ELITIS

ODISSEAS ELITIS, DIARIO DI UN INVISIBILE APRILE – CROCETTI, MILANO 1990

 

Con 7 disegni di Alekos Fassianòs e la traduzione di Paola Maria Minucci, l’editore Crocetti ha pubblicato nel lontano 1990, e ristampato nel 2007, il volume di versi Diario di un invisibile aprile del poeta Odisseas Elitis.

Elitis (1911-1996), insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1979, è una delle figure più significative della poesia contemporanea greca, che ha rinnovato formalmente mantenendosi tuttavia fedele alla tradizione classica. Vissuto a lungo a Parigi, ebbe modo di conoscere i maggiori esponenti della cultura francese del Novecento: Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse, Giacometti, Picasso. Ricoprì incarichi prestigiosi (presidente dell’Ente radiofonico greco, membro dell’Unione internazionale dei critici d’arte, membro della Société Européenne de Culture), ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali, e molte lauree honoris causa. Nonostante ciò, la sua fama di poeta non è riuscita ad affermarsi quanto meriterebbe.

I temi da lui trattati con più frequenza sono quelli paesaggistici (mare, cielo e vegetazione mediterranea), la donna descritta nella sua seducente sensualità, il sentimento per il divino che dalle radici della grecità classica si espande ai simboli cristiani, e il corteggiamento della morte avvertita come transito verso l’eterno. Secondo la curatrice “Il sentimento della natura di Elitis, asse portante della sua poesia, trova nel profondo della sua anima corrispondenze morali e analogie spirituali: quello che egli vede non è mai, in nessun modo, semplicemente ‘paesaggio’.”

Ne fanno fede questi versi: “ANCORA PIOVE. Sembra piovere eternamente. Ed eternamente andrò in giro con un ombrello cercando una cittadina rosa piena di buone pasticcerie all’aperto”, “PESO DELLA DOLCEZZA del cielo / dopo che tuonò e si muove la lumaca. / Pezzi di casa che galleggiano, balconi con l’asta davanti, / il vento. // Realtà è la morte che sovrasta / carica di vecchie felicità / e di quella ben nota disperazione (che si fece bianca / nelle dure solitudini)”, “GIORNATA LIMPIDA, DIAFANA. Sotto forma di monte immobile appare il vento là verso occidente. E il mare con le ali ripiegate, in basso, sotto la finestra. Ti viene voglia di volare in alto e da lassù distribuire in dono la tua anima. Poi scendere e, intrepido, prendere nella tomba il posto che ti appartiene”.

Luce e buio, cielo e terra, vita e morte, quindi. Il diario che si snoda in queste pagine, datato puntualmente nei giorni della settimana, dura dunque tutto il mese di aprile, è scandito nel tempo ma travalica il tempo, essendo un aprile invisibile, tutto interiore. I versi si alternano a brevi prose, le descrizioni alle meditazioni, il sogno alla realtà più concreta. Ma lo sguardo esterno, pur prendendo spunto da qualche elemento oggettivo, finisce per assolutizzarsi in una riflessione che riguarda l’esistenza personale del poeta, o quella più generale di tutte le creature, nella sua caducità e nel suo indicibile mistero: “TROVAI UNA PICCOLA CHIESA tutta acque correnti e l’appesi al muro. I suoi candelabri sono di ceramica e somigliano alle mie dita quando scrivo. Da come risplendono i vetri capisco se un angelo è passato. E spesso la sera siedo fuori sul muretto e mi abbarbico al maltempo come il geranio”.

 

© Riproduzione riservata                    20 febbraio 2020

 

TOSCANO

MARIO ALDO TOSCANO, POESIE MIGRANTI – ASTERIOS, TRIESTE 2020

Lo storico e sociologo Mario Aldo Toscano ha raccolto, interpretato, ridefinito una ventina di Poesie migranti, pubblicandole nella collana “Volantini militanti” della casa editrice triestina Asterios, con il sottotitolo di Antologia della sofferenza ribelle.
Si tratta di un’operazione intellettualmente lecita, culturalmente valida? Si possono riscrivere “poeticamente” (creando ex-novo ritmi, scansioni metriche, figure retoriche) testi anonimi di migranti, registrati come confessioni, sfoghi, espressioni di rabbia, protesta, nostalgia?
Direi di sì. Si è sempre fatto. Abbiamo letto spiritual dei neri schiavizzati nelle piantagioni americane, composizioni di popoli oppressi, canzoni di soldati in guerra, ballate di prigionieri, stornelli folclorici, canti religiosi popolari, derivati da una sensibilità collettiva anche se prodotti da un unico innominato autore.

Si tratta in genere di testi privi di velleità letterarie, ma dettati da una forte volontà comunicativa e dall’esigenza emotiva di far conoscere il proprio stato d’animo. Toscano in una lunga introduzione motiva la sua scelta partendo da una enunciazione di cosa si debba intendere per poesia. Principalmente, “un agire mediante il linguaggio per creare emozioni”, “una forma di conoscenza che si avvale di espressioni evocative”.
Critici e “poeti laureati” storcerebbero il naso, forse, di fronte a questa definizione, richiamandosi a precise tradizioni e regole testuali. Ma al curatore di questa antologia interessa soprattutto sottolineare come i testi in essa presentati siano stati raccolti: in base a un percorso di indagine sociologica e di vicinanza solidale con la sofferenza di gruppi di migranti, ripercorrendo le situazioni da loro vissute. Il distacco dal paese d’origine, le persecuzioni e le violenze patite, i lunghi viaggi per mare, i ricordi, le paure e le speranze.
I migranti non conoscono la poesia; conoscono la tragedia”. Le loro espressioni sono state ricostruite e rese nella loro intensità, rimodulate nelle ripetizioni e negli intercalari, restituite nell’efficacia visionaria delle immagini. Ne è risultato un prodotto letterario che vale soprattutto come testimonianza di “una condizione umana insostenibile”, di persone (“viandanti”, come li chiama Mario Aldo Toscano) che raccontano le loro storie, vicende intessute di sfruttamento, dolore e fatica, usando gli strumenti espressivi che hanno a disposizione.
La paura è probabilmente il sentimento più acuto che provano, insieme alla volontà di trasmettere e far conoscere il dramma vissuto, sperando di venire capiti e amati.
Queste venti Poesie migranti sono state raccolte in diversi luoghi e momenti, attraverso varie modalità. Parlano del deserto e del mare, del bisogno di un contatto fisico sicuro e non minaccioso con l’acqua e con la terra; parlano di fame e sete, di gambe indolenzite e piedi ulcerati, di madri spose e figli abbandonati, di notti fredde e interminabili, di città estranee e indifferenti, di felicità improvvise per una doccia calda o un giro in bicicletta:

“Il motore andava e non si vedeva che mare / mare e onde e facce di tutti noi / vicini e lontani come le nostre terre / di cui ricordiamo solo la polvere”, “Secchi fuori, secchi dentro / come gli alberi della savana / siamo noi nella notte”, “Camminiamo ma non sappiamo dove andare. / Le automobili corrono sulla strada a fianco a noi / e nessuno si ferma per parlare con noi”, “Sono qui / e prego cinque volte al giorno. / Qui nessuno prega”, “Ho perduto tutto. / Ho solo il mio nome, / solo il mio nome Wanjala Ugabungke”.

 

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https://www.sololibri.net/Poesie-migranti-Toscano.html               18 febbraio 2020

SOVENTE

MICHELE SOVENTE, CUMAE – QUODLIBET, MACERATA 2019

Il quarto libro di Michele Sovente (Monte di Procida, 1948-2011), Cumae, è il primo in cui si  esprime compiutamente il trilinguismo ‒ italiano, latino e dialetto campano ‒ che ha fatto del suo autore un caso unico e originale nella letteratura italiana. Vincitore del Premio Viareggio-Rèpaci nel 1998, oggi viene riproposto da Quodlibet in un’edizione filologicamente esemplare, curata da Giuseppe Andrea Liberti, con un puntuale commento a ogni poesia, che ne sottolinea le scelte formali e stilistiche, i vari riferimenti testuali, la cronologia di composizione e pubblicazione.

Già nell’esposizione della biografia soventiana, il curatore mette in luce gli snodi fondamentali che hanno influito in maniera indelebile sulla sua scrittura: a partire dalla nascita, avvenuta a Cappella di Monte di Procida il 28 marzo 1948, ultimo di sette figli di una famiglia proletaria, con il padre piastrellista, emigrato prima a Marsiglia, poi nel Maghreb, dove il piccolo Michele imparò elementari rudimenti del francese. Morto il padre nel 1957, poco dopo il rientro in Campania, al ragazzo fu imposto di entrare in seminario fino alla maturità, ottenuta la quale si iscrisse nel 1968 alla facoltà di lettere di Napoli, dove si laureò discutendo una tesi su Eugenio Montale. Gli anni liceali e universitari lo introdussero non solo allo studio approfondito della cultura classica, e in specie del latino, ma soprattutto alla conoscenza della poesia contemporanea e della filosofia del ’900. Anni di grande fermento politico e sociale, quelli trascorsi nel capoluogo partenopeo, partecipando alle lotte studentesche e operaie con il movimento di Lotta Continua, e collaborando alle pagine culturali del quotidiano “Il Mattino”. Sovente insegnò per tutta la vita all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dapprima Letteratura, quindi Antropologia: materie i cui fondamenti costituirono la linfa della sua produzione poetica.

