Mostra: 1 - 10 of 1.700 RISULTATI
RECENSIONI

ALCOTT

LOUISA MAY ALCOTT, LA TEIERA DI MRS. PODGERS E ALTRE STORIE DI NATALE

GARZANTI, MILANO 2025

 

Mi chiedo se oggi le bambine e le adolescenti tra i sette e i dodici anni leggano ancora la quadrilogia di Louisa May Alcott: Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, un classico della letteratura dell’infanzia, presente in tutte le librerie delle famiglie con figlie femmine. Noi eravamo tre sorelle, e ci passavamo le storie di Meg, Jo, Beth e Amy litigando sulle loro affinità con i nostri caratteri. Io, sessant’anni fa (ma come è possibile sia passato tanto tempo, senza che in pratica me ne sia accorta?) non ho mai fatto segreto delle mie preferenze. Jo, ovviamente, era la più amata, per la sua indipendenza, l’insofferenza dei ruoli, il desiderio di avventura. E poi Beth, così dolce e mite da palesare subito il suo destino di soccombente. Le altre due protagoniste mi sembravano più scontate e tradizionali, prevedibili nei comportamenti, nei desideri, nelle scelte di vita.

Se le nostre adolescenti non leggono più le vicende della famiglia March, trovandole lontanissime dalla loro sensibilità e dal loro mondo, il cinema internazionale continua però a recuperare il capolavoro ottocentesco, riadattandolo con nuovi maquillage. Forse dipende dall’attrattiva che il nome della Alcott mantiene tuttora (con il suo bagaglio di buoni propositi, di affetti parentali, di sana educazione e di valori rispettati) se Garzanti ha quindi deciso di proporre nella sua collana economica I piccoli grandi libri una raccolta di tre racconti della scrittrice americana ambientati durante le feste natalizie: La teiera di Mrs. Podgers e altre storie di Natale.

Louisa May Alcott (1832-1888) – figlia di un filosofo trascendentalista e di una attivista politica che si batteva per i diritti degli schiavi di colore –, visse con le tre sorelle in una comunità agricola del Massachussetts, studiando privatamente sotto la guida di eccezionali maestri come Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau. Per aiutare economicamente la famiglia si adattò a lavori molto umili, scrivendo nel poco tempo libero e impegnandosi nelle lotte abolizioniste e del nascente femminismo. Il successo letterario arrivò con la pubblicazione di Piccole donne nel 1868, seguito dagli altri tre volumi della saga familiare, ben presto tradotti in molte lingue con un successo crescente di anno in anno.

Il volumetto garzantiano propone tre racconti: La teiera di Mrs. Podgers, Il Natale di Tilly, Che cosa può fare l’amore. Il primo, che dà il titolo al libro, ha come protagonista la vedova quarantenne di un uomo anziano, severo e taccagno, che le ha lasciato in eredità una casa confortevole, “in ordine, luminosa e calda”. Dopo la morte del loro figlioletto, vive con una domestica e un inquilino, Mr. Jerusalem Turner, dall’animo semplice e generoso, che lentamente riesce ad aprirle il cuore verso chi si trova nel bisogno, in particolare nei riguardi dei bambini abbandonati. Non solo Mrs. Podgers si lascia convincere ad accogliere presso di sé un orfano intirizzito e denutrito, ma allestisce per lui e i suoi piccoli amici una grande festa di Natale, con regali, dolci, canti e giochi per rendere quella giornata la più felice della loro triste esistenza. Verso sera, ritornata la calma e l’ordine nell’appartamento, il maturo inquilino rivela con parole tenere e appassionate il proprio amore alla vedova troppo rigida con se stessa, che finisce per cedere, mostrando maggiore indulgenza verso i propri simili. Sulla teiera d’argento che troneggia nel centro del tavolo è incisa la frase “Coloro che danno ai poveri prestano al Signore”, rivelatrice di una grande verità: “la carità, l’innocenza e la gioia sono le forti e dolci virtù che benedicono e abbelliscono il mondo”.

Se la fiaba di Louise Alcott può apparirci oggi edulcorata e volutamente edificante, dobbiamo contestualizzarla non solo nell’epoca in cui fu scritta, ma proprio nella disposizione pedagogica dell’autrice e nel suo carattere di partecipe generosità verso il genere umano. Anche gli altri due racconti si muovono sulla stessa linea di pensiero del primo: sempre attenti alle figure femminili, tanto accuratamente esplorate nella produzione letteraria della scrittrice americana. Il Natale di Tilly narra di tre compagne di scuola – Kate, Bessy e Tilly – che aspettano il Natale con umori diversi. Tilly è poverissima, sa che non potrà ricevere alcun regalo, né godere insieme alla mamma di un pranzo abbondante. Ma è l’unica delle tre a soccorrere un pettirosso ferito semicoperto dalla neve. Il suo gesto pietoso verrà insperabilmente ricompensato dalla munificenza di un ricco vicino, il quale regalerà a madre e figlia “una gran pila di legna da ardere pronta all’uso. C’era anche un gran fagotto e un cesto con un meraviglioso mazzo di rose d’inverno, di agrifoglio e di sempreverdi legati fra loro… e sui fiori c’era un bigliettino che diceva: «Per la ragazza che ama il suo prossimo come sé stessa»”.

In Che cosa può fare l’amore sono ancora quattro sorelline, orfane di padre, alle prese con le aspirazioni a un’esistenza più agiata economicamente e con il rammarico per la sconfortante indigenza che non concede loro di festeggiare il Natale come vorrebbero. Sarà di nuovo la benevolenza dei vicini, inaspettati angeli scesi dal cielo per portare serenità alle ragazzine, ingiustamente provate da molte avversità, a regalare loro la gioia di una festa lieta e rimunerante. Chissà, forse all’epoca di Louisa May Alcott i vicini non erano così lontani come adesso…

 

«La Poesia e lo Spirito», 6 dicembre 2025

RECENSIONI

AKBAR

KAVEH AKBAR, IL MIRACOLO – IL SAGGIATORE, MILANO 2025

Kaveh Akbar (Teheran, 1989) è un poeta ed editor iraniano-americano, autore acclamato di due volumi di poesie e di un romanzo (Pilgrim Bell, Calling a Wolf a Wolf, Martyr!) che hanno ottenuto premi e riconoscimenti internazionali. Si è trasferito negli Stati Uniti quando aveva due anni, crescendo tra New Jersey, Pennsylvania, Wisconsin e Indiana.

I dieci capitoli in cui si suddivide il suo ultimo volume di versi, Il miracolo, sono introdotti da un esergo che suona come un precetto: “Ogni testo che non è un testo sacro è un’apostasia”, ben esemplificante il senso dell’intera raccolta, tesa tra sacro e profano, ritualità religiosa e prosaicità quotidiana, memoria e profezia. L’abisso che separa il sovrumano dall’umano viene straordinariamente rappresentato dalla composizione che dà il titolo al volume, in cui l’arcangelo Gabriele inchioda lo “schiacciabile corpo” di un misero “analfabeta, solo e digiuno”, obbligandolo a diventare imbuto della volontà divina. Creatura miserevole, “grumo” che non sa né pregare né ribellarsi, vuoto di ogni verità, l’uomo è un essere piccolo, “formaggio su un cracker”, illuso di potersi salvare riempiendo il suo tempo “con padri, madri, amanti, lingue, droghe, soldi, arte, lode”. Ma destinato all’irrilevanza, al non ascolto, per cui crudele e inesorabile risuona la condanna meritata: “Gabriele non viene per te”.

