, stano toti amuchiati, entassés, / addunuchiate dans la grande salle des pas perdus», che chiedono poche cose alle cose, «a volte solo un segno, un cenno, / da parte a parte della vita », quando bastano «i tre boccioli di rosa sulla piattaforma, in pieno inverno / di piena neve, sussurrano courage, la primavera avanza ».

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Penultimi-Forlani.html         7 gennaio 2020

CHODASEVIC

VLADISLAV CHODASEVIČ, NON È TEMPO DI ESSERE – BOMPIANI, MILANO 2019

Il volume pubblicato da Bompiani, con testo russo a fronte, Non è tempo di essere, costituisce la più ampia scelta finora offerta al lettore italiano dell’opera poetica di Vladislav Chodasevič (Mosca 1886-Parigi 1939). Chodasevič iniziò a scrivere sotto l’influenza del simbolismo, approdando presto a uno stile più classico e ad argomenti di stampo metafisico. Ebbe una vita piuttosto tormentata per motivi di salute, sentimentali e politici, e anche per la sua non facile disposizione caratteriale, introversa, malinconica ed elitaria. Con la giovane compagna e nota scrittrice Nina Berberova, lasciò la Russia nel 1922, riparando dapprima a Berlino, quindi a Sorrento (ospite dell’amico Massimo Gor’kij), e in altre città europee, infine stabilendosi a Parigi, dove visse collaborando con importanti riviste e giornali nel ruolo di influente critico letterario.

I versi raccolti in questa antologia sono stati composti tra il 1906 e il 1928: a lungo sottovalutati in patria (nonostante l’apprezzamento di importanti intellettuali come Nabokov, che li definì “di una complicata meraviglia”), trovarono la debita risonanza solo dopo la perestroika di fine ’900.

Nell’approfondita introduzione della curatrice Caterina Graziadei, che ricostruisce empaticamente l’intera vicenda umana di Chodasevič, inserendola nel corrispondente contesto storico e culturale, la poesia dell’autore moscovita viene ripercorsa nei suoi sviluppi e nelle sue fondamentali proprietà stilistiche: «Un’intonazione senile guida i versi di Vladislav Chodasevič, che inclinano al ricordo, alla meditazione sulla morte, appena scossi da un brivido leggero di compiacimento nel contemplare il disfarsi. Senile è la postura da cui osserva il mondo».

Proprio l’osservare, il guardare dalla finestra un esterno cui è orgogliosamente conscio di non appartenere, è il principale leitmotiv della raccolta: «Guardo dalla finestra, e disprezzo, / Guardo me stesso, pure disprezzato, / Invoco tuoni sulla terra, senza credere al cielo», «Assordato dalla vita triviale, /irreparabilmente ferito, / abbasso le palpebre ‒ / e sogno che più lieve dilegui, / come una risacca lontana, / il fragore della vita terrena. // Meglio dormire che ascoltare la ciarla / malevola della vita umana, / la vuota disputa di piccole verità. / Tutto mi è già noto, e tutto vedo, / meglio in sogno attingere / un’alba sconosciuta».

Estraneo al comune sentire, isolato da un diaframma di esibita consapevolezza di sé, il poeta cerca rifugio nella protettiva quotidianità domestica, nella ripetizione dei gesti più semplici, nella frequentazione di luoghi e personaggi conosciuti e mai ostili, utilizzando un lessico colloquiale che intervenga a spezzare il tono elevato imposto dalla sublimità della meditazione filosofica. Spesso quindi la sua scrittura assume timbri prosastici e narrativi, volutamente misurati, talvolta ironici o addirittura sarcastici, scegliendo come oggetto la banalità di comportamenti consueti, la modestia silenziosa degli interni familiari, gli sfondi cittadini dei parchi, delle strade, dei tram, dei mestieri di Mosca. «Qui c’era una casa. È poco che del tetto / han fatto legna da ardere. Rimane solo / in basso la rozza ossatura di pietra. Spesso / qui vengo di sera a riposare», «Solo, fra le anse del fiume, / allo strìdio di attardate gru, / oggi di nuovo apprendo / la muta sapienza dei campi».

