QUANDO SI FA SERA

QUANDO SI FA SERA

 

Mi sono innamorato. Mi sono innamorato per la prima volta, adesso. A cinquantadue anni. Ero lontanissimo dal pensare che potesse accadermi una cosa del genere, così violenta, così improvvisa. Mi ha squassato dentro, stravolto le giornate, ottenebrato la mente, cancellato ogni desiderio. Perché, ovvio, il mio amore non è stato ricambiato. Mai, nemmeno per un attimo.

Allora (mi chiedo), perché esistono situazioni tanto assurde, perché si deve soffrire come ho sofferto e soffro io: per niente? Lo so, c’è gente che si uccide, per amore. Che non sopporta più di vivere sapendo di non poter sperare in un sorriso, in una carezza, nemmeno nel pensiero dell’altro (dell’altra). Non arriverei mai a questo. Non ci arriverò. E non perché mi illuda di una possibile sospensione dell’angoscia, addirittura di una guarigione; solo perché sono vigliacco, ho paura del male, del momento in cui potrei sentire molto male. Precipitando dall’alto, annegando, tagliandomi le vene, impiccandomi. Credo sia doloroso. Oddio, forse con i barbiturici mi addormenterei e basta, senza penare troppo. Ma chi me lo assicura, che il mio corpo non reagirebbe con spasimi atroci, col cuore scoppiato, il cervello incenerito?

No. Aspetterò. Aspetterò di morire come fanno tutti, insieme al mio bene non corrisposto. Che mi logorerà piano piano, mi invecchierà precocemente, facendomi cadere denti e capelli, appesantire il fiato, raggrinzire la pelle. In fondo, potrò continuare a sognarla, lei; mi basterà rivederla ogni tanto, lieve e bellissima, chiara come il suo nome.

Così era, il 21 marzo dell’anno scorso, inizio di primavera, quando mi è apparsa. Accompagnata dal direttore, era entrata nel mio ufficio con la stessa freschezza di un refolo di vento leggero e pulito in una giornata stagnante. Sorrideva.

“Questa è Chiara, la nostra nuova traduttrice dal tedesco”: con tali parole ci venne presentata. La mia segretaria, a cui stavo dettando un appunto, nel guardarla aprì leggermente le labbra in un’appena percettibile esclamazione di sorpresa. Io balzai in piedi, abbassai la testa in un ridicolo e compassato inchino di presentazione, pronunciando timorosamente il mio nome grottesco, “Romolo Del Balso”. Il direttore chiosò lusinghiero, “Il nostro valido e insostituibile responsabile dell’Ufficio stampa”. Lei mi porse la mano. Era giovane, e con voce giovane, con voce allegra disse: “Molto piacere. Avremo modo di conoscerci meglio”.

Questo fu l’inizio del mio amore, e del mio tormento. La metà dei miei anni, pensai subito. Meno della metà dei miei anni. Ma l’immagine accesa del suo viso cancellò all’istante tutto il tempo lunghissimo passato prima di incontrarla.

Infatti, cosa avevo vissuto prima di quel momento? Di cosa si era riempita la mia vita, prima di quel giorno? Di niente. Di noia, di tedio ordinato, di rassegnata accettazione degli eventi.   Tutti cancellati, dopo la sua tenera stretta di mano. Tornato alla mia scrivania, mi rimaneva tra le dita l’impressione tangibile di aver toccato la gracile delicatezza di altre dita, testimonianza concreta di una verità diversa da quella che quotidianamente verificava la mia ingombrante struttura corporea.

Adesso, passato più di un anno da quel giorno, mi chiedo: “Perché non mi hai voluto, Chiara? Perché non ti sei accorta del miracolo che hai operato entrando nella stanza? O te ne sei accorta, e ti ha spaventato scoprirmi improvvisamente graziato dalla tua grazia, guarito dal nulla?”

“Che bella ragazza”, commentò imperturbabile la mia segretaria, constatando seraficamente l’incontestabile. Rimasi annuvolato per tutta la mattina, sospeso in una bolla trasparente di stupore e insolita felicità. Rimasi annuvolato anche l’intera settimana, e quella seguente, e tutto il mese, e il mese successivo.

Mi comportavo come un ginnasiale. Gironzolavo nei corridoi dell’azienda fingendo irrimandabili faccende da sbrigare, per avere il pretesto di affacciarmi in vari uffici, nella speranza di imbattermi in lei. Prendevo l’ascensore su e giù in continuazione, immaginando un guasto improvviso che ci costringesse a una prolungata intimità, chiusi insieme nella cabina. Oppure fantasticavo che scivolasse sulle scale, e io potessi soccorrerla per primo, amorevole. Qualche occasione, insomma, con cui mettermi in luce ai suoi occhi, costringendola a provare gratitudine e ammirazione per la mia coraggiosa virilità, o per il mio lodevole acume. Sapevo di partire svantaggiato, con la pinguedine, gli occhiali spessi, l’impaccio che mi frenava in ogni contatto umano. Speravo tuttavia che la fama di cui godeva la mia vasta cultura potesse in qualche modo impressionarla, o perlomeno renderla curiosa del mio esistere.

Invece, aldilà di qualche rara frase di circostanza, non mi riuscì di parlarle fino all’estate. Fino al 14 luglio, per la precisione, presa della Bastiglia. Pausa pranzo, seduto a un tavolino esterno di un caffè poco lontano dall’azienda, avevo di fronte a me un piatto di carpaccio e un’insalata. Quando vidi proiettata sulla tovaglia un’ombra improvvisa, la voce di lei mi raggiunse prima che potessi ideare una reazione decente al suo cortese chiedere “Posso?”.

Mi alzai di scatto, e il suo nome mi rimase incastrato tra lingua e gola. “Sempre solo, sempre serio…”, continuò sorridente lei, sedendosi alla mia sinistra. “Non sono sposato”, mi ascoltai rispondere, nella maniera più insensata possibile. “Non ti ho chiesto questo”, puntualizzò senza nessuna ironia. “Già, sì, vero, giusto”, mi ingarbugliai confuso. “Nemmeno io volevo dire questo. Cioè, non so perché l’ho detto”.

Da questo imbarazzato incipit prese avvio la nostra strana, e per me esaltante, abitudine di trascorre insieme l’ora del lunch quotidiano. Parlava lei, giovane bella spiritosa. Chiara. Io mi innamoravo sempre di più.

Una volta osai chiederle in che modo si parlasse di me tra i colleghi. Rispose “Dicono che sei puntuale”. “Puntuale?”, chiesi. “Puntuale. Un modo educato per dire pignolo, pesante, noioso”. Volli approfondire. “E tu, come mi vedi?”. “Beh, come loro. Puntuale, pignolo, pesante, noioso”.