L’aspirazione all’assoluto e la volontà ascetica di purezza si scontrano sia con la banalità della vita di ogni giorno, sia con il ricordo di un passato familiare inibente e sofferto: il poeta, scisso tra la fedeltà alla tradizione persiana e le tentazioni offerte dalla smaliziata mentalità occidentale, è consapevole che “La chiave, resa liscia per entrare in ogni serratura, non ne apre alcuna”.

Il contrasto tra ieri e oggi, arcaicità e modernità, è trasposto anche stilisticamente nell’alternarsi delle composizioni: il ritmo sincopato della frase e gli insistiti punti fermi che spezzano la continuità del discorso esprimono affanno, respiro che manca, timbro strozzato: “La lunga fessura nel mio muro. S’intreccia. / In una rete. La differenza tra. / Una vera voce e l’altro tipo. / Il modo in cui la sua aria vibra. / Attraverso te. Il modo in cui l’aria. / Vibra. La violenza”. Invece l’espressione armonica, cullante e carezzevole appartiene tutta al respiro calmo e confidente della preghiera del muezzin nella moschea ormai deserta: “La parola di Dio è una melodia, e melodia richiede ripetizione”. La Persia, nel ricordo di chi scrive, esibisce orgogliosamente la propria storia millenaria di magnificenza temporale e spirituale: “Il mio impero mi rendeva / felice perché era impero / e mio”, ma oggi è succube di forze militari disumane, distruttive: “I nuovi missili possono intercettare il battito del / cuore di una mosca / in cima a un mucchio di / macerie da 6000 miglia di distanza”.

L’esilio della famiglia Akbar negli USA diventa salvezza e castigo, con il padre despota infelice, che conosce solo l’inglese dei Rolling Stones, pieno di rabbia per aver perso la salute lavorando trent’anni in allevamenti di anatre, e sente se stesso e i figli brutti e scuri in un lindo paese di bianchi sopraffattori. Con la madre “così grossa e triste… grembiule imbrattato di farina”, angosciata per il figlio poeta, alcolizzato e omosessuale. Il fratello maggiore con cui condividere risate irriverenti durante la preghiera serale, inginocchiati sul tappeto, scissi tra devozione ed eresia, mentre i parenti rimasti in Iran vengono imprigionati e uccisi. Famiglia-trappola in cui non riconoscersi, famiglia da amare e rinnegare: “Riesco a fare. / Sparire. / Un’intera famiglia. Lo so. / Così tanti. / Sono stati orribili con te. / Ho dato a ciascuno. / Un numero”. Cosa rimane, dopo l’abiura delle origini? “Sottomissione, resistenza, resa”, “Abbiamo perso / tutto ciò / che bisognava perdere”, “Lasciami piangere il perduto”.

Non più iraniano, non ancora e forse mai americano, con il paese che gli ha offerto una nuova lingua, una diversa cultura, un lavoro prestigioso, stabilità matrimoniale, benessere economico, riconoscimenti e successo, Kaveh Akbar sente di avere poco in comune. Non l’etica, non la fede, non la visione politica: “Essere americano vuol dire essere? Cosa? / Un cacciatore? / Un cacciatore / che spara solo ai soldi. No, non ai soldi –/ ai soldi”. E si sente sempre nel mirino: “Nella sua scuola elementare in un sobborgo americano, / sulla maglietta di un bambino c’è scritto: / “Lo abbiamo fatto a Hiroshima, / possiamo farlo a Teheran!”

Solo un miracolo potrebbe ricomporre la frattura. Anche i riferimenti intellettuali citati nei versi riflettono una dicotomia insanabile. Ci sono Maometto e il Corano, la mistica sufi Rabi‘a al-Basri e Sant’Agostino, Seneca e John Donne, Gertrude Stein e Walter Benjamin: fonti di ispirazione che approfondiscono il baratro interiore, non aiutano a ricostruire. “Come vivere? leggendo poesie, / facendo respiri poco profondi, / centrifugando la lattuga”. Non basta, e il poeta iraniano-statunitense ne è consapevole: ““La sua illusione più inebriante – / che il male sia solubile nell’arte”.

L’uomo è piccolo, indifeso e irredimibile, “sputo nel fango”: “Io, uomo, sono ciò che non dico”. Qualcosa dice, in realtà, ed è un grido “Pietà. Pietà”.

 

«Gli Stati Generali», 3 dicembre 2025

 

 

 

 

 

RECENSIONI

YAÑEZ

CARMEN YAÑEZ, IL MESTIERE DELLA SOLITUDINE – GUANDA. PARMA 2025

Il mestiere della solitudine, ultimo libro di versi pubblicato da Carmen Yáñez (1952, Santiago del Cile), ha un prodromo nel romanzo Un amore fuori dal tempo, uscito sempre da Guanda nel 2022, storia dell’amore lungo e tormentato vissuto dall’autrice con Luis Sepùlveda. I due poeti si erano conosciuti giovanissimi, e sposati nel 1971 (nonostante l’opposizione dei genitori di lei), dopo un sodalizio fatto di battaglie e ideali condivisi. Dal matrimonio era nato un figlio, Carlos Lenin Sepúlveda Yáñez, ma la vita del piccolo nucleo familiare era stata presto travolta dai tragici avvenimenti politici che l’11 settembre 1973 aveva posto fine alla democrazia cilena, con il golpe del generale Pinochet. Sepulveda, che faceva parte della guardia armata di Salvador Allende, venne arrestato e torturato, e anche Carmen fu rinchiusa nel centro di tortura di Villa Grimaldi. Dopo la prigionia, entrambi presero la via dell’esilio, Luis rifugiandosi in Ecuador e Carmen in Svezia. Lo scrittore si trasferì poi, dopo aver peregrinato in tutta l’America latina, ad Amburgo, dove sposò Margarita Seven, che gli diede altri tre figli. Separatasi da questa seconda moglie nel 1996, ristabilì la relazione con Carmen, con cui aveva mantenuto rapporti amichevoli. I due si risposarono nel 2004, carichi di esperienze e vissuti differenti, ma scoprendosi ancora più uniti di prima. Stabilitisi insieme in Spagna, nelle Asturie, hanno vissuto in simbiosi sentimentale e lavorativa fino alla morte di Luis, sopravvenuta in Portogallo nel 2020 per un’infezione da Covid.

Carmen Yáñez ha partecipato a diversi festival internazionali, e le sono stati conferiti molti premi. Numerose sono le sue raccolte di versi pubblicate da Guanda. Quest’ultimo volume, con testo spagnolo a fronte, è un commosso canzoniere d’amore dedicato al compagno di tutta la vita.

Dopo il dolore, la rabbia, il senso impotente di sconfitta, nelle pagine affiora una lenta accettazione del lutto, un pacato accompagnamento alla rassegnazione, l’accoglienza pacificata della solitudine come “muta compagna” fedele. La poetessa così presenta il suo lavoro: “Durante la scrittura di queste poesie ho imparato molte cose che prima non avevo avuto bisogno di imparare, tra cui come convivere con il dolore tenendo a bada la tentazione dell’abisso. Ho imparato ad avvicinarmi alla morte e, piano piano, ad accettarla per quello che è. Un altro modo di vivere nella memoria”.

