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RECENSIONI

HAMSUN

KNUT HAMSUN, PAN – ADELPHI, MILANO 2017

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto”. Così scriveva Henry David Thoreau in Walden, ovvero vita nei boschi, pubblicato nel 1854, raccontando la sua esperienza di completa immersione nella natura boschiva sulle sponde del lago Walden, in Massachusetts, dove visse per due anni dentro una capanna in completa solitudine, rifiutando la società a lui contemporanea asservita al profitto mercantile.

Non si sa se il norvegese Knut Hamsun (1859-1952), premio Nobel per la letteratura nel 1920, avesse letto Thoreau quando scrisse Pan, romanzo pubblicato nel 1894. I due scrittori vengono accostati dalla critica per il comune interesse verso la natura e il rifiuto delle convenzioni borghesi, ma senz’altro Hamsun non condivideva l’ispirazione trascendentalista dell’autore americano, né lasciò traccia nei suoi appunti di qualsiasi riferimento al riguardo, nonostante si fosse a più riprese recato negli Stati Uniti.

Rimane incontestabile la fascinazione comune che i due nutrivano verso il bosco, simbolo di una natura incorrotta e impenetrabile, misteriosa e affascinante. Uguale anche il desiderio di adesione fisica, corporea, materiale alla terra nutrice, e l’incanto provato di fronte all’osservazione del cielo nella sua cangiante bellezza, per l’acqua che scorre pura e purificatrice da fiumi laghi mari. Molto simile persino la misantropia, il disagio sofferto nel trattare con gli altri esseri umani, a cui invece è preferibile la comunione con gli animali, istintivi e privi di sovrastrutture.

Knut Hamsun costruisce il suo romanzo sulla figura soggiogante ed esclusiva del tenente in congedo

Thomas Glahn, trentenne dal caldo sguardo animalesco, che vive di caccia e di pesca in un bosco presso il villaggio di Sirilund, con l’unica compagnia del suo cane Esopo, scrivendo in prima persona un diario in cui annota fatti e sensazioni delle sue giornate solitarie. “Dalla mia capanna potevo vedere un intrico di isole, isolotti e scogli, un po’ di mare, qualche vetta azzurra, e dietro la capanna si stendeva il bosco, un bosco immenso…”. Glahn spara a lepri, fagiani, pernici, tordi, uccelli marini soltanto per nutrirsi e senza crudeltà, scendendo in paese unicamente per comprare il pane; spesso mangia e dorme sdraiato sul terreno per sentirsi respirare all’unisono con la terra.  “Il cielo era ovunque libero e terso, io fissai lo sguardo in quel mare di luce e fu come trovarmi faccia a faccia con il fondo del mondo, come se il mio cuore battesse fervido contro quel fondale nudo e vi si sentisse a casa propria”; “Conosco i luoghi che attraverso, alberi e pietre sono lì, nella loro solitudine, le foglie frusciano sotto i miei piedi. Quel monotono mormorio, e le pietre e gli alberi familiari sono troppo per me, mi sento colmare di uno strano senso di gratitudine, tutto mi è vicino, si fonde con me, io amo tutto…”. Traboccante di riconoscenza per la bellezza della natura, si commuove per il patimento di un ramoscello che pende spezzato dall’albero, e poi esplode di entusiasmo di fronte allo spettacolo di un’alba rosata, di una notte illuminata da centinaia di stelle, sentendosi “pieno di gioia per tutto, per tutto”: “Mi fermai, mi misi in ginocchio e leccai qualche filo d’erba sul ciglio della strada, per umiltà, per speranza, poi mi alzai”.

Fino a questo punto l’analogia con il sentire di Thoreau regge, per divaricarsi totalmente non appena il protagonista di Hamsun si avvicina al mondo civilizzato, oppure da esso viene inglobato con vari mezzi seduttivi o coercitivi. Il limitato ambiente borghese di Sirilund lo osserva più con curiosità che con sospetto. Il commerciante Mack con la figlia Edvarda, il fabbro con la giovanissima moglie Eva, uno stimato dottore claudicante, un ricco barone pluridecorato studioso delle acque marine: tutti concorrono a fomentare la sua incoercibile inadattabilità alle convenienze sociali.

“Le persone divenivano per me sempre più incomprensibili, benché il sole le rischiarasse giorno e notte. Cosa cercavano i loro occhi azzurri, e cosa pensavano dietro alle loro strane fronti? Del resto, mi erano tutti quanti indifferenti”. In realtà, Glahn non rimane insensibile al corteggiamento volubile delle due ragazze, che ricambia con uguale mutabilità d’animo, alternando nel cuore e nei pensieri la predilezione per l’una e per l’altra. Edvarda smaliziata e gelosa lo tormenta con le sue improvvise

apparizioni alla capanna e i suoi incomprensibili allontanamenti, Eva lo segue docile e devota accettando anche i repentini sbalzi d’umore di lui. Che si susseguono repentini e violenti, rivelando il suo carattere immaturo e sospettoso. Alcuni anni prima del diffondersi della psicanalisi in Europa, Kunt Hamsun riesce a mettere in luce il lento manifestarsi dell’isteria, dei sensi di colpa e di persecuzione nella mente del suo protagonista. Thomas Glahn accentua comportamenti aggressivi e irrazionali: durante una gita in barca butta in acqua una scarpa di Edvarda sentendosi da lei trascurato, sputa nell’orecchio di un rivale in amore, rompe piatti e bicchieri per trasandatezza e fa scenate in pubblico, si ferisce a un piede per azzopparsi come l’invidiato dottore, spara all’ amato cane Esopo per consegnarne la testa decapitata a Edvarda come regalo d’addio, e infine nel tentativo di uccidere il barone schiaccia con un masso la fedele e innocente Eva.

A questo punto la comunità di Sirilund lo respinge, dapprima bruciandogli la capanna, quindi costringendolo ad allontanarsi dalla regione. “Allora addio, dissi. E grazie per i giorni trascorsi insieme… Un’ondata di malinconia mi fluì nel cuore… Io appartengo ai boschi e alla solitudine”.

Il libro si conclude con il resoconto della morte di Glahn, avvenuta in India, dove si era recato per sfuggire a sé stesso, per mano di un compagno di caccia esasperato dalla sua follia.

Un bel romanzo scritto nel 1894, tradotto in tutto il mondo e in Italia a partire dal 1919, che ancora riesce a catturare l’attenzione dei lettori sia per il sentimento panico di fusione con la natura nordica, sia per l’acuta attenzione alla psicologia dei personaggi.

 

 

KNUT HAMSUN, PAN – ADELPHI, MILANO 2001

 

 

 

 

RECENSIONI

RICCHIUTI

DAVIDE RICCHIUTI, DEADLINE NATURALE – TRANSEUROPA, MASSA 2026, pag. 52

 

Davide Ricchiuti (Benevento, 1980), poeta e narratore, scrive e conduce podcast letterari (tra questi, il più conosciuto è Sei tu, sono io, è la vita) e dirige la rivista letteraria “Pro.Vocazione”.

Deadline è la sua prima pubblicazione in versi, uscita quest’anno presso le edizioni Transeuropa, resoconto poetico di una conversione biografica, culturale e sociale messa in atto dall’autore con un intento ricostitutivo della propria esistenza.

