FRUGONI

CHIARA FRUGONI, DONNE MEDIEVALI. SOLE, INDOMITE, AVVENTUROSE – IL MULINO, BOLOGNA 2021

Anche questo nuovo volume illustrato di Chiara Frugoni, Donne medievali, si distingue come gli ultimi pubblicati da Il Mulino (Vivere nel Medioevo, Uomini e animali nel Medioevo, Paradiso vista Inferno, Paure medievali)) per vivacità e chiarezza espositiva, accurata indagine delle fonti, ricchezza di informazioni critiche e bibliografiche, eleganza iconografica. Ma a queste doti si aggiunge una particolare e briosa verve di scrittura, dovuta evidentemente al tema trattato, che si presta ad analisi e puntualizzazioni combattive in difesa del ruolo rivestito dalle donne nella storia umana.

Già nell’introduzione l’autrice sottolinea con veemenza come il nascere femmina sia stato sempre considerato svantaggioso culturalmente, socialmente ed economicamente. Nel periodo preso in esame dalla studiosa, particolarmente violento e guerrafondaio, le donne vivevano in condizioni di reale e pregiudicante sottomissione: emarginate, offese e abusate, ridotte spesso al rango di animali. Ombre, più che esseri umani.

Le fonti di cui Chiara Frugoni si serve per la sua indagine storica sono molteplici: cronache, biografie, prediche e sermoni religiosi, epistolari, produzioni letterarie in prosa e in versi, e soprattutto un ingente e acutamente commentato repertorio di immagini, che nella sua attività di medievista ha sempre ritenuto altrettanto affidabili e foriere di informazioni delle testimonianze scritte.

Quale sia stato il ruolo della Chiesa nella discriminatoria persecuzione dell’universo femminìle risulta evidente a partire dal pontificato di Gregorio VII, che nel 1075 proibì ai presbiteri il matrimonio, fino ad allora legalmente praticato, appiattendo la complessità del carattere muliebre alla dimensione peccaminosa e tentatrice tramandata dalla tradizione biblica più misogina: non tanto quella rappresentata da Cristo, misericordiosamente comprensivo anche verso le peccatrici, quanto all’esplicito maschilismo perpetuato dalle lettere di San Paolo. Eppure, in questo contesto penalizzante incarnato dal cristianesimo, fu il monachesimo ad assicurare alle giovani medievali apprezzabili possibilità di considerazione pubblica, offrendo loro innegabili vantaggi quali il rispetto delle autorità e dei fedeli, un sicuro sostentamento alimentare, l’opportunità di acculturarsi e una maggiore longevità, perché esente dal rischio di pericolose gravidanze.

L’esistenza quotidiana delle donne nel Medioevo era drammatica e infelice a tutti i livelli e in qualsiasi classe sociale. Se negli strati popolari esse vivevano abbrutite dai lavori domestici, agricoli e artigianali, dalle violenze familiari, da malattie e parti debilitanti, costrette nell’analfabetismo e nella privazione di qualsiasi diritto civile, spesso vendute come schiave nei mercati, la situazione non era migliore nei ceti abbienti. Qui le ragazze erano costrette a contratti matrimoniali ricattatori e squalificanti, venivano considerate merce di scambio all’interno di alleanze dinastiche, vere e proprie pedine da muovere sullo scacchiere del potere politico ed economico.

Ma all’interno di questo quadro sconfortante, Frugoni rileva alcune encomiabili eccezioni, descrivendo l’esistenza di cinque figure femminili esemplari, che hanno lasciato una singolare e ammirevole testimonianza del loro passaggio su questa terra: Radegonda di Poitiers, Matilde di Canossa, la Papessa Giovanna, Christine de Pizan, Margherita Datini. Donne provenienti da luoghi, situazioni ed epoche diverse, raccontate sia nella loro rilevanza storica, sia nell’aspetto più umano della loro personalità.

Radegonda di Poitiers, morta nel 587, era moglie del re dei Franchi Clotario I: abbandonato il feroce marito che le aveva ucciso il fratello, da regina si fece monaca, distinguendosi nelle attività caritatevoli, praticando miracoli ed esorcismi, fedele a una vita claustrale segnata da mortificazioni e penitenze, ma anche da un’adesione serena agli aspetti più gioiosi dei rapporti amicali. Fu, in un periodo storico “caratterizzato da una violenza sconvolgente e brutale”, sensibilmente attenta alle sorti del suo monastero e del regno, pacificando attraverso un’intensa attività diplomatica sanguinosi conflitti tra sovrani nemici.

La contessa Matilde di Canossa (1046-1115), “fu una donna ardita, appassionatamente devota alla causa della Chiesa, alla quale sacrificò ogni altro interesse, potente e sola, un destino subìto e voluto”. Costretta a un’infanzia infelice, tra lutti famigliari e continui trasferimenti, patì prime nozze imposte per ragioni dinastiche, e un secondo scandaloso e umiliante matrimonio, non consumato per l’età troppo immatura dello sposo. Fedelissima seguace di Papa Gregorio VII, alla morte di lui si dedicò a fondare e sostenere con cospicue elargizioni basiliche e monasteri, come il Duomo di Modena.

La terza figura presa in esame è forse la più suggestiva, perché leggendaria: quella Papessa Giovanna, in realtà mai esistita, che sopravvisse nella fantasia popolare per quasi tre secoli, dal 1250 al 1550, terrorizzando le gerarchie ecclesiastiche che paventavano l’esercizio di funzioni sacerdotali da parte di una donna. La sua vita avventurosa viene descritta da Chiara Frugoni in maniera dettagliata, sottolineando soprattutto la spietatezza delle calunnie e delle condanne espresse dal clero e dalle cronache religiose e profane, cui aderì anche Boccaccio. Secondo la vulgata pubblica, la sua “audacia riprovevole, follia detestabile, presunzione temeraria” rivelava nel deprecabile inganno l’opera del demonio, pertanto Giovanna fu “obbligata a morire per la persistenza di un’ossessione maschile: la paura che la donna potesse esercitare delle prerogative maschili, la paura di un corpo di donna di cui si teme la perversa seduzione”.

Christine de Pizan (1364-1430 circa) proveniva da una famiglia nobile e colta, ma rimasta vedova a venticinque anni, dovette farsi carico di gravosi pesi familiari, legali e finanziari. Si dedicò quindi coraggiosamente a una strenua attività intellettuale, componendo opere liriche e narrative, biografie, polemici interventi sull’attualità, e un fondamentale Livre de la Cité des Dames in cui elencava “una lunga teoria di donne sapienti” (artiste, regine, sante, inventrici), deplorando l’ignoranza e la crudeltà mentale degli uomini che relegavano mogli e figlie in uno stato di sudditanza. Christine “attenta autopromotrice di sé stessa”, fu inoltre un’apprezzata imprenditrice: istituì un rinomato Scriptorium che impiegava calligrafi, rilegatori e miniatori specializzati in riproduzioni di libri pregiati.

