NON SAPEVA COME DIRMELO

NON SAPEVA COME DIRMELO

Se lo sono sempre chiesti tutti, come mai uno come lui si interessasse a una come me. Sì, perché lui era un bel ragazzo, davvero bello. Alto, con un fisico asciutto, capelli castani e folti, e un viso espressivo, un po’ irregolare forse, ma proprio per questo più attraente. Occhi marroni, anzi nocciola, con pagliuzze dorate nell’iride, e soprattutto un sorriso dolcissimo. Non femmineo o affettato, ma indulgente, affettuoso: così ce l’hanno solo le persone che capiscono gli altri, e non giudicano. Anche il suo nome era gentile: si chiamava Giuliano.

Io invece, esattamente il contrario. Bassa e robusta, con braccia e gambe muscolose, frangetta nera, occhiali di corno, bocca larga. Severa e rabbuiata, maschia come forse mi desiderava mio padre, che sperava in un Ernesto. Ernesta, appunto.

Però tanto intelligente, caparbia nello studio, e ambiziosa. Stessa classe al liceo, stessa facoltà di medicina. Amici, colleghi, anche un po’ rivali, noi due: Ernesta e Giuliano. Per quale motivo avessimo finito per fidanzarci, e poi per sposarci, questo restava un mistero per chiunque ci conoscesse. Amore? Mah. Ne dubito. Certo, la nostra relazione mi inorgogliva, però sentendomi tanto inferiore a lui fisicamente, continuavo a dubitare dei suoi sentimenti, e a interrogare i miei. Simpatia? Troppo diversi nel carattere e nelle opinioni sul mondo, per piacerci a vicenda. Allora cosa? Be’, credo che ci fossimo scelti reciprocamente per esclusione, cioè depennando una alla volta ogni eventuale proposta alternativa.

“Esco”, dopo cena, mentre sfogliavo una rivista in salotto. “Ancora? Sei già uscito l’altra sera, e hai fatto tardi”. Si comportava in maniera strana, da qualche mese. Silenzi improvvisi, sguardo perso nel vuoto, sbalzi di umore. Dall’allegria immotivata alla malinconia più grigia. Irritandosi per qualsiasi sciocchezza, anche con gli oggetti che gli sfuggivano di mano, con le previsioni del tempo sballate, con le notizie dei giornali. E non mi regalava più i suoi sorrisi teneri, disarmanti. Poi queste uscite serali, almeno due volte la settimana. Incontri professionali, mi aveva detto. Voleva cambiare lavoro.

Aveva già lasciato tre ospedali, nei nostri venticinque anni di matrimonio. Ora, sembrava avesse trovato l’ambiente giusto in una clinica privata della provincia, a una trentina di chilometri da casa. L’equipe con cui collaborava, le mansioni che gli erano state affidate, lo stipendio più che dignitoso sembrava lo ripagassero della lontananza e del traffico stradale contro cui lottava quotidianamente. Si era specializzato in radiologia, io invece in oculistica. Nonostante il mio proclamato ateismo ero rimasta sempre fedele al Sacro Cuore di Gesù, diventando vice primario, e un punto di riferimento anche politico per la sanità cittadina.

Non abbiamo avuto figli, per scelta e per destino. Da subito avevamo ritenuto opportuno dedicarci totalmente alla nostra professione, e inoltre nessuno di noi risultava particolarmente sensibile al richiamo dei sensi, appagati per quel tanto che si ritiene necessario. Tornavamo stanchi e stressati dal lavoro in corsia e in ambulatorio, e spesso dovevamo seguire corsi di aggiornamento, partecipare a congressi, approfondire ricerche: ciascuno per conto suo, senza rendere conto all’altro. Anche così, tuttavia, in questa semi-estraneità reciproca, continuavamo a ritenerci una coppia affiatata, senza eccessivi problemi.

Ma adesso, dopo tanto tempo, questa strana e improvvisa reticenza di lui, l’imbarazzato fastidio se appena osavo domandargli qualcosa della sua giornata in clinica, mi mettevano in allarme. Mi addolorava, insomma, vederlo turbato. Sapevo di un forte contrasto nato mesi prima con un collega chirurgo, Brioschi mi sembra si chiamasse, riguardo all’interpretazione di alcune radiografie, dopo un intervento ai polmoni in un giovane paziente. Mi aveva raccontato di uno stillicidio di battute e allusioni offensive che questo dottore gli riservava a ogni incontro, in privato e in pubblico. E di un violento alterco nel bar della clinica. Cosa che mi riusciva difficile da immaginare, conoscendo la mitezza di mio marito, il suo disappunto di fronte a qualsiasi smodata esternazione verbale.

“Cosa cerchi?”, gli avevo chiesto una settimana fa, trovandolo inginocchiato per terra a frugare nell’ultimo cassetto della scrivania. “Ah, niente. Metto in ordine le mie carte”. “Sei proprio deciso a cambiare? Forse dovresti consultarti con la direzione, prima”. “Ma no, sarebbe inutile. È una questione che devo decidere da solo”. Respirava a fatica, non si era nemmeno voltato a guardarmi in faccia. Poi era uscito, con un faldone di documenti sotto il braccio.

Per alcuni giorni lo osservai con particolare attenzione. Non dico lo spiassi, ma capitava che quasi istintivamente mi avvicinassi alla finestra per seguirlo con gli occhi, quando la mattina usciva di casa prima di me, si affrettava al parcheggio per prendere la macchina, metteva in moto e accelerava nervosamente in direzione della via provinciale. Chissà perché mi attraversavano la mente timori infondati, immagini di incidenti stradali, di alterchi con automobilisti aggressivi. Quasi fossi la mamma spaventata di un adolescente inaffidabile.

Dormivamo da alcuni anni in camere separate. Giuliano si lamentava del mio russare, io del suo agitarsi smanioso tra le coperte. Parlava spesso nel sonno, svegliandomi. Anche così, comunque, confinato nella cameretta degli ospiti, capitava lo sentissi mugugnare, o ridere, o lamentarsi spaventato da chissà che incubi.

“Smettila, Paolo, smettila!”, aveva urlato recentemente, continuando poi a mormorare parole incomprensibili, concitate. Sempre Brioschi, immaginai, il suo ossessivo fantasma persecutorio. Sì, mi sembrava si chiamasse proprio Paolo.

“Perché non ti prendi un congedo?”, gli avevo proposto. “Qualche settimana, un mese. Giusto per riposarti. Magari fai un viaggio, o vai al mare. Se ti allontani per un po’, ti tranquillizzi tu, e si rasserena l’ambiente al lavoro”. Aveva risposto con un gesto di insofferenza, alzando gli occhi al cielo. “Lo sai che hai ripreso a parlare, mentre dormi? E ti sento quando ti alzi e giri per casa…”. “Cosa fai, mi controlli? Ti do fastidio anche se respiro?” Era evidentemente esasperato, non sapevo se per colpa mia o di chi altro. Non voleva ne discutessimo.

