GOZZANO

GUIDO GOZZANO, I COLLOQUI – INTERNO POESIA, LATIANO (BR) 2020

L’abbiamo amato un po’ tutti, imbattendoci nelle sue poesie sull’antologia dell’ultimo anno di liceo. Così lontano dal roboante Carducci, dall’intenerito Pascoli, dal superbo D’Annunzio, e invece così inaspettatamente vicino alla nostra sensibilità di ansiosi e mordaci adolescenti. Arrivava lui, avvocatino piemontese consumato dalla tisi, beffardo e commosso, malinconico e ilare, sentimentale e prosastico. Con i suoi amori ancillari, l’estenuata sensualità, le signorine quasi brutte, gli eleganti caffè cittadini, le passeggiate in collina.

Ecco quindi che la riedizione de I Colloqui gozzaniani da parte dell’editore pugliese Interno Poesia offre ai lettori in primo luogo la possibilità di un recupero dalle memorie giovanili di un poeta ancora suscettibile di nuove interpretazioni, e secondariamente il piacere di venire avviati in questa riscoperta dall’introduzione acutamente empatica di un altro poeta, Alessandro Fo. Nella nota iniziale, Fo definisce le sue “affettuose linee di accompagnamento” ai versi di Guido Gozzano come “un’innamorata flânerie”, libera da eccessive preoccupazioni critiche testuali. E in effetti la sua presentazione non risulta solo puntualmente concentrata, ma soprattutto vicina a una premura immedesimante, nella volontà di comprensione mimetica delle intenzioni affettive e letterarie dell’autore commentato.

Ma c’è un rifugio? Un tentato colloquio con «Guido Gozzano», si intitola con corretta perspicacia la prefazione di Fo, che subito mette in luce quali siano stati i due binari su cui ha viaggiato la lirica gozzaniana: amore e morte, entrambe illusorie tentatrici, entrambe infedeli adescatrici: “…reduce dall’Amore e dalla Morte / gli hanno mentito le due cose belle…”

L’amore, quindi, anzi l’Amore con la maiuscola, proposito-aspirazione-meta da raggiungere, che sempre si è rivelato ingannevole e deludente per la “cosa vivente detta guidogozzano”: amore rincorso, tradito, infine schernito con irridente autoironia (“Amore no! Amore no! Non seppi / il vero Amor per cui si ride e piange: / Amore non mi tanse e non mi tange; / invan m’offersi alle catene e ai ceppi”, “Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state…”, “Ah! Se potessi amare! Ah! Se potessi / amare, canterei sì novamente! Ma l’anima corrosa / sogghigna nelle sue gelide sere… / Amanti! Miserere, / miserere di questa mia giocosa / aridità larvata di chimere!”, “Egli sognò per anni l’Amore che non venne”). Al sentimento amoroso Gozzano sembrava avvicinarsi con timore e desiderio, con sospetto e sarcasmo, confessando sia la sua tormentosa sensualità, sia i suoi infidi corteggiamenti, con i conseguenti rimorsi di seduttore impenitente: “Avevo un cattivo sorriso: / eppure non sono cattivo, / non sono cattivo, se qui / mi piange nel cuore disfatto / la voce: «Che male t’ho fatto / o Guido per farmi così?»”, “Un mio gioco di sillabe t’illuse. Tu verrai nella mia casa deserta: lo stuolo accrescerai delle deluse. // … Sotto il verso che sai, tenero e gaio, arido è il cuore, stridulo di scherno”.

Inventandosi uno sminuito e fallimentare alter-ego nella figura di Totò Merumeni (“tempra sdegnosa, / molta cultura e gusto in opere d’inchiostro, / scarso cervello, scarsa morale, spaventosa / chiaroveggenza… // … Egli sognò per anni l’Amore che non venne, / sognò pel suo martirio attrici e principesse, / ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne”), Gozzano accarezzava languidamente l’idea della morte: “Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta. / E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà”.

Appunto “la Signora vestita di nulla”, “l’Eguagliatrice”, assediava il pensiero presago del giovane poeta malato (Torino, 1883-1919): “Respinto dalla Vita, Guido ha corteggiato la Morte, o piuttosto ne è stato corteggiato”, commenta Alessandro Fo. Scisso tra tenerezza e corporeità, cielo e terra, vita e fine della vita, Gozzano trovò nella poesia la via del rifugio (come recita il titolo della sua prima raccolta del 1907): l’unica dama con cui poter instaurare un colloquio sincero, rigenerando nei versi ogni malinconico pessimismo.

La “fede letteraria” di cui spesso minimizzava il valore (“Musa maldestra”, “arte fatta di parole”, “pochi giochi di sillaba e di rima”, “vender parolette”), lo induceva a osare accostamenti sonori provocatori (Nietzsche/camicie, edifici/dentifrici, yacht/cocottes), e a burlarsi delle proprie ambizioni artistiche: “Buon Dio, e puro conserva / questo mio stile che pare / lo stile d’uno scolare / corretto un po’ da una serva”. In realtà, questo programmato e proclamato porsi dei limiti culturali, restringersi in una quotidianità piccolo-borghese – celebrando “la semplice vita” fatta di affetti modesti, ambienti dall’ “arredo squallido e severo”, frequentazioni rassicuranti –, non era studiata dissimulazione, né compiaciuto scetticismo. Piuttosto, con la schietta familiarità e l’indulgente sottigliezza del suo sguardo sul mondo, Guido Gozzano seppe introdurre nel panorama letterario italiano temi e tonalità lontani dalla retorica del sublime, dell’esotico, del patetico.

Il volume edito da Interno Poesia propone a un prezzo conveniente, oltre a I colloqui, una scelta delle poesie più famose, un ricco apparato di note e un’accurata ricostruzione biobibliografica.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 27 novembre 2020

 

 

 

MICROBI, BATTERI, SPORE VIRALI

MICROBI, BATTERI, SPORE VIRALI

Il mio ragazzo, il mio Davide, è sempre stato un po’ particolare. Già da piccolo alternava momenti di immotivata euforia ad altri di ostile mutismo. Improvvisamente, diventava preda di una collera furiosa, e allora si scagliava con violenza contro tutto ciò che gli stava intorno: persone e oggetti. Altre volte si addolciva in una mansuetudine addirittura eccessiva, e per noi preoccupante, quasi a voler meritare la grazia di un perdono o di una ricompensa celeste. Capace di cambiare atteggiamento e natura nel giro di una sola ora, angelico e spietato. Ci eravamo rassegnati, io e suo padre, a questa mutevolezza ombrosa del suo carattere, che non esprimeva solo tra le mura domestiche, bensì anche a scuola, provocando sospetto e disappunto tra i compagni e negli insegnanti. I suoi bizzarri comportamenti infantili venivano giustificati da parenti e amici come effetto di un’educazione troppo arrendevole e indulgente da parte di noi genitori, che probabilmente avevamo esagerato nel viziarlo.

