CAVALLI

PATRIZIA CAVALLI, LA PATRIA – NOTTETEMPO, ROMA 2011-2014

Nel 2011 le edizioni romane Nottetempo avevano pubblicato un libriccino (riproposto in e-book nel 2014) della poeta umbra Patrizia Cavalli, venuta a mancare l’altro giorno, e ricordata con rimpianto e stima da numerosi organi di stampa italiani e stranieri. Sotto il titolo La Patria erano riuniti due poemetti ironici e risentiti, acuti e intelligenti, amari e appassionati. Il secondo, “L’angelo labiale”, era una sorta di divertissement giocato sul contrasto non solo fisico, ma anche etico, che contrappone il rumore (l’insulto, la sopraffazione) alla discrezione e alla gentilezza del silenzio, per concludersi con una spiritosa e svagata elegia pseudo-amorosa. Ma più particolare ancora, più spavaldamente dissacrante e pungente era la prima composizione (letta in anteprima a Piazza del Popolo dal palco della manifestazione di Se non ora quando del 13 febbraio 2011), un omaggio in versi all’idea obsoleta, retorica, vituperata e decaduta di “patria”. “Ostile e spersa / stranita… braccata. ..  tentata. ..  sbattuta. .. / eccomi qui obbligata a pensare alla patria”. Come si può, con quali abusate metafore, cantare la propria nazione, di cui magari ci si vergogna un poco, che si vorrebbe diversa, più nobile e orgogliosa di sé? Forse con le immagini femminili di cui si servivano i poeti antichi, imponente matrona bardata di pepli e corone?

Patrizia Cavalli elencava invece una serie di figure tradizionali, sbeffeggiandole in controcanto: la madre “calma e abbondante”, “la stanca vedova in affanno” che vizia una prole stupida e egoista, la “donna giovane, ma austera” – casta e asessuata -, la cortigiana “scostumata”, la pazza ubriacona in estasi intellettuale da megalomane. Nemmeno queste sembravano le rappresentazioni più convincenti a Patrizia Cavalli. “Beh, io alla fine di questa tiritera… / volenterosa mi ritrovo priva / di una qualunque intera, definita / figura della patria”. Meglio cercare tra le cose quotidiane, affidarsi ai sensi, agli impulsi, alle nostalgie, agli odori delle botteghe e dei mercati, alla vista di lavori artigianali o di sfaccendati “assistenti del niente” ciondolanti davanti ai bar. Meglio cercare la propria patria nell’aria, nei “giorni santi, stupefatti”, nella luce di un “trasparente cielo fino di batista”.

“Io allora / basta così, ringrazio”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 23 giugno 2022

 

BORGNA

EUGENIO BORGNA, TENEREZZA – EINAUDI, TORINO 2022

In questo decimo libro pubblicato con Einaudi, Eugenio Borgna esplora uno dei sentimenti umani tra i meno considerati nel mondo contemporaneo, forse addirittura irriso per la fragile, delicata e disponibile attenzione attraverso cui si rapporta con l’alterità: la tenerezza.

Il Professor Borgna (Borgomanero 1930), esponente di punta della psichiatria fenomenologica, è stato Primario emerito di psichiatria dell’ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Ha firmato decine di pubblicazioni scientifiche e numerosi volumi divulgativi, indagando l’arcipelago delle emozioni (titolo di un suo successo librario del 2001) che investono l’essere umano, sia come patologia clinica (schizofrenia, depressione, malinconia, autismo, anoressia) sia come sentimenti che riguardano più generalmente la persona nella sua individualità e nel relazionarsi con l’esterno: ansia, solitudine, nostalgia, disperazione, senso di colpa, turbamento, sfiducia.

La sua scrittura si ricollega sempre non solo con l’esperienza medica vissuta in decenni di pratica ospedaliera, ma anche con le suggestioni derivate dalle molte, partecipi letture di autori amati e studiati per tutta la vita: Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, Simone Weil tra i filosofi; Sant’Agostino, i mistici, Santa Teresa di Calcutta tra i religiosi; Leopardi, Emily Dickinson, Rilke, Celan, Mann, Cristina Campo, Antonia Pozzi tra gli scrittori e i poeti. Senza trascurare il cinema e la musica classica.

In questo saggio proposto nella collana einaudiana Le vele, Borgna rileva quanto la tenerezza, sorella della gentilezza, sia necessaria alla cura del corpo e dell’anima altrui, “nell’attenzione e nell’ascolto, nel silenzio e nella solidarietà”. In particolare allo psichiatra, più ancora che ad altri specialisti, è richiesto di avvicinarsi a chi soffre con empatia e generosa disponibilità. Criticando severamente le cure ospedaliere e universitarie asservite oggi al mito esasperato dell’oggettività e del rimedio farmacologico, l’autore sottolinea l’importanza fondamentale dell’avvicinamento soggettivo e interiore al paziente, da mettere in atto con l’uso di parole che sappiano aprirsi alla comprensione e alla rispondenza affettiva: “Non c’è comunicazione autentica se non quando si evitano parole indistinte e banali, ambigue e indifferenti, glaciali e astratte, crudeli e anonime”.

Alle parole adeguate si deve accompagnare poi il linguaggio del corpo, dei gesti, degli sguardi. Borgna rivaluta l’importanza del sorriso, delle lacrime, delle carezze: segnali fisici che indicano grazia e vicinanza, comunione e umana simpatia, capaci di produrre vaste risonanze emozionali, sebbene spesso vengano interpretati come indice di debolezza e affettazione. La tenerezza si può e si deve imparare, ad essa ci si deve educare, non esclusivamente quando si esercitino professioni di servizio sociale, ma nei rapporti quotidiani di amore, amicizia, confronto che hanno il diritto di essere preservati dall’indifferenza e dalla noncuranza: altrimenti si smarriscono, svaniscono nella distrazione e nella superficialità. Parole educate e gentili, quindi, evitando aggressività e prepotenza; senso del pudore nell’approssimarsi alle emozioni altrui, soprattutto nell’età fragile dell’adolescenza; gesti misurati e non invasivi, lontani tuttavia dalla freddezza dell’impassibilità.

Ci sono stati psichiatri che hanno saputo trattare il disagio mentale con rispetto e dedizione, restituendo ai malati il senso della dignità e della libertà: Basaglia, Tobino, Callieri, Selz… Da loro Borgna ha tratto insegnamenti culturali e umani. Altrettanto riconosce di avere imparato da scrittori e poeti, le cui testimonianze letterarie vengono riportate con ammirazione e gratitudine, e con l’intenzione di celebrare “Il mistero della poesia che, quando è grande, ci fa conoscere l’indicibile nella vita, e le scintille di luce nelle notti oscure dell’anima”. Maestri di tenerezza sono stati Leopardi, Pascoli, i crepuscolari, Etty Hillesum, Antonia Pozzi. Leggendoli e rileggendoli, possiamo aprirci agli orizzonti della trascendenza e uscire dai confini asfittici del nostro io: “Nella tenerezza si incrinano le barriere che separano le une dalle altre le persone, e si rinnovano gli slanci del cuore, che sanno creare relazioni fondate sulla reciprocità”.