Il richiamo della spiritualità rimane un miraggio, nel confronto con la precarietà del vivere terreno, così frequentemente offeso da cattiverie, inimicizie e difficoltà materiali: «Vivere e cantare è quasi vano: / viviamo in una fragile volgarità. / Cuce il sarto, edifica il falegname: / i punti cederanno, crollerà la casa». Abbandonata la madre Russia, l’orizzonte privato di Chodasevič si fa inesorabilmente fosco e minaccioso, la sua scrittura patisce la sconfortante previsione di un futuro grottesco e sadico, da cui difendersi sfidando la storia e Dio dapprima con rabbiose provocazioni, quindi con un progressivo e inaridito silenzio.

Un plauso particolare va riservato alla nuova collana recentemente inaugurata dalle edizioni Bompiani, “Capoversi”, che offre ai lettori volumi di eccellenti poeti novecenteschi, colpevolmente trascurati o poco conosciuti, con testo originale a fronte, accurate presentazioni, ricchi apparati di note biografiche e bibliografiche, una sobria copertina e una grafica accattivante.

 

© Riproduzione riservata                     31 dicembre 2019

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TREVI

EMANUELE TREVI, OPINIONI DI UNA ZANZARA TIGRE DI ROMA – PONTE ALLE GRAZIE, FIRENZE 2014 (ebook)

Un monologo divertente e puntuto, come si conviene al più fastidioso e tenacemente persecutorio degli insetti, quello che Emanuele Trevi (Roma, 1964) fa recitare a una zanzara tigre capitolina, ovviamente in un espressivo e scollacciato vernacolo romanesco.

“Zanzara tigre non è uno scherzo, è una cosa che ti devi meritare”, predicava mamma zanzara “seria seria come un prete” alle sue ottanta zanzarine, istruendole su come si vive “in questo porco monno”. Mamma era “un po’ fascia”, e anche la zanzara figlia protagonista è “fascia”, mica come gli insetti che vanno di moda oggi, “che la Natura, ’sta gran paracula, s’è buttata a sinistra. Ma te rendi conto. ’Sta belva feroce, st’impunita. Ha cominciato a fa’ l’intellettuale la Natura, la zozzona femminista, quella che je piace l’armonia, la saggezza, er cibo sano e volemose tutti bene”. A Roma tutte le zanzare sono fasce, zanzare camerate: “Noi, noi semo le bastarde. Le invincibili… nessuno ci può sconfiggere. Noi semo come la steppa russa, come er Vietnam”. A niente possono disinfestazioni, manifesti del sindaco, armi chimiche. Le zanzare sono un esercito, milioni miliardi di femmine rabbiose, mentre i maschi dopo la copula schiattano: “Il maschio, da noi, è come di’ ’na zanzara venuta male, ’na specie de debosciato senza interessi, senza prospettive”.

La mamma in realtà è una finzione, una fantasia, un desiderio inesaudito, perché le zanzare nascono spontaneamente, e orfane: “Basta un pochetto d’acqua morta e zozza, n’avanzo de pozzanghera. Noi nasciamo già scafate, noi sappiamo già tutto. E manco so’ passati due secondi, che già stiamo a rosica’. Perché noi nasciamo incazzatissime”.

La zanzara monologante non ha quindi mamma, marito, amiche: sola, single, basta a sé stessa. Intontita, ubriaca, mezza avvelenata dal sangue torbido che succhia, impregnato di alcol psicofarmaci stupefacenti: se le sue vittime sono poi turisti russi ronfanti in una suite del Grand Hotel, ecco che riescono ad appestare anche l’insetto più robusto. “Sembra de succhia’ ’na farmacia ambulante, ormai. Ce fate sbarella’, ce piombate nella sonnolenza eterna”. Quindi, dei venti giorni destinati alla sopravvivenza di una zanzara, la protagonista è probabilmente arrivata all’ultimo, si appresta a dire addio alla vita, ha perso ormai le ali e qualche zampetta, combattendo valorosamente le sue battaglie sanguinarie contro un’umanità tronfia e padrona. La favoletta esopica di Emanuele Trevi, risciacquata nello spirito di Belli e Trilussa, ci ricorda che tutto ha un’anima senziente: anche la più rosicante incazzatissima moribonda Zanzara-tigre-de-Roma.