Comunque, lo stato di salute di Davide è rimasto gestibile fino alla preadolescenza. Intorno agli undici anni successe però qualcosa che gli stravolse i pensieri; un cortocircuito mentale, un’affezione emotiva paragonabile a uno sconquasso tellurico. Ero in cucina, preparavo gli agnolotti al ragù per la gioia di mio marito, in attesa del suo rientro dall’ufficio. Sentii un urlo arrivare dal bagno, e il mio bambino singhiozzare chiamandomi “mamma, mamma!” Mi precipitai da lui, e lo trovai seduto sul water, con i pantaloni della tuta calati sui piedi, il rotolo della carta igienica tra le mani tremanti, a riparargli gli occhi da una visione terrificante. Lo abbracciai tenendogli la testa appoggiata al mio ventre, come sempre facevo durante le sue crisi di rabbia. “Dido, tato, tesoro mio, cosa succede?” Scosso da acuti singulti, balbettava “schifo, schifo”, e poi “c’è il sangue, sangue bagnato”. Mi guardai intorno, pensando a un’allucinazione. Scorsi, semiarrotolato nel bidet, un mio assorbente macchiato di rosso, che avevo dimenticato di sigillare come sempre nella bustina di plastica opaca, gettandolo nell’immondizia. “Dio mio, cos’ho fatto!” pensai, conoscendo la fobia di mio figlio per qualsiasi traccia di secrezione fisica: muco nasale, saliva, orina, feci. Sangue, appunto.  “Non è niente, caro. Non è proprio niente. Sono cose della tua mamma”, cercai di tranquillizzarlo. La sua disperazione aumentò. “Ti sei fatta male? Dove ti sei fatta male?” Piangeva inconsolabile. “Stai per morire? Devi andare all’ospedale?” Non ricordo come mi riuscì di calmarlo, raccontandogli quale bugia. Forse, che mi ero tagliata distrattamente un dito pulendo la verdura.

Non avevo mai parlato con Davide di sessualità, pensavo fosse un compito della scuola, oppure se ne dovesse incaricare mio marito. Gli avevo spiegato a grandi linee come nascono i bambini, senza addentrarmi nei particolari, e suscitando in lui un vago disgusto. Non gli avevo neppure mai accennato alle mestruazioni, e quando mi capitava di soffrire durante il ciclo, alludevo genericamente a un malessere passeggero. Ma da quel giorno, alla vista del sangue, anche solo in un film o riprodotto in un quadro, il mio ragazzo esibiva reazioni spropositate: nausea, tremori, attacchi di panico. Cominciò a prestare più attenzione alla pulizia personale, cosa insolita in un adolescente: si faceva la doccia appena sveglio e prima di coricarsi la sera, si lavava le mani in continuazione, e se la schiuma mista all’acqua gli sembrava appena un po’ grigiastra, mi chiamava a testimone: “Vedi quanti microbi, mamma? Bisogna distruggerli, i microbi…” Osservava minuziosamente la superficie dei mobili, se per caso si fosse depositata un po’ di polvere, e mi rimproverava: “Devi pulire di più, devi disinfettare i pavimenti, devi aggiungere la candeggina in lavatrice!”

La vita in casa nostra era diventata un incubo, e mio marito non riusciva a nascondere esasperati moti di stizza. Lo supplicavo di portare pazienza, di essere più comprensivo e affettuoso, ripetendogli che nostro figlio stava attraversando una fase complicata della crescita, ma senz’altro transitoria, come mi aveva assicurato il nostro medico di base.

Il fatto è che Davide, per suffragare scientificamente le sue teorie, aveva iniziato molto presto a consultare in internet testi di microbiologia, di virologia e di epidemiologia, sentendosi poi autorizzato a erudirci sulle cognizioni acquisite. I microbi, da cui era ossessionato, vennero ufficialmente riclassificati: “batteri, microrganismi unicellulari onnipresenti ovunque: nel cibo, nell’aria, nell’acqua, nei nostri corpi; batteri da cui tre miliardi di anni fa è nata la vita sulla terra, batteri che distruggeranno il genere umano, più potenti e letali di qualsiasi bomba atomica…”

Terminata con voti discreti la scuola media, ci sembrò scontata la sua richiesta di iscriversi all’Itis di biotecnologie sanitarie, un istituto privato innovativo, tenuto in grande considerazione nella nostra città. Mio marito fece presente al preside la particolare patologia di cui soffriva il ragazzo, una sorta di ipocondria che uno specialista aveva definito oscillante tra misofobia e rupofobia. Termini per noi astrusi, ma di cui diventammo subito molto competenti: paura delle malattie, delle infezioni, dello sporco, che costringe chi ne è affetto a mettere in atto riti di protezione morbosi e maniacali.

Fu garantita a Davide una particolare attenzione da parte del corpo insegnante, il permesso di occupare un banco da solo, di uscire spesso per recarsi al bagno, di sterilizzare con salviettine igienizzanti gli oggetti con cui entrava in contatto, e soprattutto di assentarsi dalle lezioni. Infatti i suoi disturbi lo costringevano a rimanere frequentemente a casa, in preda a tremiti, vomito, febbriciattole. Si chiudeva nella sua stanza, tappezzata da manifesti riproducenti vari tipi di virus, bacilli, cocchi, vibrioni, spore, procarioti (a bastoncino, a spirale, a grappolo, a catena, sferici, cubici), che io tentavo vanamente di imprimermi nella memoria, sperando in qualche modo di trovare la chiave per penetrare nel cervello di mio figlio. Stava lì, sdraiato sul letto, a contemplarli con lo sguardo fisso alla parete; oppure li riproduceva a matita su un quadernone, e poi li colorava con notevole estro artistico. Poi, per ore, rimaneva incollato al computer, a consultare Wikipedia o chissà quali altri manuali di medicina. Mi consolava il pensiero che, una volta uscito dal tunnel delle sue fissazioni, sarebbe potuto diventare un ricercatore universitario, un luminare di qualche branca scientifica, un biologo di fama.

La giovane psicoterapeuta che lo aveva in cura ci aveva esortato ad applicare nella nostra quotidianità alcune tecniche adattive, per indurlo gradualmente ad accettare minime tracce di contaminazione (negli oggetti di cui si serviva, nei vestiti, nell’arredamento), sottraendole a ogni temuta nocività. Seguendo le indicazioni della dottoressa, lasciavo apposta una forchetta incrostata tra le posate, dimenticavo di azionare lo sciacquone del water, non cambiavo i calzini e non lucidavo le scarpe. Ero arrivata addirittura a nascondere qualche capello nei cibi che cucinavo. Lui rispondeva ai nostri impacciati esperimenti in maniera sempre più violenta; sembrava quasi godesse sadicamente nel provocarci, per vedere quanto a lungo avremmo ancora sopportato la sua nevrosi.

Il primo a cedere fu mio marito. Stavamo pranzando, e Davide allontanava con la mano alcune briciole di pane sparse sulla tovaglia, pretendendo come sempre che lo spazio intorno al suo piatto rimanesse sgombro e immacolato. Rivolto a suo padre sentenziò: “Non è bello lasciare la mollica sulla tovaglia”. Poi alzò il bicchiere per osservare controluce se fosse pulito. “I germi si annidano dappertutto. Dobbiamo usare tutte le precauzioni per non ammalarci”. Parlava a slogan, come dovesse convincere un pubblico di analfabeti.

“Ti sei lavato le mani, papà? Ci si deve insaponare bene le mani, prima di mettersi a tavola”. Mio marito lo guardò severo, poi si alzò, si diresse verso il lavandino, aprì lo sportello della pattumiera e sollevò il secchio.

In silenzio, solennemente, rovesciò l’immondizia addosso a nostro figlio. Davide balzò in piedi. Aveva le spalle coperte di fondi di caffè e di bucce d’arancia, e un liquido giallognolo gli colava sulla fronte. Spalancò la bocca per gridare, ma non gli uscì mezza parola.

Suo padre gli piantò una manata tra le costole. “Eccoli, sono tutti tuoi: microbi, batteri e schifezze di casa nostra”. Poi prese la caraffa dell’acqua e gliela versò con imperturbabile lentezza in testa. “Adesso lavati, idiota”, proferì spietato e soddisfatto.