Infine Margherita Datini (1384-1410), moglie di un ricchissimo mercante di Prato, riuscì a riscattarsi da una condizione di semianalfabetismo, imparando a leggere e a scrivere a trentasei anni per poter comunicare con il marito, che costantemente lontano da casa per affari, le aveva affidato precise e onerose incombenze domestiche e amministrative. Ci è stato tramandato il vivace epistolario della coppia, composto da circa cinquecento lettere, in cui Margherita difendeva con orgoglio e autonomia il proprio operato dagli immeritati rimproveri dello sposo, dando prova di “integrità morale, di solido buon senso e di ottime qualità organizzative”.

Donne medievali (con l’indovinato sottotitolo Sole, indomite, avventurose) è un volume da leggere con curiosità intellettuale e partecipazione emotiva, da ammirare nelle splendide e coloratissime riproduzioni di codici, miniature e affreschi. Possiamo sperare che questa accurata esposizione aiuti le lettrici a esprimere liberamente i propri talenti così fortemente osteggiati nelle epoche passate, e ancora sminuiti in quella attuale, e i lettori a riflettere su quanto sia stato tortuoso e pesante il cammino affrontato nei secoli dall’ “altra metà del cielo” per conquistare dignità e rispetto.

 

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 27 novembre 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

.

FORCADES

TERESA FORCADES, PER AMORE DELLA GIUSTIZIA. DOROTHY DAY E SIMONE WEIL – CASTELVECCHI, ROMA 2021

Si può essere contemporaneamente monaca benedettina di clausura, teologa, medico, scrittrice, femminista? Evidentemente sì, e lo dimostra la coraggiosa esistenza fuori dagli schemi di Teresa Forcades, nata a Barcellona nel 1966, laureata in Medicina e Teologia con dottorato e post-dottorato a New York, Harvard e Berlino, fondatrice del movimento indipendentista catalano Process costituent. Suor Teresa nei libri e in seguitissimi interventi sui social si occupa di politica, psicanalisi, clericalismo e ruolo della donna nella Chiesa, patriarcato e vita di coppia, sessualità. Soprattutto riferendosi alle sue posizioni anticonformiste su quest’ultimo tema (omosessualità, transessualità, aborto, utero in affitto, pornografia), Michela Murgia l’ha definita “personalità carismatica di rara intensità, di una spiazzante capacità dialettica e di una determinazione assertiva che ne fanno l’infrazione vivente di tutti gli stereotipi dell’immaginario collettivo sulle suore di clausura”.

Nel secondo volume edito da Castelvecchi (qualche anno fa “Siamo tutti diversi! Una prospettiva queer” aveva creato scandalo tra le gerarchie vaticane) traccia un ammirato ritratto di due figure femminili fondamentali nella teologia novecentesca: l’americana Dorothy Day e la francese Simone Weil, mettendone in luce affinità e differenze, e sottolineandone nel contempo la comune combinazione di impegno politico ed esperienza mistica, altruismo e coerenza esistenziale, concretizzata nel lavoro per la giustizia sociale e nella condivisione della vita degli ultimi. Entrambe si ergono a difesa dell’inviolabile libertà di coscienza individuale, al di là di ogni direttiva confessionale o partitica.

Diverse nell’estrazione sociale, Dorothy Day (New York, 1897-1980) e Simone Weil (Parigi, 1909-Ashford, 1943) ebbero però un percorso simile nella ricerca di autenticità riguardo alle scelte spirituali e alla decisa presa di posizione in favore delle classi lavoratrici. Tutt’e due mosse nell’infanzia da un’accentuata sensibilità verso il cristianesimo, nel corso dell’adolescenza si dichiararono atee e anticlericali, recuperando solo in età adulta un rapporto di adesione convinta al cattolicesimo. La famiglia di Dorothy Day era di tradizione anglicana e quella di Simone Weil ebraica, la prima di estrazione piccolo borghese, la seconda colta e abbiente.

Dorothy visse una giovinezza inquieta, con continui trasferimenti, rapporti sentimentali e sessuali trasgressivi, dipendenza da droghe e alcol. Ebbe una figlia, Tamar, da una relazione con un pensatore ateo e anarchico che per coerenza non volle sposare, quindi convisse a lungo con un predicatore visionario, Peter Maurin, insieme a cui nel 1933 fondò il periodico «Catholic Worker», organo dell’omonima comunità ispirata al radicalismo della parola evangelica, rimanendone alla guida per cinquant’anni. Suoi obiettivi erano la diffusione della dottrina sociale cattolica, e un tenace proselitismo in favore dei movimenti non-violenti, pacifisti, antirazzisti, femministi. Arrestata sette volte per aver organizzato e partecipato a scioperi e manifestazioni non autorizzate, si occupò generosamente fino alla morte dell’accoglienza dei senzatetto e degli emarginati, accettando di rimanere all’interno dell’istituzione cattolica, pur in maniera conflittuale, con il preciso intento di migliorarla.

Culturalmente più raffinata, spiritualmente ricercata ed elitaria, Simone Weil, rifiutandosi di aderire all’ebraismo dei familiari, visse la sua prossimità al cristianesimo in modo più cerebrale, soprattutto in base a valutazioni intellettuali, senza tuttavia arrivare mai a farsi battezzare, poiché non condivideva le rigide e illiberali teorie della Chiesa cattolica in ambito socio-politico e dottrinale. La sua ansia di verità, il suo rifiuto di ogni compromesso ideologico la rese per tutta la vita “una persona fuori contesto, fastidiosa,     non omologata”, fieramente ostile all’inserimento in qualsiasi gruppo o partito, politico e religioso. Decisa a condividere la sorte disagiata delle classi subalterne, lavorò come operaia in diverse fabbriche e come stagionale nelle campagne. Abbracciò poi la lotta politica antifranchista e antinazista andando a combattere in Spagna nel 1936. La sua natura eminentemente meditativa le fece vivere esperienze di estasi profonda, in un’unione mistica con la figura di Gesù, espressa profeticamente in pagine di rara bellezza.

Il volume, che nella sezione conclusiva riporta una puntuale cronologia biografica delle due donne, raffrontata specularmente, si concentra su alcuni nuclei fondamentali della loro esistenza, che le videro partecipi di uguali scelte ideologiche e professionali: il valore riconosciuto al lavoro manuale portò sia Dorothy sia Simone a sfidare il duro mondo dell’industria; la fede nella giustizia retributiva e il rifiuto dei privilegi di classe le convinse a prese di posizione radicali, a fianco dei più poveri e degli sfruttati per cambiare l’ordine economico capitalista; l’assunzione orgogliosa della propria femminilità le indusse a optare per una vita indipendente dal ruolo riconosciuto e garantito di moglie. Infine l’amore per Dio e per Cristo le persuase a condividere un cammino a fianco della Chiesa cattolica, lontano comunque dall’ufficialità vaticana.

