PIETRO DE MARCHI, ALLA GIUSTA STAGIONE – CASAGRANDE, BELLINZONA 2026
Pietro De Marchi (Seregno 1958) ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Zurigo ed è alla quarta pubblicazione di poesia e prose poetichr per le edizioni ticinesi Casagrande.
Alla giusta stagione è un titolo che rimanda alla terminologia agricola (secondo la citazione da Esiodo in esergo: “… se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori…”), laddove si consiglia quando sia necessario seminare, raccogliere, potare, sottintendendo metaforicamente il tempo dovuto all’inventario, letterario ed esistenziale, a cui applicarsi negli anni più maturi.
Nella prima delle sette sezioni che compongono il volume, le “Istruzioni per l’uso” da seguire nel lavoro concreto e fisico della scrittura vengono ricavate dagli esempi di manualità dei vari homo faber che nei millenni hanno insegnato agli esseri umani le tecniche di sopravvivenza: contadini, boscaioli, artigiani. Dalle loro minuziose, pazienti e umili azioni quotidiane il poeta ha senz’altro molto da apprendere (“Impara allora anche tu: metti in fila le parole / e ogni frase al suo posto, / come i pezzi di legna / della catasta”). Con i gesti antichi e rigorosi di quando si stilava una lettera a mano, l’autore cataloga i “ricordi sparsi”, ridando loro vita come fa il fuoco nella stufa e badando che la lingua “aderisca alle cose”; controlla poi lo stile, sceglie sottofondi e ambienti adatti, mettendo in atto strategie contro la sofferenza personale e collettiva (anche il nuotatore evita le correnti gelate!) e finisce per chiedersi a cosa serva effettivamente la sua scrittura. Forse a niente, si risponde, certo non a garantire le libertà civili (“L’interrogativo è sempre lo stesso: «Che fare?» / Sperare nei tirannicidi, nella rivolta delle masse, / nella resipiscenza dei meno fanatici, // nella diplomazia internazionale…”). Pietro De Marchi demanda alla poesia il semplice compito di osservare le cose intorno, con stupore e gratitudine, per preservare l’innocenza di un mondo umano e non umano timoroso e disarmato di fronte a una Storia che lo sovrasta, e di fronte alla banalità della cultura contemporanea, “un solo ininterrotto blablablà”.
La terza sezione, dal titolo pliniano Storie naturali, si presenta coerente alle intenzioni esplicitate all’inizio del volume: un’attenzione rispettosa all’ambiente vegetale e animale che offre e riceve conforto dalla luminosità delle giornate estive (ed elenca pini, eriche, corbezzoli, acacie, felci, asfodeli, “la rara euforbia”; leprotti, ghiandaie, scoiattoli, qualche picchio, chiocciole, cavallette…), e che regala momenti felici intorno a una tavola tra brigate di amici. Frequenti sono le composizioni dedicate alle affettuose presenze che hanno accompagnato benevolmente l’esistenza del poeta, esprimendo rimpianto per i sodali morti (“Gli amici tacciono, poi parlano, poi tacciono, / un violoncello suona e ancora fischia il vento”).
Dopo la natura, la Storia, nel quinto capitolo intitolato Sotto le nuvole e nei due conclusivi: una storia letta dalla parte degli umili, degli sfruttati, delle vittime in guerra e sul lavoro, con una sensibilità particolare per gli anziani, le vedove in lutto, gli smemorati negli ospizi, in una successione di quadri descrittivi in cui a ogni sentimento di commossa partecipazione fa da sfondo un’immagine visiva che ne sottolinea la delicata complicità (due tortore grigie che si alzano in volo, il viso dolce di una passeggera su un aereo, un’improvvisa interruzione di corrente, la moglie ansiosa di un tennista a Wimbledon, “un bacio / solo pensato”). Ma troviamo anche una satira amara delle regole accademiche, e pillole di saggezza sulla caducità della vita, sull’inconsistenza del successo effimero, sui tanti egoismi e le poche generosità gratuite riscontrabili in questo nostro agire contemporaneo: “ma già qui nei nostri terrestri confini / siamo tutti poco più di niente / e non c’è altro da dire / e va bene così”.
Nei terrestri confini dove tutto succede e spesso senza alcuna finalità, dove si soffre e gioisce fino “ai titoli di coda”, Pietro De Marchi raccontando incontri particolarmente suggestivi (un venditore di caldarroste, un tassista filosofo, tre bambine in bicicletta) si rivela un documentarista di impressioni, un ritrattista di volti e pose, un filologo esplorante etimologie: sempre con la calma dedizione di chi svolge il suo lavoro con la cura artigianale dovuta alle opere e ai giorni.
«La Poesia e lo Spirito», 11 aprile 2026