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RECENSIONI

DE MARCHI

PIETRO DE MARCHI, ALLA GIUSTA STAGIONE – CASAGRANDE, BELLINZONA 2026

Pietro De Marchi (Seregno 1958) ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Zurigo ed è alla quarta pubblicazione di poesia e prose poetichr per le edizioni ticinesi Casagrande.

Alla giusta stagione è un titolo che rimanda alla terminologia agricola (secondo la citazione da Esiodo in esergo: “… se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori…”), laddove si consiglia quando sia necessario seminare, raccogliere, potare, sottintendendo metaforicamente il tempo dovuto all’inventario, letterario ed esistenziale, a cui applicarsi negli anni più maturi.

Nella prima delle sette sezioni che compongono il volume, le “Istruzioni per l’uso” da seguire nel lavoro concreto e fisico della scrittura vengono ricavate dagli esempi di manualità dei vari homo faber che nei millenni hanno insegnato agli esseri umani le tecniche di sopravvivenza: contadini, boscaioli, artigiani. Dalle loro minuziose, pazienti e umili azioni quotidiane il poeta ha senz’altro molto da apprendere (“Impara allora anche tu: metti in fila le parole / e ogni frase al suo posto, / come i pezzi di legna / della catasta”). Con i gesti antichi e rigorosi di quando si stilava una lettera a mano, l’autore cataloga i “ricordi sparsi”, ridando loro vita come fa il fuoco nella stufa e badando che la lingua “aderisca alle cose”; controlla poi lo stile, sceglie sottofondi e ambienti adatti, mettendo in atto strategie contro la sofferenza personale e collettiva (anche il nuotatore evita le correnti gelate!) e finisce per chiedersi a cosa serva effettivamente la sua scrittura. Forse a niente, si risponde, certo non a garantire le libertà civili (“L’interrogativo è sempre lo stesso: «Che fare?» / Sperare nei tirannicidi, nella rivolta delle masse, / nella resipiscenza dei meno fanatici, // nella diplomazia internazionale…”). Pietro De Marchi demanda alla poesia il semplice compito di osservare le cose intorno, con stupore e gratitudine, per preservare l’innocenza di un mondo umano e non umano timoroso e disarmato di fronte a una Storia che lo sovrasta, e di fronte alla banalità della cultura contemporanea, “un solo ininterrotto blablablà”.

La terza sezione, dal titolo pliniano Storie naturali, si presenta coerente alle intenzioni esplicitate all’inizio del volume: un’attenzione rispettosa all’ambiente vegetale e animale che offre e riceve conforto dalla luminosità delle giornate estive (ed elenca pini, eriche, corbezzoli, acacie, felci, asfodeli, “la rara euforbia”; leprotti, ghiandaie, scoiattoli, qualche picchio, chiocciole, cavallette…), e che regala momenti felici intorno a una tavola tra brigate di amici. Frequenti sono le composizioni dedicate alle affettuose presenze che hanno accompagnato benevolmente l’esistenza del poeta, esprimendo rimpianto per i sodali morti (“Gli amici tacciono, poi parlano, poi tacciono, / un violoncello suona e ancora fischia il vento”).

Dopo la natura, la Storia, nel quinto capitolo intitolato Sotto le nuvole e nei due conclusivi: una storia letta dalla parte degli umili, degli sfruttati, delle vittime in guerra e sul lavoro, con una sensibilità particolare per gli anziani, le vedove in lutto, gli smemorati negli ospizi, in una successione di quadri descrittivi in cui a ogni sentimento di commossa partecipazione fa da sfondo un’immagine visiva che ne sottolinea la delicata complicità (due tortore grigie che si alzano in volo, il viso dolce di una passeggera su un aereo, un’improvvisa interruzione di corrente, la moglie ansiosa di un tennista a Wimbledon, “un bacio / solo pensato”). Ma troviamo anche una satira amara delle regole accademiche, e pillole di saggezza sulla caducità della vita, sull’inconsistenza del successo effimero, sui tanti egoismi e le poche generosità gratuite riscontrabili in questo nostro agire contemporaneo: “ma già qui nei nostri terrestri confini / siamo tutti poco più di niente / e non c’è altro da dire / e va bene così”.

Nei terrestri confini dove tutto succede e spesso senza alcuna finalità, dove si soffre e gioisce fino “ai titoli di coda”, Pietro De Marchi raccontando incontri particolarmente suggestivi (un venditore di caldarroste, un tassista filosofo, tre bambine in bicicletta) si rivela un documentarista di impressioni, un ritrattista di volti e pose, un filologo esplorante etimologie: sempre con la calma dedizione di chi svolge il suo lavoro con la cura artigianale dovuta alle opere e ai giorni.

 

«La Poesia e lo Spirito», 11 aprile 2026

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EVAN

GIO EVAN, LA GIOIA È UN DURO LAVORO – FELTRINELLI, MILANO 2026

Molti sono gli scrittori e le scrittrici di ogni epoca e paese che hanno dedicato interi libri alle loro madri, in genere dopo averle perdute, esprimendo amore e dolore, nostalgia e gratitudine, rimpianto e rimorso. Talvolta anche astio, biasimo, rancore. Alcuni nomi? I nostri Ferdinando Camon, Erri De Luca, Michela Murgia, Maria Grazia Calandrone, Donatella di Pietrantonio. Tra gli stranieri Annie Ernaux, Albert Cohen, Georges Simenon, Toni Morrison… Così ha fatto recentemente anche Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro (Messina 1992), narratore, poeta, cantautore di grande successo, che di solito trae motivi di riflessione dai suoi avventurosi viaggi (India, Sudamerica, Europa), dall’osservazione dell’esistenza umana e non-umana, e da istanze ecologiche e spirituali. La sua popolarità è aumentata in maniera progressiva in seguito alla pubblicazione di tre volumi di poesie (Passa a sorprendermi, Capita a volte che ti penso sempre e Ormai tra noi tutto è infinito) e alla diffusione di aforismi sui social, di album musicali e di spettacoli teatrali.

L’ultimo suo libro, pubblicato da Feltrinelli, si intitola La gioia è un duro lavoro ed è una sorta di diario intimo dedicato alla madre scomparsa e poi ritrovata nella “trasparenza dell’aria”, nella sospensione immateriale dell’ovunque, nel desiderio silenzioso di una nuova confidenza (Un romanzo, un saggio spirituale – recita il sottotitolo).

Seguace della pratica sciamanica, antica di quarantamila anni, che insegna a riportare equilibrio là dove si è rotto un legame esile o tormentato, Evan ha adottato la tattica di pensiero e respirazione con cui esercitarsi a recuperare la propria integrità, tornando indietro con la memoria ai momenti dolorosi della vita, e soffiandoli via, liberando il presente dai residui del passato, in un processo che lo sciamanesimo chiama ricapitolazione. Secondo don Josè Sanchez, ultimo maestro dell’autore, raggiunge l’elevazione chi riesce a familiarizzare con l’invisibile. Di invisibile, in questo testo, ne troviamo molto, a partire proprio dalla figura materna, un tempo solida e concreta, oggi resa evanescente dall’ombra della morte. La memoria fa continuare a vivere chi è passato a un’altra dimensione, e il figlio a un anno dal “passaggio” della madre, la incontra nuovamente, le parla, si accompagna a lei in una lunga passeggiata, le ricorda momenti vissuti insieme nell’infanzia e altri che lei non ha potuto conoscere; le racconta di viaggi, di incontri straordinari, della propria simbiosi con il mondo vegetale e animale, di una maniera di pregare inedita e illuminante da cui assorbire bellezza, saggezza e coraggio.

