MANDEL’STAM

OSIP MANDEL’STAM, QUADERNI DI MOSCA – EINAUDI, TORINO 2021

Einaudi ha da poco pubblicato nella sua collana bianca di poesia una raccolta di Osip Mandel’štam, Quaderni di Mosca, egregiamente curata e tradotta da Pina Napolitano e Raissa Raskina, con testo a fronte e un ricco apparato di note.

Mandel’štam (Varsavia, 1891-Vladivostok, 1938), appartenente a una famiglia di ebrei benestanti, studiò a Parigi, Heidelberg, San Pietroburgo; viaggiò con inquietudine attraverso tutta la Russia, in Italia e in Finlandia, dove si convertì al cristianesimo metodista pur rimanendo molto legato alla cultura ebraica. Esponente di spicco della corrente letteraria post-simbolista dell’acmeismo, insieme a Gumilëv e alla Achmatova, aderì inizialmente a una scrittura di stampo neoclassico, attenta al valore formale della versificazione. Ebbe rapporti tumultuosi con l’ufficialità letteraria sovietica (“Razza maleodorante… scrivono dietro autorizzazione preventiva”) che lo considerava un esempio di “esasperato individualismo borghese”. A causa della sua violenta critica al regime (in una delle poesie qui antologizzate definiva Stalin “il montanaro del Cremlino… dalle tozze dita grasse come vermi”) fu arrestato due volte, nel 1933 e nel 1938, finendo i suoi giorni deportato in un gulag: i testi scritti durante la detenzione vennero conservati clandestinamente dalla moglie Nadežda, che li aveva imparati a memoria.

Il volume einaudiano comprende versi eterogenei, composti a partire dal 1930 e appartenenti alla seconda stagione della sua produzione letteraria, caratterizzata da un abbandono della forma controllata e classicheggiante per l’assunzione di stili e contenuti innovativi, meno rigidamente costruiti, e invece aperti a toni più intimi, colloquiali, francamente autobiografici, o a riflessioni storico-letterarie, situate in tempi e luoghi diversi: dall’Armenia, a Leningrado, a Mosca.

Dopo cinque anni di silenzio poetico, Mandel’štam era tornato alla composizione in versi grazie a un ritrovato slancio vitale seguito a un soggiorno di alcuni mesi in Armenia, paese a lungo vagheggiato e idealizzato per le radici storiche e culturali che glielo rendevano caro: suggestioni bibliche ed echi di tradizioni ebraiche, un passato di invasioni e stermini di cui mostrava le cicatrici, e soprattutto una concreta estraneità all’invisa politica sovietica. La dozzina di poesie “armene” pubblicate in rivista nel 1931, furono accolte con freddezza dai critici per il loro eccesso di letterarietà. Eppure, il sincero entusiasmo che le anima non ha nulla di retoricamente studiato: “Paese di colori andati a fuoco / e di morte pianure di vasai”, “Ah, Erivan’, Erivan’! Non città – nocciola tostata, / amo i meandri storti, le bocche grandi delle tue strade”, “Stato di pietre urlanti – / Armenia, Armenia! Che rochi monti chiama alle armi – / Armenia, Armenia!”.

Rientrato con la moglie a Leningrado, il poeta patì il clima di freddezza e sospetto del mondo letterario, che lo rinsaldò nell’antica diffidenza verso la città in cui era cresciuto (“Sono tornato nella mia città, nota fino alle lacrime, / fino alle venule, alle gonfie ghiandole infantili”, “Vivere a Pietroburgo è come dormire nella bara”, “Perché dunque questa città domina ancora / per antico diritto i miei sentimenti e pensieri? / Per incendi e gelo ancor più sfacciata – / vanesia, maledetta, vacua, giovanile!”). Se ne allontanò dopo pochi mesi, spostandosi con Nadežda a Mosca. Qui compose la maggior parte delle poesie presenti nel libro di cui ci occupiamo, oscillanti tra l’insofferenza per la capitale (“Mosca sgualdrina”, “Mosca buddista”), vissuta miseramente in alloggi promiscui, e un’adesione più sciolta al dinamismo della metropoli, raccontata nelle sue strade, nei tram, nelle fabbriche e nei musei: “Pidocchi e squallore, silenzio e muffa – / mezza stanza da letto, mezza galera”, “ascolto sonate nei vicoli / a tutti i chioschi ho l’acquolina in bocca, / sfoglio libri nei profondi androni –, e non vivo, e tuttavia vivo”, “Amo gli scambi dei tram sfrigolanti //… Entro negli antri favolosi dei musei”, “La Moscova è avvolta nel fumo di quattro ciminiere / e davanti a noi si stende la città intera”.

La stessa ambivalenza ideologica e sentimentale nutrita verso i luoghi, viene manifestata da Mandel’štam nei riguardi del tempo storico: il disprezzo per la contemporaneità (“il secolo scannalupo”) lo induce a esaltare la cultura e la mitologia classica, oppure a rifugiarsi in un onirismo atemporale. Ma polemicamente viene sottolineata dall’intellettuale-poeta anche l’appartenenza al presente, la partecipazione attiva alle sorti della nazione e del popolo: “È tempo che lo sappiate: sono anch’io un contemporaneo, / un uomo dell’epoca di Moscatessile, – / guardate com’è informe la mia giacca, / e come so camminare e parlare! / Provate a strapparmi dal secolo, – lo giuro: vi ci romperete il collo!”, “Basta malcontento! Nel cassetto le carte! / Oggi mi assale un diavolo simpatico, / come se il parrucchiere François / mi avesse fatto uno shampoo vigoroso. // Scommetto che non sono ancora morto, / e, come un fantino, giuro sulla mia testa / che posso ancora combinarne delle belle / sulla pista da corsa al trotto”.

L’adesione culturale al momento storico vissuto è evidente nel poemetto Lamarck, dedicato alla ricerca scientifica, i cui progressi negli anni ’30 provocavano discussioni e polemiche accese: la sete ansiosa di avvicinamento a un nuovo e prima ignorato ramo della scienza, apriva al poeta l’immaginosa avventura dell’evoluzione nella direzione di uno sprofondamento tellurico verso l’animalità bruta (“ogni cosa viva è solo un refuso / per un breve giorno senza eredi”).

Oltre alla biologia, gli interessi culturali manifestati nella seconda parte dei Quaderni di Mosca vertevano sulla linguistica (un utilizzo storicamente stratificato del russo, e la padronanza sicura di tedesco e italiano), della pittura (l’impressionismo), della musica (Mozart e Schubert), dei classici greci, della letteratura europea (Shakespeare, Goethe, Petrarca, Ariosto, Tasso, e soprattutto la Commedia dantesca). Mandel’štam dichiarava con esaltazione di “ardere” per la poesia di Dante, non solo per una consonanza di destino (la persecuzione politica, l’esilio, la visione dell’inferno come condanna metafisica), ma principalmente per una sintonia formale: univa i due poeti lo stesso amore per la metafora, l’originalità dell’invenzione sperimentale, il movimento impetuoso delle immagini, la costruzione inventiva del lessico, il vulcanico metamorfismo delle situazioni narrate (“Poesia, ti fanno bene le tempeste!”). Al sommo poeta fiorentino dedicò alcuni saggi, appena ripubblicati da Adelphi (Conversazione su Dante).

L’ultimo ciclo compositivo mandel’štamiano, tradizionalmente considerato difficile, oscuro, provocatorio nei contenuti e oscillante, stratificato, frammentario nello stile, è in realtà un vero e proprio laboratorio multiforme di rimandi letterari e culturali (allusioni, echi, citazioni), di intersecazioni di differenti livelli storici, di polemica sociale e politica. Quanto più l’esistenza materiale dell’uomo veniva mortificata e ingabbiata da un regime ottuso e refrattario all’indipendenza di pensiero e alla generosa espansione sentimentale, tanto più i versi del poeta esibivano la loro natura febbrile e incandescente, polifonica e vibrante di slanci intellettuali.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 18 giugno 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOMMASI

WANDA TOMMASI, LE PAROLE PER SCRIVERLO – MIMESIS, MILANO 2020

Nei quattro capitoli che compongono il volume “Le parole per scriverlo. La ferita e la parola”, la filosofa Wanda Tommasi (che per decenni ha indagato il pensiero della differenza sessuale, sia come docente all’Università di Verona, sia all’interno della comunità filosofica di Diotima) affronta da un punto di vista poco esplorato la produzione narrativa di cinque famose scrittrici, analizzando il tema della sofferenza e della trasformazione messa in atto per superarla, rendendola fruttifera e vitale.