Le composizioni ripercorrono la relazione con Luis, fattasi più intensa dopo la lunga separazione, quasi a recuperare il tempo perduto. “Eravamo così felici / e non ci accorgevamo della dimensione della vita, / dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga della paura / noi non sapevamo nulla, insolenti, amandoci con previsioni di futuro”. Si fa più acuto il ricordo dell’improvvisa e imprevedibile malattia del marito, annunciatasi subdolamente e sottovalutata dall’ambiente medico: “E io vado a prenderti un altro pigiama. / Hai sete e mi chiedi acqua fresca. // Penso che siamo ancora in tempo per salvarti // e ci aggrappiamo alle boe di misere certezze”.  Come un incubo riappaiono alla memoria i corridoi desolati della clinica portoghese, i camici bianchi dei dottori, il menù ospedaliero, lo squallore della mensa per i parenti. E poi, strazianti, la morte, il distacco, il rimpianto: “Ha lasciato il suo coltellino, / la piccola balena, ricordo di Greenpeace, / la penna e la Moleskine. / È partito nudo”.

Il rientro solitario nella casa vuota non trova consolazione: “Il tuo lato del letto si raffredda, / si raffredda la cena e la tua poltrona. / È proprio vero, amore, che non torni?”; “Non troverò mai più / una voce come la tua. / Enfatica, chiara, precisa, dolce. / La tua voce di parole giuste, / imprescindibili”; “Ululo come una lupa / sotto la luna fredda”; “La casa è piena di te”; “Le mie mani invecchiano / senza le tue”.

Ma esiste in Carmen, pur nel silenzio di un’assenza irreparabile, anche una nuova consapevolezza della propria dignità di poeta, moglie e poi vedova di un poeta, convinta dell’importanza della storia vissuta, irripetibile e non procrastinabile nell’illusione di un’eternità oltremondana: “Gli agnostici non vanno in cielo, / li punisce la divinità degli dei, / il dito che indica il peccato di negarli. // Bene! Resteranno qui una volta morti, / diventando parte del granito, della polvere in volo / e parte del polline che feconda la terra”. C’è la rivendicazione femminilmente orgogliosa del proprio passato (“Porto con me tutte quelle che sono stata”), e la certezza che nella solitudine ritroverà la capacità di testimoniare: “Devo allontanarmi dal dolore, per scrivere del dolore”.

Sarà il suo stato di donna sola a preparare Carmen alla fine, senza temere nulla, sapendo di avere goduto di molti momenti esaltanti dalla vita in comune con Luis Sepùlveda (tra loro si chiamavano Lucho e Pelusa), e di poter continuare a goderne nel ricordo. “So che l’eternità non esiste, /e non esiste l’aldilà degli abbracci, / e che il cielo non protegge gli amori perduti. // So che è un triste sollievo / scrutare le stelle nel firmamento”. Alla dolcezza del passato e alla bellezza del presente che resta da vivere, recuperabili nella poesia, Carmen Yáñez si aggrapperà per non lasciarsi sopraffare dal buio e dal silenzio.

 

«Odissea», 30 novembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

TROLLOPE

ANTHONY TROLLOPE, NATALE A KIRKBY COTTAGE – GARZANTI, MILANO 2025

“Dopotutto, il Natale è proprio una noia!” “Anche se lo pensa, Mr. Archer, la prego di non dirlo qui!”. “Ma è vero”. “Mi dispiace molto che abbia questa opinione; ma la prego di non dire una cosa così orribile”. Il dialogo con cui si apre questo racconto (che oggi definiremmo minimalista) si svolge tra i due protagonisti principali: il ventitreenne Maurice Archer e la ventenne Isabel. Lei è la figlia del reverendo John Lownd, parroco di Kirkby Cliffe, nel nord dello Yorkshire; lui è l’ospite invitato a trascorrere il periodo invernale nella loro famiglia, per rispetto e in memoria della lunga amicizia che aveva legato i Lownd agli Archer, scomparsi anni prima.

Caratteri opposti, quelli dei due giovani: Maurice, piccolo possidente terriero rimasto privo di parenti e brillantemente laureato a Oxford, era caparbio e fornito di “un’esecrabile presunzione”; lei “alta, vivace, leggiadra… entusiasta, eloquente e piena di spirito”, era animata da sentimenti polemici di sfida e infantile ribellione.

Maurice Archer, punzecchiato con intolleranza da Isabel, ribadiva con ferma ostentazione la propria tesi sulle festività natalizie, scandalizzando la ragazza: “Si fa arrostire una gran quantità di manzo, si fa bollire una gran quantità di pudding, e poi le persone cercano di stare allegre mangiando più del normale. La conseguenza è che a tutti viene un gran sonno e la voglia di andare a letto un’ora prima del solito. Questo è il Natale”. Agli occhi della giovane donna, il contegno spocchioso del suo ospite nascondeva in realtà un’aristocratica indifferenza nei riguardi delle piccole gioie che il Natale sempre riserva ai più poveri: calore familiare, compagnia, regali, cibo, e quanto può gratuitamente offrire l’atmosfera religiosa della celebrazione.

Da subito il lettore percepisce che le vivaci schermaglie tra i due nascondono un imbarazzato ma reciproco interesse, e su questo intuibile sentimento si gioca il climax a basso registro della novella.

Anthony Trollope (Londra 1815-1882) è stato uno dei più celebri e prolifici scrittori inglesi dell’età vittoriana. Il racconto Natale a Kirkby Cottage, fu pubblicato nel 1970, ed è indicativo dello stile pacato e tradizionale che rese l’autore tanto famoso e amato dai suoi connazionali, ma altrettanto dileggiato come semplicistico e convenzionale dai critici letterari a lui coevi.

Maurice era stato invitato a collaborare con Isabel, i suoi familiari, il vecchio giardiniere e l’amministratore parrocchiale, all’addobbo della chiesa per la sera della Vigilia e la giornata del 25 dicembre. Il vecchio edificio – dai muri esterni coperti di erica, dai vecchi banchi di rovere con un antico pulpito sopraelevato – non aveva conosciuto l’obbrobrio di vandalici restauri, e si era mantenuto severamente fedele alla tradizione delle costruzioni luterane. Il giovane aveva l’incarico di spostare mucchi d’edera e di appendere alle pareti rami di agrifoglio, seguendo le indicazioni più esperte dei domestici, mentre Isabel manteneva un contegno distaccato e ancora offeso dall’evidente insofferenza di lui verso le tradizioni.

Gli screzi tra i due avevano assunto la forma di un gelido distacco, al punto da suggerire al ragazzo di allontanarsi nel pomeriggio per visionare la sua proprietà a qualche chilometro di distanza, e a lei di chiudersi in camera rinunciando alla cena. Entrambi tuttavia vagheggiavano silenziosamente nel pensiero un avvicinamento che preludesse a un futuro condiviso, con la benedizione e l’appoggio del Pastore Lownd e di sua moglie.

Quando prima della Messa celebrata nella cappella alla presenza di tutto il paese, Isabel viene a sapere che Maurice aveva provveduto di persona a regalare provviste alimentari alle famiglie bisognose della comunità di Kirkby Cottage, si ricrede sulla personalità del giovane, confessandosi pentita del suo atteggiamento colpevolizzante verso di lui, e dichiara ai propri genitori la propria disponibilità al fidanzamento ufficiale.

