ATTANASIO

MARIA ATTANASIO, LO SPLENDORE DEL NIENTE – SELLERIO, PALERMO 2020

Pubblicati singolarmente nell’arco di un ventennio, tra il 1994 e il 2014, questi sette racconti di Maria Attanasio rivedono la luce nel volume edito da Sellerio con il titolo Lo splendore del niente, dove quel “niente” si riferisce al fatto che le protagoniste (tutte donne, vissute nella Sicilia dominata dai Borboni, dagli Asburgo, dai Savoia tra ’700 e ’800) sono figure nate e cresciute ai margini della storia ufficiale, escluse dal linguaggio del potere maschile. Ma “splendide”, vive di un’identità forte e mai rassegnata, protagoniste di una loro storia minima che ha saputo incidere e ribaltare un destino già prefissato, squarciando “l’oscurata genealogia” che le ha prodotte.

Nell’approfondita presentazione l’autrice indica motivazioni e linee-guida che l’hanno condotta alla scrittura dei racconti: “Si nasce per caso in un luogo, che può diventare scelta, destino. E destino di scrittura è stato per me Caltagirone, l’immaginaria Calacte della maggior parte di questi
racconti, le cui storie risalgono dall’anonima verticalità di tempi ed esistenze oscuramente pulsanti
tra le statiche quinte di piazze e conventi, di carruggi e palazzi. Storie soprattutto di donne – ribelli non rassegnate – di cui spesso resta solo un gesto, un dettaglio, impigliato in vecchi libri o nelle scritture di cronisti locali: frammenti dell’immemore genealogia delle madri, che arrivano a me, si insediano in me, fino a quando – con uno spostamento di prospettiva storica, e una forte compenetrazione empatica – non restituisco loro parola e identità”.

Attanasio si è messa in ascolto del “respiro polveroso dei secoli” (secondo la poetica epigrafe di Anna Banti), recuperandone le tracce documentali negli archivi e nell’immaginario di leggende diffuse sul territorio, e tramandate oralmente di generazione in generazione. Storie di donne che hanno saputo coraggiosamente resistere alle discriminazioni, alla violenza e all’ingiustizia.

Il primo racconto, Delle fiamme, dell’amore, narra la vicenda di eroismo e dedizione di Catarina, che durante il terremoto del 1693 (“quel generale sovvertimento della terra, del cielo e di ogni umana costumanza”), appena partorita la primogenita Salvatora, si lancia tra le fiamme di un incendio improvvisamente scoppiato per salvare il marito immobilizzato a letto dopo un incidente, e muore arsa viva mentre la fantasia popolare le attribuisce un ultimo grido d’amore in realtà mai pronunciato: “Senza vossia, non ce n’è mondo!”

Sulle macerie dello stesso tragico terremoto è ambientata la seconda novella, quasi un romanzo breve, Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, che recupera la drammatica storia di Francisca,  “masculu fora e fimmina intra”, ambientata a Calacte, città di vasai, nobili, conventi, querceti e di aggrovigliate migrazioni (arabi, normanni, genovesi, ebrei, francesi, aragonesi, spagnoli), città già falcidiata da carestie, rivolte, epidemie, congiure. Francisca, “un’indefinibile creatura”, dai modi riservati e dall’andatura provocatoria, ondeggiante sui fianchi rotondi camuffati sotto abiti virili, fino alla morte del marito aveva lavorato duramente nei campi, robusta e resistente come un uomo. Rimasta sola, indifferente alle convenzioni e ai pregiudizi sociali, aveva scelto di lavorare come bracciante a giornata, provocando derisione e sconcerto nei compaesani, e scandalo nelle gerarchie ecclesiastiche. Accusata di atteggiamenti lussuriosi, traffici col demonio e stregoneria, processata dall’Inquisizione per aver infranto un millenario codice di rigida divisione di ruoli e sessi, era stata poi assolta e addirittura pubblicamente legittimata nella sua doppia identità, grazie all’inaspettata solidarietà del paese.

Tra gli altri racconti – animati da un descrittivismo elegante e concreto, attento al paesaggio nei suoi colori e nelle varietà della vegetazione, acutamente analitici nell’indagare sacro e profano, superstizione ed empietà di una Sicilia eternamente arcaica – risulta oltremodo intenso quello che dà il titolo al volume, Lo splendore del niente, in cui la giovane Ignazia, ultima nata dopo sei fratelli maschi nella nobile famiglia Perremuto, non risponde alle elevate aspettative della casata. Ai corteggiamenti, al lusso, alla futilità salottiera del suo rango sociale preferisce infatti la riflessione, la preghiera, l’applicazione intellettuale e uno stile di vita sobrio e raccolto, anticipando una sensibilità femminile ribelle ai modelli tradizionali.

Donne diverse dall’usuale, sia della nostra contemporaneità, e tanto più dei secoli in cui ebbero a vivere, costrette in tempi e spazi impreparati a comprenderle, talvolta stupidamente vessatori e persecutori. Figure femminili (una badessa che si ribella al re, un’avvelenatrice seriale, una pittora mistica ed epilettica…) scisse “tra microstoria e grande storia, coazione sociale e bisogno di libertà”, fisicità animalesca e castità oppressa, che grazie a una minima devianza di pensiero o atteggiamento hanno potuto trovare in Maria Attanasio chi ha saputo sottrarle all’oblio del tempo.

 

© Riproduzione riservata                  «SoloLibri», 1 luglio 2020

https://www.sololibri.net/Lo-splendore-del-niente-altre-storie-Attanasio.html

 

 

 

 

CORTAZAR

JULIO CORTÁZAR, IL SENTIMENTO DELLA LETTERATURA – SUR, ROMA 2020 (ebook)

 

Julio Cortázar (1914-1984) è stato uno dei massimi scrittori sudamericani del Novecento. Romanziere, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo, era nato a Bruxelles da famiglia argentina, e morì a Parigi dopo essersi naturalizzato francese. La sua vita trascorse tra Europa e Sudamerica, e di entrambi i continenti assorbì gli influssi culturali, creando prodotti letterari originali e caleidoscopici, fluttuanti tra il fantastico e lo scavo psicologico, la metafisica e l’ironia, il mistero e la giocosità. Con l’impegno di chi “fra vivere e scrivere non ha mai ammesso una netta differenza”.

In questo ebook pubblicato da Sur sono raccolti due saggi (Del sentimento di non esserci del tutto e Sul sentimento del fantastico) tratti dal volume Il giro del giorno in ottanta mondi.

Secondo l’autore, l’adulto in cui ci trasformiamo crescendo, porta dentro di sé il bambino che è stato, e questa poco pacifica coesistenza permette di guardarsi intorno attraverso due aperture diverse, assumendo differenti nature: poeta e criminale, ragno e mosca. Nella dialettica tra visione puerile e visione adulta, tra realtà e magia, è sempre presente una connotazione ludica, e il gioco è “un processo che parte da una dislocazione per arrivare a una collocazione, a un piazzamento – goal, scacco matto, tana libera tutti”. Chi scrive è dislocato rispetto a ciò che vive, e si trova nella posizione eccentrica di chi esiste a metà. Cortázar si sente continuamente fuori e dentro il reale, e ne dà testimonianza anche nella scrittura funambolica di questo pamphlet: “E mi piace, e sono terribilmente felice nel mio inferno, e scrivo. Vivo e scrivo minacciato da questa lateralità, da quella parallasse effettiva, da questo essere sempre un po’ più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere”.