Domenica mattina, a colazione, finalmente me l’ha detto: “Vado via”. Io ancora scema, ottusa, sconcertata, “Dove?”, gli ho chiesto. “Ho trovato un’altra sistemazione”. “Un altro ospedale? Una clinica privata?” Teneva gli occhi fissi sulla tazza del tè. “Mi hai nascosto qualcosa di grave, Giuliano? Quel tuo collega ti ha forse denunciato, Brioschi, o come si chiama, Paolo Brioschi?”. “Brioschi si chiama Pierpaolo”. “Va bene, chi se ne frega”. Mi tremavano le mani.

“Non vado via dalla clinica. Non ho dato le dimissioni”. Credo che mio marito non mi abbia mai rivolto uno sguardo così pieno di dolore. “Vado via da casa. Via da qui, da te”. Non capivo, non sapevo cosa rispondere. A me non sono mai mancate le parole, ma in quel momento non trovavo né voce né pensieri.

“Paolo, quel Paolo, è un altro”. Si era alzato da tavola. “Non sapevo come dirtelo”.

 

«Gli Stati Generali», 19 ottobre 2020

 

 

BONTEMPELLI

MASSIMO BONTEMPELLI, GENTE NEL TEMPO – UTOPIA, MILANO 2020 – p.192

La giovanissima casa editrice milanese Utopia ha inaugurato il suo catalogo riproponendo uno dei più famosi libri di Massimo Bontempelli, Gente nel tempo. Scelta perspicace e raffinata, perché il romanzo, pubblicato nel 1937, è stato più volte riedito con ottime tirature (fino all’inclusione nell’opera omnia dell’autore, uscita da Mondadori nel 1961, nel 1978 e nel 1997), provocando curiosità e polemiche per l’atmosfera di funerea iattura di cui era impregnato.

Aleggia infatti sull’intera vicenda una minacciosa profezia, pronunciata dalla Gran Vecchia, autorevole e intransigente matriarca della famiglia Medici, che prima di spegnersi in un’afosa notte estiva del 1900 aveva predetto all’inetto figlio Silvano, alla nuora Vittoria, al medico di casa, al notaio e al parroco del paese di Colonna, la morte in giovane età di tutti i componenti del casato.

Il macabro presagio negli anni si era rivelato sempre più attendibile. I due sposi avevano reagito ad esso in maniera differente: Silvano con maggiore turbamento, Vittoria con il desiderio di infrangere ingessati tabù, e di aprirsi alla vita. Le loro figlie, Dirce e Nora, rispecchiavano il diverso carattere dei genitori: la prima più introversa, la seconda più esuberante. A distanza di cinque anni dalla morte della nonna, videro morire il padre, e dopo un altro lustro assistettero anche alla scomparsa della madre.

Trasferitesi a Milano, le sorelle trascorsero gli anni della guerra impegnandosi come ausiliarie negli ospedali militari, mentre lo spettro della maledizione che incombeva sulla famiglia continuava a tormentarle. Infatti, la fatidica scadenza dei cinque anni tornò a pretendere il suo obolo sacrificale, portandosi via uno zio nel 1915, e nel 1920 il bambino di Nora. “Qualche cosa c’era, qualche cosa di oltreumano, di astrale”, in quelle fatali ricorrenze.

Il ritorno nel paese natale, dove la lugubre fama che le circondava si era ormai diffusa radicandosi nelle coscienze e nei comportamenti degli abitanti, non le aiutò a superare paure e superstizioni, rendendo sempre più precaria la loro salute fisica e mentale, nell’attesa ansiosa del compiersi del funesto presagio. “Non importa morire, importa non sapere quando… La vita è essere incerti, la vita è non sapere, non sapere né quando né dove uno va… La vita è andarsene”, riflette uno dei protagonisti nell’ultima pagina del volume.

Forse è il caso di ricordare brevemente quale sia stata la parabola esistenziale e culturale dell’autore di questo singolare romanzo, sospeso tra il noir goticheggiante e un acuto psicologismo.

Massimo Bontempelli (Como,1878-Roma,1960) fu una controversa figura di romanziere, poeta,  drammaturgo, compositoregiornalista e traduttore. Laureato in filosofia e in lettere, visse in varie città, collaborando a numerose e importanti testate giornalistiche e case editrici. Convinto interventista, inviato di guerra, combatté come artigliere al fronte, ottenendo la Medaglia di bronzo al valor militare. Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche francesi, affidandosi nelle prime opere a un irrazionalismo onirico sulle tracce del movimento surrealista di Breton, e inaugurando con gli amici Alberto Savinio e Giorgio De Chirico la corrente sperimentale del “realismo magico”.

Tornato a Roma, aderì al Partito Fascista insieme a Pirandello, per la cui compagnia teatrale iniziò a scrivere opere drammatiche, sempre oscillanti tra atmosfere fiabesche e spettrali. Estremamente critico nei confronti del provincialismo letterario italiano, fondò prestigiose riviste dal respiro cosmopolita (“900”, “Quadrante”, “Città”), rivalutando l’imprevedibilità del caso e il fascinoso dominio della magia contro il determinismo massificante della società borghese, e sottolineando il ruolo fondamentale dell’inconscio nelle azioni umane, insieme alla necessità di rifarsi al mito come sorgente immaginativa di ogni forma artistica.

Su questo terreno ideologico, Bontempelli edificò nel 1937 le basi di Gente nel tempo, opera in cui l’assurdo e l’imponderabile si insinuano nei disegni del destino, creando attese e smarrimenti, incubi e leggendarie fantasticherie.

Il romanzo, “strutturato, come un thriller misterioso, in un percorso a tappe agghiacciante e diabolico, non privo di colpi di scena” (come scrive la prefatrice del volume Marinella Mascia Galateria), anticipava con assoluta originalità i nuovi percorsi narrativi e drammaturgici del secondo ’900, e rimane ancora oggi l’inquietante testimonianza di un immaginoso tentativo esoterico di sottrarsi a una realtà vissuta come opprimente e drammatica.

 

© Riproduzione riservata                        «Gli Stati Generali», 14 ottobre 2020

 

 

 

MARCOALDI

FRANCO MARCOALDI, QUINTA STAGIONE – EINAUDI, TORINO 2020

Franco Marcoaldi (eclettico autore di versi e narrativa, di libri di viaggio, di testi teatrali, musicali e televisivi, e inoltre consulente editoriale e collaboratore de La Repubblica), ha da poco firmato per la Collezione di Poesia einaudiana il suo nono volume, un monologo drammatico in versi, intitolato Quinta stagione.