Il volume è diviso in due sezioni, Lasciare e Andare, a indicare la cesura temporale che ha segnato l’abbandono di una forma di vita (metropolitana e ipertecnologica, di sudditanza lavorativa) per iniziare coraggiosamente un percorso inesplorato, libero da vincoli abitativi e professionali. Letti insieme, i due verbi suonano come il “lasciar andare”, il wu-wei monito della mistica orientale che suggerisce di abbandonarsi a una casualità non programmata nell’esplorazione del reale.

Copywriter in una società di comunicazione nella Milano degli affari e del successo, il protagonista di questo diario in versi viveva una quotidianità digitale, in totale connessione con dispositivi pervasivi, tra ansie da notifica e algoritmi dispotici, scrivendo testi per agenzie su ordinazione, espropriato non solo del suo tempo ma addirittura del proprio corpo, in una fisicità atrofizzata, nella totale assenza di rapporti umani vivificanti e nell’obbedienza a stereotipi ideologici non condivisi: “Languivo segregato / nella reperibilità della rete”. Giustificava la propria stordita abulia con la necessità di mantenersi (“Lo stipendio mi ha dato la scusa / per dimenticare la vita”), adattandosi a sopravvivere in un monolocale, “un cubo grigio” in cui “uno squarcio su un cortile interno / senza visuale” era l’unico “momento di luce”.

La crisi sopraggiunge con un malessere che funziona da campanello d’allarme, a imporgli un totale cambiamento esistenziale. Saluta i colleghi schiavizzati, tagli i fili di computer e stampante “radici morte di rovi” sotto la scrivania, si licenzia e abbandona la “metropoli del dolore”: “cancello chiuso per sempre”.

Lascia, quindi, e va. Raccoglie i pochi risparmi e prende il treno per una destinazione nuova, scegliendo una “terra di gemme, / di lombrichi e di ghiande”, per stabilirsi quasi da nomade in un accampamento tra betulle e ulivi in Molise. “Con mani ancora sporche di tastiera / appoggio la pelle nuda sull’argilla / e dimentico l’asfalto che mi assilla, / l’urgenza di arrivare, / ottenere capitale, / deadline da rispettare”. Opta per un’esistenza orizzontale, vicina al suolo, ai sassi, all’erba, all’acqua del Biferno. Non più al settimo piano di un casamento, ma disteso sotto una tenda da campeggio respira aria libera, pulita, in un querceto silenzioso, animato solo dal fruscio delle foglie, dai trilli degli uccelli che si richiamano tra loro. Capre e volpi gli fanno compagnia, nel villaggio vicino la gente cammina a passi lenti, parla poco, non si affanna nella prevaricazione reciproca. Con fatica il poeta impara a dissodare il terreno, a spaccare la legna, ad accendere fuochi, a raccogliere sterpaglia da ammassare per l’inverno. Scordati i risvegli tra fumi e suoni del traffico, le corse per arrivare in ufficio, la dipendenza dallo smartphone, ora soltanto una bruma leggera e fresca lo invita a iniziare ogni giornata con una più sana consapevolezza di sé e un maggiore rispetto per l’ambiente circostante.

La Deadline di Davide Ricchiuti è Naturale, non rispecchia l’artificiosità mortifera di quella imposta dai ritmi industriali della metropoli. Si definisce invece come ricerca consapevole di armonia interiore, di un tempo e di una parola poetica felicemente ritrovati.

 

«Odissea», 3 aprile 2026

 

 

 

RECENSIONI

PLUTARCO

PLUTARCO, CONTRO L’USO DI MANGIARE CARNE – GARZANTI, MILANO 2026

 

Oggi si discute molto, e giustamente, di diritti degli animali, bistrattati e sfruttati dagli esseri umani per millenni. Riguardo a ciò, la cattiva coscienza della nostra specie ha fatto sì che il dibattito si sia esteso anche all’occorrenza di nutrirsi di carne, riflettendo su quanto tale abitudine sia opportuna e necessaria dal punto di vista morale e salutistico.

Lo storico greco Plutarco di Cheronea (47-127 d.C.) – sacerdote del santuario di Delfi, autore di opere basilari quali Vite parallele e Moralia –, fu tra i massimi sostenitori e divulgatori dell’animalismo e del vegetarismo. Prima di lui Pitagora, Teofrasto ed Empedocle si erano espressi contro l’alimentazione carnivora, al contrario di quanto fecero invece gli stoici, ghiotti consumatori di carne e negatori della sensibilità negli animali. Plutarco nel suo libello giovanile De esu carnium, oggi riproposto da Garzanti con la cura di Alessandro De Blasi, si scaglia risolutamente contro la crudeltà che rende gli animali vittime indifese della violenza e dell’ingordigia degli uomini, usando non solo toni di sincera pietà e di immedesimazione verso le sofferenze di tutte le creature uccise, ma elencando argomenti di indubbia efficacia argomentativa.

Inizialmente si chiede come abbia potuto il primo uomo accostare la bocca al sangue di un essere morto, sopportarne l’odore, “ingerendo fluidi e umori emessi da lacerazioni mortali”, nutrendosi di corpi che poco prima “avevano brucato, articolato suoni, che si erano mosse ed erano dotate di vista”, e tollerando lo spettacolo di “bestie sgozzate, scotennate e macellate”. Una posizione, la sua, dettata soprattutto da un sentimento di benevolenza e compassione verso la vita, in qualsiasi modo essa si manifesti. Gli animali di cui si nutrono i carnivori sono innocenti e intelligenti, belli esteriormente, cantano, volano, si muovono con leggiadria: perché privare loro dell’unica ricchezza che hanno, l’essere vivi?

L’autore trova una possibile giustificazione a tale pratica esclusivamente nella totale penuria di cibo e nella comprovata grave indigenza di un lontano passato, mentre nella Grecia a lui contemporanea la terra offriva qualsivoglia risorsa di nutrimento e bevanda, grazie alla benignità di Demetra e Dioniso: “Non provate vergogna a mischiare i dolci frutti della terra con il sangue e la macellazione?” Solo per le belve feroci uccidere “creature innocue e miti, prive di artigli o zanne con cui mordere” è fonte di sostentamento, per gli esseri umani è invece indice di “voracità, prepotenza e gusto per l’eccesso”. Oltre a ciò, mangiare carne non è conforme alla costituzione del corpo umano, che “non dispone di fauci ricurve o di artigli affilati e neppure di denti aguzzi”, ha dentatura fragile, bocca piccola, stomaco delicato, succhi gastrici deboli: lo riprova il fatto che per cibarsi di carne l’ ammorbidisce, condisce con spezie, arrostisce per renderla più digeribile. La sazietà produce invece pesantezza nel corpo e nello spirito, aumenta la golosità, la prepotenza e il gusto per l’eccesso, così come succede nell’uso sfrenato della sensualità: “Questo perché gli organi di senso si contagiano l’uno con l’altro, reagiscono all’unisono e insieme cedono alla smodatezza, una volta perso il controllo dei propri limiti fisiologici”.