«Gli Stati Generali», 25 novembre 2020

AAVV, GIORGIO BERTANI EDITORE RIBELLE

AAVV, GIORGIO BERTANI EDITORE RIBELLE – MILIEU EDITORE, MILANO 2020

Marc Tibaldi, giornalista freelance da sempre impegnato nell’analisi dei fenomeni sociali di opposizione e dei meccanismi ambientali di emarginazione (collabora con Agenzia X, Carmilla e Il manifesto, ed è autore di “Metix babel felix. Meticciamento, passing, divenire e conflitto”), ha curato per l’editore milanese Milieu il volume Giorgio Bertani editore ribelle, proponendo numerose testimonianze sul lavoro politico di Bertani, e un’ampia rassegna a colori delle copertine più significative del suo catalogo.

Il libro è arricchito da un docufilm in dvd, “Verona city lights” – con regia dello stesso Tibaldi e musiche inedite di Claudio Fasoli -, che raccoglie interviste inedite all’editore e ai protagonisti più importanti di un periodo denso di tensioni culturali e di utopie rivoluzionarie, quali quelle emerse tra il 1968 e la fine degli anni ’80.

Nato da un’iniziativa condivisa di crowdfunding, e dall’intelligenza collettiva di molti protagonisti di quella stagione di militanza, ancora attivi nel panorama intellettuale italiano di oggi – come Antonio Moresco e Carlo Rovelli- , il volume racconta la passione con cui Bertani ha dato spazio, nei suoi libri e nelle riviste, alle voci più significative del pensiero critico internazionale di allora: Bataille, Nizan, Derrida, Guattari, Deleuze, Baudrillard, Goldmann, Dario Fo e Franca Rame, Bifo, Franco Rella, Alberto Tomiolo, Dacia Maraini, Vittorino Andreoli, Giangiacomo Feltrinelli. Un’attenzione specifica veniva prestata alle insurrezioni dell’IRA, della RAF e dei Tupamaros, alle lotte operaie, alle esperienze alternative della didattica, alla ricerca non accademica, alle nascenti inquietudini religiose, alle novità in campo artistico e teatrale.

Giorgio Bertani, “polemico e candido, buffo e gentile”, si distingueva anche per un istrionismo dai tratti gigioneschi, che in una città cattolicamente inamidata come Verona risultava spesso provocatorio ed esasperante, e purtroppo facile da neutralizzare attraverso il ridimensionamento nel pittoresco e nel folclorico.

Marc Tibaldi ricostruisce con stima e affetto la vicenda esistenziale dell’editore, dalla sua nascita avvenuta in una famiglia operaia nel 1937, fino alla morte nel luglio del 2019. Rimasto presto orfano, Bertani si impiegò ancora ragazzo come commesso nella libreria Dante, di cui divenne in seguito direttore, formandosi da autodidatta sui testi classici della letteratura e della filosofia. Nel 1962 fece parte del gruppo che rapì il viceconsole spagnolo in Italia per protestare contro la condanna di tre giovani antifranchisti; nel 1968 fondò le edizioni EDB, e quattro anni dopo la casa editrice cui diede il suo nome. Sempre vicino all’area socialista e anarchica, partecipò a numerose azioni di solidarietà durante il conflitto jugoslavo. Dal 2002 al 2007 fu consigliere dei Verdi al Comune di Verona, rivestendo la carica di Presidente della Commissione Cultura, schierandosi poi negli ultimi anni di vita a fianco dei movimenti antirazzisti, femministi, pacifisti, e occupandosi attivamente dei problemi dei senzatetto.  Tra il ’77 e la chiusura della sua attività per difficoltà economiche, Bertani conobbe perquisizioni e arresti, due tentativi di suicidio e una progressiva emarginazione politico-culturale.  “Eretico e polemico, basco rosso in testa, in bicicletta, immancabile a ogni manifestazione cittadina … in una Verona diventata negli ultimi decenni laboratorio della collaborazione di tutti i gruppi fondamentalisti e reazionari, Bertani ha continuato a rivendicare le sue origini proletarie e antifasciste”, deciso a rispondere con intelligenza e gioiosa creatività all’intolleranza e alla violenza reazionaria, scrive Tibaldi.

Ai suoi funerali ha partecipato commossa la parte più democratica della città, e recentemente la Biblioteca Civica si è offerta di creare un archivio comprendente i testi editi e inediti, la corrispondenza e tutta la documentazione relativa alla sua casa editrice.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 21 novembre 2020

 

AIRAGHI

Poesia e musica: intervista ad Alida Airaghi

Poesia e musica: intervista ad Alida Airaghi, in libreria con “Rime e varianti per i miei musicanti”

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953. Laureata a Milano in Lettere classiche, ha insegnato a Zurigo per il Ministero Affari Esteri tra il 1978 e il 1992. Collabora oggi con riviste, quotidiani e blog.
Le sue pubblicazioni, in prosa e in versi, sono numerose. Ricordiamo, tra le seconde, Litania periferica (Manni, 2000), Un diverso lontano (Manni 2003), Frontiere del tempo (Manni 2006), Elegie del risveglio (Sigismundus, 2016), Omaggi (Einaudi, 2017) e L’attesa (Marco Saya edizioni). È stata inoltre inserita nelle antologie Einaudi dedicate ai Nuovi poeti italiani (1984 e 2012).

Lo scorso 13 ottobre, per Marco Saya edizioni, è uscito Rime e varianti per i miei musicanti, una raccolta dedicata ai testi di diciotto dei più amati interpreti italiani, da Battisti a Martini, da Gaber a Tenco, da Endrigo a Vanoni.
In questa intervista raccolta dalla nostra redattrice Eleonora Daniel, Alida Airaghi ci racconta del suo ultimo libro e del rapporto tra poesia e musica.

  • La sua nuova raccolta poetica è stata definita un omaggio alle canzoni della sua giovinezza. Può raccontare com’è nato Rime e varianti per i miei musicanti?

Nel 2017 avevo pubblicato da Einaudi un volume di poesie intitolato Omaggi, in cui accompagnavo versi miei a quelli di tredici poeti italiani del ’900. Ho pensato poi di ripetere l’esperimento con le canzoni d’amore che ascoltavo da ragazza, una sorta di divertissement più leggero, lontano da particolari ambizioni letterarie. Un “amarcord” un po’ nostalgico un po’ ironico, in uno stile diverso da quello che utilizzo di solito, molto giocato sulle rime, in modo da avvicinarmi all’intenzione musicale sottesa alla raccolta.

  • I diciotto interpreti ricordati sono tra i più amati del panorama musicale italiano di fine Novecento. Quando ha iniziato a scrivere aveva già chiara la rosa finale degli artisti a cui avrebbe dedicato un componimento?

Inizialmente ho composto alcune poesie dedicate a Sergio Endrigo, che nell’adolescenza ha avuto un ruolo fondamentale nell’avvicinarmi emotivamente al mondo delle canzoni d’autore. In seguito ho scritto dieci testi per ricordare Luigi Tenco, altro interprete che negli anni ho continuato a seguire con grande commozione. Poi mi sono trovata a recuperare nella memoria molte canzoni, di cui ancora dopo tanto tempo ricordavo esattamente le parole. Estrapolavo frasi intere, ricostruendo e inventando situazioni sentimentali nuove, perlopiù del tutto estranee al mio vissuto, ma suggerite dall’atmosfera creata da voci, armonie, associazioni spontanee. E quindi ho iniziato a scrivere relazionandomi ad altri cantanti, magari meno “miei”, ma comunque in vetta alle Hit Parade che ascoltavo al liceo: MorandiCelentanoMina. E ne ho tralasciati altri, che mi ritrovo tuttora ad ascoltare e imitare con un’adesione incurante della mia età: Bobby Solo, Little Tony, Anna Identici, Nada, Dino, i New Trolls, i Rokes, l’Equipe 84, i Pooh… La colonna sonora di una ragazzina di provincia, poco esperta di avanguardie musicali internazionali.