La stagione che si apre al poeta, alle soglie dei sessantacinque anni, è inedita, nuova, sconosciuta, si offre come generosa e vivace sorpresa: “tempo / indefinito, penoso e scriteriato / – sole nell’uragano, arcobaleno al buio, / sete dell’affogato”. Eccolo dunque sopraggiunto, il momento ineludibile e severamente censorio in cui si tirano le somme dell’esistenza intera, in cui eccesso di parole e afasia si rincorrono e sovrastano, resi entrambi urgenti dall’esigenza di giustificare o di sorvolare, come consiglia l’autore. Il teatro degli inganni che vede ogni essere umano protagonista della recita imposta dai copioni del vivere sociale, si trasforma in un teatro interiore, magari ugualmente confuso e cacofonico, ma perlomeno più assorto, e nelle aspirazioni, più sincero. “Ora però ti è offerta l’occasione / di raccoglierti e fermarti, / di osservare e di osservarti”.

Il poemetto, scandito in dodici sezioni, si distende in forme gradevolmente colloquiali, con una voce narrante e interrogante che interloquisce con altri invisibili personaggi, o con se stesso, in un vivace scambio delle parti, dove toni meditativi si alternano ad accenti più disinvolti e maliziosi, cadenze musicali a impostazioni più rigidamente prosastiche. Come succede in una conversazione telefonica, o in un informale incontro tra conoscenti, oppure – al contrario – in un ovattato confessionale, in un’equilibrata seduta psicanalitica. Quando a bassa voce si ammette che all’euforia spesso subentrano stanchezza e pesantezza, accorgendosi che “È tutto fuori asse, è tutto / fuori tempo”, perché dopo la primavera e l’estate vissute con entusiastica partecipazione, adesso ci si deve accontentare di un autunno piovoso, di un infreddolito inverno: “Ah, com’è difficile imparare / a tramontare”. Che se poi nel giorno dei morti o a Natale spuntano improvvise fioriture di rose, riprendono vigore pomodori rinsecchiti, ecco che lo scherzo fuori stagione assume le sembianze di una crudele provocazione.

Le metafore utilizzate da Marcoaldi nella sua riflessione sul tempo che scorre inesorabile, sull’età che avanza, appaiono al lettore curiose e leggere, svagate nella loro imprevista allusività (l’angelo spiumato, i bulloni allentati, il mantice affannoso della fisarmonica, la corona di perle sgranata…).

Negli excursus recriminatori sulla politica, la finanza, la burocrazia, l’inquinamento, l’onnipresenza onnivora dei media, e più in generale sugli uomini di potere e sugli ignavi che non si ribellano, l’autore rivela una sua natura di esasperato corrector morum, nauseato dall’oggi, risentito verso ieri, scettico sul domani. Il vortice di attività di successo in cui ha investito le proprie energie giovanili, e le aspirazioni della maturità, si manifesta nella sua fatua inconsistenza: “una sceneggiata / che ora scopro falsa e vuota”. Dei tanti amici persi per strada, dei postulanti soccorsi e ingrati, degli amori banali e molesti, rimane poco o niente: “E allora: davvero vuoi sapere / quante sono le creature / per le quali piangerò / lacrime sincere il giorno / della loro morte? Cinque, sei, sette. / Non di più”.

Riguardo al suo futuro individuale, e a quello che aspetta l’umanità tutta, Franco Marcoaldi mantiene scarse illusioni, in questa Quinta stagione: “Solo la danza e il canto ci possono aiutare”, “Ti prego, accontentati dei sensi, / accontentati dell’occhio”. Oltre la materia di cui siamo fatti, oltre la bellezza gratuita che ci viene quotidianamente offerta, e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo, ci resta appena “la nostra comica e dolente // esistenziale passeggiata / nello spazio sublunare”.

Tra rassegnazione, malinconia e vaghissime attese, il poeta conclude il suo monologo in versi, in un teatro semi-deserto, davanti a un pubblico distratto, che non sa più applaudire.

 

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Quinta-stagione-Marcoaldi.html                     13 ottobre 2020

 

 

 

RITSOS

GHIANNIS RITSOS, PIETRE RIPETIZIONI SBARRE – CROCETTI, MILANO 2020

Di Ghiannis Ritsos è stato ristampato dall’editore Nicola Crocetti (suo traduttore, grande estimatore e amico), il volume di versi Pietre ripetizioni sbarre, che raccoglie un centinaio di composizioni scritte tra il 1968 e il ’69, anni in cui il poeta viveva confinato dal regime dei colonnelli nei campi di concentramento di Ghiaros e Leros, e poi agli arresti domiciliari a Karlòvasi, sull’isola di Samo. Edite per la prima volta a Parigi nel 1969 con una commossa prefazione di Louis Aragon, furono introdotte clandestinamente in Grecia solo due anni dopo, censurate dal potere militare perché ritenute pericolose e sovversive. Anche quando non esplicitamente, quei versi alludono tuttavia (nell’ossessività di visioni plumbee e angosciose), al peso della dittatura, invitando alla ribellione e al coraggioso recupero del mito classico nel suo richiamo alla resistenza e alla libertà.

Ghiannis Ritsos (1909-1990) è considerato uno dei più grandi poeti greci del ventesimo secolo, insieme a Konstantinos KavafisGiorgos SeferisOdysseas Elytīs. Scrittore particolarmente prolifico, fu autore di circa 150 raccolte poetiche, oggi ristampate in quattordici volumi dall’editore ateniese Kedros. Proposto per nove volte, senza successo, al Premio Nobel per la Letteratura, vinse invece il Premio Lenin per la pace nel 1976, onorificenza da lui ritenuta più gratificante perché riconosceva la sua dichiarata e convinta adesione all’ideale marxista e al partito comunista greco (KKE).

Nato nel Peloponneso da una famiglia di proprietari terrieri, Ritsos ebbe un’infanzia e una giovinezza segnata da lutti e malattie: il fratello e la madre morirono di tubercolosi, mentre la sorella e il padre (affetto da una grave forma di ludopatia, che costò alla famiglia la rovina economica) finirono ricoverati in un istituto psichiatrico. Costretto ad abbandonare gli studi universitari ad Atene, svolse diversi lavori per mantenersi (dattilografo, copista, comparsa teatrale, ballerino), continuando negli anni ad alimentare la sua passione per la poesia e l’impegno politico.