Proprio grazie alla sua immaterialità, la mamma (che non ha gambe per camminare, mani per accarezzare, bocca per parlare) riesce a essere più presente e partecipe di prima, esercitando “l’impalpabile”. Il figlio che non era stato compreso (“Riconosco solo ora, mentre ti parlo intrufolato nell’invisibile, di essere stato in famiglia la spada che ha guastato le usanze. Se mi riguardo, vedo scalpitare in me un Don Chisciotte furibondo contro i mulini delle tradizioni… Ero un disegno a parte, sono nato con “l’anima sparsa”. Ho preso le buone maniere dall’Indonesia, le posture dall’India, lo spirito dall’Amazzonia…”), ora, da adulto quasi riconciliato, dedica alla madre parole di tenera dedizione, di ammirata consapevolezza. “Tu hai sempre somigliato all’impercettibile… Avevi i modi: i vicini ti chiamavano Duchessa. Mangiavi piatti poveri con le mani impostate a galateo. Riuscivi a rendere importante una minestra di cipolla, davi giustizia alle posate, le impugnavi come avrebbe fatto una regina. Avevi i modi nella voce, non hai urlato mai… Eri fatta di frasi brevi, vocaboli semplici, non ricercavi sinonimi, il bello era il bello e il brutto era il brutto… Avevi pollice verde, ti portavano fiori secchi e piante a foglia morta, e tu li risuscitavi. Raddrizzavi i loro steli come un fisioterapista fa con la schiena…Tu sei scesa nella vita. Ti sei presa il dolore, tutto quello che c’era, e lo hai tenuto con te, poi te ne sei andata… Tu sei spirito guida dai tempi che ti conosco… Sei stata un grande padre, mamma”.

Riguardo a questo suo ultimo lavoro, Gio Evan ammonisce il lettore sulla possibilità di accostarlo o come “un’elaborazione raffinata del lutto, una risposta neurologica alla mancanza, un modo del cervello per non lasciare morire del tutto ciò che ama”, oppure come una manifestazione dell’invisibile, resa possibile dagli insegnamenti sciamanici appresi nel suo apprendistato spirituale in Oriente. L’essenziale è poter percepire la presenza di chi non c’è più come un arricchimento e un dono, la possibilità di riguadagnare un’intimità perduta, la verità di un rapporto magari colpevolmente trascurato ma ancora fecondo. In una prosa elegante e priva di rigidità, attenta a mantenere coerenza nella fluidità, l’autore esprime un rispetto gentile non solo verso la realtà e ciò che supera la realtà, ma soprattutto per il materiale che utilizza: le parole.

 

«Gli Stati Generali», 6 aprile 2026

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MARIANO

BEPPE MARIANO, LA PAROLA CHE TI DEVO – DI FELICE, MARTINSICURO (TE) 2025

Beppe Mariano, poeta piemontese nato nel 1938, voce riconoscibile e pluripremiata della lirica italiana tra i due millenni, autore di numerose raccolte di versi, ha pubblicato recentemente l’antologia La parola che ti devo, richiamandosi al titolo più famoso del poeta spagnolo Pedro Salinas La voz a ti debida. Destinataria dell’omaggio pare prevedibilmente essere sua moglie, celebrata nella tenera dedica “A Elda, mio bene, ai nostri cinquant’anni insieme”.

Un volume, questo, che unisce testi inediti e già editi, ma rielaborati sapientemente e in maniera innovativa, come acutamente coglie nella sua entusiastica prefazione Riccardo Deiana, trovando in essi “civismo, ironia, lirismo esistenzialista, monologhi e comicità”.

In effetti, duttili e polivalenti si mostrano i molti registri delle composizioni, nella forma e nei contenuti, dal puro descrittivismo alla parodia, dal divertissement linguistico alla commossa rievocazione, fino alla riflessione politicamente e socialmente più risentita.

Quindi ci imbattiamo in illustrazioni naturali che spalancano brecce nella memoria provocando un malinconico rimpianto (“Lo sgelo delle nevi sospinge il torrente / contro le arcate del ponte / dove gente sta discutendo // … È stata travolta da un’acquata / la riva dove abbiamo amoreggiato”) e successivamente in sconsolate considerazioni sulla banalità di insinceri rapporti sentimentali: “… anche l’amore ha talvolta / della plastica il sapore, // la stessa proporzione / tra volume e peso / tra propositi e attuazione”. Da commosse dichiarazioni di fedeltà affettiva (“Come le tegole / che sovrapposte / una sull’altra / insieme formano riparo // altrettanto noi restiamo / uno nell’altra saldi”) si passa allo sdegno esibito per le violenze sessuali patite da donne incolpevoli (“Aveva vent’anni … e venti erano / quelli che l’hanno stuprata”, “L’ebrezza insegui d’un giranotte / che si sperpera tra bar e varia immondezza”).

Una poesia che ama i contrasti, questa di Beppe Mariano, soprattutto quando si occupa di realtà collettive, disperate e disperanti come la guerra che stermina popolazioni, distrugge città, ammazza i bambini (feroce la sua critica di Israele che trasforma la fionda di Davide in un carro armato, trepido il ritratto della ragazza palestinese Jainina in fila tra gli affamati, scandalizzato il racconto dell’esecuzione di un cane randagio a Gaza). A tali intense rappresentazioni si alternano gli sbeffeggiamenti verso un Trump intontito, la critica di una società sempre più informatizzata, l’amara constatazione del dissesto ambientale, il dileggio per il brillio delle lucciole sostituito dal segnale fosforescente dei cellulari.

Non c’è barboso moralismo nella satira del poeta, forse invece un amareggiato rammarico per il calo generalizzato di solidarietà e simpatia umana, a cui corrisponde un aumento di egoismo e disinteresse verso il bene comune e verso gli altri, che invece il suo sguardo continua a esaminare con curiosità, sorridente saggezza, empatia e dichiarata benevolenza: siano i genitori morti, l’amico in lutto, l’anziana curiosa, il poeta rivale, la casa disabitata, una poltrona consunta.  Mariano osserva con indulgente autoironia anche sé stesso nel ritratto del Commiato conclusivo: “A quasi novant’anni / mi sono accorciato. / Se arriverò ai cento / sarò lungo come / quando sono nato. // Son Beppe / che sta tornando Beppino”.

