DE ANGELIS

VANONI-PAOLI-DE ANGELIS, NOI DUE, UNA LUNGA STORIA – MONDADORI, MILANO 2004

Nati entrambi nel settembre del 1934, a distanza di poche ore uno dall’altra, lei a Milano (figlia di un industriale farmaceutico), lui a Monfalcone (in una famiglia della buona borghesia, con un padre ingegnere navale), Ornella Vanoni e Gino Paoli si raccontano in questo bel volume curato dal musicologo Enrico De Angelis. La coppia più glamour della nostra canzone ha segnato con le sue alterne vicende sentimentali un lungo periodo della storia italiana, puntellandola con una produzione musicale di grande rilievo e successo, perseguito sia separatamente sia in comune.

De Angelis, giornalista e storico della canzone, a lungo responsabile artistico del Club Tenco, ha saggiamente suddiviso il volume in una sequenza di decenni, dagli anni ’50 (infanzia e giovinezza dei protagonisti) al nuovo millennio, permettendo così al lettore di seguire parallelamente lo sviluppo delle vicende esistenziali dei due, nei loro incontri, collaborazioni, separazioni e ricongiungimenti affettivi e professionali.

Il primo capitolo ci presenta un’Ornella adolescente inquieta, studentessa di lingue in esclusivi college svizzeri e inglesi, quindi ventenne reclutata da Giorgio Strehler come attrice e cantante al Piccolo Teatro di Milano. Alla tormentata e osteggiata storia d’amore con il Maestro, chiusa per decisione di lei (“sono un’abbandonica”), fece seguito la notorietà raggiunta con le canzoni della “mala”, il matrimonio con l’impresario Lucio Ardenzi, l’unica maternità. Negli stessi anni, Gino trascorreva la giovinezza in Liguria, circondato da amici insofferenti di vincoli e conformismi: si chiamavano Tenco, Lauzi, Bindi, Reverberi, Calabrese, ed erano come lui appassionati di jazz, rock’n’roll, chansonnier francesi. Con loro si trasferì a Milano, poi tornò a Genova, si sposò ed ebbe il primo figlio.

Sollecitati dalle domande di De Angelis, che ne commenta con partecipe simpatia anche i tic verbali e gestuali, i due artisti parlano di sé soffermandosi con ironia sulle proprie paure, vanità e illusioni. Ovviamente chi legge tende a interessarsi soprattutto alle circostanze del loro incontro e innamoramento, avvenuto nel 1960 nelle sale di registrazione della casa discografica Ricordi, a Milano. Allora erano entrambi sposati, ma il reciproco colpo di fulmine produsse immediatamente l’ incantevole frutto creativo di Senza fine, che Gino improvvisò al pianoforte osservando le “mani grandi” di Ornella. Quel primo lampo di seduzione corrisposta sfociò subito in una relazione intensa e impaziente, intessuta di gelosie e di sospetti, ma anche di una profonda intesa artistica, di una sincera stima intellettuale e di una radicata amicizia, destinata a durare negli anni, cementandosi in una fertile collaborazione discografica e teatrale. Nelle interviste intrecciate, De Angelis invita sia Vanoni sia Paoli a illustrare le canzoni più famose, indicandone nascita e diffusione, trionfi e cadute: così il lettore viene a conoscenza di aneddoti riguardanti la realizzazione de La gatta, Il cielo in una stanza, Sapore di sale e Io ti darò di più, L’appuntamento, Tristezza; li esorta a esprimere opinioni sulla politica, sul mondo dello spettacolo, sulle letture preferite, sui grandi amori (Stefania Sandrelli e Paola Penzo per lui, Danilo Sabatini e Oliviero Prunas per lei), i numerosi flirt e la vita sentimentale attuale. I due non si sottraggono ad alcuna provocazione, anzi orgogliosamente sottolineano quanto le loro scelte di vita e ideologiche abbiano sfidato l’ipocrisia dei benpensanti.

Il volume è corredato da una ricca galleria fotografica, che ci offre splendide immagini pubbliche e private di Ornella e Gino, ritratti insieme o individualmente, in varie epoche e atteggiamenti della loro esistenza, circondati da amici e parenti, o in pose artistiche di repertorio: una storia della musica leggera italiana che da cinquant’anni continua a coinvolgerci ed emozionarci.

 

© Riproduzione riservata                       17 settembre 2019

 

 

NGUYEN CHI TRUNG

NGUYEN CHÍ TRUNG, ELEGIE AL FUTURO POETA  – INTERNO POESIA, LATIANO (BR) 2019

Le tre sezioni di Elegie al futuro poeta sono state composte da Nguyen Chí Trung tra il 1990 e il 1996, e oggi vengono offerte ai lettori italiani dalle edizioni Interno Poesia. L’autore è nato nel 1948 in una città sulla costa del Vietnam del sud: cresciuto a Saigon, si è poi trasferito per motivi di studio in Germania, dove è rimasto lavorando come ingegnere. Attualmente vive a Stoccarda, scrive in tedesco e vietnamita e traduce poesia nelle due lingue. Nel 2013 è uscita a Saigon una raccolta dei suoi versi in sette volumi.

Il libro di cui ci occupiamo presenta una cinquantina di poesie in quartine, tutte rivolte a un “tu” in forma di invito, augurio o preghiera conformemente alla struttura del Sutra, secondo la tradizione vedica indiana. Versi sapienziali, quindi, indicazioni etiche miranti a conseguire la purezza e la pace interiore attraverso una condotta consapevole, e sentimenti di accoglienza nei riguardi di ciò che accade. Ma anche considerazioni malinconiche sulla fugacità del tempo, sulla corruzione della società contemporanea, sulla fragilità di ogni sentimento umano, sulla consolazione offerta dalla bellezza intuita in rare, miracolose epifanie. Ogni quartina si apre con le stesse parole “You come”, che la curatrice Filomena Ciavarella traduce con “Tu che vieni”: un appello che è insieme sollecitazione e consiglio, implorazione e avvertimento, rivolto a una presenza amicale, filiale o fraterna, o al destinatario immaginato nel titolo, il poeta di un domani ipotetico, più minaccioso che benevolo.

Com’è infatti il secolo futuro ipotizzato da Nguyen Chí Trung? Di arroganza, di vagabondaggio, caotico, traboccante di Sesso, senz’Anima, senza Padre, di Niente, degli inganni e dei disastri, abbandonato. “Tu che vieni in un secolo dove non c’è Gioia / Non portare con te tutto ciò che è sepolto / Anche se vecchie voci riecheggiano / Non sono abbastanza per compensare il futuro”; “Tu che vieni in una distesa di cadaveri / La vita in sé contiene la sua fine / Sulla strada dietro di noi i nostri lamenti lasciamo / E quelli che sono stati perduti nei tempi passati”. I “versi dolenti” dello scrittore vietnamita, “tristi per il nulla”, diffidano anche dell’amore (“Amare, che vuol dire? Amare è uccidere / È suicidarsi notte dopo notte / È distrugger di sé l’anima e il corpo”), per cui l’unica raccomandazione da seguire consiste nel vivere il momento presente, senza pretendere risposte ai quesiti eterni e tormentanti: “Parlare del futuro, cosa importa! / Affidare sé stesso a qualcuno? Non consegnarti a nessuno”. Poiché “Vivere è mantenere il proprio cuore”, nemmeno la poesia, oggi praticata da una cricca di versificatori “concentrata solo sulla fama”, e nemmeno la natura, con la luna pietrificata e una vegetazione sconfitta dall’incuria e dall’abuso, possono assicurare salvezza.