Ricordando l’amichevole frequentazione telefonica ed epistolare che anni fa ci aveva avvicinati, mi permetto di segnalare al Professor Borgna un distico di Sandro Penna, non citato nel suo libro, che potrebbe forse rappresentarne una degna e penetrante epigrafe: “La tenerezza tenerezza è detta / se tenerezza cose nuove dètta”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 20 giugno 2022

 

CATTAFI

BARTOLO CATTAFI, L’OSSO, L’ANIMA – LE LETTERE, FIRENZE, 2022

La casa editrice fiorentina Le Lettere propone l’edizione critica del più noto e importante libro di Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, con la cura di Diego Bertelli, che tre anni fa si era già occupato della pubblicazione dell’intera opera del poeta siciliano. Proprio a Bertelli va rivolto un sincero plauso per la dedizione e la competenza con cui ha commentato – nelle trentacinque pagine introduttive, nelle ottanta di postfazione e nella scelta di un ricco repertorio bibliografico – storia, caratteristiche e significato di questo classico della poesia novecentesca, indagandone stile, ricezione e interpretazioni critiche con la perizia non solo dello studioso, ma dell’adepto appassionato.                                                                                        

Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto,1922Milano,1979) dopo la laurea in legge, visse tra Milano, dove lavorava come pubblicitario, e la Sicilia, viaggiando spesso in Europa e in Africa.

L’osso, l’anima, pubblicato nel 1964, è un libro esorbitante di temi, forme, indicazioni di senso diverse e fuorvianti, quasi l’autore si fosse posto l’esplicito obiettivo di disorientare il lettore, indicandogli percorsi di lettura di non facile transitabilità, in direzioni improvvisamente interrotte, e altrettanto inaspettatamente riprese. Un viaggio a singhiozzo attraverso le circa duecento composizioni del volume, che proprio del viaggio, dello spostamento tra interni ed esterni, tra paesaggi fisici e sentimentali in contrasto tra loro, fa il suo perno strutturale. Basta scorrere i titoli delle poesie per constatare quante di esse facciano riferimento a luoghi concreti o mitici, pullulanti di multiformi presenze umane e animali, di una vegetazione lussuriosa, con un’attenzione concentrata sui cambiamenti climatici: dal sole accecante, alle piogge ostinate, ai venti impetuosi d’un tratto sospesi in minacciosa immobilità. Luoghi pieni di colori odori rumori, mediterranei e caldi soprattutto, con l’elemento equoreo che la fa da padrone: “Ma navi rumoreggiano col vento / stormiscono coi platani coi panni dei cortili, / navi che ci riportano nell’alto / mare da dove uscimmo, dove / un palmo d’azzurro costa parecchio /  ed è tutto malcerto, anche l’azzurro” (In altomare), “Il fiume   / aveva foglie gialle di platani e colori / su cui l’occhio patisce: acciaio, bitume,  / quello della biscia / che scorre lungo i sogni velenosi” (Sottozero), “la barca i remi il mare   /   liscio crespo turbato / tinte chiare e cupe / i venti leggeri dell’estate” (Mare).

Acqua e acque sono sostantivi ripetuti più di quaranta volte in tutta la raccolta: acqua di cielo e di terra, del fiume Giordano, dei pozzi sahariani, del bicchiere e del bidet. Ma anche deserti e foreste, narrati con uguale partecipe adesione. Per Cattafi ogni luogo manifesta una sua segreta magia: “La mente non capisce questo amore / per certi posti remoti dell’interno, / insidiosi, inospiti, / di barbara bellezza. / Non capisce / la necessaria perdita nei boschi” (Anabasi). Il viaggio, quindi, che sia di fuga o approdo, esotico o domestico, della memoria o del futuro, vittorioso o sconfitto, è sempre scoperta e incontro. Accompagnato talvolta da una figura femminile, mai acquiescente, mai amichevole o clemente, invece in contrasto, nella lotta inesorabile di corpi che si attraggono e respingono senza indulgenza: “Intanto ami, abbracci, ignori / perché di là dal morbido, dal tenero, dal caldo / avverti un’ambigua rigidezza” (Di qui non puoi), “Ora di notte geme / si rivolta nel letto / inarca le reni / mi prende il sesso / mi dice Vieni (In sogno), “Sull’alto sgabello appollaiata /  chiuse il giornale / strinse un po’ i ginocchi /  che aveva divaricati / sorrise con la bocca / non con gli occhi / Ti ho aspettato disse /  Andiamo” (Andiamo). La donna è chiamata amore in una sola poesia, Tabula rasa, che elenca una sconfortata rassegna di colpe reciproche: “D’accordo, amore. Espungiamo / dal testo perle d’acqua / su petali, / le frange estese, / le bolle della schiuma. / Le cose lietamente necessarie. / Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima, / per credere alla tua / tabula che mai / avrà l’icona, l’idolo, la cara calamita?” (Tabula rasa).

La guerra è un altro filone tematico presente nel libro, non solo nell’immagine del contrasto con una presenza ostile a livello personale, ma come strategia d’attacco o di difesa declinata in termini militareschi (battaglia, assedio, invasione, imboscata, ammutinamento, pistole, colpi in canna, ordigni, tiro a segno, veterani): “È buono, ben aguzzo / temprato con le mie mani in tanti anni, / tra vampate e dolori. / Vi ammazzo bestie se tentate /   d’uscire dalla stanza: / nel punto giusto, sul dorso, / tra   un’ala e l’altra / se fate tanto d’alzarvi / a un volo di speranza” (Minaccia), “Adottato il mantello del nemico / andammo all’assalto di noi stessi. / I nostri colpi furono i peggiori” (Mimesi), “a mezzanotte approssimati / mettigli sotto le tue bombe. / E non fuggire, aspetta / che lo scoppio t’investa” (La retta).

Altrettanto frequenti sono le immagini di malattia, morte, suicidio e omicidio. Scrive Diego Bertelli: “Si tratta di azioni lesive ai danni di cose e persone tanto quanto ai danni di se stessi; sfoghi da vera e propria Anger room, paradossalmente necessari a ristabilire quello che oggi la psicoterapia chiamerebbe uno stato di ‘benessere’. Cattafi sottolinea, in questo modo, la prospettiva nevrotica e malata della modernità”.

Il continuo rovello del rapporto, esistenziale e sociale, con l’altro da sé, si esplica in un assedio feroce della realtà, che non promette consolazione nemmeno quando si offre in tutta la sua bellezza, avvertita perlopiù come una sfida. L’insensatezza, l’assenza, la solitudine campeggiano tragiche, e l’ironia, lo sberleffo, il sarcasmo accentuano il disagio del non sapersi abbandonare: “La mente è un’abile / astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto” (Ipotesi), “C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita” (Al mercato), “Studiammo le strade, le tabelle / di orari e di convogli. / Ma che vale giungere alla meta / se essa dice sei / arrivato, guarda gli orari, / le partenze, / parti” (Meta).

La convinzione che “La vita porta disordine, dolore” (Un prisma) può essere forse attenuata dalla consapevolezza di un unico destino che accomuna il poeta con altri disorientati e delusi come lui, probabilmente i suoi coetanei, nati e cresciuti sotto la dittatura fascista, travolti dalla guerra, illusi di una rinascita civile ed etica che poi non c’è stata: “Rovistando – inventario / di cocci, osservazione / di perduti pianeti, rimembrare / parole lontane in mezzo ai libri –, / ci ferimmo col filo / tagliente dell’errore” (Un prisma). Ancora più marcata è la disillusione nei versi di Delle pene: “Alla prova dei fatti / non ci fu di che essere allegri: / torti, errori, viltà, / debolezze del cuore, / insanie che inquinarono la mente. / Pagammo in disparte nascondendo / le voci, l’ammontare, / i conti d’impossibile chiusura. / Vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare mediante equivalenze, / con conguagli privati, silenziosi, / ma tormenti, tenaglie squillanti / maschera gogna ruota rogo. / Visibile a tutta la città / la corda che ci tira per il collo”.

