IN CORNICE

IN CORNICE

Si può pensare così intensamente a qualcuno che non c’è – non perché sia lontano da noi in questo momento, ma perché proprio non c’è più, non esiste da nessuna parte, si è dissolto, sciolto, diventato terra, polvere, umori sparsi – al punto da costringere questo qualcuno a ritornare, diventando ancora presenza materiale, facendosi nuovamente corpo? La voce, che non esiste più, tace per sempre, voce per caso incisa su un registratore, anonima voce da consiglio d’amministrazione, che è fissata su un nastro uguale a se stessa in eterno: si può farla andare avanti indietro falsarla nei toni, e ripete continuamente le sue inflessioni, parole in fila immutabili, voce di fantasma non più viva. Che può tornare a ricomporsi, però, a tremare a urlare a dire cose carine o tremende, indipendentemente dalle sue corde vocali distrutte e sparite, ricomponendo i suoi suoni diffusi nell’aria, svolazzanti perduti nell’universo, sillabe sparse che improvvisamente si riconoscono, perché sono state emesse, sono esistite davvero, una volta: e quindi per sempre. Ci sono, chissà dove, quelle parole dette, continuano a vivere a risuonare, ripetendosi in eterno. E quei tronconi di parole, mozziconi di frasi, si riconoscono, appunto: uno rimasto nell’armadietto del bagno, l’altro infilato nel cruscotto dell’auto, l’altro ancora bloccato nella stanza d’ospedale dove è stato articolato per l’ultima volta: “Ehi, tu” si chiamano l’uno con l’altro, “appartieni anche tu alla mia voce?”  “Ehi, tu! In che occasione sei stato detto?”, “Vieni che ci stiamo radunando tutti!”.

Ed eccole, le parole di suo padre che si mettono tutte in fila, le parole che lui ha pronunciato nella sua vita si chiamano tra di loro negli abissi del cielo e dai burroni della terra dove sono andate a ficcarsi, si ammucchiano tutte insieme per ripetersi, parole numerosissime benché lui fosse poco loquace, dalla prima che probabilmente era stata “mamma” all’ultima “mi gira la testa”. Si contano quante erano, miliardi di parole. E tra queste, quelle che lui ha rivolto a Enrica – saranno state centomila? Trecentomila? Lei vorrebbe ricordarsele tutte. Le poche volte che l’ha chiamata per nome, le altre volte che l’ha rimproverata: ma anche quando si sono intenerite su di lei, incoraggiandola pudiche –, le parole per lei, diventate sue per sempre, e se ne ricorda così poche, adesso si riaggiustano e si ricompongono, magari creano nuove combinazioni, nuove frasi, eccole per lei diventate discorsi. Voce di suo padre così particolare, con un lieve accento dialettale che l’ammorbidiva, e sennò bassa, baritonale, severa. Voce di un morto che le parla, e non è un sogno, anche se non ci crede nessuno, le dice delle cose che non ha mai detto, quello che lei gli vuole far dire. Ubbidisce. La chiama per nome. Le racconta dov’è – Enrica chiede “dove sei?”. Lui risponde “qui” – , come sta, assicurandole che la vede, le conosce i pensieri, sa.

Una volta la stessa voce, una volta sola, le aveva letto una storia dietro a molte insistenze della madre, che vedeva la soggezione della figlia e ne era preoccupata: allora incoraggiava il padre a essere più affettuoso, costringendolo a fare cose che lui di sua iniziativa mai si sarebbe sognato. E questa storia era L’uccello di fuoco, che avrebbe dovuto invogliare la bambina al sonno, avrà avuto sette anni ed era distesa sul suo letto, suo padre seduto su una sedia col libro sulle ginocchia, leggeva monotono mentre lei lo guardava sbarrata. Sbadigliava, stava per addormentarsi lui, e Enrica affascinata non chiudeva gli occhi perché voleva ricordarsi quel momento per sempre. Quante parole avrà pronunciato quella sera, suo padre, parole non sue però dedicate a lei, frasi neutre in cui tuttavia avrà dovuto riconoscersi per un attimo?

Un’altra volta era successo che lui per più tempo avesse parlato della figlia, per la figlia. Era forse al liceo, gli aveva portato a casa un tema con un voto molto alto, e lui, probabilmente perché in maniera indiretta voleva rimproverare la mediocrità del fratello, l’aveva letto. A tavola, l’aveva proprio letto tutto quanto, dal titolo al giudizio della professoressa, tra gli «Ah!» e gli «Oh!» della Rosa, gli sbuffi ironici di Alberto: ma lui imperterrito leggeva, e sembrava così orgoglioso. Ed Enrica del suo orgoglio si sentiva fierissima. Come della domanda finale, ingenua, infantile: «Ma come fanno a venirti in mente tutte queste idee?».  Con ammirazione vera, aveva confessato: «Io non sarei arrivato a finire mezza pagina».

Tutte le parole di suo padre, la favola, il tema, parole sparse durante trentacinque anni della vita di Enrica, si raccolgono qui questa notte, energia diffusa intorno che si fa materia concreta, ridiventa suono, si riveste della sua voce di un tempo per tornare a lei facendosi capire. Quante cose non dette, in una vita. Quanto si poteva raccontare, quanto spiegare e invece si è preferito tacere, far finta di niente. Rimprovero che durerà sempre, il non aver saputo parlare, non aver avuto la sfrontatezza di comporre un numero telefonico, di scrivere una cartolina. Frasi non pronunciate, gesti non fatti che riempiono i giorni. Pentirsi di non aver dato, di non aver preso.

Ma questa notte è l’ultimo regalo di suo padre, le dice tutto, solo a lei perché nessuno o nessun’altra ci crederà. Le spiega perché non si è mai confidato e perché ha tenuto lontana la confidenza di lei, accontentandosi di forme esteriori, di formule e viatici svuotati. La scusa se è stata uno scrigno, incapace di aprirsi, rancorosa nel vietare agli occhi di lui anche solo uno sguardo più affettuoso, troppo fedele a un silenzio severo che è durato negli anni. E nel silenzio si fraintendevano.

Come una notte di vent’anni prima, che a un saluto veloce, congedo affrettato, superficiale, “ciao ciao” del padre, risposta a un faticoso e pieno di buona volontà “dormi bene” di lei – perché l’aveva visto stanco, e voleva dirgli, appunto, il suo bene –, lui dopo due ore che Enrica era insonne a letto aveva aperto la porta della sua stanza, affacciandosi appena, ma chiaro nella luce del corridoio, altissimo le sembrava, sacerdotale in un gesto che chissà se ripeteva tutte le sere, quasi di benedizione nell’aria, o un vergognoso segno di croce, era venuto a salutarla, a vegliare angelo custode sul sonno della figlia che temeva inquieto. E adesso torna, voce benedicente e cara che finalmente lei può ringraziare.

Dal romanzo In cornice

Ensemble Edizioni, Roma 2019