  • Per sentirsi legati a una canzone non serve conoscere l’intera produzione discografica del suo interprete. È vero anche per i cantanti che compaiono in queste pagine?

Certamente. Di alcuni di loro conosco pressoché tutta la discografia, di altri solo i motivi più famosi. La mia era una famiglia canterina, cantavamo sempre, in casa, nelle gite in macchina. I nostri genitori ci avevano insegnato i pezzi più in voga negli anni ’30 e ’40, poi anche i canti di guerra, degli alpini, o regionali. Io suonavo la chitarra, avvicinandomi lentamente anche alla musica classica, dal barocco di De Visée, a Carulli e Giuliani, fino a Villa Lobos e Tàrrega. Anzi, mi piace qui ricordare la mia cara maestra Gianna Creston, che è mancata recentemente e da cui ho preso lezioni fino a qualche anno fa. Credo che la musica abbia avuto un ruolo fondamentale nell’avvicinarmi alla poesia e oggi ascolto un po’ di tutto, Schubert, Mahler, Sibelius, Bartok, Pärt, Jarrett, Glass, Eno…

  • Le poesie partono direttamente dalle suggestioni dei testi, penso ai versi dedicati a Mia Martini e alla canzone Minuetto. Mi incuriosisce il rapporto tra musica e scrittura: era simultaneo? Scriveva durante l’ascolto o l’intuizione arrivava in un successivo momento di riflessione?

Mi capitava di pensare a canzoni che mi avevano colpito in passato, alcune quasi sconosciute, o completamente dimenticate oggi: lo Jannacci di Vincenzina, il Gaber di Così felice, il Tenco di Ti ricorderai. Le riascoltavo e mi scattava dentro il desiderio di ricamare su quei testi altre parole, di penetrarvi più profondamente, o magari di alterarne il senso, addirittura trasformandolo nell’occasione da cui aveva tratto spunto. È successo con Rimmel di De Gregori, con Che cosa c’è di Paoli. L’ha intuito molto bene Ranieri Polese nell’introduzione del libro.

  • Il legame tra canzone e poesia è inscindibile e spesso dibattuto (basti pensare al Nobel assegnato a Dylan nel 2016). Parlare di musica nei versi è un modo di portare questo legame su un piano altro, ancora più stretto?

Per quello che mi riguarda forse non intenzionalmente, ma in maniera istintiva sì. Credo che la musica pop-rock-rap abbia del tutto soppiantato l’importanza della poesia nella cultura popolare di tutto il mondo. Ha la funzione fondamentale di veicolare sensazioni, emozioni, messaggi e anche ideologie, ruolo che la poesia ha perso completamente, chiusa com’è in un suo piccolo spazio elitario, d’essai, quasi in bacheca. Quindi, ben vengano le commistioni, gli scambi, gli arricchimenti reciproci: sono positive sia per i poeti sia per i cantanti. Perciò ritengo sacrosanto il Nobel a Bob Dylan e altrettanto giusto quello di quest’anno a Louise Glück: ma chi dei due avrà più peso nella formazione e nella memoria individuale e collettiva?


© Riproduzione riservata SoloLibri.net    18 novembre 2020

https://www.sololibri.net/Poesia-musica-intervista-Airaghi-Rimevarianti– musicanti.htm

CELAN

PAUL CELAN, L’ANTOLOGIA ITALIANA – NOTTETEMPO, MILANO 2020

Con introduzione e cura di Dario Borso, Nottetempo ha pubblicato L’antologia italiana, proponendo ai lettori quarantotto composizioni di Paul Celan, secondo un ordine indicato dallo stesso autore più di sessant’anni fa. Celan, nato da famiglia ebrea nel 1920 a Czernowitz in Bucovina (allora territorio annesso alla Romania, oggi parte dell’Ucraina), ebbe un’esistenza tormentata da persecuzioni, esili e malattie psichiche: rinchiuso nei due campi di lavoro di Tăbărăşti e Fälticeni, dopo aver perso i genitori catturati dai nazisti, si trasferì prima a Bucarest, poi a Vienna e infine a Parigi, dove morì nel 1970 gettandosi nella Senna.

Poeta celebrato per la profondità concettuale e la densità lessicale dei versi, contestato per l’oscuro e respingente ermetismo stilistico, poco frequentato per l’ombrosità del carattere, progettò in totale autonomia un’unica scelta antologica della sua produzione, ed è appunto la silloge da lui suggerita che oggi viene pubblicata nella traduzione di Borso.

Fu nell’aprile del 1964 che Celan, giunto a Milano per una conferenza al Goethe Institut (rivelatasi quanto mai ostica per il pubblico presente), incontrò poi Vittorio Sereni, direttore letterario della Mondadori, per concordare la pubblicazione di un volume nella collana de Lo Specchio. La casa editrice aveva contattato Celan nel 1961, dopo il conferimento del prestigioso premio Büchner, ma da subito la trattativa si era arenata sulla scelta del traduttore. Scartati Marianello Marianelli e Giuseppe Bevilacqua, nella primavera del 1963 Sereni aveva indicato il nome di Ferruccio Masini. Anche l’opzione di quest’ultimo si rivelò inadeguata per vistose divergenze interpretative, e quindi l’iniziativa mondadoriana venne abbandonata, per essere recuperata solo sei anni dopo la morte di Celan, senza tenere più conto delle sue indicazioni.

Dario Borso ricostruisce fatti e antefatti che accompagnarono l’impegno editoriale del poeta in Italia, attraverso le testimonianze di chi lo aveva incontrato in quell’occasione: il direttore del Goethe Institut, Vittorio Sereni e Ida Porena, che l’aveva accompagnato in una visita alla necropoli di Cerveteri, per lui rivelatasi motivo di grande turbamento. Una coinvolgente relazione amorosa con un’attrice svedese, gli incontri con intellettuali del calibro di Jean Starobinski e Heinrich Böll, l’accusa di plagio rivoltagli dalla vedova di un amico scrittore, le devastanti cure psichiatriche e i ricoveri in clinica, avevano contribuito a minare il già precario equilibrio mentale del poeta, inducendolo alla tragica scelta finale.

Nel volume edito da Nottetempo possiamo ritrovare i titoli più noti (Der Sand aus den Urnen, Corona, Todesfuge, Nachts, Psalm, Mandorla, Anabasis, In der Luft), tratti da quattro raccolte uscite tra il 1952 e il 1963 (Papavero e memoria, Di soglia in soglia, Grata di parole, La rosa di nessuno).

Sono versi connotati da un’angosciosa visionarietà, espressa in ritmi franti e concitati, con tonalità cupe e risentite, rese più accese dalla memoria inorridita dello sterminio nazista: “Latte nero dell’alba lo beviamo di sera / lo beviamo a mezzodì e al mattino lo beviamo di notte / beviamo e beviamo / scaviamo una fossa nell’aria lì non si sta stretti… // … Grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco / grida archeggiate più scuri i violini così salirete come fumo nell’aria / così avrete una tomba tra le nuvole lì non si sta stretti”, “Scavavano e scavavano, così trascorreva / il loro giorno, la loro notte. E non lodavano Dio / che, così udirono, voleva tutto ciò, / che, così udirono, sapeva tutto ciò”.

Il presagio della morte aleggia in ogni poesia, e pervade qualsiasi aspetto dell’esistenza, scandita dall’implacabilità del tempo che passa: “È tempo che la pietra si decida a fiorire, / che all’inquietudine batta un cuore. / È tempo che sia tempo. // È tempo”, “Venne, venne. / Venne una parola, venne, / venne attraverso la notte, / voleva far luce, voleva far luce. // Cenere. / Cenere, cenere. / Notte. / Notte-e-notte”.