La poesia, testimonianza quasi testamentaria, assume la forma epigrammatica, rapida e concitata, del proclama ad alta voce, della sferzata ribelle contro la viltà dell’abitudine e l’impotente rassegnazione. Scevra da artificiosità, lontana da ogni sperimentalismo formale come dall’esplicito impegno politico, la scrittura di Cattafi utilizza un linguaggio quotidiano, una tecnica cronachistica che esibisce i suoi debiti sia dalla pittura (esercitata anche personalmente), nella visionarietà delle immagini e nel gusto vivace dei colori, sia dalla coeva narrativa in prosa, comprendente le atmosfere del giallo e del noir per l’atmosfera costante di attesa, di conflitto e di incubo che domina molte descrizioni ambientali. In uno stile paratattico, perentorio o addirittura sentenzioso, ricco di metafore e accumulazioni verbali, l’autobiografismo evidente nelle pagine de L’osso, l’anima non si riduce a una speciosa autoreferenzialità, ma diventa curiosità del mondo e giudizio severo.

 

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 8 giugno 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AIRAGHI

Intervista ad Alida Airaghi, in libreria con Consacrazione dell’istante

Intervista di Vincenzo Mazzaccaro

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in Lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo per il Ministero degli Affari Esteri dal 1978 al 1992.
Collabora a diverse riviste, quotidiani e blog italiani e svizzeri.
Tra i suoi volumi di poesie: Il silenzio e le voci (Nomos, 2011), Elegie del risveglio (Sigismundus, 2016), Omaggi (Einaudi, 2017) e L’attesa (Marco Saya editore, 2018). In prosa ha pubblicato tre libri di racconti e due romanzi brevi.
Torna ora in libreria con Consacrazione dell’istante (AnimaMundi, 2022).

  • Buongiorno Alida, grazie della disponibilità. Le poesie contenute in Consacrazione dell’istante sono molto belle.
    Lei ha scritto già molti libri. Le chiedo com’è possibile calcolare il giusto equilibrio in poesia, com’è possibile individuare il migliore numero di poesie, senza che il lettore sia poi saturo di parole e senza la sensazione che sia rimasto qualcosa di improvvisato.

È vero: ho pubblicato diversi libri di poesia, dal 1984 a oggi, e alcuni di narrativa, più moltissime recensioni. Questo ultimo volume è stato meditato e rielaborato nell’arco di dieci anni. La poesia, rispetto ad altre espressioni letterarie, è di per sé concisa, stringente, condensata. Dovrebbe tendere a ottenere il massimo di significato con il minimo possibile di parole (come hanno scritto in tanti, da Pound a Ungaretti a Simone Weil), caricando di sensi molteplici anche un solo termine. Deve essere evocativa, come suono e come pensiero: mentre la prosa tende a spiegare e a spiegarsi.

  • Come si presenta un libro di poesia? Come si può rispondere all’interesse momentaneo di un astante di passaggio? Sempre che lei abbia fatto delle presentazioni dei suoi libri.

Non ho mai fatto una presentazione di un mio libro, né una lettura dei miei versi in pubblico. Non partecipo a festival, o a premi letterari, né ho mai risposto a interviste radiofoniche, per una mia reale difficoltà emotiva ad affrontare qualsiasi evento che comporti un rapporto diretto con più persone. Immagino che le mie esitazioni espressive creerebbero imbarazzo in chi mi ascolta. Meglio evitare…

  • In un mondo come quello attuale, sempre più insensato, crudele e bisognoso di aiuto, che ruolo può avere la poesia? Come può la poesia comunicare l’attesa e la paura?

La poesia non serve a nulla, nell’immediato, non ha e non dovrebbe avere scopi concreti di convinzione, proselitismo, o porsi obiettivi di successo. È semplicemente una proposta fatta a chi la voglia accogliere: l’offerta di una sensazione, di una riflessione, scritta seguendo regole formali, di metrica, ritmo, musicalità, possibilmente con un certo spessore di originalità nel contenuto.

  • Ci sono parole che piacciono più di altre. Nel mio caso tra le parole che mi piacciono o mi sgomentano c’è “irredimibile”. Stranamente ne parla nella postfazione anche il critico letterario Dino Villatico. Io la trovo una parola senza speranza, che però contiene anche un’attesa. Come si scelgono le parole in una poesia?

Credo di aver usato questo aggettivo riferendomi al dolore. Sono convinta che un grande dolore, e forse anche un grande amore, non possa essere redimibile, giustificabile, riscattabile. Deve essere accettato, persino nella sua inspiegabile, irragionevole sofferenza.

  • Villatico parla di metrica e di un uso condiviso del costrutto poetico, ben diverso da quello degli “acapisti”, ossia coloro che ritengono di scrivere poesia solo perché vanno molto a capo. Come ci si difende dal dilettantismo? Dai “poeti della domenica”?

Tutti hanno diritto di scrivere, e se vogliono, di pubblicare. Nessuno però può pretendere di essere apprezzato, o premiato, indipendentemente dalla qualità della sua scrittura.

  • In questo periodo siamo sommersi da parole, da troppe informazioni. Prima e ancora per un virus che ci ha cambiato la vita, poi per una guerra che non si capisce quando cesserà o se si estenderà. Come può trovare la sua autenticità la poesia, travolti come siamo dalla necessità?

Proprio grazie alla sua gratuità, alla sua inutilità. Oggi tutto ha un prezzo, una funzione, serve a qualcosa. Lasciamo che almeno la poesia non serva a niente, non abbia uno scopo effettivo. Come un bel paesaggio, una parola innocua e gentile, una sinfonia o un brano di jazz, un balletto, un dipinto.
A cosa servono? A nulla, solo a rendere un po’ più felici coloro che ne fruiscono. A farli riflettere, rallentando la frenesia di un’esistenza che non si pone domande, e trascura la bellezza.

  • Nelle sue poesie c’è questa benedizione dell’istante che poi diventa altro, ma anche maledizione, perché tutto passa in fretta, da una nuvola in cielo, da un amore che sta finendo quando è ancora presente. Ci ritroviamo nel nulla. La parola Dio lei la usa pochissimo e sempre in un contesto che rimanda all’effimero. La poesia è anche una preghiera laica?

Ho intitolato il libro Consacrazione dell’istante proprio perché penso che dobbiamo saper godere, all’interno di una giornata, della meraviglia che ci viene offerta anche da un solo istante rivelatore. Tutto è effimero e transeunte, ma ogni attimo è prezioso. L’attenzione al momento che si vive è un atteggiamento profondamente religioso. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza quasi mistica, e anche se oggi non sono più credente, dedico molto tempo alla lettura e alla meditazione dei testi sacri. Le ultime due sezioni del volume, Nominare gli dei e Symbolum, sono dedicate all’attesa di qualche possibile intervento divino capace di salvare il mondo, e alle parole che accompagnano l’Elevazione Eucaristica, lette in un acrostico. Alcuni amici presbiteri mi hanno comunicato la loro commozione.