Rideva, la mia radiosa ragazza del sogno: vivace, simpatica, disinvolta, decisa. Poi, con un gesto improvviso e adolescenziale, mi arruffò i capelli sempre composti. “Falli crescere un po’. E via la cravatta, ogni tanto. Ti sei accorto che è estate?”. Illudendomi fosse il mio aspetto fisico, la mia compita eleganza a tenerla lontana dall’evidente interesse che nutrivo per lei (improbabile non se ne fosse accorta…), in pochi giorni cambiai decisamente look: abbigliamento casual, occhiali con montatura azzurra, frangetta sulla fronte. Mettendomi persino a dieta. Mi interrogava su varie questioni. Politiche, culturali, anche personali. Voleva sapere perché abitassi da solo, quante relazioni avessi avuto, come vivessi la mia sessualità. Non era indiscreta, solo molto estroversa, curiosa, sincera. Io arrancavo, sotto il peso dei miei complessi e delle mie paure, senza riuscire a porle nessuna delle domande che mi premevano in testa.

Un pomeriggio, sentendomi legittimato dalla sua affettuosa complicità, provai a stringerla con un braccio attorno alla vita, mentre attraversavamo la strada. “Che fai? Se lui ci vede dalla finestra, diventa geloso”. Lui? Lui chi? Da che finestra di quale ufficio della nostra casa editrice ci poteva spiare? Prima di entrare in portineria, mi guardò ammiccante. “Ci sposiamo in settembre, non te l’ho detto?”.

No, non me l’aveva detto, che era fidanzata con il direttore, più anziano di me, più puntuale pignolo pesante noioso di me. Sembrava che la cosa fosse di dominio pubblico da mesi. “Non lo sapevo”, confessai, mentre una montagna di disperazione mi crollava addosso.

Dopo il matrimonio, dopo il viaggio di nozze, in ottobre tornò al lavoro. Luminosa e felice. La incontrai in ascensore, sola, come nella più tormentante delle mie fantasie. “Posso continuare a pensarti?”, le chiesi a voce bassa, restituito ai miei occhiali di corno, alle cravatte eleganti, alla pettinatura inamidata.

“Perché no, Rodolfo? Sei una cara persona”, sfiorandomi la guancia con un bacio filiale, e sbagliando il mio nome.

 

«Elapsus», 22 settembre 2020

ROSSANDA

ROSSANA ROSSANDA, UN VIAGGIO INUTILE – EINAUDI, TORINO 2008

Einaudi ha ripubblicato nel 2008 un volume che Rossana Rossanda aveva dato alle stampe con Bompiani nel 1981, rievocando un viaggio compiuto in Spagna diciannove anni prima, nel 1962: Un viaggio inutile. O della politica come educazione sentimentale.

A Rossanda interessava documentare allora come la Spagna stesse vivendo il suo “desencanto”, adagiata in un’illusione che non si era mai travestita da azione, e tanto meno da rivoluzione – come invece molti comunisti dell’epoca avevano sperato. Soprattutto si trattava di testimoniare l’inizio di una crisi, quando, in quel 1962, a Rossanda membro del Comitato Centrale del PCI, per la prima volta “i conti non tornarono”. Quella missione, progettata per raccogliere adesioni a una manifestazione per la libertà spagnola, diventò “la misura della propria incapacità ed errore”, in un momento in cui “l’impossibilità di capire in forme vecchie e l’inafferrabilità d’una qualsiasi forma nuova” si manifestava non solo in Spagna, ma anche nel PCI.

Il paese che la giornalista si trovava ad attraversare per sondare gli umori del franchismo e dell’antifranchismo, non corrispondeva alle logore categorie di una comunista militante formatasi sui dogmi della III Internazionale. Non si trattava già più, nel ’62, di constatare la fine del fascismo, bensì di immaginare le infinite possibilità di resistenza del capitalismo. La Spagna di quel viaggio “finiva di essere qualcosa e non era ancora qualcos’altro, una crisalide”, “non era una società politicamente azzittita, ma apparentemente una società non politica; non imbavagliata, ma vuota”. Viaggio, quindi, della disillusione o della delusione crescente, che la scrittrice comunicava al lettore, immobilizzandolo in una sospensione del giudizio prolungata fino alla fine del libro.

Chi legge ora quel resoconto si aspetta qualcosa che non succede: “un amore o una storia gialla”, ironizzava Rossanda. Invece si trova a contare spostamenti e appostamenti, incontri ambigui, tracce di un’opposizione impalpabile anche se concretissima, che “lavora tenace su margini stretti… come il rumore…  di talpe pazienti”. Intorno e sopra a questo muoversi a passettini dell’antifranchismo pesava come una cappa di piombo l’immobilità del regime, “perfettamente assente in tesi, idee, atti politici e perfettamente presente come controllo”. Non smargiasso e rozzo come il fascismo mussoliniano, più furbo nel mimetizzarsi, più sottile nel concedere spiragli apparentemente inutilizzabili, più feroce nella repressione: “Mi muovevo e i miei interlocutori si muovevano con maggiore o minore audacia come fra le zampe di una tigre sonnacchiosa: la tigre era presente, ma dormiva. E se fosse invece morta? O in mutazione, già diventata un grosso gatto rabbioso ma senza artigli?”.

L’incombere di tale “Cosa, il mostro”, la presenza silenziosa della tigre, non concedeva nessuno spazio agli avvenimenti, che dunque non avvenivano: il libro si nutre di luoghi e di persone, pretesti narrativi che costituiscono il vero viaggio di maturazione politica all’interno della coscienza. Primo ed essenziale spunto narrativo sono i luoghi, la Spagna che nemmeno fisicamente corrisponde a quella immaginata dall’autrice, “aspra all’interno, sanguigna come la terracotta”: Barcellona è grigia e impenetrabile, Madrid burocratica e stracca, Siviglia stucchevole. Sono città-specchio per le allodole, non servono a inquadrare né a capire di più chi le vive. “È che Barcellona mi doleva, Madrid mi doleva. Le ricordo attraverso il mio disagio; la mia testimonianza va tarata, respinta, cancellata con la matita blu”.

Anche i personaggi dolgono, sono fatti della stessa pasta delle città, esasperanti nella loro pazienza, imprevedibili nella loro straziante abilità di far rivivere le atrocità della guerra civile. Tutti, o quasi, intenti a contarsi le ferite di un fallimento passato e di un futuro fallimentare, dal misterioso Federico in impermeabile che dall’esilio controlla la situazione e sembra prevederne con onniscienza ogni sbocco (ma finirà espulso dal PCE), all’avvocato socialista Amàt che spera nell’Internazionale, ai tre operai anarchici che non sperano più in niente.

Ma soprattutto c’è lei, Rossana Rossanda, impaziente e imprudente, mai rassegnata, così in disaccordo sempre con tutto da costituire l’unica nota sopra le righe nel monotono spartito di quell’ opposizione. Era lei, con la sua memoria risentita, che scopriva una Spagna deludente e ce la restituiva calda e tesa. Se si potesse parlare di immediatezza della memoria, questo libro ce ne offrirebbe l’occasione, perché nel recupero degli avvenimenti c’è la stessa agitazione, la stessa “faziosità” che li avevano permeati nel ’62.

