CREMONTE

WALTER CREMONTE, COSA RESTA – AGUAPLANO, PASSIGNANO 2018

Walter Cremonte (1947), vive a Perugia, dove ha insegnato in un liceo, occupandosi di letteratura e pubblicando diverse raccolte di versi. La sua poesia spazia da temi personali e sentimenti intimi, – raccontati sempre con estrema delicatezza -, a contenuti di maggiore pregnanza. Con il pudore e l’understatement che caratterizza la sua scrittura e la sua intera esistenza, ha scelto di consegnare i propri versi a brevi sillogi distanziate nel tempo. Cosa resta, edito nel 2018, raccoglie componimenti tratti appunto da plaquette uscite tra il 2001 e il 2016, più due testi inediti. Le prime composizioni riferiscono con amarezza fatti di prevaricante violenza sociale: l’emigrazione, le morti sul lavoro, il carcere. Episodi dolorosi che appaiono tuttavia solo sintomi di un disagio esistenziale più profondo ed esteso, in cui l’essere umano è avvertito come vittima di un’ingiustizia universale ingiustificabile e incomprensibile: la labilità e l’inconsistenza del vivere, la condanna a finire nel nulla. Ne è metafora il papavero raccolto nel campo e messo pietosamente in un vaso, pur sapendo che è destinato a sfiorire, curato “come qualcosa che dura”.

Resistenza, potrebbe essere il leitmotiv che caratterizza queste pagine: resistenza al male, all’infelicità, alla superficialità, alla morte. Cremonte lo afferma con convinzione già nella premessa, concordando con l’opinione diffusa che la poesia non serva a niente: “… forse la poesia non serve, ma è. Necessariamente. Forse non serve (non vale) nel grande supermercato del valore di scambio, dove tutto è merce (anche noi), ma serve (vale) per il valore d’uso che ha, o potrebbe avere… Prefigurando così un altro mondo possibile”.

Il dialogo con la poesia attraversa tutta la raccolta, sia nelle dediche esplicite a poeti amici (Scataglini, Ottaviani), sia nelle citazioni di versi di Dante, Leopardi, Penna, Caproni e nelle eleganti traduzioni di classici latini (Orazio, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Marziale). Ma soprattutto sfruttando una sensibilità poetica che travalica la stessa effettiva produzione in versi, e si esprime nella contemplazione della bellezza, nei gesti d’amore trattenuti, in un sorriso “che non si lascia prendere”, in una parola che si smorza sulle labbra per pudore.

Nella mappa geografica puntualmente descritta dall’autore, i rifiuti abbandonati Lungo il Tevere non oscurano il verde incanto dell’erba curva sull’acqua, “i monti azzurrini” sullo sfondo del Trasimeno offrono e negano insieme un significato alla percezione dell’infinito, gli operai di un cimitero celebrano “il loro tempo beato” ridendo incuranti del lutto, un bar chiude sulle illusioni degli avventori, un’autostrada indifferente conduce comunque verso una meta. La luna rimane luminosa nonostante tutto: “Cara luna / perché splendi / così bella / sopra i cumuli / dell’immondizia // così alta, pulita: svelandoti del velo / del cielo / mostri una via d’uscita / forse, ma dove / andiamo, dove / mia cara luna”.

Pur nel contrasto continuo tra bellezza e squallore, gioia e dolore, vita e morte, è comunque lo sguardo stupito e grato di chi scrive a offrire una risposta alle domande eterne sul significato dell’esistere: “Perché il senso / è nel cercare il senso / non nell’averlo trovato”.

La voce sommessa, pudica, del poeta non ha bisogno di esibire i suoi affetti, tantomeno la passione: le basta dire una lunga fedeltà, come quella ai propri morti (il padre Lelio, l’amato figlio Nicola), che continuano a vivere in chi li ricorda: “Potrei dire fumo una sigaretta / o vado sul balcone a guardare / è una bella giornata / perché no // solo che loro non lo / possono fare / non è che ho molto altro da dire”.
Il lettore si sarà già reso conto da queste poche citazioni che Walter Cremonte, anche nel trattare emozioni ed argomenti alti o dolorosi, si serve di un linguaggio colloquiale e umile, di parole consuete e addirittura letterariamente abusate, deciso a evitare qualsiasi ampollosità o preziosismo, smorzando i toni, evitando la retorica. Se parla della compagna di una vita intera, Giovanna, utilizza addirittura una velata ironia: “Ce la facciamo amore / il cielo è così azzurro / così cara la vista al nostro cuore / dell’orto del vicino, del convento / con la campana che accompagna il dolce / vento, non più di tramontana. // Qualche volta (basta non far rumore) / gli accadimenti, gli eventi, il nemico / sonnecchiano un poco / e si respira, dài ce la facciamo”; “Questa è una poesia d’amore / e non puoi farci niente / la devi prendere // è come il tempo / quando il tempo è buono / o quando non è buono // è una poesia d’amore / la devi prendere”.

Il rifiuto dell’assoluto e di una trascendenza mistificatrice, affida a una filosofia della quotidianità l’accettazione tranquilla del reale, testimonianza di un’abitudine che rimane cara e unica per chiunque sappia apprezzarla nella sua nuda verità: “Cosa resta / da fare: / scrivere che la vita è male? // E portare avanti le gambe / una poi l’altra / come alla giostra / ecco che cosa / resta”.

 

© Riproduzione riservata     26 settembre 2022

 

 

 

PALMINI

Giuseppe Palmini, Il personalismo comunitario di Emmanuel Mounier – Nulla Die, Piazza Armerina 2021

Tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, il mio filosofo di riferimento, insieme a Simone Weil e agli esistenzialisti, è stato Emmanuel Mounier. Ho voluto riprendere in considerazione il suo pensiero, per vedere quanto ancora – dopo cinquant’anni – la sua scrittura mi coinvolgesse, intellettualmente ed emotivamente. L’ho fatto seguendo il percorso tracciato da un saggio di Giuseppe Palmini pubblicato lo scorso anno dalle edizioni siciliane Nulla Die. In cinque capitoli, e offrendo una ricca bibliografia, Palmini indaga in che modo la filosofia personalista e comunitaria di Emmanuel Mounier (Grenoble 1905-Parigi 1950) sia suscettibile di attualizzazione, quanto cioè del suo pensiero, sfrondato degli inevitabili arcaismi e dal suo riconosciuto ingenuo volontarismo, possa indicare una via percorribile dalla civiltà occidentale per uscire dalla crisi economica ed etica in cui si dibatte.


Ne
Il personalismo, il filosofo francese affermava: “Di fronte alla crisi, la cui gravità molti si nascondevano, due spiegazioni venivano proposte. I marxisti dicevano: crisi economica classica, crisi di struttura. Intervenite sull’economia, il malato si rimetterà. I moralisti contrapponevano: crisi dell’uomo, crisi dei costumi, crisi dei valori. Cambiate l’uomo e le società guariranno. Noi non eravamo soddisfatti né degli uni né degli altri. Spiritualisti e materialisti ci sembravano partecipi del medesimo errore moderno: quello che, seguendo un discutibile cartesianesimo, separa arbitrariamente il ‘corpo’ dall’ ‘anima’, il pensiero dall’azione, l’homo faber dall’homo sapiens. Da parte nostra affermavamo che la crisi è in pari tempo una crisi economica e una crisi spirituale, una crisi delle strutture e una crisi dell’uomo”.