 

«SoloLibri», 2 aprile 2026

 

 

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CASATI

ANGELO CASATI, RIAPRIRE LE SORGENTI – SANPINO, PECETTO TORINESE 2026

Consegno e affido spesso, pur da non credente, le mie ansie quotidiane e il mio desiderio d’infinito alla lettura domenicale delle omelie di Don Angelo Casati, presenti sul sito www.sullasoglia.eu. Perché dopo un’amicizia epistolare più che decennale, e dopo l’attenta riflessione critica sulle sue pubblicazioni, trovo nell’interpretazione delle pagine del Vangelo di questo gentile sacerdote ultranovantenne non solo l’accoglimento umile e grato della Parola, non solo uno scavo nell’interiorità umana privo di pregiudizi, ma soprattutto la capacità di rivestire singole espressioni del testo sacro di una particolare suggestione emozionale. Così scrive Chandra Candiani: “Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”. Poeta è infatti Don Casati, innamorato fruitore e produttore di poesia, che ha al suo attivo molte pubblicazioni spazianti dalle raccolte di versi a commenti evangelici, da riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il Saggiatore…). Nato a Milano nel 1931, è sacerdote dal 1954, vicario parrocchiale a Busto Arsizio, parroco a Lecco, poi a San Giovanni in Laterano a Milano: oggi risiede nella casa parrocchiale di Via Montenapoleone, con la vista parecchio compromessa, il fisico indebolito e vacillante, la porta aperta, per quanto gli è possibile, alle fessure che ancora gli offre la vita.

L’ultimo suo libro si intitola Riaprire le sorgenti, ed è un’intervista condotta dal critico Francesco Occhetto sulla esperienza esistenziale e sacerdotale, e sul rilievo che la poesia ha assunto nella vicenda umana dell’autore. Proprio Occhetto nella sapiente prefazione al piccolo volume sottolinea che nel nostro “presente tanto obnubilato dall’incapacità di ascolto e attenzione interiore”, Don Angelo riesce “ad accendere focolai di risveglio” attraverso la sua confidenza col trascendente e il suo magistero di carità, “non forzando ma sussurrando”. Lo fa, appunto, con l’insistere sul senso ultimo della poesia, che ha il compito e l’urgenza di recuperare il sapore massimo d’ogni parola, salvandola “dall’uso letterale, meccanico, mercantilistico che se ne fa comunemente”.

Poche le annotazioni biografiche nel dialogo d’apertura: la nascita in una numerosa famiglia milanese residente vicino al Politecnico, le vacanze brianzole presso il nonno medico condotto, l’educazione cattolica e la volontaria entrata in un seminario rigidamente “incolonnante”. E poi la rivelazione del luminoso messaggio di Cristo tramite l’insegnamento di un insegnante di teologia, e la contemporanea scoperta della voce dei poeti sempre più letti, amati, imitati, fino all’identificazione di un timbro personale che ha caratterizzato tutta la sua produzione in versi.

Se gli si chiede di definire cosa sia la poesia, Don Casati risponde che essa “venera e custodisce la distanza: il suo posto è sulla soglia”; allude, rarefà, invoca immagini, lascia spazio al silenzio; è indugio, mistero, incanto, stupore, nostalgia. Perché come esseri umani abbiamo il dovere di indugiare con il pensiero su cosa siamo e su qual è il nostro destino di creature, di rispettare il mistero che circonda vita e morte, di stupirci della bellezza e grandiosità della natura, di provare nostalgia dei volti amati, delle cose perdute.

A me è dato / per grazia / carico d’anni / incantarmi”, scrive il sacerdote-poeta, “insonne cercatore di Dio … in mendicanza di luce”, che ammonisce il lettore di “stare dentro la vita… fare voto di vastità”. Dilatarsi per uscire dai confini stretti dell’ego, perché “abbiamo messo al centro del mondo l’io prevaricatore che cancella il volto dell’altro, l’io totalizzante, radice di tutti i totalitarismi politici e di tutti i fanatismi religiosi, l’io prepotente”. Allora scrivere poesia diventa una preghiera di ringraziamento, ma non devozionale, moralista, puritana; anche la poesia religiosa deve sconfinare, aprire, azzardare, ribaltare abitudini consolidate da riti ecclesiali obsoleti e claustrofobici, sempre escludenti e definitori.

Don Angelo non teme di apparire scandaloso, quando rifiuta come il suo caro amico David Maria Turoldo “una religione persa nei codici e nelle astrazioni”, e confessa: “L’aria mi era e, a volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo, esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri: Hanno abbassato i monti / l’hanno chiamata religione. / Hanno impoverito l’orizzonte, / l’hanno chiamata fede”.

Fede vera è affidamento discreto, anche nella malattia e nella vecchiaia (“Perdo pezzi di voce e di occhi, / di memoria e di cuore. / Dietro / alle spalle tu ti chini / e raccogli”), sapendo che anche l’ombra potrà dare senso al non senso della fine, se accettata, attesa come un abbraccio.

 

 

 

 

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GATTO

ALFONSO GATTO, TUTTE LE POESIE – MONDADORI, MILANO 2017

Cinquant’anni fa moriva in un incidente stradale Alfonso Gatto (Salerno 1909-Orbetello 1976), uno dei poeti più noti della sua generazione, oltreché narratore, pittore, critico letterario e d’arte. Tutta la sua vita, già dalla giovinezza, era stata vissuta all’insegna dell’inquietudine esistenziale e intellettuale, con continui trasferimenti tra diverse città, occupazioni precarie, e tormentati rapporti affettivi: ma con una assoluta coerenza e dedizione agli ideali civili di libertà e uguaglianza, difesi da un concreto impegno politico. Dapprima commesso di libreria, poi istitutore di collegio, correttore di bozze, insegnante, giornalista, nel 1938 insieme a Vasco Pratolini aveva fondato la rivista di letteratura militante Campo di Marte; poi iniziò a collaborare a Rinascita e dopo la guerra a L’Unità. Iscritto al PCI dal 1944, si dimise nel 1951, diventando un comunista “dissidente”. Nel 1946 incontrò la pittrice e poetessa triestina Graziana Pentich – per la quale aveva abbandonato la prima moglie e le due figlie –, e da cui ebbe Leone, suicidatosi pochi mesi dopo la morte del padre. Gatto è sepolto nel cimitero di Salerno, e sulla sua tomba sono incise le parole di Eugenio Monatle: “Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore”.