L’appassionata perorazione di Plutarco in favore del vegetarismo si conclude tuttavia proponendo una soluzione di compromesso, nel suggerire un consumo moderato e occasionale della carne a chi non volesse rinunciare a cibarsene: “mangeremo sì la carne, ma per inedia anziché per gola; uccideremo un animale, ma col pianto nel cuore anziché con la violenza o l’istinto di seviziarlo”. Anticipa così le tesi dell’odierno flexitarianismo, dieta nutrizionista che rispettando l’esistenza delle specie animali, riduce il rischio di gravi malattie e ha minore impatto ecologico.

La pubblicazione garzantiana aggiunge al testo principale un originale dialoghetto, forse debitore della satira menippea, in cui viene ironicamente rielaborato l’episodio dell’Odissea laddove Circe tramuta in porci i compagni di Ulisse. Uno di questi maiali contesta all’eroe greco il suo radicato pregiudizio sull’inferiorità degli animali, vantando la loro intelligenza, virtù e capacità di controllo rispetto alla stupidità, cattiveria e indisciplina del genere umano. Così, il più infangato dei mammiferi vince in sapienza e abilità oratoria il più astuto degli eroi classici.

 

«Odissea», 26 settembre 2026

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

SATTA

SALVATORE SATTA, LA VERANDA – ADELPHI, MILANO 1981

Particolari e fortunose sono state le vicende che hanno portato alla pubblicazione del romanzo La veranda, scritto dal giovane avvocato Salvatore Satta da poco dimesso da un sanatorio di Merano, dopo un’inattesa diagnosi di tubercolosi. Presentato al Premio Viareggio del 1928, il libro aveva incontrato il giudizio entusiastico di Marino Moretti, che ebbe a definirlo “la controparte italiana de La montagna incantata di Thomas Mann” per la sua struggente e sensibile finezza. Ma a causa dell’atmosfera malinconica e malata che vi aleggiava, risultò inadatto al pubblico dell’ardente decennio fascista, e non entrò nella rosa dei candidati restando inedito fino al 1981, quando venne recuperato dai familiari dell’autore in una cartella contenente documenti legali, quindi pubblicato nello stesso anno da Adelphi. Salvatore Satta (Nuoro 1902-Roma 1975) è stato un insigne giurista, oltreché docente universitario e Accademico dei Lincei, autore di un monumentale Commentario al codice di procedura civile in sette volumi, di importanti manuali di diritto processuale e di diritto fallimentare, tuttora adottati come libri di testo nelle facoltà di legge. Deve la sua fama di narratore all’iniziativa della moglie, che dopo la sua morte scoprì tra gli appunti processuali il dattiloscritto de Il giorno del giudizio, possente saga familiare ambientata nel nuorese. Pubblicato postumo nel 1977 dalla casa editrice Cedam e inizialmente ignorato, il romanzo diventò un caso letterario dopo l’edizione adelphiana del 1979, tradotto in venti lingue e lodato addirittura da George Steiner sul New Yorker come “uno dei capolavori della solitudine e della letteratura moderna”.

La veranda, scritto quarant’anni prima, ha la struttura monologante e riflessiva di una sofferta confessione personale, più che dell’affresco sociale del celebrato capolavoro. Ma già ne preannuncia il valore, con l’eleganza pacata dello stile e con l’acuta descrizione psicologica dei personaggi e degli ambienti in cui si muovono. Il sanatorio si presenta qui come un microcosmo di figure e storie individuali che si intrecciano a quelle del protagonista, l’avvocatino compito e silenzioso che osserva partecipe i caratteri e i comportamenti degli altri malati, condividendone dolori, paure, rabbie. Intorno a lui un campionario di infermi perlopiù di estrazione popolare, aggrappati tenacemente alla vita e terrorizzati dall’incipienza della fine, che trascorrono le giornate sulla veranda del sanatorio sdraiati su scomode sdraio, coperti dalla testa ai piedi per difendersi dal gelo dell’aria risanatrice, confrontando tra loro in maniera ossessiva le linee di febbre, l’aumento o il calo del peso, pallore e rossore del viso, consistenza e frequenza dei colpi di tosse. Non si chiamano per nome ma indicando la città di provenienza (Como, Pavia, Verona, Vigevano…), con una volontà di spersonalizzazione meno coinvolgente di ogni precario rapporto d’amicizia. Per lo stesso motivo utilizzano un vocabolario sarcastico nel definire con minore sofferenza la malattia e ciò che la riguarda: la tubercolosi è “tuba”, il termometro “pipa”, gli sbocchi di sangue “garibaldini”, la sputacchiera “bomboniera”. Modi per esorcizzare il timore della fine e rafforzare l’istinto di conservazione.

Ai degenti viene raccomandato silenzio e riposo, ma improvvisi scoppiano violenti alterchi, bestemmie, risa sguaiate, scherni contro i più deboli. Al punto che uno di loro, chiamato ironicamente Baccalà, si uccide gettandosi dalla finestra, mentre altri tentano di difendersi dalle cattiverie reciproche isolandosi nel mutismo, come il protagonista narrante, riservato e immerso nella riflessione o nella lettura: anche lui sbeffeggiato col soprannome di “mummia”.

All’esterno del sanatorio si improvvisano piccoli commerci di cianfrusaglie e prodotti agricoli, stazionano mendicanti e ladruncoli e una prostituta accoglie i pazienti scappati di notte dalle loro stanze. L’imposta castità rende infatti i due reparti maschili e femminili tormentati da desideri sessuali, evidenti nelle rare occasioni di promiscuità: la notte di Natale o la messa della domenica, quando qualsiasi tentativo di approccio è comunque destinato a rimanere insoddisfatto. Ma l’attenzione di Salvatore Satta verso l’universo che si trova fuori dal perimetro ospedaliero, nel mondo dei sani e della bellezza, si conserva pura e non toccata dal male, come si evidenzia dalle delicate descrizioni della natura osservata con nostalgia dal luogo di costrizione: ““La terra era senza meriggio, e il cielo covava nelle nubi basse l’imminente letargo”, “Qualche foglia si staccava con dolore dagli alberi del viale davanti. Sperava ancora un poco, librandosi nell’aria. Poi, scendeva a ingrossare la misera pompa del tappeto autunnale”, “Gli alberi, accanto, hanno anch’essi un loro nimbo di polvere e d’oro, che fa senza tremito le vene chiare dei rami: e per tutto, il crepuscolo scioglie, col lento calar d’un sipario, le sue cortine, che non un velo fende, non un grido conturba”.

All’interno della casa di cura si muovono figure particolari, di cui l’autore segnala con affettuosa partecipazione la sensibilità messa a dura prova dall’ambiente sfregiato dalla sofferenza. Ci sono dunque il giovane cappellano mosso da un esaltato missionarismo, un poveraccio chiamato Melanzana relegato da trent’anni in uno scantinato a distribuire favori d’ogni genere ai pazienti, l’angelica suor Paola pronta a soccorrere con “incomprensibile amore” anche gli inamabili. E poi “la bionda signora del n.12” di cui il giovane avvocato si invaghisce, nell’infittirsi di un rapporto platonico fatto di sguardi e di attese, di piccoli omaggi scambiati con la complicità del personale, nella speranza di una guarigione che possa rendere possibile un’unione futura. A cui entrambi ragionevolmente e malinconicamente poi rinunciano, nell’unico incontro prima della dimissione di lui, infine guarito.