Dopo una puntuale ricostruzione della biografia e del percorso intellettuale di Mounier (la laurea in filosofia nel 1927 con una tesi su Descartes, lo studio approfondito di Henry Bergson e Charles Péguy, la frequentazione assidua di altri pensatori cattolici come Guitton e Maritain), il volume si sofferma in particolare sulla fondazione nel 1932 della rivista Esprit.

Organo ufficiale delle istanze più innovatrici del movimento cattolico francese, essa propugnava un ritorno allumanesimo cristiano in risposta sia alle tendenze individualistiche del liberalismo borghese sia al totalitarismo comunista, criticando “l’idolatria tirannica delle spiritualità inferiori: esaltazione razzista, passione nazionale, disciplina anonima, devozione allo stato o al leader, salvaguardia di interessi economici”. La rivista auspicava la rinascita di una “comunità di persone”, in opposizione alla società di massa, prospettata sia dall’individualismo liberale sia dal collettivismo: “Ogni regime che, di diritto o di fatto, consideri le persone come oggetti interscambiabili, li irreggimenti o li costringa contro la propria diversificata vocazione, oppure imponga loro questa vocazione, dal di fuori, con la tirannide di un moralismo legale, fonte di conformismo e di ipocrisia, questo regime è da condannare… Tout homme, sans exception, a le droit et le devoir de développer sa personalité”.

Opponendosi sia all’individualismo, che favorisce “il regime dell’anonimato, dell’irresponsabilità e della dispersione, dell’egoismo e della guerra”, sia alla massificazione di una “società senza volto…  spersonalizzata in ognuno dei suoi membri, spersonalizzata come insieme, in cui la massa offre un regime proprio fatto di anarchia mescolato a tirannide, vale a dire la tirannide dell’anonimo che è, fra tutte, la più vessatoria e la meno pietosa”, Mounier caldeggiava l’avvento di una rivoluzione comunitaria, di un nuovo rinascimento: “Rifare il Rinascimento … è doppiamente da rifare se, per essere completo deve essere duplice, e cioè personalista e comunitario”.

La sua analisi dei nascenti totalitarismi fascisti e nazisti negli anni ’30 era lungimirante e impietosa: “Dove nascono i fascismi? Sulle democrazie logore, nel momento in cui la spersonalizzazione e l’anarchia sono tali che ognuno ormai, scoraggiato dal proprio operato quotidiano, aspira al Salvatore che riprenda in mano tutti gli spaventosi problemi irrisolti, tutta la massa decomposta, e compia miracoli”.

In nessun modo velleitaria o disincarnata, la sua proposta di una rinascita sociale si innervava anche su radicali riforme economiche. In Dalla proprietà capitalistica alla proprietà umana (1936) proponeva di recuperare il primato della persona sulle cose, dell’uomo sulla produzione, delle esigenze del lavoratore su quelle del profitto, creando una società autogestita al centro della quale stessero i lavoratori, che assegnasse allo Stato solo una funzione di tutela e di garanzia. A tale profondo rinnovamento erano chiamati soprattutto i credenti: “Per i cristiani in particolare s’impone il dovere della distribuzione dei beni, un dovere di giustizia e di carità che non può essere appagato solo con l’elemosina e la beneficenza”. Queste tesi così estreme procurarono a Esprit l’ostilità delle gerarchie cattoliche e la censura da parte del governo di Vichy. Nel 1942 Mounier fu arrestato per il suo sostegno alla resistenza francese e liberato solo l’anno seguente.

Nelle pubblicazioni posteriori, il filosofo si occupò di pacifismo, anarchismo, esistenzialismo, progresso tecnologico, essenza del cristianesimo, psicologia dei caratteri umani: tutte queste riflessioni confluirono nella stesura del suo libro più noto e importante: Il personalismo, del 1949. Morì di infarto l’anno successivo, minato nella salute sia dalle vicende tormentate che aveva patito, sia dal dolore per l’invalidità cronica di sua figlia Françoise.

Il volume di Giuseppe Palmini articola i capitoli successivi nell’analisi approfondita sia della filosofia del personalismo, che vanta esponenti illustri già dal 1700, sia del progetto morale e sociale davvero avveniristico di Mounier, la cui visione politica indicava come indispensabile garantire a ogni individuo il possesso del “necessario personale”. Convintamente cattolico, innovatore anche nell’interpretazione del messaggio evangelico, riteneva importante armonizzare nella quotidianità l’aspetto carnale con quello spirituale dell’essere umano. Inoltre, rilevando il fondamentale apporto etico e civile dell’arte e della cultura, auspicava lo sviluppo dell’azione didattica nella formazione delle giovani generazioni. La visione acutamente intuitiva e profetica di Emmanuel Mounier nei confronti del mondo e del destino dei singoli, rende la lettura dei suoi scritti dopo tanti anni ancora vitale e coinvolgente.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 22 settembre 2022

 

 

CAPODAGLIO

ENRICO CAPODAGLIO, DANTE CREATURALE – GRAFICHE FIORONI 2021

“La Commedia è un sistema artistico e immaginativo in cui tutto si corrisponde e in cui tutti i conti sulle cose dette tornano, sempre restando all’interno del sistema. Intendo che, come nel sistema geometrico o filosofico, una volta accettati i principi, gli assiomi, le definizioni, tutto il resto consegue in modo coerente di necessità”.

Così afferma il Professor Enrico Capodaglio nel volume Dante creaturale, insistendo sulla logica coesione della complessa architettura del poema, nonostante le frequenti ripetizioni e incoerenze narrative in cui incorre il sommo Poeta. Ma aldilà di questa straordinaria e calibrata forma costruttiva delle tre cantiche, per l’autore del volume risulta originale e audace soprattutto la capacità di un uomo del Trecento di confrontarsi con temi e concetti poco usuali, senz’altro eterodossi nel panorama letterario, filosofico e teologico della cultura a lui coeva.

I primi due saggi sono dedicati infatti alla rappresentazione della figura femminile nella Commedia, il terzo e quarto al francescanesimo dantesco. Che immagine si ricava del ruolo, della sensibilità, del fascino muliebre attraverso le parole di Dante? “Nell’opera poetica tutto ciò che è ‘animico’, spirituale, interiore tende sempre a convertirsi del resto in fisico e in visibile”. Disincarnate eppure pienamente donne sono Francesca, nel V Canto dell’Inferno, e Beatrice nel Paradiso. Esistono ovviamente tante altre figure femminili nel poema: bibliche e mitologiche, caste e lussuriose, fedeli e spergiure, umili e regali, sante e peccatrici.

Tutte incarnano “il conflitto tra amore passionale e cristiano, tra ragione e sentimenti, tra voglia di felicità e necessità di una disciplina ascetica, tra regole matrimoniali, religiose, sociali, e innamoramento, tra libertà poetica e dogma, tra pietà e giustizia divina”. Ma Francesca e Beatrice si stagliano più di ogni altra nella loro nobiltà d’animo, generosità e profondità di sentimenti: appassionata la prima, celestiale la seconda, incastonate in endecasillabi indimenticabili: “questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante”, “dentro a li occhi suoi ardeva un riso / tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo / de la mia gloria e del mio paradiso”.