Nemmeno tra creature simili, sottoposte alla stessa violenza, si instaurano sentimenti di fiducia, solidarietà, amicizia: “Stanno divisi nel mondo, / ciascuno con la sua notte, / ciascuno con la sua morte, / scontrosi, a testa nuda, / brinati / di prossimità e distanza”, “Ci sarà un ciglio, / volto in dentro nella roccia, / temprato di non-pianto, / il più fine degli aghi. // Davanti a voi compie l’opera / come se, essendoci pietra, ancora esistessero fratelli”.

Anche le donne amate, la moglie Gisèle, assumono sembianze minacciose, mentre intorno a loro si muovono allucinate visioni di coltelli, tombe, nubi, lampi, polvere e sabbia: “Ti batte il tamburo di muschio e di amaro vello pubico; / con alluce purulento dipinge nella sabbia il tuo sopracciglio. / Più lungo lo traccia di quant’era, e il rosso del tuo labbro”, “Io come un vento notturno sostavo nel grembo venale di tua sorella; / i tuoi capelli pendevano sopra noi dall’albero, però non eri lì”.

La natura incombe ostile, rispecchiando indifferente la crudeltà del mondo; cielo terra mare non offrono riparo, e anzi si oppongono a qualsiasi richiesta di consolazione: “Secco, insabbiato il letto alle tue spalle, ricoperta di giunchi / la sua ora, sopra, / accanto all’astro, i lattei / meandri parlottano nel limo, dattero di mare, / sotto, algoso, si apre all’azzurro, un arbusto / di caducità, bello, / saluta la tua memoria”, “Il tavolo ondeggia su e giù per le ore, / il vento riempie i calici, / il mare rotola il cibo fin qui: / l’occhio errante, l’orecchio in tempesta, / il pesce e il serpe”, “Una ruota, lenta, / gira da sé, i raggi / rampicano / rampicano su campo nerastro, la notte / non abbisogna di stelle, in nessun luogo / si chiede di te”.

E infine Dio stesso è risucchiato nel vuoto della negazione e del rifiuto: “Ci gettò la tua immagine negli occhi, Signore. / Occhi e bocca stan così aperti e vuoti, Signore. / Abbiamo bevuto, Signore. / Il sangue e l’immagine ch’era nel sangue, Signore. // Prega, Signore. / Siamo vicini”, “Nessuno ci plasma più da terra e argilla, / nessuno scongiura la nostra polvere. / Nessuno. // Lodato tu sia, Nessuno. Per te noi vogliamo / fiorire. / Verso / te. // Un niente / eravamo, siamo, / resteremo, fiorendo: / la rosa di niente, / di Nessuno”.

Poeta del grido strozzato, della mano che annaspa, della fuga nel buio, Paul Celan ha saputo esprimere lo smarrimento di chi pone testardamente la stessa domanda sul perché del male, pur sapendo di non poter ricevere risposta.

 

© Riproduzione riservata     «Gli Stati Generali», 17 novembre 2020

 

 

 

 

SPADARO

ANTONIO SPADARO, CREATURE DI CALDO SANGUE E NERVI – ARES, MILANO 2020

Torna in libreria per le edizioni Ares il profilo di Raymond Carver che Antonio Spadaro aveva pubblicato nel 2001 (Carver: un’acuta sensazione di attesa), arricchito ora da un capitolo sull’attualità dello scrittore statunitense e da un diario del viaggio-omaggio alla sua tomba di Port Angeles. Il titolo del volume, Creature di caldo sangue e nervi, è una citazione tratta da Čechov, autore cult di Carver, esplicito riferimento alla sua inquieta ansia esplorativa di ambienti ed esperienze trasgressive.

Monsignor Antonio Spadaro (Messina, 1966) è un gesuita, direttore della rivista «La Civiltà Cattolica», teologo e saggista molto stimato e ascoltato da Papa Francesco, esperto di letteratura americana e fondatore dell’associazione culturale «Bombacarta».

Già nell’introduzione l’autore confessa: “Dopo vent’anni di ‘corpo a corpo’ con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci abbia ‘lavorato dentro’. E io non me ne sono mai liberato”. Citando la poesia scritta da Raymond prima di morire, Ultimo frammento (“E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì. / E cos’è che volevi? / Potermi dire amato, sentirmi / amato sulla terra”), afferma di aver ricavato dalla questa lettura una reale illuminazione emotiva. È stata proprio l’autenticità con cui Carver ha messo a nudo ogni aspetto della propria esistenza a conquistare Spadaro: senza allontanarsi mai dal proprio vissuto ha narrato storie minime e universali, in cui ciascuno si può ancora riconoscere, spaziando nelle tematiche dall’amore alla malattia, dalla passione per la pesca a quella per l’alcol, dal sesso al denaro, raccontate con “understatement of emotion”. Estraneo a ideologie, intellettualismi e astrazioni, arrivava al cuore delle cose parlandone con assoluta e disarmante sincerità, attraverso l’utilizzo di diversi registri formali (ironia ed empatia, rabbia e commozione), in uno stile “scabro, diretto, privo di lirismo”, con “incredibile rapidità ed essenzialità espressiva”.

Il volume si divide in tre capitoli, nel primo dei quali Spadaro ricostruisce la biografia di Carver mettendola in relazione al graduale comporsi della sua attività letteraria, soffermandosi anche sull’annosa questione degli invasivi interventi correttivi dell’editor Gordon Lish.

Successivamente, propone sia un puntuale commento dei racconti più noti, sia una lettura attenta alle intenzioni etiche e comunicative della scrittura carveriana. Dalla tragica incomunicabilità delle prime prove narrative, testimonianza di uno spaesamento esistenziale, Raymond Carver si aprì progressivamente a una positiva speranza di rinascita, soprattutto in seguito all’unione con la nuova compagna Tess Gallagher. Nella sua scrittura divenne più evidente il bisogno di incarnarsi nella realtà materiale dei corpi, attraverso uno sguardo di intenerita immedesimazione, privo di giudizio o condanna. Monsignor Spadaro, in linea sia con parte della critica americana, sia soprattutto con la propria visione ideologica, interpreta l’evoluzione della scrittura di Carver nel senso di una persistente esigenza di confessione e di redenzione, alla ricerca di “una dimensione trascendente dell’esperienza quotidiana”. Nel raccontare le sue giornate, e quelle della gente comune, Raymond metteva in luce “la santità dell’ordinario”; scoprendo la propria vulnerabilità rivelava la vulnerabilità di chiunque, non solo di amici e familiari, ma anche di chi agisce nell’illegalità e nella violenza.

La terza sezione del libro analizza specificamente la produzione in versi, in genere sottovalutata rispetto alla narrativa. In essa, Spadaro individua “una funzione di discernimento e di penetrazione radicale nel reale”, capace di privilegiare la densità espressiva, la sintesi folgorante più di qualsiasi descrizione in prosa. Con fierezza, Carver affermava infatti di sentirsi più poeta che narratore: “Io ho cominciato come poeta e così suppongo che sulla mia tomba dovrei essere molto contento se ci fosse scritto: ‘Poeta, scrittore di racconti e, occasionalmente, saggista’. In quest’ordine”. I suoi versi, privi di artifici e sterili sperimentalismi, utilizzavano gli stessi temi dei racconti, resi più penetranti dalla loro contratta essenzialità, e ammorbiditi da un’affettuosa colloquialità nella descrizione dei rapporti familiari, dell’ambiente domestico, della natura.