Nella postfazione, Giulia Basile accomuna Chí Trung a Leopardi, per la sua consapevolezza priva di illusioni sulla realtà onnipresente del dolore, della solitudine, della vanità dell’esistenza, destinata a perdersi “nell’infinita notte”. Forse solo nella quartina in esergo si intuisce uno spiraglio di fede: “Apro sinceramente questo cuore, / Le mie mani si alzano, implorando il cielo e la terra. / Lasciatemi continuare a essere un piccolo essere umano, / Non fatemi somigliare ad un altro”; altrimenti rimane solo il rimpianto per essersi spinti troppo oltre, in un territorio di nebbia, lontano da casa.

 

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https://www.sololibri.net/Elegie-al-futuro-poeta-Chi-Trung.html    13 settembre 2019

CAPRIOLO

“Il signor Mahler e Marie non hanno mai potuto conoscersi, perché appartengono a due diverse sfere dell’essere: rispettivamente, la realtà storica e l’invenzione letteraria”, così Paola Capriolo afferma nella nota finale del suo ultimo libro Marie e il Signor Mahler, pubblicato da Bompiani. Ricostruzione storica e immaginazione si intrecciano nel romanzo, in cui l’autrice ripercorre “con mano lieve e luminosa… la figura immensa e piena di ombre” del musicista boemo (1860-1911). Le vicende biografiche del compositore sono state ricostruite attraverso i suoi scritti, il diario della moglie Alma, le testimonianze della stampa dell’epoca e gli approfonditi studi critici susseguitisi nell’arco dell’ultimo secolo: Paola Capriolo si è concessa qualche minima licenza narrativa, nel comporre il testo che appare subito al lettore come “il frutto di un lungo amore”, un omaggio sentito e riconoscente a Gustav Mahler.

La co-protagonista è Marie, personaggio totalmente inventato: nipote quindicenne dei proprietari del maso dove il Kapellmeister trascorse le ultime tre estati della sua vita, era stata incaricata dagli zii di accudirlo nella casetta di legno in mezzo al bosco in cui il Maestro aveva scelto si rinchiudersi per comporre senza essere disturbato Il canto della terra, la Nona e la Decima Sinfonia. A Toblach, oggi Dobbiaco, in Alto Adige, nel silenzio delle montagne tirolesi, tra gente semplice e priva di inquietudini intellettuali. Gustav Mahler era diverso da tutte le persone che Marie aveva incontrato: non solo per il genio riconosciuto universalmente, o perché risiedeva in eleganti dimore tra Vienna e New York, o per la sua origine ebraica considerata con diffidenza, ma soprattutto perché “era qualcuno che, mentre viveva tra loro, seguitava ad appartenere nel suo intimo a un’altra, sconfinata dimensione”, preclusa a chiunque. Forse non a lei, però, che gli si avvicinava con docile devozione, comprendendo e giustificando i suoi misteriosi silenzi, le improvvise rabbie, le malinconiche meditazioni. Alla ragazza il Maestro confidava la miseria dell’infanzia, i numerosi lutti familiari, le fatiche di un’affermazione pubblica troppo spesso contestata, gli intrighi dell’ambiente musicale austriaco e americano. Le insegnava ad apprezzare la novità delle sue composizioni, con le loro discordanze, gli attriti, i contrasti capaci di urtare e scandalizzare il pubblico più tradizionale, convinto che la musica dovesse esprimere insieme rassegnazione e speranza, morte e resurrezione, dolore profondo e assoluta gioia. Si faceva accompagnare nelle passeggiate che il suo cuore malandato affrontava con passo lento, interrotte da frequenti pause per osservare le nuvole in cielo, i piccoli funghi che spuntavano sui sentieri erbosi, da non calpestare. Marie seguiva le sue parole con una fedeltà stupita e attenta, e un’indulgenza maggiore di quella dimostrata dalla giovane e bellissima moglie di lui, Alma, sinuosa nei movimenti e volitiva nelle azioni, che talvolta non riusciva a celare l’insofferenza per l’esibita nevrastenia del marito. Mahler adorava la sua sposa, e così ne parlava a Marie: “Io sono tutto dubbi, lei, per volontà del destino, tutta certezze. Per me la bellezza è nostalgia, per lei tranquillo possesso”. Il Kapellmeister e la quindicenne, tanto lontani per età ed esperienza, “cercavano rifugio l’uno nell’altra con uno slancio istintivo in grado di superare tutte le differenze di cultura e di ceto”: lei, ingenua adolescente, lui artista tormentato e famoso.

Paola Capriolo ci accompagna nella quotidianità laboriosa della ragazza, tra i lavori domestici e agricoli, nelle feste paesane, nei litigi col cugino Andreas già destinatole come sposo, e insieme ci fa seguire passo dopo passo la composizione del capolavoro mahleriano Das Lied von der Erde (che “deve svanire senza concludersi, finire senza finire… perché anche la morte deve essere eterna, o non potrebbe esserlo la vita”) e delle due ultime sinfonie, in cui grottesco e macabro si confondono con la nostalgia del cielo, e le scomposte dissonanze si addolciscono in un’indicibile armonia.

Gustav Mahler, essendosi votato totalmente alla musica (“dolcissimo e amaro calvario”) si interrogava spesso sulla propria fede e missione di compositore e direttore d’orchestra: “Perché proprio musica, se la musica non è meno effimera dei fiori di campo, del fiato degli animali, di un rintocco di campane la cui eco svanisce a poco a poco nel cielo del mattino? Appunto a queste cose effimere, sin dall’inizio, io mi sono sforzato follemente di dare voce, quasi mi illudessi di sottrarle alla morsa del tempo, mentre in realtà non facevo altro che consentire alla morte, alla caducità, di insinuarsi sempre più nel cuore della mia opera”. Il toccante addio alla vita dell’Adagio della Nona Sinfonia, composta nel capanno di Toblach, era già un presagio della morte del compositore, avvenuta a Vienna nel 1911, un anno dopo aver ottenuto un tributo entusiasta alla Neue Musik-Festhalle di Monaco per l’esecuzione dell’Ottava, interpretata da un organico di mille elementi. In platea, aveva applaudito il Maestro un pubblico d’eccezione: da Henry Ford a Thomas Mann, da Richard Strauss ad Arnold Schönberg, da Stefan Zweig a Max Reinhardt, da Siegfried Wagner alla principessa Thurn und Taxis. Ma Mahler rimaneva ai propri occhi “Uno che è tre volte straniero: come boemo in Austria, come austriaco in America, come ebreo in tutto il mondo…”. Estraneo al mondo, vicino però alla candida sensibilità di una ragazzina tirolese, forse la più sincera nel piangerne la morte, appresa con dolore dai compaesani e dal giornale in cui tenacemente cercava testimonianze dei successi internazionali del suo illustre amico.

