LA CALUNNIA

LA CALUNNIA

Ci alzavamo di solito verso le sette: io un po’ prima, magari, per gustarmi da solo la sigaretta con il caffè, seduto al tavolo della cucina, apparecchiato con le tovagliette all’americana. Dedicavo a me stesso, così, i primi dieci minuti della giornata, ricapitolavo gli impegni dell’ufficio, gli appuntamenti di lavoro, eventuali compiti di padre (colloqui con i professori, shopping con i ragazzi…). Bevevo il caffè con il dolcificante, tanto per mentirmi sull’attenzione che bisogna porre al proprio aspetto fisico: e invece mi sapevo e mi piacevo sempre più trasandato, poco curato nei vestiti e nelle cravatte, ingrigiti i capelli e rugosa la fronte. La pancia, poi, non più contrabbandabile con gonfiori epatici.

Spalancavo le imposte del salotto e della mia camera, con lentezza e attenzione, perché nessun tonfo disturbasse il sonno leggero e isterico della suscettibile vicina di sopra. Poi svegliavo i ragazzi, che nelle loro camere, ancora sprofondati in un sonno privo di scrupoli, dormivano atteggiati secondo i loro rispettivi caratteri: Michele, con il piumino mezzo sul letto e mezzo sul pavimento, attorcigliato tra i polpacci, la testa quasi del tutto coperta dal cuscino, e i capelli lunghi arruffati sulle spalle. Ribelle anche nel sonno, anche con il sonno dei suoi sedici anni. Francesca angelica e composta, supina, con le mani semiaperte vicine alla testa. Questa era la routine, da quasi tre anni, da quando mia moglie Natalia se ne era andata, distrutta in pochi mesi da un tumore al pancreas.

Approfittavo del lento, litigioso, ripetitivo risveglio dei miei figli (colazione in pigiama, riassetto della stanza, musica diversa dai due diversi stereo) per chiudermi in bagno e dedicarmi alle abluzioni quotidiane: e anche lì dovevo tenere a freno i miei nervi se l’acqua non scorreva nel lavandino a causa del groviglio dei capelli attorcigliati al tappo, se il tubetto del dentifricio era strozzato a metà, se lo specchio era sporco di schiuma e goccette varie.

Lo specchio: che immagine di me mi rimandava, impietosa! Che viso stanco di prima mattina, pelle opaca, labbra tirate. Ero ancora un bell’uomo? Un cinquantenne appetibile? Sorridevo strano, ricordandomi le raccomandazioni del mio vecchio dentista: «Ridi, Piero, ridi! Hai i denti belli e forti, una faccia simpatica: ridi! Fai vedere che la vita ti piace, che la gente ti piace, che sei capace di allegrie, di entusiasmi!» Ma io ridevo poco già da ragazzo, e negli ultimi tempi mi ero davvero incupito: in realtà non mi piacevo, non mi piaceva più la vita e trovavo insopportabilmente noiosa la gente.

Quella mattina, entrai nella stanza di Francesca per aprire le finestre ancora chiuse, e lasciare che un po’ della sana nebbia novembrina della nostra umida città veneta raffreddasse l’aria. I venti metri che mi dividevano dalla finestra dei signori Caporali, il velo brumoso che riempiva l’atmosfera non mi impedì di notare l’occhiata severa della moglie caporalessa, in vestaglia rosa e con una coperta in mano, il suo non saluto al mio cortese cenno di testa, la sua rapida ispezione alla camera della ragazzina dove mi trovavo. «Bah!», pensai, avrà litigato col marito e odierà tutti gli uomini; oppure la menopausa, oppure suo figlio avrà avuto da dire con Michele per il posteggio del motorino. Non me ne feci un cruccio, e velocemente mi vestii, urlando ai ragazzi di fare altrettanto, e di sbrigarsi.

Li accompagnavo a scuola, nello stesso istituto semiprivato dove andavano tutti i figlioli bene della città: rampolli di bancari, avvocati, politici, medici. Operai non ce n’erano, impiegati e insegnanti pochi. Michele frequentava con grossi insuccessi e evidente fastidio, suo e dei professori, la quinta ginnasio: sua sorella, bravina e matura, la terza media.

Parcheggiai come al solito la mia Renault in terza fila, feci un rapido ciao al ragazzo, porsi la guancia per il bacio alla bambina, seguendoli con la coda dell’occhio fino all’affollato portone d’ingresso. Mentre giravo la chiavetta per ripartire, scoprii su di me lo sguardo fisso e interrogativo dell’ingegner Berti, l’espressione stupida e ansiosa di sua moglie. Erano rappresentanti dei genitori: fosse successo qualcosa nell’ultimo consiglio di classe? Sapessero di qualche grave mancanza dei miei figli? Cercai di sorridere cordiale, accompagnando il sorriso con un cenno rassicurante della mano. Risposero imbarazzati e serissimi, scambiandosi poi un’occhiata che vagava tra il sospetto e l’incredulità. Mi sentii mortificato, pensai di chiedere bonariamente una qualche spiegazione, ma la loro Audi ripartì sgommando veloce.

Ci mettevo meno di venti minuti a raggiungere la sede dell’Inps, dove da poco più di tre mesi mi avevano promosso capo del personale. Mi ero buttato nel lavoro testa e corpo, cuore e volontà: non per ambizione, e nemmeno per fare le scarpe a qualcuno, ma perché era l’unica cosa in cui riuscivo ad annullarmi totalmente. E i risultati non si erano fatti attendere. Senza vantare alcun padrino, politico o sindacale, o altra influente amicizia, avevo inaspettatamente superato due titolatissimi candidati: alla loro invidia, ai pettegolezzi di corridoio avevo risposto volando alto. E ora godevo, ma senza esibizioni o vanterie, che rimanevano estranee al mio carattere, di un discreto stipendio, della collaborazione fedele di due competenti segretarie, di uno spazioso ufficio fornito di ogni sussidio informatico e vista su uno dei più trafficati viali cittadini.

È incredibile come avvenimenti esteriori, e fondamentalmente estranei all’anima e alla vita vera di una persona, possano apparire alla sensibilità altrui più incisivi e radicali degli sconvolgimenti drammatici che distruggono l’esistenza. Alla morte di mia moglie, avevo subito avvertito intorno a me un sentimento misto di pena e imbarazzo: ma nulla che modificasse sostanzialmente la considerazione che si aveva di me. Con la mia promozione, invece, era subentrata in chi mi avvicinava una meravigliata e accresciuta stima, una deferenza impacciata che mi irritava abbastanza. Così anche quel giorno mi aspettavo, entrando dalla porta a vetri a pianoterra, il saluto rispettoso del portiere: «Buongiorno dottore!», la cordialità timorata delle impiegate, il cenno amichevole dei colleghi. Ma sembravano tutti impegnatissimi, di fretta, presi in chissà quale vortice di scadenze e pressioni.

Salii con l’ascensore al sesto piano, chiudendomi alle spalle la porta dell’ufficio, e mi immersi nello spoglio della corrispondenza. Dopo poco si affacciò Susanna, la più giovane delle segretarie, come al solito ben truccata e in tiro, abbronzata di chissà quante sedute alla lampada, tacchi alti e tailleurino attillato. Doveva farmi firmare un ordine di servizio, e visionare altre carte. Ma mi sembrava un po’ sulle sue, meno propensa del solito allo scambio di battute. La presi vagamente in giro, alludendo con paterna benevolenza a esaltanti strapazzi notturni. Fui gelato dalla sua risposta tagliente: «Farebbe meglio a occuparsi delle sue notti, dottore», e dallo sguardo pesante che mi rivolse. La osservai uscire impettita e offesa: anch’io offeso, e turbato.

Le mie notti? Mi chiesi. Di quali notti parlava, a quali disinvolture alludeva? Ricapitolai mentalmente le mie sere ultime, delle ultime settimane, degli ultimi mesi. Ore passate davanti al computer a giocare a Free Cell o a battaglia navale, libracci gialli divorati e dimenticati in poco tempo, qualche film del palinsesto notturno alla TV: e un sonno leggero, turbato dal minimo rumore e da sogni ansiosi. Donne? Nessuna. E dove e come, poi, avrei potuto? Portarmele in casa, con la gelosia feroce dei ragazzi, che mi spiavano agitati ogni cartolina, ogni telefonata? Uscire, non uscivo. E non sapevo più corteggiare, fare complimenti, sorridere galante.

Con quanto tremore, con quale impaurito imbarazzo osservassi le dita affusolate di una commessa ai grandi magazzini, come potesse turbarmi la dolcezza di una voce femminile al telefono, lo sapeva solo il punto più buio e sensibile della mia anima, il mio corpo trepido tornato adolescente. Ricordavo la tenerezza dei primi incontri con mia moglie, la scoperta affannata e riconoscente della morbidezza del suo seno. Non riuscivo più a guardare nessuna donna senza pensare a quello che suggerivano, nascondendolo, maglioncini attillati, camicioni mimetizzanti: e ogni sguardo mi faceva sentire in colpa, ogni accenno al corpo mi offendeva come uno sputo.

L’avevano finalmente capito parenti e amici intimi, che dopo l’insistente indelicatezza dei primi tempi di vedovanza («Nessun uomo può stare senza una donna», «I tuoi figli hanno bisogno di un’altra mamma», «Devi volerti più bene” …), mi avevano lasciato in pace. Perché mi ribellavo dentro, ad ogni allusione alla mia sessualità, ad ogni intrusione pettegola nel mio privato: mio, mio, e solo mio. Mi capitava di sfiorare con le labbra il cuscino, la notte; o di accarezzare una parete, una sedia, pensando alla pelle di una donna. A chi dovevo rispondere di questo? Ai miei disinvolti colleghi, alle segretarie da discoteca che mi giravano intorno, desiderose di provocarmi, di eccitarmi? Com’erano state premurose e comprensive, negli ultimi anni, le mogli dei miei amici, nelle loro esibite attenzioni: materne, sororali, complici, insistenti come zanzare, nel proporsi vicemadri, zie putative. Alla corte assidua di una di loro avevo ceduto, una sera, rimediando una figura barbina, un tonfo assoluto, che la signora non mancava di sottolineare con un vacuo sorriso di superiorità, le poche volte che mi succedeva di incontrarla.

Quella frase cattiva di Susanna, «Pensi alle sue notti, dottore!», continuò a ronzarmi in testa, enigmatica, per tutta la mattina: ribadita nella sua inspiegabilità dall’imbarazzo timido e sfuggente con cui venni trattato anche dall’altra impiegata, più anziana e esperta, di solito molto energica e spiccia. «Antonietta», finii per chiederle, «È successo qualcosa?» «Non saprei, dottore, non saprei», continuava a negare, e intanto girava gli occhi intorno, supplicando qualsiasi divinità di tirarla fuori dall’impiccio, di fornirle un appiglio cui aggrapparsi. «Mi sembrate tutti così strani… E non solo qui in ufficio. Anche i vicini, e alla scuola dei ragazzi…» «Non saprei. La gente, a volte, ha i suoi problemi. Non so cosa dirle, davvero». Non riuscii a farle aggiungere altro.