Pietre ripetizioni sbarre è un volume diviso in tre parti corrispondenti alle tre scansioni del titolo. Pietre, nel suo rimandare alla dura scabrosità delle rocce di Leros, metafora della realtà aspramente ostile di un ambiente degradato, restituisce un’atmosfera da incubo, piombata in un silenzio lacerato da urla di ribellione, e abitata da figure minacciose. Questa sezione è quella in cui più concretamente si avverte l’incombere del potere tirannico da un lato e l’impotenza dell’individuo esiliato dal mondo circostante (Con queste pietre: “Non restarono che le pietre. Dobbiamo arrangiarci con queste, adesso; / con queste, con queste, – ripete. Quando la notte scende / dall’alto sul monte livido e getta nel pozzo le nostre chiavi, / mie pietre, mie pietre, – dice – potessi scolpire uno per uno i miei volti sconosciuti e il mio corpo”).

Ripetizioni consiste in un sofferto ritorno al mito e alla tradizione dell’antica cultura greca, in una rilettura del passato fattosi strumento di interpretazione e comprensione della contemporaneità: Achille Ercole Penelope Apollo parlano attraverso Ritsos parole ribattezzate dalla sofferenza patita nel presente (Talo: “Ripetizioni – dice, – ripetizioni senza fine; – che stanchezza mio Dio; / tutto il mutamento è solo nelle sfumature – Giasone, Odisseo, Colchide, Troia, / Minotauro, Talo, – e proprio in queste sfumature / tutto l’inganno e la bellezza a un tempo – opera nostra”).

Infine la sezione conclusiva, Sbarre, raccoglie le poesie più pregne della realtà da cui nascono; poesie di prigione, che narrano perquisizioni, isolamento, celle, torture, morti, evasioni senza ricorrere a simbologie o a metafore, (L’ultimo obolo: “Ore difficili, difficili per il nostro Paese. E lui, fiero, / nudo, indifeso, debole, lasciò che lo aiutassero; / hanno fatto ipoteche su di lui; accampano diritti, esigono; / parlano in sua vece; gli impongono il respiro, il passo; / gli fanno l’elemosina; lo rivestono con altri abiti troppo larghi e cadenti, gli legano una cima ai fianchi”; Necessariamente: “Caduto lì, bocconi; il mento nella terra; il collo / serrato tra i ginocchi dell’altro; – quasi cianotico; le vene gonfie sulle tempie. Immobile. / Un movimento; – l’estremo spasmo? Chiudi gli occhi. No, no”).

Il destino del prigioniero, la sua nostalgia di un esterno negato, lo stupore per la persecuzione ingiusta e crudele animano i versi di una delle composizioni più intense del volume, Il crocevia: “Molte volte devia, ingannato di nuovo / da lunghe colonne al sole e dalle loro ombre lunghe il doppio, / da vele triangolari sul mare, ingrandite / nell’infinita trasparenza. E, d’improvviso, il botto / di una briciola che cade sul pavimento o lo spago / appeso alle sbarre d’una finestra, / che stride impercettibilmente,  ̶  un fraterno preavviso / perché rientri per tempo. Guarda intorno stupito, / si guarda le unghie, sbatte le ciglia, tenta di ricordare, / di capire se era stato ingannato allora o adesso”.

Rimane comunque, inalterata e immutabile, la speranza di un futuro luminoso, in cui torni a trionfare “Immensa, estatica orfanezza – libertà”, nel recupero di una tranquillità quotidiana fatta di piccoli gesti familiari, e di una rifioritura augurale dell’habitat intorno. Rinascita: “Da anni più nessuno si è occupato del giardino. Eppure / quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo, / è divampato tutto fino all’inferriata, – mille rose, / mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi – / viola, arancione, verde, rosso e giallo, / colori – colori-ali; – tanto che la donna uscì di nuovo / a dare l’acqua col suo vecchio innaffiatoio – di nuovo bella, / serena, con una convinzione indefinibile”.

 

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 9 OTTOBRE 2020

 

 

CELA

CAMILO JOSÉ CELA, LA FAMIGLIA DI PASCUAL DUARTE – UTOPIA, MILANO 2020

Camilo José Cela nacque in Galizia nel 1916, morì a Madrid nel 2002.  Aveva combattuto nella Guerra civile spagnola a fianco dei nazionalisti, e una volta tornato alla vita civile si era dedicato al giornalismo e a diversi lavori impiegatizi. Membro dell’Accademia Reale Spagnola, entrò nel Guinness dei primati per la quantità di onorificenze ricevute. Nella sua carriera letteraria, Cela sperimentò diversi stili di scrittura, aderendo a differenti correnti letterarie (dall’esistenzialismo all’espressionismo, dal realismo al surrealismo fantastico), sempre all’insegna di una coraggiosa ricerca sperimentale, in grado di affrontare le tematiche più complesse: superstizione, magia, erotismo, malattie mentali, rivendicazioni sociali, povertà, fanatismo religioso.

Nel 1942 il suo romanzo La famiglia di Pascal Duarte conobbe un notevole successo di pubblico, meritando anche una considerevole attenzione da parte della critica. Oggi viene riproposto dalla giovane casa editrice milanese Utopia, nella traduzione di Salvatore Battaglia, con una realizzazione grafica raffinata e accattivante.

La narrazione è preceduta da una “Nota”, in cui un anonimo trascrittore afferma di aver trovato un fascicolo di fogli scomposti abbandonato in una farmacia di Almendralejo, e di essersi limitato a ricomporne e poi a copiarne le pagine squadernate, censurando i particolari più crudi. L’autore del diario e protagonista del racconto (assunto a esempio da non seguire) si firmava col nome di Pascal Duarte, e aveva vergato le sue memorie mentre era recluso nel Carcere di Badajoz per aver aderito impulsivamente al “troppo male” insegnatogli dalla vita.

Pascual Duarte accusava il destino cieco e maligno di essere responsabile del baratro morale in cui era sprofondato, in parte assolvendosi dai delitti commessi: “Io, signore, non sono cattivo, sebbene non mi manchino le ragioni per esserlo. Tutti i mortali si nasce di una stessa pelle e tuttavia, mentre andiamo crescendo, il destino si compiace di modellarci variamente come se fossimo di cera e ci obbliga per diverse vie alla stessa meta: la morte. Ci sono uomini ai quali si ordina di camminare sulla via dei fiori e uomini a cui s’impone di trascinarsi per la via dei cardi e dei rovi”. Nato cinquantacinque anni prima in un “villaggio caldo e soleggiato, assai ricco di ulivi e di maiali”, Pascal viveva con i genitori e i fratelli, e in seguito con le due mogli, in una casupola sporca e maleodorante: lavorava saltuariamente, andava a caccia, pescava anguille. Abituato dall’infanzia a un’esistenza rozza, priva di affetti e ambizioni, il suo cuore si era indurito sull’esempio di quello dei genitori: la madre ubriacona e manesca, il padre delinquente e violento. Gli episodi dei suoi primi anni di vita (elencati saltando “dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio come una cavalletta inseguita”), vengono raccontati con pacata e fatalistica accettazione, anche quando si manifestano in tutta la loro odiosa brutalità. La nascita inattesa della sorella Rosario, cresciuta ribelle e ladruncola, quella di un fratello menomato, la fine grottesca e crudele del padre, il matrimonio tormentato con la prima moglie Lola, i figli abortiti o morti in culla: tutto concorre a creare il Pascal un senso di frustrazione misto a rancore e rabbia, che tende a sfogare con furia cieca su persone e animali innocenti: “Chissà che non fosse scritto nella divina memoria che la sventura doveva essere il mio unico cammino, la sola traccia lungo la quale dovevano trascorrere i miei tristi giorni!”, “Le più grandi tragedie degli uomini sembrano giungere come all’insaputa, con il loro passo di lupo guardingo, per coglierci con il loro morso subitaneo e preciso come quello dello scorpione”.