Paola Capriolo ha reso omaggio, con questo romanzo, al rapporto inusuale e profondo che si può instaurare tra due anime, esprimendo inoltre un doveroso sentimento di gratitudine alla grandezza di chi con la sua musica ha reso il mondo migliore. Gratitudine che condivido anch’io, quando ogni cinque anni mi reco a Vienna per posare tre rose bianche sulla tomba del cimitero di Grinzing.

 

© Riproduzione riservata            «Il Pickwick», 11 settembre 2019

 

 

 

 

 

 

SHELLEY

PERCY BYSSHE SHELLEY, IN DIFESA DELLA POESIA
MIMESIS, MILANO 2013

Percy Bysshe Shelley (1792-1822), uno dei più rappresentativi poeti del romanticismo inglese, ostile al conformismo e al fariseismo della società borghese ottocentesca, scrisse questo polemico pamphlet nel 1821, quando risiedeva in Italia, un anno prima di morire in un naufragio nel mare ligure.
In difesa della poesia è un saggio denso e vibrante, ideato in un periodo di forti contrasti ideologici che animavano il mondo letterario e civile europeo.
In esso Shelley prende decisamente e fieramente le parti della composizione poetica intesa come unico antidoto in grado di opporsi al dominio dell’interesse economico, egoistico e calcolatore, che ottunde con le sue lusinghe la mente e la sensibilità dell’essere umano: “Il corpo è diventato troppo ingombrante per ciò che lo anima”.
Attività per eccellenza nobile e gratuita, la poesia si presta a diventare il mezzo privilegiato capace di alleggerire lo spirito appesantito degli individui e delle collettività, agendo non solo esteticamente attraverso lo stimolo dell’immaginazione, ma anche eticamente con la promozione della solidarietà e del sentire comunitario.
La contrapposizione tra immaginazione e ragione vede Shelley schierarsi apertamente in favore della prima delle due facoltà mentali, che caratterizza l’umanità già dai suoi albori. La ragione è sintetica, stabilisce i rapporti tra i pensieri, individua le differenze; l’immaginazione è analitica, arricchisce i pensieri, coglie le somiglianze tra le cose. È da quest’ultima che la poesia trae linfa per esplorare l’ignoto, avvicinarsi al bello, modulare armonie, creare metafore e associazioni, superando ogni contingenza temporale ed elevandosi alle verità eterne e universali.
“La poesia solleva il velo dalla nascosta bellezza del mondo, facendo sì che le cose familiari appaiano come insolite; essa dà nuova vita a tutto ciò che rappresenta…”
Shelley ripercorre la storia della poesia universale partendo da Omero (i cui eroi spronavano al raggiungimento di un grande ideale etico) per arrivare a Shakespeare, che con il Re Lear toccò la vetta dell’arte drammatica mondiale: ogni vera poesia educa, eleva, ammonisce, commuove e rende migliore chi ne fruisce. Ma nei periodi di decadenza sociale e politica, anche l’arte e la letteratura illanguidiscono, si raffreddano e involgariscono, perché esiste una corrispondenza inevitabile tra gli avvenimenti storici e la loro interpretazione creativa.
La realtà nutre la poesia, ma non la vincola alla sua pura descrizione. Spetta “ai ragionatori e ai meccanicisti”, ai filosofi e agli economisti politici, servirsi della ragione per allontanare “il fastidio dei bisogni dalla nostra natura animale”, assicurare agli uomini un’esistenza più sicura e tranquilla: a loro spetta l’utilità del pensiero e dell’azione. Tuttavia, il loro ruolo è circoscritto e temporaneo, legato a interessi particolari, spesso dipendenti dal potere delle classi dominanti. Scienziati, finanzieri e politici producono “gli effetti inevitabili dello smodato esercizio della facoltà computazionale”.
Ma “quale sarebbe stata la condizione morale del mondo” senza i poeti e gli artisti che con l’immaginazione e la creatività hanno illuminato, esaltato e consolato l’anima universale? Nell’idolatria del calcolo, del denaro, del successo “abbiamo mangiato più di quanto siamo in grado di digerire. L’assenza della facoltà poetica ha fatto sì che il culto di quelle scienze che hanno allargato i confini del dominio dell’uomo sulla realtà esterna, abbia man mano circoscritto quelli del mondo interiore, e l’uomo, pur soggiogando gli elementi, è rimasto schiavo”.
L’esaltato fervore di Percy Bysshe Shelley “in difesa della poesia” lo porta a farne “qualcosa di divino”, “il centro e la circonferenza della conoscenza”, “la radice ed il germoglio di tutti gli altri sistemi di pensiero”.
Essa sola “rende immortale tutto ciò che di più bello e di più buono c’è nel mondo”.

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/In-difesa-della-poesia-Bysshe Shelley.html          6 settembre 2019

DE ANGELIS

MILO DE ANGELIS, POESIA E DESTINO – CROCETTI, MILANO 2019

«Perché ristampare queste mie vecchie pagine? Perché da una parte possiedono qualcosa che mi è rimasto dentro ‒ intatto, quasi intoccabile dal tempo ‒ e dall’altra qualcosa che ho perduto per sempre. Molti temi di “Poesia e destino” sono quelli che mi scuotono ancora oggi: la tragedia, l’eroismo, l’adolescenza, il mito, il gesto atletico. Ma il tono è un altro. Il tono è furente, perentorio, imperativo, dà sempre l’impressione di un ultimatum che io pongo a me stesso e a chi mi legge. È come se da lì a poco dovesse scaturire una sentenza senza appello, l’ultimo grado di un processo dove si gioca la condanna o la salvezza. E questo tono guerresco circola nel sangue di una sintassi verticale, scoscesa, rapidissima, piena di strappi e impennate. Ora non potrei nemmeno immaginare quella corsa sulle macchine volanti della parola». Così scrive Milo De Angelis nella nota introduttiva a Poesia e destino, una raccolta di contributi critici, frammenti narrativi, dichiarazioni di poetica, pubblicata da Cappelli nel 1982, e riproposta quest’anno da Crocetti.

Il poeta milanese ammette l’attuale ammorbidimento teorico (e forse anche ideologico), in parallelo con quello stilistico-formale della sua scrittura: più tormentati, oscuri, franti i versi giovanili di Millimetri, più meditati e indulgenti quelli della maturità. Eppure, con la loro rabbiosa focosità queste prose degli anni ’80 (anni ribollenti di inquietudini, eccessi, trasgressioni) continuano a incuriosire e affascinare il lettore di oggi, pur nella loro esibita intemperanza, aggressiva ostentazione.