  • Mi chiedo se riceve spesso libri dove ci sono solo parole messe in fila? Di libri di poesie pubblicati a pagamento da un sedicente poeta? Sa trovare anche in questi volumi cose buone, accettabili? Come si comporta da lettrice di chi cerca un giudizio?

Ricevo libri sia da editori sia da autori, con la richiesta di occuparmene. Ho cominciato a scrivere recensioni a ventidue anni, ora ne ho quasi settanta e continuo a farlo, spero con la giusta considerazione e il dovuto rispetto verso chi scrive. Mi vanto di non aver mai ricevuto un compenso economico per questa mia attività critica. Sono addolorata quando mi capita di venire aggredita con offese, anche molto volgari, da un autore che non si ritenga valutato e compreso abbastanza. Penso sia giusto incoraggiare i più giovani, gli esordienti, ma anche esercitare il diritto al rifiuto, qualora il testo non sia convincente.

  • I libri di poesia, in Italia, sono letti da poche persone. Sembra quasi più facile scrivere una poesia (o presunta tale) che leggerla. Poi capita che un cantautore come Lorenzo Jovanotti scriva un libro che ha come titolo Poesie da spiaggia, dove mette insieme Saffo e Leopardi, Achmatova e tanti altri, con l’aiuto di Nicola Crocetti, e il libro diventa immediatamente un caso letterario che vende moltissimo. Come se le poesie di Leopardi scelte da un personaggio famoso diventino più belle, riconoscibili. Come se lo spiega?

Jovanotti, Ligabue, Giò Evan, Rupi Kaur, Francesco Sole, Guido Catalano hanno tutto il diritto di pubblicare quello che vogliono, con un’operazione di mercato che sia fruttuosa per loro e per gli editori. Non penso si ritengano poeti da Nobel, e se il pubblico li legge significa che li trova stimolanti. Anche una canzonetta da hit parade estiva va bene se aiuta a stare meglio. Da ragazza, sono stati i cantautori italiani ad avvicinarmi alla poesia “seria”.

  • Lei collabora come me a questo sito letterario, che negli anni è cambiato molto. Anche se mi vergogno a dire che siamo colleghi, considerato che non ho scritto niente di mio e potrei scrivere piuttosto male anche degli altri scrittori. Cosa la spinge a recensire i libri di altre persone?

Né io né lei siamo Gianfranco Contini o Harold Bloom, e non pretendiamo di esserlo, suppongo. Leggiamo libri e ne scriviamo perché ci piace farlo, e in qualche modo ci gratifica, senza altre oscure motivazioni. L’importante è lavorare con onestà e impegno: lo si deve agli autori, ai lettori e alle sedi presso cui pubblichiamo.

  • Credo che chi scriva di poesia debba studiare molto. Prima i costrutti poetici, le variazioni di stile, le figure retoriche, il reale significato di ogni parola, ma pure i sinonimi e i contrari della stessa parola. E che debba leggere molta poesia. Antica, moderna e contemporanea.
    Quali sono i poeti che legge, però, anche solo per diletto?

Sì, leggo molta poesia. Tutto il ’900, italiano e straniero. EliotRilkeMontale, la linea lombarda, Zanzotto, la neoavanguardia, e i più giovani. Mi sembra giusto e importante riproporre nei miei articoli nomi dimenticati (Sinisgalli, Risi, Benzoni, Sovente, Romagnoli, Cattafi…). Nel libro ho reso omaggio a Carlo Betocchi, poeta generoso e delicato. Studio anche manuali di critica testuale, di composizione del verso: presumo sia un dovere per chi fa poesia.

© Riproduzione riservata                    7 giugno 2022

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AAVV – POESIE SUGLI ALBERI

AAVV, POESIE SUGLI ALBERI – GARZANTI, MILANO 2022

L’antologia recentemente pubblicata da Garzanti in cartaceo e digitale, a cura di Giuliana Mancuso, raccoglie un’ottantina di Poesie sugli alberi scritte da autori internazionali di tutte le epoche, a partire da Petrarca per arrivare ad Antonia Pozzi. Proprio il nostro grande aretino inizia il catalogo arboreo rendendo omaggio a una “giovene donna sotto un verde lauro”: alloro definito “dolce, duro, vivo, ben colto”, essendo comunque evidente che l’attenzione del poeta si volge più che alla vegetazione a “’l bel viso e le chiome” dell’amata. Matteo Bandello, brindando in allegria, esalta la “nova vite” che dona “uve gialle”. Tra i romantici, l’inglese Charlotte Smith ringrazia il rude olivo, dai sacri rami emblema della pace: “Sebbene i tuoi pallidi fiori essenza non effondano / Nell’aria che i venti sollevano, / In te risiede il vero valore”; Goethe apprezza l’esotico Ginkgo biloba; il sognante Hölderlin loda le querce, figlie del monte, “liete e libere dalle possenti radici” (“Ma voi, voi querce gloriose! Vi ergete come un popolo di titani / Nel mondo addomesticato, e siete solo vostre e del cielo, / Che vi nutre e vi ha cresciuto, e della terra, che vi ha dato la vita”); Novalis ringrazia gli ontani “dai rami frondosi”, che regalano ombra agli abbracci degli amanti; Karl Meyer onora il “Vecchio pioppo tedesco” (un po’ di sano nazionalismo non guasta!), mentre Joseph von Eichendorff ricorda di aver intagliato il nome della sua fidanzata sulla corteccia di un tiglio. Il cantore dei boschi John Clare azzarda una similitudine: “Grande olmo dal tronco spaccato, tutt’inciso e sfregiato, / Simile è il tuo destino a quello di un guerriero!”, e Heinrich Heine si commuove osservando la fredda solitudine di un abete nordico. Poteva mancare nell’elenco Giacomo Leopardi? Malinconicamente segue con lo sguardo il volteggiare di una foglia di faggio. Se Walt Whitman si rispecchia orgogliosamente in una robusta quercia della Louisiana (“E il suo aspetto rude, deciso, vigoroso mi ha fatto pensare a me stesso”), con una sensibilità tipicamente femminile Luise Büchner si accorge che il faggio protegge le specie animali e vegetali più piccole e indifese. Nel classico trio ottocentesco italico, celeberrimo è il verde melograno di Carducci, mentre il mite Pascoli accarezza con grato pensiero l’agrifoglio, e il ricercato D’Annunzio glorifica l’astrusa siliqua. L’imperialista Rudyard Kipling ossequia tutti gli alberi che “adornano la vecchia Inghilterra”, mentre più modestamente la lombarda Ada Negri celebra l’albicocco del suo giardino: “Nei tre più alti rami / fiorì, leggero: in sua bianchezza alata / ride all’azzurro con stupor d’infanzia”; anche l’americana Amy Lowell si rivela affezionata al melo. Chissà se le due poetesse preparavano nelle loro cucine – come me! – conserve e marmellate, e per questo dimostravano riconoscenza agli alberi da frutto… Rilke raffinato e altero amava gli alti cipressi scuri, il solare Machado le palmette nane e l’arancio, il sensuale Lawrence il mandorlo in fiore, l’estenuato Lorca il limoneto. Infine la giovane, dolce, infelice Antonia Pozzi scriveva versi tristemente premonitori: “Io / sotto l’abete / in pace / come una cosa della terra, / come un ciuffo di eriche / arso dal gelo”…

© Riproduzione riservata          SoloLibri.net › Poesie-sugli-alberi           5 giugno 2022

DIANA

MASSIMO DIANA, UNDE MALUM? – MIMESIS, MILANO-UDINE 2022

Massimo Diana, filosofo e psicanalista, nelle sue numerose pubblicazioni si è interessato della relazione reciproca tra religioni, pedagogia, psicologie del profondo e filosofie. Il suo ultimo lavoro, Unde malum?, indaga l’enigma della distruttività umana, come suggerisce il sottotitolo del volume da poco uscito presso le edizioni Mimesis.