Travolto da un crescendo di umiliazioni e di tragedie familiari, Pascal Duarte si arrende al fato avverso, concorrendo volontariamente alla propria rovina: da uomo mite e sfortunato (“un mansueto agnello, atterrito e aizzato dalla vita”, lo aveva definito il cappellano del carcere), si trasforma in rabbioso assassino, cercando nella vendetta una rivalsa sulle ingiustizie e angherie subite. Il contrasto tra le azioni efferate del protagonista e il tono composto, rassegnato, addirittura garbato con cui vengono descritte, costituisce la cifra narrativa più originale nel romanzo.

Camilo José Cela tratteggia la dolente umanità dei suoi personaggi con indulgente e solidale comprensione, come ha giustamente sottolineato la motivazione del premio Nobel attribuitogli nel 1989, lodando la sua “prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell’uomo”.

© Riproduzione riservata                9 ottobre 2020

https://www.sololibri.net/La-famiglia-Pascual-Duarte-Jose-Cela.html

CRISOSTOMIDIS GATTI

PAOLA CRISOSTOMIDIS GATTI, POETESSA E BLOGGER

Paola Crisostomidis Gatti è nata a Messina e ha vissuto in diverse città italiane. Attualmente si divide tra Roma e Firenze. Dopo la Maturità Classica si è laureata in Giurisprudenza, per lavorare poi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È stata premiata in vari concorsi letterari e le sue poesie sono state pubblicate su antologie e riviste. Attualmente cura le rubriche “Si alza il vento” e “Una poesia al giorno” sul blog RMagazine. Nel 2017 ha pubblicato da Giuliano Ladolfi editore Istanti lunghi come coltelli.

 

  • Quando e seguendo quale metodo di studio ti sei avvicinata alla poesia?

Ricordo di aver scritto le prime poesie a dieci anni, frequentavo la quinta elementare a Pisa e avevo già cambiato città sette volte. Mio padre è un generale dell’esercito, ogni anno o al massimo due dovevamo trasferirci e ricominciare. Probabilmente sentivo un malessere da tirare fuori, anche se per molto tempo non ne ho avuto la consapevolezza, pensavo che spostarsi fosse la normalità. Grazie al liceo classico che ho frequentato a Firenze ho potuto approfondire i poeti delle antologie scolastiche e la letteratura greca e latina. Nonostante abbia poi studiato giurisprudenza e lavorato in una struttura del governo, ho cercato di ampliare le mie conoscenze poetiche leggendo soprattutto molta poesia straniera e i poeti “alternativi”, cioè quelli che a partire dagli anni ’70 hanno cominciato a rompere gli schemi classici della poesia.

  • Quali sono i poeti che più hanno influenzato la tua scrittura? E a quale corrente letteraria ti senti più vicina?

Il liceo classico ha sicuramente avuto un’influenza importante sulla mia scrittura, mi ha sempre affascinato l’uso del mito come spiegazione di valori etici e la lettura dei lirici greci per la sintesi perfetta dei versi.
Pavese è stato il regalo più amato durante l’adolescenza, gli anni del liceo sono passati leggendo le sue Poesie del disamore. L’incontro con le poetesse Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Marina Cvetaeva e Alejandra Pizarnik è stato determinante. Donne che hanno sofferto, che la poesia ha aiutato finché il dolore non ha reso la loro vita insopportabile.
Non so a quale corrente letteraria mi sento vicina, probabilmente alla corrente più intimista, come espressione di sentimenti e stati d’animo. Credo molto nella poesia come forma di autocura perché riesce a circoscrivere il proprio stato d’animo, ad accettarlo e a trasformarlo in linguaggio poetico in modo che i sentimenti negativi non facciano più sentire il male di vivere:

“La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che abbiamo nell’anima e di placarlo, la poesia è una catarsi del dolore”. (Antonia Pozzi)

  • Le tue vicende biografiche e l’ambiente culturale in cui sei inserita, che ruolo hanno avuto nella tua produzione letteraria, rispetto ad altri interessi culturali (filosofici, religiosi, politici)?

Sono cresciuta in un ambiente familiare stimolante. Mia madre ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, è una pittrice e proviene da una famiglia dell’alta borghesia calabrese composta prevalentemente da giuristi e letterati che già nel 1700 possedeva una delle più grandi biblioteche del meridione. Mio padre è nato e cresciuto nell’isola di Rodi, in un contesto multietnico e multireligioso, da un padre piemontese e una madre greca. Per questi motivi ho sempre vissuto la cultura come arricchimento morale e la diversità come complemento di crescita. L’avvicinamento alla letteratura e di conseguenza alla poesia è nato grazie alla passione per la lettura sviluppata durante le vacanze estive trascorse dai nonni materni dov avevo accesso a un’ampia scelta di libri.

  • In che modo il lavoro che svolgi come blogger arricchisce anche il tuo scrivere versi?

Sono pochi anni che mi occupo di poesia per il blog RMagazine.it, ma devo dire che questo impegno mi sta dando molte soddisfazioni soprattutto come riscontro all’esterno e come approfondimento di studio personale. La ricerca dei poeti che devo inserire settimanalmente nella mia rubrica “Una poesia al giorno”, mi permette di spaziare all’interno del mondo poetico senza limiti geografici e temporali. Sicuramente ci sono poeti che sento più vicini come impatto emozionale e come stile, ma riesco comunque a mantenere una mia unicità. La cosa più importante che ho capito abbinando il mio lavoro di blogger allo scrivere versi è che per avvicinarsi veramente alla poesia bisogna studiarla in modo approfondito e impegnato.

  • Ci vuoi parlare brevemente del libro che hai pubblicato nel 2017, e di quello che uscirà prossimamente?