Scoprendosi diverso dagli altri già dall’infanzia, trova una corrispondenza solo nella compagnia dei gatti e dei libri, in un continuo estraniamento, in una tangenzialità all’accadere, in una interstizialità che non gli permette di aderire al vissuto se non nel dubbio, nello sconcerto, nell’inconsueto. Sospendere la contingenza, abbandonarsi alle associazioni verbali o immaginative, è quello che meglio riesce a Cortázar. Che meglio gli è riuscito nel suo capolavoro, Rayuela, Il gioco del mondo (1966). L’irrazionalità del fantastico, la sua non prevedibilità e non programmabilità, lo ha sempre affascinato: già da piccolo era sensibile al meraviglioso, che cercava di rinchiudere nel reale, appunto “realizzandolo”. Ad esempio, estraendo i tesori di un libro dal loro forziere, per introdurli nella propria quotidianità personale. Compito del poeta è uscire dall’assoggettamento all’attualità, alla transitorietà degli avvenimenti, trasformando le funzioni pragmatiche della memoria e dei sensi per dar posto a un impulso creatore, che da solo può cambiare il mondo. “Chi vive per aspettare l’inaspettato accoglie quello che non è ancora arrivato, lascia entrare un visitatore che verrà domani o è venuto ieri”.

Il fantastico possiede istanze schiaccianti che si riverberano su virtualità straordinarie, ampliando la possibilità del caso fino all’inconcepibile. Tutto può accadere, travolgendo il predeterminato: perciò bisogna lasciare la porta aperta all’eventuale, forzando la “crosta dell’apparenza”. “Ho sempre saputo che le grosse sorprese ci aspettano dove abbiamo finalmente imparato a non sorprenderci di nulla, nel senso che non ci scandalizziamo davanti alle rotture dell’ordine”, afferma Cortázar, ben consapevole che per uno scrittore non esiste realismo che non sia invenzione, né verità che non sia finzione.

 

© Riproduzione riservata                     «Gli Stati Generali», I luglio 2020

HAJDARI

Intervista a Gëzim Hajdari: la poesia, l’impegno, l’esilio

Intervista a Gëzim Hajdari: la poesia, l'impegno, l'esilio

Gëzim Hajdari è nato nel 1957 in Albania da una famiglia di ex proprietari terrieri i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel corso della sua intensa attività di giornalista ed esponente politico dell’opposizione, ha denunciato pubblicamente i crimini della vecchia nomenclatura e dei regimi post-comunisti albanesi. Dal 1992 è esule in Italia. In Albania ha svolto vari mestieri (operaio, magazziniere, ragioniere, militare, insegnante di letteratura), mentre in Italia ha lavorato come contadino, zappatore, manovale, aiuto tipografo.
Bilingue, Hajdari scrive e traduce in albanese e in italiano, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, libri di viaggio e saggi, vincendo prestigiosi premi. Con l’editore romano Ensemble, presso cui cura la collana di poesia Erranze, sono usciti tre libri di versi (Nûr: eresia e besaDelta del tuo fiume e Cresce dentro di me un uomo straniero, appena edito), testimonianza della sua realtà esistenziale di esule e rifugiato, sradicato non solo nel vissuto personale, ma anche intellettualmente.

  • Puoi raccontarci da quale ambiente familiare provieni, che studi hai fatto e attraverso quali percorsi sei arrivato a interessarti di poesia?

Sono nato e cresciuto in un ambiente familiare in cui si armonizzano gli spiriti di due grandi tradizioni culturali, quella epica e quella mistica dei bektashi. I miei antenati appartengono ai rapsodi dell’antica stirpe malësor (montanara) delle Bjeshkëve të Nëmuna (Montagne Maledette) delle Alpi, nel nord del paese, dove ha regnato per cinquecento anni il Kanùn, (Codice Giuridico Orale Albanese) e la besa (la parola data, la promessa presso gli albanesi). Il mio nonno paterno era il rappresentante dei bektashi nella provincia di Darsia e del teqé (piccolo tempio). Bektashi è una confaternità mistica che fa capo all’ordine dei dervisci (darwish) di Jalāl ad-Dīn Rūmī: un ponte di dialogo tra l’Islam e Cristianesimo. Mia nonna paterna era una guaritrice di morsi di serpenti nel villaggio, mentre la cugina di mio padre, Zadè, che abitava vicino a casa nostra, era una sciamana, diceva che comunicava con kecka (belle spose danzatrici che apparivano di notte alla riva dei torrenti) e gli xhin (djinn: anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini e sulle cose). Zadé annientava le fatture che gli xhin facevano ai contadini, facendo una controfattura.
Nella nostra famiglia si festeggiano sia le feste islamiche che quelle cristiane.
Mio padre conosceva a memoria le leggi del Kanun, i versi dell’epica leggendaria albanese e i versi mistici di Khayyam e Saadi di Shiraz. Sono stati proprio l’epica albanese e la mistica araba che hanno plasmato il mio essere e la mia identità di uomo fin da bambino. Ogni sera, prima di dormire, io dovevo recitare cento versi a memoria davanti a mio padre.
Questo patrimonio culturale inestimabile veniva tramandato di generazione in generazione e di padre in figlio nella nostra stirpe montanara.
Nel villaggio natale, Hajdaraj (Lushnjë), ho terminato le elementari, mentre ho frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnjë.
Ho studiato Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e Lettere Moderne a La Sapienza di Roma. Senza aver avuto mai avuto una borsa di studio e senza seguire mai una lezione universitaria: ho dovuto lavorare come operaio per quasi quindici anni per potermi mantenere. Durante la sciagura comunista, mio nonno paterno venne dichiarato kulak e mio padre (membro della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale), che lavorava come funzionario nell’ufficio del catasto per conto del Ministero dell’Agricoltura, fu licenziato, e per il resto della vita ha lavorato nella cooperativa agricola del regime di Enver Hoxha. Da quando confiscarono i nostri beni di famiglia, la povertà non ci si è mai tolta di dosso. Quando morì mio padre, mi ha lasciato in eredità solo una penna di sambuco con la quale aveva scritto il diario della sua vita durante gli anni di terrore, quando tornava dalla campagna come pastore di buoi, distrutta poi da mia madre Nur per paura che fosse sequestrata dal Sigurimi.
Mio padre Riza era un uomo colto, istruito e molto severo. Era un grande lettore dei classici russi, inglesi e francesi. Ogni sera, dopo cena, raccontava a noi cinque bambini seduti intorno al focolaio le saghe che aveva letto durante le pause dei lavori in campagna. Mentre mia madre è una donna semplice e generosa come la madre terra. Lavorava scalza nei campi, inverno ed estate per un pezzo di pane. La sera, stanca e sfinita, mi pregava di toglierle le spine nere con l’ago dai piedi insanguinati. Avevo otto anni. Mi alzavo di buonora per portare la piccola mandria di capre al pascolo, poi andavo alla scuola elementare del villaggio. Quando frequentavo le medie e il Liceo vendevo il latte delle mie capre nei suoi quartieri, prima di andare a scuola. Tornavo nel villaggio facendo due ore a piedi, nei pomeriggi andavo nei campi a lavorare per comprare il pane quotidiano, e i libri per studiare. Erano gli anni del terrore di Stato. Condanne, fucilazioni, lavori forzati in nome della lotta di classe. Nella città di Lushnje, all’età di dodici anni, ho assistito per la prima volta all’arresto di un “nemico del popolo” nel boulevard da parte di Sigurimi (polizia segreta del regime) e l’impiccagione di un giovane “traditore” della patria.
Davanti la mia scuola passavano le camionette della polizia cariche di deportati, nella città di Lushnje c’erano undici campi di internamento. Il destino mi ha reso uomo in un età molto precoce.
È stata proprio la durezza della vita che ha segnato il mio destino d’uomo e che mi ha spinto a scrivere la prima poesia. Avevo undici anni.

  • Quali sono i poeti e i narratori che più hanno influenzato la tua scrittura?