Le cinque pagine finali potrebbero valere, da sole, tutto il libro. Sferzanti come i migliori articoli scritti per Il Manifesto, esplicite nella loro durezza, indignate nel rigore logico, partono dalla constatazione che non si può vivere senza idee, e che una società che ha cessato di pensarsi (sia in termini di conservazione, sia in termini di mutamento) è una società incapace di vivere, che tuttavia non sa permettersi di morire. “Una società siamo noi proiettati in eterno, prima e dopo, e la malattia che la dissolve non può cessare nell’inesistente morte”.

Se la Spagna del ’62 “non si sapeva più pensare perché non poteva più pensare di cambiare”, l’Italia dell’81 non si analizzava perché non sapeva più progettare alcun cambiamento: depressa, noiosa, malata di “una appena addomesticata peste”. I responsabili? Quelli di sempre. Ma anche “gli araldi della rivoluzione subito e oggi”, gli stessi “che domandano la fine delle certezze, anzi la loro destrutturazione”. Una vera collera viene espressa verso i teorici della politica che impudicamente “si compiacciono nella contemplazione dell’errore”, in un processo al ’68 e alla povertà del suo pensato, dimostrando tra l’altro scarsa originalità, perché è risaputo che “ogni sconfitta ridimensiona i valori; chi vince sembra più intelligente, chi perde non ha scampo”.

Rossanda trovava presuntuoso e futile il parlare da sola, da fuori; si immergeva, recuperava, interpretava. E faceva in modo che i viaggi inutili (in Spagna, nel PCI…) fossero utilissimi a qualcuno, almeno, per il presente e nel futuro di tutti.

 

© Riproduzione riservata            «Il Pickwick», 21 settembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

RICORDANDO LUCIO BATTISTI

RICORDANDO LUCIO BATTISTI

 

I

 

Rumori lontani nel bosco,

fruscio di foglie a terra

e rami calpestati.

Intorno nebbia, mentre tenace

il sole non si arrende.

Noi spaesati a cercarci,

ruvide labbra, parole stente.

Il canto di un fagiano

ci sorprende, stride,

nel quasi giorno dell’addio.

Non ti conosco più,

in questa guerra che ci divide,

nostro presente

senza pace, senza domani.

 

 

II

 

Mi tremano le mani

se penso alle stentate primavere

passate; finiti i soldi,

anche l’amore faticava.

Ma non ti rassegnavi:

“domani sarà meglio, domani

andremo fuori

a comprare scarpe libri vestiti;

tutta nuova ti voglio vedere,

regalarti dei fiori”.

Attrice comprensiva

rispondevo facendoti coraggio:

maggio giugno l’estate

indolente che arriva.

Passa un giorno, poi un anno.

Non cambiava mai niente.

 

 

III

 

Allontanarci e ritrovarci,

questo mi proponevi,

prudente e saggio

con paura di sprecarti

in troppo dare. Non mi prendevi

nemmeno per mano, vergognoso

degli sguardi della gente:

mentre io avrei voluto sollevarti

aldilà di colline, di boschi

e confini: spaziare immensi

azzurri, col coraggio

dei folli e dei bambini.

 

 

IV

 

Consolante il ricordo di noi

mi si affaccia,

se nello specchio ritrovo

il profilo imparato a memoria,

sul letto la traccia

del corpo abbracciato,

dal soffitto oscillante un filo

di ragno

avvolge nel velo la storia

che è stata la nostra.

Nostra stanza,

mio tempio ora zitto:

mio cielo mio scoglio

e deserto.

Non voglio non volo,

ancora non provo.

 

 

V

 

Mi alzo mi vesto esco.

Vago come un automa,

impietrita in qualsiasi

parola, o gesto.

Poi improvvisa una voce,

poi tante, musica forte da un posto

che ignoro (balera

caffè ristorante): mi chiamano

dentro, scombinata compagnia,

“sei sola?”.

Rido tra loro, angeli sconosciuti,

canto, bevo. E via dal coma,

dannata tristezza;

salvezza decisa in una sera.

 

 

«Il Pickwick», 13 settembre 2020

 

 

 

RECALCATI

MASSIMO RECALCATI, IL GESTO DI CAINO – EINAUDI, TORINO 2020

Caino, uccidendo suo fratello, compie un gesto crudele, privo di pietà, dettato da invidia e risentimento. La Bibbia lo racconta in Genesi 4,9: “Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise”. Massimo Recalcati riflette su Il gesto di Caino, lo ripercorre nel suo minuto accadere, e ancor prima, nel suo progettarsi, per poi interpretarlo psicanaliticamente, e offrirci una disamina dei suoi effetti nella storia della cultura ebraico-cristiana.

La tesi postulata in questa indagine è che “nella narrazione biblica l’amore per il prossimo viene dopo l’esperienza originaria dell’odio”, e che tale odio è motivato dal desiderio di distruggere l’Altro –vissuto come limitazione insopportabile –, per raggiungere “un ideale assoluto di autonomia e indipendenza”.

Il fratricidio di Caino è la seconda trasgressione agli ordini divini dopo quella attuata da Adamo ed Eva (il primo peccato è un furto, il secondo un assassinio). Ma appare forse ancora più grave ed eversiva della prima perché esercitata contro il parente più prossimo, contro il proprio sangue. In entrambe le storie narrate da Genesi, quella dei progenitori e quella dei due fratelli, il sentimento prevalente e condizionante è l’invidia: della coppia di sposi per la sapienza e il potere di Dio, di Caino per il fratello colpevole di avergli sottratto il prestigio presso la madre e presso il Signore.

L’invidia è un sentimento rivolto “a chi è come noi, ma ha o è più di noi; è sempre invidia per il simile e non per il diverso. In altre parole, l’invidiato incarna l’ideale inconfessato dell’invidioso… quello che vorremmo essere senza riuscirvi, il nostro ideale irraggiungibile, colui che incarna l’immagine narcisistica di noi stessi”. Ciò che Caino non tollera di Abele è l’intrusione minacciosa nel rapporto edipico e fusionale vissuto con la madre Eva, il fatto di essere stato spodestato dal ruolo di figlio unico e prediletto, non solo dei suoi genitori, ma dell’umanità intera. Il gesto che compie è assolutamente narcisistico, in quanto teso a “coltivare un’immagine grandiosamente ideale di se stesso… La matrice dell’odio invidioso è, infatti, al suo fondo, una passione narcisistica per se stessi, per la propria identità, per il proprio Io”. Ad accrescere il suo risentimento è il fatto che Dio ha riconosciuto nel fratello, e nelle sue offerte sacrificali (carne anziché prodotti della terra, caccia piuttosto che agricoltura), un valore superiore al suo. Deluso dal rifiuto divino, umiliato nella sua esigenza di riconoscimento, Caino trova nel ricorso alla violenza un possibile risarcimento alla propria mortificazione. “La scelta di Dio gli appare un sopruso, un capriccio, un atto prevaricatore. Ma Caino, in realtà, non tollera l’esistenza dell’Altro – la sua alterità – che la scelta di Dio intende invece evocare e portare alla presenza. Tuttavia, anziché cogliere l’atto di Dio come un’occasione di crescita, Caino resta fissato nella rivendicazione dei suoi diritti assoluti, resta prigioniero della sua passione narcisistica”.