Quel giorno, e i giorni successivi, passarono all’insegna del silenzio. Nessuna chiamata al telefono, nessuna visita a casa. Anche i ragazzi venivano evitati dai compagni. Addirittura, alla festa di compleanno di Francesca non si presentò nessuno, accampando le scuse più varie e inverosimili. La ragazzina era stranita, incredula: «Forse perché ho preso due ottimo negli ultimi compiti», cercava di convincere se stessa e noi, «Forse perché non ho suggerito all’Eliana durante l’interrogazione di scienze». Ma non credeva alle proprie giustificazioni. Mi costrinse a un colloquio con la professoressa di lettere, prima delle udienze generali, e dovetti chiedere un permesso in ufficio.

L’insegnante mi accolse gelida, ben diversamente dai precedenti incontri, in cui si era dimostrata simpaticamente solidale con me e con le mie difficoltà di genitore solo. Adesso mi scrutava negli occhi quasi volesse denudarmi l’anima, e parlava a monosillabi, severa, di un improvviso disagio di Francesca, di una sua tenace chiusura a riccio. «La ragazza è distratta, poco concentrata. Sta soffrendo». E mi guardava accusatoria. Mi sentivo sul patibolo, balbettavo che mia figlia pativa l’inspiegabile comportamento dei compagni di classe, che da qualche tempo la escludevano dalla loro compagnia, senza alcuna motivazione logica. Il commiato della professoressa fu lapidario: «Non credo che la scuola abbia responsabilità per quello che vi succede». La mano che le porsi rimase sospesa a mezz’aria, senza ricevere nessuna stretta di risposta.

In qualsiasi modo cercassi di chiarire l’argomento, di ottenere spiegazioni, ricavavo solo silenzi imbarazzati, sguardi ostili, sorrisi sprezzanti. Il comportamento dei miei conoscenti sembrava contagioso: dal nostro condominio a tutta la strada, al quartiere intero; dall’ufficio alle banche agli uffici postali. Un tam-tam misterioso e impalpabile stava facendo di me un paria, un Barbablù infrequentabile.Tentai di affrontare la questione con mio fratello, dapprima al telefono, poi di persona. E lui farfugliava, un po’ negava tutto, un po’ mi dava del visionario e dell’esaurito, un po’ sembrava a conoscenza di accuse indicibili che forse condivideva.

«Mi guardano tutti, per strada. Mi trattano male nei negozi». «Ma quando mai? I commessi ormai sono scortesi sempre, nessuno ha più la pazienza di servire. Sei tu che non sai frequentare le persone, così serio, nemmeno una battuta di spirito, un complimento. Chi ti credi di essere?» «Guarda che una cosa del genere non mi è mai successa in tutta la vita. Dev’esserci un equivoco, uno scambio di persona». «No, il fatto è che non vuoi ammettere le tue debolezze, i tuoi difetti. Pecchiamo tutti. Parlane con qualcuno che ti aiuti, uno psicologo, un confessore».

Pecchiamo tutti? Se sollecitavo un chiarimento, si rimangiava ogni parola, contraddicendosi, sbuffando, o ridacchiava allusivo, ammiccando a chissà chi, nell’aria. Poi, subito dopo, il mio gaudente fratello diventava moralista, catone severo: «I tuoi figli hanno bisogno di un padre da amare, da stimare. Un padre-esempio». Ogni parola che diceva mi squarciava veli dagli occhi e piaghe dentro; non sapevo se leggere nel suo sguardo odio, disprezzo o pena.

Cominciarono presto le telefonate anonime, prima di solo disturbo: riagganciavano al nostro «pronto?», quattro-cinque volte al giorno. Poi gli insulti, le parolacce, soffiate ansimando, o urlate con accento dialettale. Cercavo di rispondere sempre io, al posto dei ragazzi, e di fingere indifferenza, di dire bugie («Hanno sbagliato numero»); ma a volte esplodevo, rabbioso, gridando tutto il mio rancore di bersaglio incolpevole, di vittima impossibilitata a difendersi. E Francesca scoppiava a piangere, terrorizzata.

Una domenica successe qualcosa di ancora più grave. Avevamo rinunciato ad ascoltare la Messa nella nostra parrocchia, perché intorno al nostro banco si era creata una specie di cordone sanitario: nessuno ci sedeva vicino, nessuno si voltava o avvicinava a scambiare il segno di pace. Così da circa un mese frequentavamo la cappella di un convento francescano, un po’ fuori città. Era molto suggestivo, per me, immergermi in un’atmosfera che manteneva nei suoi riti qualcosa di ascetico, il fascino di un misticismo che accondiscendeva a banalizzarsi, nell’ora della Messa, per i profani che mai sarebbero riusciti, da soli, a raggiungere un tale raccoglimento. La sofferenza di quelle settimane mi aveva reso particolarmente sensibile alla Parola delle Scritture, al commento di alcune pagine del Vangelo la cui verità, in passato, avevo solo intuito, senza comprenderla fino in fondo. I ragazzi mi seguivano controvoglia in questo mio entusiasmo, che subivano soprattutto per restarmi vicini.

Quella domenica, appunto, il più giovane dei presbiteri, alto e occhialuto, che ci era stato descritto come plurilaureato e specialista di San Paolo, durante la preghiera dei fedeli scandì, con forte accento lombardo, alcune parole che mi incenerirono, perché le riconobbi senz’ombra di dubbio indirizzate alla mia persona, che non ritenevo lui dovesse conoscere. «C’è qualcuno in questa nostra comunità che ha compiuto un peccato, un peccato grave, di fronte agli uomini e a Dio: e ora vive nella colpa, nella vergogna, evitato e isolato da tutti. Paralizzato dal rimorso, incapace di risollevarsi. Preghiamo perché trovi la forza di chiedere perdono, e di tornare a guardare negli occhi il suo prossimo». Tra i cinquanta fedeli che risposero al suo invito, «Preghiamo», più di uno mi rivolse pesanti sguardi di condanna. E io, non perché fossi o mi sentissi colpevole, ma perché avvertii pesantemente che gli altri mi ritenevano tale, abbassai gli occhi, e le mani mi tremavano.

Da quella notte cominciai a non dormire, a sentirmi spiato e segnato a dito ovunque andassi. Dovetti iniziare una terapia, e chiedere un congedo per motivi di salute in ufficio. Il dottore che mi aveva in cura era assolutamente convinto di trovarsi davanti a una nevrosi grave, e addossava alla mia malattia la causa di tutto ciò che mi accadeva. Io ero molto docile nel seguire le sue indicazioni, nell’assumere con precisione tutti gli psicofarmaci che mi ordinava; recalcitravo però davanti alla sua insistenza nell’esplorarmi sentimenti consci e inconsci, nello sviscerare il mio passato dall’infanzia: come davanti a un’ingerenza indebita, a una violenza che mi si faceva all’anima. Intuivo poi confusamente che anche lui mi nascondeva qualcosa, quasi volesse difendermi da una mia reazione esasperata di fronte a una verità che avrei sentito come sconvolgente, insopportabile.
La cura durò mesi, e non risolse nulla. Vivevo intontito, intorpidito, incapace di una qualsiasi azione: incapace soprattutto di valutare nelle giuste proporzioni ciò che mi succedeva intorno, di difendermene, trovando scampo nelle poche cose che ancora contavano per me.

Lo sguardo degli altri, il loro giudizio, era diventato la cartina di tornasole di ogni mia giornata, come se io non fossi più io, come se dubitassi delle mie azioni, della mia coscienza. Il sospetto degli altri, ormai, mi faceva sospettare di me stesso. Per timore di leggere, in chi frequentavo, un qualsiasi imbarazzo, o anche solo un interrogativo, finii per non frequentare più nessuno. Per strada camminavo veloce, guardando in alto, evitando di salutare chicchessia.

In ufficio mi ero chiuso in un mutismo iroso, permaloso, sottraendomi a ogni innocente scambio di battute che esulasse dal campo lavorativo, rispondendo con durezza e disprezzo alla durezza e al disprezzo altrui. Nessuno arrivava a dirmi in faccia di quale misfatto mi fossi macchiato, di cosa concretamente mi si accusasse: e il silenzio e l’omertà di tutti diventavano più colpevoli, ai miei occhi, della responsabilità attiva di chi avesse voluto farmi del male.

Decisi di provare a difendermi con la legge, anche se combattere una guerra contro un nemico sconosciuto è più difficile che ignorare chi si conosce perfettamente. Così mi presentai alla caserma dei carabinieri più vicina, emozionato, intimidito: a denunciare cosa? Che parlavano male di me, che mi evitavano? Telefonate di disturbo, parolacce per strada? Ma in città rubavano cinque auto al giorno; droga, prostituzione, truffe, violenze venivano considerate banalità quotidiane. Mi avrebbero riso in faccia.

Così fu, circa. Venni introdotto nell’ufficio del maresciallo di servizio, un tipo tarchiato, col viso inciso dalle cicatrici di un’acne giovanile, e con un ridicolo accento meridionale risciacquato in quello veneto. Fece finta di non conoscermi, ma avevo intuito dal suo involontario sobbalzare alla mia presentazione che in realtà mi conosceva benissimo. Con molta titubanza cercai di renderlo partecipe dei miei problemi, ma mi trovai di fronte a un muro di gomma, fatto di battute e di sorrisini allusivi, a mezze frasi del tipo: «E cosa ne so io di che vita fa o ha fatto lei? Cosa mi importa delle sue abitudini sociali o sessuali? Ma si guardi allo specchio: cosa vuole che si pensi di una persona come lei? Sapesse quello che si dice in giro di me! Ma io me ne frego, me ne frego: mica mi ammalo, io, non vado dagli psicanalisti, io!»

Si può prendere a sberle un maresciallo dei carabinieri, si può mandarlo al diavolo? Avrei potuto rispondere che era più facile far ammalare una persona piuttosto che guarire una città dall’idiozia, ma chissà se avrebbe capito. Me ne andai sconvolto e incredulo, rinsaldato nei pregiudizi che per tutta la vita avevo nutrito nei confronti dell’Arma e delle divise in generale.

L’assillo di comprendere, di dare un volto e un nome alla persona o alle persone che mi stavano distruggendo la vita, mi portò nel giro di due settimane a rivolgermi prima a un detective privato, che declinò subito l’incarico, e poi a uno dei migliori avvocati della città.

Ci eravamo conosciuti da giovani, frequentavamo la stessa facoltà in una città vicina: poi le nostre strade si erano divise, ma io l’avevo seguito nei suoi successi professionali e politici, puntualmente riportati dalla stampa locale, sempre provando un’ammirazione critica e sospesa: perché, da ragazzo, non l’avevo mai considerato granché. Aveva uno studio avveniristico, tutto specchi e librerie cubiche, componibili, colorate: e quadri alla Pollock appesi nei pochi spazi liberi. Poltrone e divani in stoffa rossa, facevano pensare più all’anticamera di un dentista postmoderno che a un avvocato. Lui non assomigliava al luogo. Già robusto da giovane, ora strabordava. Calvo, con gli occhiali spessi, un vestito di velluto piuttosto stazzonato; era comunque una persona sussiegosa, ossequiosa, un po’ viscida.

Non sembrò felice di vedermi, e appena gli chiesi se era in grado di assistermi in una denuncia per diffamazione e calunnia, cominciò a parlare parlare parlare, com’era nelle sue abitudini e nei suoi doveri. Che denunce di quel genere erano inutili, facevano sprecare tempo e denaro, terminando nel 98% dei casi con un’archiviazione; che tra maldicenza, diffamazione e calunnia i confini distintivi erano sottili e quasi inafferrabili. E che comunque la cosa avrebbe avuto, da un qualsiasi processo, una risonanza senz’altro controproducente nei riguardi della mia reputazione. Che non aveva nessun bisogno di essere difesa. Che lui mi garantiva non essere stata intaccata minimamente dalle chiacchiere di una cittadina provinciale come la nostra. Che mi conosceva da sempre, e non aveva dubbi sulla mia integrità. Avevo però mai pensato a trasferirmi altrove? Non per niente, ma per la tranquillità dei miei figli, per la mia salute, per il mio futuro di professionista e di uomo.