Accanto a queste due donne colte, risolute e combattive si pone orgogliosamente la persona di Teresa Forcades, come loro fedele all’insegnamento di Cristo, e come loro impegnata nell’ascolto dei bisogni umani e nella ricerca speculativa: Simone Weil, la filosofa, e Dorothy Day, l’attivista, “donne eccezionali, molto diverse l’una dall’altra ma che,  tuttavia, presentano percorsi paralleli convergenti in molti punti e un’ispirazione comune che è quella che ha dato il titolo a questo li bro: Per amore della giustizia”.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 25 novembre 2021

GACCIONE

Intervista ad Angelo Gaccione, scrittore e drammaturgo

Alida Airaghi ha intervistato Angelo Gaccione, scrittore, drammaturgo e fondatore della rivista online Odissea.

Intervista ad Angelo Gaccione, scrittore e drammaturgo

Angelo Gaccione è nato a Cosenza e vive da anni a Milano. Narratore e drammaturgo, ha pubblicato numerosi libri di saggi, racconti, aforismi e testi teatrali. Fra i più noti ricordiamo Il sigaro in bocca, Manhattan, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale. Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); il bestseller Lettere ad Azzurra, La striscia di cuoio. A Milano ha dedicato quattro libri di successo: Milano, la città e la memoria; La città narrata; Poeti per Milano; Milano in versi. Nel 2013 Gaccione ha pubblicato tutto il suo teatro in un unico volume: Ostaggi a teatro. Testi teatrali 1985-2007. L’ultimo suo libro, finalista al Premio Viareggio di Poesia 2020, si intitola Spore. Da 19 anni dirige la rivista online di cultura “Odissea” a cui collaborano prestigiose firme della cultura italiana e internazionale. Per il suo impegno civile gli è stato conferito il Premio alla Virtù Civica.

 

  • Cosa ci può raccontare dell’ambiente in cui è nato e si è formato culturalmente, e di quello milanese in cui si è trasferito? Ha trovato difficoltà nell’adattarsi a due realtà tanto diverse?

Sono nato in Calabria, all’ospedale di Cosenza, perché il parto di mia madre si stava dimostrando problematico e pericoloso. Si dovette ricorrere al cesareo. Forse mi rifiutavo di venire alla luce per come andava il mondo. Giunti ad Acri ci portarono a casa a dorso di mulo, tanto era la nevicata. Ho lavorato e studiato qui, con le difficoltà di chi nasce povero come me. Ma mi incantavano i racconti degli anziani del quartiere, il modo come mia madre e le tante matriarche che ho frequentato sapevano narrare. I miei genitori erano comunisti e maturai in quel clima infuocato; eravamo gli unici in quartiere a non andare a messa e la nostra casa era l’unica dove il prete non entrava a benedire. Ma ero affascinato dalle processioni, dalle parabole del Vangelo. Libri in casa non ce n’erano, ma appena potei ne comprai a bizzeffe e li divoravo. E ne lessi tanti della locale biblioteca. L’Università l’ho fatta a Milano, alla Statale egemonizzata dagli stalinisti, ma io ero già uno sfegatato libertario. Feci molti lavori perché i miei non erano in grado di mantenermi. Divenni subito un lavoratore studente, e presi parte alle lotte e al dibattito degli anni Settanta e di quelli a venire. Mi è sempre mancato il cielo vasto della Calabria, e poi le rondini con i loro nidi sotto i balconi e le grondaie. Soprattutto detestavo l’umido milanese e la nebbia che ti mangiava le ossa, e il Natale non è mai stato il mio Natale in nessuna città. Chi nasce povero ha sempre difficoltà ad adattarsi, ma erano anni di grandi utopie e di gioiose esaltazioni collettive, ed io ero parte di quel sogno di trasformazione sociale e personale.

  • Attraverso quali letture e incontri si è avvicinato alla letteratura? Verso quali autori classici e contemporanei si sente più debitore?

La tradizione letteraria della mia terra d’origine era molto povera, ma in compenso ce n’era una orale straordinaria a cui si poteva attingere se si possedeva sensibilità e rispetto. La capacità a raccontare l’ho appresa da lì. E poi quando sì ha un cielo come il nostro e si vede in giro tanta miseria, la parola trova la sua urgenza e la sua strada. Sono debitore ai favolisti antichi, la spinta morale mi ha condizionato subito. Ma la durezza della vita è stata la mia scuola, come per certi autori russi.

  • In che relazione si trovano la sua produzione narrativa, poetica e teatrale?

Io uso volta a volta forme espressive diverse in base a quanto ho da dire: a volte mi occorre un articolo, a volte una poesia, a volte un racconto. Non è una scelta deliberata, è una necessità. Come racconto, La Porta del sangue non avrebbe avuto la stessa forza che ha acquisito facendone un dramma. Perché quello del massacro delle comunità Valdesi nella Calabria del Cinquecento ad opera dei Gesuiti è stata una vera e propria tragedia, uno sterminio.

  • Quale delle sue opere ha avuto più successo, a quale si sente più legato emotivamente, e a cosa sta lavorando adesso?

Il libro più venduto è stato Lettere ad Azzurra, migliaia di copie, forse perché mai uno scrittore uomo aveva affrontato il tema della maternità – territorio strettamente femminile – con tanta tenerezza. Emotivamente sono legato al volume di racconti L’incendio di Roccabruna per molte ragioni che preferisco tenere per me. Ho sempre meno tempo, “Odissea” se ne prende molto. Ho mandato in giro di recente la raccolta: Poesie per un giorno solo. Non so nulla per ora del destino di A teatro con amore e di La mia Milano in mano a due editori. Il prossimo autunno uscirà invece la raccolta di racconti: Sonata in due movimenti.

  • Ci illustri l’attività della sua rivista online “Odissea” e le motivazioni che l’hanno spinta a fondarla.

L’ho raccontata nell’introduzione al libro Satyricon in cui abbiamo raccolto tutti gli scritti che lo scrittore Giuseppe Bonura aveva pubblicato su “Odissea”. Li raccogliemmo in occasione del Convegno che si è tenuto su di lui a Fano e della targa ricordo che è stata messa in sua memoria. In sintesi potrei dire che si era reso necessario avere un organo di stampa che raccogliesse, attorno al suo progetto intellettuale, uomini e donne che si erano tirati fuori disgustati dall’andazzo politico e morale del nostro Paese. Per prendere posizione, tornare a parlare, produrre idee e metterle in circolazione. Disarmo, acqua pubblica, alberi, territorio, beni comuni, mafie, moralità civica e quant’altro, avevano bisogno di un luogo diverso per altre voci. Da diciannove anni – dieci di edizione cartacea – “Odissea” svolge questo compito, ma senza trascurare di parlare di libri, di letteratura, di musica, di arte, e di supportare le lotte di associazioni e comitati impegnati su fronti diversi. Spesso ne siamo protagonisti noi stessi, com’è accaduto per il “Comitato di Odissea per Turoldo” che si è battuto qui a Milano per fargli dedicare un giardino nel cuore della città, e per le tante altre iniziative che ci hanno visti protagonisti, spesso vittoriosi. Facciamo quello che un giornale deve fare, senza sconti, senza compromessi. Ora stiamo concentrando molte energie sulla salvaguardia di Costa San Giorgio, la collina di Boboli a Firenze, minacciata da speculazione, ma i fronti aperti sono tanti.