Da dove deriva questa volontà di sopprimere ciò che è altro da sé? In fondo Dio, all’atto della creazione, aveva esaltato la molteplicità, la differenziazione peculiare di ogni vivente, affermandone la libertà: a ogni creatura era stato dato un nome, sottolineandone l’identità esclusiva, la distinzione rispetto alla totalità indifferenziata.

Ponendo trasgressione e brutalità all’inizio della narrazione, dopo la generosa bellezza offerta dai primi sette giorni del creato, la Bibbia afferma che è stato l’uomo a portare il male nella storia; la propensione all’odio, alla disubbidienza, all’oltraggio sembra essere una spinta pulsionale primaria e ineliminabile: “La tendenza trasgressiva non è solamente una possibilità della vita umana, ma una sua inclinazione fondamentale”. Essa indica il desiderio di violare il limite imposto dalla Legge per proclamare la propria incondizionata autosufficienza, distruggendo ogni alterità.

La scelta della violenza è determinata dalla volontà di raggiungere il proprio scopo direttamente, “per via breve”, senza passare attraverso una faticosa mediazione con l’Altro: “colpire il prossimo viene prima dell’amore per il prossimo… all’origine della vita, dunque, non è il sentimento di fratellanza, ma la sua distruzione, la sua negazione feroce”. Secondo Freud, “La storia primordiale dell’umanità è piena di assassinii. Ancor oggi quella che i nostri figli imparano a scuola come storia universale non è in realtà altro che una lunga serie di uccisioni fra i popoli… Anche noi, considerati in base ai nostri moti di desiderio, altro non siamo, come gli uomini primordiali, che una masnada di assassini”.

Colpendo il fratello, Caino ha finito per colpire se stesso, poiché non essendo in grado di esperire l’alterità e di accettarne l’esistenza, ammette la propria incompiutezza e inferiorità. Nell’odio verso Abele, rende l’immagine di lui ulteriormente ideale e irraggiungibile: solo uccidendolo può tentare di ridurre lo scarto tra ciò che sa di essere e ciò che aspirerebbe a essere.

Solamente dopo l’omicidio Caino potrà intraprendere un percorso di recupero e salvezza. Quando Dio gli chiede conto del suo delitto, dapprima lo nega (“Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?”), quindi lo riconosce come crimine inscusabile (“Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!”). La maledizione divina lo costringerà a vagare “ramingo e fuggiasco”, a lavorare con fatica una terra arida e infruttuosa, marchiato con un segno che pur rendendolo eternamente riconoscibile in quanto assassino, ne impedirà l’uccisione vendicatrice, spezzando così la spirale della violenza e proteggendolo dall’automatismo di una Legge puramente sanzionatoria.

Nel confessarsi colpevole, Caino può espiare il suo peccato e iniziare una nuova vita, lontana dall’Eden, in un lento e difficile processo riabilitativo che lo condurrà alla costruzione della prima città umana e della propria paternità, atti generativi aperti al futuro. Il fratricida si assume così una responsabilità etica nei confronti del prossimo, persino dello sconosciuto o del nemico, e può recuperare in sé un sentimento di fraternità non esclusivamente biologica, ma compiutamente umana.

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 13 settembre 2020

 

 

 

 

 

FRISCH

MAX FRISCH, HOMO FABER   ̶   FELTRINELLI, MILANO 2019, p.219

Capita talvolta di chiedersi se vale davvero la pena seguire ogni anno le classifiche della narrativa più venduta in Italia, o di acquistare gli autori presenti nell’ultima cinquina dell’ultimo premio letterario, per accorgersi, alla fine di una faticosa e svogliata lettura, che quelle pagine hanno lasciato scarse tracce di sé, nella mente e nel cuore, e invece una specie di frustrazione, di scoraggiato disappunto. Allora perché non rivolgere direttamente la propria attenzione ai libri belli (ce ne sono tantissimi!) pubblicati in Italia e nel mondo tra gli anni ’40 e gli ’80, quando ancora alla letteratura era demandato il compito non solo di intrattenere, ma anche di proporre vicende private e collettive coinvolgenti, di notevole spessore etico e culturale, e addirittura formalmente curate?

Magari riscoprendo Max Frisch (Zurigo, 1911-1991), autore di validissimi romanzi e testi teatrali, capaci di interrogare il lettore su questioni di rilievo sociale e politico, e acuti nell’indagine psicologica dell’ambiente e dei personaggi. Tra i tanti suoi volumi (Stiller, Il mio nome sia Gantenbein, L’uomo nell’Olocene, Barbablù…), Homo Faber, scritto nel 1957, è quello che ha conosciuto più ristampe, il più vivace dal punto di vista del plot narrativo, e ancora oggi assolutamente attuale.

Walter Faber, ingegnere svizzero cinquantenne al servizio dell’Unesco, narra in prima persona l’odissea che lo porta, attraverso una serie di vicissitudini impreviste e imprevedibili, a mettere in discussione la sua intera esistenza di persona razionale, metodica, impermeabile a fedi, suggestioni ed emozioni incontrollate. Imbarcatosi a New York su un aereo diretto a Città del Messico, il susseguirsi di strane circostanze sembrerebbe indicargli l’opportunità di rimandare il viaggio di lavoro programmato. Le prime dieci pagine del romanzo sono eccezionali nella descrizione accurata della nevrosi del protagonista, infastidito da tutto ciò che sperimenta a bordo (dalle cattive condizioni atmosferiche al vicino di posto, un invadente e ciarliero tedesco di nome Herbert Hencke; dall’idiozia delle riviste pubblicitarie e dei reiterati annunci delle hostess al ricordo ossessivo e annoiato della sua giovane amante americana Ivy, svampita di cui non riesce a liberarsi). Durante lo scalo a Houston, Faber si chiude in una toilette dell’aeroporto pur di sottrarsi alla presenza del prossimo (“volevo esser lasciato in pace, gli esseri umani affaticano”), ma viene costretto dal personale a imbarcarsi di nuovo. Nel prosieguo del volo, un grave guasto tecnico costringe l’aereo a un atterraggio di emergenza nel deserto di Tamaulipas. I passeggeri trascorrono giorni e notti all’addiaccio, affamati e sporchi, prima di venire soccorsi e trasportati a Caracas. Durante questa forzata convivenza, l’ingegnere scopre che il compagno di viaggio Herbert è il fratello di un suo caro amico degli anni universitari, Joachim, attualmente in Guatemala per seguire gli affari di famiglia nelle piantagioni di tabacco. Dopo gli studi, aveva sposato una ragazza ebrea di nome Hanna, che era stato la prima fidanzata di Faber e l’aveva abbandonato appena rimasta incinta. Si lascia convincere da Herbert a cambiare programma, e ad accompagnarlo nella ricerca del fratello disperso. Inoltrandosi nella selva guatemalteca (torrida, fangosa, lussureggiante di vegetazione tropicale e infestata da insetti, serpenti e avvoltoi) i due compagni scampati all’incidente aereo riescono infine a raggiungere la squallida residenza di Joachim, e ne recuperarano il corpo appeso a una trave del tetto.