Il volume si divide in tre sezioni: nella prima sono raccolti articoli di critica letteraria, la seconda riflette sul tema dell’impresa e dell’azione eroica individuale, la terza attraversa l’universo del pensiero indiano, con le sue seduzioni e ansie di assoluto. La parte iniziale (Compleanni, quasi a suggerire rievocazioni da rispettare e celebrare) ci presenta una ventina di interventi che spaziano dagli omaggi ai poeti più amati – Novalis, Hoffman, Rimbaud, Cvetaeva, Campana, Celan, Barbu, ‒ alla rilettura dei miti greci, dalle considerazioni su diverse espressioni dell’esistere alle pieghe/piaghe delle moderne mode culturali: sempre privilegiando ciò che, innalzandosi dalla piattezza del reale, lo divora e lo rigetta. Meglio il silenzio piuttosto che la parola abusata, quindi; meglio gli abissi che la superficie; meglio la tragedia che la farsa, il delirio che il conformismo mentale. Il silenzio non ha un passato da nascondere, né un futuro da attendere; l’astrologia è simulazione fantastica e divinazione; le sostanze psicotrope potenziano il verbo; la poesia non deve svenarsi in elegia ma, assorbita la potenza concettuale del Logos, sfigurarla in immagine. Questa visionarietà fremente dell’autore si traduce in una prosa secca, basata su un lessico inventivo e disorientante, in giudizi trancianti e alteri («gli aloni del dormiveglia» in De Libero e Quasimodo, «l’occhio da guardone» di Penna, la «linea giornalistica» di Vergani-Ravegnani), in sintonia con l’idea principe di una letteratura assoluta, di un’arte che pretende l’inabissamento o il volo, di una poesia che si fa destino, oppure non è.

Nella sua intensa e ammirata postfazione, Lorenzo Chiuchiù scrive: «Per De Angelis la bellezza getta l’esistenza sulla soglia di un pericolo, conduce l’anima dove l’irrevocabile sembra ricapitolare nell’istante il senso o lo scacco delle vite… La poesia è l’espressione di questa legge che incombe e irrompe nelle vite e alla quale, senza esitazioni, si risponde alzandosi in piedi: rifiutando la genuflessione e senza millantare ascensioni».

Feroce nel suo odio per la calligrafia, l’estetismo, l’intrattenimento, la compassione, la commozione, la retorica, Milo De Angelis esprime nel secondo capitolo del libro la sua adesione convinta e spietata a ogni atto di resistenza e di eroismo, gratuito e non corruttibile. Con tonalità apocalittiche e incandescenti, con accenti nietzschiani e wagneriani, chiarisce cosa sia L’Impresa: «… intelligenza che si ghermisce mentre si alza e sa indignarsi con chi le chiede di essere clemente».

Chi invoca comprensione, e verrà invece calpestato? Gli arbitri, gli accattoni, i compagni di villeggiatura, gli abbronzati, gli amanti soddisfatti, gli inermi, i fratelli, i benefattori (“letamaio di aureole”). «L’impresa d’altronde è sempre quella: una pura vittoria che non spartisce il bottino: lo getteremo ai gatti ed essi fuggiranno. Rimangono solo i corpi dei bambini vili, nella polvere, a reclamare la loro parte, come dei gufi che hanno paura della notte». L’eroe si ciba di «mercenari, damigelle, fedifraghi», urlando la sua ira contro il tiepidume: «Nasce una collera, la quale afferma senza addentellati: collera che non può essere appresa e non tenterà mai di giungere alla ferita addizionando le ammaccature. Essa, frontalmente, annienta. Senza ammonimento, senza presentare gli ambasciatori… Questa collera dunque non conosce persecuzioni né angherie: amando se stessa, non risparmia e non si risparmia… Essa, imperterrita, continua a cancellare creature con sereno accanimento: non erano colpevoli e dunque non saranno riconoscenti». È parola di fuoco, quella espressa dalla poesia, non destinata a placare o a sanare. «…una parola monsonica spazzerà via la minutaglia senza mercanteggiare. Nulla sarà più medicabile. Questo è il silenzio. Nulla di morigerato, nessun mozzicone. L’impresa è imminente e gli imputati sono da un’altra parte, nel loro guardaroba o nel loro guazzabuglio».

Nella terra desertica e muta che L’impresa ha creato intorno a sé, si aprono tuttavia percorsi primitivi e vergini, Tre vie indiane che Milo De Angelis esplora nell’ultima sezione del volume, puntellata da letture, voci, episodi di antico sapore orientale. L’approfondita conoscenza dei testi sacri dell’induismo (Bhagavadgītā, Brahmasūtra, Ṛgveda, Yoga Sūtra, Viveka-Cuda-Mani, Mahābhārata…), e la meditazione sugli insegnamenti dei maestri, ha portato l’autore a penetrare i concetti fondamentali della religione induista (trasmigrazione, nirvana, riparazione nella rinascita, risveglio, Karman), che ritrova nella sensibilità di alcune grandi figure della storia e dell’arte mondiale di ogni tempo (da Pia de’ Tolomei a Gaugin, dal Principe Miskin a Pär Lagerkvist),  recuperati anche in vari incontri e scambi meditativi avuti  nel 1980, e trascritti in una sorta di diario dialogato.

Sempre con l’obiettivo di riscoprire ed evidenziare quanto la parola – la parola poetica, dell’inconscio e dello scavo interiore ‒ abbia il potere di modificare il destino di un individuo e di una collettività».

 

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 5 settembre 2019

GIOVANNETTI

PAOLO GIOVANNETTI, LETTORE – LUCA SOSSELLA EDITORE, BOLOGNA 2019

In cinque succinti, ma densi e non facili capitoli, Paolo Giovannetti (Milano, 1958), professore ordinario di letteratura italiana contemporanea allo Iulm, illustra quale sia la morfologia e la funzione del lettore nel processo fruitivo della pagina scritta. Lettore, appunto, è il titolo di questo saggio, che si apre con la considerazione – ahimè, abbastanza risaputa – che il numero dei lettori (anche di quelli cosiddetti “deboli”, che non affrontano più di un libro l’anno) si sta progressivamente riducendo, in Italia e non solo. E che la metodologia di lettura si va trasformando in modo rapido, con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e di diversi supporti editoriali. Alla lettura profonda si è sostituita quella superficiale e veloce, basata su una ricerca ipertestuale di informazioni specifiche e dettagliate: notizie, riferimenti bibliografici, riassunti, mini-recensioni… I contenuti non vengono approfonditi o ampliati, ma scremati nella loro essenzialità, con un processo che in inglese viene chiamato skimming, e che secondo i più recenti studi neurologici pare produca una reale perdita di funzioni cerebrali. La lettura intesa come passione o godimento interiore, di cui parlava Proust nel 1905, non viene quasi più praticata, nemmeno per ciò che riguarda la narrativa (tanto meno quindi per la saggistica o la poesia), sostituita sempre più spesso da altre forme di intrattenimento visivo, o ibridata nei social con l’intervento scritto istantaneo, di risposta immediata al messaggio testuale recepito.

Paolo Giovannetti, che si occupa in particolare di transmedialità dell’esperienza sia narrativa sia poetica, indaga quale sia il rapporto tra comunicazione scritta e visiva. Il testo narrativo racconta qualcosa che si anima sotto i nostri occhi, attivando emozioni, producendo immagini, comunicando anche i pensieri e il mondo interiore dei personaggi narrati, che il lettore fa suoi, diventando di fatto co-autore: “il lettore vive un’esperienza emozionalmente intensa, cioè ‘immersiva’, separata dalla propria vita”. Roland Barthes sottolineava proprio questo ruolo attivo di chi legge: “Per restituire alla scrittura il suo avvenire, bisogna rovesciarne il mito: prezzo della nascita del lettore non può essere che la morte dell’Autore”.