Enrico Capodaglio si dice convinto che lo spirito di Dante sia più francescano che tomistico, più legato alla vita concreta che a quella intellettuale, vicino al dolore e alla povertà sperimentate nell’esilio piuttosto che alla speculazione teologica. Nel poeta “si manifesta una più ampia coscienza del creato, della rivelazione di Dio nella natura, in ogni sua forma, così come della rilevanza della condotta morale pratica e corporale” rispetto a un’esistenza puramente intellettiva. La vicinanza emotiva di Dante al Santo di Assisi si svela soprattutto nell’interesse verso l’umanità comune, per il mondo delle piante e degli animali (un capitolo del libro è proprio dedicato alla presenza degli animali nella Commedia). Nel canto XI del Paradiso si trova il famoso elogio di Francesco pronunciato da Tommaso, che di lui loda “lo slancio mistico e irrazionale”, la terrestre solidarietà con gli ultimi, i miti, gli indifesi: “ Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti /prendi oramai nel mio parlar diffuso. / La lor concordia e i lor lieti sembianti, / amore e meraviglia e dolce sguardo / facieno esser cagion di pensier santi”. Il dolce sguardo e i pensieri santi di Francesco sono rivolti alle creature più piccole come alla bellezza del cosmo: uguale è in Dante l’amore e l’attenzione verso ciò che è minimo e ciò che è sublime.

Il volume di Enrico Capodaglio è corredato da due incisioni originali di Laura Martellini e Agostino Cartuccia.

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Dante-creaturale-Capodaglio21 settembre 2022

BARICCO

ALESSANDRO BARICCO, LA VIA DELLA NARRAZIONE, FELTRINELLI, MILANO 2022

Il saggio che Alessandro Baricco ha recentemente pubblicato da Feltrinelli, La Via della Narrazione, consiste nella trascrizione, opportunamente rielaborata, di una lezione tenuta alla Scuola Holden nel novembre del 2021, per l’inaugurazione di un seminario dedicato all’arte dell’insegnamento. Di arte, infatti si deve parlare, per ciò che riguarda la funzione maieutica dell’educare, cioè di sviluppare e trasmettere competenze e facoltà intellettuali e culturali, guidando e “tirando fuori” (dal latino e-ducere, estrarre) le potenzialità di un allievo.

Come fondatore nel 1994 della Scuola Holden, deputata appunto a insegnare storytelling e creative writing, Baricco in questo pamphlet si assume il compito di sostenere e difendere obiettivi e programmi, ormai diffusi a livello mondiale, mirati a indirizzare e addestrare i giovani aspiranti scrittori alla tecnica narrativa. Lo fa, nei primi tredici icastici capitoletti iniziali, suggerendo al lettore cosa siano “le storie”, quelle che meritano di essere condivise e raccontate, “tessere del reale… campi di energia” che vibrano “di intensità particolare, anomala”, muovendosi intorno a un’illuminazione iniziale, a uno choc di partenza. Le storie fondamentali della letteratura mondiale ruotano tutte su quattro perni fondamentali: il mistero, la riparazione, il gorgo, la diserzione. Creano, in chi legge o ascolta, interesse, emozione, turbamento, partecipazione. Il magnetismo da cui prendono avvio è più importante dei personaggi in cui successivamente si articolano, traduzione antropomorfa della corrente che le anima.

La storia, per arrivare al lettore, deve essere raccontata, trasformandosi da sfera a linea, da spazio a sequenza temporale: “C’è dunque una riduzione da fare”, che si ottiene attraverso l’espediente tecnico dell’invenzione di una trama. La trama si dispone non solo come successione di eventi, ma anche come rappresentazione di ambienti complessi.

Si può insegnare a narrare? Numerosi affermati romanzieri e poeti insorgono di fronte a quest’ipotesi considerata utopistica se non addirittura truffaldina. Baricco afferma invece, con consapevolezza priva di presunzione: “Sappiamo esattamente dove possiamo intervenire e dove no. Possiamo insegnare a costruire una trama, perché sia mappa completa e geroglifico leggibile. Non possiamo insegnare lo stile, ma possiamo rassicurarlo, difenderlo, farlo crescere. E se non possiamo insegnare ad avere una voce, possiamo insegnare a cantare a quelli che ce l’hanno”.

Tre elementi sono indispensabili alla costruzione di un racconto: storia, trama e stile, per non scadere in una narrazione di puro intrattenimento (senza stile), o in un’esibizione narcisistica (senza trama), o ancora nella saggistica (senza storia). Illusorio aderire alla teoria ingenua e riduttiva esposta dallo sceneggiatore americano Christopher Vogler nel famoso manuale di scrittura Il viaggio dell’eroe del 1992, in cui si indicavano regole e schemi precisi da seguire per ottenere un sicuro successo nel mercato editoriale. “Chi racconta diventa. Non si limita a organizzare il passato ma suscita il futuro”, e scrivendo trasforma la propria esistenza insieme a quella degli altri.

Una scuola di scrittura avvia in maniera professionale alla prassi di un mestiere, ma non solo. “Chi insegna a narrare è chiamato a condividere una clandestinità e a difendere un’insubordinazione, rigenerando quote di libertà, rimuovendo blocchi e paure”, disvelando insomma zone d’ombra della realtà e di sé stesso. Il saggio di Alessandro Baricco si intitola “La Via della Narrazione” echeggiando altri percorsi di conoscenza dell’io, praticati nella maggior parte delle filosofie analitiche e di meditazione trascendentale: “La cura della tecnica, l’attenzione per i dettagli, la fatica della correzione sarebbero allora quel protocollo di cura che è presente in tutte le Vie, dove il più alto traguardo spirituale passa sempre attraverso la riuscita di un gesto della mano, dell’occhio, del corpo”.

Come ci si educa a essere migliori, si può essere educati a scrivere bene, imparando con pazienza, umiltà e costante applicazione le strategie che rendono un testo più efficace.

 

© Riproduzione riservata             «Gli Stati Generali», 19 settembre 2022

 

IL VELO

Sabato, 29 ottobre

 

Da alcuni anni cedo a una tentazione. Non so se sia realmente un peccato, o solo una debolezza. Non ne ho mai parlato a Don Vittorino in confessione, e non ne ho fatto cenno alle mie consorelle.

Di questa mia colpa veniale è al corrente unicamente il Padre, oltre a me: “In ogni luogo sono gli occhi del Signore”, “non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui”. Spero nella sua indulgenza, poiché lui sa, comprende e perdona.

Anche stamattina, terminate le letture e le Lodi, sono uscita nell’orto, e di lì mi sono diretta nel fitto di alberi adiacente, compreso nella recinzione della nostra proprietà.  C’è una radura, chiara nel bosco, come scrive una delle maestre del mio pensiero.  La raggiungo, libera di me e del mondo, vuota nel vuoto.  Il sole tiepido mi aiuta a ripetere l’atto della spoliazione.  Seduta sull’erba, ho tolto il velo dal capo, poggiandolo per terra.

Sono rimasta, per alcuni minuti, a gambe incrociate nella posizione del loto, in omaggio a una tradizione secolare di illuminazione, distacco e rinascita che non appartiene alla mia religione, ma si manifesta comunque come insegnamento dello spirito. Raccolta in me stessa, nutrita dalle linfe del suolo da cui tutti nasciamo.

Poi mi sono distesa, aderendo con l’intero corpo alla superficie erbosa. Senza la cuffia che mi copre le orecchie, senza il panno nero promessa nuziale al mio Sposo, i miei corti e radi capelli bianchi sono rimasti umilmente indifesi, offrendo la nudità della testa all’aria.