Il suicidio dell’amico e la rivelazione del matrimonio di lui con Hanna mettono in crisi la ferrea logica consequenziale del protagonista, che da sempre considera l’improbabile come un “caso limite del possibile”, e tende a escludere dal proprio orizzonte sia l’intervento della provvidenza, sia l’immodificabilità del destino. Turbato e infastidito dalle troppe avversità, torna a New York intenzionato a cancellare memorie e rimpianti, e da lì decide di rientrare in Europa via mare. Ma proprio sulla nave sembra attenderlo l’appuntamento fatale che stravolgerà la sua cinica e pianificata esistenza, votata esclusivamente al lavoro e al progresso scientifico.

“I sentimenti sono fenomeni di stanchezza, nient’altro”, pensava Walter Faber prima di incontrare Sabeth, una ventenne dalla coda di cavallo rossiccia e dagli occhi grigi. La tenerezza nei riguardi della ragazza (“Non sapevo più che si poteva essere tanto giovani”) si trasforma presto in un amore impastato di gelosia e senso di protezione. Con lei inizia a viaggiare, accompagnandola in un tour culturale attraverso l’Italia e la Grecia, e lasciandosi trascinare dal suo entusiasmo per l’arte. Ma proprio nei pressi di Atene l’epilogo drammatico della storia tra i due assume i contorni di una tragedia classica, in cui le figure di Edipo e Ifigenia si intrecciano in una nemesi che la stringente, laica e raziocinante logica dell’ingegnere svizzero non poteva né prevedere né governare.

Come in altri romanzi, Max Frisch affida a una soluzione imprevista e angosciante la conclusione delle sue trame, in cui i personaggi sono sovrastati e travolti dal succedersi di eventi casuali e necessari insieme.

Da questo romanzo (che dopo più di sessant’anni continua a risultare assolutamente moderno, anche nelle riflessioni quasi profetiche del protagonista sull’intelligenza artificiale, la sovrappopolazione, i rapporti tra i sessi, la sfida tra umanesimo e scienza, i vincoli della religione) è stato tratto nel 1991 il film Voyager diretto da Volker Schlöndorff.

 

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 5 settembre 2020

 

MONTORFANI

PIETRO MONTORFANI, L’OMBRA DEL MONDO – ARAGNO, TORINO 2020

Già dal titolo di questa raccolta di Pietro MontorfaniL’ombra del mondo, possiamo intuire quanto temi e toni inscritti nel registro dell’autore siano sospesi in un’atmosfera di non-luminosità, non-trasparenza e probabilmente anche di non-appartenenza a una realtà vissuta come costrittiva e non condivisibile. È un tratto comune a chi, nato intorno agli anni ’80, scrive versi con una sorta di estraneità alla corrente precipitosa degli avvenimenti, quasi incapace non solo di adeguarsi ad essi, ma addirittura di comprenderli e di giustificarli. Un distacco che si vela, appunto, di ombra e di rassegnata rinuncia. L’introversione, la riflessione sul sé, ma anche una sorta di altera consapevolezza della propria acuta sensibilità, rende questi poeti umili e insieme fieri del loro dissenso, che non arriva mai però a essere ribellione o aperto contrasto.

Le sezioni del libro di Montorfani dichiarano esplicitamente questa sospensione di contatto con il mondo e il velo attraverso cui lo osservano, già nel loro nominarsi: «Dove nulla succede, Gente che passa, Il punto della croce, Così in pace, tra le altre. E diverse composizioni riprendono nei titoli una terminologia di negatività, sofferenza, alienazione: agonia, silenzio, confine, ibernazioni, memoria, pace. I due ultimi capitoli del libro sono dedicati all’assenza di persone amate, eventi luttuosi di cui si sottolinea l’incomprensibile ingiustizia: in Giona l’idea di sepoltura corrisponde al piccolo spazio occupato sulla terra durante un’esistenza tribolata («Dove ti metteranno ora? Disegnalo per noi il posto / che ti è stato assegnato / anima tormentata che ti insabbi / infilata di sbieco / tra le cose del mondo»), per cui l’approdo sperato rimane solo quello tacitante e protettivo della morte: «Di nuovo silenzio / buio fitto / odori notturni / portati dal vento / e grande quiete / in ogni dove». Ancora, in Memoria II nei versi dedicati a un aquilone, è l’idea di costrizione e impedimento che blocca il volo leggero e variopinto nell’alto del cielo: «Ciò che non sanno più / è il nome di quel rombo colorato, / di tela sottile, con il filo, / che prima volava e ora / lotta per liberarsi di tra i / rami e non ci riesce».

Trovare uno spiraglio di luce si può e si deve, e il poeta sembra cercarlo nel viaggio, nella dislocazione mentale e fisica in un altrove che offra orizzonti liberatori. «Il varco è qui?», pare domandarsi seguendo indicazioni montaliane. Ed eccola, allora, «la maglia rotta nella rete» attraverso cui fuggire, salvandosi: sarà Berlino, Varsavia, Praga, Siena, Finisterre, o nella metafora più suggestiva del libro, il passaggio alpino della Flüela, «dentro il buio dei monti», che indica un transito migratorio, abbandono del passato ma anche traguardo verso il futuro, rito iniziatico da superare per sopravvivere.
Montorfani, ticinese, è nato e vissuto in zona di confine, crocevia di culture e lingue differenti, che dalla pianura di Lugano si alza verso le Alpi svizzere («superato il più stretto / corridoio d’Europa nel cui / buio si muore / dopo tanta piana per chi / suona la cornamusa nella stiva / del San Gottardo per chi / stride»), e attraverso di esse ci si apre al continente, accompagnati dal più tradizionale ed evocativo degli strumenti, che annuncia la venuta di un laico dies natalis. Le facce che si incontrano sono tuttavia quelle di persone anonime, sconosciute, «gente che passa… dove nulla succede… in un silenzio assordante», secondo una geografia che ‒ se pur varia tra Gibilterra e la Russia, fiordi e fiumi, boschi e deserti, ponti e viadotti, cartelloni pubblicitari e posti di blocco, caravan e santuari ‒, resta estranea, impenetrabile.

L’Europa percorsa da Pietro Montorfani diventa simbolo di un’unione fittizia che non è in grado di saldare né la sua storia (dalle grotte di Lascaux a re Artù alle tragiche migrazioni mediterranee), né i suoi territori («Europa a testa in giù: / oltre le Alpi, il Mare»), e che nemmeno la poesia riesce a redimere: «Che agonia questi ultimi / giorni d’Europa, accesi da albe / di destini infranti, / chiusi da sere di notizie / sempre uguali. // Muta e non muta l’orizzonte // e inspiegabilmente si avvicina, / stringe la mente dentro un cerchio / che solo il cielo contiene».