Oltre l’epica albanese e i mistici arabi, direi Omero, Dante Alighieri e Virgilio, la poesia classica femminile cinese, Isidore Ducasse, Whitman, Blok, Esenin, Mandelstam, Trakl e Senghor.

  • Che tappe ha avuto e ha tuttora il tuo impegno politico e civile?

Nell’inverno del 1991 sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnjë, partiti d’opposizione, e sono stato eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Ero cofondatore del settimanale di opposizione “Ora e Fjalës”, nel quale ho svolto la funzione di vice direttore. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi presentai come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non risultai eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini dell’ ex-regime di Enver Hoxha, nonché la corruzione e gli affari sporchi tra mafia e i politici dei regimi corrotti post-comunisti di Tirana. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce di morte, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio paese. Durante il mio esilio italiano sono stato presente politicamente nella vita quotidiana dell’Albania e in quella italiana tramite le mie opere, Poema dell’esilio, la prima edizione nel 2005, e la seconda edizione ampliata nel 2007, edita con Fara Editore, nonché Gjama, Genocidio della poesia albanese, 1945 – 1990, “Mësonjëtorja” (Tirana 2010).
Senza dimenticare le mie interviste e le mie conferenze impegnate in Italia e all’estero. Dal 2001 al 2005 ho attraversato Tanzania, Mali, Uganda, Etiopia, Ruanda, il sud del Sudan, Filippine, insieme al fotoreporter Piero Pomponi (World Focus), visitando campi profughi, zone di guerre dimenticate, malati di ebola, di AIDS, di malaria. Ne testimoniano i miei libri, San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico (Fara 2004) e Muzungu. Diario in nero (Besa 2005). La mia casa a Frosinone per diversi anni ha ospitato missionari africani dell’Uganda e Ruanda, che venivano in Italia per raccogliere medicine per i malati dei loro dispensari nei loro paesi.

  • Credi che la poesia possa avere ancora un ruolo nella trasformazione democratica della società?

La vera poesia, che viene dal “basso”, dalla vita, da un percorso umano e interiore intenso e profondo, caratterizzato dall’onestà intellettuale di fronte alla pagina bianca, illumina il lettore con l’immenso, ispira uomini e donne con il senso della bellezza e della virtù, che potrebbero un domani svolgere un ruolo nella trasformazione più che democratica, direi spirituale e visionaria della società, senza le quali non si ci può essere una trasformazione democratica. Questo tipo di poesia profetica sopravvive a se stessa e ai secoli.
Invece la poesia sterile, che nasce dalle serre di scrittura, dalle cattedre, dalle accademie e dalle stanze dell’editing, sperpera il denaro pubblico, avvelena la mente dei lettori, uccide la vera arte, diventando così complice della politica nel degrado sociale, spirituale e civile della società. Questo tipo di poesia inesistente viene imposta ai lettori dalla critica, dai media e dall’industria culturale. I nostri antenati si cibavano di grandi valori culturali e pretendevano molto dai loro artisti.

  • Quali sono state le maggiori soddisfazioni e delusioni che hai vissuto in Italia? Se potessi tornare indietro, emigreresti ancora nel nostro paese, e cosa rimpiangi di più dell’Albania?

Io penso che ogni poeta contemporaneo, se vuole conoscere il proprio talento per la poesia e la propria capacità intellettuale, dovrebbe fare un’esperienza italiana e formarsi in Italia, paese che non ha uguali nel mondo e, al tempo stesso, di strani paradossi. Da un lato c’è Dante Alighieri, il sommo Poeta che incombe e schiaccia tutti coloro che osano misurarsi con lui e la sua Divina Commedia. Dall’altro lato c’è l’establishment della poesia ufficiale, chiusa, quasi una setta, che conserva con gelosia e cinismo la purezza e il primato della poesia italiana, scambiando favori editoriali e premi letterari. Il vero “razzismo” e si può dire, non è nei confronti dei migranti, quest’ultimi sono trattati bene, anzi anche troppo bene. Il vero “razzismo” in Italia è verso i veri poeti esuli. Finché sei un migrante semplice e timoroso, le istituzioni mostrano un senso di pietà, ma nel momento in cui diventi un poeta e intellettuale “eretico”, allora la politica e l’establishment non ti perdonano né il successo, né l’”eresia’”.
Fare il poeta in Italia è una grande sfida più che in qualsiasi altro paese europeo. Un poeta straniero che riesce a sopravvivere e a creare grandi valori letterari in Italia è un eroe e, al tempo stesso, un martire. I miei amici poeti-esuli in Italia, Heleno Oliveira, Thea Laitef, Hasan Atiya Al Nassar, Egidio Molinas Leiva, che hanno creato grandi valori letterari, non sono mai stati accolti dai poeti della “lingua alta” del bel paese. Se ne sono andati giovani, in povertà, solitudine e disperazione. Thea Laitef rimase per mesi all’obitorio di Roma perché nessuno poteva pagare le spese funebri, Hasan Atiya Al Nassar morì in un ospizio, Egidio Molinas Leiva lo gettarono in una fossa comune al Verano. Ali Mumin Ahad fece in tempo a fuggire in Australia.
Io resisto ancora tra le colline della Ciociaria e le brughiere britanniche.
Dell’Albania rimpiango il fatto di non essere mai invitato a leggere o a presentare la mia opera, nell’arco di sessantatré anni. Anzi il mio contributo letterario viene ignorato volutamente dalla cultura di potere di Tirana.


© Riproduzione riservata      30 giugno 2020    https://www.sololibri.net/Intervista-Gezim-Hajdari-poesia-impegno-esilio. html

 

MANCUSO

VITO MANCUSO, IL CORAGGIO E LA PAURA – GARZANTI, MILANO 2020

L’epigrafe che Vito Mancuso ha scelto di apporre in apertura del suo ultimo libro, Il coraggio e la paura, è una delle più famose e citate frasi di Giovanni Falcone: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”.

Accettando l’invito dell’editore a rielaborare alcuni suoi interventi giornalistici relativi all’attuale pandemia del Covid, Mancuso si è proposto di contribuire ad alleviare il senso di timore, esclusione, impotenza che ha pervaso e condizionato pensieri e comportamenti della maggior parte delle persone in questa terribile contingenza, offrendo loro sollievo e consolazione.

Come fare, quindi, a sfuggire dal sentimento alienante che blocca il respiro e azzera le prospettive del futuro, come reimparare a sorridere, a schiarire mente e sguardo? “Facendo tesoro della saggezza esistenziale e spirituale distillata lungo i secoli da chi ci ha preceduto”: dai filosofi classici, dai maestri cristiani e orientali della spiritualità. In primo luogo è necessario sfatare il pregiudizio che la paura sia sempre qualcosa di negativo, e il coraggio sia solo una qualità positiva. Senza paura si scade nella temerarietà, nella sconsideratezza, nella sottovalutazione del pericolo, e con un’esibizione eccessiva del coraggio si rischia la vanteria, il narcisismo, l’aggressività.

La paura non si vince con il coraggio, cioè con un atto di forza, ma con la saggezza, “bisogna
piuttosto scioglierla con la luce dell’intelligenza unita al calore del cuore”. Ascoltando le motivazioni della paura, siamo in grado di comprenderla e di vincerla. Per disarmarla, e raggiungere la padronanza di sé, secondo Mancuso è necessario frequentare le “cose buone” dell’esistenza: buone letture, buona musica, buone amicizie, e il contatto sano e partecipe con la natura, che aiuta a ingentilirci, rendendoci meno supponenti e più affettuosi. Prendersi cura della propria interiorità, lasciando spazio alla meditazione, alla contemplazione, al silenzio, riduce l’ansia prodotta dall’attivismo sfrenato, dalla corsa al successo.