Il romanzo si chiude con il ritorno dell’autore alla realtà di un’esistenza avvertita ormai come estranea, in una Milano grigia, umida, indifferente, e il suo nuovo stato di resuscitato (“Sono solo, sono sveglio, sono vivo”) viene oltraggiato da un’automobile che lo sfiora inzaccherandolo di fango, mentre cammina sotto la pioggia.

 

«Gli Stati Generali», 24 settembre 2026

 

 

 

 

 

Artrosi: la terapia

 

RECENSIONI

DI NICOLA-FIORUCCI

AMEDEO DI NICOLA-PAOLO FIORUCCI, QUANDO NEI PAESI CHIUDONO I BAR

NEO,CASTELDISANGRO 2026.

 

Amedeo Di Nicola e Paolo Fiorucci, entrambi abruzzesi (il primo giornalista e operatore culturale, il secondo libraio e cantastorie-poeta) hanno pubblicato presso l’editore Neo un volume a due mani che raccoglie i rispettivi contributi in prosa e in versi. Con la postfazione di Sandro Cordeschi e i disegni di Alessandra Dalessandro, Quando nei paesi chiudono i bar è un libro di testimonianza sentimentale, una sorta di “come eravamo”, un amarcord nostalgico e insieme amaro riguardante la desertificazione ambientale e sociale dei paesi montani. Torre Mozza è il nome fantastico attribuito dagli autori a un luogo incastrato sulle montagne dell’Abruzzo, simile ad altri piccoli territori in via di estinzione.

Le nostre “aree interne”, i nostri “borghi” – come si preferisce definirli oggi – riprendono vita in estate, con i turisti che li popolano desiderosi di respirare aria buona, e con i festival letterari e musicali, le rassegne cinematografiche sulle zone rurali: ma all’arrivo dell’autunno tornano alla solitudine e al silenzio che li inchiodano a un destino vedovile in attesa dei freddi più impietosi, della prime nevicate, quando si chiudono porte e finestre, e i rari centri di ritrovo. I bar, in primo luogo, come quello raccontato da Di Nicola e Fiorucci, in cui il proprietario Ettore si rassegna alla presenza fedele di avventori anziani, “paladini dell’immobilità”, che giocano a briscola e tresette litigando e bevendo qualche bicchiere di vino, fieri dei loro soprannomi: Padreterno, Brigante, Senzapensieri e Cantalamessa.

E poi l’unica piazza del paese, da cui sono sparite l’edicola e la cabina telefonica; la chiesa ormai poco frequentata; il cimitero visitato solamente nel mese dedicato ai defunti; il negozio degli alimentari; l’ufficio postale dove ritirare la pensione o l’assegno sociale. Alla desolazione dell’abbandono collettivo si oppone la vitalità tenace e misteriosa dei boschi, con le conifere e i ginepri, i muschi e i funghi, attraversati da lepri, caprioli, cinghiali e qualche magro lupo.

Come spiega Amedeo Di Nicola nel primo dei suoi racconti: “Nei piccoli paesi è quasi sempre autunno… perché i paesi amano le stagioni dell’attesa, perché tutto in fondo vi si aspetta; si aspetta la corriera come poteva accadere a inizio secolo, si attende l’arrivo del pane, la posta, il latte, il tempo della fine che non arriva mai. Il paese non ha battiti agitati, complessi, il cuore pulsa a ritmo lento e costante, aspettando, si eccita un po’ all’arrivo dell’estate, ma in fondo in fondo si tratta di un inganno breve, che si assopisce al tramonto”.

Gli fa eco Paolo Fiorucci nelle sue poesie per lo più in quartine: “Nel paese vecchio le porte aperte / filtrano luce e vento sulla scena: / i letti di polvere e coperte / i piatti sporchi dell’ultima cena; “Quando nei paesi chiudono i bar muoiono pure le piazze / resta solo lo scemo del villaggio”; “siamo qui per ballare coi lupi / diventare orsi / per conoscere questa frontiera / prima che scompaia”, “i cartelli sbiaditi segnalano mucche

/ pericolo incendi tornanti caprioli / bambini all’uscita di scuole in disuso”.

Anche il poeta è solo, guardiano disilluso che cataloga “segnali da un mondo lontanissimo”: “Come quando gridano i pini / a forza di vento / con un rumore di vele e silenzi / così certi giorni io”; “Ho quattro euro sul conto / circa dieci nelle tasche / e non c’è nulla di poetico in tutto ciò”.

Amedeo Di Nicola, narratore, si sofferma più distesamente a scandagliare memorie, a scolpire facce e vicende personali dei tanti che se ne sono andati a cercare lavoro in pianura o addirittura oltreoceano, e di chi invece è rimasto, con rassegnazione e rimpianto per non aver saputo osare. Eccoli, gli abitanti di Torre Mozza che hanno lasciato traccia di sé nella memoria del paese. Nìbbele, “l’ultimo pastore solitario dell’altipiano, erede di una civiltà contadina sparita in nome del progresso”, la maestra Lucia che ha aspettato per tutta la vita il ritorno del fidanzato, Marino innamorato di una giovane turista disinibita, i ragazzi depositati presso i nonni nei mesi estivi per evitare le tentazioni urbane, un padrone di casa bonario e paziente che non perseguita l’inquilino moroso. Perché i tempi e i modi, i pensieri e le azioni scorrono nei villaggi montani con una lentezza e un’attenzione al dentro e al fuori ormai sconosciuti, quando non addirittura scherniti, nelle nostre grandi città, dove prevalgono fretta e prevaricazione, frenesia di successo e ansia di accaparramento. In questi borghi invece “c’è odore di legna, di minestre e di caffè bruciato sul fornello, e l’aria sa di silenzi familiari che nessuno osa spezzare”.

Di Nicola e Fiorucci hanno voluto nel loro libro rievocare queste atmosfere, umane e ambientali, con l’intento di preservarle e di farne oggetto di rispetto e gratitudine, da parte di chi le ha dimenticate e non se ne cura, svilendole nel disinteresse o in un esecrabile sfruttamento.

 

«SoloLibri», 18 settembre 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

KAVAFIS

KONSTANTINOS KAVAFIS, TUTTE LE POESIE – DONZELLI, ROMA 2019

“E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico. / Non sciuparla portandola in giro / in balìa del quotidiano / gioco balordo degli incontri / e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea” (Per quanto sta in te). Si tratta di una notissima poesia di Konstantinos Kavafis, che in genere tendeva a scrivere composizioni culturalmente più complesse e formalmente estese, ricche di metafore ma scarne di aggettivazione e quasi prive di rime, utilizzando il metro giambico di ascendenza classica: una scrittura colta, la sua, con forti richiami etici e riferimenti storici o filosofici.