Prendendo spunto dall’interrogativo metafisico di S. Agostino, Diana esplora, alla luce dei più efferati episodi di violenza succedutisi nella storia dell’umanità, e in particolare nell’arco dell’ultimo secolo, origini-motivazioni-conseguenze delle scelte consapevoli di distruzione messe in atto da individui, popoli e nazioni nei confronti di altri individui, gruppi etnici o religiosi, definiti nemici. Basandosi su documenti e statistiche aggiornate, l’autore evidenzia come dall’inizio del ’900 fino ai giorni nostri gli abissi del Male abbiano sfiorato la catastrofe, avvicinandosi alla soglia del baratro.

Il raffronto tra il numero delle vittime di guerra nell’800 e nei cento anni successivi è sconvolgente: circa 7 milioni nel XIX secolo, 180 milioni nel XX, conteggiando i caduti militari e civili delle due guerre mondiali, i genocidi, le rivoluzioni, le carestie ed epidemie conseguenti ai vari conflitti. Il coinvolgimento popolare nelle vicende belliche novecentesche è derivato non solo da un contagioso entusiasmo paranoico, da una forte mobilitazione propagandistica e dalla diffusione capillare dei mezzi di mobilitazione di massa, ma anche dall’abilità persuasoria di feroci capi di stato, militari, dittatori, in grado di utilizzare – attraverso il terrore e le minacce – abili tattiche manipolatorie, istigatrici di fanatismi ideologici producenti l’isterico accecamento dei singoli e la loro ottusa ubbidienza.

Diana analizza le personalità di Hitler, Stalin e altri criminali attraverso la ricostruzione delle loro infanzie, che mostrano caratteristiche simili, con madri formalmente protettive ma poco affettive, padri violenti e soverchiatori che li resero inidonei a creare relazioni solidali ed empatiche, spingendoli in spirali di insicurezza, timore e desiderio di rivalsa e sopraffazione. Ovviamente, nessun evento storico può essere spiegato esclusivamente in termini psicologici: “non è sufficiente uno psicopatico paranoico per scatenare l’inferno e provocare una catastrofe”. L’inasprirsi di qualsiasi crisi sociale ed economica diventa terreno fertile alla trasmissione nella mente collettiva di concetti e comportamenti prevaricatori, producendo una regressione della condotta individuale e la tendenza all’aggregazione, in una sorta di infezione psichica dilagante.

Il male, l’istinto devastatore, la ferocia hanno contraddistinto le azioni degli uomini dal sorgere della civiltà: ce lo racconta la Bibbia, con il fratricidio di Caino, i soprusi narrati in Genesi, la strage degli innocenti compiuta da Erode. Ce lo raccontano tutti i miti e le saghe nordiche e orientali, a dimostrazione di quanto la brutalità, le prepotenze, le angherie immotivate abbiano da sempre trovato spazio nella psiche degli esseri umani.

Ma la tesi veementemente sostenuta da Massimo Diana, attraverso un’approfondita analisi delle fonti scientifiche e letterarie, è che violenza e distruttività (verso se stessi e gli altri) siano reattive e non innate, dovute in massima parte a carenze o anomalie di cure adeguate ricevute nella primissima infanzia. Alla base dei comportamenti aggressivi si trova in genere il disturbo paranoico, definito come psicosi caratterizzata da deliri sistematici, manifestanti sospettosità, diffidenza, isolamento, sindrome di accerchiamento. Tale affezione agisce anche a livello sociale, in quanto contagiosa, inconsapevole di sé, incapace di autocritica e di assunzione di responsabilità. L’intera storia umana, contraddistinta da un’interminabile sequenza di vessazioni e crudeltà, può essere interpretata attraverso la chiave di lettura della paranoia, che nel suo esternarsi utilizza i meccanismi della pseudospeciazione (la difesa irrazionale e accanita della propria specie, o razza, o nazione, ritenuta superiore alle altre), dell’individuazione e del conseguente annientamento di un capro espiatorio.

Scaricando le proprie colpe e implicazioni illegittime all’esterno e su altri soggetti, il potere paranoico riesce abilmente a far regredire la collettività nella lucida follia del branco.

Nel terzo, vibrante e appassionato capitolo del libro, Massimo Diana individua le radici del Male nel diniego dell’infanzia: “La distruttività e la violenza gratuita e intraspecifica non sono qualcosa di innato, di tristemente caratteristico della specie umana, perché sono reattive: sono infatti la reazione della psiche all’infanzia negata, non riconosciuta, abusata, violentata, perseguitata, sacrificata. Sono la reazione della psiche a un trauma, inteso in una duplice accezione: come evento particolare nella storia biografica di alcuni individui (molti, più di quanti possiamo immaginare), e come parte integrante dell’esperienza umana, momento di passaggio ineludibile nel divenire umano… Le persone non nascono cattive ma lo diventano perché qualcun altro ha fatto loro del male… I bambini maltrattati diventeranno adulti maltrattanti… Quanto accade nell’infanzia finisce per congelare (fissazione) il vissuto traumatico e costringe a ripeterlo (coazione a ripetere) nel disperato tentativo di incontrare uno sguardo capace di comprendere e di medicare l’antica ferita”.

Nella contemporaneità si è diffusa in modo preoccupante la figura dell’“uomo senza inconscio, che non sa mettersi in relazione con i propri paesaggi interiori… che non ha avuto la possibilità di riconoscere e integrare i propri vissuti emotivi” e di conseguenza non sa sintonizzarsi sul mondo emotivo degli altri. L’uomo senza inconscio, poco accolto e non accudito amorevolmente nei primissimi anni di vita, “è estremamente vulnerabile al contagio psichico provocato da leader paranoici, e predisposto a scivolare nella logica folle del branco, nella psicologia arcaica della massa”.

Diana rivolge parole molto severe alla “pedagogia nera” in auge fino a pochi decenni fa, che induceva i genitori a usare metodi coercitivi per “addestrare” i figli, inibendo il loro naturale istinto vitale in nome di una pretesa correttezza comportamentale.

Come guarire dal malessere interiore, come rimediare alla ferita sofferta da piccoli, non riconosciuta e infine rimossa? Le due strade suggerite dall’autore sono la terapia e l’educazione. Gli adulti devono riparare il danno ricevuto nell’infanzia in modo da non trasmettere sofferenza alle generazioni future, e possono farlo solo attraverso il recupero di una relazione terapeutica che li aiuti a superare la tendenza schizo-paranoide alla proiezione/evacuazione all’esterno dei propri nodi interni irrisolti: “Solo adulti liberati e liberi saranno in grado di liberare”. Gli ultimi capitoli di questo libro “difficile” (come viene definito dallo stesso Diana nell’introduzione) sono dedicati appunto alle risposte da opporre al Male, per medicarlo, trasfigurarlo e trasformarlo in senso generativo, con l’aiuto di terapeuti e di educatori capaci di azioni non direttive, non violente, non traumatiche.