Davvero l’amore rimase argomento principe delle sue composizioni già dalla prima pubblicazione, Isola, del 1932, legata all’esperienza ermetica degli anni fiorentini che utilizzava un linguaggio rarefatto e allusivo, ma in lui più decisamente e volutamente attento alla melodia. Temi fondamentali di questa prima raccolta, poi ripresi in tutte le successive, erano appunto l’amore, la memoria, il paesaggio, l’assenza, filtrati attraverso immagini idilliache e incantate con un’eco della poetica pascoliana e dannunziana: “Tremo d’esile vena per lontane / arie di suono, mi lusingo in volto. / Come alleviate toccano le vane / solitudini il cielo vuoto, ascolto”; “E del mio cuore nulla saprò dire / ad altri mai, fu tenero ed in piena / di sua pietà travolto lasciò vana / memoria al tempo, un sogno di morire”. Nei volumi successivi, Morto ai paesi (1933-1937), La memoria felice, Arte e ricordi, rifluiti tutti in Poesie (1929-1941) si accentua il legame con l’ermetismo e la dipendenza stilistica dalla poesia novecentesca di Ungaretti e poi da Quasimodo, con l’affiorare di conglomerati di oscurità pur nella fedeltà all’ideale della “poesia pura”, in cui iniziano a emergere intermittenti tracce di surrealismo. Dominano toni intimi e malinconici, ma sempre rielaborati fantasticamente: “Immagine d’aria / la luna morta odora / sfinita in pendio”; “Così persuasa al giorno / che sente di morire / sul suo nuovo ritorno / tramonta la città”. Si delinea in queste raccolte il descrittivismo che prevarrà in seguito, con una decisa concentrazione sui suoni e sui colori, recuperati in un ritrovato rapporto con la gente, la musica, il paesaggio meridionale: “Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba. / Si staccano i convogli, nella piazza / bruna di terra il verde dei giardini / trema d’autunno nei cancelli”. Il Sud riflette sia emozionalmente sia simbolicamente la terra arretrata e precapitalistica da cui il poeta si è allontanato per immergersi in un mondo nuovo dal quale tuttavia continua a sentirsi escluso, scisso tra nostalgia e rancore, rimpianto e senso di colpa. Sentimenti che riappariranno nelle pubblicazioni successive, in versi e in prosa: “Io so che nulla potrà mutare / il nero della mia gente, / il soliloquio scende / come una sera di scirocco / e non ha ragioni, non ha patria. // … Io so che nulla si consuma / e profumo di mura e vecchie notti / un vento solitario come ardendo / nelle donne trabocca”. Predomina in queste poesie il gusto impressionistico dei particolari, ma si avverte anche il pericolo di uno scadere manieristico nel sentimentalismo, in un’eccessiva cantabilità, in un populismo retorico, pur nella più matura e rigorosa strutturazione formale e nel manifestarsi di una nuova sensibilità etica.

L’arresto nel 1936 a causa del suo dichiarato antifascismo, e la carcerazione di sei mesi a San Vittore, indirizzò la svolta formale e di contenuti avvenuta negli anni della guerra, della Resistenza, del dopoguerra, con una presa di coscienza più decisa e vitale riguardo alle ingiustizie patite dagli umili, e un’attenzione partecipe e combattiva agli avvenimenti storici. Infatti La storia delle vittime, uscito in due edizioni, di cui la seconda ottenne il Premio Viareggio nel 1966, raccoglie tre libri composti tra il 1944 e il 1947 (Amore della vita, Il capo sulla neve, Giornale di due inverni) in cui si attua un sicuro rinnovamento stilistico con la scelta di strutture più narrative che liriche, con accenti più polemici che consolatori, attraverso concreti richiami all’urgenza di una partecipazione collettiva agli avvenimenti drammatici che coinvolgono l’Italia. Liriche intitolate 25 aprile, Per i martiri di Piazzale Loreto, Una notte, Anniversario, A uno straniero, Alla Croce Rossa, Lo sbarco, Le vittime, Sei agosto evidenziano negli incipit la necessità di un risveglio di consapevolezza civile, testimoniando insieme lo sdegno per l’oppressione fascista e nazista, il dolore per la morte di tanti innocenti, la volontà di un riscatto nazionale. “La chiusa angoscia delle notti, il pianto / delle mamme annerite sulla neve / accanto ai figli uccisi, l’ululato / nel vento, nelle tenebre, dei lupi / assediati con la propria strage, / la speranza che dietro ci svegliava / oltre l’orrore le parole udite / dalla bocca fermissima dei morti…”,

“Quando avremo lo sguardo delle bestie / ci sembrerà di urlare / a scarpe morte, a teschi d’argento / agli uccisi di fango invecchiati / ancora coi fulmini addosso”, “Ed era l’alba, poi tutto fu fermo / la città, il cielo, il fiato del giorno. / Rimasero i carnefici soltanto / vivi davanti ai morti”.

I volumi che seguirono a questa fase di poesia impegnata e militante (La forza degli occhi e Osteria flegrea, tra il 1950 e il 1960) consolidarono coerentemente la fama di Alfonso Gatto come poeta di una naturalezza fisica, abbondante, spontanea, capace di percepire gli umori interni ed esterni del sé e del mondo, solidale interprete della gente, del paesaggio, delle voci e dei suoni. La parola a cui fare affidamento aveva per lui soprattutto una rilevanza fonica: più delle metafore e delle analogie, per quanto sapientemente e consapevolmente usate, era la rima come elemento necessario di musicalità, insieme all’assonanza, alla ripetizione, a creare la magia sinestetica tra visione ed effetto acustico.

Estraneo a ogni intellettualismo o sperimentalismo, e invece diretto a creare un collegamento melodico con lo spirito più popolare della canzone – dalla ballata alla filastrocca, dalla preghiera alla serenata – il suo utilizzo della rima rivelava qualcosa di giocoso e infantile: “In fondo al pozzo delle case sola / la voce d’un bambino che pedala / nel suo grigio universo sotto l’ala / del mantello che vola”, “Trapeli un po’ di verde / il limone, il sifone, / il piccolo portone / della pensione, / trapeli il blu / anche tu / vestita col tuo nudo rosa, / ogni cosa amorosa”.

Poeta del canto, dello slancio immaginoso, dell’immediatezza sentimentale, dell’emozione mai ripudiata, Alfonso Gatto si nutriva anche di un’insoddisfazione etica che lo portava a credere nella poesia come possibilità di riscatto e di ricomposizione profondamente umana.

 

«Gli Stati Generali», 25 marzo 2026

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

ZANCAN

NICCOLÒ ZANCAN, L’ULTIMO OPERAIO. CANTO FINALE DELLA GRANDE FABBRICA.

EINAUDI, TORINO 2026

Niccolò Zancan (Torino 1971) è un giornalista della «Stampa», autore di saggi e narrativa. Per Einaudi ha pubblicato il volume L’ultimo operaio, dedicato alla situazione della ex Fiat, oggi Stellantis, e alla città che l’ha vista nascere nel 1899, crescere negli anni del boom economico, entrare in crisi tra gli anni ’80 e ’90, fino all’attuale fallimentare decadenza. È un libro scritto con evidente partecipazione emotiva, venata di sdegno e sconforto ma anche di dolente nostalgia verso un mondo di rapporti umani fatti di solidarietà, collaborazione, dedizione al lavoro, mondo ormai scomparso e sostituito da relazioni sociali anonime, fredde, prepotenti. L’autore nell’introduzione confessa di aver sperato di scrivere un testo pieno di rabbia e fragori metallici, e di essersi trovato invece a firmare una storia d’amore e di fantasmi.

I dati elencati nelle prime pagine del volume sono una lampante denuncia della cattiva amministrazione industriale e degli enormi errori manageriali che hanno portato la più grande industria italiana allo sfascio, conducendo con sé nel declino un’intera città, che si identificava anche culturalmente in un giornale e in una squadra di calcio. Si è trattato di una vera mutazione antropologica: nel 1971 Torino era arrivata a contare 1.167.000 abitanti, di cui sessantamila operai di cui si decantava l’abilità, la precisione, l’attaccamento al lavoro, la consapevolezza sindacale, e che oggi si sono ridotti a poco più di quattromila, con un’età media di 58 anni, in cassa integrazione continuativamente da quindici anni. Lo stabilimento di Mirafiori, città nella città – quasi tre milioni quadrati di estensione, trentasette porte d’accesso, dieci chilometri di perimetro – dopo essere stato per decenni uno dei maggiori centri produttivi in Europa, è diventato un’area deserta, adibita a pista ciclabile dove scorrazzano i cinghiali.

