AMETS ARZALLUS ANTIA, IBRAHIMA BALDE, FRATELLINO – FELTRINELLI, TORINO 2021/2026
Amets Arzallus Antia (1983) è un giornalista, scrittore e cantastorie francese che nel 2021 ha pubblicato per Feltrinelli il romanzo Fratellino, da poco uscito in una nuova edizione economica. Il libro è stato pubblicamente consigliato da Papa Francesco come lettura formativa e informativa per conoscere il dramma della migrazione africana verso l’Europa. Si tratta infatti del resoconto della vita del giovane guineiano Ibrahima Balde, da lui resa oralmente all’autore del volume in termini lucidi ed essenziali, senza vittimismi o infiorettature retoriche.
A Ibrahima è “toccato nascere” a Conakry, in Guinea, da una famiglia povera di etnia fula che si esprime in lingua pulaar. Nella sua nazione, che confina con sei paesi africani, si parlano venticinque lingue diverse, ed esistono etnie diverse: un’unica generalizzata miseria, però.
La famiglia di Ibrahima, composta da padre, madre, due bambini e due bambine, si è poi trasferita nel villaggio di Thiankoi, dove è rimasta a lavorare la terra e a curare gli animali solo la madre con i figli più piccoli, mentre Ibra a cinque anni ha dovuto seguire il padre, venditore di pantofole, di nuovo a Conacry, vivendo lì per otto anni, fino alla morte improvvisa del genitore.
Inizia così la tragica odissea di questo ragazzino africano, che per aiutare i suoi parenti emigra in Liberia e inizia a scaricare sacchi di frutta nel mercato di Monrovia, dormendo in stazione coperto da cartoni fatti a pezzi. In seguito trova un’occupazione come aiutante presso un camionista, fino a quando la malattia della madre lo costringe a tornare al suo villaggio. Carica la mamma sulle spalle e la porta all’ospedale distante dieci chilometri. Rimane poi accanto a lei due anni, per curarla e occuparsi dei fratellini. Dai sedici ai vent’anni torna a lavorare sui camion, sempre in Guinea, fino a quando viene a sapere della scomparsa di suo fratello minore Alhassane, fuggito verso la Libia con l’intenzione di imbarcarsi per raggiungere l’Europa.
Alhassane è il “fratellino”, e per cercarlo Ibrahima si mette in viaggio per quattro anni attraverso il Mali, l’Algeria, la Libia e il Marocco, affrontando pericoli e violenze, soffrendo la fame e soprattutto la sete, percorrendo a piedi nudi periferie di metropoli e sabbie roventi del deserto, accettando i lavori più umili e faticosi, scappando da prigioni e ferendosi gravemente, inseguito e picchiato da poliziotti e tuareg. “Quando mi hanno messo in prigione, mi hanno perquisito tutto il corpo. Quando dico tutto il corpo, voglio dire tutti i buchi del corpo. E anche dei vestiti. Lo fanno per sapere se nascondi dei soldi. Io non avevo niente, la carta d’identità in tasca e nient’altro. Me l’hanno tolta. Da allora vivo senza documenti, e quando vivi senza documenti vali meno di una capra”. Dal punto di vista fisico, l’esperienza più terrificante per il giovane guineiano è stata ovviamente l’attraversamento del Sahara, prolungatosi per giorni fino allo sfinimento: “Quando attraversi il deserto, a volte soffia un forte vento. Non puoi nemmeno camminare. Devi fermarti e cercare di proteggerti, se non vuoi che la sabbia ti faccia male”. Umanamente, invece, ancora più straziante è stato il lungo periodo trascorso in Libia, in fuga estenuante dalle continue minacce di morte da parte di uomini armati di odio e kalashnikov: “Ogni tanto uno sparo e tu senti un brivido. Un lungo brivido. Sei per strada. Vai da qualche parte. Stop. Guardi la città. La città è ferma. Un altro sparo. Ti muovi. Ti fermi. A guardare la città. Controlli. Cerchi chi ti sta sorvegliando. E non trovi quello che cerchi. Finché ti addormenti, In qualunque posto. Altri due spari. In qualunque posto. Altri due spari. Taf-taf. Ti svegli, Ti muovi. Non sai dove andare”.
In Libia Ibrahima viene a sapere che il fratellino Alhassane è morto annegato in un naufragio su un gommone con altre 144 persone, nel tentativo di lasciarsi alle spalle la miseria africana. Affranto, fugge in Algeria, e poi in Marocco. A piedi, in treno, chiedendo un passaggio ai camion e alle motorette, accettando lavori umilianti, soffrendo la fame, il mal di denti, il mal di stomaco. A Nador un trafficante gli procura un posto su un gommone, che durante la traversata si sgonfia, mettendo in pericolo di vita tutti gli occupanti. Soccorsi dalla guardia marittima, i naufraghi vengono portati a terra.
Oggi Ibrahima Balde vive a Madrid, e lavora come meccanico. La sua drammatica e commovente testimonianza termina con questi versi, che dovrebbero farci riflettere sulla disperazione che porta migliaia di persone a lasciare la loro terra, a prezzo di sacrifici e sofferenze terribili, per conquistare il legittimo diritto a una vita perlomeno dignitosa: “Adesso lo so, il mare non è un posto dove sedersi. / E tu, tante volte evocato, / ti starai chiedendo chi sei. / Tu forse sei il poliziotto / che sta decidendo della mia domanda di asilo / dietro la scrivania di una questura. / Tu vedrai cosa fare con me. […] O semplicemente / tu sei tu / quello che sta leggendo questa poesia. / Ti chiederai/ quel tu sono io? / Sì, / se vuoi, / quel tu sei tu, / ma io no, / io sono Ibrahima, / e questa è la mia vita”.
«SoloLibri», 12 luglio 2026