Già nell’introduzione l’autrice esplicita la sua intenzionalità: “Questo libro nasce dalla convinzione che ci sia una grande capacità femminile di accogliere il dolore, di ospitarlo e di elaborarlo… Tuttavia, prima dell’elaborazione del dolore, dev’esserci la sua accoglienza, la sua accettazione a livello esistenziale”. Ascoltando attentamente il proprio sentire, percependolo inconsciamente e affettivamente prima ancora di comprenderlo razionalmente, e mantenendosi recettivi rispetto all’accadere, si può convertire anche la ferita più penosa in un varco, in un’apertura all’alterità: processo di crescita percorribile solo attraverso l’espressione della parola.

Il primo tema preso in esame è tra i più dolentemente complessi da dipanare, perché archetipico e ineludibile: quello della relazione che lega madre e figlia, spesso conflittuale, colpevolizzante, ricattatoria. Tommasi ne approfondisce le dinamiche studiando le pagine di Irène Némirowsky e Marie Cardinal.  “L’oscuro materno”, il nodo “enigmatico, inquietante e intrattabile” che lega ogni figlia alla madre viene reso da Némirowsky con rancorosa e irrimediabile ostilità. “L’odio senza riparazione” nutrito dalla scrittrice ebrea russa, l’aveva indotta a tratteggiare un ritratto “abominevole” della genitrice: “affettivamente arida, avida di denaro, di gioielli e di amanti, preoccupata solo della propria bellezza”. Nel 1992, cinquant’anni dopo la morte di Irène avvenuta ad Auschwitz, è stata la figlia secondogenita di lei Élisabeth Gille ad assumersi il pesante compito di rielaborare il rapporto di sua madre con la nonna, attraverso il romanzo biografico Mirador, con una coraggiosa operazione che, rimuovendo il rimosso, non solo offriva una riparazione postuma a un irrisolto conflitto generazionale, ma riconciliava lei stessa con l’ingombrante figura materna.

A differenza della Némirowsky, Marie Cardinal riesce a superare l’avversità verso la madre (colpevole di aver tentato di abortirla e di non averla mai amata), non solo grazie a un lungo percorso di scavo psicanalitico, ma soprattutto servendosi della scrittura. “La carognata” di sua madre (non solo i ripetuti tentativi di aborto, ma soprattutto la sadica rivelazione fattane alla figlia adolescente), colpevole di averle procurato una serie di gravi malattie fisiche e psichiche, viene infine perdonata dopo la morte di lei, dapprima vissuta con sollievo, e in seguito accettata pietosamente, in una riconciliazione ottenuta riattraversando il nucleo più profondo della sofferenza.

La battaglia combattuta da Cardinal non si situa solo all’interno della sua storia personale, ma agita coraggiosamente le acque immobili del linguaggio patriarcale: “Se vinceremo questa battaglia […], potremo anche inventare delle parole per tappare gli spazi lasciati vuoti nella nostra lingua da quegli immensi dominii dell’inespresso, ed essenziale, che, guarda caso, sono dei dominii femminili. Dominii che appartengono da sempre all’umanità, e il fatto di arricchirli, e di occuparli, deve poter arricchire  tutti, uomini e donne”. Parlare e scrivere, quindi, per rimarginare ferite, inventando spazi simbolici da occupare, nella fantasia e nel sogno, nella pratica politica, filosofica, artistica.

Lo ha fatto egregiamente Ágota Kristóf, ungherese riparata in Svizzera, che attraverso la scrittura ha trovato modo di esprimere il dramma dello sradicamento dal paese nativo e dalla lingua materna (“Al di fuori della scrittura io non vivo”, diceva). A lei Wanda Tommasi, e al dolore di un sopruso “inassumibile”, dedica la seconda tappa della sua riflessione. Kristóf scrisse i suoi capolavori narrativi in francese, “una lingua nemica” imparata con sforzo e avversione, perché la allontanava inesorabilmente dall’infanzia, dai ricordi, dal modo con cui aveva imparato a nominare il mondo. Tornando sempre nei romanzi al trauma fondamentale dell’esilio, la scrittrice costeggiava la sofferenza senza mai liberarsene, facendo assumere ai suoi personaggi la propria solitudine, lo spaesamento, la rabbia.

Dalla scrittura esplorativa e mai catartica di Ágota Kristóf, Tommasi passa a raccontare l’esperienza esistenziale e intellettuale completamente diversa dell’americana Flannery O’Connor, “fiera claudicante”, costretta all’invalidità da una grave malattia reumatica, capace di accettare la menomazione fisica e la sofferenza che ne derivava in nome di un cattolicesimo in cui l’irruzione violenta e inaspettata della grazia riesce a sconfiggere l’agire malefico del diavolo. In questo senso, la malattia si rivela come evento salvifico, che non sminuisce il valore della persona, ma accentuandone la fragilità aiuta a condividere con gli altri il limite insito in ogni condizione creaturale.

O’Connor fa dell’imperfezione e della propria dolorosa claudicanza un punto di forza, uno stimolo a partecipare al processo creativo di Dio attraverso la scrittura: “Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia      è un luogo, più istruttivo di un viaggio in Europa, e un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna e chi non ci passa perde una benedizione del Signore”.

L’ultimo capitolo del volume, dedicato ad Anna Maria Ortese, “pensatrice del negativo”, invita a riflettere sulla possibilità di trasformare il rancore per la sofferenza innocente (l’indigenza, le ingiustizie sociali, l’abbandono, il lutto) in un sentimento di solidarietà e compassione universale e inclusiva verso ogni aspetto della vita. L’angoscia provata per la morte di un fratello amato poteva essere lenita dalla Ortese solamente utilizzando “parole di luce”: “Queste espressività, e solo queste espressività, mi calmavano. Dicendo la pena, la pena se ne andava.  Perciò sentivo lo scrivere come una benedizione”. “L’autrice si fa carico di una pietas femminile, sorretta da una ragione visionaria, capace di penetrare al di là dello schermo del visibile per scorgere i segni di  una realtà altra, più vera”. La sua “teologia della perdita” apriva all’interno della negazione spiragli di consapevolezza responsabile, incoraggiando in lei l’amore partecipe per tutti gli esseri umani, gli animali e la natura sfregiata da interessi economici miopi e distruttivi. Solo ac cogliendo fino in fondo il patire comune a tutti, con umiltà, tenerezza, empatia, si può riuscire a stemperare il male patito, a renderlo più sopportabile,

Ciascuna delle autrici trattate in Le parole per scriverlo “percorre un itinerario personale, che attraversa il negativo elaborandolo e offrendogli uno sbocco nella scrittura”. Wanda Tommasi commenta i testi citati con puntuale competenza e sensibilità, proponendo in conclusione del volume una ricca bibliografia di riferimento.

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 10 giugno 2021

 

 

 

 

 

PAVESE

CESARE PAVESE, LA SPIAGGIA – EINAUDI, TORINO 2017

Il romanzo breve La spiaggia, che Cesare Pavese scrisse nel 1941, fu pubblicato da Einaudi una prima volta nel ’56, e in seguito ristampato a più riprese, fino all’ultima edizione del 2017. Racconta del rapporto tra un professore trentenne e un ingegnere suo compagno di gioventù, Doro, che sposandosi con Clelia, aveva lasciato le colline piemontesi per trasferirsi a Genova. Chi scrive confessa sia il rancore per la mai perdonata fine dell’amicizia con Doro, sia la gelosia per la sua felicità coniugale. “Doro è di quelli che la felicità rende taciturni, e a ritrovarlo sempre pacato e intento a Clelia, capivo quanto doveva godersi la nuova vita. Fu anzi Clelia che, quand’ebbe con me un po’ di confidenza, mi disse, un giorno che Doro ci lasciò soli: “Oh sì, è contento” e mi fissò con un sorriso furtivo e incontenibile”.