Mi congedò più affabile di quanto fosse stato all’inizio, ma nell’accompagnarmi alla porta, nel porgermi la destra grassa, ebbe un lampo negli occhi. «Stai tranquillo. Sei una brava persona, un ottimo padre». (Forse. Chissà. Sarà vero o no. Io la mano sul fuoco non ce la metto per nessuno).

Appena fuori, mentre aspiravo a fondo per pulirmi i polmoni, con i pugni stretti nelle tasche dell’impermeabile, sentii piano piano che il fango di quello sguardo mi scivolava via, dal cuore e dai vestiti, dalla pelle e dai pensieri: mentre sarebbe continuato a crescere in chi, del male – altrui e proprio – faceva il suo nutrimento quotidiano, fino a imbastirsene le fibre dell’anima, rimanendone invischiato del tutto. Preti, poliziotti, avvocati, e le persone che proiettavano su di me la sporcizia loro: io dal fondo di quella melma che non mi apparteneva, uno spiraglio per guardare in alto, oltre i tetti delle case, l’avrei trovato.

Chiesi aiuto all’aria, che mi pulisse la mente, portandosi via con il respiro che emettevo dalle labbra socchiuse, anche il dolore.

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LEPRE ALPINA

LA LEPRE ALPINA   

Aveva scelto il momento di maggior affollamento delle piste: le undici e mezzo, con il sole che batteva sulla neve riflettendosi in bollicine azzurre e gialle oro, ai confini della montagna tagliati di netto contro il cielo tersissimo, e le sagome vivaci multicolori di ragazzi e ragazze sfreccianti dai pendii, zigzaganti dal colmo di cunette all’avvallamento del lato opposto. Si era messa la tuta più leggera, la sua bella giacca nuova di un verde brillante e i calzoni elasticizzati ormai sfruttati da diversi anni, ma ancora così comodi per affrontare gite impegnative come quella che si proponeva di fare. Lo zainetto zeppo di cibarie. Cioccolata, soprattutto, di cui era golosissima, e poi succhi di frutta, un paio di guanti di riserva, occhiali da sole, creme, la mappa dei sentieri fuori pista e dei rifugi. In fondo a tutto, il borsellino con una cifra che giudicava dignitosa. La fila allo skilift era, come al solito, caotica e vociante; bambini velocissimi col casco si insinuavano in ogni spazio lasciato vuoto tra due persone.

Davanti a lei, una specie di orso in tuta da sci nera, con cappuccio col pelo e bavero rialzato, in modo che della sua faccia si distinguevano solo le lenti scure e i baffoni folti, si spostava goffo e ammiccante, di qua e di là, quasi dovesse scusarsi con chi gli stava vicino della propria corpulenza invadente. Dall’altoparlante, dolciastre musiche natalizie a ricordare che sì, era proprio il 25 dicembre, ma non gliene importava niente a nessuno: tutti avrebbero rinunciato alla messa al pranzo in famiglia alla tombola per una discesa in più, per un’abbronzatura invidiabile. Si trovò fianco a fianco con l’omone in nero, sempre impacciato e timoroso, pronto ad afferrare l’ancora che li avrebbe trascinati in alto con la foga di un naufrago cui si getta il salvagente. La sbilanciò non poco il guizzo di lui, e si ritrovò a ondeggiare verso destra, infastidita e supponente. «Faffondo?» le chiese lui, proprio così, legando verbo e complemento oggetto, con un accento non certo di lì, piuttosto romano, o abruzzese. «Faffondo?» Lei non rispose ma alzò una gamba come a dirgli “non vedi?”, con quegli sci ai piedi cos’altro poteva fare? «Bbello» si rispose da solo. «ce vo’ coraggio, e passione». Non la smuoveva dal suo silenzio ostile, e allora prese a mugolare dietro alla musica con il carillon di Jingle Bells, battendo il tempo al punto che il filo dello skilift ballonzolava in maniera impressionante. La salita sarebbe durata quasi dieci minuti, e all’idea di sentire il suo vicino canticchiare a quel modo per l’intero percorso, le venne improvvisa l’ispirazione di tagliare per la Trosa, spingendosi fuori pista e risalendo da sola fino al bosco. Diede uno scarto improvviso di lato, mollando l’ancora al peso non più controbilanciato del compagno. Sentì una mezza imprecazione di lui, e poi un più indulgente «Bonnoel, bonnoel!», che forse la credeva francese. Alzò il braccio quasi a scusarsi, o a salutarlo, o a mandarlo a quel paese, e scivolò leggera e felice sulla neve candida, invidiata dagli sguardi delle formichine telecomandate rimaste appese allo skilift.

La neve era perfetta, né molle né dura, sfrigolava appena al contatto con i suoi sci, ma era un fruscio dolcissimo e discreto, amico all’orecchio e al pensiero innamorati del silenzio. Non era stato nemmeno necessario puntare le racchette, scendeva diagonalmente inaugurando una strada nuova, e lasciando dietro di sé due tracce sicure nella loro parallela essenzialità. I suoi sci erano come lei: stretti, lunghi, elastici e resistenti. E poi, come lei, amavano correre da soli, da soli faticare, lontani da solchi già tracciati, indipendenti e superbi. Il bosco era a quindici minuti buoni di marcia, sembrava aspettarla quieto e misterioso, volerle promettere un rifugio sobrio, di legno e foglie aghiformi e resina. «Sarà il Natale più bello della mia vita» pensò contandosi i suoi ventitré anni addosso. «Un Natale senza parole». Il silenzio era infatti la presenza più tangibile, ritmato com’era dal respiro di lei, non ancora affannoso, ma già più pesante, e dal sibilo degli sci. Un Natale con Dio, lontano dalle creature di Dio: la montagna sopra di lei incombeva immobile e consapevole della sua perfezione, distante come il cielo azzurrissimo, irraggiungibile. «Nessuno sa che sono qui», si consolava al pensiero di ciò che aveva evitato, bacioni ai parenti, regali ai nipotini piagnucolosi, e il cotechino e il panettone.

Beveva l’aria fresca a sorsi ghiotti, sentiva i suoi polmoni espandersi, macchine impeccabili, così autonome dalla sua volontà; i muscoli delle braccia e delle gambe rispondevano automaticamente a messaggi involontari della sua mente, si muovevano regolari e spediti, orgogliosi del loro esemplare funzionamento. Mancavano ormai circa trecento metri al primo gruppo di abeti. Il sole batteva forte e le tirava la pelle sugli zigomi. Si sentiva scottare la faccia, e goccioline di sudore scendere lungo la fronte. Si fermò un attimo, piantando i bastoncini nella neve e appendendosi, quasi, alle manopole: si lasciò oscillare, spingendo gli sci avanti e indietro, in una sorta di ginnastica fanciullesca e ripetitiva. Si scopriva bambina scappata dalla sorveglianza adulta; prese una manciata di neve, se la strofinò sulla faccia e se ne riempì la bocca. Poi si strappò via il berretto di lana, liberando i capelli oppressi e impigriti, scosse la testa a farseli cadere sulla fronte, e di nuovo si innevò completamente, “sono un albero di Natale”, pensando, sbattendo le palpebre sotto la frangia bagnata.

Entrò nel bosco zitto, nell’aria zitta, e a bocca chiusa e zitta riprese il passo veloce di prima, lungo una stradina tra gli abeti che aveva percorso altre volte, ma sempre in compagnia: questa volta così sola, si sentiva sorella di ogni abete, una ragazza gnomo padrona e signora dell’intera vallata. Aspettava che qualche scoiattolo si calasse dai rami a renderle omaggio, e allora anche lei si sarebbe prostrata ad adorare la natura e il suo regno. Scivolava evitando i fusti che le venivano incontro improvvisamente, muti: ogni tanto spezzava una fronda e allora la investiva cadendo una massa soffice di nevischio, sparpagliandosi poi molle e cancellando le tracce dei suoi sci, così che del passaggio di lei non rimaneva niente. Sciava da due ore e non era stanca, decise però di uscire dal fitto degli abeti, costeggiando il versante sud della montagna, in direzione del rifugio. Le fu facile orientarsi, calarsi dritta giù nella valle e lasciarsi la boscaglia più fitta alle spalle. Quando il sole le fu di nuovo addosso imperioso, avvolgendola di luce e offrendole la compagnia, ora, di un’ombra fedele, decise di concedere sollievo al suo corpo: sganciò gli sci, si sdraiò supina e crocefissa nella neve, a occhi chiusi, a pensieri spenti. Sentiva i piedi allungarsi in radici, le mani rattrappirsi in zampette, il tronco sciogliersi in acqua. Perché sono nata donna e non abete, o lepre montana, o neve? Celebrò il suo Natale con mezza stecca di cioccolata e un succo di pera, brindò al bue all’asinello e alla stalla, e si addormentò.

La slavina la colse così, silenziosa e lieve: la ricoprì soffice come schiuma, ma inarrestabile, decisa, abbondante. Sfiorò i suoi sci confitti verticali a due metri dal suo corpo disteso, che in un attimo fu cancellato, nascosto al cielo. Dal basso gli sciatori sulla pista la videro arrivare: tanta neve che franava su se stessa, imprevedibile e inarrestabile come una malattia; come una malattia muta e subdola. Non fu un rumore ad accompagnarla, piuttosto il rombo del silenzio che si amplifica, e diventa eco del nulla. Subito dopo fu il caos, uno spingersi di giovani terrorizzati fino allo spiazzo che si apre davanti all’hotel, là dove si riuniscono le piste e si radunano gli allievi della scuola di sci. Sciamavano impazziti, rincorrendosi e urlando, mescolandosi nei colori e nei gesti, «la valanga, la valanga!».

Non appena fu tornata un po’ di calma, un omone in nero dai baffi spioventi ansimò a voce grossa e implorante: «Ce sta ’na ragazza là sotto, l’ho vista co’ miei occhi, s’era fermata a riposa’…».  E a chi gli si affollava intorno ripeteva che era una ragazza alta e magra, giovane, con una giacca a vento verde, faceva fondo, era salita con lui sullo skilift e poi era uscita fuori pista e poi e poi… Come l’avesse aspettata tutto il pomeriggio, di ritorno da quella sua gita solitaria e coraggiosa, e ritrovatala che usciva dal bosco, non le avesse mai tolto gli occhi di dosso… «Annamo, annamo a cercalla…» Partirono in un primo gruppo di quattro, due guide alpine, un medico e l’omone in nero, mentre scattavano le operazioni di soccorso e si dava l’allarme in tutta la zona. Ci misero poco più di mezz’ora a raggiungere il luogo in cui la ragazza era stata vista per l’ultima volta, e iniziarono subito a scavare con le pale che si erano trascinati dietro, su una slitta. Avevano, come punto di riferimento per la ricerca del corpo, gli sci che sporgevano ancora dall’ammasso di neve fresca per circa quaranta centimetri.