 

«SoloLibri», 26 novembre 2025

 

 

 

RECENSIONI

CARIDI

PAOLA CARIDI, IL GELSO DI GERUSALEMME. L’ALTRA STORIA RACCONTATA DAGLI ALBERI  FELTRINELLI, MILANO 2024.

Esistono modi diversi per avvicinarsi al conflitto israelo-palestinese: Paola Caridi ha optato per una visione decisamente originale nel suo volume Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi, pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli. L’autrice, nata a Roma nel 1961, è giornalista freelance e storica del Medio Oriente e del Nord Africa. È stata a lungo corrispondente dal Cairo e da Gerusalemme per l’Associazione Lettera22, di cui oggi è presidente; ha pubblicato diversi libri sulle società arabe e ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’onorificenza di Cavaliere della Stella della Solidarietà Italiana, ordine presieduto dal Presidente della Repubblica. Il suo combattivo blog https://www.invisiblearabs.com è tra i più seguiti e aggiornati sulle vicende dei conflitti medio-orientali, con un’attenzione particolare all’Islam politico in Palestina ed Egitto.

Nata in una famiglia contadina di origini marchigiane, ha passato le domeniche dell’infanzia nel casolare agricolo dei nonni al quartiere della Balduina, accanto a Monte Ciocci: deve appunto alla vita di campagna, e alla conoscenza dei vecchi mercati alimentari della periferia romana, la sua affettuosa cura del rapporto tra umano e non umano, tra ambienti popolari e habitat naturale.

La storia non è fatta solo delle vicende delle persone, e non è tracciabile solo nelle fonti scritte: forse è tempo di “toglierci dal centro del palcoscenico… metterci, noi umani, quanto più ai margini”, lasciando parlare “tutto il resto oltre noi”. Gli alberi, in particolare.

Nel caso di Paola Caridi, è stato un gelso centenario dalle more rosse a offrirle lo spunto per affrontare le sofferte vicende orientali dal punto di vista della natura. L’aveva lasciato frondoso davanti al palazzo di quattro piani in cui aveva vissuto a Gerusalemme dieci anni prima, e ora lo ritrovava ridotto a un moncone, amputato da mano ignota, ma ancora vivo nelle radici. Forse abbattuto perché sporcava, con le sue more cadute a terra, la pavimentazione del cortile nel quartiere palestinese di Musrara, collocato nella zona israeliana di Gerusalemme.

Il gelso viene considerato un albero d’affezione, senz’altro diffuso nel panorama locale, ma privo dell’importanza che si dà ai suoi confratelli: il leccio, l’ulivo, la palma, il carrubo, gli aranci, i mandorli, il sicomoro. Tutti “testimoni di passaggi cruciali della storia del mondo”, e di una trasformazione implacabile e ingiusta che ha stravolto il paesaggio, con lo sfruttamento dei campi, le devastazioni belliche, lo stravolgimento dei confini. Testimoni che hanno sempre avuto la funzione di “lari” protettivi della comunità in cui sono inseriti, simbolo di riconoscimento, centro di raduni, ombelichi di sacralità, offerta di accoglienza sotto le proprie chiome. Alberi-piazza, come le migliaia di sicomori che popolavano Gaza, citati dall’Antico Testamento, dai Vangeli e dall’Apocalisse, adorati in Kenya per millenni come divinità della creazione e della vita. Il sicomoro è stato in Palestina un albero pubblico, rifugio per i viaggiatori e per i pellegrini cristiani che facevano tappa verso i luoghi santi di Israele; albero condiviso, dei cui fichi tutti potevano nutrirsi, sotto il cui fogliame giocavano i bambini, le donne ricamavano, i maestri facevano lezione, i vecchi narravano storie; albero che offriva la sua ombra ai maquam (seicento piccoli santuari che punteggiavano l’intera Striscia) e il suo legno per le casse dei morti. Le piazze dei villaggi venivano costruite intorno a un singolo esemplare, che diventava un vero membro della famiglia, oggetto di venerazione e rispetto. Anche il leccio e la quercia (ballout, in arabo) godevano di uguale considerazione, ma è proprio il sicomoro l’albero simbolo di Gaza, protagonista di un tempo più lungo della vita individuale degli umani. Come scrive nei suoi versi il poeta Mahmoud Darwish: “Le mie braccia cresceranno lungo un albero di sicomoro / Il mio cuore getterà la sua acqua di terra su uno dei pianeti / Come potrei essere da morto dopo la mia morte? / Cosa potrei essere da morto prima della mia morte?” Eppure oggi questa pianta sacra è scomparsa, annientata dalla cementificazione e dalle bombe: un ecocidio che ha distrutto il 70% della vegetazione in Palestina.

Il volume di Paola Caridi li cita uno a uno, gli alberi che hanno reso il Medio Oriente verde e fruttifero, frondoso e rinfrescante, ma anche preda di sfruttamento economico e militare: gli aranceti di Jaffa con la pregiata varietà del frutto shamaouti, ambita dai mercati mondiali; i pini che costeggiano l’autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme, piantati dal Jewish National Fund  con una precisa strategia di appropriazione della terra e rimodulazione del paesaggio, nei cui boschi si nascondono i carrarmati; gli ulivi tra Betlemme e Ramallah, cancellati dalla costruzione di barriere murarie; i gelsi, divenuti monocultura in Libano per approvvigionare l’industria serica francese, e responsabili dell’inedia della popolazione nei primo ’900; i fichi d’India che invadono l’isola di Lifta. Gli alberi possono anche diventare simboli di resistenza al potere oppressivo: i platani nel parco di Gezi a Instanbul, in cui si radunano gli oppositori di Erdogan; il quartiere di Heliopolis al Cairo, sacrificato da al-Sisi per far posto a viadotti, ponti e autostrade… E ovunque, là dove il colonialismo botanico ha imposto le sue motivazioni e finalità economiche sulla diversità di morfologie vivaci, talvolta felicemente caotiche, offerte dalla natura.

 

«Gli Stati Generali», 14 novembre 2025

 

RECENSIONI

AAVV, POESIE DI NATALE

AAVV, POESIE DI NATALE – IGNAZIO PAPPALARDO EDITORE, ROMA 2025

L’antologia – con prefazione di Padre Enzo Fortunato – che l’editore Ignazio Pappalardo ha dedicato alle Poesie di Natale, raccoglie ventisette composizioni di autori italiani e dodici di poeti stranieri, tutti novecenteschi, di cui uno solo vivente. Il giorno della nascita di Gesù (“Quale nascita è più scandalosa e unica e rivoluzionaria di questa?”, si chiede il prefatore) segna lo spezzarsi di un ciclo eterno di ripetizioni nella natura, inaugurando una diversa direzione del tempo, aperto verso un futuro infinito e inaudito: da quel giorno l’umanità cristiana ha iniziato a misurare la sua storia.

Per celebrare tale evento di portata universale, Francesco d’ Assisi nel 1223 ha ideato il primo presepe in una grotta a Greccio: nelle parole di Bonaventura di Bagnoregio “I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose”. I poeti antologizzati nel volume qui recensito celebrano appunto la notte miracolosa in cui Dio si è fatto creatura e messaggio di salvezza per l’umanità. Lo fanno con voci e stili diversi, chi aderendo alla proposta di fede del Vangelo, chi – pur non credente – esprimendo partecipazione affettuosa e nostalgica alla festività più officiata ed evocata al mondo.