Quando l’amico gli propone inaspettatamente una gita di alcuni giorni sulle colline che li aveva visti condividere da ragazzi lunghe passeggiate, conversazioni impegnate, litigi, donne, bevute e canzoni (“Avevamo allora l’età che si ascolta parlare l’amico come se parlassimo noi”), intuisce che forse nelle attuali esistenze di entrambi non tutto è sereno e invidiabile come sembra. E il ritrovato affiatamento tra loro lo riempie di emozione: “Ciò di cui sono certo è la gioia, l’improvvisa beatitudine, che provai tendendo la mano a toccare la spalla di Doro. Ne sentii il sussulto nel respiro, e improvvisamente gli volli bene perché dopo tanto tempo eravamo tornati insieme”.

Dopo aver raggiunto Doro e Clelia in vacanza sulla riviera ligure, il professore ha la conferma di una sofferta reciproca estraneità all’interno della coppia. Pur tentando qualche timida mediazione e incoraggiando la rivelazione di eventuali segreti, non riesce a comprendere i reali motivi del loro disaccordo. Inoltre, gli pesa l’atmosfera creatasi nel gruppo degli amici vacanzieri dei due sposi: “Provavo il mio solito piacere scontroso a starmene in disparte, sapendo che a pochi passi fuori dell’ombra il prossimo si agitava, rideva e ballava…”. Clelia, affascinante ed enigmatica, finge spensieratezza tra bagni di sole, futili pettegolezzi e flirt appena accennati, cercando vanamente di nascondere un’evidente malinconia e un timore sempre sospeso; Doro, silenzioso ed evasivo, si apparta dagli altri nuotando per ore, o dipingendo acquerelli marini. I due, circondati da comparse vanesie, volgari o smaniose, mantengono una loro signorile riservatezza, che affascina e insieme inquieta l’amico professore, il quale solo nell’ultimo capitolo arriva a comprendere, di fronte a un’imprevista e decisiva svolta nel rapporto tra marito e moglie, che i sentimenti altrui sono imperscrutabili, e vanno rispettati nella loro indefinibile segretezza.

Pavese offre il meglio della sua scrittura sia nella caratterizzazione psicologica dei tre protagonisti e degli altri personaggi, sia nella descrizione del paesaggio: “andai in cerca di una stanza, e la trovai in una viuzza appartata, con la finestra che dava su un grosso ulivo contorto, cresciuto inspiegabilmente proprio nel mezzo dell’acciottolato. Tante volte in seguito, rientrando solo, mi capitò di guardarlo sovrapensiero, che è forse la cosa che meglio rivedo di tutta l’estate. Visto dal basso, era nodoso e scarno; ma dalla stanza, quando m’affacciavo, era un sodo blocco argenteo di foglioline secche accartocciate”.

© Riproduzione riservata          SoloLibri.net › La-spiaggia-Pavese 1 giugno 2021

 

OCAMPO

VICTORIA OCAMPO, 338171 T.E (Lawrence d’Arabia) – SETTECOLORI, MILANO 2021

“Ho già scritto un centinaio di pagine su quest’uomo che mi affascina. Vorrei farlo conoscere ai miei compatrioti e ci riuscirò! T.E.L. mi interessa profondamente perché arriva a conclusioni simili alle mie con un temperamento e per dei percorsi opposti ai miei”. Così scriveva nel 1942 Victoria Ocampo (Buenos Aires, 1890-Béccar,1979) all’intellettuale francese Pierre Drieu La Rochelle, uno dei molti protagonisti della cultura novecentesca mondiale con cui intratteneva rapporti di reciproca stima e amicizia. Il personaggio affascinante a cui si riferiva in quella lettera era Thomas Edward Lawrence, ufficiale ed esploratore inglese di cui stava completando la biografia, pubblicata nello stesso anno sia in Argentina sia in Francia e in Inghilterra. Con il titolo di 338171 T.E (Lawrence d’Arabia), il libro della Ocampo viene ora per la prima volta proposto ai lettori italiani dalla casa editrice Settecolori, nella traduzione di Fausto Savoldi.

Victoria Ocampo svolse un ruolo di primissimo piano nell’animare la vita culturale del suo paese come scrittrice-editrice-traduttrice-critica letteraria-conferenziera: nel 1931 fondò la rivista Sur, sulle cui pagine uscirono  contributi non solo di importanti scrittori argentini (Jorge Luis BorgesAdolfo Bioy CasaresErnesto Sábato e Julio Cortázar) ma anche di autori internazionali quali Ortega y Gasset, Virginia Woolf, André Malraux, Tagore. Nonostante le origini aristocratiche e un orientamento culturale conservatore ed elitario, fu un’accesa oppositrice del governo nazionalista e populista di Juan Perón fra il 1946 e il 1955, al punto da venire imprigionata nel 1953 per attività antigovernativa. Fondò uno dei più antichi movimenti femministi dell’Argentina, la Union de Mujeres (Unione delle donne), e fu la prima donna a entrare nell’Accademia Argentina delle Lettere. Membro dell’International PEN Club, ottenne una laurea honoris causa all’Università di Harvard.

L’oggetto della sua indagine, il colonnello T. E. Lawrence (1888-1935, numero di matricola nella RAF  338171) fu impegnato negli scavi archeologici sull’Eufrate dal 1910 al 1914, anni in cui poté familiarizzare con la lingua e le abitudini dei beduini, e allo scoppio della guerra mondiale venne inviato in Egitto, dove ispirò e guidò per tre anni la rivolta contro i Turchi insieme a Faisal, sceicco della Mecca, con cui penetrò in Palestina, spingendosi fino a Damasco e in Iraq. Sconfessato poi nelle sue operazioni militari sia dagli Arabi sia dal governo inglese, si arruolò come soldato semplice nel Tank Corps, auto-degradandosi, e si dedicò alla stesura delle sue memorie – di grande importanza per l’etnografia e la geografia del medio oriente –, pubblicate a Londra nel 1936 con il titolo I sette pilastri della saggezza. Fu proprio quest’opera, insieme al suo epistolario, a catturare l’interesse e l’ammirazione di Victoria Ocampo, che ne apprezzò il valore letterario e umano, restituendone con sensibilità e arguzia lo spessore documentario nella biografia di cui ci occupiamo.

Fabrizio Bagatti, profondo conoscitore della vita e della scrittura di Lawrence, nella colta ed empatica prefazione, commentando una frase dell’ufficiale inglese (“La storia di queste pagine non è quella del movimento arabo, ma di me in esso”) lo definisce “il più feroce indagatore del «sé» che la letteratura anglosassone abbia conosciuto in epoca moderna”: qualità che tanto lo rese interessante agli occhi della Ocampo, parimenti abituata a scandagliare la propria esistenza (si dedicò sei volumi di autobiografia…).

Altra sintonia tra i due intellettuali, quasi coetanei, era l’amore per lo spazio privo di confini: le pampas per la Ocampo, il deserto per Lawrence, “regioni popolate di assenze”. Ocampo si vantava di aver incontrato Lawrence senza averlo mai visto: “L’ho incontrato nei suoi libri, nella musica che preferiva. Ma soprattutto l’ho incontrato nella pianura, in quella pianura in cui cercava di volta in volta di perdersi e di ritrovarsi, e che divenne ben presto per lui il deserto”. La scrittrice argentina, nel presentare “l’uomo contraddittorio” che dichiarava “tutto quanto vediamo è illimitato come desideriamo che sia   la nostra anima”, riconosce nell’amore di lui per gli spazi liberi e vuoti la sua stessa ansia di infinito: amore per il mondo che si riflette in una esasperata auto-esplorazione dell’io. Nel libro, tra i capitoli che indagano vita e pensieri di Lawrence, quello dedicato all’ “io odioso” esibisce la duplice natura di Lawrence: inglese e arabo, soldato e studioso, celebratore e denigratore della propria persona.

Il fascino che la figura del colonnello esercitava sulla sua biografa era anche estetico, ammantato di romanticismo femminile: “Vestito di bianco come un arabo, con in testa una cordicella della Mecca di color oro e rosso e una daga dorata alla cin tura, T.E. Lawrence era imbevuto di deserto”. Tale fascino, riconosciuto da chiunque l’avesse incontrato, viene a più riprese sottolineato da Victoria: “Tutti concordano nel sottolineare in lui il culto della libertà, l’orrore per l’ingiustizia, il coraggio, la resistenza fisica, l’integrità morale; il genio critico, analitico e descrittivo in quanto scrittore; la rapidità decisionale e la lucidità nel combattimento come capo; il riserbo, l’ascetismo dei costumi, gli scrupoli di coscienza come persona… Angelo sterminatore alla testa di una banda di arabi lanciati contro i turchi e angelo sterminatore nei suoi stessi confronti… Io intendo soprattutto seguire in lui lo sviluppo di un conflitto morale il cui crescendo non fu interrotto che dalla morte…”. Non solo una venerazione entusiastica per l’uomo e il soldato, ma anche una ribadita stima per il prosatore, dallo “stile a tratti scespiriano”, lucido e drammatico insieme, mai retorico, mai falsamente autocelebrativo.