 

© Riproduzione riservata SoloLibri.net      21 novembre 2021

CASELLI

ROBERTO CASELLI, LEONARD COHEN – HOEPLI, MILANO 2021

Fedele a un’antica e radicata passione, Roberto Caselli (giornalista, critico musicale, voce storica di Radio Popolare) ha pubblicato un nuovo, documentato, esauriente volume sul cantautore e poeta canadese Leonard Cohen (1934-2016). Già nel 2014 Caselli aveva dedicato un libro di successo al commento dei suoi testi (Leonard Cohen, Hallelujiah), convinto che meritassero di venire analizzati nei loro molteplici significati – culturali, simbolici, psicanalitici. L’intera produzione del celebre songwriter veniva vagliata nelle sue fonti e negli esiti letterari e musicali.

In questo nuovo lavoro (Leonard Cohen. Quasi come un blues), Caselli ne approfondisce in maniera particolareggiata non solo l’attività artistica, ma tutta la vicenda biografica, dalla nascita avvenuta nell’esclusivo quartiere di Westmount a Montreal, in un’agiata famiglia ebrea di origine russa, all’inquieta adolescenza, trascorsa tra le prime seduzioni della musica e della poesia, del sesso e della spiritualità. Quindi i contatti con il mondo accademico progressista canadese, l’esodo londinese e il battesimo letterario, il fascino esercitato dalla figura carismatica di Bob Dylan, la trasgressione del periodo newyorkese, vissuta accanto a personaggi di grande rilievo intellettuale degli anni ’60.

Caselli si sofferma in particolare sulle vicissitudini sentimentali di Leonard Cohen, dalla prima coinvolgente convivenza con la norvegese Marianne Ihlen nell’isola greca di Idra, ad altre numerose e intense relazioni: con Jony Mitchell, con Suzanne Elrod, madre dei suoi figli, incontrata nella chiesa di Scientology, e poi ancora con Dominique Issermann, Rebecca De Mornay e Anjani Thomas: grandi passioni vissute tra reciproci tormenti e gelosie, raccontate con malinconia e struggimento in canzoni che hanno fatto sognare milioni di fans. Tutte queste donne bellissime, intelligenti e innamorate, non sono riuscite tuttavia a distogliere il genio canadese dalla sua vocazione per la scrittura, espressa sia in testi narrativi e poetici, sia in musica. “Più volte i suoi biografi si sono soffermati sul concetto di lavoro come elemento essenziale e prioritario della sua vita, come requisito assoluto entro cui incanalare ogni forma di circostanza, sia essa amorosa, sociale o politica… Cohen è convinto che quando l’amore diventa totalizzante paralizzi, irretisca e impedisca alla creatività di manifestarsi in tutta la sua forza dirompente, creando frustrazione e disarmonia”. Il sesso, invece, rimase sempre per lui esperienza di crescita personale e apertura mentale, insieme all’uso di droghe e allo studio di discipline quali il misticismo orientale, le sacre scritture, la psicanalisi freudiana. Qualsiasi arricchimento di conoscenza veniva trasmesso e rielaborato nei romanzi, nelle poesie, nelle canzoni.

Tra i suoi pezzi migliori, il più famoso e coverizzato rimane l’ispirato gospel Hallelujah, troppo spesso frainteso in senso esclusivamente religioso, quando invece l’intenzione che ha guidato Cohen in ogni ambito espressivo è stata quella di celebrare l’esistenza umana in tutti i suoi aspetti, materiali e spirituali, alla ricerca di un significato che illuminasse il proprio percorso esistenziale.

In questo senso, l’incontro con Joshu Sasakiroshi e la pratica Zen, che nel 1993 lo condussero a un ritiro monacale di sei anni a Mount Baldy, con l’assunzione di una nuova identità e di un nuovo nome (Jikan, “il silenzioso”), lo aiutarono a superare prove drammatiche, come la truffa subita da parte della sua manager Kelley Linch, e ad approdare a una più composta saggezza, con l’accettazione matura del bene e del male riservatigli dalla quotidianità. Agli ultimi quattro album, pubblicati dopo aver ripreso più che settantenne a esibirsi in tournee internazionali per ristabilire le sue finanze disastrate, Cohen affidò il proprio testamento spirituale, ancora una volta pervaso di erotismo e ansia metafisica, ma nutrito anche di interessi per i problemi sociali, la corruzione politica e i disastri ecologici, riscoprendo nell’abbandono fiducioso al disegno divino una nuova e corroborante vitalità.

Il volume firmato da Roberto Caselli consta di dieci capitoli tematici illustrati da un’ampia rassegna fotografica, attestante luoghi, amicizie, amori, concerti e il successo planetario del protagonista. È corredato di utili quadri sintetici che scandiscono la cronologia degli avvenimenti biografici principali, e raccoglie testimonianze, citazioni, commenti ai testi, discografia e bibliografia: una chicca da non perdere per gli estimatori dello straordinario songwriter di Montreal.

© Riproduzione riservata        SoloLibri.net › Leonard-Cohen-Caselli    16 novembre 2021

 

 

 

 

 

KIPLING

RUDYARD KIPLING, SARAI UN UOMO, FIGLIO MIO – GARZANTI, MILANO 2021

Soggiogata da improvvise e incontenibili nostalgie senili, da un po’ di tempo ho ripreso in mano, con scontata commozione, le letture che hanno segnato la mia infanzia: Pattini d’argento, Piccole donne, I ragazzi della Via Paal, Davide Copperfield, Capitani coraggiosi e, ovviamente, Il libro della giungla. Mowgli, Baloo, Kaa, Bagheera, Shere Khan, Rikki Tikki Tavi. Mi riecheggiano nella memoria addirittura le battute più famose dei protagonisti: “Siamo dello stesso sangue, voi e io!”

Quindi, appena ho scoperto tra le ultime pubblicazioni di Garzanti una riedizione della poesia più nota di Rudyard Kipling, con un saggio interpretativo di Vittorino Andreoli, mi sono precipitata ad acquistarla nel conveniente formato ebook. Il titolo originale della composizione, If, è stata tradotto in maniera più accattivante, rielaborandone l’ultimo verso: Sarai un uomo, figlio mio.