L’uomo dal cappuccio di pelo non riusciva ad essere preciso, con le sue indicazioni: ripeteva che la ragazza si era distesa a qualche passo dagli sci, ma non ricordava se a destra o a sinistra, più in alto o più in basso. A coprirla, non doveva esserci che un metro di neve: era – lo ricordava bene il romano – completamente sdraiata. Infilavano sonde, a cercare una resistenza. Appena intuivano un ostacolo, prendevano a spalare con ostinazione, e rabbia.  «Non te la sarai mica sognata, questa fondista alta e magra?» «E gli sci? Che ci farebbero qui gli sci? L’ho vista bbene; scava, scava, che dev’essere qui sotto, poraccia…».

Fu la guida più giovane a urlare, dopo quasi un’ora che erano lì, che sotto il piede si era ritrovato un lembo di giacca verde, e a fare segnali, che stava arrivando il grosso dei soccorsi, coi cani, e dovevano sbrigarsi. «Fa vede’… È lei, è lei!», l’omone sempre più agitato e ansimante, al punto che il medico era stato tentato di allontanarlo da lì. Riuscirono in poco tempo ad estrarre gli scarponi, uno vicino all’altro quasi la ragazza li avesse appena sfilati dai piedi. Quindi, subito dopo, dei calzoni scuri, con le bretelle. «E che, s’era tolta la tuta?» Qualcuno ridacchiò. Il romano sosteneva che probabilmente quelli erano indumenti di ricambio rovesciatisi dallo zaino. «Si muove qualcosa, qui. È viva!» Il medico chiedeva di essere il primo lui, a tirarla fuori, schiodando una falda della giacca da una lastra di ghiaccio. «Ma dov’è?» Sembrava essere sprofondata giù nella neve, essersi sciolta in essa.

Fu un guizzo, e una lepre alpina sbucò fuori dalla giacca verde finalmente liberata dalla morsa del ghiaccio, stretta nelle mani di un soccorritore. Prese a correre leggera e spaventata, tra tanta gente, verso il bosco e l’alto della montagna, ormai in ombra. 

(1990)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MOSCA

LA MOSCA

Adesso sembra che li chiamino per nome, e quindi Guendalina Matteo Vanessa (più nessuna Maria) i bambini nelle prime elementari, o con i diminutivi addirittura: Michi, Checca. Io invece (mi è accaduto sempre, anche da grande) sobbalzavo, tremacchiavo gambe e cuore quando chioccia la suora dall’alto (curva e nera corvaccia, avvoltoia col velo) dalla cattedra in alto ai miei occhi, mi strideva il cognome allungandone le “i”, impietrandone il gi-acca.

Puntuale mi pungeva il cognome a me estraneo ma mio, come la gonna o i calzettoni me l’avevano messo addosso (nemmeno comperato), proprio naturale come la pelle ma proprio indifferente come la pelle. E perciò in esso io dovevo riconoscermi, così severo e persino plurale, come se invece che una fossimo tanti a rispondergli in quella classe. Però io a quello stridio di vocali a quella difficoltà di dittonghi dovevo alzare la testa rispondere – sì? –, dovevo arrossire avvicinarmi silenziosa: a me si riferiva quel cognome, e per primo sempre all’appello agucchiante, spilloso squarciava il silenzio.

Dunque un giorno ritmato da un battito di mani più che mai esplose istrione e fatato a cogliermi in fallo a sbattermi le ciglia a fingere una gomma una matita cui potermi aggrappare: il cognome mio. Mi chiamavano gli occhi dei bambini poco complici alcuni divertiti a tornare tra loro da chissà quali paradisi. Non ero attenta diceva la suora, spiegava a tutti che guardavo il vuoto, mi umiliava, dovendo invece – e lo capisco adesso – esserne lei umiliata.  Eppure io vergognosa tentavo da bambina di fare la pace piegavo la testa mi mentivo pentita: però non mi usciva di bocca a che cosa pensavo, già giravano gli occhi ispirati in cerca di bugie che supplissero la vera ragione; a che cosa pensavo davvero non l’avrei mai e poi mai detto. Forse – tento – pensavo al compito, ma non convincente abbastanza lei dice che guardavo nell’aria qualcosa.Forse allora cercavo una mosca.

La risata infantile fa ridere, come un fiume che scende alle spalle e davanti ridono i bambini a me accanto di lato per tutta la classe, e la suora come le si piega il labbro come (per poco ma chiaro) le trema il mento. Triste non potere abbandonarsi, per il duplice compito di educatrice e di religiosa: si tratteneva la maestra, non rideva con gli altri se pure ne aveva voglia. Anch’io sorridevo sollevata, per simpatia a quella improvvisa allegria che io stessa avevo sfrenato e del tutto involontaria inconsapevole, anch’io, mi sembrava di essere acuta e spiritosa perché – forse cercavo una mosca – era infatti una bella risposta.

Quando poi si calmarono tutti si riprese il filo del discorso interrotto di prima, tornò la suora a spiegare monotona, la bambina che ero ancora radiosa e protagonista della mattinata mi venne in mente che per niente li avevo divertiti. Che delusione se avessero saputo che sul serio cercavo una mosca, ascoltavo sospesa se per caso un ronzio si sentisse tra i banchi o di dietro le tende; io quel giorno realmente avevo appuntamento con una mosca. Come infatti avrei potuto mentire su un tale segreto, come anche però rivelarlo senza sentirmi ferita nella mia ingenuità certo poi presa in giro, schernita. Non potevo raccontare che io avevo una madre così differente dalla suora corvaccia così insomma bella che quasi innamorata ogni mattina mi spiaceva lasciarla e andare a scuola; non certo potevo dire che una promessa ci legava, me e lei che portavamo lo stesso cognome, che insieme magari ci pensavamo distratte. A me sua bambina lei assicurava che un giorno diventata mosca o farfallina o altro piccolo insetto si sarebbe introdotta nella classe a spiarmi a girarmi intorno alla penna o sul quaderno appoggiandosi, io piano le avrei detto: ciao! riconoscendola. Lei venuta a salutarmi per cogliere di me momenti che non conosceva, lei poteva da mosca non lasciarmi, seguirmi piccolissima. E io ciao o altra importantissima cosa le avrei rivelato, che mi annoiavo che mi portasse a casa.

Cercavo davvero una mosca quella mattina, davvero al mio cognome così forte urlato avevo temuto che una mosca da qualche parte nascosta avesse potuto sentire, magari dissentire.

(1977)

In  Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991, e in  Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LETTERA A UN UOMO DEL FUTURO

LETTERA A UN UOMO DEL FUTURO

L’uomo del futuro sarà una donna, sarà una ragazza, sarà una vecchia: avrà un colore biscotto, color avana, capelli neri e ricci, capelli bianchi e crespi. Si chiamerà Axa, o Niobe, o Bela; si chiamerà Maria. Avrà diciassette anni nel duemilaquarantanove, sarà la nipote di mia nipote, sessantenne nel duemilaottantatré, nonna di bambini sconosciuti.

Come camminerai spavalda e tesa, sicura della tua bellezza tranquilla, mia ragazza del futuro, figlia di mia figlia di mia figlia: come andrai incontro al tuo amore sospeso tra idea e carne, tra timore e desiderio. Con quali parole gli dirai il tuo bene, parole antichissime e nuove di lingua straniera, e come per poco ti tremerà la mano nella sua, come premerai il seno giovane sulla sua giacca. Gli dirai cose belle, lo bacerai sulla bocca come hanno fatto tutte le donne del mondo da sempre, ma voi nuovi e per sempre: unica la tua voce, che si perderà nell’aria altissima, lontana negli spazi; uniche le parole che tu sola avrai inventato con il tuo accento, con il timbro speciale di un suono che cresce.

Le ho dette anch’io le stesse parole, le mie, che rimarranno identiche e diverse: le ha dette la nonna che sarai, uguale e differente da te. Eccola seduta nel parco a leggere un libro, e inforca gli occhiali e li toglie e li rimette. Guarda i bambini intorno, i vecchi come lei; cerca nelle facce segnate le rughe dell’uomo che ha amato di più e lo pensa e lo pensa. I suoi pensieri rincorreranno i tuoi, ragazza del duemilacinquanta, faranno loro compagnia. Si intrecceranno, i pensieri di tutti, i miei passati, i tuoi vivi vivaci, quelli di chi verrà e non lo sa ancora. Godi ogni momento, Bela Niobe Axa, non essere indifferente a nulla, ragazzina dai capelli neri e ricci che avrai già visto tante cose, pensato tante cose. Controlla ogni passo che farai, che si appoggi consapevole al selciato, cosciente del cammino che compie – di qua, di là – e vola, e alzati sempre, in alto in alto; mia cara.

Dai a lui tutte le carezze che puoi perché non saranno sprecate, dagli il bene che sai e non pentirtene: ma poi torna in te, torna a te, recupera il tuo attimo, quello tuo solo tuo, segnalo della tua impronta, non lasciarlo sospeso e anonimo. Vai leggera verso casa, sali al tuo appartamento che non so immaginare, saluta chi ti è vicino e non so immaginare. Poi entra nella tua stanza a ripensarti il giorno che hai vissuto, affacciati al balcone e guarda quello che è sotto ed è di tutti.  Fallo tuo col tuo sguardo; la gente colorata, l’erba verde, le montagne bianche sullo sfondo. Parla ai gerani che innaffi, aiutali a crescere con le tue attenzioni, e poi pàssati una mano tra i capelli, prova a cantare una canzone di moda. Fai ciao con la mano a chi guarda in su, regala la tua bellezza e i tuoi pochi anni a quelli che distratti ti passano accanto, non si accorgono di te o se ne accorgono in ritardo, e gli dispiace. Perché ci sei, per fortuna, esisti, miracolo che potevi non esserci. E invece eccoti qui, ragazza; ci sei perché c’è stata tua madre, tuo nonno, una amore, una scimmia, una violenza. Ci sei e potevi non essere, sarebbe bastato un gesto, un ritardo a un appuntamento, una leggera antipatia. Invece sei la parola benedetta, sesamo che ha schiuso una possibilità: futuro mio, di chi ti ha voluto, e del mondo impassibile. Ci sei Niobe, ci sei Maria coi capelli bianchi e coi denti finti, tutti uguali e perfetti, sorriso che teme il rifiuto dell’universo. Ma spegni il video, nonna, spegni la radio che suggerisce sciocchezze per incantarti, ed esci, vai fuori a trovare la gente, parla a chi non conosci. Diranno di te che sei strana e svampita, diranno che sei matta. Ma tu continua imperterrita, mia nonna del futuro, mia antica Maria dai capelli bianchi e crespi. Racconta a chi ti siede vicino la vita che hai fatto, e come hai lottato contro la stupidità, la paura del giudizio altrui.

Parla di quella volta che ti hanno licenziato dall’ufficio perché te ne eri uscita prima, senza dare una spiegazione, senza chiedere un permesso, e al capo indignato stupefatto avevi risposto serafica: «Così, non so perché l’ho fatto, era una bella giornata, avevo voglia di camminare guardando i negozi…»; oppure di quando hai annunciato a tuo marito che eri incinta, che vi sarebbe nato un figlio, e lui ti ha risposto: «Davvero? Ma dici davvero? Davvero?», e non sapeva dire altro, non sapeva fare altro. Di’ pure che hai amato, che hai patito: non sei stata avara di sentimenti e di saluti, senza occuparti del percento di resto, di quanto ti veniva restituito. Vantati di aver imparato l’ebraico a cinquantadue anni per poter leggere l’Ecclesiaste, racconta che suoni il liuto anche adesso che le mani ti tremano: fai le scale, esercizi, solfeggi. E tutto questo non serve a niente, a nessun altro che a te. «Perché lo fai? – ti chiedono – Perché è bello», rispondi.