Konstantinos Kavafis, uno dei massimi poeti europei del Novecento, nacque e morì ad Alessandria d’Egitto (1863-1933), figlio di genitori greci che per un periodo si erano trasferiti in Inghilterra, dove anch’egli visse per un breve periodo dell’infanzia. Rientrato in Egitto nel 1877, ne fu nuovamente allontanato durante la guerra contro gli inglesi, trasferendosi con la famiglia a Costantinopoli, presso parenti originari della locale comunità greca. Nel 1885 fece ritorno ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita, fatta eccezione per brevi viaggi all’estero. Poco più che ventenne, iniziò a lavorare dapprima come giornalista, per essere poi assunto come impiegato presso il Ministero dei Lavori Pubblici egiziano gestito dagli inglesi, impiego che mantenne con lusinghiero successo per trent’anni. Durante questi decenni, funestati da una serie di lutti familiari e di amici intimi, compose il suo opus letterario di 154 poesie pubblicate in vita, più un altro centinaio di composizioni inedite o incomplete, che spaziavano tra ispirazione sensuale, argomentazioni morali e rievocazioni del passato classico greco. Scarsi furono i riconoscimenti ottenuti in patria, a causa di uno stile nettamente lontano dalla contemporaneità: solo nel 1926 lo stato greco lo onorò conferendogli la medaglia d’argento dell’Ordine della Fenice. Morì di cancro alla laringe il 29 aprile 1933, a settant’anni. Dalla sua morte, la reputazione di Kavafis crebbe costantemente a livello internazionale, anche per la stima reputatagli da famosi scrittori come E.M. Forster, A.J. Toynbee e T.S. Eliot.

La tematica omoerotica affrontata da Kavafis in numerose liriche viene elaborata con estrema emotività, in genere attraverso un riferimento esplicito a esperienze personali del passato, memorizzate con nostalgia e rimpianto, e trasfigurate da un desiderio ancora vivo: “Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti, / l’amore che volevo – me l’hanno detto i tuoi occhi / stanchi e ambigui – tu l’avevi da darmi. / I nostri corpi si avvertirono e si cercarono, / il sangue e la pelle intuirono. / Ma noi, turbati, ci eclissammo” (Sulle scale). Gli incontri descritti, vissuti spesso segretamente, si svolgono talvolta nell’arco di una sola notte, e in ambienti squallidi, resi tuttavia nobili e indimenticabili dalla bellezza dei giovani corpi amati: “La camera era povera e triviale, / nascosta sull’equivoca taverna. / Dalla finestra si vedeva il vicolo / sudicio e angusto. Dabbasso / provenivano voci di operai / che giocavano a carte e facevano baldoria. // E lì, sull’infimo e sordido giaciglio, / ebbi il corpo d’amore, ebbi le labbra / sensuali e rosate dell’ebbrezza – / rosate di una tale ebbrezza, che anche adesso / che scrivo, dopo tanti anni!, / nella mia casa solitaria, m’ubriaco ancora” (Una notte).

Oltre a tali temi, scarsamente affrontati all’epoca, Kavafis celebrava nei suoi versi personaggi ed episodi illustri della storia e della letteratura greca, preferibilmente dell’epoca ellenistica e bizantina o comunque di periodi caratterizzati da sconfitte politiche e dal declino di un passato prestigioso, attraverso il filtro offerto dall’idealizzazione della sua città di Alessandria d’Egitto, amata nei quartieri popolari e nei traffici commerciali, nella vivacità degli scambi umani e linguistici, ma assediata dal decadimento culturale e urbanistico del ’900. Le due poesie di carattere storico-mitologico più famose, Itaca e Aspettando i barbari, indicano una precisa volontà demitizzante e antiretorica riguardo al soggetto abusato del ritorno di Ulisse e all’attendismo codardo suscitato dalla paura delle invasioni: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / prega che il cammino sia lungo, / pieno di peripezie, pieno di conoscenze […] / Prega che sia lungo il cammino. / Che ci siano molte mattine d’estate, / nelle quali – con che gratitudine, con che gioia – / entrerai in porti mai visti prima […] / Ma non forzare in nulla il viaggio. / Meglio è che duri molti anni / e che infine da vecchio approdi nell’isola, / ricco di ciò che hai acquistato nel viaggio, / senza attenderti che Itaca ti dia ricchezze. / Itaca ti ha dato il bel viaggio. / Senza di lei non ti saresti mai messo in cammino. / Ma non ha più nulla da darti” (Itaca); “Perché aspettiamo riuniti nell’agorà? / È che oggi arriveranno i barbari. […] / Perché oggi arriveranno i barbari. / Perché i Senatori dovrebbero più promulgare leggi? / Quando verranno, le leggi le faranno i barbari. / […] si è fatta notte e i barbari non sono venuti. / E della gente è arrivata dal confine / e ha detto che non ci sono più barbari. / E adesso che sarà di noi senza barbari? / Costoro in qualche modo erano una soluzione” (Aspettando i barbari).

Infine, nelle poesie di impianto filosofico, Konstantinos Kavafis si misura con argomenti di grande rilevanza etica, come la fedeltà ai propri doveri, la difesa della dignità umana, l’importanza di lottare contro ogni tipo di corruzione: “Onore a quelli che nella loro vita / decisero di presidiare le Termopili./ Mai mancando al dovere: /giusti e retti in tutte le loro azioni, / ma con pietà, e con misericordia: / valorosi se ricchi, e se poveri / non certo meno arditi, / danno il loro contributo, per quel che possono: / dicendo sempre il vero, senza odio / nei confronti dei mentitori. // E ancora più onore gli è dovuto / se prevedono (e molti lo prevedono) / che alla fine arriverà Efialte / e i persiani, alla fine, passeranno” (Termopili); “Senza riguardo, pudore, compassione / mi han costruito alte mura tutt’intorno. // E ora sto qui seduto a disperarmi. / Non penso ad altro: mi rode questa sorte; / perché avevo da fare molte cose fuori. / Mentre le costruivano, come non mi accorsi? // Non udii mai strepiti e voci di muratori. /Inavvertitamente mi hanno escluso dal mondo” (Mura).

 

«Gli Stati Generali», 14 settembre 2026

 

 

 

RECENSIONI

HIGHSMITH

PATRICIA HIGHSMITH, UN LUNGO CAMMINO DALL’INFERNO

CASAGRANDE, BELLINZONA 2026

Le edizioni ticinesi Casagrande hanno recentemente recuperato un racconto della grande giallista statunitense Patricia Highsmith (Fort Worth 1921- Aurigeno 1995), scritto nel 1988 su richiesta del settimanale francese «Nouvel Observateur», e poi pubblicato in italiano da un giornale locale, per venire negli anni successivi del tutto dimenticato. Un lungo cammino dall’inferno era stato definito dall’autrice “un racconto dal vecchio Ticino”, territorio da lei ben conosciuto in quanto vi si era trasferita nel 1963, conducendovi un’esistenza ritirata, dedita alla scrittura, alla falegnameria e ai lavori nell’orto, ma tributando sempre grande attenzione alla vita provinciale che si svolgeva intorno, commentata con pungente ironia in molte lettere e nei suoi diari.