Riuscire a fare di noi stessi qualcosa di quello che Altri ci hanno reso: da essere semplici oggetti del desiderio di Altri, dobbiamo imparare a diventare soggetti autonomi, artefici del nostro destino, partendo da un processo di riscrittura della nostra infanzia (se è stata problematica o sofferta), guidati da una figura che sia “in grado di intercettare empaticamente e di curare efficacemente le ferite altrui”, ma diffidando di facili e illusorie scorciatoie proposte da sedicenti maestri spirituali.

E in quanto genitori, il primo necessario compito da porsi è quello di accogliere, ospitare, sostenere e contenere con affettuosa premura e disponibilità totale il bambino, difendendolo nella sua estrema fragilità e vulnerabilità, soprattutto nei primi due anni di vita. Trascorsi i quali si può iniziare il percorso formativo e dell’attenta correzione, che sempre devono fondarsi su sentimenti di fiducia e positività, in modo da garantire ai piccoli uno sviluppo sereno. “Se i bambini crescono in un ambiente felice, se vengono educati alla libertà, nella libertà, non covano dentro di loro alcun motivo per agire odio e violenza, non sono costretti a divenire distruttivi verso se stessi, verso gli altri o verso entrambi… Questa è la rivoluzione che ci attende se vogliamo un futuro migliore o, più semplicemente, un futuro”.

© Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 2 giugno 2022

 

 

 

 

STASSI

FRANCESCA STASSI, CI SALVERÀ LA TENEREZZA – LA QUADRA, BRESCIA 2022

Nella lettera apostolica “Patris Corde” del dicembre 2020, Papa Francesco scriveva che “solo la tenerezza ci salverà… è la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi”. Non so se consapevolmente o meno, Francesca Stassi ha ripreso le parole del Pontefice, e soprattutto l’indicazione che ne deriva, nel suo libro di aforismi e poesie, intitolato appunto Ci salverà la tenerezza.

L’idea, o la speranza, che qualcosa di immateriale possa riuscire a riscattare la sofferenza e la crudeltà della storia umana, e delle piccole storie personali che tutti noi patiamo, era già stata espressa da Dostoevskij, che attribuiva invece alla bellezza il gravoso compito di guarire il mondo, di redimerlo dal male.

Ma la tenerezza a cui affida la sua utopia Francesca Stassi è puramente, completamente umana, e si esplica nel campo dei sentimenti più delicati e fugaci: quelli d’amore. Amore per l’amato, in primo luogo: atteso, desiderato, cui affidare pensieri confidenti e grati: “Non conosco chiesa / più grande del tuo abbraccio, / altare più sacro del tuo sguardo”, “Sei la spina / a cui il mio cuore / è appeso / ferito mille volte / e mille volte arreso”, “Ho bisogno del tuo raccolto / per affrontare il mio inverno / la mia dispensa è vuota”, “E se fosse vero che tu sei me / e io sono te / e voliamo con le stesse ali / cadendo senza farci male”, “Succedimi adesso / come per caso / senza che ne sappia niente / senza averti implorato”, “È una lunga attesa / di giorni di mesi / poi stare insieme / e non dirsi niente”.

Leggendo questi versi, ne percepiamo con immediatezza l’assoluta trasparenza, l’incapacità di finzione, e la volontà di abbandonarsi a una sonorità elementare che sappia rispecchiare entusiasmi e malinconie proprie della giovinezza. Francesca Stassi è nata a Catania nel 1963, ha iniziato a scrivere poesia in età matura, eppure ritroviamo nel suo modo di rivelarsi alla pagina la freschezza e l’ingenuità di chi crede nella scrittura senza infingimenti, senza filtri. Priva di artificiosità letteraria, la sua poesia è diretta espressione dei sentimenti, e mai meditata costruzione formale, studiata elaborazione strutturale.

Danno la stessa impressione anche i testi in cui l’autrice parla di sé, ritraendosi sia nei momenti di più convinta e vivace affermazione del proprio io, sia quando confessa una sconcertata esitazione, un turbamento nel non riuscire a trovare il proprio spazio di donna: “Ho voglia di colori / come se qui fosse un lungo inverno / deciso a rimanere per sempre”, “Ci sono giorni / che sul vestito / ho già le idee chiare / ma è sul volto / che non so cosa indossare”, “Stanno proiettando la mia vita / ed io fuori a cercarne un’altra”, “Ho mille volti, / età diverse, / scatole con altre vite / tra i capelli: / rossi, neri, castani, biondi. / Sono tante donne indefinite. / Sono antica”.

Nei versi di Francesca Stassi troviamo un’adesione spontanea e felice agli aspetti luminosi dell’esistenza, nella convinzione ribadita che ogni attimo, ogni ora, ogni giorno vada goduto nella sua pienezza: ma oltre a questo c’è la consapevolezza della fugacità della vita, del suo implacabile e severo scorrere verso la fine. Allora il timore di perdersi, e di perdere l’amore e la bellezza sognati, trova nella sapienza aforistica la sua manifestazione: “E quando avrò compreso quasi tutto / sarò casa abitata / perché nulla riempie più delle domande”, “Il buongiorno / è quella foglia stanca / che pur cadendo / non pensa di morire”.

Solo la tenerezza, recuperata nel tempo vissuto e da vivere, e nelle parole affidate al foglio bianco, può salvarci e salvare dal nulla quello che amiamo.

 

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Ci-salvera-la-tenerezza-Stassi      1 giugno 2022

HARDY

THOMAS HARDY, L’OROLOGIO DEGLI ANNI – ELLIOT, ROMA  2022

Con traduzione, prefazione e note di Edoardo Zuccato, la casa editrice Elliot pubblica una scelta di poesie scritte da Thomas Hardy tra il 1857 e il 1928. Il titolo dell’antologia, L’orologio degli anni, è tratto dalla composizione omonima, in cui uno Spirito offre a un vedovo la possibilità di rivedere la moglie defunta nell’età da lui scelta. Ma il desiderio espresso dall’uomo non viene esaudito, e il fantasma evocato regredisce dalla maturità fino all’infanzia e al dissolvimento nel nulla.

Si tratta di un testo esemplare dello stile e delle tematiche privilegiate dall’autore inglese (1840-1828), che anche nei famosissimi romanzi (Via dalla pazza folla, Tess dei d’Uberville, Jude l’oscuro) prediligeva la narrazione di episodi minuti e frammentati, le immagini rapide e poco convenzionali, le descrizioni di interni ed esterni inospitali e quasi minacciosi. La relazione tra passato e presente, ugualmente insoddisfacenti se non addirittura tormentati, anima ossessivamente la maggior parte delle poesie, in cui la consapevolezza dell’irrecuperabilità del tempo trascorso, avvertita nella sua feroce ingiustizia, rende impossibile vivere con serenità un presente mutilato delle sue radici. Ogni perdita è irreparabile, e la memoria non riesce ad addolcire o salvare il ricordo, se non falsandolo per renderlo ancora più amaro e affollato di rimorsi.