Gli incisivi e stringati ventun capitoli che compongono la biografia raccontano la vita avventurosa del protagonista secondo un preciso ordine cronologico, a partire dall’infanzia (già profeticamente segnata da forte ambizione, vigore fisico, curiosità intellettuale), attraverso gli studi superiori a Oxford, gli interessi archeologici, i primi passi nella carriera militare, la guerriglia contro i turchi condotta dal 1916 al 1918, la composizione del suo capolavoro di 660 pagine I sette pilastri della saggezza. Il titolo, tratto da una frase dei Proverbi della Bibbia, si riferisce alle fondamenta etiche su cui va costruita la propria dimora spirituale.

Se la narrazione ruota intorno alle atrocità e ai massacri della guerra, è il desiderio di restituire libertà e dignità al mondo arabo, e insieme di dare forma a un nuovo impero britannico, che nutre lo spirito della scrittura di Lawrence. Ma Victoria Ocampo non tralascia di sottolineare altre motivazioni più personali che lo avrebbero condotto all’impresa, mai espresse apertamente per pudore (“La paura di mostrare i miei sentimenti è il mio vero io”). L’autrice adombra, commentando la misteriosa dedica iniziale de I Sette pilastri, l’esistenza di un sentimento più intimo che lo avrebbe legato a un condottiero arabo morto prima di entrare trionfalmente a Damasco. Un’autodisciplina ferrea, la morigeratezza in ogni aspetto della vita materiale, il disprezzo per qualsiasi volgarità, assumevano in Lawrence i contorni di un ascetismo laico, basato sul proposito di mortificare il corpo, gli appetiti sessuali, le lusinghe artistiche, le ambizioni politiche e le gratificazioni economiche, per rispondere a un’ansia di elevazione spirituale.

In quest’uomo dagli occhi azzurrissimi e dal sorriso aperto, dalla bassa statura e dalla costituzione minuta, la ferrea volontà e la delicatezza dei sentimenti derivavano da una severità morale cui Victoria Ocampo volle rendere un commosso e ammirato omaggio, edificando un monumento alla persona, al combattente e allo scrittore, accentuandone una disposizione al sacrificio ai limiti del martirio. Per ironia della sorte, dopo aver sfidato torture, minacce, malattie, angustie fisiche e morali, 338171 T.E.L morì nel suo Dorset, in un banale incidente stradale, in sella non a un cammello ma alla sua motocicletta.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 31 maggio 2021

 

 

 

 

 

 

 

VILLATICO

INTERVISTA A DINO VILLATICO

Dino Villatico (Roma, 1941), dopo aver trascorso l’adolescenza in Argentina, si è laureato in lettere a Roma, perfezionando gli studi musicali da autodidatta. Si è dedicato all’insegnamento di italiano e latino nei licei, e di storia della musica nei conservatori. Per 45 anni è stato critico musicale del quotidiano “La Repubblica”. Oggi collabora a “Il Manifesto” e a diversi blog online. Ha da poco pubblicato presso l’editore Giuliano Ladolfi il volume di versi Ecografia di un congedo. Dal 2013 vive a Fiano Romano.

 

In quale ambiente familiare e culturale è nato e cresciuto, e in che misura tale ambiente è stato    determinante per le sue scelte di studio e di lavoro?

 Sono nato a Roma, giusto 80 anni fa, e mi sembra ieri che bambino assistevo al bombardamento dell’aeroporto di Centocelle.  Mi sembravano fuochi di artificio. Un contadino mi trasse dentro casa. Eravamo andati a procurarci cibo alla borsa nera. Poi da quella visione si sviluppò invece la paura del rumore degli aerei, che durò a lungo, quasi fino al mio primo viaggio in aereo, nel 1970, verso gli USA. La mia famiglia era una bella mescolanza regionale e internazionale: mio padre napoletano, matematico, mia madre ciociara, ma di padre veneziano e madre calabrese, bisavolo scozzese. Rami della famiglia a Verona, a Parma. Fin da bambino dunque l’orecchio abituato a diverse parlate. Quando andavamo a Verona a trovare una sorella di mio nonno, facevo da interprete per mio padre che non capiva i veronesi. E anche mia zia parlava veronese. A Parma feci l’orecchio con la parlata emiliana, più tardi sarebbe stata una guida per imparare il milanese e leggere Porta. Sia mio padre sia mia madre, che aveva studiato l’arpa, amavano la musica. Mia nonna suonava il pianoforte, e ho sentito da lei, il mio primo Chopin, il mio primo Beethoven. Ma lei amava soprattutto Mendelssohn. Un suo modo, durante il fascismo, per dimostrarsi contraria alle leggi razziali. Ma l’episodio più importante della mia infanzia e adolescenza fu il trasferimento in Argentina. Mio padre era stato nominato professore di geometria analitica all’Università di La Plata, per aprire una succursale a Bahía Blanca, oggi Universidad del Sur. L’impatto con la lingua spagnola fu decisivo, mi aprì la strada ad altre lingue. Già avevo l’esperienza dei dialetti: ne capivo e parlavo tre, napoletano, romano, veneziano. Ma capivo anche l’emiliano e il milanese. In Argentina studiai, a scuola, anche l’inglese. Il francese e il tedesco vennero all’università. Intanto, tornato in Italia, al liceo avevo appreso il greco e il latino, che non ho abbandonato più. Anzi mi esercitavo a scrivere esametri latini.

 

La sua esistenza è stata segnata da due grandi passioni: musica e letteratura. Quale delle due ha privilegiato professionalmente, e in che modo si sono influenzate a vicenda?

 A Bahía Blanca cominciai a studiare il pianoforte. Che proseguii in Italia, affiancandovi gli studi di composizione. A lungo restai incerto se dedicarmi alla musica o alla letteratura. Vinse la letteratura, e non terminai gli studi musicali. Anche se in privato, da autodidatta, li completai.

 

Quali sono stati (e sono tuttora) i nomi di riferimento che più hanno contribuito alla sua formazione intellettuale e umana?

 Che domanda complessa, alla quale è difficile rispondere. Intanto musica e letteratura hanno proseguito a interessarmi con sempre maggiore insistenza. I miei idoli musicali giovanili furono Chopin e Beethoven. A 18 anni ci fu l’impatto con Stockhausen, che mi sconvolse. Era il suo primo concerto romano, forse in Italia, salii sul palco, volevo conoscerlo. Dopo anni, in un nuovo incontro mi riconobbe: sei quel pazzo che è salito sul palcoscenico a chiedermi l’autografo. Restammo in contatto. Ma ancora più radicale fu l’influsso di Boulez, di Nono, di Berio. Mi onoravano della loro amicizia. In letteratura fu decisivo l’incontro con Vittorio Sereni. Gli scrissi dopo l’uscita de Gli strumenti umani, libro che mi sconvolse. Mi rispose. E ci vedevamo ogni tanto. Ma l’impatto più forte fu, per il romanzo, con Proust, per la poesia con l’ultimo Montale, quello di Satura, per intenderci, e con Dylan Thomas. Da giovane ebbi una vera e propria passione per Alfieri. Che m’introdusse al teatro. Shakespeare! Accadde anche qualcosa di strano: Dante l’ho sempre letto come un poeta di oggi. Il suo lavoro sulla lingua mi è sempre parso un modello. La mia tesi di laurea la scrissi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, anche musicista. E scoprii il madrigale. Ma anche l’Ariosto, e il Tasso, mai più abbandonati.

 

Nello scrivere versi, ritiene incidano di più le esperienze esistenziali, con i loro contraccolpi emotivi, o invece la riflessione teorica, l’ideologia, il lavoro sui testi? 