 

© Riproduzione riservata            31 dicembre 2019

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BOBIN

CHRISTIAN BOBIN, L’UOMO DEL DISASTRO – ANIMAMUNDI, OTRANTO 2015

 

Christian Bobin (Le Creusot, 1951), vissuto sempre in maniera appartata nei dintorni della sua cittadina natale, in Borgogna, ha studiato filosofia dedicandosi alla meditazione e alla scrittura, e lavorando in passato come operaio e infermiere psichiatrico. Tradotto per la prima volta in Italia dalle edizioni San Paolo nel 1996, ha visto crescere negli anni il numero dei suoi lettori ed estimatori, per la qualità del suo timbro narrativo pacato e sobrio, e per la profondità delle sue riflessioni.

Bobin nelle sue pubblicazioni, che spesso consistono in plaquette di poche pagine, si confronta con temi altissimi: il senso della vita, il rapporto con gli altri, il valore della conoscenza e dell’amore, il vuoto e l’assoluto. Non lo si può definire un autore clericale, o particolarmente fedele all’ortodossia ecclesiastica: la sua è una produzione meditativa e raccolta, di prose poetiche intense, miranti al recupero di una dimensione spirituale dell’esistenza, illuminata da momenti epifanici di grazia e di rivelazione.

In Elogio del nulla, ad esempio, si oppone all’esaltazione del troppo e del superfluo, all’esibizione ostentata, lodando invece l’importanza dell’attesa (“è un fiore semplice: germoglia sui bordi del tempo”), dell’esperienza (“quello che attraversiamo ci cambia: il vento si ingolfa nel sangue”), dell’ amore (“ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla”), della natura (“all’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa”), con l’invito a liberarsi da costrizioni inutili, imparando a conquistare la gioia “là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”. La felicità cui ambire deve essere pura, priva di motivazioni e fini esteriori: “Si può chiedere all’uccello la ragione del suo canto?”

Credente, ma di una fede non circoscritta al cattolicesimo, parla di Dio con trasporto lieve, con affettuosa serenità di spirito: pressoché inevitabile, quindi, che venticinque anni fa abbia pubblicato in Francia un libro di grande successo e molto premiato ‒ in Italia arrivato all’ottava edizione presso le Paoline ‒, dedicato alla figura di Francesco d’Assisi: il santo della gioia, delle cose minute e di tutte le creature. In Francesco e l’infinitamente piccolo, alla pesantezza di una religione intesa come istituzione e obbligo antepone una spiritualità luminosa e confidente. Poeta del poco, indifferente ai palcoscenici, alle cattedrali e ai salotti, di sé ha scritto: “Quel che si dice in me non sta nei miei libri. I libri sono un contro-rumore al rumore del mondo. Quel che si dice in me si confida al silenzio, non è altro che silenzio. I libri sfiorano questo silenzio”.

Il silenzio, la quiete, il ritrarsi da ciò che distrae e confonde, è anche la tessitura tesa alla base de Il distacco dal mondo, che in ogni pagina condensa un insegnamento sapienziale, lontano da ogni presunzione o retorica, quasi l’autore scrivesse con scarsa attenzione a un eventuale pubblico di lettori. Non c’è declamazione, né intento pedagogico: solo raccolta riflessione, indagine del pensiero interrogante.  “Se consideriamo la nostra vita nel suo rapporto col mondo, dobbiamo resistere a quel che pretendono fare di noi, rifiutare tutto ciò che si fa avanti – ruoli, identità, funzioni – e soprattutto non cedere mai nulla della nostra solitudine e del nostro silenzio…”,  “L’amore è distacco, oblio di sé… Meglio sarebbe chiederci che cosa ci rende tanto difficile amare qualcuno senza legarlo subito alla nostra vita, il che equivale a domandarci perché ci è così difficile amare”.