Cumae fu pubblicato da Marsilio nel 1998, vent’anni dopo l’esordio con L’uomo al naturale (1978), seguito da Contropar(ab)ola (1981) e da Per specula aenigmatis (1990). Il libro è diviso in sei sezioni (anticipate da un testo proemiale), connotate ciascuna da un tema specifico: la storia, l’eros, il mondo animale, il territorio campano, la forma linguistica, il dialetto cappellese.

Ricorrenti in Cumae sono i topoi di un simbolismo archetipico letterariamente collaudato: acqua, fuoco, specchio, luna, cerchio, offrono un repertorio di immagini ereditate dalla cultura classica e popolare, ma filtrate sia dalla lente della psicanalisi junghiana, sia dalla riflessione sui testi di Giordano Bruno, Giambattista Vico ed Ernesto De Martino. Sovente riteneva il suo interesse antropologico «scaturito da un impulso interno, dal bisogno di portare alla luce schegge sonore, barlumi di una età lontana dai contorni fiabeschi e primitivi, manifestazioni di energia vitale, di fisicità, figure e gesti elementari, nuclei di pensiero e di visionarietà che configurano un universo dove fascino e paura, sortilegio e smarrimento, solitudine e fusione con la natura procedono sempre all’unisono». E riguardo al suo co-linguismo si era così espresso: «non è nato da alcun calcolo letterario ma come intuizione poetica, attraverso la quale poter esprimere e riferire soprattutto a me stesso uno stato di assoluta crisi storica, di distanza dalla modernità intesa come supermercato di codici, norme, valori obbligati, tecnicismi che a nulla più servono se non a far circolare un esercito di tanti pseudo-poeti e pseudo-artisti, garanti di ferro, a loro insaputa, dell’oceanico bla-bla dei mass-media».

Latino, italiano e dialetto rimangono distintamente autonomi, senza combinarsi all’interno di una stessa poesia. L’italiano ricorre a un lessico essenziale, concreto, moderno; il latino vive di reminiscenze classiche, medievali ed ecclesiastiche, ma è attualizzato in un’originale inventività di metri e figure retoriche; il vernacolo campano viene svincolato da tutta la banalità melodica e decadente della tradizione neo-dialettale. Lo stile è inoltre coraggiosamente innovativo, con il ricorso frequente a distorsioni sintattiche, inversioni, invenzioni fonetiche, appaiamenti di termini, commistioni di termini aulici, tecnici e colloquiali.

Proemio alla raccolta è il testo bilingue Rudera / Ruderi, che fornisce la chiave di lettura stilistica e linguistica del libro, nel suo proporsi in latino e in italiano, e nel collocarsi in uno scenario cupo di silenzio e morte, testimoniato dalle rovinose vestigia lasciate dallo scorrere del tempo: «Ex imis humi larvis / ex altis umbris parvis / temporis labor erumpit / vitaeque cruor incumbit / iactura est scissura / formarum se volventium / ad mortem ad silentium…» (Dalle remote larve della terra / dalle anguste-alte ombre / la fatica schizza del tempo / e la linfa cupa del vivere / tra erosioni e deflagrazioni / si evolvono forme verso / la morte e il silenzio…). In questa introduzione ci sono già tutti i temi fondamentali dell’intera raccolta: l’ascolto del passato che si fa voce presente attraverso i resti archeologici, l’immagine della terra scavata da larve vive e tomba di presenze defunte, le erosioni e i movimenti sismici e vulcanici, il lavorio del tempo che tutto corrompe, lo sfaldarsi della memoria da cui derivano perdita e limitatezza, l’evoluzione non verso un seducente progresso ma verso un inevitabile smarrimento di sé.

Sovente è stato definito “poeta sismografo”, per la sua attitudine a registrare e decrittare i sommovimenti del territorio flegreo, sintomo e allegoria degli squilibri sociali di uno spazio scosso da violenze e sfruttamento: «Uno spazio nel quale si sovrappongono da secoli grida di mercanti e voci sovrannaturali, il mistero del futuro e la memoria del passato, la storia e la magia, il mito e la morte», secondo Liberti. La prima sezione del volume è appunto dedicata allo svolgersi della Storia («la storia che devia»), riletta nel suo misterioso e umbratile celarsi «in gurgite temporis», decifrata anche attraverso il lascito di leggende mitologiche e di tradizioni ancestrali, sospese tra fede religiosa e superstizione. Emblematicamente, la prima poesia della prima sezione si intitola Di sbieco, e indica la prospettiva secondo cui avvicinarsi alla realtà, con sguardo sbilenco e velato: «L’occhio strabico strazia / piumaggi e fossili. Si vive / si scrive di sbieco». Il mondo è qui definito «confuso», non facilmente definibile da una «lingua di grumi ingombra / e asfittica pianta».

Lingua-pianta da rivitalizzare, quindi, servendosi di energetici innesti e indispensabili lacerazioni: «Vacua lucet / lingua in frigore, varia / aequora eam incurrunt, nunc / linguafurca decidit-recidit / in vacuo inscripta infinito» (Vuota balugina / nel freddo la lingua da acque / e specchi inseguita, adesso / la linguaforca decide-recide / inscritta nel vacuo infinito). Lo stesso manovratore dello strumento espressivo, il poeta, rimane intimorito ed esaltato dal suo potere di creazione: «Ignaro del fortunale imminente / insisto a enumerare / le radiose oltraggiose strategie. / Avido animale / seguo l’occhiuta preda. / Mi uncinano le carte. / Brusiscono nell’afelio i palinsesti».

Michele Sovente, nell’interpretare l’interno di sé e l’esterno da sé, si affida alla reattività dei sensi. All’udito, in primo luogo, ma poi anche al tatto e alla vista, reclamando il primato della fisicità del proprio corpo che lo fa simile a quello di tutti gli esseri animati. Mihi sunt: «Brachia mihi sunt oculi / tengo et video albas / per aquas alas, caudas / paulatim in somno…» (Ho io: Braccia ho occhi io / tocco e vedo candide / ali nell’acqua, code / nel sonno intermittenti / finestre oscure sento / nuvole miei legami, rami / ho vertebre io, perciò / schegge mi scuotono / di nascosta luce, pustole / inquiete mi incidono / e unghie mi devastano, / foglie mille volte ho / sul confine arse io). Ne deriva un sentimento panico della natura, descritta sia nei fenomeni atmosferici e negli elementi cosmici (neve, gelo, nebbia, luna, pianeti, maree), sia nell’osservazione del mondo animale, in una «visione dell’unità metamorfica del tutto». Animali istinto, animali affetto, gioia-sofferenza-leggerezza-gratuità-morte. Siano lepri o insetti, volatili o gatti, pesci o galli, la loro natura è sentita dal poeta come umana o addirittura sovrumana: nell’agonia insopportabile di un micio, nella corsa della lepre trasformata in vento, nel tarlo misteriosamente nato dal legno, Sovente avverte la fragilità e caducità di ogni esistenza.

Una sequenza nel suo bestiario è dedicata agli uccelli, portatori di luce e colori, immagine di vitalità antropologicamente collegata al sogno antichissimo del volo; comunicando con l’uomo attraverso uno stridio acuto simile a quello di porte cigolanti, gli uccelli raccontano il destino che accomuna le creature del cielo e della terra. Aves: «Cum avibus aves / aethera dividunt, luces / cupidinesque per alas / hieme et vere ferentes. / Suas poenas, sua itinera / in ventorum nequitia, / diutius quam ianuae limosae / stridentes, avibus / aves sub noctem suaves / enarrant subtiliter.» (Gli uccelli: Si dividono l’aria / gli uccelli tra loro, d’inverno / e a primavera luci e brame / sulle ali portando. / Ciò che vedono e soffrono / nel tumulto dei venti, / più delle porte fangose / a lungo stridendo, gli uccelli / sulla soglia della notte gli uccelli / soavi e precisi raccontano).

Anche l’amore per una donna non si sottrae all’inevitabile scacco della perdita: nel tenero e commovente micro-canzoniere che il poeta dedica a una innominata «cara compagna / d’infantili giochi» è il rimpianto a costituire l’elemento tematico predominante: «vai / tuttora da un’isola / all’altra inseguendomi / blandendomi, caro dado, / amaro guado, non sai / quanto ti amai», recuperando l’eredità della nostra tradizione letteraria  che da Virgilio e Petrarca arriva a Montale, alle sue Liuba, Clizia, Volpe, Mosca.  «Ti assomiglio spesso al filo, / al foglio bianco, al mare, tu / fibra tu labile rima tu balenante / ingorgo». E ancora «Cerco di sciogliere la tua figura / dai fili, dal rancore, dal freddo che / la tengono avvinta, mando da lontano a te, / da lontanissimo, un lampo / un gutturale / suono, sfida all’occhio abissale / delle flegree frane». Prendendo spunto dalla dolorosa esperienza della separazione dall’amata, Sovente proietta la drammatica transitorietà del sentimento erotico sull’aspro e instabile scenario flegreo in cui è nato e vissuto.