Loro, che rimangano nei loro uffici ordinatissimi, che ballino nelle loro discoteche abbagliate, che si vestano firmati dal niente, occupando tronfi cervelli abitati da idee altrui. Sprechino i loro sonni in conticini assurdi, dove investire dove disinvestire; si divertano a comando, tutti insieme, hop! hop! hop!, a facciano l’amore su ricetta, il giovedì e la domenica sera.

Ma tu, antica donna del futuro, matriarca santissima, salvati adesso e ancora, perché ti sei già salvata la vita con tutta la tua vita di prima; sii diversa e libera il mondo dal male, il pezzetto di mondo che conosci, esorcizzalo, guariscilo. Alzati dalla panchina dove sei seduta, metti via il libro che stavi leggendo, rassettati la gonna a pieghe, fai scivolare la mano sui capelli bianchi, che tu sia tutta a posto e bella a vedersi per chi ti passa vicino, cammina dritta guardando negli occhi la gente, antica Maria benedetta, attraversa il parco lentamente e sicura. Poi, quando sarai arrivata sul viale, alza la faccia e osserva che c’è una ragazza al balcone di un palazzo giallino. Vedi com’è color biscotto e che capelli ricci e neri ha, forse si chiama Axe o Niobe o Bela, sta annaffiando gerani rossi che scendono fitti nel verde e allegri, probabilmente canta. Falle un cenno con la mano, a quella ragazza del futuro che adesso ti guarda e ti fa ciao e sorride. È tua nipote, è tua figlia, sei tu quando avevi diciassette anni. Come sei cresciuta e invecchiata, come sei giovane ed eterna.

Salute, donne del futuro, uguali e diverse; vi siete incontrate di nuovo, per caso, per necessità; sarete un’unica cosa quando non ci sarete più, sarete il tutto, sarete il niente che verrà.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

LUI E LORO

LUI E LORO

Sapevo benissimo che a loro non piaceva che mi sedessi lì, sul muretto – in realtà poco più di un gradino – ad aspettare l’uscita degli operai. Avrebbero preferito che seguissi sorelle e cugini giù nei campi, a correre, a slittare dentro scatole di cartone per i pendii del prato. Ma dopo un po’ quel sudare e quell’urlare mi fiaccava, era del tutto sprecato, visto poi che nelle gare arrivavo quasi sempre seconda o terza, alta com’ero. Mi facevo vincere addirittura dalla sorella più piccola. Allora andavo a sedermi sul muretto, e mi cullavo dondolando la schiena appoggiata alla rete metallica, completamente arrugginita e qua e là bucata: che guai a graffiarcisi la pelle, veniva il tetano. Ogni tanto alzavo gli occhi alla finestra temendo di incontrare altri occhi accusatori – Cosa fai lì? –, ma a quell’ora le donne di casa erano in genere affaccendate intorno alla cucina, e comunque avevo giù pronta la risposta – Aspetto papà –, una specie di formula magica, capace di assolvere e di procurare benedizioni.   

Mancava poco a mezzogiorno, spiavo l’enorme orologio della portineria caricato dall’enorme portinaio Stefani. Se lui mi vedeva ed era in buona, lo sapevo capace di chiamarmi dentro a schiacciare il bottone della sirena, a mezzogiorno in punto. La sirena della cartiera si sentiva in tutto il paese: che il mio dito producesse un tale prodigio, e la gente, su mio comando, smettesse il lavoro, preparasse la tavola, mi esaltava. Perciò speravo sempre che Stefani mi chiamasse anche se poi la mia sirena usciva stentata, fioca e brevissima. Il dito mi si spaventava presto: al primo alzarsi del mugolio, all’esplodere acuto del suono, io ritiravo la mano, timorosa di aver osato troppo. «Macca, macca», mi incoraggiava Stefani, per poi, sbuffando, maccare lui. Che sirena potente, invece, sapevano fare gli altri bambini. Mio cugino la faceva durare più di un minuto, e a volte la suonava anche di nascosto, fuori orario. Mezzogiorno produceva il miracolo di animare le strade, piene di tute blu e di sparsi grembiuli neri, di donne e uomini in bicicletta, che improvvisamente uscivano dai cancelli della fabbrica, chiamandosi, ridendo. Io sedevo lì a contemplarli, e li conoscevo tutti di faccia. A qualcuno avevamo anche affibbiato un soprannome: “ondina”, l’operaio dai capelli ricci; “placido”, quello che pedalava sbadigliando; e “sorriso”, la vecchia con un dente sì e uno no. Li guardavo contenta per loro, che avessero finito il turno, ma non mi sembravano felici come noi all’uscita dalla scuola. Non si precipitavano sulle loro bici, a volte si fermavano a discutere, a volte distribuivano volantini che subito andavo a recuperare, se qualcuno li buttava per terra. Li leggevo capendoci poco, ma istintivamente sentendo che avevano ragione, con quei NO!, quei MAI! e LOTTIAMO! Mah, erano forse così seri per quei fogli che mio padre accartocciava nervoso quando glieli mostravo: lui e loro spesso non andavano d’accordo. 

Molti operai però non tornavano a casa a mangiare, rimanevano nel refettorio: erano quelli che abitavano lontano, o quelli che avevano il turno dopo pranzo. Quando era bel tempo, uscivano col pentolino, si sedevano sui gradini, sul muretto, anche sull’erba, e pranzavano lì. Io stavo immobile tra due di loro, parlavano sempre in dialetto, e non capivo. Ma guardavo quello che mangiavano, come facevano scattare la serratura dei loro tegami e ne uscivano profumi e sapori diversi, tutti mescolati con l’odore che avevano addosso, sulle mani: di ferro, di unto. Sarebbe piaciuto anche a me poter mangiare fuori, avere un pentolino così, bere dalla bottiglia. Mi sembrava godessero di più il cibo, masticando a bocca aperta come facevano.  Uno di loro, tra i più anziani, veniva a sedersi apposta vicino a me, e io lo temevo perché sapevo che inevitabilmente mi avrebbe parlato della sua bambina, confrontandola con me, con quello che sapevo e che – soprattutto – non sapevo. Mi chiedeva cosa stavamo facendo a scuola, mi interrogava sulle tabelline, concludendo sempre che la Mariarosa era più avanti. Era più alta, più robusta, coi capelli più lunghi e ondulati. Cercavo di sfuggirlo, il papà della Mariarosa, ma lui mi scovava mimetizzata tra gli operai, e mi raggiungeva ovunque. Per questo, aspettavo l’uscita di mio padre dalla fabbrica come una liberazione.      

Lui era così diverso da loro. Così elegante. Aveva la camicia bianca, una cravatta, i polsini con preziosi “gemelli”, che ahi!, se li toccavamo, noi bambine: li sapeva chiudere solo mia madre. Aveva una cartella nera, di pelle. Usava un dopobarba che lasciava un buon profumo nella stanza, anch’io me lo mettevo dietro le orecchie. Mio papà era dirigente. Quando a scuola la maestra ci aveva chiesto, a tutte, il mestiere del padre, tra tante che avevano risposto impiegato, dottore, tecnico, colonnello, io sola avevo potuto vantarmi: “dirigente”. Come dire, uno che dirige, più che direttore, insomma il più importante. Infatti tutte si erano voltate a guardarmi, forse non sapendo nemmeno cosa significasse. Così io aggiungevo che era quasi come presidente, e la rima bastava a persuaderle. Non avrei mai potuto confessare, però, che era anche liberale; dirigente e liberale, nella mia grammatica l’aggettivo veniva a lordare il sostantivo. Forse i “moti liberali” del 1821 studiati a scuola mi avevano convinta dell’equazione liberale=rivoluzionario. Ma più probabilmente era stata la lezione di catechismo in cui la suora ci aveva illustrato i pericoli derivanti dal non votare la croce, pericoli che il vero cristiano deve sfuggire. Da allora, nelle mie preghiere serali supplicavo Dio che liberale non significasse almeno comunista, che mio padre venisse illuminato da una grazia particolare. Tutto il parentado, compresa la cameriera che era un po’ innamorata di mio papà, votava PLI influenzato da lui: ma ciò non mi era di conforto, anzi aumentava il mio tormento.

Quando mio papà dirigente usciva dai cancelli della fabbrica, mi sembrava che gli operai parlassero più piano. Qualcuno a volte lo fermava, andava a discutere. Io temevo che gli urlasse contro qualcosa, ero sempre un po’ sospesa.  Lui spesso non si accorgeva nemmeno che c’ero, non mi vedeva tra tutti quegli uomini: che, come loro, lo temevo un po’, ma diversamente da loro, lo aspettavo con un tremore tutto mio, con lo sguardo più fedele e indulgente del mondo. Ma lui faceva di corsa i tre gradini che lo separavano dall’ingresso di casa, pensieroso per chissà quali preoccupazioni. Io rimanevo male, lo guardavo sparire nel buio del portone, e mai avrei osato chiamarlo, trattenuta dal doppio timore di interrompere le sue meditazioni e di attirare su di me l’attenzione severa degli operai. Aspettavo qualche minuto, che nessuno pensasse più a lui: poi mi alzavo, e con calma, con simulata indifferenza, entravo anch’io in casa, senza riuscire però a raggiungerlo per le scale. Quando invece capitava che mi vedesse con la coda dell’occhio, che pendevo da un suo gesto come un cagnetto, allora quel gesto lo faceva. Alzava un po’ il braccio sinistro e muoveva le dita per invitarmi a dargli la mano. Rimaneva fermo, gli si muovevano solo le mascelle in un suo tipico vezzo di quando aveva fretta: ma mi incoraggiava a raggiungerlo. Scattavo velocissima, volavo: infilavo la mia mano piccola nella sua così grande, e salivo voltando le spalle ai miei amici operai. Non parlavamo, non lo guardavo in faccia, tutt’al più tenevo gli occhi sui suoi polsini, sui suoi gemelli. Lui non mi chiedeva mai le tabelline, perché era dirigente e aveva molto da fare. Era elegante, era bello, sapeva stringere le mascelle, muovere le dita, impartire ordini. Ma a me si stringeva il cuore, se mi raggiungeva alle spalle il succhiare degli operai nei loro cucchiai, o qualche rutto; sentivo come una vergogna e non sapevo perché.  

(1984)   

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991

e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NONNINO NONNINO

NONNINO NONNINO

Mio padre è un uomo compito. Diversamente da me, che sono sempre un po’ arruffato, scomposto nel vestire e nel gestire, spavaldamente impetuoso nella parola, contorto nei pensieri: come tutti i timidi.

Lui no. Lui è sempre sobrio (anche se non ricercato) nell’abbigliamento, attento ad accostare con discrezione i colori: camicia e cravatta, pantaloni e calzini. È anche molto controllato nell’esprimersi, mai una bestemmia, una parolaccia. Riflessivo nei ragionamenti, gentile nel rapportarsi agli altri.

Un signore, insomma.

La cosa comica è che io insegno storia dell’arte nel liceo più glorioso della città, e lui ha sempre fatto il magazziniere in una fabbrica di calzature. Io posso vantarmi di una laurea e di un dottorato in estetica, lui ha il diploma di terza media. Io divoro libri di saggistica, sono appassionato di musica barocca, parlo correntemente inglese e tedesco. Lui è abbonato alla Settimana Enigmistica, ama i quiz televisivi e ascolta Radio Birikina.