L’approfondita introduzione di Zuccato insiste molto sull’importanza che gli avvenimenti biografici del poeta hanno avuto sulla sua produzione letteraria: la nascita clandestina, l’infanzia trascorsa in una famiglia modesta e priva di cultura, gli studi interrotti, i due matrimoni entrambi travagliati per ragioni diverse. Il senso di estraneità vissuto sia nella provincia originaria sia in una Londra avviata a una celere trasformazione industriale e cosmopolita, lo aveva reso aspramente critico nei riguardi della società, spietata nelle sue dinamiche di oppressione delle classi e degli individui più deboli e sfortunati.

In questa raccolta sono ricorrenti le rappresentazioni di funerali, tombe, spettri e reincarnazioni, e contesti in cui i protagonisti vengono ingannati, illusi, abbandonati o traditi nel loro fiducioso relazionarsi al prossimo e alle vicende della vita. Anche il rapporto con il destino individuale e storico è infatti problematico, poiché Hardy (agnostico, fatalista, darwinista), riteneva la realtà mossa da forze cieche e feroci, insensibili alle sofferenze di un’umanità innocente e incapace di difendersi.

L’ingenua freschezza di queste poesie esercita anche oggi sul pubblico un fascino discreto, per l’attenzione sensibile agli eventi minimi di vissuto quotidiano, nel reiterarsi di pochi e fondamentali contenuti. La natura (Guardando fuori all’alba stagno, / campo, gregge, albero solitario, / sembra mi fissino tutti / come bimbi in castigo in classe, muti”), caratteri umani particolari (“Le lasciavamo fare come voleva, / Judy era pazza, lo si sapeva), gli oggetti (“Scricchiola, legnetto, scricchiola, / se ti tocco con i gomiti o le ginocchia, / è il tuo modo di parlare / di quella che a me ti donò”), il tempo trascorso (“Noi due, io e il Passato, governavamo la casa, / io e il Passato; aleggiava su ogni cosa da fare / senza mai lasciarmi solo”), l’amore per la prima e la seconda moglie (“La baciai col pensiero andando / via nel chiarore del mattino: / sul vetro del suo ritratto la baciai: / lei non lo seppe mai”): e poi la crudeltà della guerra, le vessazioni economiche, il dolore della morte, la imperturbabile vastità del cosmo. Secondo Edoardo Zuccato, “Comico e tragico, elegia e satira, lirica e canzone, riflessione filosofica e ricordo si alternano senza un ordito definito, come avviene nella vita”.

La chiarezza del dettato, lodata anche da Ezra Pound, la musicalità ottenuta con un sapiente impiego delle rime, l’utilizzo teatrale di dialoghi e monologhi, hanno reso l’opera poetica di Thomas Hardy facilmente memorizzabile, e proponibile anche didatticamente: citata in eventi pubblici e nei media, è riprodotta in numerose antologie scolastiche. Formalmente, i versi si affidano a una metrica tradizionale, con grande varietà di forme strofiche, seguendo ritmi echeggianti la musica popolare e utilizzando frequenti dialettismi e arcaismi, volti a rendere i testi facilmente accessibili ai lettori coevi, sebbene letti con una certa condiscendenza dalla critica accademica. Ma la presente antologia rende giusto merito a un grande narratore che ha voluto e saputo misurarsi con la voce intima ed essenziale della poesia.

© Riproduzione riservata               «L’Indice dei Libri del Mese» n. 6, giugno 2022

 

SEUSS

DIANE SEUSS, LA RAGAZZA DALLE QUATTRO GAMBE – ENSEMBLE, ROMA 2021

Premio Pulitzer 2022 per la poesia, la statunitense Diane Seuss è stata pubblicata per la prima volta in Italia dalla casa editrice romana Ensemble, con il volume La ragazza dalle quattro gambe. L’introduzione di Alessandra Bava, che ne ha curato la traduzione insieme a Maria Adelaide Basile, parla esplicitamente per questo testo di “invenzione    di una nuova forma poetica americana”. La poeta stessa ha infatti coniato per la propria scrittura l’espressione freaking form, intendendo con ciò di aver voluto “apprendere forme tradizionali per usurparle, rovesciarle, riutilizzarle”, facendo dei suoi versi una sorta di scherzo di natura.

E agli scherzi di natura, alle deformità, ai deragliamenti da regole e consuetudini è dedicata anche la presente raccolta, il cui titolo rimanda all’infelice figura di Myrtle Corbin, nata nel 1868 e affetta da dipigo, il cui corpo terminava con due bacini e quattro gambe. Diventata nel 1913 una delle attrazioni più celebri del Circo Barnum, a lei è dedicato il testo conclusivo del libro (Is there still a Betty in this new life?): “Per aver visto lungo la strada per Ramptown, le gambe in più penzolare / inutili tra le cosce delle altre due, inutili come un usignolo / meccanico, inutili come la frangia del tuo kimono transilvano, / cantai sottovoce // … le tue gambe non erano petali o viticci come avevo creduto,     // ma sfrontate, i tentacoli aberranti sotto la veste di una regina segreta”.

Nata in una small town del Michigan nel 1956, rimasta orfana di padre a sette anni, dopo il liceo Diane si trasferisce a New York, lavorando come segretaria e scrivendo romanzi rosa e pornografici per mantenersi. Si introduce nello spietato mondo artistico della metropoli, unendosi agli adepti di William Burroughs e Andy Warhol. Alla morte del suo compagno per overdose, torna a vivere nel Midwest, si laurea in Scienze Sociali presso il Kalamazoo College, dove continuerà a insegnare scrittura creativa per trent’anni.

L’ambiente sociale in cui ambienta i suoi versi è quello miserevole dell’infanzia, con strade sterrate, paludi infestate da cicale, paesi semideserti, pochi negozi, qualche pollaio e la morte che si aggira tra imprese di pompe funebri e cimiteri. La sua adesione anti-intellettualistica al mondo degli emarginati deriva da una concreta esperienza esistenziale, come afferma in una orgogliosa dichiarazione di poetica: “Ritengo che il mio lavoro possa essere definito come punk rurale. Emerge dagli spazi rurali alla ricerca della durezza, della stranezza, dell’assurdità, della tigliosità, della rabbia e del dolore di ogni cosa in contrapposizione alla rusticità. La ruralità non è meno punk dell’urbanità. La mia estetica è quella delle carcasse di animali investite. Dei fantasmi che fumano sigari lungo le sponde del fiume”.

La campagna, infatti, fa da sfondo alla maggior parte delle composizioni, mantenendo nel suo rivelarsi qualcosa di minaccioso e di putrido, persino nella sua colorata e lussureggiante fertilità: “nella merda di falco, nella borragine, nel crescione, / nella licnide, nella vite americana, nella fitolacca, nella phryma, nel convolvolo, /  nel trifoglio e nel fiore di caprifoglio, bianco come osso bollito”, “Gli iris si alzano su steli carnosi, / i boccioli ancora avvolti in qualcosa di simile a cartine, / il viola che passa attraverso, il colore delle viscere”, “Qui, a metà maggio,  passato il fiore degli anni, / i tulipani ingialliti e spampanati come cose trascinate a riva, / e le ragazzacce si sono tolte gli abiti da sposa, hanno fatto ricadere le tette, / hanno allentato i loro strascichi. La bellezza era un fardello, dopo tutto, / non è vero?”, “Ricordi quella primavera? La brezza odorava di preparato per torte / e di un certo non so che di sodomia nell’aria. Forse era la spirea, / che olezzava di spermatozoi e detersivo al pino”.