Perché nascondere che questo gesto, celato a chiunque, assume per me un significato di libertà, di affrancamento da qualsiasi vincolo, mettendomi in contatto con la mia fisicità di creatura, similmente a tutto ciò che vive e mi respira intorno: insetti, uccelli, lombrichi, foglie, fiori, terreno? Respiro a fondo, guardando il cielo che si apre sul mio guscio mortale, lontano in un’altezza irraggiungibile, eppure così vicino e avvolgente da possedermi come nell’unico amplesso che mi posso permettere.

“Ascolta, figlia”, sono le prime parole della regola di San Benedetto, a cui ho promesso obbedienza. “Apri docilmente il tuo cuore”. Mansueta, sottomessa a una volontà che non è la mia, sciolgo i lacci che mi stringono, e mi pongo in attesa, prestando attenzione al silenzio. “Shemà Israel”.

L’ascolto si fa offerta di me, si fa accoglienza. Mi sento estranea al dubbio, all’opinione, al giudizio: indifferente all’accadere. Sdraiata, aspetto la rivelazione dell’Agnello, nel mio nulla, resa al nulla.

Difficile, dopo, recuperarmi al tempo, rientrando nel tempo. Trascorsa un’ora (o più, o meno: non so dire), mi sono alzata, rivestita del velo sul capo, incamminata verso la casa. Non ho pregato. Forse sono stata pregata da qualcuno.

Avvicinandomi al monastero, ho avvertito la pesantezza della chiusura. Clausura, da clausus. Salda nelle mura che mi difendono, custodita entro argini incrollabili, protetta dal male, tornavo a vivere come Suor Adele, madre superiora.

Alzando gli occhi verso il primo piano, ho visto un’ombra scostarsi dietro l’inferriata del corridoio centrale. Maria mi aveva cercata? Temeva per me? Ho salito i gradini di fretta, sapendo quanto temesse lo stare da sola nelle stanze mute del convento.

Il portone, serrandosi dietro i miei passi, tornava a ripararmi da un esterno sconosciuto e minaccioso: “mia potente salvezza e baluardo”, dice il Salmo.

 

Da Il velo, Tau editrice, 2022

 

ZANNINI

ANDREA ZANNINI, L’ALTRO PASOLINI – MARSILIO, VENEZIA 2022

Un Pier Paolo Pasolini ventitreenne scriveva versi semplici e commossi dedicati a suo fratello Guido, ucciso a Cividale del Friuli il 12 febbraio del 1945 per mano di gappisti italiani e jugoslavi durante l’eccidio di Porzûs: «La libertà, l’Italia / e chissà Dio quale destino disperato / ti voleva / dopo aver vissuto e patito / in questo silenzio. / Quando i traditori nelle Baite / bagnavano di sangue generoso la neve, / “Scappa – ti hanno detto – non tornare lassù” / Ti potevi salvare, / ma tu / non hai lasciato soli / i tuoi compagni a morire / “Scappa torna indietro” / Ti potevi salvare, / ma tu / sei tornato lassù, / camminando. / Tua madre, tuo padre, tuo fratello / lontano / con tutto il tuo passato e la tua vita infinita, / in quel giorno non sapevano / che qualcosa più grande di loro / ti chiamava / col tuo cuore innocente» (Corus in morte di Guido, 1945).

Guidalberto Pasolini, detto Guido, era nato a Belluno il 4 ottobre 1925, tre anni dopo Pier Paolo: terminato il liceo scientifico a Pordenone, appena diciottenne si affiliò alla Brigata Osoppo operativa in Carnia con il nome di Ermes, scelto in ricordo del più caro amico del fratello, morto durante la campagna di Russia. La tragica vicenda di Guido viene raccontata nel libro di Andrea Zannini L’altro Pasolini, pubblicato da Marsilio, con prefazione di Walter Veltroni. La narrazione prende avvio presentando il nucleo familiare dei Pasolini: il padre Carlo Alberto, militare di carriera e fascista convinto, la madre Susanna, maestra friulana, e i due figli, legatissimi tra loro ma profondamente diversi nel carattere e nelle progettualità di vita. “Guido era l’opposto di Pier Paolo: vitalista, esuberante, temerario”, deciso a combattere non solo contro gli invasori nazisti, ma anche contro la slavizzazione della sua regione e l’infiltrazione dell’ideologia comunista, in una visione convintamente patriottica di difesa dell’autonomia italiana. Iscritto al Partito d’Azione, appena diciottenne si impegnò in azioni di propaganda e di sabotaggio nei paesi circostanti Casarsa, dove la sua famiglia risiedeva dal ’43 nella casa dei nonni materni. Più volte fermato dalla guardia civica fascista per insubordinazione, nel maggio del ’44 prese la decisione di darsi alla macchia, aderendo alla Brigata Osoppo. “Rimanere a casa, sotto la sorveglianza ‘continua ed esasperante’ di tedeschi e carabinieri significava mettere a repentaglio la sicurezza non solo sua, ma di tutti coloro che gli stavano vicino”.

Fu accompagnato alla stazione da Pier Paolo, che, più meditativo e troppo attaccato alla madre per abbandonarla, aveva scelto di rimanere al paese, dedicandosi allo studio, alla poesia e all’insegnamento privato: “Non sanno come io sono infinito in me; com’è differente il mio mondo; come a me non importi altro praticamente che la mia poesia e teoricamente il mio infinito”, scriveva in un diario. Guido comunicava con i familiari attraverso sporadiche lettere firmate “Amelia”, fingendo di essere una ragazza a servizio in una famiglia di Gorizia. “Il mio pensiero ritorna per una strana fissazione a Pier Paolo… cosa fa? Perché non mi scrive mai? … Alle volte mi ossessiona l’idea che lui pensi a me con una certa amara ironia: ne rabbrividisco”. Solamente in una missiva datata 27 novembre 1944 scrive direttamente al fratello, confessandogli preoccupato il progressivo deterioramento dei rapporti tra i partigiani delle formazioni Osoppo e Garibaldi: “I comunisti garibaldini hanno intenzione di costituire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia!!!» In queste parole si trova probabilmente la motivazione dell’eccidio del febbraio 1945 nel Friuli orientale in cui Guido trovò la morte: il fatto di sangue più increscioso avvenuto in Italia durante la guerra partigiana.

Le Brigate Osoppo-Friuli erano formazioni partigiane autonome fondate a Udine a fine ’43 da volontari di ispirazione laicasocialista e cattolica, collegati alle formazioni garibaldine comuniste: loro scopo era combattere le forze occupanti tedesche, che avevano sottratto l’intero territorio friulano e giuliano alla Repubblica Sociale Italiana, instaurando un regime di repressione e spoliazione, con la partecipazione di reparti di SS etniche, di cosacchi e di forze repubblicane fasciste.. La situazione politico-militare della zona, al centro di opposti nazionalismi e di secolari rivalità etnico-territoriali, era molto complessa, e i rapporti tra le varie formazioni partigiane sloveno-jugoslave e garibaldine particolarmente conflittuali. Le brigate Osoppo vennero coinvolte nel tragico episodio di Porzûs, dove aveva sede il comando del Gruppo delle Brigate Est della Divisione Osoppo, comandato dal capitano degli alpini Francesco De Gregori, detto “Bolla” (zio trentaquattrenne del noto cantautore romano). Gli osovani, con le loro continue proteste contro le mire nazionalistiche jugoslave e contro la politica di collaborazione garibaldina, suscitarono la reazione delle componenti comuniste del Comitato, che attivarono i gappisti operanti nella zona, incaricandoli di attaccare la sede del comando della Brigata Osoppo. Sul posto vennero quindi inviati un centinaio di gappisti, guidati da Mario Toffanin “Giacca” (uomo fidato di Tito nelle forze comuniste italiane, fortemente ideologizzato ed estremista), che catturò con un trucco “Bolla” ed altri comandanti della Osoppo, e li fucilò subito, sottraendo loro carteggio, armi e provviste. Gli altri partigiani presenti, tra i quali Guido, vennero uccisi successivamente. L’eccidio ebbe rilevanti seguiti giudiziari con un lungo processo, che si concluse con pesanti pene.