Il paesaggio mediterraneo dei Campi Flegrei è un cronotopo, scrive Liberti, in cui il bradisismo e la vulcanicità riportano alla luce tracce del passato greco-romano, personaggi mitici come Ulisse, Proserpina e la Sibilla, divinità come Demetra e Venere, città fantasmatiche come Napoli e Cuma, insieme a tragici squarci di un presente violento e corrotto. Ecco quindi le sezioni finali, dedicate al paesaggio campano, ai suoi abitanti e alla sua lingua. Donna flegrea madre, Le antiche donne cumane, Acqua mediterranea, Fosforo e zolfo, Neapolis, Camminando per i Campi Flegrei, Tu, Cumae…, indicano quanto Michele Sovente sia stato debitore alla sua terra di immagini e colori, sogni e incubi, memorie personali ed echi letterari, testimonianze politiche e rabbie civili. «Diletti miei phlegraei campi / infetti dove sine die l’immobilismo / si allea con il bradisismo!», «Hanno infinite / insidie e vite queste / napoletane strade piazze alture / in cui lunatico mi perdo / estatico, dai rumori disfatto / da una vischiosavida / nube», «Zitte ogni sera stanno tra le antiche / ombre le antiche donne cumane //… i denti macchiati dall’acqua di pozzo / ascoltano il vuoto le donne di Cuma», «clamans infernalia / clinamina tu, Cumae, ad sideralia / fastigia fugitans dum letalia / leniter lingunt calcaria», «Acqua, mia / acqua antica e contemporanea, sii / tu il punto fermo, la via / che porta al miscuglio di lingue, / acqua mediterranea», «Me fótte ’a notte, me gnótte, / ‘a sete me guverna, ‘a famma / me tène comme a na mamma», «trase na luce ‘mmiez’ î rruvine, / ‘a luce r’ ‘a puisìa, nu rrevuóto / ‘i fiùre ca ‘nziéme mètteno / ‘a vita cu ‘a morte».

Questo volume «dalla lunga gestazione», prevedibilmente complessa ma portata a compimento con assoluta competenza e meritoria dedizione da Giuseppe Andrea Liberti, ci permette di valutare lo spessore intellettuale e la perizia compositiva di un poeta non abbastanza considerato nel suo effettivo valore: forse perché estraneo a scuole e correnti, o perché poco avvicinabile nella sua difficoltà interpretativa. Dobbiamo essere grati, oltreché al curatore, alle edizioni Quodlibet che hanno saputo allestire un prodotto librario raffinato, dalla grafica sorvegliata ed elegante.

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 16 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MONTALE

EUGENIO MONTALE, LA BUFERA – MONDADORI, MILANO 2020

 

«Montale occupa, nella poesia italiana del Novecento, lo stesso posto che Leopardi occupa nella poesia dell’Ottocento: è l’autore più importante del secolo, colui che ha cambiato, una volta per sempre, il modo di intendere la lirica moderna nella nostra letteratura».

Con queste parole di elogio e profonda considerazione, Guido Mazzoni apre il suo saggio introduttivo al volume mondadoriano dedicato a La bufera, terzo libro di versi di Eugenio Montale, pubblicato da Neri Pozza nel 1956, diciassette anni dopo Le occasioni, una volta trascorsa e metabolizzata la sardana infernale della seconda guerra mondiale, di cui molte poesie rendono sofferta testimonianza. Una bufera storica, quella che ha investito le sorti del mondo, ma anche «guerra cosmica, di sempre e di tutti», come ebbe a chiarire lo stesso autore, che in quegli anni visse tribolate vicende personali (politiche, professionali e sentimentali), ben documentate dalla biografia curata da Tiziana de Rogatis.

Mazzoni indica nella prefazione le ragioni della centralità di Montale nella storia letteraria italiana, e quelle per cui La bufera risulta altrettanto nodale all’interno della sua produzione. Difficile, ma non oscura, la scrittura del poeta genovese si offriva come alternativa al crepuscolarismo, all’ermetismo e al simbolismo, rifuggendo sia da qualsiasi impenetrabile autoreferenzialità (l’orfismo inesplorabile dal senso comune, il soggettivismo incomunicabile nella sua esclusiva arbitrarietà), sia dall’incontrollata caoticità delle procedure avanguardistiche e surrealiste. Il classicismo moderno di Montale si pone invece come comunicabile al lettore, pur nella sua ardua interpretazione, perché mantiene un riferimento preciso alla realtà, ai dati sensibili della memoria, alla descrizione di persone, ambienti e oggetti, per quanto possano essere privati e individuali. Pur esibendo uno stile “alto”, di grande compostezza formale e legato alla tradizione letteraria, è riuscito a mantenersi ancorato ai dati reali dell’esistenza e della storia, fedele a un contesto di vita quotidiana esperibile da chiunque.

Guido Mazzoni individua quattro elementi caratterizzanti il classicismo montaliano. In primo luogo la continuità (metrica, sintattica e lessicale) con la lirica premoderna di stile tragico, ma in una maniera dinamicamente dialettica, senza ossequi restaurativi al passato, e invece con aperture al plurilinguismo, al repertorio colloquiale, a una terminologia tecnicamente esatta ed eterogenea. Secondariamente, l’io cui si rifanno le poesie è definito da un ideale umanistico di signorilità e compostezza, con precise caratteristiche di ceto e di classe, individuabili più come categorie dello spirito che come categorie sociali. In terzo luogo, Montale interpreta in maniera umanistica e raffinata la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo e i suoi conflitti interiori, dando all’esperienza personale un valore universale, senza pietismi, ribellioni, autoflagellazioni ironiche. Infine, sull’esempio eliotiano, evita l’effusione soggettiva, sentimentale e retorica, preferendo al compiacimento egotistico, all’accentramento soggettivo individuale, un’oggettivazione del mondo concreto e vissuto; nessuna immediatezza descrittiva o ansia di confessione tardoromantica, dunque, ma la capacità di circostanziare in un racconto partecipabile al lettore anche i suggerimenti offerti dalla sua vicenda e memoria privata.

Questo volume, il primo a includere tutti i testi della Bufera (introdotti e annotati da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai, corredati da una ricchissima bibliografia e da due interventi critici di Gianfranco Contini e Franco Fortini) completa la serie dei commenti alle opere montaliane inaugurata nel 2002 nella collana degli Oscar Mondadori, ripresa e proseguita di recente nello “Specchio”. L’introduzione di Niccolò Scaffai si sofferma sulla composizione del libro a partire dalla prima pubblicazione in Ticino della plaquette di quindici liriche intitolata Finisterre, e quindi sulle vicende editoriali conclusesi nel 1977 con l’edizione mondadoriana di Tutte le poesie. Scaffai valuta poi temi e forme del testo, il suo successo di pubblico e critica, le lunghe polemiche riguardanti il manierismo di Montale. Tutte le poesie contenute nella Bufera vengono situate nel contesto storico, culturale ed esistenziale in cui sono state scritte, commentate nello stile e nei contenuti, relazionate alla precedente produzione dell’autore e a quella degli scrittori italiani e stranieri che più lo hanno influenzato.

Suddivisa in sette sezioni (FinisterreDopoIntermezzo; ‘Flashese dedicheSilvaeMadrigali privatiConclusioni provvisorie: in tutto 55 liriche e due prose, composte tra il 1939 e il 1954), la raccolta tratta temi diversi, dalla tragica attualità della guerra alla funzione testimoniale della poesia, espressione di dignità umana e intellettuale, che sola può offrirsi come spazio di riflessione morale e di libertà. La novità fondamentale rappresentata dai versi de La Bufera consiste nel rilievo che il poeta dà al contesto storico, verso cui prende una decisa posizione di condanna, espressa già nell’epigrafe  di Finisterre  (citazione dello scrittore francese seicentesco Agrippa d’Aubigné: «Les prences n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles, leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter…»), evidente sconfessione del potere dominante negli anni del fascismo, da lui vissuti in una dignitosa e solitaria non-collaborazione. In questo senso, il testo più esplicitamente rappresentativo del libro è La  primavera hitleriana, in cui viene descritta la visita di Hitler a Firenze avvenuta nel maggio del 1938 («un messo infernale / tra un alalà di scherani»), nell’attesa del «respiro di un’alba che domani per tutti / si riaffacci, bianca ma senz’ali / di raccapriccio». Gli intollerabili eventi politici (l’hic et nunc da cui prende sempre spunto l’ispirazione montaliana) assumono quindi una valenza metafisica, diventando simbolo di un “male di vivere” che accompagna negativamente l’essere umano nel dipanarsi della sua vita materiale.