Così, il romanzo modernista che sopprime la figura del narratore, diventando impersonale (Joyce, Kafka, Woolf, Faulkner…) e mettendo in primo piano la coscienza autonoma dei personaggi (soprattutto attraverso i monologhi interiori) si apparenta al linguaggio cinematografico, in grado di manipolare la realtà con un uso sapiente del montaggio che enfatizza i vuoti, l’ellissi, il sovrapporsi di scene e azioni. Nella narrativa moderna come nel cinema e nei videogiochi, l’utente-lettore-spettatore coopera alla costruzione della storia, addirittura la ri-costruisce, immergendosi nello svolgimento di una realtà fittizia, accedendo a un mondo altro, in cui si confonde “perdendo almeno in parte coscienza della propria vita”. La voce-guida dell’autore non appare più come necessaria, e il fruitore del messaggio integra la sua esperienza nella finzione cui partecipa, collaborandovi cognitivamente.

Chi è, in questa prospettiva, il lettore per Giovannetti, e quale funzione assolve nel suo approcciarsi a un testo? In primo luogo, bisogna rilevare l’assoluta necessità dell’attività di lettura, senza di cui anche l’opera più straordinaria finisce per non esistere. Secondariamente, è essenziale distinguere tra lettore reale, in carne e ossa, e lettore virtuale, teorico o “implicito”, “postulato dal testo in quanto garanzia del suo adeguato funzionamento”. Il primo può essere quantificato e studiato con dati empirici (ricerche di mercato, storiche, bibliografiche). Il secondo agisce in maniera meno decifrabile, ma indispensabile alla resa dello scritto letterario, proprio con l’adesione o mancata adesione ad esso. Un romanzo o una poesia producono in chi legge qualcosa che li eccede, conseguenze non sempre previste o volute da chi li ha scritti. “Il testo non esiste senza il lettore; ma, più profondamente, il testo prende la sua vera forma se il lettore ‘mette’ nel testo qualcosa che il testo non possiede, non manifesta in maniera esplicita o si limita ad accennare in maniera sommaria”.

A proposito della produzione poetica, Giovannetti scrive che esistono fondamentali differenze tra la sua ricezione e quella della narrativa: il ritmo e la sonorità dei versi la inseriscono in una dimensione di lettura prevalentemente orale, in cui la decifrazione del senso è secondaria rispetto alla fruizione eufonica. Inoltre, la sua natura lirica tende a esprimere emozioni soggettive e private, che producono nel lettore/ascoltatore echi complessi e sfuggenti, cali e picchi di attenzione, intermittenze e distrazioni, richiedendogli specifiche competenze interpretative e una costante rielaborazione personale.

In conclusione, la pratica della lettura si dirige verso approdi poco prevedibili, che possono annunciarne il tramonto definitivo o una improvvisa rinascita, con requisiti totalmente diversi da quelli tradizionali: in un’interazione fluida e corale con il mondo creativo della Rete, attraverso differenti supporti materiali e una transmedialità che potrebbe portare sia a una dipendenza superficiale, sia a un rivitalizzante arricchimento.

 

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Lettore/Giovannetti.html        4 settembre 2019

 

 

 

 

 

PANELLA

PASQUALE PANELLA, POEMA BIANCO – MIRAGGI, TORINO 2018

La voce narrante di questo Poema bianco di Pasquale Panella è femminile (come dichiara in apertura l’autore), e scandisce in tre sezioni di versi liberi una lunga e silenziosa riflessione in cui si confondono rimpianto e ironia, elegia e sarcasmo, logicità e insensatezza: a sottolineare una storia di amore e disamore, fedeltà e stanchezza, nel suo nascere crescere finire. Non assistiamo a una pièce teatrale destinata a un pubblico di spettatori, né a un dialogo che attenda risposte da un interlocutore privilegiato. Piuttosto rileviamo la volontà esplicita di districare, in un soliloquio lucidamente controllato, i fili aggrovigliati della mente, illuminando zone oscure del cuore e della memoria.

Il bianco citato nel titolo rimanda sia al candore sia al vuoto, alla pagina ancora da scrivere come a quella cancellata, a un’esigenza di chiarezza interiore o al bisogno di silenzio. Il poema pare invece riferirsi alla forma che assume sulla pagina questo monologo, un vero e proprio flusso continuo di versi, in cui i segni di interpunzione sono dati da virgole-virgolette-parentesi, e assidui, incalzanti punti di domanda. Nessun esclamativo, e un unico punto fermo conclusivo, dopo la parola «Fine».
Pasquale Panella, che nella sua vita artistica ha consegnato parole importanti a musiche altrettanto importanti, sembra anche qui voler dar voce a una sonorità di base che, sviluppandosi da armonie attutite e terse, si spezzano frequentemente in improvvise dissonanze, in brusche alzate di accenti, in ribadite sottolineature. Così il tono colloquiale, lo scherno, la battuta ironica irrompe ad alterare o prosaicizzare il carattere più delicato e nostalgico della profferta amorosa rivolta a un assente.

In un lunedì sera piovoso di un mese imprecisato, alle otto meno dieci, una “lei” parla a se stessa e di se stessa, parla a un “lui” e parla di lui, pur diffidando di qualsiasi possibilità di comunicazione, in un rapporto che per entrambi è diventato indifferenza, incomprensione, accusa reciproca, rancore: «Quando il telefono non squilla / sei sempre tu / che non mi chiami», «Tutto accade quando tutto è finito / Anzi, prima di finire / non è nemmeno tutto, / diventa tutto quando / è finito tutto, appunto», «Noi, ci siamo mai dati del Noi?». L’amore c’è stato, e affiorano i ricordi («Ma quante ombre / abbiamo fatto insieme», «Respiravamo e basta / Le mani come il vento che si calma / sul ventre, su una coscia, su una spalla / Il viso ritornava a fare il viso, / il profilo la prora / di una barca incagliata»), insieme alle tracce di un passato che si intende smitizzare attraverso un uso giocoso della lingua, con l’utilizzo di ripetizioni, assonanze, calembour: «Io ero la tua vita nella mia vita / che era la tua vita / Ero quella parola che ti volevo dire / Ero il mio amore / E tu eri l’amore mio / Insomma tu eri io».

L’idea platonica di fusione di due corpi e due anime torna a tentare insidiosamente il personaggio narrante, ma viene respinta beffardamente come lusinga ingannatrice: «parlarsi da vicino come quando / parliamo da soli / a chi siamo, noi, l’altro / (ecco il Noi, lontano) / che non c’è (ma lo siamo)».
Ingannevole appare anche lo scambio di ruoli sessuali programmato dall’autore del testo, e svelato da chi si proclama donna sapendo di non esserlo: «La voce è femminile, certo, / perché tu sei vile / Ti scrivi come se io / ti avessi scritto / Poi credi che l’abbia fatto per davvero», «noi siamo fatti / di contraddizione e corpo umano». Le contraddizioni, le incoerenze, le insicurezze che minano il rapporto tra due amanti svelano il sospetto nutrito nei riguardi di tutta la realtà («Non è questione di realtà, / l’esistenza / È questione di credulità»), e addirittura del linguaggio: «dalla sfiducia nelle parole / nasce la sperimentazione / o il loro gioco», «C’è questo difetto / nella descrizione: / che sembra sempre / un compito copiato».