Kipling (Bombay 1865Londra, 1936), premio Nobel a 41 anni nel 1907, famosissimo nella cultura di massa per i suoi romanzi e racconti – rivisitati dal cinema, osannati da movimenti religiosi e scoutistici, sfruttati dalla fantascienza – fu spesso osteggiato dalla critica per la sua appartenenza alla massoneria e per la sua visione ideologica e politica favorevolmente orientata verso il colonialismo e l’imperialismo: rimane comunque uno dei pilastri della letteratura mondiale novecentesca.

If è una missiva poetica dall’andamento sermoneggiante scritta nel 1895, pensata avendo come modello un uomo politico e avventuriero inglese, di cui l’autore ammirava la statura umana e militare. Nel 1910, in occasione della pubblicazione, Kipling la dedicò al figlio tredicenne John.

La poesia incoraggia in un figlio immaginario le virtù più rispondenti alla costruzione di una personalità ideale: audacia, indipendenza di giudizio, pazienza, fede nei propri principi, rispetto verso gli altri, resistenza alle offese e alle calunnie, capacità di rialzarsi dopo un fallimento, autocontrollo emotivo e fisico, attitudine al sogno e alla creatività, premurosa attenzione per ogni istante vissuto. In pratica, si tratta un’esortazione a raggiungere la perfezione morale. Il testo della poesia, accompagnato dalla versione in lingua inglese, consta di una trentina di versi liberi, in cui tredici strofe iniziano con l’ipotetico “If you can”: se saprai, se riuscirai, se potrai.

Il saggio di Vittorino Andreoli ripercorre le vicende biografiche dello scrittore britannico, e sonda con perizia e sensibilità le dinamiche che intercorrono nel rapporto generazionale padre-figlio, partendo proprio dall’esperienza vissuta dai padri nella loro posizione di figli.

Rudyard Kipling, nato in India da genitori insegnanti in una scuola d’arte, seguito amorevolmente in famiglia e dalla servitù indigena, a sei anni fu mandato con la sorellina in Inghilterra per motivi di studio, a pigione in una famiglia di rigorosa fede evangelica, in una situazione “di sradicamento, se non di abbandono”. Le umiliazioni e la mancanza di affetto patita negli anni di formazione senz’altro ne minarono il carattere, ma in qualche modo spiegano anche le ragioni per cui la sua scrittura fu prevalentemente rivolta al mondo fantastico dell’infanzia, a compensare un vuoto, e a riappropriarsi di un “oggetto perduto”. Il figlio John era il suo terzogenito, e l’unico maschio: Kipling fece in modo di farlo arruolare come ufficiale allo scoppio della guerra, e il giovane cadde in battaglia, appena diciottenne, il 27 settembre 1915.

Andreoli valuta il contenuto di If dal punto di vista pedagogico, poiché suo primo intento è quello di insegnare a vivere comportandosi con correttezza e magnanimità. La poesia non è didascalica in maniera impositiva e autoritaria, ma suggerisce benevolmente obiettivi concretizzabili per raggiungere la piena dimensione umana. Kipling padre si rivolge anche al suo passato di figlio, a cui sono mancati incoraggiamenti affettivi ed esempi da seguire. Secondo lo psichiatra veronese “È importante che un educatore sappia far riferimento a propri modelli, mostrando così che anch’egli si trova all’interno di un processo di apprendimento, di educazione”.

Kipling ha messo in luce nel testo alcune fondamentali qualità caratteriali e intellettuali individuate ed elogiate anche nel suo personaggio più famoso, Mowgli, che, pur inserito in un ambiente estraneo e difficile come la giungla, riesce a creare intorno a sé uno spazio vitale favorevole e condiviso.

La composizione è permeata di influenze filosofiche positiviste, che orientando i propri criteri educativi entro i confini del binomio “comprendere” e “volere”, sottovalutavano o addirittura escludevano l’affettività, cioè l’insieme delle emozioni, dei sentimenti e dei piaceri, considerati ostacoli nell’esercizio oggettivo dell’agire e del dovere.

Alla nostra sensibilità contemporanea, If, mancando di un orizzonte emozionale di rilievo, appare forse pedagogicamente discutibile e inopportuna, addirittura paternalisticamente ricattatoria, troppo responsabilizzante e retorica. Recentemente è stata oggetto di una forte contestazione da parte degli studenti dell’Università di Manchester, che rifiutando la visione razzista e imperialista esibita dall’autore in alcuni suoi libri, l’hanno rimossa da un’esposizione, perché limitativa dell’emancipazione e delle libertà individuali.

© Riproduzione riservata    «Gli Stati Generali», 15 novembre 2021

 

 

GACCIONE

ANGELO GACCIONE, SPORE – INTERLINEA, NOVARA 2020

 Spore, con la presentazione di Alessandro Zaccuri e una nota di Lella Costa, è un libro di poesie di Angelo Gaccione, narratore e drammaturgo cosentino residente da anni a Milano, dove dirige il blog culturale Odissea. Spore sono le cellule riproduttrici che nei vegetali, nei funghi e nei batteri si disperdono volatili nell’ambiente, e resistendo a condizioni avverse, generano organismi vitali. Titolo appropriato per queste poesie molto particolari, che rivelano una loro robusta e pungente vivacità.

Nella prima sezione (Per il verso giusto), si presentano in forma quasi epigrammatica, sferzanti come gli aforismi dei moralisti, giocose e ironiche nei calembour linguistici, condite talvolta da una notevole dose di civile indignazione, e addolcite più spesso da un sentimento di solidale indulgenza.

Scherza, il poeta, memore del “lasciatemi divertire” di Palazzeschi, nelle composizioni più fresche e briose (“C’era una volta un occhio / che aveva un solo orbo. // Vedere tutto a metà / fu la fortuna sua”). Altrove mostra una vena irrispettosa e amaramente sarcastica persino nella rivisitazione di brani evangelici (“Tre volte cantò il gallo / e un uomo fu tradito. // Tre uomini furono traditi, / ma nessun gallo cantò”, “Beati i poveri perché… / quello che lasceranno da morti / ai vivi non nuocerà”, “Barabba! Barabba!  / gridava la folla. // È sempre l’innocenza / che spaventa il delitto”), oppure una velata malinconia nel commentare destini e comportamenti comuni agli esseri umani (“Il tempo prende a tutti le misure. // Un metro o poco più. // È tutto”, “Morì il padrone / e il cane lo seguì. // Mai avvenne il contrario”, amarezza sempre riscattata dall’aculeus del verso finale: “Piantò il pianto. / Lo seppellì profondo, // voleva eliminarlo / dalla faccia del mondo. // Nacque il salice.  / Ne fu contento”.

Giustamente Zaccuri avverte nel “piccolo canzoniere d’amore e di rabbia” di Angelo Gaccione una tensione etica “sul crinale che   sta tra attesa e memoria, tra rievocazione elegiaca del passato e scommessa caparbia su un futuro che tarda ad avverarsi”.