Tutt’e due le cose. Spesso l’idea nasce da un’esperienza, un’emozione. Ma anche una lettura, un episodio politico. Non scrivo tuttavia di getto. Ho un quaderno che porto sempre con me, butto giù gi schizzi, le idee, spesso nascono già formalizzate in versi. Un tempo ero ossessionato dal sonetto. Nelle altre lingue se ne scrivono ancora. Perché gli italiani sembrano rifiutarlo? Ho scritto per anni versi liberi. Poi mi è venuto naturale scrivere endecasillabi, non devo nemmeno contare, nascono da sé. Forse ciò si deve al fatto che scrivo in versi anche il mio teatro. Non solo monologhi, ma anche monologhi. Due li ho recitati io stesso, e con successo. Emozionante recitare l’addio di Petrarca a Venezia, la sua ultima notte nella città, proprio a Venezia, al Teatro La Fenice. Era uno spettacolo della Biennale Teatro. La musica la composero alcuni miei cari allievi del conservatorio, oggi miei cari amici. Una commedia, anch’essa in versi, fu recitata al Teatro Belli, a Trastevere: Con il passare degli anni. La regia era di Marco Maltauro. Piacque. Il teatro era pieno tutte le sere.

 

Si considera debitore verso qualche poeta in particolare? La sua approfondita conoscenza di diverse lingue e culture, antiche e moderne, come ha arricchito la sua sensibilità verso la pratica di scrittura?

 Sono molti i poeti dei quali mi sento debitore. Antichi e moderni. Per esempio, Lucrezio mi ha insegnato che si può fare poesia anche con il pensiero, che la poesia non è solo, romanticamente, effusione di sentimenti. Orazio non mi piaceva da giovane, oggi lo adoro, per la sua abilità metrica e per l’uso disinvolto della sintassi. Ammiro molto la capacità costruttiva di poeta. Non a caso vado matto, come Dante, per Arnaut Daniel o per il catalano Ausiàs March e per lo stesso Dante. Ma ero ancora studente e mi colpì una poesia di Dylan Thomas composta di solo due lunghissime strofe di circa 30 versi ciascuna, in cui le rime procedono a specchio. La seconda strofa ripropone a specchio tutte le rime della prima. E sto parlando di un grandissimo poeta. Questo lavoro “artigianale” della scrittura nelle altre lingue è vivissimo. Borges scrive sonetti.  Clancier scrive bellissime chansons.

Che giudizio si sente di dare, oggi, del panorama letterario e musicale italiano contemporaneo? Quali sono le personalità che considera più rilevanti, e attraverso quali mezzi ritiene si possa incrementare l’interesse per questi due ambiti artistici?

Difficile rispondere. In linea generale la letteratura e la musica italiana di oggi mi deludono. Come mi deludono le canzoni, se paragonate a ciò che si ascolta fuori d’Italia. Per esempio quest’innografia di Battiato mi irrita. È un musicista mediocre e un poeta inesistente. Se ne parla e se ne scrive come fosse Bob Dylan, lui sì grandissimo. Così mi delude anche il cinema che si fa oggi. Ma ciò detto, esistono anche in Italia voci nuove, interessanti. Alcune pur troppo scomparse, come Ferruccio Benzoni. Sotto silenzio per decenni, ora lo si riscopre. Ci sono giovani narratori bravissimi, che non si lasciano appiattire dagli editor. Faccio due nomi a caso: Luciano Funetta e Massimiliano Felli. Ma in genere la letteratura è governata dagli editor, che tendono a banalizzare tutto ciò che leggono, con il risultato che si pubblicano romanzi tutti uguali, tutti scritti con la stessa prosa di una sciatteria che grida vendetta. Quanto alla poesia, ci si illude, in genere, che sciorinando pseudoversi, che sembrano versi solo perché si va a capo, versi banali e sciatti, si sfugga alla trappola delle neoavanguardie. Il verso libero non significa liberarsi di un ritmo. Del resto, nemmeno la prosa è senza ritmo. I veri poeti, come sempre, sono pochissimi. E ce ne sono, comunque.

 

Di cosa si sta occupando attualmente, e quali lavori inediti progetta di pubblicare nel prossimo futuro?

 Cominciamo dalla fine. Ho un romanzo, finito 20 anni fa. Il suo difetto è che il protagonista sia Aristotele. Gli editori mi rispondono sempre allo stesso modo: avvincente, scritto bene, ma troppo colto, non troverà lettori. In Francia, per Gallimard (Gallimard! Come dire Mondadori, Einaudi), Christoph Ono-dit Biot ha pubblicato un romanzo, affascinante, il cui protagonista è un filologo classico, e cita interi passi di Omero in greco. Non credo che il lettore medio francese sia più colto del lettore medio italiano (o sì?), ma l’editore gli dà fiducia. Il romanzo è tra i primi in classifica. Perché da noi non è possibile? Poi c’è una serie di racconti, due già pubblicati, ma mi piacerebbe raccoglierli in volumi. Mi si dice che il racconto non va. Poi ci sono le poesie, tante. Sto lavorando a un nuovo romanzo. Di argomento contemporaneo. Ma preferisco tacerne. Avevo in progetto anche di scrivere il processo che l’Inquisizione intentò al figlio di Monteverdi, per sua fortuna finito bene, ma che costò al padre grande angoscia, due decenni prima era stato bruciato Giordano Bruno, e non erano passati che pochi anni dal processo a Galilei. Leggendo quelle carte si è colti dallo sconforto. L’anima nera, buia, sotterranea degli italiani: delatori, bugiardi, persecutori, sempre pronti a perseguire qualcuno. Il fascismo non si è inventato niente. A denunciare il figlio di Monteverdi all’Inquisizione fu un suo compagno di studi all’Università di Bologna, che aveva scambiato libri di anatomia – allora proibiti in Italia – per libri di negromanzia. Sembra qualcosa successo ieri. Ma per il momento mi sono arenato alle pagine di disperazione di un padre. Che forse è la nostra disperazione per un mondo che sembra accanirsi proprio su chi è incolpevole.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 26 maggio 2021

MAJORINO

MILANO E UN POETA: GIANCARLO MAJORINO

Milano ha molto amato un suo poeta, Giancarlo Majorino, che l’ha molto amata, vissuta, raccontata. Majorino, nato nel 1928, è morto qualche giorno fa, a 93 anni, dopo un’esistenza vivace, impegnata, ricca di interessi e di esperienze. Laureato in Giurisprudenza, aveva svolto diverse professioni: bancario, rappresentante, bookmaker, professore di liceo, docente di Estetica alla Nuova accademia di belle arti, firmando una ventina di libri di poesia, testi teatrali, pamphlet politici, e fondando riviste, curando collane editoriali.

Dal primo volume di versi (La capitale del Nord, 1959) all’ultimo (La gioia di vivere, 2018), intramezzati da un poema la cui elaborazione era durata decenni (Viaggio nella presenza del tempo, 2008), la sua opera è stata coerentemente ispirata a una strenua ricerca sul linguaggio – interprete di una sperimentazione formale lontana dalle convenzioni e dalle mode – e a un’esplorazione attenta e critica dell’attualità, insofferente di compromessi politici, polemico con le maggioranze silenziose, solidale con gli ultimi.

Il Sindaco Beppe Sala lo ha così ricordato: “Poeta, cantore della Milano industriale, delle sue contraddizioni e delle lotte sociali del Novecento. Fondatore e presidente della Casa della Poesia di Milano e Ambrogino d’Oro nel 2007, la sua arte è storia della nostra città”.

Avevo conosciuto Giancarlo all’ultimo anno di università, quando generosamente e con lo spirito di maestro che sempre lo animava, aveva ideato una serie di incontri con alcuni studenti interessati alla poesia, che teneva nella saletta di un bar davanti alla Statale: ci proponeva testi di lettura, incoraggiandoci a scrivere e a sottoporgli i nostri tentativi di produzione di versi. In quelle occasioni, commentava con indulgente benevolenza anche le mie prime recensioni su “Il quotidiano dei lavoratori”. L’ho rivisto a Verona alcuni anni fa, insieme alla sua dolce compagna di sempre, Enrica, e mi aveva raccontato con ironia del loro matrimonio avvenuto dopo quasi cinquant’anni di convivenza, e del suo tardivo incontro con il web. Vorrei allora ricordare qui il poeta, attraverso alcuni versi tratti da tre sue composizioni, scandite nel tempo, rintracciabili tutte su internet.