Gli ultimi giorni di vita di Guido conobbero momenti avventurosi e drammatici. Fatto prigioniero dai GAP vicino al confine jugoslavo, venne incarcerato ma, sottrattosi alla sorveglianza riuscì a scappare. Raggiunto dagli inseguitori, fu ferito da raffiche di mitra alla spalla e al braccio destro. Sfuggito ancora alla cattura, cercò di dirigersi verso Udine, medicato e rifocillato da contadini della zona; scoperto da due combattenti del Battaglione Ardito, fu fatto sdraiare in una fossa e finito con un colpo di pistola alla testa.

La famiglia Pasolini venne a conoscenza della sua morte solo il 2 maggio; il 20 giugno si svolsero a Udine le esequie pubbliche dei caduti di Porzûs, e il giorno dopo Guido fu tumulato nel cimitero del paese: «Torna tra i suoi portando intatte le sue certe illusioni, la sua bandiera», recitava il necrologio.  Pier Paolo, certo ormai che l’esecuzione del fratello fosse stata ordinata ed eseguita da partigiani jugoslavi e da alleati italiani che intendevano annettere il Friuli alla Jugoslavia (“Gentaglia certo senza chiarezza interiore, senza patria, mossi a combattere dal puro egoismo. Ben differente da te!”, scrisse in una lettera idealmente dedicata a Guido) maturò lentamente, anche sulla scorta delle prime letture di Marx, la sua adesione al Partito Comunista, iniziando a collaborare con la stampa di sinistra. Walter Veltroni così commenta nella prefazione al testo di Zannini: “Il tema che percorre il libro è anche quello del rapporto tra Pasolini e il Pci che proprio attorno agli eventi tragici e violenti di Porzûs e agli anni che immediatamente li seguirono diventa un legame di appartenenza a cui Pier Paolo non mancò mai di restare fedele”. Nell’ottobre del 1949, con atto della Federazione comunista di Pordenone, venne espulso dal PCI “per indegnità morale e politica” in seguito alla scoperta della sua omosessualità. “Malgrado voi, resto e resterò sempre comunista, nel senso più autentico di questa parola”, scrisse a un dirigente comunista friulano. Non fu mai riabilitato dal partito. Trasferitosi con la madre a Roma per sfuggire allo scandalo e alla persecuzione sociale e politica che ne era conseguita, iniziò così la sua prestigiosa carriera letteraria e cinematografica.

In Comizio, una delle poesie de Le ceneri di Gramsci (1954), ancora ricordava con commossa ammirazione Guido: “mio fratello mi sorride,  /   mi è vicino. Ha dolorosa e accesa, // nel sorriso, la luce con cui vide, / oscuro partigiano, non ventenne   /   ancora, come era da decidere // con vera dignità, con furia indenne / d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra / in quei poveri occhi, umiliante e solenne… // Egli chiede pietà, con quel suo modesto, / tremendo sguardo, non per il suo destino, / ma per il nostro… Ed è lui, il troppo onesto, // il troppo puro, che deve andare a capo chino? / Mendicare un po’ di luce per questo / mondo rinato in un oscuro mattino?”

Il volume di Andrea Zannini si conclude con un appassionato commento a un dramma storico in lingua friulana che, ritrovato tra le carte pasoliniane in triplice dattiloscritto datato 1944 e pubblicato solamente nel 1976, sembra una profetica rivisitazione dei fatti di Porzûs, nel suo sovrapporre i due piani del racconto storico e della tragedia familiare. I Turcs tal Friùl racconta la brutale scorreria dei Turchi che nel 1499 assediarono la comunità di Casarsa, trovandosi di fronte alla strenua resistenza del paese, al cui interno la famiglia Colùs vedeva fronteggiarsi nella lotta contro gli invasori due fratelli, il contemplativo Pauli e il ribelle Meni, destinato a soccombere tragicamente. I riferimenti culturali e personali alla storia che aveva dolorosamente coinvolto Pier Paolo e Guido, insieme a tutta la collettività friulana nel conflitto contro i fascisti, gli invasori tedeschi e gli slavi, hanno suscitato in Zannini il sospetto che Pasolini abbia volutamente retrodatare al ’44 la data della composizione del testo teatrale, troppo esplicitamente segnato dalla disperazione vissuta nel maggio del 1945. Solo con un difficile percorso psichico, intellettuale e politico Pier Paolo riuscì a separare la vicenda della morte ingiusta e crudele di Guido dalle ragioni della storia della Resistenza e dalle responsabilità del Partito Comunista cui lui stesso aderiva.  Come scrisse poi nei versi de Le ceneri di Gramsci: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere; / del mio paterno stato traditore / – nel pensiero, in un’ombra di azione – / mi so ad esso attaccato nel calore / degli istinti, dell’estetica passione”.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 13 settembre 2022

 

MAHLER

ALMA MAHLER, GUSTAV MAHLER. RICORDI E LETTERE – IL SAGGIATORE, MILANO 2015

“Ho scritto questo libro molti anni or sono e l’ho fatto per una sola ragione: perché nessuno ha conosciuto Mahler meglio di me e non volevo che il ritmo incalzante della nostra esistenza mi facesse dimenticare esperienze vissute in comune e pensieri di rilievo espressi da Mahler”. Così Alma Mahler in apertura del libro di Ricordi e lettere dedicato al marito Gustav, in una nota del 1939 che ricordava la lunga gestazione del testo, pubblicato solo a fine anni ’50, ma in seguito più volte ristampato perché miniera di informazioni sulla vita del geniale musicista austroungarico. Già nella prefazione, quindi, l’autrice sottolinea l’intento di rendere giustizia alla memoria del suo primo illustre sposo, boicottato in Austria per tutta la vita, ignorato e denigrato come compositore dalla cultura internazionale, sottoposto a censure e ostracismi per motivi ideologici, razziali e politici. Come ebbe a dire lui stesso: “Sono tre volte straniero: come boemo in Austria, come austriaco in Germania, e come ebreo in tutto il mondo. Dappertutto un intruso – in nessun luogo il benvenuto”. Il suo carattere ombroso e suscettibile, la sua maniacale puntigliosità nel lavoro, certo non gli avevano reso facili i rapporti con amici e familiari, colleghi e orchestrali, pubblico e accademia. Anna (Vienna 1879-New York 1964), più giovane di lui di diciannove anni, gli rimase vicina dal 1901 al 1911, anno della morte.