In conclusione del volume, tra il ricco apparato di note e l’altrettanto ricca bibliografia, Antonio Spadaro inserisce il reportage diaristico e fotografico del viaggio-pellegrinaggio compiuto nell’agosto del 2010 per visitare la tomba di Carver al cimitero di Port Angeles, nello stato di Washington. In questa cittadina lo scrittore aveva vissuto serenamente gli ultimi anni in compagnia di Tess, in una casa tranquilla e luminosa posta alla confluenza di due fiumi, in riva al mare: qui aveva composto e ambientato oltre 200 poesie. Nella stessa casa era morto per un cancro ai polmoni, il 2 agosto 1988, appena cinquantenne.

 

© Riproduzione riservata    15 novembre 2020

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MANTELLINI

MASSIMO MANTELLINI, DIECI SPLENDIDI OGGETTI MORTI – EINAUDI, TORINO 2020

Massimo Mantellini (Forlí, 1961) è uno dei nostri maggiori esperti di internet. Collabora a diverse testate giornalistiche, occupandosi di temi legati alla cultura digitale, alla politica delle reti, alla privacy e al diritto all’accesso. Ha da poco pubblicato con Einaudi Dieci splendidi oggetti morti, un saggio dedicato a dieci cose-arnesi-utensili-articoli-prodotti (oggetti, insomma) che hanno fatto parte della nostra quotidianità per molti anni, e ora non vengono più usati. Sono morti. Desueti, ridicoli, addirittura imbarazzanti. Eppure sono stati compagni fedeli delle nostre esistenze, quasi parenti stretti e insostituibili.

Mappe stradali, telefoni fissi, penne stilografiche, lettere e francobolli; che fine hanno fatto, nelle abitazioni, nelle auto, nelle borse delle persone? Il libro parla di loro, dell’autore, di ognuno di noi, collegando passato e futuro, privato e pubblico.

La piantina di Parigi su cui un personaggio flaubertiano cercava di orientarsi era forse la progenitrice delle enormi mappe stradali Michelin, complicatissime da ripiegare dopo averle consultate con estrema difficoltà (come riuscivamo a districarci tra i vari colori delle strade, i nomi quasi illeggibili dei paesini, le distanze segnalate in chilometri da addizionare?). Erano esposte con il loro bel colore rosso o blu nelle stazioni di servizio, negli autogrill, e poi conservate nelle tasche laterali dell’auto. Oggi abbiamo il GPS, Google Map, Street View, che ci impediscono di perderci, o ci fanno perdere con strategica crudeltà: il processo intrapreso dall’umanità è comunque quello di eleminare ogni imprecisione, fino al raggiungimento utopico dei mezzi di trasporto a guida autonoma.

E il telefono, quello grigio o nero SIP, con la rotella di composizione, e poi con la più moderna tastiera, appeso all’entrata o appoggiato su una credenza, con quale supponente stupore verrà giudicato da un adolescente di oggi, abituato allo smartphone, agli sms, a WhatsApp: cosa resterà a testimoniare l’esistenza delle cabine a gettone, se non qualche film d’antan?

Se poi pensiamo ai mezzi con cui le persone hanno lasciato tracce scritte di sé, ecco che dobbiamo recuperare vecchie Olivetti, carta carbone, penne a stilo, esercizi di calligrafia, consapevoli che anche solo scrivere a mano una cartolina è diventato per molti di noi un esercizio muscolare piuttosto faticoso. Sembra che persino le tastiere dei nostri pc verranno presto sostituite da gelide tecnologie vocali, quindi chissà se si stamperanno ancora francobolli e si imbucheranno lettere; certo non ci capiterà più di aprire con trepidazione telegrammi gialli consegnati con urgenza…

La macchina fotografica analogica, con la cara vecchia pellicola nel rullino di plastica, è stata soppiantata da quella digitale, facile e democratica, utilizzata universalmente con la diffusione maniacale dei propri selfie su Instagram. Al libro si preferisce il più agile ma impersonale e-book, che non conserva traccia del nostro possesso individuale (mentre la scomparsa di enciclopedie, dizionari, elenchi telefonici non ha lasciato grandi rimpianti negli utenti). Lettori e acquirenti di quotidiani sono una razza in via di estinzione, le edicole smobilitano, le riviste cartacee falliscono: pertanto i giornali, come i dischi in vinile, le cassette e i cd, sono diventati merce rara, rimpiazzata da altri sistemi di formazione/informazione: Facebook, YouTube, Spotify, Pandora o Apple Music.

Anche i fili e i cavi elettrici sono stati sostituiti dal più asettico e ordinato wi-fi. La contemporaneità si è ripulita di tanti orpelli, quasi magicamente sterilizzata, avvolta da un “rumoroso silenzio”. Così come l’inquinamento luminoso delle nostre città ha cancellato le stelle nei cieli notturni.

Massimo Mantellini ci racconta gli “oggetti orfani” – quelli che abbiamo seppellito -, con affettuosa nostalgia, recuperando ricordi della propria infanzia, e abitudini collettive dimenticate: lo fa citando viaggi, incontri, romanzi, testi filosofici, spettacoli teatrali e cinematografici. Senza esimersi da considerazioni teoriche importanti, velate da un rimpianto non classificabile come conservatore o passatista, ma certo caratterizzato emotivamente: “La tecnologia brutalizza gli oggetti morti, li sostituisce senza ripensamenti, scioglie ogni poesia che li avvolge. Sposta le cose della nostra vita dall’ingresso di casa alla cantina, e poi dalla cantina alle aste di modernariato su eBay o alle teche di qualche museo del design. E in questo processo di rapida sostituzione anche una parte della nostra umanità rischia di essere cancellata. Fino a un mondo nel quale gli oggetti smetteranno di essere connessi a noi e perderanno ogni importanza”.

 

© Riproduzione riservata                 «Gli Stati Generali», 8 novembre 2020

 

 

LAMARQUE

VIVIAN LAMARQUE, IL SIGNORE D’ORO – CROCETTI, MILANO 2020

Il terzo libro pubblicato da Vivian Lamarque nel 1988, Il signore d’oro, viene oggi riproposto dallo stesso editore di allora, Nicola Crocetti.

Si tratta di composizioni risalenti al biennio 1984-1986, che non è del tutto congruo classificare come poesie (nonostante spesso ci si imbatta in frasi che sono endecasillabi, o endecasillabi più settenari, abilmente camuffati), Né sarebbe appropriato parlare di aforismi, poiché non spacciano ricette di vita o di saggezza usa e getta: piuttosto esibiscono incertezze, implorano conferme.

Potremmo concordare di chiamarle brevi prose poetiche, sottintendendo tuttavia che si tratta di messaggi, di probabili S.O.S. inviati più che al lettore, al protagonista stesso del volume, un signore d’oro definito con attributi ben poco caratterizzanti (bello e meraviglioso, accarezzabile, alato, intoccabile, lontano, profumato, studioso, gentile, notturno), con l’esplicita intenzione di lasciarlo sospeso in un’immateriale levità fantastica.

Di lui sappiamo che veste un loden grigio lupo, che probabilmente si identifica con il dottore della dedica, il quale incontra regolarmente nel chiuso di un seminterrato una signora, nel reiterarsi di un rapporto riducibile in realtà a una terapia analitica.