Tante sono le emozioni che animano l’essere umano, alcune frenandolo, inibendolo, altre espandendone e arricchendone la coscienza sia individualmente sia socialmente: rabbia, tristezza, felicità, disgusto, sorpresa, compassione, imbarazzo, vergogna, senso di colpa, disprezzo, gelosia, invidia, orgoglio, ammirazione. Altrettanti sono i sinonimi della paura, gli aggettivi e i verbi associati ad essa, le gradazioni in cui si manifesta (dal presentimento e dal sospetto, fino al panico e al terrore), i modi in cui le reagiamo (scappando, immobilizzandoci, opponendoci), a significare quanto questo sentimento sia universale, innato, costitutivo di ogni essere vivente.

È l’amigdala il centro di rilevazione e di controllo delle nostre emozioni, che le rielabora in base alle informazioni ricevute dagli ormoni del cortisolo e dell’adrenalina. Ma non agiamo condizionati solo dai nostri neurotrasmettitori, né possiamo ridurre la nostra psiche a combinazioni biochimiche, plasmati come siamo da una cultura millenaria.

Le argomentazioni di Vito Mancuso diventano via via più coinvolgenti, man mano che si inoltrano nei campi che gli sono più consoni, e ne hanno fatto uno dei filosofi e teologi più seguiti oggi in Italia. Le sue citazioni abbracciano la letteratura e il pensiero di ogni epoca e luogo, e spaziano da Omero a Montale, da Kierkegaard a Wittgenstein, includendo ovviamente i testi sacri ebraico-cristiani e orientali, che nelle loro esortazioni suggeriscono diversi atteggiamenti nei confronti della paura: dall’affrontarla, al bandirla, all’ignorarla, a semplicemente ascoltarla, prendendo atto che esiste in noi e dobbiamo farne uno strumento di conoscenza interiore e di crescita spirituale.

Dopo essersi a lungo diffuso sull’accezione di paura, l’autore riflette nella seconda parte del libro sul concetto di coraggio, inteso come atto di forza morale, fondato sulla fiducia, sulla speranza e sull’ottimismo operativo. Mancuso analizza l’etimologia del termine, che deriva da cor, cuore, lì dove hanno sede i sentimenti più nobili. In latino veniva chiamato virtus, in greco andréia, ed entrambi i vocaboli, nel mondo antico, avevano una strettissima connessione con la forza esercitata nel combattimento, nelle imprese di guerra affrontate valorosamente.

Da cosa possiamo e dobbiamo trarre coraggio? Dall’istinto di sopravvivenza, dall’amore per i nostri cari, dal desiderio di riconoscimento sociale e di gloria, dal senso del dovere, dalla fede, dal bisogno, da un’ideologia e addirittura dalla volontà di vincere un nemico. Sono molte le motivazioni che ci spingono all’audacia e alla forza di carattere. Essenziale è avere una meta da raggiungere e un porto in cui rifugiarsi per trovare conforto. Se quindi vogliamo tentare di definire cosa sia il coraggio, possiamo qualificarlo come capacità di sconfiggere la paura di esistere: forse la prima che proviamo venendo al mondo, e contro cui combattiamo quotidianamente. Per stemperarla e renderla inoffensiva, Vito Mancuso suggerisce una risposta, valida per chiunque voglia crederci e praticarla: la benevolenza verso sé stessi e gli altri, l’importanza di mantenersi saggi, giusti e temperanti, nel “qui e ora” di ogni giorno. Anche nell’oggi della crudele pandemia che il mondo sta attraversando.

 

© Riproduzione riservata                    25 giugno 2020

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VENDITTO

SERENA VENDITTO, MALÙ SI ANNOIA – MONDADORI, MILANO 2020 (ebook)

Con l’ebook di recente pubblicazione {{Malù si annoia}}, {{Serena Venditto}} (Napoli, 1980) prosegue nella serie di racconti di successo dedicata al gatto detective Mycroft e ai 4+1 di via Atri 36, serie che ha ricevuto numerosi riconoscimenti e segnalazioni.

I quattro inquilini che condividono l’interno 5 di Via Atri sembrano tutti ugualmente tediati e in ansia per il prolungarsi della reclusione forzata causata dalla pandemia da Covid 19: in pigiama o in tuta, guardano partite di calcio alla TV, o fiction su Netflix, puliscono ossessivamente ogni superficie e mettono in ordine gli armadi, cucinano e litigano, punzecchiandosi a vicenda. La voce narrante in prima persona è quella di Ariel, che essendo traduttrice è abituata a lavorare da remoto e in solitudine: tuttavia ogni tanto le prende il magone per la nostalgia dei parenti e degli amici lontani, e allora si rifugia sul terrazzo a singhiozzare tra le lenzuola stese. Il suo fidanzato Samuel si ingegna ad aiutare i vicini portando a casa loro la spesa, il musicista Kobo si finge sereno, ma in realtà è preoccupato per la sua compagna che vive a Cremona, in piena zona rossa. Poi c’è Malù, archeologa in perenne ricerca di stimoli intellettuali e di brividi esistenziali, inquieta e curiosa, che soffre più di tutti per la noia e l’inattività.

Malù aspira ad avere sempre “{un problema da risolvere, un dato da apprendere ed elaborare, qualcosa da fare}”, altrimenti rischia di impazzire. Decide quindi di chiedere all’amico commissario Timoteo De Iuliis se per caso abbia tra le mani qualche caso da risolvere, per cui potersi valere della sua collaborazione.

Il poliziotto sottopone allora a tutti i coinquilini, e a Malù in particolare, l’indagine sull’omicidio di un giovane programmatore informatico, incensurato, introverso e solitario, di cui si era ritrovato nascosto nel materasso un hard disk esterno, protetto da una password alfanumerica. Malù, offrendosi eccitata di decriptarla, tenta di immaginare a cosa la vittima si fosse ispirata nell’inventarla, magari osservando un particolare del suo studio. Così, esaminando le foto inviatole dal commissario, scorge nell’arredamento tipico da nerd cinefilo dell’ucciso, un poster di un film di Tarantino e la riproduzione dell’uomo vitruviano di Leonardo. Ricostruisce quindi vittoriosamente la password attraverso una citazione filmica del profeta Ezechiele riletta al contrario, per arrivare a comprendere in conclusione che tutto il suo fiuto poliziesco era servito al commissario burlone per regalarle un diversivo anti-noia nella clausura collettiva.

Come morale del racconto, Serena Venditto suggerisce che l’antidoto alla depressione e all’indifferenza risiede nel mantenere rapporti affiatati e benevolenti con chi ci sta vicino: inquilini, fidanzati, poliziotti e gatti. Magari aiutando con una piccola offerta volontaria l’Ospedale Cotugno di Napoli, come invita a fare nella nota conclusiva dell’ebook a costo zero.

 

© Riproduzione riservata                    23 giugno 2020

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AAVV, IL VENETO CHE AMIAMO

AAVV, IL VENETO CHE AMIAMO – EDIZIONI DELL’ASINO, ROMA 2020 (ebook)

Quattro grandissimi della letteratura italiana del ’900, quattro autori che hanno reso il Veneto migliore, sono i protagonisti di questo originale e interessante ebook pubblicato dalle Edizioni dell’Asino: Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello, Fernando Bandini. Intervistati, coinvolti in una serie di riflessioni, pungolati da Goffredo Fofi, Gianfranco Bettin, Marco Paolini, Nicola De Cilia, Leonardo Ruffin, raccontano se stessi e il territorio in cui sono nati e vissuti, e che ha nutrito la loro scrittura. Parlano di ciò che il Veneto è stato, nella storia e nella cultura, e di quello che rappresenta oggi per l’economia, l’arte, la politica, l’ambiente del nostro paese.