Lo sconforto derivato dalla constatazione della brutalità della tregenda bellica e della dittatura, ma anche dell’indifferenza morale della popolazione entro cui tale sciagura ha potuto manifestarsi, viene in parte mitigato dalla presenza di due figure femminili contrapposte, Clizia e la Volpe, effettivamente legate alla sua biografia (Clizia è Irma Brandeis, giovane studentessa ebrea-americana conosciuta a Firenze nel 1933, la Volpe è la poetessa torinese Maria Luisa Spaziani). Alla donna, mai descritta nella sua interezza, ma resa sempre in un solo atteggiamento o in un minimo particolare fisico, Montale demanda differenti funzioni: il recupero della memoria, l’espressione di un’alterità spirituale, l’implacabile difficoltà del distacco, la generosità dell’indulgenza, la missione salvifica dal baratro in cui sta per affondare. Clizia, severa e algida donna-angelo di impronta stilnovistica, è richiamo all’assoluto e all’ultraterreno; la Volpe recupera un eros più concreto e vitale, altrettanto coinvolgente ma meno angoscioso.

Forse, ad esemplificare la complessa coerenza tematica e stilistica del libro, è sufficiente l’accostamento di due liriche in esso comprese: quella iniziale, che dà il titolo all’intera raccolta, e la penultima, Piccolo testamento, giustamente considerata tra i capolavori letterari del nostro Novecento. In entrambe, storia privata e storia collettiva (la guerra, il nazismo) si compenetrano, illuminandosi e oscurandosi a vicenda; in entrambe una figura femminile si costituisce come senhal di perdita e di salvezza. Nei due componimenti è simile la forma metrica (versi liberi con prevalenza di endecasillabi), il costante utilizzo di rime e figure retoriche (allitterazioni, enjambement, onomatopee, ossimori, metafore) e di termini obsoleti, arcaici o specifici (sgronda, candisce, sistri, fuia, fandango, madreperlacea, sardana), la prevalenza di una sintassi frantumata e paratattica.

Ne La bufera all’elemento atmosferico della tempesta, metafora della guerra in corso, si contrappone il profilo della donna amata, strana sorella, legata al poeta da un’affinità spirituale più assolutizzante dell’amore, ma lontana perché fuggita in altro paese per sottrarsi alle persecuzioni razziali, e ora al riparo nella sua casa, elegante nido notturno improvvisamente rischiarato dalla luce di un lampo: l’istante rivelatore che non basta a illuminare il buio abisso in cui il dolore privato e quello storico fanno precipitare i due protagonisti.

In Piccolo testamento sono presenti i temi tipici della poetica montaliana: la sfiducia nella politica intesa come potere, la polemica contro qualsiasi ideologia massificante (chierico rosso, o nero), l’addensarsi di un futuro minaccioso (la sardana si farà infernale… un ombroso Lucifero… l’ali di bitume… l’urto dei monsoni). Ma c’è anche la fiera rivendicazione della propria coerenza morale (Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio / non era fuga) e della fedeltà alla funzione salvifica della poesia (il tenue bagliore strofinato / laggiù non era quello di un fiammifero), ancora una volta personificata da una figura femminile amata in passato, recuperata nostalgicamente attraverso i suoi gesti più usuali, e nei piccoli oggetti (la cipria nello specchietto) a cui affidava la sua testimonianza di vita e di resistenza.

La bufera: “La bufera che sgronda sulle foglie / dure della magnolia i lunghi tuoni / marzolini e la grandine, / (i suoni di cristallo nel tuo nido / notturno ti sorprendono, dell’oro / che s’è spento sui mogani, sul taglio / dei libri rilegati, brucia ancora / una grana di zucchero nel guscio / delle tue palpebre) / il lampo che candisce / alberi e muro e li sorprende in quella / eternità d’istante – marmo manna / e distruzione – ch’entro te scolpita / porti per tua condanna e che ti lega / più che l’amore a me, strana sorella, – / e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia, /
lo scalpicciare del fandango, e sopra / qualche gesto che annaspa… / Come quando / ti rivolgesti e con la mano, sgombra / la fronte dalla nube dei capelli, / mi salutasti – per entrar nel buio”.

Piccolo testamento: “Questo che a notte balugina / nella calotta del mio pensiero, / traccia madreperlacea di lumaca / o smeriglio di vetro calpestato, / non è lume di chiesa o d’officina / che alimenti / chierico rosso, o nero. / Solo quest’iride posso / lasciarti a testimonianza / d’una fede che fu combattuta, / d’una speranza che bruciò più lenta / di un duro ceppo nel focolare. / Conservane la cipria nello specchietto / quando spenta ogni lampada / la sardana si farà infernale / e un ombroso Lucifero scenderà su una prora / del Tamigi, dell’Hudson, della Senna / scuotendo l’ali di bitume semi- / mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora. / Non è un’eredità, un portafortuna / che può reggere all’urto dei monsoni / sul fil di ragno della memoria, / ma una storia non dura che nella cenere / e persistenza è solo l’estinzione. / Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato / non può fallire nel ritrovarti. / Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio / non era fuga, l’umiltà non era / vile, il tenue bagliore strofinato / laggiù non era quello di un fiammifero”.

 

© Riproduzione riservata                     «Il Pickwick», 10 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LAGOMARSINI

SEI DOMANDE A CLAUDIO LAGOMARSINI

Sei domande a Claudio Lagomarsini

Claudio Lagomarsini (Carrara, 1984) si è laureato in Letterature e Filologie Europee all’Università degli Studi di Pisa (2008) e ha ottenuto il Dottorato di ricerca europeo in Filologia romanza all’Università di Siena (2012). Attualmente è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Postminima&moraliaLe parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi ArgomentiColla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Da Fazi ha appena pubblicato il suo primo romanzo Ai sopravvissuti spareremo ancora.

Che peso ha avuto nella tua formazione culturale l’ambiente sociale e familiare di provenienza, e in particolare la tradizione letteraria toscana?


Ricordo che mio nonno recitava a memoria qualche verso di Dante. Non era un umanista ma un operaio, un omone spesso e duro come il marmo che lavorava, e il suo Dante era quello popolareggiante, diffuso tra i lavoratori di un’Italia arcadica che è morta o sta morendo con quella generazione. In casa sua non ricordo libri se non, appunto, una Divina Commedia che lui teneva nel comò. In casa dei miei, invece, c’erano molti libri, soprattutto classici, anche se mancava una curiosità letteraria propriamente detta. Da bambino sono stato spinto a impegnarmi a scuola, ma sempre nell’ottica di concretizzare gli studi in un lavoro. In effetti credo di aver sviluppato una passione autonoma per la letteratura piuttosto tardi, al primo anno di università. Mi ero iscritto a Ingegneria (vedi sopra alle voci “concretizzare” e “lavoro”) e nei ritagli tra una lezione e l’altra leggevo romanzi con una passione che a un certo punto mi è sembrata sospetta, quasi fosse un sintomo preoccupante. Alla fine del primo anno sono passato a Lettere, non senza che questo abbia causato conflitti in famiglia che solo adesso capisco e perdono fino in fondo. Per quanto riguarda la tradizione letteraria toscana, penso che abbia contato poco, prima di tutto perché sono cresciuto a Carrara, sul confine con la Liguria e non lontano dall’Emilia, motivo per cui, pur essendo toscano, non sento dentro di me tutta questa toscanità travolgente. E poi perché, almeno in una prima fase di ubriacatura, ho letto soprattutto autori stranieri. Forse il fatto di non avere alle spalle una tradizione regionale o locale è il limite ma anche il privilegio di crescere nell’orbita anziché nel centro di qualcosa.


Qual è stata la tua formazione universitaria, e di cosa ti occupi attualmente?


Quando mi sono iscritto a Lettere avevo l’intenzione un po’ vaga di fare l’insegnante. Via via ho messo a fuoco un interesse specifico per la ricerca. Questa cosa di poter fare ricerca in ambito letterario è stata sconvolgente, nel senso che non era per niente scontata per me, dato che non vengo da una famiglia di professori o di umanisti. Quando ho capito che cosa significava fare ricerca intorno ai problemi posti dal testo letterario e soprattutto quando, scrivendo la tesi, mi sono reso conto di quanto fosse appassionante, ho continuato su quella strada. Vale a dire che ho fatto un dottorato in Filologia Romanza e ho seguito l’iter più o meno accidentato (nel mio caso abbastanza veloce, in verità) che aspetta chi sceglie questo percorso. Tra borse e contratti vari ho abitato per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a Losanna. Dal 2018 sono ricercatore all’Università di Siena, dove insegno Filologia Romanza. Mi occupo soprattutto di narrativa medievale francese e, più nel dettaglio, studio i cosiddetti romanzi arturiani. Al momento collaboro a un progetto di traduzione del ciclo di Lancillotto e del Graal, di cui Einaudi sta per stampare il primo volume. Oltre a questo sto per pubblicare l’edizione di una parte del ciclo di Guiron le Courtois, che oggi è un testo sconosciuto ai più, ma nel Medioevo ebbe una grande fortuna e un’enorme circolazione, tanto da essere tra le fonti privilegiate di Ariosto.