La Highsmith, nota per i suoi thriller psicologici da cui sono stati tratti più di 24 adattamenti cinematografici, tra cui Sconosciuti in treno e la serie dedicata a Tom Ripley, ha scritto anche moltissimi racconti e testi per l’infanzia. Forse anche a causa delle tematiche forti e talvolta disturbanti, la scrittrice è stata più apprezzata dalla critica europea che non da quella americana. Il racconto in questione è ambientato a metà ottocento in un paesino delle vallate ticinesi, Riato, sulla sponda destra della Vallemaggia, in cui l’estrema povertà spingeva gli abitanti a emigrare perlopiù in America. Vi si coltivano castagni, mais, segale; si allevavano galline, capre, pecore, qualche maiale. “Era, è un paese di montagne che sbarrano il sole, un paese di affioramenti granitici, di alberi abbarbicati sui fianchi di colline scoscese che pure crescono dritti… L’unico che sapeva davvero leggere e scrivere era il prete. Il prete fungeva, in modo non ufficiale, da giudice, da psichiatra, da paciere, placava gli animi nelle liti tra vicini, sposava i giovani, diceva bene dei morti che venivano sepolti dietro la chiesa del paese”.

Proprio il parroco, Don Nicola, riveste una funzione centrale nello svolgersi delle vicende narrate, perché in contrasto morale ed economico con uno degli abitanti, Luigi Barta, sposato con Maria e padre di nove figli. Luigi era proprietario di un piccolo vigneto adiacente alla propria casa, e confinante con una striscia di terra da poco donata alla canonica da un compaesano per la costruzione di un nuovo cimitero. Opponendo al parroco il suo deciso rifiuto alla cessione del terreno, il povero contadino si ritrova ad essere scomunicato senza possibilità di replica. Intimorito, cerca di ottenere la solidarietà di parenti e vicini di casa, ma si vede improvvisamente rifiutato dal tutta la comunità di Riato.  “Luigi si rese conto di essere diventato un uomo malvagio abitato dal demonio, destinato, da morto, ad andare all’inferno e ad agonizzare fra i tormenti. E per quanto tempo? In eterno!”

Viene quindi consigliato dal vecchio maestro del villaggio a rivolgersi al Vescovo di Lugano per un consiglio e una benedizione. Inizia pertanto il fortunoso tragitto a piedi di Luigi verso il capoluogo conosciuto solo di nome, attraverso l’intera regione: Locarno, Bellinzona e il valico di Monte Ceneri, mendicando cibo e acqua nei casolari sparsi, dormendo nei fienili, con scarpe e calze a pezzi e i piedi piagati. Giunto nel Palazzo vescovile dopo due giorni, l’alto prelato gli consiglia di riappacificarsi con Don Nicola e lo assolve dal peccato di ribellione, liberandolo dalla scomunica.

L’apologo delineato da Patricia Highsmith recupera forse qualche eco del capolavoro di Joseph von Eichendorff del 1826 Vita di un perdigiorno, sebbene sia molto diverso lo stato d’animo dei due protagonisti: ilare e solare quello del giovane  vagabondo, contrito e spaventato quello di Luigi Barta. Il quale, tornato al paese, viene addirittura celebrato come un eroe o un martire, nonostante l’evidente ingiustizia legale patita: “Da allora, e fino alla fine dei suoi giorni, Luigi non solo fu l’unico uomo di Riato ad aver visto Lugano, ma il fatto che ci fosse andato a piedi elevava la sua avventura al sovrannaturale. Curiosamente, la sua impresa veniva considerata alla stregua del volo, quasi un’ascensione”.

Il libricino edito da Casagrande è arricchito da sette xilografie di Giovanni Bianconi, da un ricco repertorio di note e da una interessante postfazione di Daniele Cuffaro (“Val Maggia, my valley” Patricia Highsmith e il Ticino), che ripercorre l’intenso rapporto intercorso tra la giallista americana e il cantone svizzero, con testimonianze dirette di chi allora l’aveva frequentata e con la trascrizione di brani in inglese tratti dal suo epistolario.

 

«SoloLibri», 7 settembre 2026

 

 

RECENSIONI

ARPINO

GIOVANNI ARPINO, RANDAGIO È L’EROE – MINIMUM FAX, ROMA 2022

Il romanzo Randagio è l’eroe di Giovanni Arpino (Pola 1927-Torino 1987) inaugurava nel 1972 la trilogia “fantastica” dell’autore torinese, lontana dal realismo delle più note prove narrative precedenti, e orientata verso ambientazioni picaresche animate da personaggi ai margini della società, malinconici e privi di malizia, nutriti da qualche speranza alternativa alla spietata concretezza del mondo contemporaneo.

Già il titolo, con l’attributo posto in posizione straniante rispetto alla consuetudine prosaica, quasi fosse un verso di poesia, sottolinea l’inquieta erranza dell’eroe di cui si parla, la sua bizzarra indisciplina. Un eroe randagio sarà sempre fuori luogo, non allineato, imprevedibile e ribelle. Così infatti è Giuan, omone dai gesti lenti e meditati, pittore di tele contraffatte destinate ai mercatini, ossessionato dal Cenacolo di Leonardo che riproduce maniacalmente, affascinato dalla bellezza e dalla bontà ovunque si manifestino: nella natura, nell’arte, nella Divina Commedia e nella Bibbia che conosce a memoria. Giuan ha una moglie, grossa e grassa come lui, di nome Olona, ma affettuosamente chiamata Topa o Salama, abilissima nel cucinare gnocchi, frittate, coniglio in umido, e sempre in tenera adorazione del suo uomo: King Kong, Montagna, Carnera. I due si amano con tenerezza e reciproca affettuosa indulgenza verso i propri corpi disfatti, sudati, molli, e nel loro abbandonarsi al sesso esiste tenera dedizione, con qualche compatita ironia.

Giuan e Olona all’alba inforcano le loro biciclette e con pennelli e vernice pedalano in una Milano ancora addormentata per cancellare o correggere i graffiti d’odio incisi sui muri, trasformandoli in messaggi d’amore. La loro è una missione di civiltà, di pulizia ecologica, di compassione verso chi è privo di potere e di futuro: sognano di liberare gli animali dello zoo, di piantare alberi negli ospizi, di convertire attraverso il gesto e la parola chi conosce solo violenza, sporcizia e paura. Interpreti ingenui e puri “di un’anarchia non violenta”, come scrive nella postfazione al libro Remo Rapino, Giuan e Olona osservano sgomenti e furiosi il degrado a cui sembra arrendersi la città, con abitanti depressi ingabbiati in grigi condomini, senza più gatti per le strade e bambini che giocano nei cortili, cui è stata rubata anche la gentilezza. “Io vedo un’umanità di paralitici neppur capaci di scappare alle disgrazie che gli piovono in testa. Disgrazie stupide come loro, non disastri o epidemie. Tu guardi ancora le facce della gente? Per strada, nelle fotografie. E ti sembrano da chiamarsi facce? Stracci, pentole bucate, macchie d’inchiostro, gelatine sputate. Questo sono. E occhi che hanno paura di essere fissati”.

Cos’è diventata la Milano di Giuan e Olona? “Una città dove nulla manca e nulla vince, dov’è condanna al debole, maleficio a chi ama, pazzia a chi cerca saggezza, dimenticanza e miseria su chi è caduto, tempeste d’orrori per la creatura precipitata in solitudine, sopruso a chi sa vedere, delirio a chi saprebbe ascoltare, bocche vomitanti scorpioni e serpenti contro coloro che sospirano affetti, lingue piene di vento a confondere gli educati silenzi, ingordigia di carni che si divorano, cuori sepolti in fosse d’oro, un vaneggiante ridere contro la morte”.