Nella prefazione, Fofi, amico in particolare di Zanzotto e Bandini, tratteggia un ritratto del Nordest in bilico tra l’affettuosa ammirazione e un fastidio insofferente: “Il Veneto che ha dato così tanto alla storia e alla cultura dell’Italia e che ha saputo resistere e sa ancora resistere al generale degrado, morale e culturale prima ancora che politico” è la stessa regione che con la Lombardia ha contribuito a diffondere comportamenti di scandaloso malaffare, corruzione, inquinamento. Il docile paese conosciuto da Fofi negli anni ’50-60 era ancora fatto di contadini e proletari che emigravano, di famiglie cattoliche numerose, di soldati e servette che animavano la narrativa e il cinema neorealista, di dialetti cantilenanti che riflettevano la dolcezza del paesaggio. In seguito, le rivolte dei movimenti studenteschi padovani e degli operai di Marghera, la crescente industrializzazione e cementificazione edilizia hanno contribuito a modificare l’immaginario collettivo e gli stereotipi più radicati. Oggi il Veneto si è imbruttito e involgarito, nella corsa allo sviluppo e alla ricchezza individuale che ha trasformato i lineamenti del territorio e il carattere degli abitanti. Troviamo tracce di questo accanimento feroce e autodistruttivo nei romanzi di Carlotto e di Bettin, nelle inchieste di Rumiz.

Andrea Zanzotto (1921-2011) parlando nel giorno del suo 87esimo compleanno, lamenta che la sua Pieve di Soligo sia stata deturpata da un’aggressiva pianificazione urbanistica. “Oggi abbiamo un paesaggio in cui sembra prevalere la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose”. La poesia rimane come baluardo, “forma di salute e di resistenza biologica”, che proprio nel salvare un’immagine sana dell’habitat, compie un’operazione ecologica di mantenimento della bellezza. Perché “la poesia dice quello che deve dire sempre da una specie di esilio dentro la realtà…”. Zanzotto racconta degli anni del dopoguerra, della sua emigrazione in Svizzera, dell’insegnamento e dei primi amori giovanili: da poeta, ne tratta con toni affabulatori, sorridenti e nostalgici. Rispetto a un mondo guasto e frenetico, conclude, “meglio stare qui, anca picadi a un spin, ma comunque qui”.

I ricordi privati diventano memoria collettiva e civile nelle testimonianze di tutti gli intervistati.

Mario Rigoni Stern (1921-2008), asciutto cronista e memorialista della seconda guerra mondiale e della campagna di Russia, profondo conoscitore dell’altopiano di Asiago nelle sue tradizioni e in ogni anfratto territoriale, constata come preambolo al suo discorso che quando la neve si scioglie a 2500 metri di altezza è unta. Unta, sporca, come l’aria appestata dal carburante degli aerei e le montagne invase dai rifiuti degli alpinisti della domenica: uomini e donne che per cercare un paesaggio vergine, in realtà contribuiscono a inquinarlo. Rigoni Stern parla di tutto, della televisione che condiziona i pensieri, dell’editoria interessata solo al mercato, degli scrittori giovani esibizionisti e di quelli maturi permalosi ed egocentrici. Concludendo pessimisticamente: “È difficile liberarsi del mondo che avanza. Mi sono detto, salviamo almeno quello che è stato abbandonato. Lo diceva Rilke: andremo a cercare ai margini delle strade quello che abbiamo buttato via”.

Anche Luigi Meneghello (1922-2007), indimenticato autore di Libera nos a Malo, prende spunto dalla propria biografia per meditare sulla storia passata e recente della regione in cui è nato. Partendo dagli anni fascisti della sua infanzia da “balilla”, rievoca gli studi universitari, la guerra combattuta come alpino, la partecipazione attiva alla Resistenza, il matrimonio con la moglie ebrea ungherese scampata ai lager, la passione per le motociclette, e infine l’emigrazione in Inghilterra, con l’impegno accademico a Reading durato tutta la vita lavorativa. Quindi i suoi romanzi, vivacizzati dal “trasporto” in italiano di molti termini dialettali, e il recupero ironico di una koinè linguistica che definiva anche un modo di stare al mondo, con solidale indulgenza: “Volta la carta… la ze finia”.

Ultimo ma non ultimo, Fernando Bandini (1931-2013), raffinato poeta in italiano e latino, si sofferma sulla necessità di un impegno fattivo nella politica locale: “Sono totalmente immerso in Vicenza, in un rapporto di odio-amore, cerco di interpretare il mio tempo partendo da questo piccolo spazio”. E ribadisce il dovere che abbiamo di dialogare con i morti, come memoria familiare e storica: “L’interesse per il passato aiuta a riannodare fatti e personaggi, a farti presente che sono esistite una storia nazionale, una storia culturale e sociale estremamente ricche di cui adesso si è voluto dimenticare tutto, sia la sinistra che i cosiddetti ‘laici’ che i cattolici”.

Non solamente laudatores temporis acti, quindi, questi “grandi vecchi” della letteratura italiana, ma anche esempio di uno spessore morale e intellettuale di assoluta rilevanza, propositivo e fiducioso nell’aprire alla speranza di un cambiamento, che a partire dalla campagna, dai monti, dalle cittadine in cui sono nati e vissuti, possa investire tutto il Veneto, e l’intera nazione.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 19 giugno 2020

BERTOLUCCI

ATTILIO E NINETTA BERTOLUCCI, IL NOSTRO DESIDERIO DI DIVENTARE RONDINI. POESIE E LETTERE

GARZANTI, MILANO 2020

 

Attilio Bertolucci (1911-2000) ed Evelina – detta Ninetta – Giovanardi (1912-2005) si sono sposati nel 1938 e hanno avuto due figli, Bernardo e Giuseppe, registi di fama. Sessantadue anni di matrimonio vissuti nell’affetto, nella stima e nella collaborazione reciproca: lui valente poeta, impegnato intellettuale, traduttore e critico; lei insegnante e sceneggiatrice di piccoli film gialli ricchi di humour. La loro lunga storia d’amore era iniziata tra i banchi del liceo Romagnosi di Parma, e a partire dagli anni del corteggiamento si era nutrita di una fitta corrispondenza, consolidata in seguito attraverso lo scambio di esperienze e di passioni comuni – la musica, il cinema, la letteratura. Garzanti, editore di quasi tutti i volumi di poesie di Attilio, pubblica adesso il loro epistolario, integrato dai molti versi dedicati alla moglie, con un titolo suggestivo: Il nostro desiderio di diventare rondini, a cura di Gabriella Palli Baroni.

Poeta con una manifesta vocazione alla descrizione e al racconto, Attilio Bertolucci componeva in forma pacatamente narrativa, come nel romanzo familiare in versi La camera da letto, utilizzando immagini di ambienti interni ed esterni recuperate da memorie personali, con forte incidenza affettiva. Ne sono testimonianza i numerosi testi riportati nel libro garzantiano (di poesie edite e commentate singolarmente, e di lettere inedite), che definiscono l’autore non solo come poeta d’amore, ma come suggerisce la curatrice, “poeta d’amore coniugale”.

Ninetta è stata la musa ispiratrice di Attilio, protagonista in grazia e festosità già dai primi versi dedicatele nella raccolta Fuochi in novembre, del 1934: “Coglierò per te / l’ultima rosa del giardino, / la rosa bianca che fiorisce / nelle prime nebbie. / Le avide api l’hanno visitata / sino a ieri, / ma è ancora così dolce / che fa tremare…”, “Vorrei esser il sole che ti scalda / quando esci dall’acqua, freddolosa / e gocciolante, e sì ti fa radiosa / negli occhi, felice e calda…”.