Quali sono stati gli autori italiani e stranieri che più hanno influenzato la tua scrittura?

Se si lasciano da parte i primissimi esperimenti (ad esempio un racconto che scimmiottava I nostri antenati di Italo Calvino), ho capito di volermi mettere a scrivere sul serio dopo aver letto i romanzi di Philip Roth. Mentre scrivevo le prime cose, ho percorso le tappe principali di ogni pellegrino a stelle e strisce, passando da Saul Bellow e Don DeLillo a David Foster Wallace e Jonathan Franzen. Se togliamo i romanzi medievali, tutto sommato mi considero un lettore mainstream: dopo la sbornia USA è stata la volta di Houellebecq, Bolaño, Marías, Murakami. Nessun autore di nicchia, insomma. Venendo agli italiani, i primi nomi a cui penso sono Walter Siti, Domenico Starnone, Sandro Veronesi e Alessandro Piperno. Non so in che misura queste letture mi abbiano “influenzato”. Per come percepisco io la cosa, è tutto un gran frullatore, alla fine si può essere influenzati senza saperlo anche da libri che non ci piacciono e, cercando la propria voce nella scrittura, si può scoprire di non avere niente in comune con autori molto amati. A me, ad esempio, piace moltissimo lo stile di Piperno, ma quando ho scritto cose alla Piperno mi sono reso conto che quello non era il mio passo.


I racconti che hai pubblicato prima del romanzo ne hanno costituito in qualche modo un prodromo?

Nei racconti pubblicati finora, che poi saranno una dozzina, ho fatto esperimenti di vario tipo, in alcuni casi molto distanti dall’atmosfera e dal mondo del romanzo. Ma ce ne sono due in cui in effetti riconosco un seme di quello che più tardi è diventato il mio esordio. Uno si intitolava Il grande Alessandro ed era il monologo di un ragazzo un po’ esaurito, che parlava del suo rapporto complicato con il compagno della madre, un uomo rozzo e cavernicolo, molto diverso da lui ma anche capace di esercitare un fascino misterioso. Nell’altro, che si chiamava Jenny, compariva una nonna bizzarra e sopra le righe, lontanissima dal modello della nonnina premurosa che prepara la merenda ai nipoti. Sia Alessandro sia la nonna sono rimasti in lievitazione per un po’ e, alla fine, li ho accolti nel romanzo, anche se li ho inseriti in un contesto nuovo e li ho fatti reagire con personaggi che non avevano incontrato nei racconti.

Di solito i lettori cercano riferimenti autobiografici nella produzione di un autore, spesso arbitrariamente. Quanto della tua storia personale è entrato nella composizione di Ai sopravvissuti spareremo ancora?

Nel protagonista, Marcello, c’è senz’altro qualcosa del ragazzo che ero io a diciassette o diciotto anni, e che in parte sono ancora: disorientato, insicuro ma a tratti altezzoso, timido e goffo ma capace di gesti coraggiosi. E il suo mondo ricorda quello in cui sono cresciuto, perché il comune di Carrara è frammentato in diverse aree residenziali che si sviluppano a valle del centro storico. La famiglia di Marcello vive appunto in una di queste schegge urbane, una bolla che è quasi una provincia nella provincia. Ecco, questo scenario è senz’altro un elemento autobiografico, ma allo stesso tempo ha una valenza più ampia. Anche altre province (si dice che l’Italia sia tutta una grande provincia…) hanno la stessa struttura, e anche le grandi città sono frammentate in zone o quartieri che hanno ciascuno una propria identità, oppure una non-identità rispetto a quella dominante del centro, sicché ogni condominio, ogni aggregato urbano fa storia a sé. Infine, come capita a Marcello, anch’io sono cresciuto in una famiglia divisa, anche se non disfunzionale, bizzarra e violenta come la sua. Questi ingredienti − crisi adolescenziale, provincia, conflitti familiari − mi sembravano allo stesso tempo abbastanza universali per essere raccontati e sufficientemente personali perché a raccontarli fossi proprio io.

Formalmente, in che modo il linguaggio cinematografico e dei media ha influenzato il tuo stile narrativo?


Qui si torna al discorso delle influenze e al problema del frullatore. Per fare un esempio, nel romanzo il film preferito di Wayne (il personaggio ereditato dal “grande Alessandro”) è un western contemporaneo con Terence Hill, intitolato Renegade − Un osso troppo duro (1987). Quel film l’ho visto davvero, non mi è piaciuto per niente e tuttavia mi ha indubbiamente “influenzato” se ci ho costruito intorno una scena del romanzo. Come molte persone, sono un consumatore onnivoro di forme narrative, perché oltre ai romanzi guardo film e serie di ogni tipo. A volte guardo anche cose che non mi piacciono ma che per qualche ragione trovo interessanti, specialmente nella costruzione dell’intreccio. Qualche giorno fa ho visto un episodio di Law & Order che aveva una sceneggiatura degna di Hitchcock. Peccato che fosse diretto male e recitato peggio. Per quanto riguarda le influenze formali, terrei conto anche di un’altra questione: a partire dalla prima metà del Novecento molta letteratura è direttamente o indirettamente influenzata dal linguaggio cinematografico. Leggere letteratura, allora, significa ricevere anche influenze cinematografiche filtrate nella letteratura stessa. Detto questo, alcune persone che hanno letto il mio romanzo hanno trovato delle analogie con Dogville di Lars von Trier,che in effetti avevo visto e apprezzato, anche se non ci stavo pensando mentre scrivevo. Poi ci sono tocchi di giallo, un genere che mi incuriosisce sia sulla pagina che sullo schermo. Negli scambi conflittuali tra i personaggi spero di essere stato efficacemente influenzato da Carnage, che non ho visto a teatro ma nella versione cinematografica di Polanski, e che considero un capolavoro: per più di un’ora quattro personaggi parlano in una stanza, senza che succeda niente di significativo e, nonostante questo, è impossibile distogliere l’attenzione da quello che si dicono e da come se lo dicono. Se nel mio romanzo − che appunto non è un romanzo costruito sulla trama ma sulle relazioni e sulla scrittura − avessi ottenuto anche un centesimo di quell’effetto, potrei dirmi molto soddisfatto.

 

© Riproduzione riservata                    «Il Pickwick», 3 febbraio 2020

 

D’HOLBACH

PAUL H.D. d’HOLBACH, SAGGIO SULL’ARTE DI STRISCIARE – IL NUOVO MELANGOLO, GENOVA 2009

 

Dieci paginette circa, suddivise in altrettanti paragrafi, costituiscono questa Facezia filosofica tratta dai manoscritti del defunto barone d’Holbach (come recita il sottotitolo). Il titolo del breve trattato suona invece nella sua interezza così: Saggio sull’arte di strisciare. Ad uso dei Cortigiani.

L’autore è Paul H.D. d’Holbach (1723-1789), sulla cui esistenza ci ragguaglia la nota biografica a conclusione del volumetto, curata da Francesco Chiossone. D’Holbach era nato da una famiglia piccolo borghese nello stato tedesco del Palatinato, aveva ereditato il titolo nobiliare da uno zio, aveva studiato all’università olandese di Leida e si era quindi trasferito a Parigi, naturalizzandosi francese. Amico di Diderot, aveva collaborato alla stesura di alcune voci dell’Enciclopedia. Dopo la morte precoce dell’amatissima prima moglie, si votò a un convinto ateismo, e a un conseguente anticlericalismo, in ossequio alla sua fede illuministica. Nel 1766 scrisse Il Cristianesimo svelato, un radicale attacco alla religione, considerata un ostacolo al pieno e libero dispiegarsi della ragione. Convinto che potere religioso e potere politico costituiscano il fondamento di ogni assolutismo, pubblicò numerosi libelli polemici, affermando che la Chiesa derivava il suo ascendente sul popolo dal sostegno delle varie monarchie (“Senza Costantino, Gesù Cristo sulla terra avrebbe fatto un’assai magra figura”). La sua opera fondamentale fu il Sistema della natura, condannata al rogo perché esprimeva una visione del mondo totalmente materialistica a atea, basata su tesi scientifiche che escludevano qualsiasi ipotesi creazionista e finalistica della vita. In tarda età, gli interessi del barone d’Holbach si rivolsero soprattutto a temi etici e politici, alla promozione di ideologie progressiste di rinnovamento sociale, sempre nella prospettiva di una maggiore libertà dalle superstizioni e laicità di pensiero.

Questa lunga premessa biografica per introdurre il saggio di cui ci occupiamo, uscito postumo, animato soprattutto da un intento satirico nei confronti dei lacchè che popolavano la Corte francese, nutrendo ambizioni economiche e di potere, e macchiandosi di varie colpe, tradimenti, meschinità, sotterfugi, adulazioni e adescamenti puri di ottenere i loro scopi.

“Cortigiani vil razza dannata”, canta Rigoletto, esprimendo così una verità universale ed eterna, che riguarda tutte le anticamere di tutti i palazzi, i parlamenti, le basiliche del mondo. d’Holbach esprime tutto il suo disprezzo verso la cortigianeria in maniera intelligentemente subdola, offrendo ironicamente i suoi consigli su come strisciare al cospetto dei potenti.