Nel 2017 ho pubblicato Istanti lunghi come coltelli presso Giuliano Ladolfi Editore. L’idea del libro è nata in un periodo di grande sofferenza, avevo perso un amore e mio padre a breve distanza, dovevo elaborare due lutti contemporaneamente. La poesia è stata di grande aiuto, è sempre stata una compagna silenziosa, ma non la vivevo in modo costante a causa del mio lavoro. In quel periodo l’ho abbracciata e poi ho continuato a tenermela stretta. Mi ha aiutato a gestire il dolore, ho sempre avuto problemi nel farlo.
La raccolta è divisa in cinque sezioni che, come una storia, attraversano le varie fasi della mia vita passando dal dolore alla rinascita. Credo che il libro sia un incitamento a reagire di fronte alla disperazione. Il titolo, Istanti lunghi come coltelli, rappresenta l’attesa nelle sue forme più intime: l’attesa di un amore, di una carezza che non arriva, l’attesa che i cambiamenti portino il nuovo e allontanino i ricordi maceranti del vecchio. L’attesa soprattutto di una guarigione dal male di vivere. I coltelli invece feriscono, fanno male, come l’attesa.
Prossimamente uscirà la nuova raccolta L’imperfezione della solitudine presso Edizioni Ensemble. Cinque sezioni rappresentate da altrettante figure femminili che all’interno di un cerchio immaginario affrontano il passaggio dall’Unico all’Universale come naturale processo di evoluzione. “La grande solitudine interiore” di Rilke diventa imperfetta nel momento in cui nasce il bisogno dell’altro per sentirsi meno soli. Un bisogno che stravolge l’esistenza e porta a percorrere strade imprevedibilmente diverse. Partenza e ritorno a percorsi solitari come cura e amalgama all’universalità dell’amore.

  • Che futuro prevedi per la diffusione della poesia nel nostro paese? Festival, fiere, performance, letture pubbliche sono utili a incrementare l’interesse dei lettori?

Negli ultimi anni ho notato un interesse maggiore nei confronti della poesia da parte soprattutto dei giovani. Ci sono molti poeti nati tra gli anni ’80 e ’90 che sono dei veri talenti. Penso che ci sia un ritorno alla poesia, al piacere di leggerla e ascoltarla. Anche nelle librerie mi sembra che gli spazi dedicati si stiano allargando e si trovano finalmente molte raccolte di poeti contemporanei. Stanno aumentando i reading e le persone che vanno ad ascoltare i poeti. Grazie ai social, Facebook e Instagram, la poesia viene condivisa e letta. Sono convinta che per avvicinare la gente alla poesia bisogna portarla in giro, farla uscire nelle piazze, far capire che la poesia è come la musica e le altre forme d’arte.

© Riproduzione riservata    6 ottobre 2020

https://www.sololibri.net/Intervista-Crisostomidis-Gatti-Istanti-lunghi-coltelli. html

VASALIS

M.VASALIS, VISIONI E VOLTI – ENSEMBLE, ROMA 2020

La casa editrice romana Ensemble ha pubblicato nel maggio di quest’anno l’opera completa della poetessa olandese M. Vasalis, con testo a fronte. Vasalis (1909-1998) è lo pseudonimo di Margaretha Leenmans, neuropsichiatra attiva professionalmente ad Amsterdam, e autrice di quattro raccolte di versi (Parchi e deserti, La fenice, Visioni e volti, La vecchia linea costiera), composte a partire dagli anni ’30, molto popolari e pluripremiate nei Paesi Bassi. Apparentemente semplici, dal linguaggio sobrio e diretto, le poesie antologizzate si connotano sia per un deciso, ma certamente non autocelebrativo, biografismo, sia per una forte tensione speculativa e spirituale.

Il primo esile volume, pubblicato nel 1940, è improntato a una visione leggera e garbata dell’ambiente naturale e umano che circonda la giovane autrice, con descrizioni di animali (asini, anatre, tacchini, ragni) e della vegetazione, nei colori mutanti del volgere delle stagioni. Ma si accenna anche ai turbamenti adolescenziali di chi deve affrontare i primi impegni della vita adulta: “Ho avuto paura di quasi tutto: / del buio, di figure sulla coperta, / del silenzio, del grido rauco / dell’ambulante della sera, di una festa, / del guardare sul tram e di me stessa”.

Sette anni dopo, la tragedia della guerra, il matrimonio e la perdita di un figlio di appena un anno, avevano già indirizzato la scrittura della Vasalis verso tematiche più complesse e coinvolgenti: il dolore di un distacco, l’amore che sconvolge o delude, la consolazione della preghiera: “Ben sapevo che l’apparenza tradisce / e le candele ardevano bianche e rette / come la differenza tra il bene e il male”, “Odo solo, che tutto soffre, / ammalata della moltitudine delle cose, / della loro assoluta solitudine”.

I versi compresi nelle ultime due raccolte, del 1954 e del 2002 (postuma), appaiono al lettore decisamente più articolati e formalmente sorvegliati. Il titolo Visioni e volti della prima indica appunto la predilezione per lo sguardo capace di intuire aldilà delle apparenze la tormentata realtà che si cela nelle espressioni e negli atteggiamenti delle persone, nelle emozioni ferite da un abbandono. “Così tanti tipi di dolore, non li nomino. / Ma uno, distanziare e scindere. / E non il recidere fa così male, / ma l’essere recisi”, “Tristezza fondi le mie forze, / cosicché io diventi immota come pietra”.

Figure rattrappite e stanche di vecchi, bambini che hanno perso spontaneità e sorrisi, l’uomo amato lontano, il cielo coperto, gli alberi grondanti pioggia: chi guarda e scrive tenta di anestetizzare la propria empatia, ricorrendo a una forzata estraneità dalla vita: “Sedevo vicino alle mie magre ed escoriate ginocchia / e guardavo oltre il lento scorrere dell’acqua, / senza pensare o sognare. / Il mio capo non spuntava per niente fuori dal tempo”.

Lo stile si fa più franto e conciso, le metafore più asciutte, la rispondenza tra turbamento interiore e contesto esterno più puntuale, in atmosfere che rievocano quelle tratteggiate da altre due grandi poetesse, Dickinson o Achmatova: “Uscì di casa nel primo imbrunire, / il marciapiede era bianco e dal cielo affiorava / brillante e fine e come ritagli di ciglia scure / ancora neve, che rimase sospesa a turbinare”, “L’inverno e il mio caro sono via. / C’è un merlo sul tetto, / la sua gola si muove, il suo becco trema / come parlando con se stesso”.

Giusto rendere merito alla piccola casa editrice Ensemble che ci ha fatto apprezzare una notevole poetessa pressoché sconosciuta da noi, proponendo un prodotto librario elegante e curato.