Il poeta con voce di donna si diverte a usare gli strumenti del mestiere soprattutto quando ironizza sull’uso-abuso della rima, artificio cui i versi e le canzoni ricorrono da sempre per blandire occhio e orecchio di chi legge o ascolta: «Mi piacciono le rime con gli accenti / alla fine, baciate, per esempio: me con te»,«(le rime facili, sì, che sono rime, / le difficili, sì, che sono fisime)», «(La facilità delle rime / è dovuta alla spontaneità delle parole in ente)», «O è colpa delle rime: / le rime, penso,/ spesso fanno il senso».

Alla “storia” raccontata nella prima sezione del Poema bianco segue “l’antistoria” della seconda parte (aggiunta dieci anni dopo la prima pubblicazione: «versi esclusi, inclusi / qui / per togliermeli di torno»), un redde rationem in cui Pasquale Panella ritrova, passata la pioggia, il sole; dopo il lamento e la recriminazione, il sorriso indulgente e la leggerezza del divertissement. Un addio al dolore sentimentale, con la decisione di rivolgere le proprie attenzioni più alla scrittura e alla sua diffusione che ai tormenti del cuore («L’amore era l’amore, / adesso è il mio editore», è scritto in epigrafe). L’esperienza di coppia vissuta diventa terreno di riflessione disincantata e graffiante, riconsiderata nei suoi momenti di noia, delusione e incomprensione reciproca: «E siamo al romanzesco coniugale / (che non se ne può più recentemente) / tutto cavilli, distinguo inguinali, / pignolerie meticolose orali anali, / tutto un detto stradetto e ritrattato». La liberazione dai ricatti affettivi si compie quindi proprio sulla pagina scritta, e nella terza sezione del Poema Panella conclude «Che scrivere è farla / finita con la storia», una sorta di terapia programmata per guarire dal mal d’amour, esorcizzando fantasmi e sensi di colpa, e riproponendo un foglio vergine su cui vergare parole nuove.

«Il rischio dello scrivere è uno solo: / essere letti / Lo dicevi anche tu / Anche tu chi? Tu, io // E allora finiamoci, / o lettrice, / amore mio, / mia lacrima / di lettura fuor degli occhi // E fine».
Rimangono ancora i rumori, nella conclusione del libro, quelli prodotti e ascoltati da chi si muove nella solitudine di un appartamento dopo che il compagno o la compagna se ne è andato: i passi sul pavimento, la doccia, le sedie spostate, il frigo aperto, la pasta che si cuoce nella pentola. Rumori che sono echi di una presenza eclissata, quando le parole non servono più a niente, e si riducono a un’impalpabile esalazione di fiato: «Il soliloquio, questa intima piazzata, questo comizio, questo convenire, qui, di un’oratrice che ha solo se stessa a ascoltarla, a ascoltarsi, a sentirsi regnante sul silenzio».

Eppure anche le parole della donna solitaria a cui Pasquale Panella ha prestato voce ci hanno fatto compagnia, prima di dissolversi nel fumo: «vedi il fumo di tutte le parole / (vedilo, fa’ il favore)»..

 

© Riproduzione riservata               «Il Pickwick», 2 settembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

BENJAMIN

WALTER BENJAMIN, UN ANGELO DI NATALE – IL MELANGOLO, GENOVA 2018

Questo breve racconto di Walter Benjamin (1892-1940) è tratto dalla sua raccolta Infanzia berlinese. Le edizioni genovesi de “Il melangolo” lo ripropongono con testo tedesco a fronte, nella traduzione di Selena Pastorino. In Un angelo di Natale i temi più tipici del filosofo tedesco (la povertà, la memoria, l’evento prodigioso, l’angelo come messaggero di una realtà più nobile di quella umana) vengono rielaborati nel tono fiabesco e incantatore scaturito dall’attesa ingenua di un bambino durante la magica notte di Natale.

Cinque paginette scarse ricreano l’atmosfera sospesa e inquieta in cui la sensibilità infantile si interroga e interroga il mondo intorno a sé riguardo a un futuro aspettato e invocato, eppure anche temuto nel suo mistero. Il ricordo prende spunto dalle impressioni nate nei giorni precedenti la festività, con gli abeti decorati agli angoli delle strade, i mercatini che offrono giochi, decorazioni e leccornie ai clienti, il suono malinconico degli organetti che si diffonde in città, il profumo delle mele e del marzapane, le noci in vista sulle tavole agghindate. Insieme a questa sentimentalità imposta ed esibita per la Berlino più ricca, la fila dei poveri questuanti a cui porgere un’elemosina colpevole. Poi si affaccia nella mente l’immagine dell’albero acquistato in segreto dalla mamma e lasciato in veranda, prima di essere spostato nel salotto la sera della vigilia.

Il bambino Walter attende nell’oscurità del crepuscolo spiando le finestre delle abitazioni vicine, alcune illuminate dalle candele e dalle luci degli alberi, altre racchiudenti nel buio “la solitudine, la vecchiaia e lo stento – tutto ciò di cui le povere genti tacevano”. L’emotività di un’attesa gioiosa si fonde nell’animo infantile con la vaga tristezza di chi sta imparando a condividere, a compatire: “Aspettavo nella mia stanza che volessero farsi le sei. Nessuna festività in più tarda età conosce quest’ora che vibra come una freccia nel cuore della giornata”. Quando improvvisa si manifesta una presenza strana accanto a lui, impalpabile come un alito di vento: “Mi ero appena voltato dalla finestra, con il cuore così gravido come solo la vicinanza di una gioia sicura può renderlo, che percepii una presenza estranea nella stanza”. Un angelo, forse?

Al bambino tornano sulle labbra le parole di una filastrocca natalizia, che in tedesco mantengono le rime: “Alle Jahre wieder, kommt das Christuskind, auf die Erde nieder, wo wir Menschen sind”. È un attimo fugace, la presenza silenziosa si dissolve, e il piccolo Walter viene chiamato dai genitori nella sala dove l’albero addobbato si erge in una gloria che glielo rende estraneo e ormai indifferente, privo di incantesimo e di qualsiasi spiritualità.

La novella di Benjamin appare nella collana “Nugae”, che significa “cose minime”, e ha il respiro breve e luminoso di una poesia.

 

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Un-angelo-di-Natale-Benjamin.html     28 agosto 2019

 

 

 

IL PICKWICK

Intervista alla redazione del magazine

Il Pickwick


Intervista alla redazione del magazine Il Pickwick
  • Quando è nato il vostro blog e con quali finalità? Per quale motivo l’avete chiamato così?

Il Pickwick nasce con i suoi primi articoli nel novembre del 2012, come testata giornalistica con tutti i crismi: sebbene la registrazione ufficiale al Tribunale di Napoli venga poi ratificata solo l’8 aprile successivo. Siamo nati per dar seguito a un’esperienza precedente, dalla quale alcuni di noi provenivano e che era un piccolo giornale online che si occupava quasi esclusivamente di teatro. Quando quell’esperienza si è conclusa – inaspettatamente – ci siamo ritrovati attorno al tavolino di un bar a decidere di imbarcarci in quest’impresa, spinti dalla voglia di continuare a scrivere di teatro, anche se sin da subito abbiamo deciso di provare ad allargare il nostro orizzonte alle altre forme di espressione culturale e artistica.
Il nome della testata è scaturito al culmine di varie riflessioni e proposte, in cui si cercava qualcosa che fosse sufficientemente indicativo delle nostre aspirazioni e finalità e Dickens, con la sua combriccola di curiosi esploratori di storie che faceva capo a Mr. Samuel, ha rappresentato un illuminante viatico; l’articolo determinativo (in italiano) davanti al nome ci è sembrato opportuno per dare un tratto distintivo, oltre che per scongiurare equivoci e confusioni con siti omonimi.