Ma “La realtà non c’era, era abdicata. // Splendidissima regnava la vita immaginata”: ciò che conta è il sogno, inteso più che come materiale onirico, come favola. Il tono narrativo è appunto quello – tipico di Vivian Lamarque, nota anche come scrittrice per l’infanzia e traduttrice dal francese – fiabesco, scandito da insistenti anafore e da numerose anastrofi (“per eventualmente salire”, “la pensata fotografia”), dalla formula enunciativa dell’incipit (“Era un signore…”), dall’uso iperbolico di aggettivi, esclamativi e soprattutto avverbi, spesso reiterati (sempre sempre, lontano lontano, basso basso, fitto fitto, piano piano…), dalla costante pratica di interrogazioni retoriche, parodianti le cantilene infantili.

Co-protagonista del racconto è una signora quarantenne (“Però gli anni non erano durati veramente un mese”), i cui contorni rimangono ancora più nel vago di quelli del “signore d’oro”, definita com’è non tanto da attributi, quanto da una serie di azioni a senso unico: “Una signora voleva dargli dei baci…; stava diventando gelosa…; voleva tenerlo fino a persempre con sé…; aspettava… non lo sapeva che il signore non arrivava…; in fretta lo adorava…; gli scriveva lunghi foglietti…; lo guardava fisso e gli faceva dei piccoli inchini di pensiero sulle scale d’oro del trono…”.

I fili che reggono queste brevi illuminations avvolgono il lettore in un bozzolo di incantata leggerezza, invitando chi legge ad abbandonarsi a una berceuse di parole recitate con voce innamorata; se non che i frequenti bruschi risvegli richiamano a una realtà disperata, proprio nel senso di senza speranza: “Era un signore andato via. // A lei qui rimasta tantissimo mancava. // La traccia di lui lasciata segnava / ovunque intorno a lei l’aria. // Come un quadro spostato per sempre segna la paret

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«Gli Stati Generali», 3 novembre 2020, «La collina», n. 9-10, giiugno 87

 

CARTABIA-CERETTI

MARTA CARTABIA-ADOLFO CERETTI, UN’ALTRA STORIA INIZIA QUI – BOMPIANI, MILANO 2020

Marta Cartabia, costituzionalista e giurista, e Adolfo Ceretti, criminologo, entrambi docenti universitari, hanno scritto un saggio dal titolo augurale, aperto a un futuro generosamente propositivo: Un’altra storia inizia qui. Quale storia, dunque? E “qui” dove?

La storia è quella che riguarda sessantamila persone rinchiuse nelle carceri italiane: storia che può diventare “altra” a partire da un “qui” di ripartenza, educativa e socializzante. Il sottotitolo del volume, La giustizia come ricomposizione, pare infatti auspicare una giustizia capace di promuovere i valori della convivenza civile, ricucendo i rapporti interpersonali invece di reciderli.

Le riflessioni degli autori si articolano in due interventi – tenuti nel marzo di quest’anno al Centro Carlo Maria Martini – che prendono le mosse proprio dalla testimonianza profondamente umana ed empatica del Cardinale, il quale, facendo ingresso nella Diocesi milanese il 10 febbraio 1980, e passando davanti a San Vittore, promise a se stesso di dedicare a coloro che vi erano segregati la prima visita pastorale. Prima delle molte succedutesi nei 22 anni del suo mandato arcivescovile.

Adolfo Ceretti arricchisce il proprio dotto contributo non solo con le considerazioni filosofiche di Hume, Simmel, Rorty, Shklar, Ricoeur, ma appunto con le riflessioni che Martini maturò sulla pena detentiva e sulle condizioni di vita nelle prigioni. Le sue meditazioni tendevano in primo luogo a incoraggiare una giustizia non puramente punitiva ed emarginante, ma semmai riparativa, in grado di riequilibrare anche la relazione tra vittime e rei.

In una visione profetica, nutrita di profonda sensibilità e cultura teologica, Martini indicava come legittima e necessaria l’opposizione ai delitti e all’illegalità, rifiutando tuttavia con forza ogni ritorsione vendicativa, e ogni espressione di crudeltà nella detenzione. Affermando che nessuna persona va identificata totalmente nel reato commesso, sottolineava il dovere di concedere a chiunque la possibilità di un riscatto, il diritto a un confronto e al dialogo. Invitava inoltre a valutare il peso delle corresponsabilità sociali nella genesi della criminalità, spesso generata da condizioni culturali, economiche ed educative depauperate. Particolare fu ad esempio la disponibilità dimostrata dal Cardinale verso i protagonisti della lotta armata negli anni ’70 e ’80, attraverso l’ascolto delle loro confessioni, da cui emergevano sia ammissioni di responsabilità, sia pentimento e volontà di riparare alle colpe commesse e al dolore provocato.

Marta Cartabia approfondisce le tematiche suggerite dal collega Ceretti con rafforzata, partecipe finezza, testimoniando la sua affinità con le tesi di carità evangelica di Carlo Maria Martini. Citando il versetto di Matteo 25,43 “Ero in carcere e mi avete visitato”, sottolinea la pregnanza umana e religiosa del verbo visitare, cui l’alto prelato attribuiva il significato biblico di incontro, cura e soccorso, al quale mai si era sottratto: “Il carcere è lo specchio rovesciato di una società, lo spazio dove emergono tutte le contraddizioni e le sofferenze di una società malata”.

Da qualche anno, alcuni giudici della Corte Costituzionale visitano i luoghi di reclusione, facendo proprio l’invito di Martini a valutare le esperienze personali dei detenuti, nella necessità di superare la visione retributiva della giustizia (a lungo condivisa anche dal cristianesimo, nella condanna del peccatore al castigo dell’inferno) attraverso quella di redenzione, in un cammino evolutivo e riformatore della correzione. Due i capisaldi della riflessione martiniana: la dignità della persona, e la costruzione di un sistema penitenziario efficace, in grado di tutelare la sicurezza dei cittadini e di ripristinare l’armonia dei rapporti sociali.

“L’uomo non è bestia da domare… mostro da abbattere, parassita da uccidere”, scriveva il Cardinale nel 2003. In accordo con le sue indicazioni, il sistema giuridico italiano sta sviluppando il concetto di pena come cammino graduale, flessibile e individuale di ciascun detenuto, in un processo di riabilitazione e risocializzazione, e nella prospettiva futura di un superamento del carcere come unico rimedio del male. Già Michel Foucault, nel saggio Sorvegliare e punire del 1976, affermava che la restrizione carceraria, “non è in grado di diminuire il tasso di criminalità e anzi tende a incentivare la recidiva”. Nessuna ritorsione vendicativa della collettività nei riguardi del reo, quindi, ma come indicava Carlo Maria Martini “riconoscimento e riconciliazione”: riconoscimento del male compiuto e ammissione delle responsabilità da parte del colpevole, riconciliazione per ricostruire i legami spezzati dall’agire iniquo.

Marta Cartabia, nel suo excursus culturale sui concetti di colpa, condanna, perdono, si rifà sia alla Bibbia sia ai tragici greci e alla Commedia dantesca, per arrivare ai maggiori pensatori del ’900: Buber, Guardini, Calamandrei, Ricoeur. E conclude con le parole di Papa Francesco: “Si tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore”.

Parole che sento di poter condividere personalmente, avendo una figlia che da anni insegna nel carcere di massima sicurezza di Opera: dai suoi resoconti sulla sofferenza di cui è quotidianamente testimone intuisco quanto siano necessari radicali interventi di riforma del nostro sistema giudiziario e penitenziario.

 

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 26 ottobre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON SAPEVA COME DIRMELO

NON SAPEVA COME DIRMELO

Se lo sono sempre chiesti tutti, come mai uno come lui si interessasse a una come me. Sì, perché lui era un bel ragazzo, davvero bello. Alto, con un fisico asciutto, capelli castani e folti, e un viso espressivo, un po’ irregolare forse, ma proprio per questo più attraente. Occhi marroni, anzi nocciola, con pagliuzze dorate nell’iride, e soprattutto un sorriso dolcissimo. Non femmineo o affettato, ma indulgente, affettuoso: così ce l’hanno solo le persone che capiscono gli altri, e non giudicano. Anche il suo nome era gentile: si chiamava Giuliano.