 

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5 settembre 2020

 

MISTRAL

GABRIELA MISTRAL, CANTO CHE AMAVI – MARCOS Y MARCOS, MILANO 2010-2018

Prima poetessa latinoamericana a ricevere il Nobel nel 1945, la cilena Gabriela Mistral (Vicuña, 1889-New York 1957) ebbe un’esistenza ricca di passioni civili e avvenimenti eccezionali. Nata in una famiglia di modeste condizioni in un paesino alle pendici delle Ande, iniziò giovanissima a insegnare come maestra rurale, progredendo caparbiamente negli studi e nella professione fino ad assumere incarichi dirigenziali al Ministero dell’Istruzione, e in seguito a rivestire la carica di Console in diverse città europee e americane, sempre mantenendo vivo il suo interesse per le riforme scolastiche e l’impegno in favore delle classi sociali più indigenti e dei diritti delle donne. Non ancora quarantenne, aveva affermato di sé: “Sono cristiana e integralmente democratica. Credo che il cristianesimo, con il suo profondo senso sociale, possa salvare i popoli. Ho scritto come chi parla nella solitudine. Infatti sono vissuta molto sola dovunque. I miei maestri d’arte e di vita: la Bibbia, Dante, Tagore e i russi… Il pessimismo in me è un atteggiamento di malcontento creativo, attivo e ardente, non passivo. Ammiro, senza professarlo, il buddismo, che per qualche tempo conquistò il mio spirito… Vengo da una famiglia di contadini e sono una di loro. I miei grandi amori sono la fede, la terra, la poesia…”.

Proprio come poetessa ottenne molti riconoscimenti, pubblicando diverse raccolte (Desolazione, Tenerezza, Taglio del bosco, Torchio, Poema del Cile), in cui parlava di amore e politica, religione e femminismo, bellezze naturali e ingiustizie sociali. Il suo vero nome era Lucila Gogoy Alcayaga, ma aveva scelto lo pseudonimo di Gabriela Mistral in onore di due poeti da lei molto amati: il nostro Gabriele D’Annunzio, e l’occitano Frédéric Mistral, Premio Nobel nel 1904.

L’editore milanese Marcos y Marcos ha di recente ripubblicato un’antologia, Canto che amavi, che raccoglie testi dell’autrice cilena dai contenuti e dalle forme più differenziate, ma tutti animati da un’insopprimibile energia vitale, da un’esplicita volontà comunicativa, da una radicale esigenza di chiarezza stilistica.

Dalla sua famiglia di donne forti e indipendenti (la nonna ebrea, la madre abbandonata dal marito con le figlie ancora piccole, la sorella che l’aveva sempre incoraggiata e sostenuta nella carriera) Gabriela ereditò l’intraprendenza e il coraggio di opporsi alle convenzioni sociali e al maschilismo patriarcale del Cile del primo ’900. A loro dedicò versi di gratitudine e rimpianto, consapevole che all’universo femminile è spesso demandato di sopportare la fatica quotidiana dell’esistere, con la relativa delusione di un mancato riconoscimento affettivo, culturale e sociale.

Gli intensi e sofferti amori della sua vita (il fidanzato Romeo Ureta Carvajal morto suicida, la scrittrice statunitense Doris Dana a cui fu legata dal dopoguerra fino alla morte), furono raccontati in poesie appassionate, in cui dolore e dedizione assumono tonalità di struggente coinvolgimento: “Io ti stenderò in terra soleggiata con una / tenerezza di madre per il figlio dormiente, / e si farà la terra morbidezza di culla / accogliendo il tuo corpo di bimbo addolorato”, “Ti attendo senza limite né tempo. / Tu non temere notte, nebbia o pioggia. / Vieni per strade conosciute o ignote. / Chiamami dove sei, anima mia, / e avanza dritto fino a me, compagno”, “Mi son seduta a metà della Terra, / amor mio, a metà della vita, / apro le vene e il cuore, / mi schiudo in melograno vivo, / e rompo il mogano rosso / delle mie ossa che ti amavano”.

Sempre la morte aleggia come spettro ed emblema di irreparabile ingiustizia nelle sue composizioni: sia quella della madre (“Questa morte è stata per me una lunga e oscura sosta, un paese dove ho vissuto cinque o sei anni, paese amato per la presenza di mia madre, paese odiato per la lunga stasi della mia anima in una profonda crisi religiosa”), sia quella dell’amatissimo nipote Juan Miguel, uccisosi a diciassette anni.

Viscerale è l’attaccamento che Gabriela esprime per tutto ciò che la circonda: persone e paesaggi. Racconta dei campesinos sfruttati nei latifondi (“chi semina, chi irriga, / chi fa potature e innesti, / chi taglia e si accolla / sotto un sole di fuoco / anguria, viscera rosa, / melone che sa di cielo, ancora una volta, ancora / non ha un suo pezzo di terra”); di madri che allattano neonati denutriti (“Dai! Non è vero che tremi / come un Gesù Bambino / e che il seno di tua madre / si seccò di sofferenza!).

Descrive le distese di campi di mais (“Il santo mais s’innalza / in due impeti verdi, / e assopito si riempie / di tortore ardenti”), il mare rugghiante (“E morì il mare una notte, / da una riva all’altra riva; / si raggrinzì, si restrinse, / come un manto ritirato. // Come un albatros ebbro / o un animale in fuga, / fino all’ultimo orizzonte / con dieci ondate correva”), le montagne (“Quando sogno la Cordigliera, / le sue lunghe gole attraverso, / e di esse odo, senza tregua, / un fischio quasi un giuramento”), i fiumi (“Nella valle del Rio Blanco, / là dove nasce l’Aconcagua, / giunsi a bere, balzai a bere / sotto la sferza di cascata, / che cadeva fluente e dura / e si rompeva aspra e bianca”), l’Oceano (“Vedo alla fine del Pacifico / il mio arcipelago livido, / e un’isola mi ha lasciato / di alcione morto odore acido”).

Lo stile usato da Gabriela Mistral ovviamente muta nel tempo, adeguandosi ai contenuti trattati e alle varie influenze letterarie assorbite durante le lunghe permanenze in paesi stranieri: alla base della sua scrittura rimane comunque l’eredità della formazione culturale contadina, con i frequenti apporti sia di termini regionali e formule proverbiali, sia di simbologie tradizionali religiose. Il traduttore del volume edito da Marcos y Marcos, Matteo Lefèvre, nella nota finale così commenta la sua tecnica formale: “La poesia di Gabriela Mistral delinea un universo ritmico e metrico vario e complesso. La poetessa cilena spazia infatti da liriche che adottano o rivisitano metri tradizionali della lirica romanza (sonetto) a composizioni che invece mostrano un’architettura ritmica e un sistema di versificazione molto più articolato e originale”.

Il rapporto tra Gabriela e il Cile è stato sempre problematico e ambiguo. Fu spesso discriminata perché le sue poesie non corrispondevano ai criteri politici e culturali di una società ancora fortemente maschilista e conservatrice. Alla sua morte, avvenuta a sessantasette anni per tumore al pancreas, le sue disposizioni testamentarie non vennero rispettate, né per quanto riguardava la sepoltura, che avrebbe voluto avvenisse nell’amata città cilena di Montegrande, né per la donazione di una cospicua parte dell’eredità ai bambini poveri del quartiere in cui aveva trascorso l’infanzia.