Eccone un florilegio, nella traduzione di Emanuela Schiano di Pepe:

“L’uomo di Corte è senz’ombra di dubbio il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana. Si tratta di un animale anfibio, che spesso assomma in sé ogni sorta di contraddizione… Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata… Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli… Per vivere a corte è necessario un dominio assoluto dei muscoli facciali, al fine di ricevere senza batter ciglio le peggiori mortificazioni…  Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso ed educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente…  Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale, ma solamente quella del padrone o del ministro… Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone… deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto. […] La nobile arte del cortigiano, l’oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone… Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita. È di temperamento ombroso? Bisogna instillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano… La vita del cortigiano è un perpetuo impegno”.

 

© Riproduzione riservata       3 febbraio 2020

https://www.sololibri.net/Saggio-sull-arte-di-strisciare-Thiry-d-Holbach.html

 

 

PASSEGGIATE NEL BOSCO

 

PASSEGGIATE NEL BOSCO

 

I rami si muovono appena,

‒ docili al vento –

come a ricordare il peso

delle foglie d’estate,

della neve d’inverno:

adesso che nudi

sopportano solo memoria,

a stento speranza di verde.

E la lievissima pena

di uccelli provati dal volo.

**

Camminiamo tra gli alberi,

nel bosco.

Vedi come sono forti, più di noi.

E sicuri di sé, più di noi:

dell’albero vicino e fratello,

di quello amico.

Noi due non ci tocchiamo,

non parliamo.

Scuri e soli.

Tu davanti, io dietro.

E penso che sarebbe bello

vivere come gli alberi, forti.

Noi due distanti, assorti.

 

**

Scabra la corteccia

alla mia mano, che piano

l’accarezza: mentre lenta

scende la resina,

come colla si rapprende.

Il legno ruvido spurga

la sua linfa, segno di vita.

Attenta a non sporcarmi

le dita, lascio un pegno di me

nel ramo che si spezza.

 

**

La terra durerà sempre,

e sempre uguale. Non invecchia.

Coperta di foglie e di muschio

respira piano, sonnecchia quasi

come fosse un animale in letargo.

Noi invece cambiamo:

ogni stagione, ogni mattina

siamo diversi.

Mi dai la mano, poi mi respingi.

Ti fingi attento ai miei passi

come insegnassi a una bambina

a non cadere; dopo poco ti allontani.

Così persi tra noi,

così vicini e strani.

Passeggiamo nel bosco,

come due anziani qualsiasi.

Ci sosteniamo

con un leggero fastidio,

rughe sul viso, capelli bianchi.

Di te conosco tutto,

so che ti stanchi.

 

**

L’elegante betulla è spoglia.

Solo una foglia, esitante, resiste.

Un poco trema, appesa a un nulla;

e aspetta triste il suo ultimo volo.

 

**

Quanti anni avrà il pino

più alto del bosco?

Così saldo piantato nella terra,

senz’altro più vecchio di noi,

e più sicuro dei suoi domani.

Bianco di neve, in pace

col suo destino.

Tu appoggiato al suo tronco duro

rimani chino, riprendi fiato:

in guerra col tuo corpo stanco

mentre lui greve tace.

 

**

L’aria buona

ci riempie i polmoni,

ci sfiora le guance;

fredda penetra nei nostri giacconi

e sugli alberi

smuove le frasche.

Dalle tasche tiriamo fuori

due arance.

Mangiamo agrumi, aria,

assenza di rumori.

 

**

Nel loro silenzio è

il nostro cammino: indifferenti

al respiro opaco

che ci esce dalle labbra.

Zitte sentinelle del bosco,

non si scuotono al tonfo leggero

delle pigne cadenti,

ritte torri vegetali. Padroni

del cielo e della terra, i pini

assaporano un mite trionfo.

 

**

Il cielo non è consolante,

minaccia la pioggia, la neve.

Un velo di nebbia si tende

tra i rami dei pini, ci bagna

la faccia: ti rende distante

mentre avanzi piano

e io ti seguo, come si deve.

 

**

In questo silenzio interrotto

solo da qualche sfrigolio di frasche,

dal sordo cadere di pigne,

o dallo stormire dei rami

dell’imponente noce davanti a noi,

ascolto di sotto in su il tuo rado parlare,

la tua voce che mi sprona.

Le fa eco lontano il pigolio di un tordo.

E io vado, cammino, ti raggiungo:

così buona da baciarti la mano

senza dire niente.

 

**

Percorriamo un sentiero da altri

tante volte battuto. Raramente è piano,

sgombro di rovi, o sassi, o buche.

Camminiamo verso un traguardo lontano,

a passi brevi, lentamente.

Nuovi nello sguardo perso sul bosco.

E poi arriviamo, lievi,

con un pensiero taciuto.

 

 

 

In Il silenzio e le voci, Nomos, Busto Arsizio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LEPRE ALPINA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DONINELLI

LUCA DONINELLI, L’IMITAZIONE DI UNA FOGLIA CHE CADE – ABOCA EDIZIONI, SANSEPOLCRO 2020

L’azienda toscana Aboca, fondata nel 1978, si occupa di cura della salute creando e vendendo prodotti alimentari e cosmetici naturali, che rispettano l’organismo e l’ambiente. Promuove anche attività culturali, attraverso l’organizzazione di eventi, convegni, mostre, e la pubblicazione di libri: da poco ha inaugurato una collana di narrativa in cui autori italiani di successo (Abate, Parazzoli, Villalta…) pongono al centro del loro testo il rapporto con la natura e il mondo vegetale.

In questo spazio a indirizzo “ecologico” è da poco uscito L’imitazione di una foglia che cade, di Luca Doninelli, racconto di un centinaio di pagine, il cui protagonista è un maturo e affermato scrittore lombardo, Ugo, impegnato in una rivisitazione della propria vita, che lentamente si trasforma in un severo inventario di cedimenti intellettuali e ammorbidimenti morali.

Tornato single dopo la separazione dalla moglie e dai due figli, dedica il suo tempo non solo alla lettura e alla scrittura, ma anche a un’attenta e approfondita disamina di ogni accadimento, materiale o spirituale, si affacci a scalfire la sua quotidianità: dalle difficoltà di un trasloco, alla casuale caduta di un tomo dallo scaffale, a un qualsiasi incontro fortuito. Ogni oggetto gli parla, ogni azione lo interroga: “Mi piace decifrare. Per me il fruscio di un ramo è un discorso, come lo sono il rumore di un aereo che passa sulla mia testa o il battito di un martello pneumatico in un cantiere lungo una via cittadina. Un tram è una lingua, come lo sono i volti di chi lo occupa, i loro abiti e le loro scarpe. Lingua è un ciuffo d’erba che spunta tra una carreggiata e un marciapiede, la cornice di una finestra, la velocità delle automobili su un viale di scorrimento”.

A un personaggio tanto introspettivo, può senz’altro apparire miracoloso e rivelatore l’arrivo inatteso di un pacchetto contenente un libro che gli era appartenuto, l’Historia Francorum di Gregorio di Tours. Sulla busta si legge solo un indirizzo, “Piazzale Martini, Milano”, privo di mittente. Sfogliando le pagine ingiallite del volume, scopre che all’interno della rilegatura è nascosto un quaderno su cui, ancora ragazzo, aveva scritto con grafia minuta e ordinata il suo primo romanzo, mai pubblicato: Gli incurabili. Inoltre, dal quaderno spunta una vecchia foglia d’acero, scura e indurita. Nel riconoscere in entrambi gli oggetti testimonianze del suo passato, Ugo è colto da un sentimento di disagio, sospeso tra gioia e timore. “La lettura di quelle mie pagine ingenue mi ricondusse non soltanto a un mondo che avevo perduto ma anche a un certo modo – non meno perduto – di stare al mondo. Avrei potuto passare ore e giorni a segnare tutti gli errori del manoscritto, ma sapevo che questo non avrebbe dissipato l’impressione di avere lasciato, proprio lì, la parte migliore di me”.

Ovviamente, la parte migliore della sua esistenza viene individuata negli slanci, nelle utopie, e nell’ingenuità della giovinezza. Ugo si rivede studente universitario, innamorato della letteratura, circondato da amici come lui impegnati a rifondare la società, immersi nella lettura di Barthes, Foucault, Derrida. La prima fidanzata, l’incontro con la moglie Valentina, gli anni economicamente precari e professionalmente problematici del matrimonio, l’ambizione di agire e scrivere in modo radicalmente intenso e incisivo. Come, dove, quando tutto ciò era andato perduto? Perché l’intransigente purezza di allora era scesa a compromessi? “Voglio solo dire che la letteratura fu responsabile, in qualche modo, del mio disastro. Una volta diventato scrittore per tutti, una volta raggiunto questo status, le mie parole cominciarono infatti a viaggiare alla velocità del mondo – senza tuttavia appartenergli – e io viaggiavo alla velocità delle mie parole, e quindi del mondo”.