La vivace e gioiosa esuberanza giovanile si trasforma col passare del tempo in una più ponderata consapevolezza sentimentale e morale, per cui la fidanzata diventata moglie e madre assume il ruolo più maturo di compagna, confidente e guida, come si evince dalle struggenti parole di questa lettera: “Noi dobbiamo attraversare questa cosa dolce e terribile che è la vita, insieme, dobbiamo fare un lungo viaggio sempre insieme, e avremo in comune la gioia e la tristezza e tutte le mattine svegliarsi vicini e volerci sempre bene e comprenderci”.

La richiesta d’amore che il poeta rivolge alla sua donna è insieme esigente, timorosa, grata, impaurita: “Non mi lasciare solo se io / ti lascio sola”, “Perché le farfalle vanno sempre a due a due / e se una si perde entro il cespo violetto / delle settembrine l’altra non la lascia ma sta / sopra e vola confusa”, “Portami con te nel mattino vivace / le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato / al tuo fianco di donna che cammina / come fa l’amore”.

Sarà sempre Ninetta, dopo il trasferimento a Roma dalla campagna emiliana, a proteggere il marito non solo dall’estraneità minacciosa della capitale, ma soprattutto dalle sue ansie ben presto deformatesi in pura nevrosi. Pratica e razionale, salda nella difesa del nucleo familiare, è Ninetta l’ancora a cui la fragilità del marito si aggrappa, “luce diurna della sua ragione”.

Nelle più tarde Chroniques maritales, la complicità tra i due sposi ormai anziani si esalta nella descrizione di momenti di intimità quotidiana, gesti concreti di ogni giorno, e sentimenti che sfumano dalla tenerezza alla gelosia, fino a un delicato erotismo: “– Ma tu lascerai che affondi la faccia / nella tua erba? / Che io estingua la mia sete nel tuo sonno?”, “I nostri corpi, cara, in questo letto / famigliare nell’aria ferma dell’amore / mentre al di là delle finestre chiuse / le stagioni piangendo se ne vanno”, “Ma continua con me / ormai che ci sfiora radente / l’ala del tempo e dell’età”.

Accanto alla donna amata, il poeta rappresenta con altrettanta delicatezza e trepidazione i due figli, Bernardo e Giuseppe, in componimenti che li ritraggono dalla prima infanzia all’età adulta: “Avete visto due fratelli, l’uno / di quindici l’altro di dieci anni, lungo / il fiume, intento il primo a pesca, / il secondo a servire con pazienza / e gioia?”.

Oltre alle poesie dedicate a quello che pascolianamente potremmo definire il “nido” familiare, è soprattutto la fitta corrispondenza scambiata tra Attilio e Ninetta il nucleo documentario più nuovo e interessante del volume proposto da Garzanti. A partire dal primissimo scambio epistolare della giovinezza: “Mi sembra d’essere sicuro ora che ho te, d’essere sulla terra ferma” (28 gennaio 1934), “Sei talmente entrato nel mio cuore che non sarò mai proprio sola” (20 febbraio 1934), “Non staremo bene se non saremo uniti” (10 giugno 1934).). Da una parte la tenerezza indulgente con cui lei accoglie le titubanze e le inquietudini di lui, dall’altra la ribadita necessità di lui di averla vicina, comprensiva e paziente, sempre in nome di “quell’armonia senza la quale vedo che nessuno di noi due si potrebbe più rassegnare a vivere” (11 novembre 1936).

Il loro intenso e romantico carteggio, secondo Gabriella Palli Baroni, “rappresenta perfettamente i due innamorati, riportandoci non solo la profondità dei sentimenti, ma il colore del tempo, gli slanci della loro giovinezza, le atmosfere della campagna e della città, le gioie del loro ritrovarsi, le trasgressioni e la quotidianità, la fatica dello studio e la grazia del comporre liriche, l’inclinazione infine verso ciò che è bello e importante: il sentimento del tempo e della natura, l’arte, il cinema, la musica, la poesia”.

Una testimonianza, quindi, di grande valore letterario e umano, che apre anche ampi orizzonti su sessant’anni della vita culturale del nostro paese.

 

© Riproduzione riservata                        18 giugno 2020

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PROUST

MARCEL PROUST, POESIE – FELTRINELLI, MILANO 2020 

Le Poesie di Marcel Proust furono pubblicate nel 1982 da Gallimard, nel decimo dei “Cahiers Marcel Proust”, con l’introduzione di Claude Francis e Fernande Gontier.

Oltre alle otto poesie contenute in Les Plaisirs et les Jours (1894) e a poche altre sparse su riviste,  ne sono state ritrovate decine negli epistolari, o utilizzate come dediche accompagnatorie: probabilmente esistono  ancora composizioni simili, non ancora recuperate,  in manoscritti e archivi privati, protette dalla riservatezza o dall’autocensura degli eredi dei destinatari con cui l’autore aveva avuto rapporti d’amicizia o amorosi. Molti dei titoli sono stati apposti dai curatori.

Un gruppo di versi sono dedicati ad amici e amiche (Reynaldo HahnDaniel Halévy, Robert de Billy, Madeleine Lemaire, Marie Nordlinger, Louisa de Mornand, Antoine Bibesco, Emmanuel Bibesco, Bertrand de Fénelon, Louis d’Albufera, Jean Cocteau, Armand de Gramont, Paul Morand e ai conti Greffuhle), spesso poco comprensibili per le allusioni alla vita privata o ad accadimenti quotidiani. Due poesie sono destinate alla fedele cameriera degli ultimi anni, Céleste Albaret (“Alta, slanciata, bella, un poco magra, / qualche volta stanca, qualche volta allegra, / sia la teppa che i principi rallegra / getta a Marcel una paroletta agra, / rende aceto per miele e mai è pigra, / ma sempre agile spiritosa integra…”).

La versione italiana di Franco Fortini, uscita nel 1983, fu accolta da diverse polemiche, soprattutto da parte di Alberto Arbasino che non condivideva la decisione della trasposizione in prosa di parte della raccolta.

L’attuale riproposta di Feltrinelli recupera due precedenti edizioni, curate da Luciana Frezza, del 1993 e del 2008, ed è introdotta da una presentazione di Luigi De Nardis. Le poesie qui raccolte ricoprono gli anni 18881922, e spaziano dai primi schizzi giovanili fino alla morte dell’autore. Si tratta di un centinaio di composizioni dalla prevalente motivazione ludica, spesso burlesche o satiriche, composte con atteggiamento mimetico nei confronti di altri scrittori, e con un gusto di accentuato virtuosismo. Versi in cui probabilmente lo stesso Proust non credeva appieno: dopo le prime prove giovanili ispirate a Baudelaire e a Verlaine, parve considerare la poesia un’arte minore rispetto alla prosa, incapace di rappresentare la ricchezza e molteplicità dei dettagli e delle sfumature dell’esistenza.

Luciana Frezza nel suo bel saggio introduttivo ritiene che volutamente Proust abbia scelto di bloccare nella crescita e lasciare allo stadio di ipotesi la produzione in versi, consapevole della sua evidente inferiorità nei confronti della narrativa. Secondo la traduttrice il mondo non ha perso molto, rinunciando a un Proust poeta, che “sarebbe stato forse, nella più felice delle situazioni, un fantaisiste, combinando la voglia di giocare con la leggerezza di segno nel delineare alla svelta paesaggi o silhouettes umane”.