Bobin invita a ritrovare nel proprio io, gonfio di cose inutili e poco concentrato su quello che conta davvero, lo stesso abbandono fiducioso del bambino che si addormenta nel chiasso della folla, che impara a parlare innamorandosi del suono di ogni vocale, o che si impegna nel suo gioco con la dedizione propria dei santi. Dovremmo recuperare la leggerezza “dell’uccello che per cantare non ha bisogno di possedere il bosco, nemmeno un solo albero”, e la volontà di compiere ogni atto, anche il più banale e quotidiano, con la massima applicazione, perché questa cura verso le cose minime si riflette immancabilmente nell’ordine universale. Consapevoli della nostra inessenzialità, impariamo a conquistare l’essenziale: “Riconosco lo splendore del vero soltanto nella gioia e in quella coscienza di noi stessi che l’accompagna sempre, la coscienza radiosa di non essere nulla”.

Ancora, in Mozart e la pioggia: “I momenti più luminosi della mia vita sono quelli in cui mi accontento di vedere il mondo apparire. Questi momenti sono fatti di solitudine e silenzio. Sono sdraiato su un letto, seduto a una scrivania o cammino per strada. Non penso più a ieri e domani non esiste. Non ho più legami con nessuno e nessuno mi è estraneo. Questa esperienza è semplice. Non c’è da volerla. Basta accoglierla quando arriva. Un giorno ti sdrai, ti siedi o cammini, e tutto ti viene incontro senza fatica”.

Due letttori doc di Christian Bobin, Franco Arminio e Mariangela Gualtieri, hanno detto di lui: “Bobin sembra che scriva frasi fatte apposta per essere citate. E ancora più incredibile è che questo autore riesce sempre ad assomigliarti. Tu leggi e pensi che sta scrivendo come scrivi tu, come pensi tu, come senti tu”, “La scrittura di Bobin è certamente poesia, perché è colma di silenzio, perché ha al proprio centro il silenzio: lo suscita, lo impone alla lettura, come respiro obbligato, come passo di forte e lento camminatore… cosicché da lettori si diventa auscultatori, da corridori distratti a meditanti, da divoratori onnivori ad attenti. Bobin dunque ci conduce fuori dall’ordinario, ci educa”.

La casa editrice Animamundi, fondata a Otranto nel 2012, sta dedicando molta attenzione all’opera di Christian Bobin, e in pochi anni ha pubblicato dodici suoi testi. Tra questi, forse il libro che più si allontana dalla produzione usuale e conosciuta dello scrittore francese è L’uomo del disastro, dedicato alla figura di Antonin Artaud.

Qui, l’urlo rabbioso di un teatrante angosciato si placa nel tratteggio lieve del filosofo, la fisicità del primo si disincarna nella spiritualità del secondo. Cinquantacinque anni dividono i due scrittori: “l’abbondanza di un dolore” che “esigeva l’impossibile”, il furore solitario della follia, la morte tragica e silenziosa di Artaud incontrano in Bobin la clemenza di un ascolto docile e amichevole, la consolazione di una comprensione tardiva e inutile. “Così eri tu, con un balzo saltavi nel cuore del reale, al centro della vita cruda, riaprendo ogni volta la ferita dei tuoi nervi, la piaga di un corpo soffocato nella pena di vivere senza vivere”, “Credo ci si ammali per intelligenza, per una intelligenza troppo esatta, troppo improvvisa, non acclimatata”.

La lettera ad Artaud, a un artista incompreso, all’uomo del disastro mentale, è quasi una richiesta di scuse proveniente da un paese intero che non ha saputo o voluto comprendere. Bobin si fa portavoce di questo senso di colpa collettivo: “Non scrivo su di te. Non scrivo un libro dotto”. Racconta d’altro, infatti, sfiorando i propri contenuti d’elezione: l’infanzia, il tempo, la vicinanza e l’indifferenza, il cielo vuoto, la malinconia e la speranza. Per avvicinare “un uomo che ha perduto la propria ombra… che va nel mondo come in un deserto… che sbraita contro Dio che manca”. Antonin Artaud, uomo senza misura, titanico, eccedente, nelle parole di un mistico si scontra con la misura per lui inaccettabile della pace interiore: mondi e pensieri inconciliabili, che nella scrittura cercano in modi diversi lo stesso scampo dall’inferno.