All’epoca frequentava una bancarella di libri in Piazzale Martini, il cui proprietario era un anziano signore francese, Monsieur Pineau, saggio dispensatore di consigli di lettura e di vita. Al vecchio libraio, Ugo aveva venduto uno scatolone dei suoi volumi, tra i quali appunto quello di Gregorio di Tours che ora gli veniva misteriosamente restituito, con le tracce di un’esistenza ormai lontana, macchie di caffè e una foglia di acero come segnalibro. Torna quindi a cercare Pineau, ormai ultraottantenne, ma sempre seduto sulla sua poltrona, davanti alla bancarella: “un vero e proprio salotto letterario all’aperto, con uno stuolo di frequentatori perlopiù giovani e poveri”: ascolta umilmente i rimproveri di lui, e ne accoglie con discrezione le confidenze. Principalmente, quella di un incontro con un profetico, amaro e visionario Roland Barthes, capace di leggere le parole sospese nel vuoto mentre vengono pronunciate. La morte del filosofo francese si intreccia con quella di Pineau, il funerale di quest’ultimo, a cui partecipano molti intellettuali milanesi, svela nell’animo turbato di Ugo che a ogni vuoto, a ogni precipizio, a ogni fine, corrisponde un pieno di vita e di amore.

Ne sono testimoni i nostri guardiani alleati, le creature inoffensive e verdi che ci circondano e sanno tutto di noi. Gli alberi del cortile di fronte, delle pianure, dei boschi; le foglie che cadono, e quella di acero ora incorniciata in una teca di plexiglas, suscitatrice di memorie, ancoraggio a un passato che non va rimosso, ma custodito con gratitudine.

 

© Riproduzione riservata            «SoloLibri», 2 febbraio 2020

https://www.sololibri.net/L-imitazione-di-una-foglia-che-cade-doninelli.html

 

 

 

 

 

 

CASELLI

SEI DOMANDE A ROBERTO CASELLI

Sei domande a Roberto Caselli

Roberto Caselli è giornalista, critico musicale e voce storica di Radio Popolare, ha al suo attivo lunghe collaborazioni con quotidiani, giornali specializzati, enciclopedie e siti web. È stato direttore della rivista Hi Folks! e del mensile musicale Jam. Tra i suoi numerosi libri che spaziano tra rock, blues e musica d’autore si ricordano il saggio Hallelujah (Arcana 2014) sui testi commentati di Leonard Cohen, La storia del blues (Hoepli 2015), Jim Morrison (Hoepli 2016), Storia della canzone italiana (Hoepli 2018), La storia del rock in Italia (Hoepli 2019).

Qual è stato il percorso di studi e professionale che ti ha portato a essere uno dei più stimati e seguiti critici musicali italiani?


Apparentemente una laurea in Scienze Biologiche c’entra poco o niente con il percorso musicale che ho poi seguito ma in realtà a unirli c’è un sottile filo rosso esistenziale: la necessità di allargare la conoscenza su quel poco che si conosce della vita.
Da ragazzo pensavo che la scienza, con la sua apparente oggettività, potesse aiutare a risolvere tutti i miei dubbi, ma presto ho realizzato che non sarei mai riuscito a superare una certa soglia di comprensione e così ho virato con più convinzione sul percorso parallelo della letteratura e della poesia. Ho poi scoperto che poesia e canzone avevano origini comuni, anzi che all’inizio erano proprio la stessa cosa e ho proseguito in quella direzione. Certo, dire oggi che canzone e poesia si compenetrano è forse presuntuoso, ma aldilà della diffusa banalità, che tuttavia si riscontra in qualsiasi ambito, è vero che la canzone può fare pensare. Visto che la poesia la leggono ormai in pochi, la canzone d’autore potrebbe avere qualche chance: è una sintesi di pensiero interessante e nello stesso tempo un veicolo di comunicazione straordinario. Ecco, ho pensato che un pensiero originale espresso da una melodia che intriga fosse un bel percorso da seguire per ragionare sulla vita e così è cominciata una lunga avventura che dura ancora oggi. Ho iniziato a occuparmi professionalmente di musica con l’avvento delle radio libere e poi ho proseguito con quotidiani come Il Manifesto e l’Unità per arrivare infine alle fanzine di settore e alla scrittura di libri monografici e di genere.

 

Ti sei occupato di blues e rock in due importanti volumi pubblicati da Hoepli. Quali sono i tre artisti che ritieni più rappresentativi nei rispettivi due generi musicali?


Difficile fare una sintesi così estrema, ma per il rock direi Bob Dylan, il grande indagatore di tutti gli aspetti più significativi della vita (amore, società, esistenza, utopia) con una scrittura non convenzionale, spesso onirica, talvolta surreale, poi direi Leonard Cohen per la sua meravigliosa vena intimista in cui cozzano costantemente aspetti antitetici come la mistica e la passione che riescono tuttavia a trovare, nel suo Hallelujah, un’impensabile compenetrazione, e infine i Rolling Stones che hanno saputo coniugare nello stesso suono originale il rock con il blues e rappresentare la trasgressione per eccellenza che unisce l’eros al demonio. La “simpathy for the devil” che cantano in una loro celebre canzone 

è in realtà un patto col diavolo che permette, a settantacinque anni suonati, di continuare a salire sul palco senza essere patetici.
Per il blues direi senz’altro Robert Johnson per il suo essere artista maledetto ante litteram, il primo del famigerato “Club 27” cioè delle rock star morte a ventisette anni (Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones, Jim Morrison, fino a arrivare a Kurt Cobain e Amy Winehouse). Johnson ha vissuto il suo tempo e la sua condizione con sregolatezza e fretta di vivere esagerati, riassunti in ventinove blues per narrare di amore, sesso e superstizione, tre argomenti che debitamente elaborati sarebbero diventati gli elementi chiave del repertorio rock successivo. Muddy Waters non ha minore importanza per avere introdotto il blues elettrico e avere creato con la sua band un sound ancora oggi identificabile come il blues di Chicago e infine B.B. King per avere codificato quel suono inconfondibilmente puro e nello stesso tempo lacerante, amato e copiato da musicisti di mezzo mondo.

 

Hai recentemente pubblicato un corposo volume sulla storia della canzone italiana degli ultimi settant’anni. Analizzando gli sviluppi della canzone, possiamo comprendere meglio anche l’evoluzione dei costumi e delle ideologie del nostro Paese?


Non c’è alcun dubbio, anzi il taglio che ho voluto dare al libro è stato proprio questo. La canzone è spesso considerata una forma d’arte minore, ma non si può negare che, nei migliori casi, abbia in sé una capacità di sintesi immediata che ha pochi eguali. Naturale quindi possa anche

fungere da veicolo di trasmissione di nuove idee e bisogni capaci di mettere in discussione il vecchio e desueto modo di pensare.
Se si considera una canzone degli anni ’30 si può fare una seria analisi del suo linguaggio e della musica che lo accompagna e accorgersi che era perfettamente coerente con l’etica vigente del tempo, assolutamente non più proponibile oggi. I sentimenti sono sempre gli stessi, ma sono vissuti in modo molto diverso in funzione del momento storico e di costume che regola la società. Per trattare di epoche più vicine a noi basta pensare a quanto ha influito la musica beat nel cambiamento del costume giovanile. Capelli lunghi, minigonne, camice floreali sono elementi apparentemente poco importanti, ma in realtà sono un preciso sintomo dell’urgenza con cui i giovani di quel periodo attendevano un cambiamento. Più che i testi sacri del socialismo, credo siano stati certi modelli di libertà raccontati dalle canzoni a promuovere un primo cambiamento che ha poi portato al Sessantotto. Per dirla tutta, a diciotto anni mi ha certamente più influenzato Bob Dylan che Gramsci.

 

Quali sono e sono stati secondo te gli autori e gli interpreti più originali nella creazione di un proprio stile e di una tendenza condivisa, e verso quali voci nuove riponi maggiori aspettative?


Credo che i due generi che hanno raccolto un maggior seguito per almeno trent’anni siano stati il cantautorato e il rock, due filoni che inizialmente erano poco comunicanti tra loro. Fino alla fine degli anni Settanta solo De André aveva avuto l’intuizione di legare la sua opera alla musica di un gruppo rock. Il suo sodalizio con i New Trolls permise la nascita di quel piccolo capolavoro che fu Senza orario senza bandiera, in cui figurano molte canzoni che erano in realtà poesie scritte da Riccardo Mannerini e solo aggiustate da Fabrizio. I primi cantautori erano molto attenti ai testi che scrivevano e abbastanza indifferenti alla musica con cui si accompagnavano. Bastava una chitarra che tenesse il tempo ed era più che sufficiente.
Al contrario i musicisti rock degli inizi erano molto concentrati sulla musica lasciando ai testi una pura funzione riempitiva. Col tempo si è capito che i due aspetti potevano parlarsi tra loro per concepire canzoni migliori. È stato ancora De André a sperimentare il grande salto e ad affidare alla Premiata Forneria Marconi il compito di rivisitare in chiave rock il suo repertorio. De André anche per il seguito di epigoni che ha avuto è stato certamente, insieme a Francesco Guccini, il mentore di un’intera generazione impegnata. Non si possono tuttavia dimenticare tra i cantautori storici Luigi Tenco, Paolo Conte, Francesco De Gregori, Ivano Fossati e Gino Paoli che ha dato il via alla stagione. Tra le nuove generazioni mi piace Brunori Sas anche se ormai non è proprio quel che si dice un ragazzino.