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Visioni-volti-Vasalis.html  5 ottobre 2020

 

 

 

 

 

 

CHI CERCA TROVA

CHI CERCA TROVA

Fernando voleva bene al suo unico nipotino. Quand’era nato, dopo una gestazione della figlia molto difficoltosa, e due aborti spontanei, era stato colto da un’euforia indicibile. Gli aveva subito aperto un libretto bancario, su cui versava ogni mese un decimo della sua pensione, perché voleva garantire al piccolo erede un futuro almeno dignitoso. L’avevano chiamato Leo, nemmeno Leone o Leonardo: proprio Leo, così abbreviato per non appesantirlo oltre ai due cognomi ereditati dalla famiglia paterna, Rossi Bastianutti. Gli sarebbe piaciuto avessero ricordato anche il suo, di nome, nel battezzarlo. Invece avevano voluto commemorare solo l’altro nonno, morto qualche mese prima. Così il bambino si chiamava Leo Carlo Rossi Bastianutti. Aggiungere Fernando sarebbe stato eccessivo.

Comunque, siccome nei lineamenti del neonato si vedeva da subito l’impronta del viso di sua figlia, immaginava che crescendo avrebbe preso qualcosa anche da lui, magari il mento volitivo, oppure il colore celeste degli occhi. Solo il colore, si augurava. Non la forte miopia che l’aveva costretto agli occhiali già dall’infanzia.

Il bambino era tranquillo. Poppava e dormiva, dormiva e poppava. Piangeva poco, e i genitori gli erano grati di questa sua mansueta silenziosità, che permetteva loro di trascorrere notti rilassate. Stranamente, però, crescendo questa sua quieta disposizione caratteriale sembrava trasformarsi in totale indifferenza a tutto quello che lo circondava, in una rilassatezza che non riguardava solo l’indole, ma anche il fisico. I movimenti di Leo erano intorpiditi, lo sguardo inespressivo, il mutismo quasi totale, fatta eccezione per sporadici e acuti gridolini con cui accompagnava forse qualche improvvisa paura interiore.

Fernando seguiva lo sviluppo tardivo del nipote con apprensione, non volendo ammettere nemmeno nel suo intimo quello che figlia e genero sembravano aver accettato con malinconica rassegnazione. Leo non era un bambino come gli altri, aveva un problema, anche se non si riusciva a diagnosticare con esattezza di che tipo. Il nonno si occupava di lui tre pomeriggi la settimana e la domenica mattina, quando i suoi genitori andavano a messa o facevano una passeggiata in centro. Nel tempo rimanente, veniva affidato a una scuola materna privata, e alla cura apprensiva della consuocera. Tra i due vecchi si era creata una certa rivalità: ciascuno di loro pretendeva di essere il migliore educatore del nipotino, il più attento alle sue esigenze, il più abile nello stimolarne i riflessi. Si telefonavano spesso, Fernando e nonna Lia, vantandosi e stuzzicandosi a vicenda: “Con me ieri ha dormito due ore di fila”, “Con me invece ha mangiato la minestrina senza sbrodolarsi”, “Pensa che l’altro giorno ha scosso la testa e ha detto ‘no!’”, “E guarda i cartoni alla tv divertendosi un sacco”.

In realtà Leo a quattro anni non parlava ancora, stava in piedi solo con un appoggio e indossava il pannolino perché non sapeva controllarsi. Però era un ragazzino robusto, dai lineamenti fini, con folti riccioli castani e gli occhi azzurri, che evidentemente aveva preso da nonno Fernando. Il quale era felice di averlo con sé il lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio, di poter seguire a Radio Maria la messa domenicale tenendogli la manina tra le sue, e pregando. Gli aveva fatto costruire da un falegname amico un grande seggiolone con le rotelle, e lo portava in giro per le stanze così seduto, fermandosi davanti a ogni suppellettile dell’arredamento e pronunciandone a voce alta il nome. “Quadro”. “Scrivania”. “Letto”. “Tavolo”. Il bambino lo ascoltava in silenzio, e a volte si appisolava, come se la voce del nonno fosse una ninnananna. Ma quando era sveglio, talvolta si mostrava vigile e attento, sembrava proprio che seguisse e comprendesse le parole che gli si rivolgevano. Almeno, questa era la convinzione di Fernando, contestata dal genero, sicuro invece della totale impermeabilità cerebrale del figlio.

“Guarda che capisce, capisce tutto”, continuava a ribadire il suocero, insistendo con la figlia perché convincesse suo marito a tentare l’impossibile di una rieducazione. “Se non ci credete voi che siete i genitori, ci provo io. Continuerò a parlargli, continuerò a leggergli il giornale, le favole, a nominare ogni cosa che tocco. Bisogna solo avere la pazienza di insistere”. La figlia lo fissava, scuotendo la testa, con gli occhi lucidi.

Lui non desisteva. Ogni lunedì pomeriggio, appena sistemato il bambino nel suo seggiolone, gli si accostava con la sedia e un libro in mano, inforcava gli occhiali da lettura e iniziava pazientemente a leggere per circa un’ora, in tono uniforme, senza fermarsi se non per bere un goccio d’acqua di tanto in tanto. Leo restava apatico, cullato dalla litania cantilenante del nonno, a volte sbattendo i piedini uno contro l’altro, o agitando le mani in movimenti spontanei e incontrollati. Fernando si illudeva che il nipotino volesse esprimergli così gratitudine o contentezza, e allora si sforzava di interpretare il testo in maniera più teatrale, fingendo miagolii e singhiozzi, sussurri terrificanti o seduttive lusinghe. Di solito sceglieva di recitare le favole di Andersen, che ormai sapeva quasi a memoria, a furia di ripeterle da mesi e mesi: si aspettava così che anche il nipotino riconoscesse i personaggi, il susseguirsi delle vicende, nell’attesa di sentir ribadire il lieto fine, rassicurante e risolutivo. Lo guardava, ogni tanto, alzando gli occhi dal libro, per spiargli in faccia qualche segnale di interesse, un minimo di curiosità. E lo interrogava: “Hai capito?”, “Senti un po’ cosa succede adesso!”, “Mi stai seguendo?”. Se il bambino socchiudeva a scatti le palpebre, il nonno immaginava di essere riuscito a penetrare nello scrigno ermetico che crudele gli imprigionava la mente.

Quell’indimenticabile mercoledì quattordici ottobre accadde un miracolo. Fernando aveva sistemato la sua sedia accanto al bambino, gli aveva legato un tovagliolo intorno al collo perché non sbavasse sulla maglietta pulita, e poi si era messo a cercare gli occhiali da lettura, per sostituirli a quelli da miope che portava usualmente durante la giornata. Era certo di averli lasciati in camera da letto, sul comodino, perché appena sveglio la mattina presto aveva letto qualche pagina di un settimanale cui era abbonato. Ma non c’erano. Tastò sotto le coperte, spostò i cuscini, nel caso li avesse distrattamente nascosti lì sotto: nulla. Allora si spostò in bagno, perché forse poteva averli appoggiati sul davanzale della finestra mentre era seduto sul water, o magari sul ripiano della lavatrice. Non li trovò nemmeno in bagno. Quindi, può darsi in tinello? A mezzogiorno aveva cucinato una cotoletta e della verdura cotta; probabilmente erano rimasti sul tavolo, sul frigorifero, magari infilati nello scolapiatti.