La seconda sezione del volume, La presenza dei morti, appare più distesamente risolta e armoniosa, come nella commovente poesia iniziale: “È sorprendente quanto siano vive, / le cose appartenute ai morti. // Non è solo il maglione, / rimasto ripiegato sul divano, / o la vestaglia appesa alla parete. // Mio padre la vede muoversi in giardino, / e ravvivare il fuoco del camino. // Le parla spesso, dice, e lei risponde. / E per quanto incredibile, gli credo”.

La rievocazione dei cari che non vivono più non ha nulla di retorico, ma dichiara tutta la propria affettuosa riconoscenza per il bene da loro ricevuto, nella consapevolezza che amore, amicizia e rispetto verranno conservati per sempre, e tramandati in chi ci succederà. “Ho consegnato il testimone a te, figlia, / e mi ricorderai. // Tu lo hai consegnato alla tua, / e ti ricorderà”.

 

© Riproduzione riservata             «Odissea», 13 novembre 2021

 

 

 

 

RIGONI

MARIO ANDREA RIGONI, COLLOQUI CON IL MIO DEMONE – ELLIOT, ROMA 2021

Mario Andrea Rigoni (Asiago, 1948), Professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Padova, studioso di Leopardi, collaboratore del «Corriere della Sera», saggista, critico, autore di racconti e di aforismi, ha pubblicato presso Elliot il suo primo volume di versi, Colloqui con il mio demone, con prefazione di Francesco Zambon. Si tratta di un libro originale, nel panorama della nostra poesia, non solo dal punto di vista formale (utilizza infatti uno stile di impianto prosastico e colloquiale, ma intessuto di stratagemmi fonetici che lo rendono musicalmente ritmico e facilmente memorizzabile), ma anche nelle scelte tematiche, sospese tra autobiografia, memoria storica, meditazione metafisica, interesse scientifico e critica sociale.

Chiarezza, esibita semplicità, amara ironia, pungente risentimento etico, compiaciuto distacco dalle mode letterarie attuali, sono gli ingredienti distintivi di questa prova di Rigoni, che in essa fa tesoro della sua decennale e riconosciuta abilità aforistica, come della profonda conoscenza dei testi dilanianti di Emile Cioran, di cui è stato traduttore e amico. A queste non comuni caratteristiche si aggiunge la riflessione malinconicamente consapevole della transitorietà del vivere, della tragica inessenzialità umana nello scorrere dei millenni e negli sconfinati abissi del cosmo. Quindi sono molte le composizioni che si interrogano sugli aspetti materiali dell’esistenza, dalla meteorologia (il vento, la nebbia) alla mineralogia (il granello di sabbia, il ciottolo, il lapislazzulo) alla storia, con una rivisitazione di personaggi illustri, antichi e moderni (Ponzio Pilato, Giulio Cesare, Marco Aurelio, Giordano Bruno, Stalin).

Se non sono dimenticati luoghi e oggetti, piante e animali (il tarassaco, merli e avvoltoi), gli amici e gli affetti più cari, la cifra caratterizzante la raccolta sembra essere la valutazione caustica e sapienziale del senso dello stare al mondo. In queste composizioni si alternano infatti il sarcasmo come arma di difesa dalla paura del niente, e la pietosa e indulgente considerazione della propria vanità, nella lotta eterna tra cielo e terra, salvezza e perdizione, speranza e delusione. La morte, soprattutto, viene citata come cieca e implacabile giustiziera, che riduce ogni individualità alla sua insignificanza: “l’addio alla carne, per andare / in un luogo da dove non puoi / chiamare più nessuno, dove nessuno / può chiamarti più, dove forse balugina / ancora qualcosa, luce di polvere / o soffio di nebbia, ma non c’è altro / e, comunque, tu non sei più tu”, “E sempre torniamo al nostro niente / rivestito di carne ora gioiosa ora dolente”.

Il demone che ci possiede non va né temuto né combattuto, piuttosto deve essere corteggiato, ammansito con intelligenza, e sopportato con saggezza: solo così lo si piò disarmare. “Ho parlato poco al mio demone / e lui a me. Ma so troppo bene che c’è. / È un furfante silenzioso quanto pericoloso”, “Stamattina, mio demone, non ti sento / e non mi stai dettando niente”.

La vita è di per sé contraddittoria, e pare dipendere più dal caso che dalla necessità: l’autore ne accetta stoicamente le conseguenze, con un laicismo scettico e sconfortato, capace comunque di una strana e briosa serenità. Di questa svagata leggerezza, accentuata dalla facilità delle rime e dalla convenzionalità del lessico, troviamo nelle pagine numerosi esempi: “Il Diavolo mi ha detto: / non ti posso risparmiare, / in compenso ti lascio cantare”, “Mi sono convertito alla vita, / adesso che è finita”, “Vivendo in estenuanti languori / non conosco che isolati furori”, “All’improvviso, voglia di ballare. / C’è poco da fare: nel bel mezzo / della disperazione, la vita / ti riprende con la sua illusione”.

Nella sua affettuosa e penetrante postfazione, Francesco Zambon rileva come la filosofia sottesa alle poesie di Rigoni abbia un’impronta stoico-gnostica, e rispecchi “la visione di un mondo e di una storia dominati da un male irriducibile e senza via d’uscita, governati da un dio perverso o indifferente”: tale demone è affrontato nei colloqui poetici  dell’autore con la “la fermezza di uno sguardo che non teme di fissare coraggiosamente il male e il dolore”.

© Riproduzione riservata        2 novembre 2021

SoloLibri.net › Colloqui-con-il-mio-demone-Rigoni

 

 

VILLATICO

DINO VILLATICO, ECOGRAFIA DI UN CONGEDO – LADOLFI, NOVARA 2021

Ci si sottopone a un’ecografia per scoprire qualcosa di non rilevabile in superficie, che magari duole, ma di cui si teme l’evidenza, la manifestazione. Lo svelamento di una sofferenza taciuta, forse inconsciamente negata, ha la stessa dolorosa e cruda intensità di una diagnosi medica avversa.

Dino Villatico, con Ecografia di un congedo, si fa esploratore e analista di se stesso, raccontando di un amore giovanile, recuperato nella memoria con tutta la malinconia, i rimpianti, i sensi di colpa, ma anche l’intensa felicità vissuta e in seguito angosciosamente persa. In sedici “referti” (ancora un termine scientifico, a indicare una precisa volontà razionalizzante), un epilogo e un post-scriptum, l’autore rivive il suo rapporto con Martin, insegnante americano ventottenne conosciuto a Roma all’epoca degli studi universitari, con cui aveva stabilito una profonda amicizia e un’intesa sentimentale durata alcuni anni, cementata da arricchenti scambi culturali, distese conversazioni tra amici, sfide al pianoforte, e una casta, tormentata sensualità.