Perché scriveva versi, quindi, il sommo autore della Recherche? “Per rilassarsi, per comunicare, stuzzicare o provocare, per essere gentile o chiedere un indirizzo, ‘perdere’ insomma un po’ di tempo, giocando con le cianfrusaglie del Tempo che si perderà”.  Nel suo divertito e dissacrante verseggiare “Proust ci mostra, più che la sua faccia umana, la sua maschera sociale”. L’eletta mondanità viene implicitamente evocata nell’uso ammiccante di nomi propri, nelle allusioni a pettegolezzi salottieri, nell’utilizzo ambiguo dei pronomi possessivi per rivelare la realtà di alcune relazioni. “Ginnastica da camera, saltelli per sgranchirsi e tonificare i muscoli e accrescere così l’agilità sociale… – trionfo dell’effimero!”, postilla Frezza.

In questo poetare di circostanza, la cerimoniosità con cui l’autore si rivolge al sesso femminile rivela sia un’ironica superiorità, sia un parodiante cicisbeismo da librettista settecentesco: “Signora, può darsi che dimentichi / il vostro divino profilo d’uccello / e come si salta in un cerchio / io sfondi la follia del mio cervello / ma gli occhi vostri sul soffitto della mia testa / chiari rifulgeranno come lampadari”.

L’amore è affrontato come argomento retorico, secondo stilemi recuperati da una frustra tradizione letteraria: “Lo so, domani me ne andrò perdutamente / di nuovo solo verso conturbanti dimore / ma oggi la tua grazia mi è amica: / per me i lenti tuoi sguardi color malva sono tutto al mondo. // La tua fronte non chiude nell’esigua bianchezza / l’ombra infinita da cui scaturirà la luce / eppure, o testa cara, io t’amo stranamente. // Quando al tuo riso chiaro non batterà più il cuore / arrossirò forse ancora alla dolcezza / che sarebbe stata accucciarmi nel tuo cuore / come nel chiaro cortile di un delizioso convento”.

Anche l’autoritratto assume caratteri imitativi, quasi parodistici: “Ahimè che troppo ho aperto finestra / e porta, ho cercato / l’azione, il piacere, fosche parole”, “Proust abita al 102 del Boulevard Haussmann più ardente per Ormuz e stufo di Arriman”, “Con il pretesto che è Domenica / Marcel Proust in quel paradiso / da cui un angelo fa capolino / tanto è restato… che è lunedì!”.

Nel ritrarre personalità maschili, Proust sembra più a suo agio, più sciolto e frizzante, addirittura mordace nelle punzecchiature polemiche, spesso con espliciti riferimenti omoerotici: “Maure, balzacchiano, dal passo affrettato / Jean, levigato, occhi viola del pensiero, / Lucien barboncino rasato a squadra, / Douché falso magro sempre desiderabile; / Herrmann per cui la stessa / Pazienza l’ha persa, / Nijinski, del sublime fuoco d’artificio nerastro, / inconcepibile, residuo sottile / Bakhst, spettro della rosa e asino della lesina, / Boni, pancia di crusca e viso di bambola, / la sua mano pare sempre che ti porga una spada / l’occhio che ti giudica ti ha bell’e sistemato”.

Invece languido e ammirato appare nell’omaggiare i musicisti che ama: Chopin: “Pallido e dolce compagno della luna e dell’acqua, / principe della disperazione…”, Schumann “sognante e disilluso combattente”, Mozart, il cui “magico Flauto / stilla nell’ombra ancora calda / degli addii di una bella giornata, / la freschezza dei gelati, / dei baci e del sereno”.

Accompagnando come un divertissement leggero e vivace la monumentale struttura della Recherche, i versi di Marcel Proust ne sottolineano per contrasto la complessità. Sono, come suggerisce la curatrice, “un angolo incolto nell’immenso giardino” della sua opera. La presentazione di Luigi De Nardis non si sofferma tanto sulle qualità letterarie della raccolta, quanto invece sull’eccellenza della traduzione di Luciana Fresa (Roma, 1926-1992), che è stata oltreché francesista di rispetto, valida e originale poetessa: le sue rese in versi sono vere ri-creazioni e introiezioni in un lessico poetico personale, che ha saputo valorizzare lo stile proustiano, “troppo spesso privo di espressività”, in vivaci moduli ritmici e indovinate accensioni verbali.

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 16 giugno 2020

 

 

NONNINO NONNINO

NONNINO NONNINO

Mio padre è un uomo compito. Diversamente da me, che sono sempre un po’ arruffato, scomposto nel vestire e nel gestire, spavaldamente impetuoso nella parola, contorto nei pensieri: come tutti i timidi.

Lui no. Lui è sempre sobrio (anche se non ricercato) nell’abbigliamento, attento ad accostare con discrezione i colori: camicia e cravatta, pantaloni e calzini. È anche molto controllato nell’esprimersi, mai una bestemmia, una parolaccia. Riflessivo nei ragionamenti, gentile nel rapportarsi agli altri.

Un signore, insomma.

La cosa comica è che io insegno storia dell’arte nel liceo più glorioso della città, e lui ha sempre fatto il magazziniere in una fabbrica di calzature. Io posso vantarmi di una laurea e di un dottorato in estetica, lui ha il diploma di terza media. Io divoro libri di saggistica, sono appassionato di musica barocca, parlo correntemente inglese e tedesco. Lui è abbonato alla Settimana Enigmistica, ama i quiz televisivi e ascolta Radio Birikina.

Da quando mia moglie se ne è andata, lasciandomi le due bambine di tre e cinque anni, il mio buon papà ha generosamente deciso di trasferirsi nel nostro appartamento per aiutarmi nella cura della casa, e per occuparsi di Marta e Cecilia. Che lo adorano. Sospetto che vogliano più bene al nonno che a me.

Le mie figlie non chiedono mai della loro mamma, l’hanno cancellata da occhi bocca cuore. Con me si limitano a brevi comunicazioni di servizio, accendi spegni la luce, fa freddo fa caldo, ho fame ho sonno. Tutte le loro carezze, i baci, i gesti affettuosi sono per mio padre. “Nonnino nonnino”, lo chiamano. Cecilia, addirittura, è il suo ritratto, come se i suoi cromosomi avessero saltato una generazione. Stessi occhi azzurri, naso regolare, labbra un po’ piegate in giù, spalle strette.

Lui se ne compiace, gongola quando la osserva di nascosto e rivede sé stesso negli atteggiamenti composti e garbati di lei, per favore-permesso-grazie-scusa. Le accarezza i capelli biondi, e piano le sussurra “la mia bambina, la mia cara bambina”.

Quando torno da scuola, di pomeriggio, li vedo seduti sul divano. Complici, mano nella mano. Lui le legge un libro di fiabe, commentando le illustrazioni. Lei appoggia la sua testolina treenne al suo petto, e ascolta in silenzio, attenta. Spesso gli chiede di ripetere più volte la stessa frase, modulando la voce a seconda dei personaggi descritti. Lui obbedisce, paziente. “Nonnino nonnino”, irrompe in salotto la sorella più grande “Posso ascoltare anch’io?”. Spezza l’idillio, ma i due fidanzatini la accolgono comprensivi. Ecco edificato un allarmante triangolo, tra un maschio e due femmine rivali.

Io sono il quarto incomodo, l’escluso. Geloso? No di certo. Direi anzi, sollevato. Perché a essere sincero mi scoccerei proprio se ogni pomeriggio dovessi leggere una favola alle bimbe, dopo aver tentato di domare più classi di adolescenti, sciatti distratti arroganti.

“Nonnino nonnino”, già mi dà fastidio. “Papino papino”, non riuscirei a sopportarlo.

Loro lo sanno? Se ne accorgono? Ne soffrono? Non credo, troppo piccole, troppo occupate a succhiare ogni goccia di bene venga loro dispensata dall’avo.