 

© Riproduzione riservata     «Il Pickwick», 28 dicembre 2020

 

 

 

 

 

FAZIO

RAFFAELA FAZIO, TRADUTTRICE E POETESSA

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, risiede e lavora a Roma come traduttrice, dopo aver vissuto in vari paesi europei. Laureata in lingue e politiche europee (Grenoble) e specializzata in interpretariato (Ginevra), ha poi conseguito un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali (Roma), interessandosi in particolare all’iconografia cristiana. È autrice di vari libri di poesia, tra cui: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015), canzoniere amoroso; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017), rivisitazione della mitologia classica al femminile; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018), scansione del tempo interiore; Midbar (Raffaelli Editore, 2019), rilettura di racconti e archetipi biblici; Tropaion (Puntoacapo Editrice, 2020), poetica del “polemos” esistenziale. Si è occupata anche della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in Silenzio e tempesta (Marco Saya Edizioni, 2019).

  • In quale ambiente familiare e universitario ti sei formata?

Sono nata e cresciuta ad Arezzo. Mio padre (che ho perso quando avevo 24 anni), venuto da un sud molto povero (con sette fratelli e una famiglia contadina in Calabria), faceva l’avvocato. Mi piace ricordare di lui l’intraprendenza, la capacità di osare. Mia mamma, aretina, era professoressa di matematica e scienze alle medie. Ho sempre avuto un forte legame con lei. Di lei amo la paziente tenacia, la sensibilità, l’affidabilità. Ora che ci penso, credo che ad accomunare i miei genitori, molto diversi per temperamento, fosse il senso della correttezza, un’allergia innata alle scaltrezze che vanno oggi così di moda. Mio fratello, di cinque anni più grande di me, architetto e fotografo ora stabilitosi a Londra, è stato la mia “scuola di sopravvivenza”: ho dovuto affilare la mia ironia per rispondere alla sua, spesso inclemente. Anche mia nonna materna, ferrarese, ha influenzato la mia giovinezza: era combattiva, schietta, sempre pronta alla battuta. Questo è l’ambiente che ho lasciato, dopo la maturità. Mi sono iscritta direttamente all’università di Grenoble: là, per ottenere la laurea in “Langues étrangères appliquées”, ho seguito principalmente corsi di lingua, cultura e politica tedesca e inglese. Grazie ai programmi Erasmus previsti dall’università francese, ho frequentato il terzo anno in Germania, a Ludwigsburg, e il quarto anno in Inghilterra, a Cambridge. Mi sono così laureata e poi ho trascorso un anno a Londra, per lavoro. In seguito mi sono specializzata a Ginevra, alla Scuola di Interpreti e Traduttori. Dopo un altro anno in Germania, a Heidelberg, mi sono trasferita a Bruxelles, come interprete presso la Commissione europea. Il Belgio è stato l’ultimo paese straniero in cui ho vissuto, prima del rientro in Italia, che allora non credevo definitivo… ma che tale si è poi rivelato. Adottata da Roma, ho ripreso a studiare negli interstizi di tempo permessi dal lavoro (e dai figli): qua ho approfondito soprattutto le materie religiose e artistiche.

  • Sei una poetessa e sei una studiosa. Ti sei occupata a livello professionale di lingue straniere, di traduzione e interpretariato, di scienze religiose e di iconografia cristiana. Quanto ha inciso questa molteplicità di interessi culturali sulla tua scrittura?

Credo che abbia inciso come ha inciso tutto quello che ho fatto nella vita e tutte le persone che ho incontrato. L’aver vissuto in contesti diversi ha forse ammorbidito la mia visione del mondo, mostrandomi che ogni situazione ha la sua dinamica specifica e che, prima di esprimere un giudizio, andrebbe conosciuta la cosa dal suo interno o almeno da molto vicino. Il cambiamento, la necessità di lasciare paesi e persino persone penso che mi abbia insegnato anche una certa tendenza all’essenzialità, per far tesoro di quello che davvero conta e per non disperdermi nel superfluo. Questo, naturalmente, è uno sforzo continuo, non un traguardo raggiunto una volta per tutte: ero e rimango una persona irrequieta! Nei miei studi, ho privilegiato quelli che mi hanno permesso di fare principalmente due cose: accogliere la diversità (le lingue straniere e le culture sottostanti), e andare a fondo di ciò che pare evidente, quasi scontato (gli studi biblici e iconografici). Come ho detto altrove (intervista su poesiadelnostrotempo), mi piace leggere la realtà come una grande “foresta di simboli”, attraverso i quali scoprire il “nuovo” anche dentro il “vecchio”, in un tessuto connettivo che unisce ogni cosa, senza annullare la specificità del singolo.