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 4 settembre 2020

 

 

POLI

ALFREDO POLI, DI TERRA E DI CIELO – ALETTI, VILLANOVA DI GUIDONIA 2018

La vocazione tardiva alla poesia ha avuto per Alfredo Poli, insegnante veronese in pensione, senz’altro un significato terapeutico non solo nello scavo interiore di sé, e non solo nella ricerca intellettuale di un’espressione consona alla propria sensibilità, ma soprattutto nell’esigenza di rapportarsi agli altri per scoprire una comune partecipazione allo stare al mondo, “nel” mondo. Bene lo sottolinea Mario Allegri nella prefazione all’ultimo volume di Poli, Di terra e di cielo, citando questi versi che “accorciano le distanze e affratellano nella voce che vuol farsi voce di tutti”: “La mia voce / sia il silenzio / di chi ascolta / e di chi si ascolta. / E non sia sola / ma sorella a tutte quelle / con diritto di sogno, diritto di parola”.

Un’intenzione etica, quindi, quella che ha spinto l’autore a scrivere alcune delle composizioni più riuscite: intenzione che tuttavia non ha nessuna pretesa di conversione o di proselitismo nei riguardi di chi legge, ma si limita a decifrare il reale nella sua oggettiva durezza, auspicandone una trasformazione in senso positivo, di sospensione del dolore, di recuperata mansuetudine.

In una sorta di francescanesimo laico, Alfredo Poli esclude qualsiasi ricorso alla violenza e alla vendetta, da non usare nemmeno per riparare un torto o una prevaricazione: “pertanto abbiamo appreso: / anche l’odio contro la vigliaccheria / deforma i lineamenti; / anche la rabbia per l’ingiustizia / altera la voce”. La pietas è misura del rapportarsi al prossimo, e alla sofferenza di ciò che ci circonda: l’anziano malato (2° piano, Geriatria), la natura offesa (Rosa d’inverno, Fiocco di neve), il dissidio tra amanti (Incomprensione), la morte di un amico (Un altro addio).

In “questi tempi fatti di maschere / e di crepe nel cuore” ci sono momenti, episodi, incontri che tuttavia aiutano a superare la desolazione di un presente mortificante, e incoraggiano a uno sguardo positivo sul futuro. L’osservazione della bellezza di un paesaggio naturale (“Oggi gran festa nel giardino. / All’albicocco s’è aggiunto / il ciliegio in fiore”, “Nella luce calante della sera / le bianche lanugini dei pioppi / come un posarsi lieve ai ricordi”, “Trasparente mattino di sole / sopra queste colline d’erica / digradanti morbide al mare”), la corrispondenza di un affetto o di un amore (“Già del tuo sguardo sono grato / e dei silenzi che mi regali”), la lettura di una poesia (“Quella poesia / che hai scritto per me, / l’ho ricopiata fedelmente / su un pezzetto di carta / e l’ho nascosta / in una tasca segreta / del mio portafoglio”).

Alfredo Poli traccia un ritratto di sé che può sembrare rassegnato, o comunque malinconico, ma in realtà è animato dall’umile consapevolezza dei limiti di ogni creatura umana, riscattabile sempre attraverso l’anelito costante all’infinito, al superamento della contingenza: “Amo la mia finitezza: / fa da filtro ai sogni / e li alimenta”, “noi / che siamo / passeggere storie / senza traccia”, “Amo spesso sostare fuori / dai margini del sentiero”.

E in questa sua dichiarata marginalità rispetto al convulso e superficiale intrecciarsi dei rapporti umani, così spesso asserviti all’interesse e al potere, privi di gratuità e di sentimento, orgogliosamente afferma il suo originale rifiuto del conformismo, la sua discrepanza dal vuoto comunicativo oggi imperante: “Amo le parole semplici, / essenziali, appese / in precario equilibrio / alla profondità di senso”. Anche se questo differenziarsi può comportare il rischio dell’isolamento (“Respiro piano / ai margini della battaglia. / Solitudine è darsi alle paure / nel ritrovare un tempo perduto”), ciò che importa è rimanere consapevoli della propria unicità, nelle gioie e nei dolori che la vita ci dispensa.

 

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Di-terra-di-cielo-Poli.html   3 settembre 2020

 

 

 

 

ZAOUI

PIERRE ZAOUI, L’ARTE DI SCOMPARIRE – IL SAGGIATORE, MILANO 2015

“Felicità per sottrazione” è l’obiettivo che secondo il filosofo francese Pierre Zaoui dovremmo cercare di conquistare e mantenere, individualmente e come collettività. Lo afferma nel saggio L’arte di scomparire, sottotitolato “Vivere con discrezione”: ed è proprio di questa particolare attitudine, oggi raramente riconosciuta come qualità, che l’autore tesse un convinto elogio.

Discrezione come scelta di vita, che in genere si accompagna a una disposizione caratteriale antitetica all’eccesso di esuberanza, di autopromozione, di visibilità, di autoreferenzialità: inclinazioni particolari che nel mondo contemporaneo vengono incoraggiate dai media e dai social come valori e meriti da esibire con orgoglio e sfrontatezza.

La discrezione viene definita dall’autore dote “rara, ambigua e infinitamente preziosa”, che trova nella moderazione e nel riserbo la propria misura espressiva, sottratta a riflettori e casse di risonanza, renitente di fronte a ogni forma di spettacolarità. Aderendovi, “usciamo da quel gioco di proiezioni e introiezioni continue che ci legano di solito agli altri”, rinunciamo a qualsiasi volontà di potenza e all’illusione di essere indispensabili, alla “dialettica mediocre del riconoscimento o della seduzione”. Sottraendosi all’obbligo dell’apparire e accettando una sorta di clandestinità, la discrezione assume i tratti della dissidenza, di una resistenza politica al dovere di divulgazione e protagonismo, secondo cui “essere è unicamente essere percepiti”. Si oppone, infatti, alla sorveglianza del panottico totalitario, praticata dalle nostre occhiute e orecchiute società contemporanee attraverso videocamere, intercettazioni, spionaggi informatici, droni e satelliti.

La delicatezza del porsi nel mondo dovrebbe insegnare a non stare troppo vicino alle persone e alle cose per non venirne divorati, né ad allontanarsene troppo rischiando l’isolamento. Tuttavia, la rinuncia volontaria all’esposizione potrebbe nascondere una debolezza originaria del carattere, una tattica dissimulatrice, una forma raffinata di narcisismo, un eccesso di timidezza-pigrizia-egocentrismo-vigliaccheria, o (in termini psicanalitici), l’angoscia di castrazione e la pulsione di morte.

Pierre Zaoui indaga sulle origini di questo orientamento comportamentale a partire da quanto ne pensavano gli antichi. I greci decantavano l’aidós (pudore, modestia, riservatezza) e la phrónesis (prudenza, saggezza, giusta misura): Epicuro consigliava di vivere nascosti, Marco Aurelio raccomandava di rifugiarsi nella propria “cittadella interiore”, rifiutando successi estemporanei, lusso e piaceri effimeri; Platone e Aristotele suggerivano di affidarsi sempre alla ragione e alla consapevolezza per migliorare politicamente la comunità.  In tal modo però non si privilegiava una disinteressata scomparsa dell’io, quanto invece una più elevata presenza a se stessi, e un’opportunità personale in termini politici.