Mio padre invece ha capito. Lo sa. E non gli dispiace avermi detronizzato. “Vuoi bene alle bambine?”, mi ha chiesto una sera, improvvisamente, senza preamboli. Preso di sprovvista, non ho risposto. “Volevi bene a tua moglie?”, ha continuato, implacabile pubblico ministero. “Certo”, ho risposto: deglutendo, sorpreso. dopo un’imbarazzata esitazione. Poi, sentendomi salire dentro una certa inquietudine, quasi una stizza, ho aggiunto in fretta: “Lei mi voleva bene? Loro mi vogliono bene?” Si è alzato dal divano, ha preso le parole crociate, e scandendo pacatamente “Vado a letto, buonanotte”, si è chiuso in camera.

Mio padre ha sempre avuto un modo irritante e insieme profondamente inattaccabile di farmi sentire non solo in difetto, ma anche in colpa. Già da quando ero bambino, e poi soprattutto negli anni tormentosi della prima giovinezza. Non alza la voce, non rimprovera, non condanna. Semplicemente, con ogni suo silenzioso e correttissimo atteggiamento, scava un baratro tra la mia banale mediocrità e il suo essere migliore. Probabilmente l’ho deluso dalla nascita, e lo deludo in continuazione. La cosa tragica è che non so perché. Credo di essere stato un bravo figlio, ubbidiente, studioso, educato. Mai abbastanza, forse.

La settimana scorsa, tornando dagli scrutini nel tardo pomeriggio, l’ho trovato in cucina intento a preparare un dolce di castagne, con Marta e Cecilia che eccitate e infarinate gli sfarfallavano intorno. “Stiamo impastando una torta, io e le mie bambine”, ha detto ammiccando trionfante, nonnino nonnino. “Non sono tue, le bambine”, ho avuto la temerarietà di rispondergli.

Si sono bloccati come statue bianche, loro tre. Lui mi ha rivolto uno sguardo interrogativo e disapprovante, al di sopra degli occhiali scivolati sul naso. Poi, come se niente fosse, il trio ha ripreso ad armeggiare intorno al tavolo, mentre lui intonava una canzoncina, tra le tante della sua infanzia che ha insegnato alle bimbe. “O quante belle figlie Madama Dorè”, e loro ripetevano “o quante belle figlie”, con le garrule vocette innocenti.

Mi sono ritirato nel mio studiolo, a rileggere gli appunti di un libro che da anni tento vanamente di portare a termine. Sul mecenatismo nell’arte seicentesca. Dalla cucina sentivo distintamente ogni parola del ritornello scemo, “Il re ne domanda una Madama Dorè, il re ne domanda una”. Sapevo che mi avrebbe tormentato il cervello fino a notte.

Ieri però è successa una cosa, strana, imprevedibile. Rientrando a casa, verso le cinque, mi ha accolto un’inquietante assenza di rumori. Ho chiamato, come faccio sempre, “Ceci, Marti…”. Poi, non ricevendo risposta, ho aggiunto “Papà?”.

Non c’erano. Ho passato in rassegna tutte le stanze, spaventosamente in ordine e zitte. Niente. Nessuna traccia del terzetto. Allora ho provato a cercare mio padre al cellulare, ma era spento.

Ho aspettato l’ora di cena, un po’ titubante, ma senza una vera e propria ansia. Mi sono riscaldato due sofficini e un po’ di verdura grigliata trovati nel freezer. Non mi succede mai di dover cucinare, ci pensa sempre nonnino. Ho acceso la tv per il telegiornale, e sono rimasto seduto in poltrona a guardare fino alle dieci una specie di quiz con tanti concorrenti esaltati dagli applausi di un pubblico gaudente. Dei miei tre cari nessuna traccia. Né un biglietto, né una telefonata.

Se ne erano andati.  Magari a prendere un gelato al bar del quartiere, o una pizza nella solita trattoria. Oppure al centro commerciale e poi al cinema. O avevano deciso di salire su un treno, di imbarcarsi su un aereo per una vacanza chissà dove. E se avessero invece programmato da tempo di trasferirsi altrove, in un nuovo appartamento, in una città diversa, all’estero?

Se ne erano andati. Forse per poco, forse per sempre.

Mi avvicinai alla finestra, guardai già in strada, poi in alto, nel cielo ormai buio. Le mie labbra si schiusero in maniera del tutto imprevista e involontaria. “Finalmente”, mi ascoltai sussurrare.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 12 giugno 2020

 

MALVALDI

MARCO MALVALDI, IL CASTELLO DALLE MILLE BOTOLE – SELLERIO, PALERMO 2020 (ebook)

Marco Malvaldi (Pisa, 1974), chimico e giallista di successo, ha pensato – nel suo ultimo ebook pubblicato da Sellerio, Il castello dalle mille botole – ai bambini, in un periodo difficile in cui a loro si sta pensando poco, e si ipotizza di incapsularli in scatole di plastica trasparente, o di imbavagliarli perché imparino a non ridere e a parlare di meno, senza avvicinarsi ai loro amichetti, senza dare più baci e fare carezze. Quindi, nel futuro crudele e sterilizzato che il mondo adulto sta allestendo per i suoi figli più piccoli e del tutto innocenti, forse è giusto raccontare loro una favola. Una Favola per fare restare svegli i bambini, come recita il sottotitolo della storia inventata da Malvaldi. In cui c’è un signore molto ricco che avrebbe voluto starsene tranquillo nel suo grande castello, ma veniva invece continuamente importunato dagli abitanti del paese che gli chiedevano favori, raccomandazioni, regali, consigli. Ragion per cui aveva pensato di far costruire nella sua splendida dimora molte trappole: “trappole che schiacciavano, trappole che segavano, trappole che mordevano e altre ancora, tutte nascoste da delle botole, per renderle invisibili a chiunque avesse osato inoltrarsi nei suoi corridoi”, in modo da evitare che indiscreti questuanti lo disturbassero mentre guardava tutto solo e pacifico le trasmissioni di Maria De Filippi alla televisione.

Ma dopo alquanto tempo, al signore egoista e annoiato era venuto il ghiribizzo di uscire dalla sua magione per fare una passeggiata. Come fare, però, a evitare tutte le mille botole che l’avrebbero senz’altro inghiottito? Preparò un bando offrendo una lauta ricompensa ai coraggiosi paesani che si fossero prestati alla temeraria impresa di liberarlo dalle sue stesse trappole. Si presentarono dieci intrepidi, decisi a mettersi alla prova nella perigliosa avventura. Ma uno alla volta finirono per cadere in spietati tranelli: schiacciati dal ponte levatoio, fatti a pezzi da un coltellino svizzero, precipitati da scale marce, avvelenati da vino adulterato, rosolati da fili elettrici, dilaniati da dinamite, sbranati da uno squalo bianco, tagliuzzati da cocci di bottiglia.

Dei dieci prodi era rimasto vivo e integro solo il più eroico e intelligente, Guidobaldo Maria Guardalà Che Cosce, che giunto nella “stanza più alta della torre più lontana dell’angolo più remoto del castello” alla presenza del signore altezzoso, si era rivelato essere suo figlio, un tempo diseredato e allontanato dalla casa paterna. Al rifiuto del figliolo Guidobaldo di soccorrere il padre, seguì quello di tutti gli abitanti del paese, che decisero di non salvare il signore solitario e misantropo (ben gli sta se preferisce la solitudine alla compagnia del prossimo!).

E con questa favoletta consolatoria di un ebook a costo zero, Marco Malvaldi si congeda dai piccoli lettori, invitandoli a fare una donazione al reparto di terapia intensiva di Livorno. Che speriamo abbiano già fatto in molti, volontariamente e generosamente.

 

© Riproduzione riservata                     12 giugno 2020

https://www.sololibri.net/Il-castello-dalle-mille-botole-Malvaldi.html