La prima, da La capitale del Nord (Schwarz, 1959), è dedicata appunto a Milano, e alla sua trasformazione umana e industriale negli anni del boom economico:

O mia città vedo le porte gli archi / che un tempo limitavano il tuo cauto / intrecciarsi di case strade parchi / oggi spezzarti come una frontiera / o come una catena di pontili / congiungere le tue zone più vili / rivali o consociate in busta chiusa / dan vita o morte in crediti d’usura / legate col cordone ombelicale / del capitale e in loro trasformate / e quelle in queste ritmica simbiosi / le sedi razionali dell’industria / con l’asino alla mola e i nuovi impianti / la rapida salita la discesa / più rapida la sedia dei trent’anni / intorno curve schiene di negozi / la Galleria col tronco fatto a croce / in fondo oltre la Scala la gran piazza / Cavour congestionata la questura / la pietra dell’Angelicum trapassi / violenti e luminosi in via Manzoni / il tufo è ancora base ai grattacieli?”.

La seconda fa parte della raccolta Gli alleati viaggiatori (Mondadori 2001), ed è la visione immaginosa e disperante delle tragiche migrazioni contemporanee, assimilate a quelle che nei millenni hanno costretto un’impaurita e affamata “acqua umana e animale” a cercare scampo dagli agguati del male:

andavamo tutti come fosse un’emigrazione / chi per acqua chi per terra, allarmati / notammo che un leone ci oltrepassava / ma era come quando nella tundra incendiata / fuggivamo insieme felini e prede uccelli e serpi / cos’era cosa poteva esser stato nulla ricordo / non fatti precisi non odor di bruciato migravamo / in ratti gusci motorizzati e caschi a piedi scalzi / da chi sa che mossi transitavamo nel piano sembrante discesa / così potevamo saremmo riusciti a scampare a arrivare ansando entro / quando? in tempo e non contavano orario e luogo transitare / occorreva, altro corpo! snello basso e tozzo su quattro sciolte zampe / quasi una lotta di molte zampe gambe / una testa bianca tra colli di giraffe / sandali orme zoccoli nella sabbia / con famiglia a fianco bimbo su bici / gara di motocicli chiatte e scafi accanto / una universale processione forte respirante / sbandata ma diretta senza macchine da presa / o per quegli apparecchi occhialuti ritrasmessa / eravamo dentro pure per noi scorreva noi fissi davanti / cosa preoccupava il rinoceronte con intorno il vuoto? / la mandria pelosa che panicata quasi s’ingoiava? / la coppia remante arti e respiro sotto forte ipnosi? / il caduto rischiava tutto ma / capitava e dopo un grido d’aiuto / quasi tranquillizzato si chetava / trafitto schiacciato / trafitto schiacciato, per le mosche / i fastidiosi insetti non v’era tempo / di notarli, né i canterini uccelli / dardeggianti vi saranno stati / non era il momento di ricercarli non era il momento / andava come l’acqua un’acqua umana / e animale a non si sa che pozzo tentando / abbandonando non si sa che male”.

Infine la terza, compresa in La gioia di vivere (Mondadori, 2018), ancora esprime un netto e severo giudizio politico e morale sulle differenze di classe, sui soprusi patiti da chi chiede aiuto e non lo riceve:

davvero bell chiaro troppo / di non so quanto / e soltanto chi sta sotto / potrà comprendere rivivere / sia Gesù sia Marx l’han detto // e poesie non notizie (dopo, dopo) / nonché ’l cervello di uno dei ceti medi / come qui può cominciare a scrivere / chi sta sopra non può dirigere niente / chi sta sotto potrebbe ma è assai difficile // ma poi quando un uomo grida aiuto / un uomo una donna una vecchia un bimbo / è come se il mondo si fermasse / case mute zitte finestre chiuse / tutto ciò parla o urla o tace sale s’agita”.

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 22 maggio 2021

 

ARPINO

GIOVANNI ARPINO, LA SUORA GIOVANE – PONTE ALLE GRAZIE, FIRENZE 2017

In un romanzo del 1959, La suora giovane, Montale intravide “tutta l’aria di un capolavoro”. Quando mia figlia, scoprendolo sulla scrivania, mi ha chiesto “Arpino, chi era costui?”, mi sono sentita ancora più vecchia di quello che sono. Sì, perché Giovanni Arpino (Pola 1927-Torino 1987) è stato un importante narratore, poeta, critico letterario, giornalista, premiato con il Campiello, il Super Campiello, il Premio Strega, di cui avevo letto con entusiasmo al liceo Il buio e il miele (1969), da cui Dino Risi aveva tratto il film Profumo di donna con Vittorio Gassman, divenuto poi celebre in un remake con Al Pacino. Dapprima Dalai, quindi Minimum Fax e infine Ponte alle Grazie hanno meritoriamente ripreso a pubblicare le opere di Arpino, uscite negli anni ’60 presso i più importanti editori italiani.

La suora giovane è uno smilzo e intenso libretto che racconta il rapporto non comune e intrigante tra un ragioniere quarantenne, Antonio Mathis, e una giovane novizia, Serena, entrambi in cerca di un ancoraggio esistenziale e di reciproco conforto sullo sfondo di una grigia Torino invernale, nell’arco del mese di dicembre del 1950. “Non ho coraggio”. Con questa frase lapidaria inizia ad apertura di pagina il monologo del protagonista, che successivamente ribadisce la scarsa considerazione di sé con altre due ammissioni: “Mi vergogno”, e “Mi sento ridicolo”. Narrando con pudore dell’abitudine di rimanere in piedi e in timoroso silenzio accanto a una giovane novizia, ogni sera alle sette sulla pensilina del tram 21, si interroga se sia il caso di approfondire la conoscenza con la ragazza, in cui nota il suo stesso sospeso e cauto interesse. Fidanzato da anni con una maestra elementare verso cui non nutre più alcun trasporto, Antonio trascina una vita priva di entusiasmi tra l’ufficio, il bilocale in cui vive, e qualche annoiata distrazione tra cinema e trattorie. L’incontro serale con la suorina, minuta e fragile, diventa improvvisamente il fulcro dei suoi pensieri e delle sue giornate, riempendogli la mente di fantasie, di interrogativi, di scrupoli morali.

Quando finalmente (dopo averla pedinata fino al convento in cui vive e in una chiesa in cui si rifugia a pregare) riesce a parlarle, intuisce in lei lo stesso trepido trasporto che anima le sue emozioni, e con gioiosa sorpresa accoglie quindi l’insperato invito a raggiungerla ogni notte dove lavora. Infermiera in un elegante palazzo del centro, si occupa infatti dell’assistenza a un anziano avvocato agonizzante: Antonio dovrà raggiungerla lì, sul pianerottolo dell’appartamento, e lei gli parlerà attraverso la porta appena socchiusa. Le conversazioni tra i due diventano in una settimana sempre più coinvolgenti e appassionate: Serena confida al ragioniere, con innocente scaltrezza, non solo la storia della sua imposta vocazione, il fastidio per le regole dell’ordine monastico, la vergogna per le origini della famiglia contadina, ma soprattutto la speranza e il desiderio che da mesi ripone nella persona di Antonio, vissuto come unica possibile liberazione dal proprio stato di soggiogamento. Il quarantenne si sente a sua volta investito di un ruolo di gratificante responsabilità, e accoglie con riconoscente sollievo questa inattesa svolta nella sua piatta esistenza. Rompe quindi tutti i rapporti sentimentali e di amicizia intrattenuti in precedenza, rifiuta stomacato la volgare compagnia della fidanzata e di alcuni amici in una tragica vigilia di Natale trascorsa sugli argini del Po, ma quando si presenta il giorno dopo al solito appuntamento con la novizia non la trova più.

Disperato, la cerca ovunque, spingendosi fino al vecchio casale agricolo di Mondovì dove vivono i genitori di lei: da loro viene a sapere dell’improvviso trasferimento volontario della ragazza a Ferrara, delusa dalle esitazioni di lui riguardo al loro futuro insieme. Le ultime pagine de La suora giovane si chiudono in maniera enigmatica, lasciando in sospeso la decisione di Antonio, se finalmente accettare la sfida coraggiosa propostagli dal destino, o invece ritornare alla sua abulica e irrisolta esistenza di prima.