  • Di quante persone si compone la vostra redazione e su quali altre collaborazioni potete contare?

La nostra è una redazione variabile, alla quale hanno collaborato con tempistiche differenti e irregolari oltre centocinquanta firme. Attualmente, quelli che scrivono con buona o discreta assiduità sono una trentina, ma tra questi, il novero dei più attivi si può circoscrivere a una quindicina. Qualcuno ci ha lasciato, qualcun altro ha scritto uno o due articoli e poi s’è dileguato, qualcun altro ancora è arrivato appena ieri o arriverà domani.
Ci capita poi di collaborare con spazi teatrali, festival, istituzioni culturali e università conducendo incontri con gli artisti, col pubblico; talvolta è capitato che ci sia stato affidata la conduzione di qualche laboratorio, in cui abbiamo provato a ragionare coi partecipanti sulla relazione fra eventi e contesti, tra opera e sua percezione critica.

  • Come è articolato il blog e qual è la sezione più seguita dai vostri lettori?

Il giornale è strutturato per sezioni; quella trainante è senza dubbio il teatro, che seguiamo regolarmente e che ci ha consentito col tempo di avere un respiro sempre più nazionale. Le altre sezioni, che pure riscuotono un ottimo seguito, sono dedicate alla letteratura, all’arte, al cinema e alla musica. Abbiamo poi uno spazio aperto alla pubblicazione di narrazioni e versi inediti, che solitamente aggiorniamo con cadenza domenicale; in più, un’ulteriore sezione denominata “Espressioni” ospita di tanto in tanto tutta quella miscellanea non compresa nelle suddette sezioni (interviste, illustrazioni, articoli di costume o di qualunque altro argomento riteniamo possa essere interessante).

  • Che genere di pubblico aspirate a raggiungere?

Aspiriamo ad avere dei lettori. E abbiamo scoperto che esistono. Ci piace pensare che chi legge Il Pickwick lo faccia perché animato dalla curiosità e dalla possibilità di imbattersi in un punto di vista il più possibile originale e strutturato. Non aspiriamo a un pubblico in particolare – e con questo voglio dire che non scriviamo per i soli addetti ai lavori – ma cerchiamo di offrire un lavoro onesto e qualitativamente valido, a cui possa accedere un pubblico vario e stratificato. Non ambiamo a rinchiuderci nella riserva indiana di una élite culturale ma ad allargare il più possibile la fruibilità dei nostri contenuti, senza abbassarne il livello qualitativo.

  • La vostra sede è Napoli: che rilevanza ha la vostra attività nello spazio culturale della città?

La nostra rilevanza nel contesto cittadino è cresciuta progressivamente, in maniera anche veloce, allargandosi anche oltre i confini regionali. Il nostro lavoro viene riconosciuto e apprezzato, ne abbiamo continui riscontri. In città ci siamo guadagnati – crediamo di poter dire senza falsa modestia – una credibilità e un apprezzamento dovuti al tipo di attività che svolgiamo, alla scrupolosità che ci mettiamo, al profilo etico che ci siamo imposti.

  • L’argomento su cui focalizzate maggiormente la vostra attenzione è il teatro. Quali sono le maggiori problematiche che deve affrontare oggi la critica teatrale?

È una domanda che apre un discorso notevolmente complesso, su cui di tanto in tanto si riapre un dibattito inconcluso. A nostro avviso, i problemi fondamentali che vive attualmente la critica teatrale possono ricondursi a due fattori precipui: la difficoltà di essere un lavoro a tutti gli effetti e la perdita di credibilità di un mestiere che, non di rado, è svolto con opacità etiche e deontologiche; due aspetti che finiscono per svilirne la dignità professionale. Oggi “fare il critico” non è una professione, noi stessi che lo facciamo con l’abnegazione e la cura di un vero e proprio lavoro non riusciamo a trarne sostentamento diretto. La critica teatrale sta progressivamente scomparendo dalle pagine dei giornali cartacei e si sta trasformando in un mestiere che non c’è, una sorta di volontariato culturale per chi ancora si ostina a svolgerlo. A corollario di questo stato di fatto succede poi che, fra coloro che si occupano di critica, si iscriva anche chi nell’ambito del teatro svolge altre professioni, praticando situazioni di contiguità eticamente conflittuali e compromissorie con lo svolgimento del lavoro critico.

 

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Intervista-redazione-il-pickwick.html   28 agosto 2019

 

 

STEINER

GEORGE STEINER, ERRATA – GARZANTI, MILANO 1998-2008

Mi sono spesso domandata come mai i libri di George Steiner, e la sua intera vita, suscitino in me un così vivo interesse, e una forte partecipazione emotiva, unita a una vivida corrente di simpatia umana. Non è solamente perché, a differenza di molti critici letterari, Steiner si esprime sulla pagina con una sapienza non tediosa o saccente, e con una buona dose di leggerezza ironica; non è nemmeno per la vastità dei suoi interessi e l’enciclopedismo della sua cultura, per quanto queste doti provochino non solo la mia ammirazione, ma anche una certa benevola invidia. Ma è soprattutto la profonda umanità, lontana da ogni accademismo, che trapela dai suoi scritti che mi conquista, perché la si avverte generata e nutrita dal terreno fertile di una passione totale e incontenibile per il sapere, in ogni aspetto – luogo e tempo ‒ esso si manifesti o si sia manifestato.

L’autobiografia uscita una ventina di anni fa da Garzanti ha il pregio di introdurci a un percorso intellettuale ed esistenziale di grande rilevanza, di pacato ma solido addestramento mentale. Già dal titolo Errata che, nella sua ammiccante modestia, in bibliografia rimanda agli errori commessi nella stampa di un libro. Mentre il sottotitolo, Una vita sotto esame, sottintende giocosamente chi sia il giudice più severo del cammino umano e professionale dell’autore.

Nato a Parigi nel 1929 da una colta famiglia ebraica di origine austriaca, che si trasferì negli Stati Uniti nel 1940 per sfuggire all’antisemitismo diffuso in Europa, Steiner è stato celebrato critico letterario per il New Yorker, The Economist e il Times literary supplement; ha occupato prestigiose cattedre universitarie a Ginevra, Oxford, Princeton, Stanford. Si è interessato soprattutto di linguistica (impegnandosi a farla uscire dalle strettoie puramente accademiche dello strutturalismo), di comunicazione e di traduzione, intese anche nel loro rilievo etico e sociale. Multiculturalismo e multilinguismo sono sempre stati da lui considerati come un arricchimento per l’umanità intera: Babele diventa simbolo di vitalità ed energia, non di anarchia, indebolimento o perdita di identità, poiché è capace di generare realtà alternative, proiettate nel futuro, mentre l’egemonia totalizzante delle lingue maggiori ha condotto a un processo di massificazione e livellamento della cultura occidentale. Forse per questa sua diffidente insofferenza soprattutto nei riguardi dell’inglese, Steiner non è tra i massimi estimatori di Shakespeare, che considera “disuguale, eteroclito, ridondante, inferiore a se stesso, come lo è la natura umana… tragicomico in ogni fibra”. Tra gli autori teatrali, apprezza ovviamente i tragici greci (The death of tragedy, 1961; Antigones, 1979), e poi Racine: sobrio, rigoroso, lucido e introspettivo, il cui riguardo verso l’essenzialità e la dignità morale ha avuto come erede Beckett.