Qual era stata la storia della Fabbrica Italiana Automobili Torino? Nel decennio 1960-1970 la produzione di automobili della Fiat era passata da cinquecentomila pezzi a un milione e mezzo, con una crescita esponenziale e di utili enormi, ma avviando lentamente anche un calo della qualità del prodotto che negli anni ha inciso negativamente sulle vendite. Allora l’industria piemontese dava lavoro a un milione di persone, fra dipendenti diretti e indiretti, fornitori, concessionari, pubblicitari. Il decadimento è stato improvviso e costante a partire dal 1974, con la prima cassa integrazione che ha inaugurato le sovvenzioni statali prolungatesi fino a oggi: l’attuale “ristrutturazione aziendale” ha provocato quindicimila incentivi all’esodo nel 2023, altri 600 lavoratori licenziati nel 2025, mentre solo nel 2024 il gruppo Stellantis ha speso 777 milioni in tutta Italia per concludere centinaia di rapporti di lavoro. Cinquecento aziende metalmeccaniche dell’indotto hanno chiuso negli ultimi quindici anni, trentacinquemila persone hanno perso il posto. La progressiva finanziarizzazione ha posto in secondo piano il coinvolgimento nella realtà industriale, il sistema bancario ha soppiantato la fabbrica, la cassaforte della famiglia Agnelli è stata trasferita in Olanda, la sede direttiva in Francia, gli stabilimenti delocalizzati all’estero, con l’utilizzo di manodopera locale.

Il volume di Niccolò Zancan (diviso in quattro capitoli: Mappe, Corpi, Stelle minori, Affari sentimentali) coniuga narrativa, inchiesta, saggio, interviste, producendo un affidabile affresco dello stato di desolazione in cui versa non solo l’industria italiana, ma tutta la rete sociale e familiare ad essa sottesa. Si apre con una toccante confessione in prima persona messa in bocca a un vecchio operaio: “Nel 1987, quando siamo entrati, questa era ancora la Fiat, avevamo ancora le tute blu, i vecchi dettavano le regole ai giovani, ed erano regole buone per tutti”. Continua con la descrizione del deserto di quello che una volta veniva allegramente chiamato Miraflowers, ed è sempre lo stesso protagonista a raccontarlo: “Il buio delle palazzine, le strade chiuse, i tunnel sbarrati, le luci spente, l’odore di chiuso, il rimbombo del niente, la distanza enorme fra tutte le cose…”. La voce narrante denuncia lo stato di crescenti difficoltà ambientali vissute dai pochi salariati ancora attivi: temperature gelide o torride nei capannoni; chiusura di bagni, spogliatoi e mense; ore di lavoro non calcolate; turni massacranti; trasporti interni ed esterni cancellati; pendolarismo obbligatorio verso il sud o paesi stranieri; malattie professionali. Tutto in nome di un’unica finalità: l’ottimizzazione dei costi.

L’esposizione si politicizza nel ricordare alcuni episodi della storia recente della Fiat: il referendum del 2011 voluto da Marchionne, la vendita dell’Iveco all’India, la scandalosa buonuscita milionaria di Tavares, i sacrosanti fischi a John Elkann durante la partita di Sinner, il festoso saluto fuori luogo

del nuovo amministratore delegato Antonio Filosa. È opportuno a questo punto riportare un florilegio di frasi che emergono dalle pagine del libro, segnandone malinconicamente la drammaticità: “Stanno svendendo la fabbrica a pezzi, con dentro tutti noi”, “Siamo diventati operai egoisti”, “Cassa integrazione. Cassa da morto”, “Quelli come me saranno i nuovi poveri”, “Costa tutto il doppio. È così che la nostra vita si è dimezzata”. Ma a meglio definire lo spossessamento della proprietà industriale che ha riguardato anche tutte le maestranze è forse la fuorviante trasformazione del linguaggio usato dai padroni per comunicare con i dipendenti, i quali fino a qualche decennio fa si esprimevano solo in piemontese o in uno dei tanti dialetti del nostro Sud: “Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor. Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo gli addetti di linea. E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR, Human Resources”. E poi decision making, execution stakeholder, variable pay. Come se pronunciate in inglese, le parole potessero risultare più inoffensive.

 

«Gli Stati Generali», 18 marzo 2026

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

BENASSI

CECILIA BENASSI, MISURAZIONI – IGNAZIO PAPPALARDO EDITORE, ROMA 2026.

Nella prefazione al volume Misurazioni di Cecilia Benassi, Franco Nembrini definisce la raccolta di poesie come un percorso segnato da quattro caratteristiche fondamentali: il dolore, quando assume le sembianze totalizzanti del fallimento e della morte; la tentazione, se illude e promette una falsa autonomia personale; la parola di salvezza e consolazione capace di illuminare; infine la misura, che delimita orizzontalmente e verticalmente l’agire umano.

A queste indicazioni aggiungerei una quinta traccia interpretativa: la fragilità, temuta e insieme accettata come inevitabile marchio distintivo dell’essenza creaturale.

Cecilia Benassi, nata a Luzzara (RE) nel 1986, è oggi monaca clarissa nel Monastero Santa Chiara di Paganica (AQ) e Dottore di ricerca in Filosofia presso la LUMSA di Roma, dopo aver seguito un iter di studi letterari di eccellenza che l’ha portata a laurearsi all’Università Cattolica di Milano e alla specializzazione a Lugano sotto la guida di Carlo Ossola. Una competenza filologica e critica ben avvertibile in questa sua prima pubblicazione in volume, scandita in cinque capitoli introdotti da epigrafi che spaziano dalle Sacre Scritture ai Detti dei Chassidim fino ai Four Quartets di Eliot.

Fragilità, dicevamo, da intendere come consapevole umiltà di fronte alla propria inadeguatezza di creatura: “Camminare. / Chi mi dirà le direzioni / per arrivare e misurare / ciò che ancora non so vedere?”, “Tocca chi sei tu. // Ma dove poi mi dicevo / andrò a trovare questo tu / che sono io?”, “Accusa senza sosta / e tu sei sempre / al banco degli imputati”.

È un timore che rende muti, ma proprio nel silenzio Suor Cecilia trova la possibilità di un’esplorazione più intima dell’anima (“interior intimo meo”, scriveva Sant’Agostino): “pause – silenzi – punti / spazi respiri intoppi / spazio a capo / silenzio”), e nel tacere si scopre in grado di scandagliare il dolore per vincerlo: “Eppure irrompe la morte / e il mio tutto si scombina. // Qui risorge il ritmo nuovo / una danza piena: // morire per alzarsi piroettare / fare del dolore il vero atleta / nei maggesi verdi e d’oro // tra le messi dell’eternità”, “Una misura viva / che nella morte apprende / il canto nuovo”.