 

Ritieni ci siano oggi interpreti italiani che possano ambire a un riconoscimento a livello internazionale? In che considerazione tieni l’attuale produzione nazionale di musica rap?


Un conto è considerare le voci, un altro lo spessore di quello che si canta. Le belle voci non mancano di certo, un po’ più difficile è trovare repertori importanti. Jovanotti ha avuto una bella evoluzione e le sue canzoni sono spesso interessanti, ma sul piano internazionale non ha avuto la stessa fortuna di Ramazzotti o della Pausini che sono delle autentiche pop star, con tutto quello che si può dire di bene e di male a riguardo. Per emergere nel mercato anglofono e quindi mondiale devi avere alle spalle una casa discografica che ci crede e ti spinga con determinazione, ma questo, qui da noi, succede solo per la musica pop.
Per quel che riguarda il rap credo, invece, che sia l’unica espressione giovanile che abbia qualcosa da dire. È un genere che si è evoluto in mille direzioni con influenze multiple che punta comunque sempre molto sul testo. È ormai fuori da ogni regolamentazione perché la maggior parte dei musicisti che lo interpreta si auto-produce e proprio per questo può permettersi di essere uno dei potenziali esempi di critica sociale più efficaci.

 

La tua lunga collaborazione a Radio Popolare ha avuto anche un peso nella formazione di una coscienza civile e politica, oltreché di gusti culturali, degli ascoltatori. Com’è cambiato il pubblico di chi segue i tuoi programmi, e come sono cambiati anche indirizzi e finalità dei tuoi programmi stessi?

Diciamo che trasmettendo per Radio Popolare, che è un’emittente schierata, sono seguito da un pubblico che ha già in potenza una coscienza civile e politica ben definita con cui è facile dialogare e fare delle proposte musicali di un certo tipo. In questi tanti anni di collaborazione ho trasmesso un po’ di tutto privilegiando naturalmente le mie passioni e cioè il blues, il rock e la canzone d’autore, costruendo monografie e ambientazioni musicali che tenessero sempre presenti i contesti sociali in cui si sono sviluppati e si sono evoluti. Sono stati proprio questi programmi, in cui spesso dialogavo con ospiti importanti della scena musicale, che mi hanno permesso di archiviare materiale di prima mano che poi è servito a scrivere i miei libri. Capita spesso di fare anche semplici conduzioni generiche nelle quali si può spaziare attraverso vari mondi musicali e trasmettere belle canzoni pop che sono comunque gradite anche da un pubblico impegnato. La canzone è momento di riflessione, ma è anche gioia espressiva e quando c’è una melodia accattivante è un piacere ascoltarla.

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 28 gennaio 2020

 

 

BONAZZI

MAURO BONAZZI, CREATURE DI UN SOL GIORNO ‒ EINAUDI, TORINO 2020

Con il titolo poeticamente evocativo di Creature di un sol giorno, tratto da Pindaro, il professor Mauro Bonazzi, titolare della cattedra di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Milano, ha pubblicato da Einaudi un volume che indaga il contributo della grecità (mito, letteratura, religione, arte e, ovviamente, pensiero filosofico) all’elaborazione del tema dell’essere e del non essere più, del vivere e del morire, nel suo impatto sulla cultura occidentale.

“La civiltà greca ha prodotto una riflessione luminosa sul senso della condizione umana – su quello che siamo e sul valore delle nostre vite – capace di attraversare i secoli, influenzando e stimolando grandi scrittori e grandi pensatori. Lo ha fatto partendo dal tema della morte: questo è il punto di attacco. La morte è uno scandalo, un mistero, qualcosa che non riusciamo e non possiamo accettare. Il problema non è tanto quello di dover morire; ne siamo tutti consapevoli. A essere insopportabile è l’idea che questo fatto, il fatto che prima o poi ce ne andremo, rischia di togliere valore alla nostra esistenza, qui e ora. Quale è il senso di qualcosa che non c’era, c’è e non ci sarà? Quale il valore di qualcosa destinato a scomparire nell’oblio? È questa la domanda a cui bisogna trovare una risposta, perché è qui la chiave per comprendere il senso della nostra esistenza”.

A partire dal modo in cui i greci hanno valutato la morte, Mauro Bonazzi recupera il senso che essi hanno dato alla vita degli esseri umani, creature fragili come gli insetti che vivono solo un giorno, eppure immense, nel loro “impasto di miseria e grandezza”, perché uniche e irripetibili nei pensieri, nelle azioni, nelle trasformazioni cui soggiacciono attraverso il tempo. Esseri incompleti, a cui manca sempre qualcosa che devono conquistare per realizzarsi come persone; esseri desideranti, che aspirano alla felicità, da cercare nell’amore o nella gloria; esseri prede di passioni contrastanti, a volte nobili, a volte turpi.

Prendendo le mosse da Omero, dai suoi due eroi più rappresentativi (Achille nell’Iliade, magistralmente commentato da tre studiose ebree, costrette all’esilio dal nazismo: Simone Weil, Rachel Bespaloff e Hannah Arendt; e Ulisse nell’Odissea, personificazione sia della nostalgia per il paese natio, sia dell’ansia di conoscenza), l’autore si interroga su cosa intendessero i greci per gloria (kleos), e per onore (time), e quanto fossero disposti a sacrificare di sé stessi per ottenere entrambe le cose. Consapevoli che l’immortalità si può raggiungere solo in due modi: o riproducendosi biologicamente (a livello di specie, come fanno animali e vegetali), o lasciando dietro di sé il ricordo delle proprie imprese, attraverso l’azione eroica che sottrae all’oblio, alla caduta nel nulla. È la scelta di Achille, che assoggetta anche l’eros alla brama di lode, e che muore per sconfiggere la morte. L’Ulisse omerico vaga per anni sui mari in attesa di tornare a Itaca, la “cara patria”, non spinto dal desiderio di avventura, ma solo dalla nostalgia per il focolare domestico: sarà Dante, nel celeberrimo XXVI canto dell’Inferno, a fare di lui il simbolo del desiderio di conoscenza, addirittura in grado di trascendere qualsiasi responsabilità etica, di marito, padre, re, nocchiero pur di saziare la sua ansia di sapere (“l’ardore / ch’i’ebbi di divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”)

Fu poi Platone, nel Simposio e nel Fedro a dissertare su amore e morte, attraverso le voci di Aristofane, Socrate, Diotima, Fedro stesso, che si interrogano su cosa prevalga nell’eros, se la sensualità, l’attrazione per la bellezza fisica, il desiderio di armonia o di completarsi in un altro da sé. Un Platone recuperato anche da Freud, nelle sue indagini sulle pulsioni di piacere e morte. E Aristotele, nell’Etica Nicomachea, ventilava tre possibili strade da percorrere per costruire una vita felice: seguire l’istinto del piacere, praticare un’esistenza politicamente attiva, o scegliere la meditazione contemplativa. Inaspettatamente, lo Stagirita, filosofo della concretezza e della materia, indicò proprio nell’esercizio del logos l’unica maniera per esercitare pienamente le proprie potenzialità di uomini: “Siamo fatti per conoscere, pensare, capire, qui è la nostra vera natura”, chiosa Mauro Bonazzi. Solo attraverso il pensiero riusciamo a essere immortali e divini, partecipando all’ordine, alla verità e alla bellezza del tutto. L’intuizione aristotelica verrà ripresa da Plotino e Spinoza, e da gran parte della filosofia spiritualistica. Ma sarà Nietzsche, invece, a scardinare l’utopia di una realizzazione filosofica dell’esistenza, proclamando la morte di Dio e l’inconsistenza della vita umana. Nell’universo descritto dalla scienza moderna, privo di un centro definito, animato da miliardi di elementi cosmici, l’uomo ha perso il suo ruolo dominante, il bene e il male non trovano più alcuna fondazione oggettiva, e non si pone nessun limite etico alla ricerca scientifica. Il materialismo di Epicuro e Lucrezio sembra aver prevalso sugli interrogativi religiosi, e l’unica realtà conseguibile è la felicità quotidiana da vivere nel presente, senza temere il futuro e la morte, valutando positivamente la natura che ci circonda e di cui siamo fatti, prendendo atto e accettando di essere “creature di un sol giorno”.

Eppure, proprio in questa nostra fragilità, nella fugacità del tempo determinato che ci è dato di vivere, risiede la possibilità straordinaria che abbiamo di poter fare progetti, impegnandoci in un disegno collettivo e solidale di salvezza.

 

© Riproduzione riservata          24 gennaio 2020

https://www.sololibri.net/Creature-di-un-sol-giorno-bonazzi.html