Cosa intenda Steiner per “classico” è facilmente intuibile. In letteratura, come nell’arte, nella musica o nella filosofia, esso ci trasforma, modifica la nostra coscienza in modo talvolta traumatico o inatteso, non si accontenta di venire solo recepito o capito, ma richiede una nostra re-azione, riordinandoci o dislocandoci nello spirito e nelle idee, provocando “scosse sismiche interiori”. “Il classico possiede il diritto imperioso di esigere e di generare una risposta, una ripetizione attiva… va letto con una matita in mano”.

Oggi ci riconosciamo tutti epigoni di una grandezza irripetibile, testimoni di un crepuscolo intellettuale e culturale inevitabile, vittime come siamo del culto dell’effimero, e indifferenti alla durata nel tempo. Temiamo non possano più nascere un Rembrandt, un Dante, un Mozart: ma non possiamo nemmeno escludere la possibilità di ulteriori e stupefacenti riprese artistiche e teoriche.

L’amore per la musica (“La musica mi trasporta spesso ‘fuori di me’ o, più esattamente, in una compagnia molto migliore di me stesso”), la venerazione che George Steiner confessa per i grandi creatori di armonie del passato ‒ da Bach a Schubert, da Brahms a Schönberg ‒ deriva dalla consapevolezza che l’unico linguaggio davvero universale e unificante è appunto quello musicale, “esperanto delle emozioni”, capace di trasportarci al di là di ogni confine puramente materiale, lasciandoci intuire un trascendente che ci disincarna. Mentre il discorso parlato e scritto rimane lineare e sottoposto a una sequenza temporale, la musica utilizza un linguaggio più libero, a volte contradditorio e incoerente, che risponde solo a se stesso, alieno alla verità e alla menzogna anche nella sua molteplicità e polifonia.

Pittura, poesia, musica e filosofia riescono a farci superare ogni meschina differenza o diffidenza che possa sorgere all’interno delle nostre comunità, ignorando sterili nazionalismi: «Si può essere a casa propria dappertutto. Datemi un tavolo da lavoro, sarà la mia patria», si è sempre vantato Steiner, indagatore instancabile di paesi, lingue, tradizioni diverse, e tuttavia orgogliosamente fiero delle proprie radici ebraiche, e persino dello stigma persecutorio patito dal suo popolo. Agli ebrei riconosce un’eccellenza intellettuale e caratteriale che li ha resi ovunque diversi, e invisi agli altri popoli, soprattutto per la severità dei dettami morali e delle regole rituali, basate su una teologia e una metafisica totalizzante che li ha qualificati come “krank an Gott”, malati di Dio: in qualche modo eternamente “altro” nei confronti di un mondo rimasto estraneo.

L’altera rivendicazione dell’irriducibile singolarità dell’ebraismo viene giustificata da Steiner con la convinzione della supremazia dell’intelligenza su qualsiasi altra dote umana, al punto da ritenere, manifestando un utopismo ingenuo ed elitario, che solo un’élite di menti elette e illuminate potrebbe essere in grado di guidare le masse, indifferenti ai valori culturali, e interessate esclusivamente a una sopravvivenza a-problematica e garantita: “È incontestabile che per quasi tutta la specie homo sapiens sapiens la fede mondiale attuale sia il calcio”, mentre le arti e il pensiero vengono considerati come “un gioco più o meno ozioso o un lusso evidente”.

“Anarchico platonico” come si definisce, lo studioso cosmopolita non ha mai aderito a uno schieramento politico particolare, dichiarandosi pronto tuttavia ad appoggiare qualsiasi ordine sociale fosse in grado di diminuire la sofferenza nel mondo, favorendone il progresso e la pace.

A parte qualche perdonabile traccia di narcisismo (più che giustificata, visto lo spessore intellettuale del personaggio), e alcune insistite prese di posizione ideologiche, discutibili nella loro spontanea imprudenza, tutta questa biografia risulta piacevolmente leggibile, soprattutto nelle pagine più direttamente personali, rievocanti l’infanzia e gli anni di formazione. Iniziando dal ricordo del padre, illustre e coltissimo banchiere ebreo nella Vienna del primo Novecento, che volendo assolutamente fare del figlio un umanista, lo aveva invogliato a leggere l’Iliade in greco a soli sei anni, e lo cresceva impartendogli in tre lingue lezioni di filologia, di musica classica e di Talmud (“Mio padre fece della mia infanzia una festa esigente”). Gli anni del liceo francese a Manhattan lo abituarono a convivere con ambienti e sistemi educativi diversi, tra profughi ed esiliati, o figli di diplomatici e di plutocrati.

L’università a Chicago alla fine degli anni Quaranta (“una megalopoli di pura intensità”) lo avvicinò a nuove avventure dello spirito, con la scoperta del jazz, l’interesse per la scienza, le tensioni razziali, le interminabili discussioni politiche tra coetanei, le prime esperienze sessuali, il poker, lo sport: “quelle arti dell’ordinario che sono le più difficili da acquisire per un topo di biblioteca, un privilegiato intellettuale ebreo”. Fu allora che raggiunse la consapevolezza di voler diventare un insegnante, in una notte in cui aveva aiutato i compagni a interpretare un racconto di Joyce, conquistandone una stima rispettosa, ammirata e commossa. “Da quella notte in poi, le sirene dell’insegnamento e dell’interpretazione hanno cantato per me”.

Non solo insegnante, però. L’ansia e la voluttà di imparare hanno assediato ogni attimo della vita di George Steiner, con il timore di avere disperso e sprecato molte energie in troppe ramificazioni del sapere, e il rammarico di non averne approfondite ancora di più: “Rimane in me la sofferenza all’idea delle porte che non ho aperto: la mia ignoranza del russo da una parte, la mia incapacità di accedere all’Islam dall’altra… Adesso che la mia fine si avvicina, so che la mia solitudine affollata, che l’assenza di qualsiasi scuola o movimento nato dalla mia opera e la somma delle imperfezioni sono, in gran parte, colpa mia”. Basterebbe tuttavia leggere lo splendido ultimo capitolo di questa autobiografia per convincersi dei meriti, ben maggiori delle eventuali colpe, di questo grande, saggio e lucido intellettuale.

Maestro e discepolo insieme, ha vissuto dedicandosi allo studio, alla riflessione, all’esegesi, alla passione per il linguaggio in ogni sua espressione: l’esistenza, per quanto lunga e piena di incontri, avvenimenti e libri, è comunque troppo breve per chi come lui, polymath versatile e vorace, ha sempre manifestato la necessità e il desiderio di sopravvivere alla propria transitorietà umana.

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 27 agosto 2019