Da quando mia moglie se ne è andata, lasciandomi le due bambine di tre e cinque anni, il mio buon papà ha generosamente deciso di trasferirsi nel nostro appartamento per aiutarmi nella cura della casa, e per occuparsi di Marta e Cecilia. Che lo adorano. Sospetto che vogliano più bene al nonno che a me.

Le mie figlie non chiedono mai della loro mamma, l’hanno cancellata da occhi bocca cuore. Con me si limitano a brevi comunicazioni di servizio, accendi spegni la luce, fa freddo fa caldo, ho fame ho sonno. Tutte le loro carezze, i baci, i gesti affettuosi sono per mio padre. “Nonnino nonnino”, lo chiamano. Cecilia, addirittura, è il suo ritratto, come se i suoi cromosomi avessero saltato una generazione. Stessi occhi azzurri, naso regolare, labbra un po’ piegate in giù, spalle strette.

Lui se ne compiace, gongola quando la osserva di nascosto e rivede sé stesso negli atteggiamenti composti e garbati di lei, per favore-permesso-grazie-scusa. Le accarezza i capelli biondi, e piano le sussurra “la mia bambina, la mia cara bambina”.

Quando torno da scuola, di pomeriggio, li vedo seduti sul divano. Complici, mano nella mano. Lui le legge un libro di fiabe, commentando le illustrazioni. Lei appoggia la sua testolina treenne al suo petto, e ascolta in silenzio, attenta. Spesso gli chiede di ripetere più volte la stessa frase, modulando la voce a seconda dei personaggi descritti. Lui obbedisce, paziente. “Nonnino nonnino”, irrompe in salotto la sorella più grande “Posso ascoltare anch’io?”. Spezza l’idillio, ma i due fidanzatini la accolgono comprensivi. Ecco edificato un allarmante triangolo, tra un maschio e due femmine rivali.

Io sono il quarto incomodo, l’escluso. Geloso? No di certo. Direi anzi, sollevato. Perché a essere sincero mi scoccerei proprio se ogni pomeriggio dovessi leggere una favola alle bimbe, dopo aver tentato di domare più classi di adolescenti, sciatti distratti arroganti.

“Nonnino nonnino”, già mi dà fastidio. “Papino papino”, non riuscirei a sopportarlo.

Loro lo sanno? Se ne accorgono? Ne soffrono? Non credo, troppo piccole, troppo occupate a succhiare ogni goccia di bene venga loro dispensata dall’avo.

Mio padre invece ha capito. Lo sa. E non gli dispiace avermi detronizzato. “Vuoi bene alle bambine?”, mi ha chiesto una sera, improvvisamente, senza preamboli. Preso di sprovvista, non ho risposto. “Volevi bene a tua moglie?”, ha continuato, implacabile pubblico ministero. “Certo”, ho risposto: deglutendo, sorpreso. dopo un’imbarazzata esitazione. Poi, sentendomi salire dentro una certa inquietudine, quasi una stizza, ho aggiunto in fretta: “Lei mi voleva bene? Loro mi vogliono bene?” Si è alzato dal divano, ha preso le parole crociate, e scandendo pacatamente “Vado a letto, buonanotte”, si è chiuso in camera.

Mio padre ha sempre avuto un modo irritante e insieme profondamente inattaccabile di farmi sentire non solo in difetto, ma anche in colpa. Già da quando ero bambino, e poi soprattutto negli anni tormentosi della prima giovinezza. Non alza la voce, non rimprovera, non condanna. Semplicemente, con ogni suo silenzioso e correttissimo atteggiamento, scava un baratro tra la mia banale mediocrità e il suo essere migliore. Probabilmente l’ho deluso dalla nascita, e lo deludo in continuazione. La cosa tragica è che non so perché. Credo di essere stato un bravo figlio, ubbidiente, studioso, educato. Mai abbastanza, forse.

La settimana scorsa, tornando dagli scrutini nel tardo pomeriggio, l’ho trovato in cucina intento a preparare un dolce di castagne, con Marta e Cecilia che eccitate e infarinate gli sfarfallavano intorno. “Stiamo impastando una torta, io e le mie bambine”, ha detto ammiccando trionfante, nonnino nonnino. “Non sono tue, le bambine”, ho avuto la temerarietà di rispondergli.

Si sono bloccati come statue bianche, loro tre. Lui mi ha rivolto uno sguardo interrogativo e disapprovante, al di sopra degli occhiali scivolati sul naso. Poi, come se niente fosse, il trio ha ripreso ad armeggiare intorno al tavolo, mentre lui intonava una canzoncina, tra le tante della sua infanzia che ha insegnato alle bimbe. “O quante belle figlie Madama Dorè”, e loro ripetevano “o quante belle figlie”, con le garrule vocette innocenti.

Mi sono ritirato nel mio studiolo, a rileggere gli appunti di un libro che da anni tento vanamente di portare a termine. Sul mecenatismo nell’arte seicentesca. Dalla cucina sentivo distintamente ogni parola del ritornello scemo, “Il re ne domanda una Madama Dorè, il re ne domanda una”. Sapevo che mi avrebbe tormentato il cervello fino a notte.

Ieri però è successa una cosa, strana, imprevedibile. Rientrando a casa, verso le cinque, mi ha accolto un’inquietante assenza di rumori. Ho chiamato, come faccio sempre, “Ceci, Marti…”. Poi, non ricevendo risposta, ho aggiunto “Papà?”.

Non c’erano. Ho passato in rassegna tutte le stanze, spaventosamente in ordine e zitte. Niente. Nessuna traccia del terzetto. Allora ho provato a cercare mio padre al cellulare, ma era spento.

Ho aspettato l’ora di cena, un po’ titubante, ma senza una vera e propria ansia. Mi sono riscaldato due sofficini e un po’ di verdura grigliata trovati nel freezer. Non mi succede mai di dover cucinare, ci pensa sempre nonnino. Ho acceso la tv per il telegiornale, e sono rimasto seduto in poltrona a guardare fino alle dieci una specie di quiz con tanti concorrenti esaltati dagli applausi di un pubblico gaudente. Dei miei tre cari nessuna traccia. Né un biglietto, né una telefonata.

Se ne erano andati.  Magari a prendere un gelato al bar del quartiere, o una pizza nella solita trattoria. Oppure al centro commerciale e poi al cinema. O avevano deciso di salire su un treno, di imbarcarsi su un aereo per una vacanza chissà dove. E se avessero invece programmato da tempo di trasferirsi altrove, in un nuovo appartamento, in una città diversa, all’estero?

Se ne erano andati. Forse per poco, forse per sempre.

Mi avvicinai alla finestra, guardai già in strada, poi in alto, nel cielo ormai buio. Le mie labbra si schiusero in maniera del tutto imprevista e involontaria. “Finalmente”, mi ascoltai sussurrare.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 12 giugno 2020

 

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA      

Parcheggio la Polo cercando di intuire alla meglio dove si trovino le strisce bianche per terra. È scuro, ormai, da più di un’ora, e l’aria brumosa della bassa confonde le poche luci dei lampioni coi fanali delle auto. Scendo dalla macchina per controllare se le ruote siano entro i limiti prescritti.

«Ciao» mi fa la voce del tunisino che ogni volta sbuca dal niente a offrirmi i suoi accendini. «Buon Natale» sorride con tutti i suoi candidissimi denti, scuote il berretto di lana rosso. «Anche a te» rispondo, e mi cerco nella tasca del cappotto le solite mille lire. «Non torni a casa per Natale?» gli chiedo, e mi sento subito cretina; chissà se festeggia il Natale in Tunisia e lui, cosa mai dovrebbe festeggiare, poi… «Dove casa? Dove casa?» ripete sorridendo. Gli faccio un cenno, che vorrebbe essere di scusa, non solo per la mia stupidità, ma per tutto. Capisce, sembra voglia suggerirmi che anch’io, forse, non sto tanto meglio di lui. Passo davanti alla cabina telefonica dove di notte va a dormire: a fianco, per terra, c’è la sua borsa e una coperta.

Attraverso il piazzale deserto, poche sono le automobili in sosta; è una sera particolare, molti malati, quelli meno gravi, sono stati dimessi. L’atrio dell’ospedale è un po’ più animato: una zingara s’è seduta proprio davanti al presepe e alla cassetta delle offerte, quasi a raddoppiare l’imbarazzo di chi volesse rendere omaggio alla Natività. Ha anche lei il suo Gesù Bambino in braccio, biondo come nei quadri delle chiese, sporco e addormentato. Una coppia giovanissima sta ritirando i soldi dal bancomat, forse per il cenone della vigilia, forse per la settimana bianca. Ridono, prendono in giro la loro ribadita ed eccessiva dimestichezza con la tastiera automatica. Vicino ai gabinetti c’è un paziente col pigiama azzurro sotto il loden, trascina la flebo appesa a un treppiede con le rotelle, e fuma la sua noia, la sua rabbia di recluso. Nel giardino che separa l’atrio dal corpo vero e proprio dell’edificio (un palazzone enorme di otto piani, cemento e vetro incombente sul selciato e sulle aiuole) hanno addobbato un pino altissimo, con bocce di vetro che si illuminano a intermittenza, e nastri colorati. Una famiglia si è raccolta lì sotto a commentarne la meraviglia: la bambina più piccola vorrebbe arrivare a sfiorare una fronda dell’albero, ma non ce la fa.

Spingo la porta a vetri e giro subito a sinistra, verso il corridoio degli ascensori. Minaccia un cartello: “Questo è un luogo di cura: è vietato fumare!”, ma i primi a non curarsene sono proprio i dottori. Uno di loro, barbuto e pallido, svolazza nel suo camice bianco davanti a me, preme il bottone della chiamata con insistenza. Ed ecco che l’ascensore arriva, si spalancano le porte di metallo sulla faccia di una malata dal sorriso ottuso. «Sempre qui, lei, eh?» l’apostrofa il dottore, burbero ma non ostile, quasi paterno. «Sempre su e giù, come alle giostre!» Mi lancia un’occhiata di intesa, e preme il bottone del settimo piano. «Al settimo, vero?» fa alla donna, che ride e accenna di sì, batte le mani e si sfrega la fronte: è ricoverata in neurologia. Lentissimo l’ascensore parte, il dottore mi chiede dove scendo. Rispondo all’ottavo, lui annuisce e tace. Se ne escono insieme, la donna si appende al braccio che lui le offre, mi fanno gli auguri e lei ride sempre, sulla faccia le rughe di una novantenne, e avrà gli anni miei.

All’ottavo piano mi sento ormai come a casa mia, conosco infermiere e pazienti, gli arredi e i cappotti dei parenti appesi all’attaccapanni. Non so chi sia di turno stasera, sono tutti gentili e competenti, sicuri della propria professionalità. Mi saluta Luisa, tocca a lei fare la notte vicino al fratello, scambieremo due chiacchiere e un cincin al tocco. Percorro il corridoio dell’isolamento, mi tolgo le scarpe e calzo gli zoccoli riposti nell’armadietto di metallo: “scarpe parenti”. Mi avvicino alla porta della camera ventuno, mi spoglio, indosso il grembiulone verde sterilizzato, la mascherina di garza che ripari naso e bocca, i guanti di lattice.