Figlia del pittore E.J. Schindler, Alma era una discreta musicista, allieva di A. von Zemlinsky, legata ai circoli dell’avanguardia artistica austriaca. Dopo la scomparsa di Gustav, sposò prima l’architetto Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, e poi lo scrittore Franz Werfel, ma ispirò anche altri illustri personaggi del mondo dell’arte come Oskar Kokoschka, Gerhart Hauptmann, Alban Berg (che le dedicò il Wozzeck), Richard Strauss, Bruno Walter. Fu una figura di donna affascinante, attivamente partecipe alla vita culturale e artistica mitteleuropea, in un’epoca ricca di inquietudini e trasformazioni, di svelamenti e utopie.

Il suo diario inizia nel novembre del 1901, quando Alma e Gustav si incontrarono durante una cena offerta da amici comuni. “La più bella ragazza di Vienna”, vivace, intelligente, promettente studentessa di composizione al Conservatorio, al cospetto del celebre e temuto direttore d’orchestra, piccolo di statura, goffo nel vestire, rude e sprezzante, così reagiva: “Giovane e noncurante com’ero, né lustro né posizione mi impressionavano e la sola cosa che mi avrebbe resa umile, la sua interiore grandezza, di ciò allora sapevo ancora ben poco. Pure una specie di rispetto, misterioso e mai prima provato, di fronte alla personalità superiore tentava di sovrapporsi alla mia gaia spensieratezza”. Poche settimane di corteggiamento intenso, e subito la personalità dominatrice di lui prevalse sull’ammirata soggezione della giovane donna, al punto da convincerla ad accettare l’ingiusta ed egoistica imposizione di abbandonare gli studi musicali per dedicarsi esclusivamente al futuro marito. “Ho mantenuto la promessa… Ho sepolto allora il mio sogno. Forse è stato meglio così. Mi è stato concesso di rivivere in altre menti più vaste quelle doti creative che possedevo. Però in fondo ha continuato a bruciare in me una ferita che non si è mai completamente rimarginata”.

Con affetto e comprensione Alma ricostruisce l’infanzia e la giovinezza di Mahler, cresciuto in un ambiente modesto economicamente e culturalmente, colpito da numerosi lutti familiari, costretto a studiare lontano da casa, in una Vienna gelida e prevenuta nei riguardi del ragazzo ebreo. L’ostilità della città continuò a manifestarsi verso la coppia in maniera addirittura persecutoria, e Alma nel suo racconto ha modo di vendicarsi contro alcune figure di primo piano della cultura asburgica contemporanea: Richard Strauss, Max Klinger, Hans Pfitzner, Alfredo di Montenuovo.

Duro con la servitù, cui imponeva il riserbo e il silenzio più assoluto, con la moglie e le due bambine, che costringeva a estenuanti passeggiate in montagna e a nuotate nelle acque fredde dei laghi alpini, ossessivo nei rituali quotidiani del risveglio, dei pranzi, dello studio, Mahler si lasciava andare sovente a scoppi di ira, a pianti inconsolabili, a mutismi impenetrabili: “Alle povere bambine non era nemmeno permesso di ridere forte o strillare. Eravamo tutti schiavi del suo lavoro, ma era giusto e lo rifarei”. Egocentrico, nevrotico, o al contrario appassionatamente possessivo e generoso, viveva e costringeva a vivere chi gli stava vicino in una continua e spossante instabilità emotiva. La giovane moglie ne subiva il fascino e la sudditanza, confessando malinconicamente la sua perpetua umiliazione: “Già da ragazza ero timida e poco padrona di me, ma la timidezza era aumentata a fianco di Mahler al punto che, quando mi si rivolgeva la parola, davo le risposte più sciocche e senza senso, perché mi consideravo sempre e dappertutto solo una piccola appendice di Mahler… Assunse la parte del maestro spietatamente rigido e ingiusto. Mi toglieva ogni velleità di godere del mondo, anzi me lo mostrava ripugnante! Cioè, tentava: Denaro – futilità! Vestiti – futilità! Viaggi – futilità! Solo lo spirito! Capisco oggi che aveva paura della mia giovinezza e che voleva rendermi inoffensiva, togliendomi semplicemente tutto ciò che era vivo e di cui non sapeva che farsene. Io ero la ragazzina che si era desiderata e che ora si educava… Di questa mia rinuncia a una vita personale non si accorgeva…Avevo annullato completamente me stessa, il mio essere e la mia volontà…Durante i mesi estivi la sua vita era del tutto spoglia di qualsiasi scoria terrena, quasi disumanamente pura. Nessun desiderio di fama o di grandezza esteriore lo sfiorava mai”.

Una gelosia reciproca e contrapposta angustiava i due sposi: del passato di lui, dell’avvenire di lei. Eppure, con Alma vicina, che lo seguiva nelle prove e nei concerti, suggerendogli anche alcune correzioni agli spartiti, Mahler compose capolavori: sei sinfonie, i “Rückertlieder“, i “Kindertotenlieder“, e “Das Lied von der Erde“, ottenendo allori e contestazioni, trionfi e invidie feroci.

Il resoconto che Alma traccia del loro matrimonio, con tutte le rimozioni, mezze verità e artifici che si possono immaginare, rimane comunque una testimonianza impareggiabile dell’esistenza tormentata, e senz’altro fuori dalla norma, di questa coppia eccezionale. Dalle nozze semi-segrete, alla nascita delle due bambine e alla sofferta morte della primogenita Maria, dalla cronistoria della carriera di direttore d’orchestra e compositore alla “Splendid Isolation” degli anni di più fruttuosa creatività del marito, fino alla malattia cardiaca di lui, al trasferimento in America, alla crisi coniugale del 1910. E infine alla morte, avvenuta il 18 maggio 1911: sembra che l’ultima parola pronunciata da Gustav sia stata “Mozart”, indicativa della passione sovrana che aveva dominato tutta la sua vita.

Il volume tuttavia non si conclude sulle commoventi pagine dell’agonia del musicista, e dello strazio della moglie. La seconda corposa sezione riporta un ricco epistolario, che comprende molte lettere inviate al maestro dalle più importanti personalità dell’epoca (Schönberg, Busoni, Thomas Mann, Cosima Wagner… ), e soprattutto le missive spedite da lui ad Alma, il cui contenuto appassionato, devoto, fedele, supplicante fino al ricatto affettivo, si intuisce già dalle struggenti intestazioni: Carissima, Lux, Adorata, Dilettissima, Mia unica, Respiro della mia vita, Cuor mio carissimo, Amata bambina, Alma, Almschi, Almscherl, Almschilitzilitzilitzili… In uno degli ultimi biglietti scriveva: “Amor mio, mio canto, vieni, esorcizza gli spiriti delle tenebre, mi attanagliano, mi scaraventano a terra. Resta con me, mio sostegno, vieni presto oggi a portarmi sollievo”.

Libro da leggere, magari riascoltando il tema di Alma della Sesta Sinfonia.