Tre le donne presenti: Ada Negri, Maria Luisa Spaziani, Cristina Campo. La prima con la descrizione di un tetro Natale di guerra (“Né campana rintocca, né parola / vibra nell’aria, né si scrolla ramo, / né passo entro la neve si sprofonda”), la seconda con la mestizia di una festa solitaria (“Natale altro non è che quest’immenso / silenzio che dilaga per le strade”), la terza malinconica nell’attesa di una presenza amata (“O tenera tempesta / notturna, volto umano!”). Tra gli italiani, tre premi Nobel (Pirandello, Quasimodo e Montale); i nomi eccelsi di Saba, Gozzano, Ungaretti, Caproni, Sereni, Luzi; due religiosi (Turoldo e Costantini), entrambi con un riferimento ai pastori accanto alla grotta; il dialettale Trilussa (“Ammalapena che s’è fatto giorno, / la prima luce è entrata nella stalla / e er Bambinello s’è guardato intorno / – Che freddo, mamma mia. Chi m’aripara? / Che freddo, mamma mia. Chi m’ariscalla?”); i delicati versi che Carlo Betocchi dedica a sé stesso la sera della Vigilia, e quelli luminosi di Leonardo Sinisgalli nel crepuscolo di Santo Stefano: “Stasera s’indovina al chiaro delle nevi / che il giorno avanza con passi di gallo. //… C’è nell’aria un indizio / di vita nuova, una speranza certa”.

I dodici poeti stranieri, con il testo originale a fronte, hanno voci più discordanti tra di loro, nei toni a volte favolosi, a volte rudi, o addirittura ironici e polemici. Se Thomas Hardy sogna che nella notte santa si inginocchino anche i buoi, Verlaine desidera ritrovare l’innocenza e l’umiltà dell’infanzia. Oscar Wilde avrebbe voluto stupirsi dinanzi a scene gloriose di un Avvento rivelatore, e si ritrova “con cuore e occhi perplessi” a contemplare angeli e colombe. I tre Magi di Yeats spiano insoddisfatti “l’impenetrabile mistero sul pavimento bestiale”, mentre quelli di Eliot si lamentano del freddo, dei villaggi sporchi, dei costi esagerati del viaggio: “questa Nascita fu / un’aspra e amara agonia per noi, come la Morte, la morte nostra”.

Brecht il comunista loda l’orgoglio materno di Maria, mentre l’ateo Jean-Paul Sartre legge sul volto di lei “uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano”. Soltanto Sartre scrive, con solidale delicatezza, di un Giuseppe che soffre senza confessarlo, e in dispare impara “ad accettare”. Ai versi conclusivi di Milosz, Merton e Lowell è affidata la consapevolezza che l’annuncio di salvezza proclamato dal Bambino non troverà sempre rispondenza nei destini dell’umanità: la neve continuerà a essere insanguinata, la luna silenziosa illuminerà il tramonto dei pianeti, il mondo sarà più crudele di Erode.

In tutti questi poeti rimane tuttavia la stessa preghiera: un mite desiderio di bontà e riscatto, nella notte che più di qualsiasi altra notte ha illuso e continua a illudere il genere umano con la promessa di una nuova alba luminosa.

 

«SoloLibri», 6 novembre 2025

 

RECENSIONI

SHIBLI

ADANIA SHIBLI, LA LINGUA RUBATA. DI LETTERATURA, PALESTINA E SILENZIO

EDIZIONI CASAGRANDE, BELLINZONA 2025.

Esistono “dettagli minori” all’interno di storie complesse che rivelano “una memoria affettiva soffocata e tuttavia non spenta”, in grado di “fare da esca al ricordo, all’espressione del lutto, al pianto, al dolore che, verbalizzato, libera e restituisce il respiro”. Così scrive Maria Nadotti nella sua intensa prefazione a La lingua rubata, di Adania Shibli. Un dettaglio minore è il titolo dell’ultimo romanzo (pubblicato da “La nave di Teseo”) di questa autrice palestinese, in cui viene narrata la cattura, lo stupro e l’uccisione da parte di soldati israeliani di una giovan nomade, sepolta poi nel silenzio del deserto del Naqab. Lo stesso silenzio che negli ultimi due anni ha soffocato le voci e le richieste di aiuto del popolo palestinese: lo stesso silenzio che ha reso mute e incapaci di reazione le democrazie occidentali. Ma Adania scrive, denuncia, e la sua testimonianza dà voce a chi non ne ha avuta in passato e non ne ha oggi, e contemporaneamente risveglia le cattive coscienze degli indifferenti, degli impotenti, dei vili: di noi spettatori di un eccidio che qualcuno si ostina a non voler chiamare genocidio.

Adania Shibli, nata in Palestina nel 1974, ha studiato comunicazione e giornalismo a Gerusalemme e oggi si dedica alla scrittura, alla ricerca accademica e all’insegnamento. Nell’ottobre del 2023 alcune istituzioni culturali tedesche, insieme ai media loro satelliti, hanno deciso di silenziarla non offrendole più gli spazi di intervento pubblico programmati alla Fiera del Libro di Francoforte, e rifiutandole la consegna di un premio già accordato. Come postilla la prefatrice de La lingua rubata (edizione Casagrande), “La fabbricazione politica e mediatica dell’invisibilità e del mutismo rende: ciò che non vediamo e non udiamo smette di esistere”. Ma quest’anno è stata restituita ad Adania voce e visibilità anche grazie a questo volume, che raccoglie un intervento di una decina di pagine da lei scritto il 2 febbraio 2024 e pubblicato sulla “Berlin Review”, e la registrazione dell’incontro avvenuto a Chiasso lo scorso maggio con Maria Nadotti (giornalista, traduttrice, saggista, consulente editoriale, documentarista), in cui le due donne conversano – con la vivacità di chi ama la vita -, di alfabeti e di numeri, di infanzia e di animali, di poesia e di traduzioni, in risposta a quanti avrebbero preferito ascoltare solo espressioni di angoscia e vendetta. Ma la descrizione dei dettagli minori è spesso “un antidoto potente tanto alla rimozione quanto all’amnesia”.

Shibli e Nadotti si erano conosciute a Ramallah nel 2003, e da allora non si sono più perse di vista. Il loro dialogo (intessuto in tre lingue diverse: italiano, arabo, inglese, attraverso la mediazione di una traduttrice) prende le mosse dalla riflessione sul ruolo della scrittura nella società contemporanea. “Io non mi vedo e non mi sono mai vista come una scrittrice. Mi vedo però nel verbo scrivere, nell’atto dello scrivere, perché non rimanda a una definizione ma a un coinvolgimento, e il coinvolgimento è essenziale”, afferma Adania, convinta che qualsiasi categorizzazione di stile e contenuti sia fuorviante. Un autore ha diritto anche di giocare con le parole, di inventare situazioni e ruoli differenti dei vari personaggi creati, investendosi di un potere trasformativo che annulla i confini del reale: “mettere in relazione immaginazione e lingua rende possibili cose che la realtà ci preclude”. E la realtà vissuta dalla scrittrice a partire dall’infanzia è stata deprivata di tutto, dei giochi come della lingua. Ricorda che in casa sua i genitori avevano imposto ai figli il silenzio come arma di difesa dalle malvagità del mondo circostante: “I miei avevano quindici anni quando è iniziata la Nakba, hanno visto con i loro occhi la distruzione della Palestina, la distruzione dei legami familiari, dei villaggi e della comunità intorno a noi – fatti di cui tuttora non conosco i dettagli. E capisco come mai siano venute loro meno le parole per raccontarli”. Anche ad Adania, da anni trasferitasi in Europa, riesce difficile parlare al proprio figlio della sofferenza del suo popolo: “Quando soffriamo davvero molto la prima cosa che perdiamo è il linguaggio… Non è poi così strano perdere di colpo il linguaggio quando ci si trova in mezzo alla devastazione”. Infatti, nel corso della conversazione con Nadotti, l’utilizzo di una metafora sostituisce la descrizione diretta dei soprusi e delle crudeltà patiti dai palestinesi: l’uovo che una femmina di piccione ha deposto sul balcone di casa viene rubato da una cornacchia. “È proprio questo che provo, che è successo alla mia lingua: mi è stata rubata come quell’uovo. Ecco, è così che mi sento quando si parla della Palestina. Non ho più la lingua. Mi è stata sottratta, me l’hanno distrutta”.