Busso, il solito segnale a mio padre. Lui esce, e compie il rituale inverso, si toglie il camicione verde, i guanti, butta via la mascherina. «Com’è andata?» gli chiedo. «Ha trentotto e sei. Dorme sempre» risponde. «Ricordati le gocce» aggiunge dopo un poco, e prima di andarsene: «Be’, auguri se non ci vediamo prima di domani». Nient’altro perché ha paura di commuoversi. Strofino le scarpe sul tappetino magnetico, entro in camera. Da quasi un mese lei non ci riconosce, ogni tanto parla, ma dice cose senza senso. È molto sudata, ha le labbra secche. Hanno detto i dottori che dovrebbe bere in continuazione, ma ha la bocca tutta ulcerata, dobbiamo infilarle la cannuccia tra i denti, sforzarla. Sul comodino, in fila, le creme da spalmarle sulle piaghe delle mani, sui piedi, l’occorrente per la toilette. Il quaderno degli appunti, con cui noi che l’assistiamo ci comunichiamo le notizie più importanti della giornata, rispecchia i nostri diversi stili e caratteri. Mio padre scrive l’essenziale, è sempre ordinato e inappuntabile. Una sorella gli assomiglia, ma ogni tanto aggiunge esortazioni e indicazioni utili a chi legge, l’altra è minuziosa e sovrabbondante, quasi che nello scrivere ogni dettaglio riuscisse a scaricare un po’ della tensione accumulata. Io scrivo caotica e discontinua, con un’emotività che traspare nel tremolio delle lettere.

Leggo, dunque, l’andamento della giornata, poi mi sdraio sul divano a fianco del suo letto, e sto lì a occhi chiusi, ad aspettare che un suo mugolio, un lamento, un movimento più o meno volontario mi ricordi che nella stanza all’ottavo piano siamo in due, a soffrire in maniera diversa. Appena sarà finita la seconda flebo, dovrò chiamare l’infermiera per il plasma. La grande busta degli alimenti, invece, dura ventiquattr’ore, e non ha bisogno di un controllo così serrato. Bussano alla porta. Si affaccia il viso rotondo dell’inserviente della cucina. «La signora non cena neanche stasera?» «No, purtroppo». «Lascio qualcosa per lei?» «Un’arancia, magari. Ho già cenato a casa, ma senza frutta». Me la porge, poi mi chiede come va. «Così…» rispondo. «Vedrà, vedrà. Giorni brutti ne hanno tutti. Poi passano. Domani è Natale, faremo i ravioli al burro». La ringrazio. Sono tutti buoni, in questo reparto. Si fa fatica a credere agli episodi che si leggono sui giornali, di malati maltrattati o addirittura seviziati, altrove.

Torno a sedermi. Per un attimo mi sollevo la mascherina dalla bocca, e mangio uno spicchio d’arancia dopo l’altro. Lei respira pesante, ha una sbavatura di sangue all’angolo del labbro destro. Vorrei che domani si svegliasse da questo lungo letargo, ritrovasse la sua voce di sempre. Vorrei rivederla bella com’era, con i suoi capelli di prima, un miracolo per Natale. Recito mentalmente tutte le preghiere che ricordo, neanche fossero una ninnananna senza fede, per tranquillizzarmi. A guardarla da dove mi trovo, sembra completamente calva, invece i capelli stanno rispuntando, appena appena, però al tatto si sentono. Le faccio una carezza sulla testa. «Chi sei? – domanda improvvisa – Sei la mamma? Sei la mia mamma?» «No – le dico – sono tua figlia». Ma subito mi attanaglia una stretta alla gola; ho paura, non voglio che veda la nonna morta tanto tempo fa. Comincio a parlarle di tante cose, di chi ha scritto, di chi ha telefonato, delle mie bambine. Non mi sente, rimane immobile e inespressiva. Controllo la sacca dell’orina, quella del sangue, quella – gialla brillante – del cibo ridotto a minerali e vitamine varie.

Fra tre ore è mezzanotte. Ieri le ragazze di turno mi avevano detto che sarebbero passate in tutte le camere con lo spumante e il panettone. In reparto hanno preparato un alberello con tutti i regali dei pazienti per il personale. E questi sono gli unici segni che è una sera diversa dalle altre. Decido di scendere nel sotterraneo a prendermi un caffè dall’automatico. Le dico: «Esco un attimo» nel caso mi sentisse. Non risponde.

Mi devo di nuovo togliere grembiule, guanti e mascherina, infilarmi le scarpe e il giaccone, poi scendo. «Chissà se ritrovo la donna di prima, in ascensore», penso. Invece mi imbatto nel medico che ha in cura mia madre. È biondo, pallido, con un ciuffo di capelli sottili che gli ricadono sulla fronte: molto timido e discreto. «Va meglio, sa? – mi dice – Gli esami del sangue sono discreti». «Non me lo dice per rincuorarmi, perché è Natale?» Sorride. «Lo dico perché è vero. Natale c’entra solo perché mi permette di tornare a casa un po’ prima, stasera». Penso che ha scelto il lavoro più brutto e più bello del mondo; glielo dico, ma lui se ne è reso conto già da tanto.

Nel sotterraneo stanno pulendo i pavimenti, alcuni infermieri si avviano al garage. Ne saluto due che a braccetto camminano veloci verso l’esterno, felici di lasciarsi alle spalle tanta malinconia. Il caffè è fortissimo, forse cattivo, ma mi scotta felicemente lingua e palato, mi dà una sensazione intensa. Salgo di nuovo all’ottavo piano, ormai l’ospedale è deserto, sono quasi le dieci.

Dalla vetrata grande del corridoio guardo in basso, le luci delle altre stanze accese. Quanta vita e quanta morte, quanto spreco di tutto. “Com’è alto il dolore”, scrive un poeta che amo. E continua: “L’amore, com’è bestia!” Dolore, amore. In ospedale non si soffre soltanto, non si muore soltanto. Nascono bambini, iniziano nuove amicizie, si torna a vivere. Mi riavvicino all’armadietto di metallo, ripeto la vestizione di sempre. Grembiule verde, guanti, mascherina, scarpe.

Fra meno di due ore farò gli auguri a mia madre. Lei forse riuscirà ad aprire gli occhi, a dirmi «Buon Natale anche a te». 

(1993)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUANDO SI FA SERA

QUANDO SI FA SERA

 

Mi sono innamorato. Mi sono innamorato per la prima volta, adesso. A cinquantadue anni. Ero lontanissimo dal pensare che potesse accadermi una cosa del genere, così violenta, così improvvisa. Mi ha squassato dentro, stravolto le giornate, ottenebrato la mente, cancellato ogni desiderio. Perché, ovvio, il mio amore non è stato ricambiato. Mai, nemmeno per un attimo.

Allora (mi chiedo), perché esistono situazioni tanto assurde, perché si deve soffrire come ho sofferto e soffro io: per niente? Lo so, c’è gente che si uccide, per amore. Che non sopporta più di vivere sapendo di non poter sperare in un sorriso, in una carezza, nemmeno nel pensiero dell’altro (dell’altra). Non arriverei mai a questo. Non ci arriverò. E non perché mi illuda di una possibile sospensione dell’angoscia, addirittura di una guarigione; solo perché sono vigliacco, ho paura del male, del momento in cui potrei sentire molto male. Precipitando dall’alto, annegando, tagliandomi le vene, impiccandomi. Credo sia doloroso. Oddio, forse con i barbiturici mi addormenterei e basta, senza penare troppo. Ma chi me lo assicura, che il mio corpo non reagirebbe con spasimi atroci, col cuore scoppiato, il cervello incenerito?

No. Aspetterò. Aspetterò di morire come fanno tutti, insieme al mio bene non corrisposto. Che mi logorerà piano piano, mi invecchierà precocemente, facendomi cadere denti e capelli, appesantire il fiato, raggrinzire la pelle. In fondo, potrò continuare a sognarla, lei; mi basterà rivederla ogni tanto, lieve e bellissima, chiara come il suo nome.

Così era, il 21 marzo dell’anno scorso, inizio di primavera, quando mi è apparsa. Accompagnata dal direttore, era entrata nel mio ufficio con la stessa freschezza di un refolo di vento leggero e pulito in una giornata stagnante. Sorrideva.

“Questa è Chiara, la nostra nuova traduttrice dal tedesco”: con tali parole ci venne presentata. La mia segretaria, a cui stavo dettando un appunto, nel guardarla aprì leggermente le labbra in un’appena percettibile esclamazione di sorpresa. Io balzai in piedi, abbassai la testa in un ridicolo e compassato inchino di presentazione, pronunciando timorosamente il mio nome grottesco, “Romolo Del Balso”. Il direttore chiosò lusinghiero, “Il nostro valido e insostituibile responsabile dell’Ufficio stampa”. Lei mi porse la mano. Era giovane, e con voce giovane, con voce allegra disse: “Molto piacere. Avremo modo di conoscerci meglio”.

Questo fu l’inizio del mio amore, e del mio tormento. La metà dei miei anni, pensai subito. Meno della metà dei miei anni. Ma l’immagine accesa del suo viso cancellò all’istante tutto il tempo lunghissimo passato prima di incontrarla.

Infatti, cosa avevo vissuto prima di quel momento? Di cosa si era riempita la mia vita, prima di quel giorno? Di niente. Di noia, di tedio ordinato, di rassegnata accettazione degli eventi.   Tutti cancellati, dopo la sua tenera stretta di mano. Tornato alla mia scrivania, mi rimaneva tra le dita l’impressione tangibile di aver toccato la gracile delicatezza di altre dita, testimonianza concreta di una verità diversa da quella che quotidianamente verificava la mia ingombrante struttura corporea.

Adesso, passato più di un anno da quel giorno, mi chiedo: “Perché non mi hai voluto, Chiara? Perché non ti sei accorta del miracolo che hai operato entrando nella stanza? O te ne sei accorta, e ti ha spaventato scoprirmi improvvisamente graziato dalla tua grazia, guarito dal nulla?”

“Che bella ragazza”, commentò imperturbabile la mia segretaria, constatando seraficamente l’incontestabile. Rimasi annuvolato per tutta la mattina, sospeso in una bolla trasparente di stupore e insolita felicità. Rimasi annuvolato anche l’intera settimana, e quella seguente, e tutto il mese, e il mese successivo.

Mi comportavo come un ginnasiale. Gironzolavo nei corridoi dell’azienda fingendo irrimandabili faccende da sbrigare, per avere il pretesto di affacciarmi in vari uffici, nella speranza di imbattermi in lei. Prendevo l’ascensore su e giù in continuazione, immaginando un guasto improvviso che ci costringesse a una prolungata intimità, chiusi insieme nella cabina. Oppure fantasticavo che scivolasse sulle scale, e io potessi soccorrerla per primo, amorevole. Qualche occasione, insomma, con cui mettermi in luce ai suoi occhi, costringendola a provare gratitudine e ammirazione per la mia coraggiosa virilità, o per il mio lodevole acume. Sapevo di partire svantaggiato, con la pinguedine, gli occhiali spessi, l’impaccio che mi frenava in ogni contatto umano. Speravo tuttavia che la fama di cui godeva la mia vasta cultura potesse in qualche modo impressionarla, o perlomeno renderla curiosa del mio esistere.

Invece, aldilà di qualche rara frase di circostanza, non mi riuscì di parlarle fino all’estate. Fino al 14 luglio, per la precisione, presa della Bastiglia. Pausa pranzo, seduto a un tavolino esterno di un caffè poco lontano dall’azienda, avevo di fronte a me un piatto di carpaccio e un’insalata. Quando vidi proiettata sulla tovaglia un’ombra improvvisa, la voce di lei mi raggiunse prima che potessi ideare una reazione decente al suo cortese chiedere “Posso?”.