 

© Riproduzione riservata                       «Gli Stati Generali», 7 settembre 2022

 

 

 

 

 

HERNANDEZ

MIGUEL HERNANDEZ, LE TRE FERITE – EDIZIONI DELL’ASINO, ROMA 2022

Le romane Edizioni dell’Asino pubblicano, con traduzione e cura di Giovanna Calabrò, Le tre ferite, di Miguel Hernandez (Orihuela 1910-Alicante 1942), voce tra le più rappresentative della lirica spagnola novecentesca, tale da esercitare un’importante influenza sui poeti delle generazioni successive. Figlio di pastori, e pastore egli stesso fin da bambino, fu autodidatta, e riuscì ad affrancarsi da miseria e ignoranza trasferendosi a Madrid, dove si occupò di giornalismo, teatro e critica letteraria. Esordì ventitreenne con una raccolta di liriche di impianto gongoriano, mentre nelle opere successive si avvicinò al surrealismo sotto l’influenza e grazie alla frequentazione di Aleixandre e Neruda. Convinto antifranchista, nel corso della guerra civile militò tra le file repubblicane, combattendo in Andalusia ed Estremadura, e componendo poemi e drammi a sostegno della resistenza. In seguito alla vittoria falangista, nel 1942 fu condannato alla pena capitale, poi commutata in trent’anni di carcere. Nello stesso anno morì di tubercolosi nel carcere di Alicante.

In quest’ultimo volume tra quelli a lui dedicati in Italia (da Mursia, Laterza, Feltrinelli e più recentemente da Passigli, Quodlibet ed Elliot), l’intensa, affettuosa e ammirata prefazione dell’ispanista Giovanna Calabrò delinea accuratamente il suo fiero e tormentato percorso biografico, mettendone in luce gli snodi fondamentali che ne hanno segnato la produzione letteraria. Le poesie antologizzate, con testo spagnolo a fronte, provengono dalle quattro raccolte pubblicate in vita, e da una postuma: sono inoltre presenti versi occasionali, dispersi in varie riviste, o recuperati da manoscritti. La censura franchista aveva bloccato fino agli anni ’80 la produzione dell’opera omnia, in precedenza uscita solo in Argentina.

In versi amaramente autobiografici, così Hernandez definiva se stesso: “Con tre ferite io: / quella della vita, / quella della morte, / quella dell’amore”. Predominante negli argomenti trattati è appunto l’eros, appassionatamente incarnato da tre figure femminili: la moglie Josefina Manresa, madre dei suoi due figli, conosciuta nell’adolescenza; Maruja Mallo, sensuale e anticonformista pittrice madrilena; e l’intellettuale Maria Cegarra, a cui fu legato da profonda amicizia. (“Garofano di campo che richiaman le tue gambe / melagrana con la bocca squarciata di pienezza / cespuglio tremulo di rovi dai dolci denti / dove gettato io vivo // … Ancora mi fa rabbrividire il nostro primo incontro; / quando facemmo a pezzi la luna con i denti, / spingemmo il lenzuolo a un aprile di papaveri, / ci ispirava il mare”). Il sostantivo “amor” ricorre quasi settanta volte nel volume: altri termini sono ribaditi con una frequenza di poco inferiore: vida, muerte, corazón, insieme a sangre, tierra, viento.

Il legame con il paese nativo – Orihuela, nei pressi di Valencia – era da Hernandez vissuto visceralmente, così come quello con le proprie radici contadine, la “vida en el campo”, il lavoro di pastore (“poeta cabrero”, l’aveva definito con disprezzo il Generalissimo Franco), ostentato con ingenuità mista ad astuzia, sia per concentrare su di sé la curiosità degli ambienti intellettuali, sia per l’orgoglio di condividere “il mestiere di divinità pagane e di eroi biblici”, nell’appartenenza alla schiera eletta dei poeti della tradizione bucolica e della lirica amorosa del Siglo de oro: “Mi chiamo fango benché Miguel mi chiami, / fango è il mio mestiere e il mio destino / che macchia con la lingua ciò che lecca”.

I sentimenti di amicizia, come quelli filiali e paterni, sono testimoniati da versi di assoluta tenerezza, di fedele e generosa dipendenza affettiva: “Ridi piccino, / quando ti servirà / ti porterò la luna. /Allodola della mia casa, / sorridi, ridi”. Ma soprattutto la sua vicinanza alla classe degli sfruttati, dei lavoratori, lo fanno “poeta del pueblo”: “Venti del popolo mi portano, venti del popolo mi incalzano, e spargono il mio cuore e gonfiano la mia gola”, “Accostati al mio clamore / popolo del mio seme, / albero che con le radici / mi tieni prigioniero, / che qui sto io per amarti /e sto qui per difenderti / con il sangue e con la bocca / come due fucili fedeli”.

Poeta sentimentale e non cerebrale, a lui (“Miguel terrestre e aereo”), alla sua smaniosa fede politica, alla sua scrittura corposa, vibrante e visionaria, Giovanna Calabrò attribuisce un unico colore: il rosso. “Di sangue in sangue io vengo / come il mare d’onda in onda, / ho l’anima colore del papavero / e papavero sfortunato è il mio destino”.

Chi assistette alla morte di Hernandez raccontò che le sue palpebre non si abbassarono sugli occhi spalancati, quasi volessero rifiutarsi di chiudersi su un mondo che ancora attendeva il compimento della sua opera.

 

© Riproduzione riservata           «L’Indice dei Libri del Mese» n.IX, settembre 2022

 

RIFKA

FUAD RIFKA, L’ULTIMA PAROLA SUL PANE – ANIMAMUNDI, OTRANTO 2022

Fuad Rifka, nato nel 1930 in un piccolo villaggio della Siria ed emigrato in gioventù a Beirut, per anni ha insegnato filosofia alla Lebanese American University. Profondo conoscitore della poesia tedesca, ha tradotto in arabo Goethe, Novalis, Hölderlin, Rilke, Trakl. È morto a Beirut nel 2011.

Nel volume L’ultima parola sul pane, pubblicato recentemente dalle edizioni pugliesi AnimaMundi, viene suggerita con levità e dolcezza la necessità di camminare con il mondo e insieme oltre il mondo, lontano da ogni brama di possesso e di successo, nella contemplazione serenamente meditativa dell’essere. Sempre in attesa di una rivelazione che porti pace e salvezza, di un respiro capace di promettere, anche solo per un attimo, sospensione e sollievo da angoscia e paura (“Arriva all’improvviso, / quest’ospite divino e / poi va via dietro una curva ignota”), Rifka fa riferimento a un aldilà sovrasensibile che non sa e non può essere detto, ma solo intuito nella sua ineffabilità.

Ciò su cui insistono nei loro commenti il prefatore Tomaso Tiddia, i postfatori Paolo Ruffilli, Rossana Abis che l’ha incontrato e Ottavio Rossani che l’ha intervistato nel 2008, è l’intensità del suo sguardo contemplativo, l’assoluta trasparenza della sua scrittura, “depurata da ogni ideologia e cultura”: invito a dimenticare e a dimenticarsi, in un oblio del bene e del male che riesca a sanare qualsiasi ferita. Diario: “Che tu veda il giorno, o no, / comunque lo rimpiangerai. / Che tu ti faccia grande, o no, comunque lo rimpiangerai. / Che tu conosca l’amore, oppure no, comunque lo rimpiangerai. / Che tu possa invecchiare, o no, comunque lo rimpiangerai. / Che tu giunga a morire, o no, comunque lo rimpiangerai. / Che tu rimpianga, o no, comunque lo rimpiangerai”.