Accompagnava la ricerca con frasi spazientite a voce alta: “Dove li avrò messi?”, “Ma guarda che rimbambito che sono”, “Chissà dove saranno finiti”, “E adesso come faccio a leggere la storia al bambino?”. Leo nella saletta aspettava, senza accorgersi nemmeno di stare aspettando, e cosa. Il nonno lo raggiunse: “Leo, non trovo gli occhiali”, quasi piagnucoloso, sentendosi in colpa. “Come facciamo adesso, piccolo?”, e girava per la stanza, controllando sotto le tende, sulla poltrona, ai lati della televisione.

“Li ha visti, Leo? Hai visto dove li ho lasciati?” Il nipotino lo seguiva con gli occhi, accompagnandolo nel suo muoversi agitato intorno. Fernando gli si avvicinò per fargli una carezza, a consolarlo del fatto che quel pomeriggio non avrebbero potuto leggere nulla. “Li hai visti, i miei occhiali?”, ripetè sconfortato, guardandolo implorante.

Leo lanciò un gridolino, come volesse dire qualcosa. Poi alzò un braccio, indicando la testa del nonno, che aveva gli occhiali da vista inforcati correttamente sul naso, e quelli da lettura alzati sul capo, trattenuti dai folti capelli bianchi, pronti già da ore a sostituire gli altri.

 

«Educare» n.9, 29 settembre 2020

 

MATAR

HISHAM MATAR, UN PUNTO DI APPRODO   ̶   EINAUDI, TORINO 2020

Due anni dopo il romanzo autobiografico Il ritorno, premio Pulitzer nel 2017, Hisham Matar pubblica sempre da Einaudi Un punto di approdo, riprendendo in parte i precedenti spunti narrativi, ma facendoli lievitare in un contesto assolutamente diverso, italiano e artistico. Hisham, nato a New York nel 1970 e cresciuto a Tripoli, è figlio di Jaballa Matar, un diplomatico libico oppositore del regime, di cui tuttora non si conosce la sorte successiva al suo rapimento e alla prigionia nel carcere di Abu Salim.

Nel 1990, anno della sparizione del padre, Hisham aveva diciannove anni e viveva a Londra (città dove tuttora risiede), e passava molte giornate alla National Gallery a osservare i capolavori della pittura medievale senese, impressionato dal loro misterioso e sconvolgente fascino: “Ho scoperto che un dipinto richiede tempo. Ora impiego parecchi mesi o più spesso un anno prima di riuscire a passare oltre. E nel frattempo quel quadro diventa un luogo mentale e fisico della mia vita”.

Qualche anno fa, Hisham Matar, stremato dal lungo lavoro introspettivo richiestogli dalla composizione del suo romanzo di maggiore successo, decise di recarsi a Siena per meglio approfondire il suo interesse per l’arte italiana: una vera e propria dipendenza emotiva. Accompagnato nei primi giorni del viaggio dalla moglie Diana, subito si immerse in un girovagare affrancato da ogni vincolo di finalità pratica, in una flanerie disponibile a lasciarsi impressionare da qualsiasi oggetto, architettura, fisionomia umana, paesaggio naturale suscitasse in lui eventuali suggestioni.

Un vero inno d’amore per la città affiora dalle descrizioni delle prime pagine: “Le curve improvvise dei vicoli e la prossimità degli edifici accrescevano la mia sensazione di entrare in un organismo vivente. A ogni passo mi ci insinuavo un po’ di più ed esso, quasi in risposta, mi faceva spazio. Ero entrato in un posto familiare e del tutto sconosciuto… Ricordo di aver pensato che una delle principali funzioni delle città è proprio questa: essere lì in parte per renderci più intelligenti e più intelligibili l’uno all’altro”.

La scelta editoriale einaudiana di titolare il romanzo in modo diverso rispetto alla versione inglese (A month in Siena) non risulta affatto peregrina, poiché intende sottolineare l’avventura intellettuale vissuta dall’autore nel senso di uno sbarco e ancoraggio in una nuova dimensione spirituale. Infatti l’esperienza compiuta da Matar nel mese trascorso a Siena, è stata per lui, scrittore ormai maturo e affermato, rigenerativa e insieme trasformatrice: l’emozione suscitata dall’immersione visiva negli affreschi di Duccio di Boninsegna, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, è diventata stimolo a una riflessione sugli avvenimenti basilari della propria vita, sulle presenze e assenze che ne hanno segnato indelebilmente il percorso.

Le considerazioni dello scrittore sui quadri ammirati e studiati nella città toscana costituiscono dei veri e propri piccoli trattati di critica d’arte. Il capitolo dedicato alla contemplazione dell’Allegoria del Buon Governo (il volume è corredato da illustrazioni a colori) è un puntuale commento della visione filosofica e storica alla base delle soluzioni pittoriche praticate da Lorenzetti. E da ciascuna delle opere d’arte osservate, Matar trae spunto per annodare collegamenti ad altri quadri antichi e moderni, a ricordi di incontri avvenuti in diverse epoche e luoghi della sua esistenza, all’ intenso legame con la moglie, alla memoria lancinante per la nobile figura del padre scomparso, o semplicemente ai sogni e agli incubi notturni. E soprattutto alla storia contemporanea, alle sue ingiustizie a atrocità, per cui anche la crudeltà dello sgozzamento di Golia da parte del Davide caravaggesco ha la funzione di far meditare sulle sanguinarie esecuzioni del terrorismo internazionale.

L’osservazione dei capolavori pittorici assume un valore di svelamento della condizione umana, del suo patire come del suo essere felice, nella relazione intessuta tra l’artista e la sua epoca, tra un quadro e chi lo guarda, tra un particolare colore e un trasalimento dell’anima, nella convinzione che “quanto ci accomuna sia più di quanto ci separa”.  L’arte ha il potere di cambiare il nostro modo di guardare a noi stessi e al mondo, di aprirci a meglio esplorare ciò che ci circonda, in una condivisione del sentire che è immersione nei secoli di storia che ci hanno preceduto e nella proiezione di un futuro sempre più perfettibile.

Un romanzo particolare e nuovo, questo di Matar, reso di piacevole lettura grazie anche alla limpida traduzione di Anna Nadotti.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 24 settembre 2020