Nel suo terzo romanzo, un Giovanni Arpino poco più che trentenne esibiva, con una prosa lucida e secca, un’assoluta abilità introspettiva nella caratterizzazione psicologica dei due protagonisti, una sapiente consapevolezza formale nella costruzione dei dialoghi e grande sensibilità nel ricostruire l’ambiente urbano e monotono di una gelida Torino agli albori del suo sviluppo industriale.

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 20 maggio 2021

HAN

BYUNG-CHUL HAN, LA SOCIETÀ SENZA DOLORE, EINAUDI – TORINO 2021

Byung-Chul Han (Seoul, 1959), pensatore coreano-tedesco tra i più letti al mondo, sapientemente critico nei riguardi del neoliberalismo economico e delle derive ideologiche e sociali contemporanee, in Italia ha pubblicato con l’editore Nottetempo numerosi saggi, stimolanti e di facile lettura.

Einaudi propone oggi nella collana Stile Libero una sua concisa riflessione sulle modalità con cui le culture mondiali affrontano il male, in pratica rimuovendolo da ogni orizzonte etico e comportamentale. Con il sottotitolo “Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, La società senza dolore indaga come elemento caratterizzante delle società moderne l’algofobia, la paura di soffrire, per cui si tende a evitare qualsiasi circostanza conflittuale che preveda una partecipazione angosciante ad avvenimenti personali, collettivi o politici.

Sette capitoli del libro sono dedicati a una vera e propria ermeneutica del dolore , di cui si enuclea l’insensatezza, l’astuzia, la verità, la poetica, la dialettica e l’ontologia. Byung-Chul Han  ne cerca tracce definitorie nella letteratura e nella filosofia universale: Valéry,  Freud, Santa Teresa d’Avila, Andersen, Benjamin, Jünger, Weizsäcker, Butor, Celan, Heidegger, Nietzsche, Pearce.

Nel mondo attuale il dolore sembra aver perso il significato di catarsi, di conoscenza interiore, di preghiera, di riscatto dalla colpa, di relazione con Dio, di possibilità di racconto, di vincolo o desiderio, di legame solidale con il prossimo, di disciplina, di sensibilità artistica, di contatto con la realtà: è diventato semplicemente inutile, privo di giustificazione, intollerabile, fallimentare. “Non disponiamo piú di nessi di senso, narrazioni, istanze superiori o scopi in grado di abbracciare il dolore e renderlo sopportabile… Viviamo in una società della positività che tenta di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo”, imponendo una sorta di dittatura del benessere, della felicità e dell’ottimismo permanente, da perseguire in ogni campo. Il dolore, interpretato come segno di debolezza e passività, va nascosto o eliminato in nome dell’ottimizzazione delle prestazioni, perché non compatibile con le performance pretese dalla società.

Il dover piacere diventa un imperativo, il like assurge a emblema dell’approvazione generale. In tale nuova “cultura della compiacenza”, anche l’arte e la politica sono obbligate a conformarsi al gusto generale che ostracizza e condanna qualunque dissidenza o dissonanza, incoraggiando il conformismo e l’adeguamento alle esigenze dell’economia e del mercato. Invece proprio l’espressione artistica, che Adorno definiva “estraneità al mondo” dovrebbe offrire una narrazione antagonista rispetto all’ordine vigente: dovrebbe inquietare, disturbare, dare voce al tormento, e non servire da anestetizzante o edulcorante dei contrasti. Oggi, invece, perpetua l’Uguale, si è disciplinizzata. Come, appunto, il dolore, divenuto felpato e afono, richiuso in luoghi deputati quali carceri, ospedali, istituti che canalizzano il sapere e il lavoro produttivo. Nell’attuale regime neoliberista, il potere ha perso la sua forma disciplinare repressiva, assumendo in maniera più subdola e sottile l’abito del convincimento seduttivo: il cittadino subordinato viene convinto a realizzarsi positivamente e individualmente, in una pseudo-liberazione del proprio io,  e a occuparsi solo delle proprie esigenze fisiche e psicologiche al fine di raggiungere la felicità personale, senza interrogarsi su questioni di rilievo sociale. La sofferenza è privatizzata e psicologizzata, per impedire il diffondersi del malcontento e della rabbia politica.

Si prescrivono in maniera massiccia analgesici per coprire le responsabilità sociali che conducono al dolore, riducendolo a un apatico torpore, spoliticizzandolo e impedendogli di rendersi arma critica. L’anestesia indotta attraverso la farmacologia o con la strumentalizzazione dei media (i social,  i videogiochi, la televisione) mette al riparo la società dalla contestazione: “Cosí, invece della rivoluzione, c’è la depressione”. Gli individui, egocentrici, infiacchiti e narcotizzati, imparano ad aspirare solamente alla propria confortevole sopravvivenza, che assume un rilievo assoluto, superiore alla stessa libertà personale.

La pandemia che stiamo vivendo ha reso evidente questo paradosso: si ha paura del dolore perché si ha paura della morte, fino ad ora rimossa e adesso diventata improvvisamente e minacciosamente visibile, concreta. L’unico valore riconosciuto e accettato, anche perché politicamente inoffensivo, è l’allungamento biologico della vita, aldilà di qualsiasi dimensione metafisica o puramente etica.

© Riproduzione riservata                   «Gli Stati Generali», 13 maggio 2021

 

 

 

 

ARIOSTO

LUDOVICO ARIOSTO, SATIRE – EINAUDI, TORINO 2021

Era un Ludovico Ariosto maturo, quello che compose le Satire tra il 1517 e il 1525, ritoccandole fino al 1530. Aveva già scritto la prima versione dell’Orlando furioso, due commedie in prosa (La Cassaria, I Suppositi), e rivestiva l’incarico di sovrintendente ufficiale agli spettacoli di corte degli Estensi. Un Ariosto maturo e famoso, quindi, ma non sereno e pacificato nei suoi rapporti con il mondo, con i Signori di cui era alle dipendenze, con la diplomazia e con il Papato. Nelle Satire – profondamente innovatrici nella forma e nei contenuti rispetto alla sua precedente produzione letteraria – venne a esprimere dunque il suo disappunto, l’amarezza, l’ironia verso quella società cortigiana da cui si sentiva condizionato, pressato e sfruttato, economicamente e ideologicamente. Con toni tuttavia più bonari che bellicosi, e con una esplicita finalità etica.

L’editore Einaudi, che le aveva pubblicate nel 1987, le ripropone ora in una nuova edizione aggiornata, sempre con la stessa introduzione, le note, il commento e la bibliografia di Cesare Segre, che le aveva definite “opera con uno schema energicamente biografico, e un investimento morale altrettanto forte”.

Si tratta di sette componimenti epistolari in terzine dantesche, di impianto dialogico e teatrale, indirizzate a destinatari noti dell’ambiente familiare o amicale del poeta (fratelli, cugini, esponenti della nobiltà ferrarese, più il letterato Pietro Bembo), di cui non conosciamo le eventuali risposte o reazioni, né sappiamo se siano state effettivamente inviate, lette o diffuse, se non come manoscritti in circoli ristretti o tra privati. Pubblicate clandestinamente solo nel 1534, e quindi in via ufficiale nel 1550, sembra probabile che Ariosto abbia preferito non renderle pubbliche finché era in vita, temendo di inimicarsi gli ambienti ecclesiastici e principeschi che prendeva di mira, facendo apertamente nomi e cognomi di corrotti, arrivisti, traditori. In ogni satira l’autore si rivolge a diversi “tu” cui attribuisce commenti e obiezioni: in primo luogo interroga sé stesso, con riflessioni e analisi anche severe; quindi si confronta con l’effettivo destinatario della missiva e con altri personaggi a lui vicini, talvolta riportando le obiezioni di un contraddittorio anonimo e generico, da cui si trova a sua volta messo in accusa.

Il risentimento espresso nelle Satire è soprattutto verso quei potenti che, pretendendo da lui servigi in missioni diplomatiche lontane dalla città e dalla donna amata, gli impedivano di attendere alla sua opera come avrebbe voluto, coinvolgendolo in situazioni e in pratiche detestate e biasimevoli. Pur descrivendosi nei propri difetti e cedimenti, Ariosto non può fare a meno di confrontare la sua statura morale con quella dei personaggi che è costretto a frequentare, prede di orgoglio e ambizione smisurati, pronti a qualsiasi iniquità e scelleratezza pur di accaparrarsi benefici economici e di potere. Si dichiara quindi pronto alla rinuncia di ogni privilegio, pur di poter mantenere la libertà e la tranquillità: “Più tosto che arricchir, voglio quïete”, “Chi brama onor di sprone o di capello, / serva re, duca, cardinale o papa; / io no, che poco curo questo e quello”.