Marito e moglie hanno un unico amico, Frank, vecchio e ossuto tipografo non più in attività, che ha trasformato il suo laboratorio in un canile per bestie abbandonate: con lui scambiano parole ormai più rassegnate che rabbiose, ciondolano per la città torrida e vuota d’estate, vanno a bagnarsi in un fiume melmoso di campagna, o a bere un bicchiere di vino tra i pensionati del Mio Bar, locale periferico che tanto ricorda quelli cantati da Gaber. Loro tre, missionari di un’utopia irrealizzabile, sognano un miracolo che riscatti l’infelicità comune a quasi tutti: “Tutto aspetta qualcosa e qualcosa aspetta noi”, “perché non si può entrare e uscire dal mondo in questo modo. Lasciando nessun segno. Come milioni di altri poveretti”. Giuan cita a memoria Isaia, i Salmi, il Vangelo di Matteo, pur nel suo credo eretico di saldo bestemmiatore. Scappa di casa di notte, si nasconde tra gli zingari e i baraccati, cerca di convertire streghe, puttane e monsignori, ma poi si arrende. “E così mi metto fuori dal mondo e fuori di ogni chiesa, il credere mio è soltanto mio e mi schiaccia”. Muore infine, accarezzato sulla fronte e sulle mani enormi dalla sua Olona, che così infine lo saluta: “Sapeva che il suo vecchio cane Giuan c’era. Dalla prima nuvola in cielo all’ultimo granello di sabbia, lui c’era. E in ogni rumore della città, in ogni sgranare di minuti e di orari, in ogni silenzio del loro fiume lontano, in ogni lamento d’uomini affamati perduti vinti e però invincibili, subito, se avessero capito”.

Giovanni Arpino ha saputo regalarci, più di cinquant’anni fa, un apologo laico e insieme religioso, di una innocenza quasi francescana, in uno stile elegante ma inventivo e ancora assolutamente moderno, che riflette la stessa delicatezza riservata ai suoi eroici protagonisti randagi.

 

«Gli Stati Generali», 4 settembre 2026

RECENSIONI

MARIN

BIAGIO MARIN, POESIE – GARZANTI, MILANO 2017

Fu poeta di mare, Biagio Marin (Grado 1891-1985), e nello specifico del suo mare gradese, cantato in una lingua che oltrepassa il folclorismo bozzettistico e retorico del dialetto locale, per innalzarsi a una dimensione più ariosa, grazie alla fluida musicalità delle rime e del prevalere di vocali aperte. “El vento za se placa / e la risaca / ariva in saca / ma lenta e straca. // El can del cuor nol bagia / e la passion la tase / el mar stesso nol ragia: / dal siel cala la pase. // Pase me vogio, granda, / via dei travagi de la tera, / lontan da la bufera / che a pico el bastimento manda”. Anche senza traduzione, il suono cantato di questi versi agisce in maniera cullante, sottolineando come il calare del vento accompagni un sentimento di serenità e “pase”, lontano dagli affanni e dalle tempeste “de la tera”. Marin le aveva ben conosciute, le inquietudini della storia, legate ai dolori e alle difficoltà familiari, e proprio nel consolante riparo del suo paese e nello sciacquio delle onde aveva cercato e trovato la sua “pase”: “Me son contento d’êsse nato / de longo tenpo d’êsse su la tera, / dopo tanto dolor e tanta guera / son incora beato”. Figlio di un oste, presto orfano di madre e allevato dalla nonna paterna, aveva studiato a Gorizia e poi in Istria, allora sotto l’Impero Asburgico. Ventenne si era trasferito a Firenze, frequentando l’ambiente letterario della “Voce” di Prezzolini, tra scrittori giuliani come lui (Slataper, Stuparich, Saba, Giotti) e altri importanti intellettuali dell’epoca. Sposato con Pina Marini da cui ebbe quattro figli, al termine della guerra che lo aveva visto arruolarsi nonostante fosse malato di tubercolosi, si era laureato a Roma in filosofia, e in seguito aveva ottenuto vari incarichi scolastici e amministrativi in tutto il Friuli Venezia Giulia. Nel 1968 si era stabilito nuovamente a Grado, dove rimase fino alla morte. Nella sua esistenza aveva conosciuto miseria e tragedie, come la morte dell’unico figlio maschio in guerra, e il suicidio di un nipote molto amato: ma appunto dalla dedizione quotidiana alla scrittura, nel «diario sterminato» (C. Bo) in cui ogni giorno appuntava i suoi versi, aveva recuperato un’ancora di salvezza: “Màseno versi in ogni ora / comò che fa ’l mulin co’l gran”, “solo musica fasso: in ela vivo”. Musica e poesia, musica nella poesia, semplicemente umana nella sua purezza, costantemente uguale nei decenni quasi a sfiorare la monotonia di temi e forme; eppure, nonostante una sostanziale estraneità da mode e ideologie, partecipe della sofferenza del mondo e della natura proprio nell’adesione meravigliata al miracolo dell’esistenza: “Quanto più moro / presenza / al mondo intermitente / e luse che se spenze, de ponente / tanto più de la vita m’inamoro”, “Mar queto mar calmo / no’ vogie no’ brame / respiro de salmo / tra dossi e tra lame”. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, affermava: «Il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. È come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di “soio” e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo… Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio”.

Numerose furono le raccolte che Biagio Marin pubblicò a partire dal 1912, quasi tutte in lingua gradese: le più note furono Elegie istriane (1963), El mar de l’eterno (1967), I canti de l’isola (1970), La vita xe fiama (1972), In memoria (1978), Nel silenzio più teso (1980), La vose de la sera (1985). Nel 2017 Garzanti gli ha dedicato un volume antologico arricchito da una serie di contributi critici dei maggiori letterati italiani del ’900: Carlo Bo, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Pier Vincenzo Mengaldo, Massimo Cacciari, e dei curatori Edda Serra e Claudio Magris. Secondo quest’ultimo “Il canzoniere di Marin ha la continuità del diario e il respiro dell’eternità: pervaso da un umanissimo senso del sacro e da un’illuminante percezione del cosmo, tocca con limpida e serena naturalezza apici di profondità metafisica”.

Non per finta umilità, perché comunque dotato di cultura vastissima, il poeta giuliano preferiva utilizzare un lessico limitato, immagini reiterate di cieli e distese marine dai colori luminosi, lontane da rumori e raramente abitate da personaggi o scosse da eventi drammatici, con una ingenuità espressiva che non era affettata o compiaciuta, ma volutamente amava mantenersi lontana da ogni sperimentalismo e intellettualismo: “No son sapiente / e sé poche parole: / le sole / che adopera la zente”, “Trasparensa e durata: / questa la gno ilusion, / questa l’aspirassion / che nel cuor se dilata”.

Così aveva spiegato la propria vocazione letteraria: “Dove, quando, come queste liriche si formino, non lo so. Io solo le trascrivo e a volte rapidissimamente, e di rado mi avviene di dover apportare modifiche… La poesia non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perché mi secca svegliarmi, ma altre volte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me”. Questa facilità di composizione, unita all’istintiva adesione sentimentale alla bellezza dell’ambiente, attribuiva alla poesia di Marin un’innocenza in grado di superare i confini spazio-temporali dell’amato paese di Grado, favorendo uno slancio verso l’alto, anche se privo di connotazioni esplicitamente religiose: “dura un atimo el dí / ma xe eterno l’incanto”.