L’aver improvvisamente scoperto, attraverso una casuale ricerca su internet (“l’impotente / oracolo che ci avvelena il giorno”), la morte dell’amico avvenuta a New York nel 1997, lo induce a ripercorrere momenti di vita in comune, recuperando emozioni mai del tutto sopite. Così ammette di scriverne, non tanto per cercare consolazione, “ma per ritrovare, né so quando, / né so perché né come, conoscenza / di me stesso, quel punto in cui vacilla / la resistenza a confrontarmi nudo / con la mia nudità”, ritrovando “L’incompiuto, l’indeciso, / l’inaspettato che rimosso prende / forma”.

Una lunga confessione in endecasillabi, che hanno la cadenza pacata e colloquiale di una narrazione in prosa, quella che Dino Villatico intesse nel monologo rivolto all’assente amato (“l’assente che confonde le mie notti, / che mi devasta il giorno”), al lettore, e infine alla propria sfibrata coscienza, con lo sprone a una riflessione più vasta su cosa significhi esistere individualmente e nel rapporto con gli altri. Scampoli di episodi si rincorrono e si intrecciano nella rievocazione del legame con Martin: dalla frequentazione quotidiana a Roma (il primo incontro al Pincio, “non ancora al buio e intorno /  tra le statue altra gente che si cerca”) alla presentazione delle reciproche madri (l’una affettuosamente comprensiva, l’altra severamente censoria), dal soggiorno in America (prima in California, poi a Boston) ai libri letti e alle musiche ascoltate insieme, fino all’inevitabile addio, deciso per far sopravvivere l’amicizia rinunciando a una più coinvolgente relazione sessuale. I vent’anni di silenzio seguiti alla separazione si rivelano lacerati dal rimorso, quando l’io narrante scopre che l’amico ha posto fine volontariamente alla sua vita: ne è testimonianza il Referto 11, in cui la percussiva anafora “se avessi” esplora tutte le possibili azioni mancate (per pudore, paura, rancore) che avrebbero potuto evitargli il suicidio.

La tragica vicenda personale si iscrive allora nel quadro universale in cui i singoli destini sono determinati dal caso (la Thyche dei greci) o dalla necessità che rende gli uomini comparse inessenziali nell’indifferente ciclo cosmico, privo di qualsiasi finalità o scopo: “noi, fatui   /         pupazzi del destino, noi che stolti / ci crediamo padroni di noi stessi,   / e padroni del mondo, mentecatti!”, “tra i minerali, / tra le pietre, tra gli astri, tutto il cosmo,  / è un solo inascoltato urlo di morte”. Lo “strano animale” chiamato “sapiens sapiens” è in realtà un’ombra, “un verme, / un insetto, un batterio”: alle sue domande sul senso del vivere, del morire, del soffrire, né scienza né filosofia sanno fornire risposte. Il poeta cerca conforto nelle parole dei grandi: Omero, Saffo, Orazio, Dante, Petrarca, Shakespeare, Calderón de la Barca, Leopardi sono suoi interlocutori privilegiati, ma ormai neppure loro riescono a redimere l’insignificanza dei giorni, il tormento di notti insonni.

La “disaffezione del presente” persuade a un ritorno, non solo tematico, ma anche stilistico, al passato. Ne sono un esempio l’uso di termini inusuali e classicheggianti (indarno, sempiterni, speco…), e la frequenza di costrutti sintattici ereditati dalla lingua latina, come l’aggettivazione che precede il sostantivo (crudele Parca, invidioso dio, orbata madre, lacrimato amico, fertile valle, immoto sasso, verecondo raggio…), o la domanda di matrice leopardiana rivolta alla natura (Ode al monte Soratte) affinché indichi agli esseri umani,  con la sua offerta di gratuita bellezza, una giustificazione al vano “dolore di sopravvivenza”. Forse solo l’amore potrebbe dare significato alle ore cupe e intimorite nel silenzio: ma se anch’esso si dissolve nel niente, nel vuoto, nella morte, allora meglio sarebbe essere altrove, essere altro: “Dicono che le piante, quando sono   /       potate, non dovrebbero soffrire. / Ecco, ora vorrei essere una pianta”.

© Riproduzione riservata            «L’Indice dei Libri del Mese» n.11, novembre 2021

 

ANIL

ALESSANDRO ANIL, VERSANTE D’ESILIO – MINERVA, BOLOGNA 2019

La casa editrice bolognese Minerva ha aperto una collana di poesia – curata da Cinzia Demi e Giancarlo Pontiggia, intitolata Cleide, nome della figlia di Saffo -, con l’intento di ospitare giovani autori under 40 capaci di “raccontare la verità della vita, la bellezza feroce, gioiosa e dolorosa del suo mistero che incanta, innamora e chiede di essere detto”. Tra questi poeti, particolarmente degno di nota mi è parso Alessandro Anil, nato nel 1990 in India, nel villaggio di Santiniketan, sede della scuola filosofica di Tagore, e lì vissuto fino ai sedici anni. Trasferitosi in seguito in Europa, dopo la laurea in Inghilterra, risiede oggi in Italia, dove si occupa di teatro, filosofia e traduzione.

Versante d’esilio, suo libro d’esordio, consta di tredici sezioni, introdotte da un’intervista in cui l’autore definisce fonti ed esiti della sua scrittura in versi, dichiarando i propri debiti verso i grandi maestri della letteratura europea novecentesca (Rilke, Eliot, Celan, Luzi…), e verso le correnti di pensiero indirizzate alla ricerca etica e metafisica: “Una poesia vuole essere un atto d’amore, un atto di liberazione o di sprofondamento”.

In effetti, tutte queste tre esigenze espressive sono ben riconoscibili nelle pagine, a partire dall’esperienza erotica che travalica sempre il dato fisico, scorporata da ogni materialità: “Esco dalla tua soglia, dal condominio del tuo corpo”. Il tu destinatario del messaggio è sì una figura femminile, ma eterea ed evanescente, mai descritta nella sua consistenza materiale. Alterità che non si riesce a raggiungere e possedere, vago abbaglio che splende e subito si dilegua, senza mantenere la promessa di un incontro definitivo: “Chi sei tu, seduta nella stanza, di solitaria veste / dopo anni ritrovata, chi sono io che ti parlo”. Ombra, sostantivo declinato anche al plurale, è uno dei termini più ricorrenti nella raccolta (“l’ombra di un nome che tu guardi”, “le senti / le ombre”, “Ho lasciato che l’ombra entrasse”, “Ovunque passi un uomo ne seguono le ombre”, “quando le ombre / iniziano ad allungarsi”, “cambia il corso di un’ombra”, “da quante ombre / deve essere un uomo attraversato” …), insieme a silenzio, a solitudine, a nulla, a fine.