Dalla sofferenza e dalla paura, quindi, un passaggio successivo porta alla gioia, attraverso l’amore rivelato dalla parola, propria e dell’altro (“Una cosa viva. Una parola / una parola un a-capo / una parola. // … Sangue e soffio. Una parola una parola / una parola”). Amore annunciato soprattutto dalla Parola, quella che arriva dall’alto, da Dio, dai suoi Profeti, dagli Evangelisti: “Manda a noi la tua Parola / venga e scenda / le radici della lingua le radici / della gola. Metta pace tra gli idiomi / sparga gioia con i suoni”.

Con la rivelazione del bene si giunge allora, in leggerezza, con tenuità e candore, a un’apertura del sé verso altri inesplorati orizzonti, in modo da ricreare uno stato verginale di armonia e grazia.

“Scopri allora nel grande nero / il volto vero e sconosciuto / grembo arioso / per una nuova vita”, “Ma Signore com’è bella / la vita senza paura!”, “Preghiera / Corpo di carne che danza”, “Guarda sai, cose belle. / Qui si va, si cammina nell’aria”.

Suor Cecilia Benassi si solleva e ci solleva, volteggia in alto senza tuttavia scordare il basso, ma perdonandolo, valorizzandolo, offrendolo in dono a chi lo sappia osservare lontano da pregiudizi o giudizi inclementi.

 

«Mosaico di pace», marzo 2026

RECENSIONI

GALIMBERTI

UMBERTO GALIMBERTI, LE DISAVVENTURE DELLA VERITÀ – FELTRINELLI, MILANO 2025

 

La domanda nietzschiana “Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo?” fa da epigrafe all’ultimo volume di Umberto Galimberti Le disavventure della verità che, ripercorrendo il modo in cui il pensiero universale, dai Greci all’AI, ha definito il rapporto tra vero e falso, riflette su come la contemporaneità sia ormai portata a confondere la realtà con la sua rappresentazione.

In che modo oggi, infatti, possiamo ritenerci sicuri della autenticità di ciò che appare ai nostri sensi, di ciò che vediamo e sentiamo (che ci fanno vedere e sentire), e perché ci accontentiamo di venire formati, plasmati, modificati dai mezzi di comunicazione – stampa-tv-social – senza una verifica critica dei messaggi trasmessi e delle loro fonti?

Galimberti ci mette in guardia dall’acquiescenza con cui ci affidiamo alla narrazione pubblica propinata dall’alto, pur di non venire turbati nelle nostre tranquille convinzioni culturali e nelle abitudini quotidiane. Poiché siamo immersi in sistemi comunicativi complessi, preferiamo consegnarci a cosiddetti esperti in grado di valutare con maggiore competenza di noi situazioni problematiche. Deleghiamo, quindi, il nostro giudizio sulla realtà a chi meglio sa essere persuasivo nella divulgazione. Non è più l’oggettività di un resoconto che diviene importante, quanto la sua efficacia nel persuadere. Uno slogan ribadito ripetutamente, anche se poco credibile o addirittura infondato, ottiene il suo effetto di convinzione in chi lo ascolta in misura maggiore di un ragionamento ponderato, convincente, pacato. La verità può essere manipolata o ricostruita ad arte per fini politici, economici, religiosi, e tuttavia risulta credibile se si ammanta di efficacia, persuasione, forza. Come ci si può difendere dalla menzogna quando viene astutamente propagata nell’opinione pubblica per sedurre le menti e condizionare i comportamenti? Secondo Galimberti, l’unica possibilità che abbiamo per tutelarci e garantire la nostra indipendenza di giudizio è quella di assumere uno spirito critico, vagliando ipotesi, confrontando opinioni, esercitando l’arte del dubbio.

L’autore ripercorre la storia del pensiero occidentale a partire dalla diversa traduzione della parola “verità” nella cultura greca (alétheia, “disvelamento”) e in quella giudaica (’Emet, “fare”): se i greci sottolineavano il valore dell’illuminazione offerto dalla conoscenza rivelatrice, gli ebrei insistevano piuttosto sull’importanza dell’azione costruttrice del vero. Con una coltissima disamina filologica dei termini collegati al concetto di fedeltà al reale (apparenza, illusione, memoria, oblio, anima, natura), Galimberti illustra attraverso quali fasi si è sviluppato in Grecia il concetto di verità. Se all’inizio era la parola poetica che fungeva da tramite tra il mondo degli uomini e quello degli dei, servendosi del mito, del rito, di immagini simboliche, cantando ciò che è prima del tempo e evocando l’eterno in uno stato di possessione estatica, sarà poi la filosofia a incaricarsi di produrre idee che, non dipendendo dalla soggettività dei singoli individui, potessero diventare comprensibili a tutti in modo univoco e senza fraintendimenti. Si inaugurava così il tempo del lògos sottratto alle opinioni soggettive, in cui a differenza della parola magico-religiosa, la parola filosofica partecipa ed è condivisa dall’assenso del gruppo sociale. Al pari dei poeti e dei sacerdoti, allontanati dalla scena politica delle città perché fallaci e illusori, anche i retori e i sofisti, che utilizzavano la parola come tattica di seduzione e persuasione in maniera ingannevole, erano considerati pericolosi per le loro pratiche di dominio delle menti e delle azioni dei cittadini. Nelle loro tecniche manipolatorie Galimberti scorge l’origine “del populismo di cui oggi siamo vittime”.

Per primo Platone intese approdare a una verità universale e valida per tutti, prescindendo dalle sensazioni materiali e dalle illusioni fallaci, e facendo riferimento unicamente a quelle figure astratte che sono le idee, di cui le cose sensibili sono solo imitazioni. Astraendosi dai dati sensibili, Platone ha dato inizio al pensiero occidentale, astratto e non concretamente legato all’esperienza. “Con Platone il luogo in cui prende dimora la verità è l’anima che conosce le idee, mentre il corpo conosce solo le cose del mondo”. Nasce da qui, oltre all’astrazione che costituisce un enorme guadagno per l’economia del pensiero, anche quel dualismo di anima e corpo che percorrerà per intero la storia dell’Occidente. Con il Cristianesimo, e in particolare con Agostino, l’anima conquista la supremazia nei confronti del corpo, poiché si delega ad essa la funzione della salvezza dell’individuo, che torna così ad assumere un ruolo di primato rispetto alla comunità, al contrario di quanto succedeva tra i Greci. Diversamente che nella tradizione classica occidentale, la nozione di verità (’emet) nell’ebraismo non concerne la conoscenza, bensì l’azione. Non si contrappone all’errore, ma semmai all’ignavia e alla passività; non è qualcosa che si conosce o si contempla, ma qualcosa che si pratica attivamente, come suggeriscono molte pagine evangeliche quando predicano il dovere di agire nel bene piuttosto che di disperdersi nel parlare vano.