Dalla desolazione campestre del Michigan, ancora più squallida negli interni domestici, al feroce abbruttimento del periodo newyorkese, Diane Seuss sembra non volersi risparmiare nulla in infelicità e abiezione: a sfregio di ogni facile e privilegiato perbenismo, sceglie l’abisso, il degrado, e la provocazione diventa per lei bandiera.  Il rifiuto riguarda ogni cosa, dalla banda degli amici punk all’intellettualità di moda, dalla maternità alla religione (“Dio ha persino il voltastomaco per le preghiere / dei credenti. Sono sudaticce e ampollose, / non come stalker ma come guardoni, che propendono / all’introversione e alla balbuzie”). Soprattutto respinge l’idea di morte, dopo che quella paterna ha tormentato il suo immaginario infantile, lasciando in lei cicatrici indelebili: “i tumori di mio padre / sbocciavano come i palloncini nei cartoni animati”, “quando / ero bambina, la bara nera di mio padre mi ricordava // un piano. Un piano senza tasti. Ero abbastanza / giovane da credere che fingesse di essere morto / e i miei // incubi erano colmi della sua strana resurrezione, / braccia cariche di gigli bianchi”.

Finché, per salvarsi, decide di anestetizzarsi, cementandosi: “Non c’era sollievo a essere / umana e così mi trasformai in pietra   / e ora non provo sollievo / a essere una pietra. Non / ho scelto di essere pietra”.

Nella postfazione, Maria Adelaide Basile insiste giustamente sullo stile immaginoso delle frequenti metafore usate da Diane Seuss, sempre visivamente plastiche, mescolanti realtà e magia, storia e affabulazione. Le immagini che ci scorrono sotto gli occhi sono nitide e oniricamente svianti, nel loro variopinto anarchismo, capaci di suscitare inconciliabile rabbia, e umanissima pena.

 

© Riproduzione riservata           «Gli Stati Generali», 30 maggio 2022

 

 

 

 

 

 

 

HANDKE

PETER HANDKE, DI NOTTE, DAVANTI ALLA PARETE CON L’OMBRA DEGLI ALBERI – SETTECOLORI, MILANO 2022

Un titolo lungo e suggestivo, quello che Peter Handke ha scelto per il corposo ultimo libro pubblicato in Italia, a indicare un tempo e un luogo determinato, di assorta meditazione ed essenziale solipsismo: Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi. Segni e presagi dalla periferia 2007-20015. Handke, nato in Carinzia sul confine tra Austria e Slovenia nel 1942, non è un autore facile, e ha fama di non essere persona facile. Drammaturgo, sceneggiatore, romanziere, poeta, saggista, premio Nobel nel 2019, ha lasciato il paese nativo, che sentiva estraneo alla propria vulnerabile sensibilità e scontrosa irriducibilità ideologica (come altri due straordinari scrittori austriaci del ’900, Thomas Bernhard e Ingeborg Bachmann) per girare il mondo, e infine rifugiarsi nei dintorni di Parigi, a Chaville, dove pare condurre una vita eremitica.

La casa editrice milanese Settecolori propone ora, con traduzione e cura di Alessandra Iadicicco, una densa raccolta di appunti diaristici, aforismi, riflessioni, bozzetti, scritti con stile pacato ed evocativo, colto e lieve, e inframmezzati da disegni, schizzi stralunati, fantasiosi arabeschi. Scrutanti l’abisso del pensiero sono perlopiù le riflessioni cui Handke si abbandona nel suo quotidiano peregrinare materiale e spirituale, in un continuo scandaglio emotivo e filosofico, di domande e risposte indaganti le forme della solitudine (“Essere soli non è una buona cosa – a prima vista”, “Mi piace così, da solo. – E hai ragione”), dell’assenza (“Verbo per l’assenza: lascia rinverdire”), dell’introspezione (“Dunque io resto un filosofo camuffato?” “Visto abbastanza? Ascoltato abbastanza? Niente affatto”, “Non c’è niente di grave, a parte me”).

Altri frammenti sono esortazioni morali, moniti didascalici, prescrizioni di comportamento, suggerimenti benevoli: “Accrescere l’esistenza”, “Buttare via molto più spesso, e con leggerezza!”, “Il tuo pensiero deve essere un rammentare”, “Non restare lì dove sei capitato”, “Si impara anche quando non si impara”, “Tu non ti stupisci abbastanza!” Chi scrive sembra avvertire come un dovere il proprio ruolo di maestro, di esempio e sprone educativo, volto ad allargare i confini ristretti dell’esistenza domestica, ampliando gli orizzonti mentali, sviluppando il respiro della coscienza in chi legge.

Alla stregua di una pratica ascetica, il semplice camminare, il girovagare solitari nella natura, il “Wanderung” celebrato letterariamente da molti scrittori di lingua tedesca, diventa cura dell’io, oltre che premura-attenzione-gratitudine per l’ambiente: “Devo arrivare così lontano da poter andare ancora oltre”, “Camminare, andare a prendere un volto”, “Ieri ho camminato lungo i margini – che cosa voglio di più?”, “Per gradi: vagare per piacere – vagare alla ricerca – vagare”. Uscire di casa, passeggiare da soli, senza meta, concentrati su ciò che accade dentro e fuori di sé, diventa controllo delle emozioni, e insieme libertà di espressione fisica, esercizio di membra e meningi.

Moltissime sono, tra le prevalenti intuizioni personali, anche le citazioni da autori classici e contemporanei, da film, musiche, proverbi, a significare che persino un premio Nobel ottantenne non smette mai di cercare saggezza, imparando dal passato, interrogandosi sul presente.

I disegni riportati nel testo, in bianco e nero, o colorati con pastelli scuri, riproducono in genere alberi e varia vegetazione, pioggia e ghiaccio sui vetri, oggetti casalinghi, visi umani con espressioni stupefatte o malinconiche: raffigurazioni comunque consone al tono meditativo e raccolto del narrato, “strategia per attingere una rivelazione”, come sottolinea la curatrice. Nell’ultimo schizzo è effigiato il rosone di Notre Dame de Paris, in data 13 novembre 2015, giorno degli attentati terroristici nella capitale francese, perché la storia collettiva non deve rimanere esclusa dal vissuto privato.

Un’ultima considerazione su questo importante e necessario volume va doverosamente fatta riguardo all’approfondita postfazione della curatrice Alessandra Iadicicco, che ricostruisce con appassionata competenza tutto il percorso biografico e intellettuale di Peter Handke, postillato da ben nove volumi di diari già pubblicati e da centinaia di taccuini inediti, in cui – parallelamente alla copiosa attività letteraria ufficiale – lo scrittore reagisce tramite la parola a ogni accadimento personale, percezione, impressione, sentimento: non utilizzando la pura descrizione, ma attraverso i riflessi che di essi serba il linguaggio. Nei Tagebücher (vero e proprio libro d’ore) di cui ci occupiamo, disegni e parole trascritti tra il 2007 e il 2015 si affiancano e sovrappongono, offrendosi reciprocamente bellezza, quando anche l’ombra degli alberi nella notte diventa palpabile illuminazione.

 

© Riproduzione riservata                  25 maggio 2022

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