  • Quale tra i poeti italiani e stranieri ha regalato più linfa alla tua ispirazione?

Confesso che i poeti che mi hanno maggiormente nutrita sono i classici che ho conosciuto da bambina e da ragazza, anche se ce ne sono di nuovi e di nuovissimi che trovo sicuramente interessanti. Scoprire una voce stimolante mi dà la carica, di più, mi rincuora con un senso di fiducia. Ma i vecchi amori sono indimenticabili. Innanzitutto gli ermetici (da Ungaretti a Luzi) e i simbolisti francesi. Però ricordo anche che, alle elementari, Pascoli mi colpì per la capacità di addensare il mondo in un dettaglio, e Leopardi per quella, quasi opposta, di aprire il dettaglio alla sconfinatezza (solo in seguito ne ho apprezzato la disincantata resistenza). I romantici tedeschi e inglesi sono arrivati dopo. Sul mio comodino ora ci sono sempre Rilke, Tagore e Salinas. E sullo scaffale degli “irrinunciabili”, le mie poetesse: Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Hilde Domin. Accanto, tre poeti francesi: Yves Bonnefoy, Francis Ponge e Pierre Reverdy. Tra le scoperte degli ultimi anni, la poesia polacca: oltre la Szymborska, Zagajewski, Twardowski, Herbert. La lista è naturalmente molto più lunga, e credo che non smetterà mai di crescere…

  • La parola della poesia, nei tuoi versi, sembra sia da coltivare e accogliere nel silenzio e nella meditazione. Che spazio ti sei ritagliata all’interno del mondo letterario contemporaneo, così freneticamente attivo e competitivo mediaticamente, sui social, nei festival, nelle letture pubbliche?

Fino a tre anni fa, ho vissuto la poesia in maniera molto privata, non solo per carattere, ma per motivi pratico-organizzativi. Ho iniziato a frequentare poeti in carne e ossa soltanto di recente, partecipando a letture e a incontri, anche se continuo a diffidare delle maratone poetiche e dei concorsi letterari, preferendo situazioni in cui c’è uno scambio da una parte “più personale”, nel senso del confronto dialogico, e dall’altra “meno personale”, nel senso di una valutazione oggettiva. A mio parere, nell’ambiente letterario odierno, anche a livelli più modesti, la difficoltà rimane quella di non farsi influenzare da criteri esterni al testo, come la simpatia (legittima) o l’antipatia per l’autore, oppure il nome già noto, considerato che spesso la visibilità, nel mondo dei social, non coincide con la qualità. Frequentare persone che hanno passioni (o quantomeno interessi) simili ai propri è piacevole e arricchente, anche per una crescita personale, ma è altrettanto importante non limitarsi all’orticello letterario e, soprattutto, non scordare che l’arte è sempre in debito con la vita, e che da essa non può prescindere.

  • Credi che la poesia, con la sua minima incidenza editoriale, possa ancora svolgere un ruolo etico e culturale motivante, collettivamente e individualmente?

La mia risposta è sì, ma ovviamente non è una risposta oggettiva, perché amo la poesia da sempre e la vado a scovare anche in nicchie o su scaffali impolverati. La poesia è il mio canale preferenziale nell’esperire il mondo e nell’esprimere me stessa nel mondo. Forse la domanda andrebbe fatta a chi non scrive poesia. Allora dico semplicemente: se la poesia, come qualsiasi altra forma creativa, riesce a mantenere viva (o a rianimare) la parte più “umana” della persona, avrà sempre un ruolo etico e culturale. Cosa vuole dire “umana”? Per me vuol dire relazionale e riflessiva, empatica e ingegnosa, capace di provare gratitudine, di farsi domande anche dolorose e di compiere un passo fuori dai propri confini.

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https://www.sololibri.net/Intervista-a-Raffaela-Fazio.html      20 dicembre 2019