Questa necessaria responsabilità di avvicinarsi al vero attraverso l’azione verrà ripresa in Occidente da ideologi della rivoluzione sociale, culturale e scientifica quali Marx, Freud, Einstein (non a caso tutti ebrei), che si sono proposti non tanto di contemplare il mondo quanto di trasformarlo, liberandolo da incrostazioni teoriche e dottrinali sedimentate nei secoli. La scienza moderna ha amplificato la loro indagine critica risolvendo la verità nell’esattezza, perseguibile sperimentalmente e quindi verificabile, riproducibile e riconosciuta da tutti, senza nessun bisogno di ricorrere a riferimenti filosofici o teologici. La religione non è stata più reputata depositaria di una verità incontrastata e incontestabile, anzi la si è ritenuta autoritaria, escludente, assolutistica. E anche la filosofia è stata guardata con sospetto perché soggetta all’influenza di pressioni economiche, psicologiche, di prestigio sociale. Nella nostra epoca dominata dalla tecnologia, vero diventa solo ciò che è produttivamente efficace e funzionale. Lo scopo da conseguire nella ricerca della verità è considerato meno importante del mezzo con cui si attua tale percorso: la tecnica non è più solo uno strumento per comprendere il mondo in cui viviamo, ma diviene insieme soggetto e oggetto di indagine, da mezzo fine: la fabbricazione di mezzi è diventata oggi lo scopo della nostra esistenza. La tecnologia si svela quindi come metodo di accertamento e dominio planetario, servendosi della ragione come strumento per la produzione di un ordine universale in cui la verità ha valore non in senso assoluto ma solo quando risulta efficace al mantenimento di tale assetto. I destini dell’uomo non vengono più definiti né dall’etica individuale né dall’etica collettiva rappresentata dalla politica, ma dal procedimento tecnico che ha ridotto l’uomo a funzionario e puro esecutore del suo apparato, soppiantandolo come reale soggetto della storia. In vista di un controllo ottimale della società, sarà l’intelligenza artificiale a decidere cos’è vero, e a imporci un futuro visualizzato solo come un perfezionamento di procedure nell’assoluta mancanza di un orizzonte di senso. L’essenziale è che tutto funzioni, indipendentemente dall’eticità del fine da raggiungere.

 

«Gli Stati Generali», 11 marzo 2026

 

 

 

RECENSIONI

FO

ALESSANDRO FO, LUCI E ECLISSI, EINAUDI, TORINO 2026

 

Come si fa a non voler bene ad Alessandro Fo, poeta che concepisce la poesia come “bene”? Nato e Legnano nel 1955, figlio dell’impresario Fulvio Fo (fratello del premio Nobel Dario), ha respirato cultura dalla nascita, e ha prodotto cultura per tutta la sua esistenza: come insigne latinista – docente all’Università di Siena e innovativo traduttore dell’Eneide di recente riproposta nei Millenni einaudiani, di Rutilio Namaziano, Catullo, Apuleio –, come critico letterario e autore di versi, pubblicati prevalentemente nella collana bianca di Einaudi.

Il suo ultimo volume, Luci e eclissi, consta di tre capitoli: Nascere, Vivere, Eclissarsi, traccianti un percorso che va dalla luminosità degli inizi alla penombra del distacco, tuttavia rasserenato e consolatorio perché rischiarato non solo dalla fede – Fo è cattolico convinto e praticante –, ma dal valore catartico e coagulante della poesia.

Poesia d’amore e d’amicizia, la sua, come testimoniano i tantissimi versi dedicati, con nomi e cognomi, a persone a lui vicine nel presente e nel passato: parenti, colleghi, poeti, religiosi, umili comparse incontrate per caso o protagonisti fondamentali della sua formazione culturale e affettiva. Sono tutti identificati nominalmente e nelle loro qualifiche: Vanni Scheiwiller, Elio Filippo Accrocca, Massimo Pomi, Enzo Mazza, Nino Costa, Angelo Maria Ripellino, Mauro Sambi, Claudio Bondì, Giovanni Orelli, i tanti altri intellettuali che hanno arricchito la sua creatività, puntigliosamente citati nel ricco repertorio di note finale. Ma poi anche Mariella, Emanuele, Alice, Sara, Marco, Sofia, Giorgio, Valeria, Martina, Carla, Natàliaa, don Renato, don Roberto, la mamma, la sorella Laura… Un vortice di figure, molte delle quali ormai solo ombre, quasi che il poeta abbia sentito negli anni la necessità di circondarsi di presenze testimoniali non solo della propria esistenza, ma addirittura della propria scrittura.

Basilare è sempre, nelle pagine, il rapporto con l’altro, inteso in termini umani e sovrumani, oggetto di continua e sorprendente scoperta. Gli allievi dell’università, i prigionieri del carcere presso cui pratica volontariato, i vicini di casa, lettere e cartoline, libri letti e film visti, ospizi e ospedali, cimiteri e basiliche: Alessandro Fo si definisce in quanto osservatore di visi, espressioni, comportamenti, dialoghi. Li tratteggia e riporta senza giudizi o pregiudizi, persino registrandone i colloqui frammentati, presi al volo o ricostruiti nella memoria, riprendendo echi gozzaniani: «E tu come lo sai?» / «Sono fatta così… Come mio padre…» / «So dove stanno i fiori» / «Ah, non è un caso, allora… Tutto torna»; «Ti vedo in forma». / «Sei tu che sei bellissima, / io son sempre più grasso»; «Davvero con gli occhiali / e i capelli raccolti sono un mostro?» / «Chi te lo avrebbe detto?» / «Il mio ragazzo» «Ma è un mostro»; «Ero… Poi, sa com’è… Sono al Pulcini. / Non… // Insomma…» // «Eh, comprendo… i costi…» / «Già».

Da notare, a questo proposito, come formalmente l’autore utilizzi con grande frequenza non solo le virgolette e i punti interrogativi, ma soprattutto i puntini di sospensione, nella volontà o nel desiderio inconscio di mantenere un’apertura al discorso intrapreso, una sospensione del pensiero, forse nell’attesa di una risposta definitiva che indugia ad arrivare.

Anche la Storia, quella collettiva e mondiale con la S maiuscola (i bombardamenti in Ucraina, i massacri di Gaza, le ingiustizie dei tribunali, la tragedia degli homeless) viene raccontata attraverso gli incontri personali del poeta, incapace di prescindere astrattamente dalle relazioni individuali.

Poesia che spiega, chiarisce, non lascia zone d’ombra, né possibilità di fraintendimento da parte dei lettori, quella di Alessandro Fo. Non è mai stilisticamente autoreferenziale, non riflette linguisticamente su se stessa, non è tentata da sperimentalismi formali, né si propone come strumento di esplorazione conoscitiva, di meditazione filosofica o teologica. Sceglie consapevolmente di rimanere descrittiva, di registrare le emozioni proprie e altrui, di identificarsi in una sorta di diario etico che scandisce varie epoche ed esperienze di vita. Attenta con acuta ricettività alle sfumature dei sentimenti, degli affetti, come in due commoventi composizioni che meritano una citazione particolare: Apparenze, in cui un piccione appollaiato sul letto di un paziente in ospedale non viene raccontato come episodio di malasanità, ma interpretato quale atto di riconoscenza dell’uccello verso chi lo nutriva con le briciole in giardino. E Ricordo di Parigi, intenerita memoria del “gentile vicino giardiniere”, ultranovantenne Mario Parigi che “nell’estate / dava da bere alle condominiali / piante, da noialtri trascurate”: il suo necrologio fa riflettere il poeta su quale sia per tutti noi la data destinata all’eclissi, sempre però con la speranza di una luce, ultraterrena o semplicemente affidata al ricordo di chi ci ha amato: “E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato senso e luce a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita tra tante…” (Eclissandomi, again).