Io invece, esattamente il contrario. Bassa e robusta, con braccia e gambe muscolose, frangetta nera, occhiali di corno, bocca larga. Severa e rabbuiata, maschia come forse mi desiderava mio padre, che sperava in un Ernesto. Ernesta, appunto.

Però tanto intelligente, caparbia nello studio, e ambiziosa. Stessa classe al liceo, stessa facoltà di medicina. Amici, colleghi, anche un po’ rivali, noi due: Ernesta e Giuliano. Per quale motivo avessimo finito per fidanzarci, e poi per sposarci, questo restava un mistero per chiunque ci conoscesse. Amore? Mah. Ne dubito. Certo, la nostra relazione mi inorgogliva, però sentendomi tanto inferiore a lui fisicamente, continuavo a dubitare dei suoi sentimenti, e a interrogare i miei. Simpatia? Troppo diversi nel carattere e nelle opinioni sul mondo, per piacerci a vicenda. Allora cosa? Be’, credo che ci fossimo scelti reciprocamente per esclusione, cioè depennando una alla volta ogni eventuale proposta alternativa.

“Esco”, dopo cena, mentre sfogliavo una rivista in salotto. “Ancora? Sei già uscito l’altra sera, e hai fatto tardi”. Si comportava in maniera strana, da qualche mese. Silenzi improvvisi, sguardo perso nel vuoto, sbalzi di umore. Dall’allegria immotivata alla malinconia più grigia. Irritandosi per qualsiasi sciocchezza, anche con gli oggetti che gli sfuggivano di mano, con le previsioni del tempo sballate, con le notizie dei giornali. E non mi regalava più i suoi sorrisi teneri, disarmanti. Poi queste uscite serali, almeno due volte la settimana. Incontri professionali, mi aveva detto. Voleva cambiare lavoro.

Aveva già lasciato tre ospedali, nei nostri venticinque anni di matrimonio. Ora, sembrava avesse trovato l’ambiente giusto in una clinica privata della provincia, a una trentina di chilometri da casa. L’equipe con cui collaborava, le mansioni che gli erano state affidate, lo stipendio più che dignitoso sembrava lo ripagassero della lontananza e del traffico stradale contro cui lottava quotidianamente. Si era specializzato in radiologia, io invece in oculistica. Nonostante il mio proclamato ateismo ero rimasta sempre fedele al Sacro Cuore di Gesù, diventando vice primario, e un punto di riferimento anche politico per la sanità cittadina.

Non abbiamo avuto figli, per scelta e per destino. Da subito avevamo ritenuto opportuno dedicarci totalmente alla nostra professione, e inoltre nessuno di noi risultava particolarmente sensibile al richiamo dei sensi, appagati per quel tanto che si ritiene necessario. Tornavamo stanchi e stressati dal lavoro in corsia e in ambulatorio, e spesso dovevamo seguire corsi di aggiornamento, partecipare a congressi, approfondire ricerche: ciascuno per conto suo, senza rendere conto all’altro. Anche così, tuttavia, in questa semi-estraneità reciproca, continuavamo a ritenerci una coppia affiatata, senza eccessivi problemi.

Ma adesso, dopo tanto tempo, questa strana e improvvisa reticenza di lui, l’imbarazzato fastidio se appena osavo domandargli qualcosa della sua giornata in clinica, mi mettevano in allarme. Mi addolorava, insomma, vederlo turbato. Sapevo di un forte contrasto nato mesi prima con un collega chirurgo, Brioschi mi sembra si chiamasse, riguardo all’interpretazione di alcune radiografie, dopo un intervento ai polmoni in un giovane paziente. Mi aveva raccontato di uno stillicidio di battute e allusioni offensive che questo dottore gli riservava a ogni incontro, in privato e in pubblico. E di un violento alterco nel bar della clinica. Cosa che mi riusciva difficile da immaginare, conoscendo la mitezza di mio marito, il suo disappunto di fronte a qualsiasi smodata esternazione verbale.

“Cosa cerchi?”, gli avevo chiesto una settimana fa, trovandolo inginocchiato per terra a frugare nell’ultimo cassetto della scrivania. “Ah, niente. Metto in ordine le mie carte”. “Sei proprio deciso a cambiare? Forse dovresti consultarti con la direzione, prima”. “Ma no, sarebbe inutile. È una questione che devo decidere da solo”. Respirava a fatica, non si era nemmeno voltato a guardarmi in faccia. Poi era uscito, con un faldone di documenti sotto il braccio.

Per alcuni giorni lo osservai con particolare attenzione. Non dico lo spiassi, ma capitava che quasi istintivamente mi avvicinassi alla finestra per seguirlo con gli occhi, quando la mattina usciva di casa prima di me, si affrettava al parcheggio per prendere la macchina, metteva in moto e accelerava nervosamente in direzione della via provinciale. Chissà perché mi attraversavano la mente timori infondati, immagini di incidenti stradali, di alterchi con automobilisti aggressivi. Quasi fossi la mamma spaventata di un adolescente inaffidabile.

Dormivamo da alcuni anni in camere separate. Giuliano si lamentava del mio russare, io del suo agitarsi smanioso tra le coperte. Parlava spesso nel sonno, svegliandomi. Anche così, comunque, confinato nella cameretta degli ospiti, capitava lo sentissi mugugnare, o ridere, o lamentarsi spaventato da chissà che incubi.

“Smettila, Paolo, smettila!”, aveva urlato recentemente, continuando poi a mormorare parole incomprensibili, concitate. Sempre Brioschi, immaginai, il suo ossessivo fantasma persecutorio. Sì, mi sembrava si chiamasse proprio Paolo.

“Perché non ti prendi un congedo?”, gli avevo proposto. “Qualche settimana, un mese. Giusto per riposarti. Magari fai un viaggio, o vai al mare. Se ti allontani per un po’, ti tranquillizzi tu, e si rasserena l’ambiente al lavoro”. Aveva risposto con un gesto di insofferenza, alzando gli occhi al cielo. “Lo sai che hai ripreso a parlare, mentre dormi? E ti sento quando ti alzi e giri per casa…”. “Cosa fai, mi controlli? Ti do fastidio anche se respiro?” Era evidentemente esasperato, non sapevo se per colpa mia o di chi altro. Non voleva ne discutessimo.

Domenica mattina, a colazione, finalmente me l’ha detto: “Vado via”. Io ancora scema, ottusa, sconcertata, “Dove?”, gli ho chiesto. “Ho trovato un’altra sistemazione”. “Un altro ospedale? Una clinica privata?” Teneva gli occhi fissi sulla tazza del tè. “Mi hai nascosto qualcosa di grave, Giuliano? Quel tuo collega ti ha forse denunciato, Brioschi, o come si chiama, Paolo Brioschi?”. “Brioschi si chiama Pierpaolo”. “Va bene, chi se ne frega”. Mi tremavano le mani.

“Non vado via dalla clinica. Non ho dato le dimissioni”. Credo che mio marito non mi abbia mai rivolto uno sguardo così pieno di dolore. “Vado via da casa. Via da qui, da te”. Non capivo, non sapevo cosa rispondere. A me non sono mai mancate le parole, ma in quel momento non trovavo né voce né pensieri.

“Paolo, quel Paolo, è un altro”. Si era alzato da tavola. “Non sapevo come dirtelo”.

 

«Gli Stati Generali», 19 ottobre 2020