Ogni componimento alterna brevi episodi fiabeschi o apologhi alla narrazione di vicende biografiche e all’esposizione pacata di meditazioni personali, con lo scopo di rinforzare metaforicamente i messaggi più manifestamente polemici. Nella piacevolezza delle descrizioni naturali, nell’elogio della vita semplice e nel rifiuto di qualsiasi enfasi o pesantezza boriosa, le Satire rivelano il debito che Ludovico Ariosto nutriva verso la poesia di Orazio, sia nella scelta della forma epistolare, sia nella franchezza e linearità del tono colloquiale.

© Riproduzione riservata                            SoloLibri.net › Satire-Ariosto         11 maggio 2021

 

 

 

 

GLÜCK

LOUISE GLÜCK, ARARAT – IL SAGGIATORE, MILANO 2021

L’Ararat è il monte su cui, secondo il racconto biblico, si fermò l’arca di Noè scampata al diluvio: in lingua turca il suo nome significa “montagna del dolore” Ararat è anche il titolo di una raccolta di poesie pubblicata da Louise Glück nel 1990, e oggi riproposta da Il Saggiatore con testo a fronte, nella limpida traduzione di Bianca Tarozzi.

Louise Glück (New York, 1943), premiata con il Nobel lo scorso anno, si inserisce con la sua produzione in versi nella scia della poesia confessionale di Robert Lowell, Sylvia Plath e Anne Sexton, rielaborando con un linguaggio semplice e scavato, e in toni meditati e malinconici, motivi ricavati dalla sua esperienza personale e familiare: figlia di emigrati ebrei ungheresi, due mariti e due divorzi, un figlio, un tracollo economico, lutti familiari, l’anoressia e anni di sedute psicanalitiche, l’insegnamento accademico a Yale, i numerosi premi letterari. I temi affrontati nella sua scrittura poetica non sono, comunque, solo autobiografici: la sua attenzione è rivolta sia alla mitologia classica, sia all’ambiente naturale, sia soprattutto ai fenomeni traumatici che segnano in modo indelebile l’esistenza delle persone. L’incubo della fine (“ho scritto della morte da quando so scrivere”, ha ripetuto recentemente in un’intervista), la perdita degli affetti e dei ricordi, il fallimento nelle relazioni interpersonali e lavorative, il desiderio represso e negato, sono gli argomenti che affronta nella sua scrittura con asciutta ma tagliente penetrazione.

In Ararat (nome di un approdo nella salvezza terrena, ma anche nome del cimitero in cui è sepolta la sorella di Louise Glück, a Long Island), si parla del lutto, di separazioni definitive e delle strategie messe in atto per sopravvivere all’angoscia. Secondo il critico Dwight Garner si tratta del “libro di poesia americana più brutale e più colmo di dolore pubblicato negli ultimi anni”. Raccoglie una trentina di poesie, che si confrontano con l’eterno tema del rapporto tra eros e thanatos, già dal celebre esergo platonico, che indica l’amore come desiderio e ricerca dell’intero. Ansia di una completezza affettiva che evidentemente alla poeta è mancata, cresciuta in un circolo familiare chiuso e compassato, con un padre debole e assente, e una madre troppo rigida: “Nessuno potrebbe scrivere un romanzo su questa famiglia: / troppi personaggi che si assomigliano. Inoltre, sono tutte donne; / c’era un solo eroe. // Ora l’eroe è morto. Come echi, le donne durano più a lungo; / esser tanto forti non può far loro del bene” (Un romanzo).

La poesia di apertura, Parodos, è emblematica a questo proposito: “Molto tempo fa, sono stata ferita. / Imparai / a esistere, come reazione, / fuori dal contatto / con il mondo: vi dirò / cosa volevo essere – / un congegno fatto per ascoltare. / Non inerte: immobile. / Un pezzo di legno. Una pietra. // Perché dovrei stancarmi a discutere, replicare? //… Ero nata con una vocazione: / testimoniare / i grandi misteri. / Ora che ho visto / e nascita e morte, so / che per la buia natura esse / sono prove, non / misteri –”.

L’accettazione della materialità dell’esistenza è quindi precoce, in Louise, scelta e voluta per evitare la sofferenza: “L’anima è come tutta la materia: / perché dovrebbe restarsene intatta, fedele a una sola forma, / quando potrebbe essere libera?” (Ninnananna). Ma il dolore incombe sempre e comunque, impietoso, con il susseguirsi di perdite e rinunce.

Vagare nel cimitero di Ararat, accostarsi alle tombe di persone conosciute, amate o detestate, esaminare la disposizione dei fiori, la cura o la trasandatezza delle sepolture, l’atteggiamento dei parenti, trasforma chi scrive in un osservatore implacabile delle emozioni proprie e altrui: “Sai cosa ti dico? Ogni giorno / c’è chi muore. Ed è soltanto l’inizio. / Ogni giorno, alle pompe funebri, nascono nuove vedove, / nuovi orfani. Se ne stanno seduti con le mani in grembo, / tentando di decidere come sarà la loro nuova vita. // Poi vanno al cimitero, alcuni / per la prima volta. Si vergognano di piangere, / o talvolta di non piangere. Qualcuno li affianca, / dice loro cosa devono fare, il che potrebbe essere / dire alcune parole, oppure / buttare della terra nella fossa aperta. // E dopo, se ne tornano tutti a casa, / che improvvisamente è piena di visitatori. / La vedova è seduta sul divano, molto solenne, / così le persone in fila le si avvicinano, / chi le prende la mano, chi l’abbraccia. / Lei trova una parola da dire a ciascuno, / li ringrazia, li ringrazia per essere venuti. // In cuor suo vorrebbe che andassero via. / Vuole tornare al cimitero, / nella stanza dell’ammalato, all’ospedale. Sa / che non è possibile. Ma è la sua sola speranza, / il desiderio di tornare indietro nel tempo. E soltanto di poco, / non fino al matrimonio, non fino al primo bacio” (Una fantasia).

L’attenzione alle reazioni di chi sopravvive al lutto (orfani, vedove) è controllata e formale, rispecchia l’atteggiamento di colei che narra in prima persona, e si è trovata a vivere più volte uguali situazioni cerimoniali. Il dolore di un individuo non trova corrispondenza nell’indifferenza degli altri: “È un anno esatto che mio padre è morto. / L’anno scorso era caldissimo. Al funerale, la gente parlava del tempo. / Com’era caldo per essere settembre. Un caldo fuori stagione. // Quest’anno, è freddo. // … Davanti alla casa, la figlia di mia sorella va in bici / come faceva l’anno scorso, // avanti e indietro sul marciapiede. Quel che vuole è / far passare il tempo” (Labour Day).

Nessun lirismo, nessuna retorica elegiaca: stilisticamente queste poesie si proibiscono anche l’addolcimento delle rime, preferendo scansioni ripetute, punteggiatura spaziante, pause ed enjambement, precisione lessicale.

In questa raccolta, differentemente da altre della Glück, non si trovano richiami alla mitologia e alla letteratura classica: fondamentale e assoluto è invece lo sguardo introspettivo tendente a universalizzare l’esperienza personale, in modo da renderla condivisibile con il lettore. Anche il paesaggio appare spersonalizzato e simbolico, puramente di sfondo alla caratterizzazione dei personaggi, che risultano sapientemente e crudamente scolpiti nell’accettazione del loro immodificabile destino, incapaci di comunicare gioia e leggerezza: “Senza rapporto con la terra”.

Nel severo resoconto di questo romanzo familiare, la secchezza emotiva ereditata da adolescente si perpetua anche negli atteggiamenti dell’scrittrice adulta (“Devo imparare / a perdonare mia madre, ora che non riesco / a risparmiare mio figlio”, “Mio figlio e io, siamo i più grandi / esperti viventi in fatto di silenzio”), confessati con analitica spietatezza poetica.

 

© Riproduzione riservata             «Gli Stati Generali», 8 maggio 2021