Quale lingua, poi? I palestinesi parlano un arabo vernacolare, scisso in diversi dialetti. Ma scrivono usando l’arabo classico, letterario, edificato nel corso di una tradizione millenaria: esiste quindi una scissione tra come la gente pensa e parla quotidianamente, e come invece è costretta a scrivere per comunicare all’esterno. Scissione che si amplifica con la traduzione nelle lingue straniere, difficilmente fedeli all’originale. Nei libri di Adania c’è una grande attenzione per i linguaggi diversi (matematica, geometria) e per la fisicità, per il mondo dei sensi, come se in tal modo riuscisse a superare i confini imposti dal numero delle lettere dell’alfabeto: che in arabo sono 28, in farsi 32, in urdu 39. La matematica e i numeri sono un mezzo per continuare a raccontare, quasi all’infinito, quando si fatica a farlo con la lingua. L’incapacità, l’impossibilità di parlare ha lasciato quindi il posto al dovere di scrivere, e non è un caso che in arabo, la parola per indicare la letteratura e l’etica sia la stessa: “Adab”. Raccontare la realtà, aldilà di ogni contraffazione politica e mediatica, vuol dire riconsegnarle significato e concretezza, abbattere i muri fisici e mentali che hanno imprigionato corpi e coscienze della popolazione palestinese.

 

«Gli Stati Generali», 6 novembre 2025

RECENSIONI

FERLINGHETTI

LAWRENCE FERLINGHETTI, FOTOGRAFIE DEL MONDO PERDUTO – SUR. ROMA 2025

Con testo inglese a fronte, la casa editrice SUR pubblica per la prima volta in Italia Fotografie del mondo perduto, volume d’esordio di Lawrence Ferlinghetti, uscito a San Francisco nel 1955 in contemporanea alla nascita della casa editrice di culto City Lights da lui fondata e diretta, che ebbe il merito di tenere a battesimo la Beat generation. Tre gli esordi dell’autore, come giustamente Marco Cassini afferma nella sua interessante e vivace prefazione: come poeta, editore e artista di riconosciute origini italiane. Suo padre Carlo, emigrante bresciano, era stato registrato all’ arrivo negli Stati Uniti con il cognome di Ferling, e solo dopo la pubblicazione di Pictures of the Gone World, Larry Ferling assunse la nuova (o vecchia) identità di Lawrence Ferlinghetti. Cassini ne riscostruisce la tempestosa vicenda biografica, insieme a tutto il periodo che tra il 1950 e il 1960 vide una generazione di poeti e scrittori alternativi imporsi nel panorama contro-culturale degli States.

Nato a Yonkers nel 1919 e morto ultracentenario a San Francisco nel 2021, vissuto nell’infanzia tra l’America e l’Europa, il poeta aveva partecipato al D-Day in Normandia come capitano di un cacciasommergibili della Marina Militare degli Stati Uniti. Ottenuta una laurea alla Columbia University e un dottorato in letterature comparate alla Sorbona di Parigi, scelse di stabilirsi in California perché – a suo dire –attratto dalla qualità del vino rosso locale. Giornalista, pittore, traduttore, insegnante, la sua attività letteraria successiva venne decisa in base a incontri e avvenimenti accidentali: come l’acquisto della mitica libreria nella Columbus Avenue dopo un incontro casuale con il proprietario in cerca di soci, la decisione di ampliarla per farne un punto di readings e performance underground, la volontà di inventarsi creatore ed editore di poesia alternativa, lontana dai circuiti accademici, aperta a sperimentalismi e a voci provenienti “dalla strada”.

Ecco dunque le prime firme della collana tascabile Pocket Poets Series: Kenneth Patchen, Kenneth Rexroth, William Carlos Williams, a cui si affiancarono le voci giovani e sconosciute di Allen Ginsberg, Marie Ponsot, Denise Levertov e Gregory Corso. Nel 1956 il processo per oscenità per la raccolta Howl and Other Poems di Ginsberg regalò alla piccola casa editrice una fama inaspettata.

I ventisette testi compresi in Fotografie del mondo perduto (pubblicati in un’edizione di cinquecento esemplari fatta di fogli stampati con caratteri mobili e spillati al centro, nel formato tascabile di 15,5 per 12,5 centimetri), trovarono subito una nuova importante riedizione con i tipi di New Directions, che già nel 1958 curò il lancio del secondo libro di versi di Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind, uno dei maggiori long seller di poesia del mondo, con oltre un milione di copie vendute. Le Fotografie compongono un album di istantanee che con la loro originalità di stile e contenuti hanno imposto sulla scena letteraria mondiale una voce originale e inconfondibile, capace di usare timbri molteplici, dall’elegiaco all’ironico, dal nostalgico al provocatorio, servendosi di disposizioni grafiche irregolari, di neologismi spiazzanti, e di riferimenti colti alla cultura e all’arte di tutti i tempi, dalla Bibbia a Picasso, da Dante a Yeats, da Rimbaud a Rilke. La prima composizione, molto famosa e antologizzata, giovanilmente fresca e impudica, inquadra una donna che sulla terrazza stende le lenzuola matrimoniali umide d’amore, bianche come sudari svolazzanti “verso il regno dei cieli”. La seconda è già più malinconicamente ironica, nel descrivere i difficili amori degli anziani che “hanno viaggiato sugli stessi / vecchi binari troppo a lungo”, e finiscono in una stazione-cimitero senza via d’uscita. Pazzamente visionaria e surrealista è poi la poesia che narra di un pittore molto felice di avere al posto della testa uno specchio, in cui possono riflettersi cose persone e animali concreti e mitologici, mentre cerca ovunque la sua Beatrice perduta, “ma con appena un tocco / di diabolico rossetto / proprio sulla punta / del suo stesso naso”. Quindi visioni caleidoscopiche e comicissime che radunano confusamente arabi e il Papa, pesci ipnotizzati e un Arlecchino nudo tra le bambinaie con le dita nel naso, ambasciatori e streghe, pompieri e orchestrine, Londra e Parigi.

Questi versi vogliono trasmettere significati particolari? Secondo Lawrence Ferlinghetti “Come un campo di girasoli, una poesia non andrebbe mai spiegata… Se una poesia deve essere spiegata, è un errore di comunicazione”.