 

«Gli Stati Generali», 14 agosto 2026

 

RECENSIONI

FORLANI

FRANCESCO FORLANI, L’AMICO SPAGNOLO – EXORMA EDIZIONI, ROMA 2025.

Un romanzo anarchico, questo L’amico spagnolo di Francesco Forlani, che intreccia storia e invenzione, cronache di viaggio e verbali di polizia, fotografie e disegni, brani di diario e poesie, appunti scritti a mano e divagazioni letterarie, stili lingue personaggi epoche e luoghi diversi, in un caleidoscopio vivace e ininterrotto di vicende e riflessioni che si susseguono e intersecano, tutte celebranti come valori fondamentali l’ansia di libertà, il desiderio di giustizia e solidarietà sociale, l’amore in ogni declinazione possibile.

Protagonista del racconto è Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere 1853-Roma 1932), scrittore anarchico rivoluzionario, massimo esponente del movimento libertario italiano e del libero pensiero, che a seguito della sua intensa attività sovversiva fu arrestato innumerevoli volte, passò dieci anni in carcere e più di trenta in esilio, ricercato dalla polizia internazionale tra fughe rocambolesche e identità fittizie, peregrinando tra vari paesi europei, dalle Americhe fino alla Patagonia, seminando ovunque amanti e figli, in obbedienza totale al suo spirito svincolato da ogni costrizione e pregiudizio, ma sempre guidato da ideali di emancipazione, uguaglianza sociale e solidarietà universale tra i popoli.

Co-protagonista è Franck, professore precario e intellettuale inquieto, italiano d’origine ma francese di adozione, scrittore e musicista in perenne transito tra Parigi e Saragozza, dove nel liceo in cui insegna riceve l’incarico di studiare le vicende vissute da Malatesta in Aragona tra il 1891 e il 1892, insieme all’amico spagnolo Pedro Esteve e a sua moglie Maria Roda.

Evidente alter ego di Franck è l’autore stesso del romanzo, Francesco Forlani (Caserta 1967), traduttore, performer, agitatore culturale, redattore del blog Nazione Indiana e autore prolifico di narrativa, saggistica e poesia. Campano come Malatesta, vive tra Italia, Francia, Corsica e Spagna, esattamente come la sua creatura letteraria Franck, e i ruoli tra queste tre figure maschili si sovrappongono nella narrazione materialmente e idealmente, nei fatti come nelle aspirazioni: l’autobiografia si rivela tra le pieghe del resoconto cronachistico e storico, in un gioco continuo di identificazione, svelamento e finzione, in cui il trait d’union rimane l’attrazione per il nomadismo e la passione etica e politica per gli ideali di libertà e giustizia.

Se il romanzo si apre su una riunione anarchica clandestina in un appartamento di Londra, in cui Malatesta nel 1895 ha trovato rifugio insieme ad altri compagni, braccato dagli agenti di Scotland Yard che lo chiamano “l’uomo dalle nove vite”, subito dopo sposta il focus su Franck, che a Parigi assiste al rientro in Corsica di Rosa, sua giovane amoureuse con cui forse sperava di ancorare la sua esistenza errabonda a una rassicurante solidità. La domanda che da qui tornerà a riaffiorare tra le pagine del volume riguarda l’impossibilità di far durare un amore senza sentirsene assediati o limitati nella propria indipendenza. Franck ripropone il suo assillo a tutte le amiche che incontra, la barista Iris, la coinquilina Cathy, le colleghe docenti, offrendosi da solo la risposta: “Perché le storie d’amore finiscono?… L’amore smette di respirare quando le anime non ridono più”.

Il trasferimento a Saragozza prelude a un impegno intellettuale e sociale di ben più vasta portata, per lui “chierico vagante” e orgogliosamente “comunista dandy”, quando la ricerca su Malatesta inizia ad assorbirlo totalmente. La narrazione si fa allora corale, con continue digressioni e interventi di personaggi diversi, a seguire le vicende temerarie e coinvolgenti dell’anarchismo europeo di fine ’800, in una regione aragonese esplorata geograficamente e umanamente, tra inevitabili parallelismi con gli eventi e i protagonisti della storia e della cultura italiana (da Bava Beccaris a Mussolini a Berlusconi, da Matilde Serao ad Ada Negri a Guido Ceronetti) e il reverente omaggio al capolavoro ottocentesco del polacco Jan Potocki Manoscritto trovato a Saragozza. I cinque corposi quaderni in cui Franck trascrive i suoi appunti corrispondono ai cinque capitoli che compongono il volume di Francesco Forlani, alternando varie fasi temporali e informazioni molteplici fornitegli dai nuovi amici spagnoli: Jesus, Raoul, Carlos, Noel, Pilar, Alejandro, Clara, Candela… Ognuno a suo modo, insieme alla ricca documentazione recuperata negli archivi, nelle biblioteche e nelle librerie della città, aiuta Franck a ricostruire brandelli di esistenza dell’anarchico campano, con i sodali di lotta, le donne amate (tante! “libere, esposte a tutti e disposte a tutto tranne che a rinunciare ad affermare i propri diritti”). A proposito dei legami sentimentali e sessuali, con leale convinzione Malatesta riteneva che la parola amore prefigurasse la lotta universale di indipendenza e felicità condivisa “con l’umanità perduta e sfruttata, oltraggiata dal potere di pochi”. Propugnatore dell’amore libero, l’anarchico condivideva i propri coerenti principi sia con l’amico tipografo Pedro Esteve sia con le donne frequentate, popolane o nobili che fossero: “Amare tutti è come amare nessuno”, ripeteva. Mentre il suo biografo Franck si professa più vulnerabile rispetto alle ferite lasciategli dall’addio dell’ultima fidanzata, Rosa: “mancando lei manca l’umanità tutta intera”, convinto comunque dell’unico comandamento che si è imposto di seguire: “mourir vivant… per sentirsi vivo, sempre”. Proprio in ossequio a tale imperativo, Franck si imbatte in una presenza femminile coinvolgente nella sua ribelle originalità: la giovane rom Marioara, ricercata dalla polizia per pluriomicidio e minacciata da militanti di estrema destra, in fuga verso la Francia attraverso i Pirenei. Franck la aiuta a scappare, insieme ad altri compagni anarchici, in un avventuroso viaggio irto di pericoli, in cui la generosità dell’amicizia riesce a superare anche le lusinghe di un amore nascente.

Il viaggio, la strada, il perpetuo spostarsi sembra essere il destino di Franck come un secolo prima lo è stato di Errico Malatesta, entrambi uomini fedeli all’utopia di una necessaria liberazione individuale e collettiva dalle trame costrittive del potere, dalle illusioni di successo personale, per rompere la gabbia di convenzioni sociali, di fedi e ideologie costrittive: viandanti senza patria per cui “il cammino si fa andando”, secondo i famosi versi di Antonio Machado.

 

«Gli Stati Generali», 27 luglio 2026

 

 

 

 

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