Oltre a proporsi come atto d’amore, la poesia è liberazione. Libertà dalla costrizione del proprio minuscolo io, dalla miseria della biografia e della memoria, dall’ “inferno della carne”, e ascesi a una sovra-realtà non vincolata al contingente: “Il mio corpo è nel ventre, lo sguardo altrove. / Il mio corpo, nato dalla terra, lo sguardo altrove. / Le membra inondate di luce portano ancora / una lingua dispersa”, “Niente. Interminabile cerchio, margine o percorso, assenza…”. La fede dichiarata da Alessandro Anil supera i confini di un qualsiasi credo religioso, aspira a un assoluto non circoscrivibile teologicamente: “Invoco un silenzio oltre i secoli, apice di pura forma, / minuto chiuso nel duro segno che all’uomo sia dato ritrarsi / facendo di sé un seguito più lieve della sabbia”.

Appare naturale che l’interpunzione più presente nel libro siano i puntini di sospensione, a indicare che nulla è mai definitivo, che il viaggio verso la consapevolezza e la conoscenza di sé e del mondo dura per sempre, secondo gli insegnamenti che il poeta ha evidentemente assimilato nella terra nutrita di spiritualità in cui è nato e cresciuto. La sua è poesia sapienziale, metodo di conoscenza, mistica del pensiero: quindi, oltre che amore e liberazione, anche sprofondamento, ricerca di significato e verità, mezzo e fine per comprendere se stessi e il mondo, e tutto ciò che si cela “dietro lo schermo inevitabile degli avvenimenti”. Fa piacere leggere un poeta trentenne che non utilizzi la parola solo come artificio, ma demandi ad essa la capacità di una rivelazione, senza paludamenti oracolari, e invece con l’attesa di un’illuminazione, di un ancoraggio, anche solo di una carezza: “Ho camminato, con me stesso / dentro me stesso, un’infinita solitudine, anima tenera / come hai fatto ad amare così tumultuosamente?”

Il Versante d’esilio del titolo, allora, è la consapevolezza del proprio esistere fuori dalla cronaca del tempo in cui si è stati gettati, in un luogo che può essere ovunque, interno o esterno ai propri confini, comunque molto vicino a ciò che impropriamente chiamiamo anima.

 

© Riproduzione riservata                 «Gli Stati Generali», 2 novembre 2021

 

PAVESE

CESARE PAVESE, LA FAMIGLIA – ENSEMBLE, ROMA 2021

Il racconto di Cesare Pavese La famiglia, da poco riproposto dalla casa editrice romana Ensemble, ci riporta alle atmosfere tipiche di questo autore, ai suoi luoghi piemontesi solitari e ombrosi, al male di vivere dei suoi personaggi, al timbro sommesso e sconfortato della sua scrittura. E senz’altro al nucleo fondante del suo disagio esistenziale, all’aridità di affetti patita nel rapportarsi con gli altri, ulcerosa e insopprimibile.

Protagonista del racconto è un giornalista trentenne introverso e scontento di sé, Corradino, che vive “con un’ansia annoiata” la propria quotidianità, passando da solo i pomeriggi estivi sulle rive del torrente Sangone, deciso ad abbronzarsi con la smania di cambiare pelle, “per diventare un altro”, senza però cambiare nessuna delle sue radicate abitudini. Così si confessa a un amico: “io la gente, e special mente le donne, li avevo sempre trattati allo stesso modo: conosciuti e piantati. Con nessuno ho mai fatto vita in comune né assunte le mie responsabilità. Non sono amico di nessuno”.

Animato da “un desiderio di solitudine antico”, e contemporaneamente ossessionato all’idea dell’immutabilità della sua esistenza, si rassegna a frequentare donne che non ama, finché una sera ritrova Cate, amica degli anni universitari: “un’impiegatuccia” divenuta artista di varietà, molto diversa da quando l’aveva conosciuta: “Anche la voce era mutata: aveva scatti, aveva nella franchezza un’energia, una   prontezza aggressiva che appunto sapeva di palcoscenico”.

I due riprendono a frequentarsi, dapprima con qualche imbarazzo e reticenza, in seguito inseguendo una disinvoltura difficile da ristabilire. Entrambi privi di legami sentimentali stabili, faticano a confidarsi reciprocamente, non tanto per diffidenza, quanto per una specie di pudica riservatezza. Cate in maniera del tutto imprevista presenta all’amico il suo bambino di sette anni, che ha cresciuto da sola, lasciando intendere di averlo avuto proprio da Corradino, in un fuggevole rapporto sessuale. L’uomo entra in crisi, sospetta un inganno ma è tormentato da dubbi e sensi di colpa, da improvvisi desideri di paternità e paralizzanti paure: “un uomo, per quanto in gamba, è come un                  ponte che ha una certa portata e non oltre. Viene un carretto         che pesa di più, e il ponte crolla”. Spia Cate indagando sui suoi rapporti con possibili corteggiatori, cerca nel ragazzino, che porta il suo nome, eventuali somiglianze fisiche o caratteriali. Infine, tentato dalla volontà di ancorare la sua esistenza a un ormeggio più solido, propone all’amica di sposarla. Ma il racconto si chiude, come molto spesso in Pavese, in modo vago e sospeso, con i due che si lasciano non si sa se per poco o per sempre, “dicendosi cose inutili e cortesi… senza cerimonie,         quasi senz’imbarazzo”.

L’approfondito e interessante commento del postfatore Riccardo Deiana si sofferma sulle varianti che lo scrittore piemontese impose al testo, scritto nel 1941 e riveduto più volte, quasi fosse un canovaccio sperimentale per prove narrative di maggiore impegno. Le similitudini, di contenuto e formali, con altri romanzi dello stesso periodo (La bella estate, La spiaggia, Feria d’agosto), sono evidenti nella tensione tipicamente pavesiana tra una realtà deludente ma vincolante e l’aspirazione a una sovrarealtà mitizzata e irraggiungibile. La vita quotidiana viene subita dal protagonista con “irritazione e rabbia”, in una gabbia spazio-temporale a cui cerca di sfuggire rifugiandosi nella solitudine, o in una sorta di eden naturale protettivo e consolatorio, che tuttavia finisce per ribadire l’immutabilità della sua situazione esistenziale. Corradino riassume, nella sua incapacità di scegliere il cambiamento, attendendo dal destino un imprevisto che gli imponga decisioni che non sa assumere, tratti caratteristici di molti personaggi maschili di Pavese, e della stessa indole dell’autore, soprattutto nella sua vocazione e paura dell’isolamento.

Nel Mestiere di vivere, il 15 maggio 1939, infatti scriveva: “Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine […]. Co sì si spiega la persistenza del matrimonio, della paternità, delle amicizie”. Tre argomenti topici del racconto che abbiamo esaminato.

 

© Riproduzione riservata          SoloLibri.net › La-famiglia-Pavese22 ottobre 2021