 

«L’Indice dei Libri del Mese» n. XI. novembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

THOMAS

DYLAN THOMAS, CONVERSAZIONE SUL NATALE

IGNAZIO PAPPALARDO EDITORE, ROMA 2024

 

Il rosso, etilista, provocatore, dissoluto Dylan Thomas scrisse incredibilmente un delicato racconto sul Natale, che oggi esce per la prima volta in italiano nelle edizioni di Ignazio Pappalardo, con testo a fronte in inglese, illustrato da dieci acquerelli originali del pittore romano Roberto Pavoni.

Nato a Swansea, in Galles, nel 1914, Thomas morì a New York nel 1953 per una polmonite curata erroneamente con una dose eccessiva di morfina, che stroncò il suo fisico molto debilitato dall’alcol. Amato e odiato sia per l’esibita trasgressività della sua vita, sia per la labirintica e immaginosa originalità della sua poesia, in reazione all’algido intellettualismo di Eliot e al classicismo di Auden allora dominanti nel mondo anglosassone, Dylan Thomas conobbe già giovanissimo un grande successo internazionale, galvanizzando soprattutto gli entusiasmi giovanili, e fungendo da apripista alla Beat Generation. Si andò formando intorno alla sua persona in quegli anni un mito, cui contribuirono non poco la personalità rabelesiana del poeta, la vita disordinata, l’alcolismo, e la simpatia umana che ispirava.

Nelle sue lettere scriveva di sé: “Sono un gallese, sono un ubriacone, e amo il genere umano, specialmente la parte femminile”. E “Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo”. Ma anche un bambino, potremmo aggiungere, ancora immerso nell’atmosfera nostalgica del passato nel “piccolo mondo” di Swansea, con le stradine acciottolate, le campagne brinose, il vento freddo dell’oceano, e le case piene di oggetti e di parenti, immerse nelle tradizioni folkloriche e contadine, nutrite da una religione antica, più panteistica che cristiana. Impressioni che si fanno più vive e malinconiche in occasione delle feste di fine anno, quando le famiglie si riuniscono per scaldarsi intorno alla stufa e in una reciproca affettuosa vicinanza. Così ricordava il poeta: “Nevicava sempre a Natale. Dicembre, nella mia memoria, è bianco come la Lapponia, solo che non c’erano renne. Ma c’erano gatti”, postillando: “I ricordi d’infanzia non hanno ordine né fine”. I suoi racconti in prosa ricalcano le suggestioni dei versi: “Conobbi il messaggio dell’inverno, / Le frecce della grandine, la neve infantile”, “Se fossimo bambini potremmo arrampicarci, / Catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto, / E, dopo l’agile ascesa, / Cacciare la testa al disopra dei rami / Per ammirare stupiti le immancabili stelle”.

Conversazione sul Natale faceva parte di una serie di radiodrammi scritti per la BBC e indirizzati soprattutto al pubblico giovanile: l’edizione attuale ne preserva l’intendimento didattico, con la sua stampa a larghi caratteri e il testo a fronte in inglese, e con le belle illustrazioni a colori di Roberto Pavoni, che richiamano gli album scolastici delle classi elementari di anni fa.

Tenerezza, rimpianto, ambientazione fiabesca in questo dialogo intessuto tra un Ragazzino (small boy) e un Io adulto (Self) su quanto la festa natalizia sia mutata nelle diverse esperienze delle loro due differenti età (“What was Christmas like?”) Il bambino chiede, con insistita curiosità: “Years and years ago, when you were a boy…” E l’adulto risponde che le cose non sono molto cambiate, da allora: “It snowed”. La neve forse cadeva più abbondante, cresceva di notte sui tetti come il muschio, copriva il naso e le scarpe dei postini che portavano regali utili e noiosi (guanti, sciarpe, libri) e regali inutili ma divertenti (dolci, soldatini, fischietti, monetine). Poi gli zii e le zie arrivavano carichi di pacchetti e di cibo, la mamma cucinava tacchino e pudding flambé. “Nevicava”, ripete l’adulto, e il bambino gli fa eco: “Anche l’anno scorso ha nevicato: io avevo fatto un pupazzo di neve e mio fratello l’ha buttato a terra e io ho buttato a terra mio fratello e poi abbiamo preso il the”. L’adulto diventa romantico: “Guardando attraverso la finestra della mia camera da letto, fuori, nella luce della luna e nella neve volante infinita color del fumo, potevo vedere le luci nelle finestre di tutte le altre case sulla nostra collina, e sentire la musica che si innalzava da esse su verso la notte che continuava a precipitare”.

Al ragazzino il Natale del passato sembra “come un Natale qualunque… per niente diverso dal Natale di adesso”. In realtà era diverso, risponde l’adulto: perché ciascuno ha il suo Natale, quello che vive nel presente e quello che ricorda degli anni trascorsi.

La prefatrice del volume Giorgia Latini, Vicepresidente della Commissione cultura, scienza ed istruzione della Camera dei Deputati, nel sottolineare l’universalità della festa che celebra la nascita di Gesù, ne indica il mistero che la rende nuova e irripetibile anche nel suo riproporsi uguale ogni volta, “conservando la dimensione incantata dell’infanzia”: un senso di innocenza che il dissacrante Dylan Thomas ha saputo rendere nel tono fiabesco e privo di retorica di questa sua Conversazione sul Natale.

 

«Gli Stati Generali», 30 ottobre 2025

INTERVISTE

BIBLIOTECA DI AFFI

 Intervista al comitato di gestione della Biblioteca di Affi (Verona)

Con sede in un edificio che prima ospitava la stazione della città, la Biblioteca di Affi, comune di 2500 abitanti in provincia di Verona, è un ottimo esempio di quanto un’istituzione culturale possa essere il cuore pulsante di un’intera comunità. Abbiamo intervistato Silvia Recalcati, presidente del Comitato Biblioteca di Affi, e Barbara Loro, curatrice del GDL Biblioteca e membro del Comitato Biblioteca di Affi, per conoscerne meglio la storia, le attività e il rapporto fra i concittadini e la lettura.

Ormai nei comuni di quasi tutte le province italiane, le biblioteche esercitano molteplici funzioni, tra cui quella di conservare, collezionare e distribuire in lettura volumi di narrativa, saggistica e poesia non è l’unica, e forse nemmeno la principale. A questo utilizzo si affiancano infatti iniziative di diverso tipo: dai gruppi di lettura agli incontri con gli autori, dagli interventi etici di protezione del patrimonio naturale ai progetti di book sharing. Questo ruolo di coesione territoriale e sociale, di conoscenza e confronto reciproco, di dialogo tra cittadini, diffusione e partecipazione culturale, fino a qualche decennio fa era esercitato dalle parrocchie – oggi perlopiù disertate –, e prima ancora dalle sagre, dagli spacci alimentari e dalle osterie del paese. Oggi viene positivamente e fortunatamente assegnato appunto alle biblioteche locali. Tra queste, particolarmente attiva è quella di Affi, comune di 2500 abitanti in provincia di Verona, chiave di accesso alla parte centrale del lago di Garda e importante snodo autostradale in direzione del Brennero, che si è recentemente distinto per un’attenta politica di rispetto ecologico dell’ambiente circostante.

L’intervista al comitato di gestione della biblioteca

Rispondono alle domande Silvia Recalcati, presidente del Comitato Biblioteca di Affi, e Barbara Loro, curatrice del GDL Biblioteca e membro del Comitato Biblioteca di Affi.