 

«La Poesia e lo Spirito», 10 marzo 2026

 

 

RECENSIONI

BARFUSS

LUKAS BARFUSS, IL CARTONE DI MIO PADRE – L’ORMA, ROMA 2025

Capita che il rapporto con il proprio padre risulti complesso e doloroso. Le cose si complicano ulteriormente quando il divario con il genitore viene esasperato dalla disistima, o addirittura dal disprezzo di chi è stato “inopportunamente” generato. È il caso narrato in prima persona dal protagonista del volume Il cartone di mio padre, dello svizzero Lukas Bärfuss (Thun 1971), che ha pubblicato con l’editore L’Orma un testo originale nella sua spietatezza: confessione, memoir, ma anche pamphlet dai contorni di saggio sociologico, come suggerisce lo stesso sottotitolo del volume, Storia e critica di un’eredità.

Il personaggio narrante è lo scrittore stesso, che si è guadagnato a fatica un ruolo sociale e familiare di tutto rispetto, e si trova dopo venticinque anni dalla morte del padre ad aprire una scatola di cartone di banane Del Monte, sopravvissuta a molti traslochi e volutamente ignorata, in quanto unico e indesiderato lascito paterno. Recupera al suo interno corrispondenza di ogni tipo, cedole, liste della spesa, cambiali, notifiche penitenziarie, avvisi di pignoramento e documentazione intestata “Tribunale distrettuale, Tribunale fallimentare, Fondo per l’indennità di disoccupazione, Cassa di risparmio…”. Riemerge in lui angosciosa la memoria di un’infanzia e di una giovinezza angariata da una cronica povertà, dai fallimenti e dai reati del padre puniti con la carcerazione, oltre che dalle squallide trasgressioni materne, facendo affiorare il senso umiliante di un’incolpevole esclusione sociale, e un rancore mai superato verso la propria provenienza familiare: “Certi scatoloni non si possono semplicemente aprire così come se niente fosse, e mi invase un’avversione contro l’origine, non contro la mia, no, contro l’idea stessa di un’origine, l’ossessione di volersi definire attraverso i propri antenati”.

Da qui Bärfuss trasforma in maniera singolare, anche formalmente, una narrazione privata in un’analisi storica, filosofica, socio-politica su cosa abbia significato in millenni di storia mondiale il concetto di patrimonio ereditario, strettamente collegato a quello di famiglia e inteso come meccanismo oppressivo. Prende spunto quindi dal primo esempio furfantesco di accaparramento del bene successorio presente nella Bibbia, quando Giacobbe (secondogenito di Isacco, della stirpe di Abramo) sottrae con un sotterfugio al gemello Esaù il suo privilegio di nascita: “Fin dall’inizio sono presenti l’inganno e la truffa, la falsa testimonianza e il diritto di primogenitura strappato con la frode”. Prosegue poi esponendo le inesplicabili clausole del diritto romano esemplificate nel terzo libro delle Istituzioni di Gaio, un giurista del secondo secolo, che non giunse mai a una vera chiarificazione di chi tra figli legittimi, illegittimi, schiavi, mogli e concubine dovesse ritenersi vero erede del de cuius: “Le dispute ereditarie possono distruggere una società”.

La sua analisi si sofferma a lungo sull’opera fondamentale di Darwin L’origine della specie del 1859, che, nell’indicare la supremazia del più forte nei processi evolutivi di sopravvivenza e adattamento, aveva in concreto eluso il concetto dell’emarginazione sociale penalizzante da sempre e per sempre – secondo i parametri della selezione naturale, della distruzione e riproduzione –, chiunque avesse avuto un’origine familiare, nazionale, culturale svantaggiata.

Le considerazioni filosofiche di Lukas Bärfuss sono inframezzate da brani autobiografici in cui aleggia tormentoso il ricordo del padre, morto d’infarto sulla strada pubblica dove si era ridotto a vivere dopo essere stato sfrattato di casa per debiti: cremato, la sua urna era andata perduta, penosamente recuperata dal figlio e poi di nuovo sparita in chissà quale discarica. Stessa sorte avevano avuto le ceneri della madre, disperse nel mare di un’isola caraibica, dove lei si era ritirata non potendo più mantenersi in Svizzera.

L’angoscia, l’umiliazione, il rancore dello scrittore sembrano nutrire il substrato teorico della sua pur motivata analisi sociologica: “Fino ai venticinque anni ho scontato goccia a goccia il fardello della mia giovinezza marcia e sprecata, ho fatto di tutto per sfuggire alle mie origini… I miei genitori mi avevano formato attraverso il loro esempio negativo, non mi ero mai atteso dalla mia famiglia altro che rabbia e problemi… E quando sentivo dire che i diritti umani si riferiscono alla famiglia e che questa è la cellula naturale della società, mi appariva chiaro allora perché la società fosse una tale schifezza”.

Sullo stesso piano di Darwin l’autore pone altri fondamentali pensatori occidentali, come Levi Strauss e Wittgenstein, che nell’indagare le strutture tribali e il linguaggio, hanno entrambi privilegiato le tassonomie genealogiche piuttosto che i nessi di collaborazione da istituire tra gli individui, spianando la strada all’ideologia capitalistica e mercantile che sta conducendo il mondo alla distruzione.

La corsa internazionale al profitto, esasperata soprattutto nella nazione elvetica in cui è nato e risiede, conduce Bärfuss a riflessioni allarmate sul futuro che si prospetta per le nuove generazioni, dato che la produzione smisurata e ingiustificata di merci produce scarti e rifiuti mai completamente riciclabili, consuma le risorse naturali, avvelena il clima, crea aberranti ingiustizie sociali determinate dalla corsa al guadagno e basate sulla proprietà. “Non ci sono più isole d’innocenza. Lo spirito del mondo pensa in termini economici… Per il borghese la proprietà rappresenta più del puro possesso: stabilisce l’identità, gli amici, il corpo, lo spirito, il suo stesso essere… Per diventare un soggetto economico bisogna essere un proprietario… Tutti gli altri, se non possiedono nulla, vendono la propria forza lavoro… È la produttività a stabilire lo status sociale”.

Ma i meccanismi che regolano la proprietà non devono essere considerati irremovibili: se l’origine biologica da cui deriviamo non è modificabile, quella culturale può essere rifiutata, corretta o addirittura ottimizzata: come è riuscito a fare Lukas Bärfuss nella propria attività di intellettuale e di scrittore, ricordando a tutti che i destini dell’umanità possono essere cambiati attraverso un’ideale comune di cooperazione e di partecipazione democratica alla produzione economica, a un mondo del lavoro non emarginante, a una vita sociale e culturale inclusiva di tutti gli individui, indipendentemente dalla loro origine familiare.

 

«Gli Stati Generali», 5 marzo 2026

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