Durante il rinascimento sembrò che la figura del cortigiano riassumesse esemplarmente i caratteri di equilibrio e tatto propri della discrezione, nel processo di civilizzazione dei costumi che andava imponendosi in tutta Europa. Cortesia, raffinatezza, educazione diventavano in realtà astuti strumenti di autoaffermazione all’interno dei palazzi, asserviti all’adulazione sottomessa ai propri signori.

Quindi, più che dalla filosofia o dalla politica, la discrezione è stata riconosciuta come valore primariamente in ambito religioso, in particolare dall’ebraismo e dal cristianesimo.

Tre sono le autorità morali che nei secoli hanno meglio illustrato le proprietà tipiche della discrezione: San Tommaso che la esaltava come umiltà del cuore e della mente, il rabbino Isaac Luria che la paragonava alla contrazione (tzimtzum) messa in atto dal Creatore per lasciare spazio di libertà alle creature, il mistico Meister Eckhart che invitava al distacco dai beni materiali e all’abbandono di ogni egoità.

C’è poi la discrezione proposta dagli atei e dagli agnostici, racchiusa in un orizzonte puramente umano. È quella che Levi Strauss trovava negli indigeni amerindi, animati “da un sentimento deferente verso il mondo”, e non concentrati sulla propria soggettività. O agli antipodi temporali, quella indicata da molti pensatori moderni (Kafka, Virginia Woolf, Hannah Arendt, Blanchot, Benjamin, Deleuze, Bataille, Debord), che narrano esperienze di distacco, nascondimento e sparizione spogliate da ogni fideismo, e abbandonate fiduciosamente all’idea dell’annullamento di sé e del lasciar-crescere ciò che è fuori di sé.

La discrezione è quindi un’arte recentemente riscoperta nella sua valenza micropolitica: di resistenza impercettibile all’ostentazione di sé, di rinuncia ad apparire e ad accumulare ogni tipo di esperienza, di rifiuto del soggettivismo esasperato di chi pretende di “essere percepito” senza riuscire a “percepire”.

Pierre Zaoui (1968) insegna attualmente Filosofia presso l’Università di Parigi VII, e si occupa di liberalismo, soprattutto nel pensiero di Spinoza, Hume e Deleuze,

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 27 luglio 2020

 

 

 

LAHIRI

JHUMPA LAHIRI, RACCONTI ITALIANI – GUANDA, MILANO 2019, p. 539

Non è molto frequente che uno scrittore si innamori di una lingua e di una letteratura che non sono le sue, al punto da immergersene con passione totale, da specializzarsi nella traduzione dei suoi testi poetici e narrativi, da adottarne temi e stili, e infine da decidere di scrivere direttamente in quella lingua straniera, resa elettiva e propria. Ci sono alcuni esempi illustri di letterati che, provenendo da paesi diversi, per differenti ragioni hanno scelto di esprimersi in un linguaggio che non è quello nativo: Joseph Conrad, Samuel Beckett, Vladimir Nabokov, Arthur Koestler, Agota Kristof, Derek Walcott, Salman Rushdie, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi, Arundhati Roy.

Ma nella nostra contemporaneità e per quanto concerne l’Italia, a me vengono in mente pochi nomi, che esulino dalla produzione dei migranti (sempre più diffusa, ambiziosa, convincente): Giorgio Pressburger, Helena Janeczek, Alice Oxman, Gezim Hajdari, Jhumpa Lahiri…

Jhumpa Lahiri (Londra1967) è una scrittrice statunitense di origine indiana, professore di scrittura creativa all’Università di Princeton. Affascinata dalla cultura del nostro paese (ha un dottorato in studi rinascimentali), dal 2011 soggiorna a lungo a Roma con i due figli e il marito. Dal 2015 scrive direttamente in italiano e pubblica i suoi libri con le edizioni Guanda: nello stesso anno ha vinto il Premio Internazionale Viareggio-Versilia con il volume autobiografico In altre parole.

Autrice di saggi e romanzi, ha ottenuto importanti riconoscimenti: tra gli altri, il Pulitzer, il PEN/Hemingway Award e il Guggenheim Fellowship.

L’anno scorso ha curato e introdotto un’antologia di Racconti italiani, tra le più varie e interessanti uscite negli ultimi decenni sul territorio nazionale. Raccoglie quaranta autori, di cui undici donne, che appartengono tutti al gotha della nostra letteratura, anche se di alcuni di loro oggi rimane purtroppo scarsa memoria. Si va dal più antico, il classicissimo Giovanni Verga (1840-1922), rappresentato da una novella ambientata ad Aci-Trezza, premessa introduttiva a I Malavoglia, al più recente Antonio Tabucchi (1943-2012), riproposto con una storia che travalica i confini spazio-temporali, situandosi tra la nostalgia del déjà-vu e la speranza di un futuro solo ipotizzabile.

Ma troviamo anche un’allusiva Lalla Romano che lambisce le tentazioni erotiche di una villeggiante borghese, un asciutto Elio Vittorini che fa dialogare due personaggi sulla presenza aleatoria di un’enigmatica figura femminile, un originale Massimo Bontempelli che addirittura riesce a trasportare il mar Tirreno nel suo appartamento romano, un surreale Alberto Savinio umanizzante oggetti e arredamenti domestici. Possiamo rileggere commossi lo splendido racconto di Anna Maria Ortese Un paio di occhiali, la raffinata Cristina Campo, la severa Elsa Morante, il cerebrale Italo Calvino, l’arrabbiato Beppe Fenoglio, il caustico Giovanni Arpino, il tenero Carlo Cassola, il beffardo Flaiano. Audacemente oscillanti tra l’avanguardia, il tragico e il grottesco sono gli scritti di Landolfi, Gadda, Manganelli, e magistralmente raffinato quello di Tomasi di Lampedusa.

Una molteplicità di forme e contenuti, di ideologie e caratteri individuali, che si prestano a soddisfare i gusti di ogni tipo di lettore. I racconti antologizzati parlano di guerra e dopoguerra, di paesi contadini e città anonime, di coppie infedeli e famiglie in miseria, di solitudine e di impegno politico. Di donne e animali, di bambini e di vecchi. Utilizzano stili diversi: dal realismo al barocco, dallo sperimentale al postmoderno. Jhumpa Lahiri li introduce attraverso un sintetico ritratto di ogni autore, e un breve commento personale. Afferma con sincerità che la scelta dei quaranta scrittori è stata determinata dal suo particolare interesse e da una sensibilità spiccata nei riguardi della produzione letteraria di autori ibridi e complessi: poeti, giornalisti, artisti, musicisti, insegnanti, scienziati, traduttori che rappresentano tante sfaccettature della complessa società italiana, come si è evoluta nel corso dell’ultimo secolo, nei costumi, nella storia, nel paesaggio, nelle idee.

Il volume si conclude con un’utile tavola sinottica che scandisce la cronologia dei principali avvenimenti storici e letterari succedutisi in Italia dal 1840 al primo decennio del 2000.

 

© Riproduzione riservata    «Gli Stati Generali», 9 agosto 2020