Questa “poesia di raffinata povertà” ci avvicina alle dottrine spirituali dell’Oriente, non solo arabe, proprie della meditazione sufista fino a Rumi, ma anche dei maestri zen cinesi e giapponesi. Ritroviamo l’annullamento dell’io indicato da Li Po (“Sediamo insieme, la montagna e io, finché solo la montagna rimane”) nella descrizione fatta in La Capanna del Sufi: “Sta seduto immobile, / in un posto coperto tutto di muschio. / Mai stanco di stare lì seduto / resta in silenzio. // Due pietre: lui e la roccia”. La rinuncia, come strada maestra verso l’essenzialità e la purificazione, era già stata predicata da Plotino (Aphele panta, elimina tutto), poi da Marco Aurelio, dai mistici renani, dal monachesimo cristiano, fino a Nietzsche (“Divina è l’arte del dimenticare”). Niente permane, tutto finisce ed è destinato a sparire; persino la poesia (soffio di vento, ombra) non ha e non deve avere una vita duratura: solo l’eternità merita se stessa, nel silenzio. Il poeta, sacerdote dell’invisibile, diventa tale quando “i suoi occhi vedono la luce … dimenticando la poesia”, anch’essa serva della parola scritta ed enunciata, pertanto deperibile.

Fuad Rifka divide la vita dell’uomo in tre fasi: la fanciullezza, che è sogno, ingenuità, abbandono fiducioso all’accadere; la maturità, con le sue ansie di conoscenza, amore, avventura; la vecchiaia, nel rassegnato ripiegamento interiore, in attesa della fine liberatrice (Percorso: “Nella nostra infanzia / apriamo la porta e dormiamo / come riposa la preghiera / tra le foglie di Dio. // A mezzogiorno / chiudiamo la porta e poi partiamo / nei venti rossi di sabbia, dentro la bufera, / dietro alle tracce del diluvio e del miraggio. // La sera infine / l’ombra si accorcia e si cancella / come un giorno d’estate nel cuore dell’inverno”). Nella materialità delle giornate quotidiane, ci ritroviamo “le mani piene / di fumo e di paura, / e i visi spenti”, perché siamo “una ferita, / e siamo dei torrenti / senza letto e foce, / siamo campane al transito del tempo”. Rassegnati alla nostra finitezza fisica “Finiremo così, naturalmente, / come un fiore di campo, / come un fiore che dice: / “È già tempo di neve, amico mio, / e le stagioni prossime a finire”.

La parola poetica, semplice e sacra come il pane, nonostante la sua fragilità può agire come una liturgia rituale e profetica, lontana da qualsiasi confessionalismo, trasformando il nostro vissuto concreto in aspirazione all’assoluto, connettendoci con l’infinito, senza la presunzione di comprendere il mistero che ci fa esistere.

© Riproduzione riservata                  «Gli Stati Generali», 31 agosto 2022

 

 

GRASS

GÜNTER GRASS, IL MIO SECOLO – EINAUDI, TORINO 1999

Günter Grass (Danzica, 1927-Lubecca, 2015) premio Nobel per la letteratura nel 1991 – meritato riconoscimento alla sua lunga attività di narratore, drammaturgo, poeta e saggista -, si è sempre confrontato in maniera critica con la tormentata storia della Germania. Ne Il mio secolo, apparso nel 1999, ha riunito cento brevi racconti che ricostruiscono anno per anno la storia del ’900. Il volume, oggi difficilmente recuperabile, si spera possa venire ristampato e messo in commercio da qualche encomiabile piccolo editore. Ne varrebbe la pena, perché le vicende narrate sono godibili, oltreché interessanti, ed espresse con una concisione e leggerezza che le rende più abbordabili rispetto alla gravità dei corposi romanzi (Il tamburo di latta, Anni di cani, Il rombo, È una lunga storia).

Provocatorio, sarcastico com’è nelle sue corde, ma anche lieve e intenerito in alcune descrizioni di interni ambientali e privati, Grass riesce qui a comporre un mosaico di avvenimenti storici in cui si compenetrano tragedie collettive con esperienze e memorie personali, collegando eventi lontani ad altri più recenti, laddove violenza, sfruttamento, ingiustizia presentano sempre lo stesso profilo sopraffattore. L’io narrante confonde quindi la sua voce con quella corale o individuale di protagonisti e testimoni della cronaca ufficiale, in un vivace caleidoscopio di atmosfere, linguaggi, personalità differenti.

Il volume si apre sulla rivolta dei Boxer in Cina, espressione paradigmatica del volto aggressivo del colonialismo di ogni epoca: tutte le potenze europee alleate nello sterminio efferato degli asiatici ostili al nascente capitalismo occidentale. La prima guerra mondiale è poi presentata originalmente attraverso l’ottica inconciliabile di due scrittori tedeschi che l’avevano combattuta in prima persona, il “pacifista irriducibile” Eric Maria Remarque e l’interventista anarchico Ernst Jünger, di cui si ipotizza un incontro postumo avvenuto in territorio neutrale, a Zurigo. Quindi la terribile inflazione del primo dopoguerra, seguita dall’ascesa di Hitler nel 1933 raccontata dalla voce di un gallerista ebreo che mette al sicuro alcuni quadri di arte “degenerata”; l’istituzione dei campi di lavoro, la guerra civile spagnola, la notte dei cristalli del 1938.

Diversi cammei sono dedicati a partite di calcio o a gare ciclistiche, all’inaugurazione di gallerie ferroviarie, alla stampa di francobolli celebrativi, all’incisione dei primi dischi (“con il grammofono il mondo si reinventa da capo”), all’invenzione della radio a galena, alla trasvolata atlantica dello Zeppelin 126: avvenimenti che annunciavano trionfalmente il progresso, osservati attraverso gli occhi di donne e uomini comuni, di coloro insomma che “si ritirano volentieri nelle retrovie”.

Il punto di vista di questo osservatorio politico è soprattutto, ma non solo, tedesco: mai di parte, tuttavia, e critico nei riguardi della volontà suprematista della Germania. In particolare dal 1927, anno di nascita di Grass, coincidente con la pubblicazione del capolavoro di Heidegger Essere e tempo, la voce dell’autore si fa sentire più spesso in prima persona, a commentare con giudizi taglienti sia le vicende più tragiche del suo paese, sia costumi sociali, scelte politiche, tendenze ideologiche poco condivisibili. Dalle atrocità del secondo conflitto mondiale, con il conseguente senso di colpa che ha tormentato la popolazione tedesca per decenni, alla divisione tra Germania Est e Ovest, fino alla caduta del muro di Berlino (“ho gridato ‘pazzesco!’, per la gioia e lo spavento, ‘ma è pazzesco!’”), e poi alla riunificazione, considerata artificiosa e ingannevole nella sua pretesa democraticità egualitaria. La cultura non viene ignorata, nello scandire del tempo che si rincorre anno per anno. Si citano in modo irriverente gli emuli dell’oscurantismo linguistico di Heidegger, il gigantesco Mann, il nebuloso Celan, l’impegno di Bertolt Brecht e Gottfried Benn.

Günter Grass si mette poi direttamente in gioco quando ricorda il rapporto con la prima moglie Anna (“avevamo sempre meno da dirci”), con le figlie, e nell’ultima pagina del 1999, nella commossa rievocazione della madre morta di cancro dopo un’esistenza tormentata da miseria, guerre e persecuzioni etniche, e ora tornata viva nella memoria de figlio: “Il ragazzaccio ha superato i settanta e si è fatto un nome già da un pezzo. Ma non riesce a smetterla, con le sue storie…”.

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 27 agosto 2022