Mi alzai di scatto, e il suo nome mi rimase incastrato tra lingua e gola. “Sempre solo, sempre serio…”, continuò sorridente lei, sedendosi alla mia sinistra. “Non sono sposato”, mi ascoltai rispondere, nella maniera più insensata possibile. “Non ti ho chiesto questo”, puntualizzò senza nessuna ironia. “Già, sì, vero, giusto”, mi ingarbugliai confuso. “Nemmeno io volevo dire questo. Cioè, non so perché l’ho detto”.

Da questo imbarazzato incipit prese avvio la nostra strana, e per me esaltante, abitudine di trascorre insieme l’ora del lunch quotidiano. Parlava lei, giovane bella spiritosa. Chiara. Io mi innamoravo sempre di più.

Una volta osai chiederle in che modo si parlasse di me tra i colleghi. Rispose “Dicono che sei puntuale”. “Puntuale?”, chiesi. “Puntuale. Un modo educato per dire pignolo, pesante, noioso”. Volli approfondire. “E tu, come mi vedi?”. “Beh, come loro. Puntuale, pignolo, pesante, noioso”.

Rideva, la mia radiosa ragazza del sogno: vivace, simpatica, disinvolta, decisa. Poi, con un gesto improvviso e adolescenziale, mi arruffò i capelli sempre composti. “Falli crescere un po’. E via la cravatta, ogni tanto. Ti sei accorto che è estate?”. Illudendomi fosse il mio aspetto fisico, la mia compita eleganza a tenerla lontana dall’evidente interesse che nutrivo per lei (improbabile non se ne fosse accorta…), in pochi giorni cambiai decisamente look: abbigliamento casual, occhiali con montatura azzurra, frangetta sulla fronte. Mettendomi persino a dieta. Mi interrogava su varie questioni. Politiche, culturali, anche personali. Voleva sapere perché abitassi da solo, quante relazioni avessi avuto, come vivessi la mia sessualità. Non era indiscreta, solo molto estroversa, curiosa, sincera. Io arrancavo, sotto il peso dei miei complessi e delle mie paure, senza riuscire a porle nessuna delle domande che mi premevano in testa.

Un pomeriggio, sentendomi legittimato dalla sua affettuosa complicità, provai a stringerla con un braccio attorno alla vita, mentre attraversavamo la strada. “Che fai? Se lui ci vede dalla finestra, diventa geloso”. Lui? Lui chi? Da che finestra di quale ufficio della nostra casa editrice ci poteva spiare? Prima di entrare in portineria, mi guardò ammiccante. “Ci sposiamo in settembre, non te l’ho detto?”.

No, non me l’aveva detto, che era fidanzata con il direttore, più anziano di me, più puntuale pignolo pesante noioso di me. Sembrava che la cosa fosse di dominio pubblico da mesi. “Non lo sapevo”, confessai, mentre una montagna di disperazione mi crollava addosso.

Dopo il matrimonio, dopo il viaggio di nozze, in ottobre tornò al lavoro. Luminosa e felice. La incontrai in ascensore, sola, come nella più tormentante delle mie fantasie. “Posso continuare a pensarti?”, le chiesi a voce bassa, restituito ai miei occhiali di corno, alle cravatte eleganti, alla pettinatura inamidata.

“Perché no, Rodolfo? Sei una cara persona”, sfiorandomi la guancia con un bacio filiale, e sbagliando il mio nome.

 

«Elapsus», 22 settembre 2020

SCRIVO DA UNA CASA CHE STO PER LASCIARE

SCRIVO DA UNA CASA CHE STO PER LASCIARE

Seduta al tavolo del salotto – legno scuro, disegno a scacchiera appena accennato sulla superficie – osservo la dracena dal tronco scorticato che è di nuovo arrivata, dopo l’ultima, recente potatura, a toccare il soffitto con le foglie. Altre piante, le mie piante, verdi e folte, traspirano ossigeno domestico nell’angolo della stanza, una loggetta fatta a veranda (“Erker”, la chiamano qui), luminosissima.

Scrivo da una casa che sto per lasciare.

Zypressenstrasse era stata scelta perché sfocia, da un lato, nei pressi della scuola italiana frequentata dalla nostra bambina più grande; dall’altra parte finisce, come fa supporre il suo nome, di fronte al cimitero di cui, dalle nostre finestre, si intravedono muri e cancelli: Friedhof Sihlfeld. Dire prato della pace è cosa diversa che dire camposanto. Dà l’impressione di approdo riposante, di meritata ricompensa dopo tanto faticoso arrancare. Tutto quel verde da parco privato di residenza reale, lo stagno con le anatre, i vialetti ghiaiosi, gli scoiattoli, ci avevano convinto dell’innocenza pacifica del luogo, del suo benefico offrirsi a tranquille passeggiate domenicali. Ci capitò più volte di camminare tra le cappelle di famiglia, in compagnia di qualche raro amico venuto dall’Italia; avevamo scoperto da poco, con commozione ma anche con impaurito imbarazzo, l’esistenza di una piccola figura femminile in roccia grigia, recante sul piedistallo una profetica parola in italiano: vengo… In tanti hanno scelto di riposare in questa città. Joyce, Jung, Mann i più famosi, quasi da organizzare un giro turistico per andare a trovarli.

Zypressenstrasse. Non avevamo sentito il nome della nostra strada come un’oscura minaccia. Semmai ci infastidiva che iniziasse con l’ultima lettera dell’alfabeto, la Z, così lontana dall’ariosità lucente dei nostri nomi in A. Ma per Z iniziava anche il nome della città in cui ci era capitato di vivere: Zurigo. Nome omen. Zypressen-Zurigo-Z; la fine di qualcosa, anche se per noi era stato l’inizio di tutto.

È inverno, sta per chiudersi un anno difficile. La neve ha coperto le strade quel tanto che basta a confondere le tracce, a rendere insicuri i passi, offrendo atmosfera natalizia a buon mercato. Il parco sotto casa assume contorni fiabeschi, galleggia inconsistente e irreale. Silenzioso come sempre, privo anche dei pochi bambini che durante la bella stagione lo tempestano di urla roche: ma oggi è la neve che mette la sordina a qualsiasi rumore, anche al fiato che può succedere esca dalle labbra con la consistenza di un sospiro. I passi sono come assorbiti, i gesti bloccati. Bullingerhof, si chiama questo parco. Corte severa come il signor Bullinger cui è dedicata, pastore e teologo riformista, successore di Zwingli. È molto esteso, con un prato centrale vastissimo e gli alberi centenari tutt’intorno, e montagnette artificiali, e fontane secche, e altalene immobili.

Di mattina presto (da tanto non riesco a dormire oltre le quattro), il dolore si fa sentire meno, anche il rancore sparisce. Non c’è più né bene né male, non esiste passione, di mattina presto. Mi sembra possa esserci spazio solo per lo stupore: che il tempo continui a scorrere, indifferente a noi, che abbia il coraggio di riproporsi uguale a chi non c’è più, a chi tra poco non ci sarà.

Ecco una nuova giornata, un nuovo Natale, un nuovo Capodanno. Due anni fa, ricordo, avevamo aspettato la mezzanotte del 31 mangiando pandoro (la piccola era davvero piccola, voleva ballare una danza brasiliana allora di moda), accendendo e giostrando innocui bengala. Nell’infantile desiderio di comunicare e sfogare la propria felicità, la bambina più grande aveva spalancato le finestre della sala, e si era messa a urlare: «Viele Wünsche an Alles! Schönes neues Jahr!», nel suo tedesco da italiana, a battere le mani verso le altre finestre buie, vocetta squillante nel silenzio più assoluto di una festa ignorata. Ci aveva preso, a noi genitori, un’eccitazione puerile e quasi spaventata, all’audacia di lei, e ci eravamo messi a ballare, spumeggianti, irrecuperabili al sonno altrui. Due anni fa, un secolo: ero felice senza saperlo, come accade quasi a tutti.

L’anno che verrà sarà l’anno dell’addio. Sto per lasciare Zurigo, città che ho amato più di ogni altra. Si amano i posti che ci assomigliano. E Zurigo è una città che si sorveglia, come me, ha paura di abbandonarsi: che qualcuno le dica che le vuole bene, magari che è bella. È capace solo di una malinconia accorata, senza ribellione. Sembra rassegnata a convivere col suo lago grigio, calmo e profondo, sepolcro di chissà quali segreti. Ha due fiumi, strade in salita, campanili in coppia e tram bianchi e azzurri, rumorosi, sferraglianti. Numerati dal 2 al 15: manca il numero 1, quasi ad evitare la responsabilità di un avvio.

Abbandonare una città significa abituare i propri pensieri a orientarsi con una nuova bussola, cambiare punti di riferimento. Ci vediamo alla stazione… Ti raccomando, puntuale di fronte alla Posta! Quale stazione, ora, quale posta? Vuole dire muoversi circondati da un’aria diversa, cercare altri sfondi, scenari sconosciuti per i propri gesti. Che forse rimarranno uguali, ma cambieranno proprio perché situati altrove. Zypressenstrasse certo non patirà la mia assenza, non mi ricorderà. Ma quali altri occhi la vedranno esattamente come l’ho vista io, chi le rivolgerà i miei omaggi di pensiero? Forse le mancherò senza che lei lo sappia. Da questa stanza, un’altra donna, un altro uomo, guarderanno appena fatto giorno i primi tram fermarsi sotto le finestre, raccogliere i pochi passeggeri, ripartire indifferenti. Ma non saranno me.

Sto per lasciare questo appartamento. Regalerò le mie piante, la mia dracena. Darò via quasi tutti i mobili, la camera da letto dove abbiamo concepito Silvia, il divanetto rosso complice di chilometriche telefonate, le librerie che ho montato da sola. Porterò via questo tavolo, il pianoforte, tre quadri. Come quando se ne va una persona a cui si è voluto molto bene, allora bisogna decidersi a buttare le sue cose, a eliminare i suoi vestiti. Aprire il comò delle scarpe, infilare in un sacco per la Croce Rossa gli zoccoli, i mocassini, gli stivaletti comodi per l’inverno. Poi è il turno del cassetto della biancheria, e quindi via tutto nel bidone dell’immondizia, calzini celesti e bordò, camicie a righe, canottiere vecchiotte. Poi le giacche, i maglioni, meno due o tre che si piegano e conservano in una valigia, insieme con l’ultimo pigiama indossato, con le cravatte più amate.

Le assenze cambiano le case, cambiano la vita. È giusto decidere di andarsene, anche se così si allontanano persino le ombre, che qui continuavano a muoversi, a girare, a esistere. Quanto silenzio, dopo. Quanto far finta di niente, telefono che non squilla più, amici spariti. E cattiveria improvvisa, chissà da quanto covata, che scoppia come un bubbone: sorrisi pronti a ferire, parole pronte a marchiare.

Meglio la neve, il gelo, non esserci. Mi vesto veloce, guanti, sciarpa. Il confine tra notte e giorno rimane incerto, non è più buio fitto, ma il chiarore stenta ancora a imporsi. Scendo perché la strada sia mia, la neve conservi memoria del mio passaggio.

Vorrei lasciare tracce, segnali di me che sparirò. Come sul foglio le rime: una qua, una là, a intrecciare ricami, echi incerti del già detto.

(1992)

 

In Fine Dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere (e-book) 2016