  • Quando si è costituita la vostra Biblioteca, quanti addetti occupa (tra personale dipendente e volontari), e a che tipo di utenza si rivolge, in termini numerici, di genere e livello professionale-studentesco?

Il Comitato di Gestione della Biblioteca Comunale nasce nel 1997 e nel 1998 la biblioteca è stata aperta al pubblico in via sperimentale mettendo a disposizione degli utenti oltre 1500 volumi tra i generi principali e un computer per le ricerche. Col passare degli anni la sede della Biblioteca di Affi, situata nella sala civica di Ca’ del Ri, si è rivelata inadeguata; si è trovata una nuova sistemazione nell’edificio della vecchia stazione della ferrovia Verona – Caprino. La biblioteca, nella nuova sede della ex stazione di Affi, ha aperto al pubblico nell’autunno del 2005. Questa nuova ambientazione ha permesso la realizzazione di mostre, presentazione di libri, serate per incontri formativi e divulgativi. Sfruttando la tranquillità e la bellezza del parco circostante si è pensato all’estate teatrale proponendo, nella bella stagione, vari spettacoli all’aperto. Considerando la tranquillità del posto, la luminosità delle sale ricavate nella vecchia barchessa e la necessità per gli studenti di avere un luogo in cui studiare, sono state istituite due aule studio frequentate e autogestite da studenti universitari di Affi e anche di paesi limitrofi. Questo servizio è attivo in modo regolare dal 2016.
Per venire ulteriormente incontro alla necessità dei lettori, dal 2019 la biblioteca di Affi fa parte del Sistema Bibliotecario Provinciale di Verona che prevede la possibilità di richiedere libri, non presenti in biblioteca, alle altre biblioteche del sistema e fatti pervenire attraverso un servizio di prestito interbibliotecario. La biblioteca ha continuato ad accrescere il suo patrimonio librario arrivando ad oggi (febbraio 2023) a possedere circa 13000 libri. Nel corso del 2024 la Biblioteca di Affi ha gestito, con patrimonio proprio o proveniente dal Sistema Bibliotecario Provinciale, 4289 prestiti, ovvero 1,73 per ciascun abitante di Affi. La nostra utente più attiva è una donna che durante il 2024 ha letto ben 113 libri, ovvero un libro ogni 3,2 giorni. Il gruppo di volontari si è arricchito negli anni e si occupa di garantire il servizio di prestito dei libri e di organizzare le varie iniziative. I volontari si dividono in vari gruppi in base alle varie attività e sono più di 30 persone.

  • Dove è situata logisticamente, com’è organizzata nella struttura dell’edificio e in che modo si relaziona con la comunità e le istituzioni del territorio?

La Biblioteca ha sede in via Stazione ad Affi, nel cuore di un parco piuttosto ampio e nelle immediate vicinanze della pista ciclabile. L’edificio è stato riconvertito ed era precedentemente adibito a stazione della ferrovia Verona-Affi–Caprino. Non a caso, infatti, il parco antistante la biblioteca ospita una locomotiva in ricordo della precedente funzione della struttura. La Biblioteca si struttura su tre piani: al piano terra si trovano la Sala Vetri e la sala associazioni, al primo piano la Sala Legno e l’ufficio dei bibliotecari, al secondo piano le sale della biblioteca con al loro interno i libri catalogati.
Gestita interamente da un gruppo di volontari, la biblioteca dialoga con il Comune di Affi per la prenotazione delle sale in occasione di incontri ed eventi e per la definizione del budget destinato alle iniziative.

  • Quali attività promuovete, oltre alla consultazione dei testi in sede, per incoraggiare la lettura e far entrare l’oggetto libro nella quotidianità dei vostri frequentatori?

La biblioteca organizza e promuove iniziative culturali rivolte a un pubblico di adulti e bambini, con l’obiettivo di tenere viva la Biblioteca del piccolo paese di Affi. Tra le tante iniziative si annoverano, ad esempio: la rassegna teatrale estiva, la rassegna letteraria invernale, il gruppo di lettura per adulti, i laboratori e le letture ad alta voce per i più piccoli, l’apertura giornaliera delle aule studio, conferenze, mostre, corsi, etc.

  • Verso che tipo di letture si orienta il pubblico della vostra biblioteca? Narrativa, poesia, saggistica, fumetti, manuali di self-help o di istruzioni pratiche? Avete un servizio di autoprestiti e auto-restituzioni?

Principalmente narrativa, saggistica, ma anche fumetti e libri in lingua straniera. Apprezzate sono anche la sezione di storia locale e gli scaffali dedicati ai libri per bambini.
Indicativamente: tanta narrativa (60%), libri bambini e ragazzi (forse 30%), poi per il restante 10% saggistica scolastica / tempo libero e guide turistiche. Non è attivo il servizio di autoprestito/autorestituzione, ma è presente un box per la restituzione dei libri h24 fuori dalla biblioteca e realizzato qualche anno fa con la collaborazione di un artigiano locale.

  • Incoraggiate anche la produzione di componimenti in prima persona attraverso corsi di scrittura, o promuovete corsi di alfabetizzazione informatica, di lingue straniere, sostegno all’apprendimento da parte dei bambini, laboratori didattici?

Esempi di attività di promozione svolte nel 2025:

  • Workshop Arianna Pastorelli per la poesia;
  • Percorso sulla fiaba con Chiara Tonini e Giovanna Scardoni;
  • Letture mensili ad alta voce per bambini infanzia e primaria a cura di un gruppo di volontarie e del servizio educativo comunale.

Negli anni passati sono state realizzate, ad esempio, anche letture e un corso di spagnolo a cura di una volontaria, Jeanette Villavicencio, e un percorso di tre incontri pensato per indagare il rapporto tra corpo e letteratura tenuto da Laura Lenci – docente della Boston University.

  • C’è una particolare iniziativa che siete particolarmente fieri di avere messo in atto? Quali sono gli autori che avete invitato e hanno ottenuto più successo di pubblico?

Dal 2023 la biblioteca organizza la rassegna letteraria “Se una notte d’inverno un lettore” con l’obiettivo di presentare protagonisti e realtà legati ai mondi di editoria e letteratura. L’idea è nata con l’obiettivo di creare un’iniziativa equivalente alla rassegna teatrale estiva, manifestazione ben consolidata che si svolge già da tempo nel parco della Biblioteca di Affi. Mossi dalla convinzione che la biblioteca sia un riferimento per le comunità di Affi e dei paesi limitrofi, ci è sembrato fondamentale farne uno spazio di aggregazione, confronto e formazione anche nei mesi invernali.La rassegna pone l’accento su cosa significhi, per noi, un libro: non un banale oggetto che si acquista o si prende in prestito, quanto piuttosto il risultato di sinergie e del lavoro condiviso di tutte le figure professionali che, a vario titolo, collaborano per rendere possibile la pubblicazione. L’idea, quindi, è quella di educare lo sguardo alla complessità della filiera editoriale, offrendo una panoramica a 360 gradi e valorizzando ogni tassello che concorre alla realizzazione di un libro: non solo a chi i libri li scrive, ma anche a chi li traduce, li pubblica, ne cura la veste grafica e li promuove. La rassegna prende vita grazie ad un gruppo di volontari molto affiatato e che crede nel valore di fare rete e cultura, oltre che al sostegno degli sponsor e al patrocinio del Comune.

 

«SoloLibri», 29 ottobre 2025

 

 

error: Content is protected !!