Ci alzavamo di solito verso le sette: io un po’ prima, magari, per gustarmi da solo la sigaretta con il caffè, seduto al tavolo della cucina, apparecchiato con le tovagliette all’americana. Dedicavo a me stesso, così, i primi dieci minuti della giornata, ricapitolavo gli impegni dell’ufficio, gli appuntamenti di lavoro, eventuali compiti di padre (colloqui con i professori, shopping con i ragazzi…). Bevevo il caffè con il dolcificante, tanto per mentirmi sull’attenzione che bisogna porre al proprio aspetto fisico: e invece mi sapevo e mi piacevo sempre più trasandato, poco curato nei vestiti e nelle cravatte, ingrigiti i capelli e rugosa la fronte. La pancia, poi, non più contrabbandabile con gonfiori epatici.

Spalancavo le imposte del salotto e della mia camera, con lentezza e attenzione, perché nessun tonfo disturbasse il sonno leggero e isterico della suscettibile vicina di sopra. Poi svegliavo i ragazzi, che nelle loro camere, ancora sprofondati in un sonno privo di scrupoli, dormivano atteggiati secondo i loro rispettivi caratteri: Michele, con il piumino mezzo sul letto e mezzo sul pavimento, attorcigliato tra i polpacci, la testa quasi del tutto coperta dal cuscino, e i capelli lunghi arruffati sulle spalle. Ribelle anche nel sonno, anche con il sonno dei suoi sedici anni. Francesca angelica e composta, supina, con le mani semiaperte vicine alla testa. Questa era la routine, da quasi tre anni, da quando mia moglie Natalia se ne era andata, distrutta in pochi mesi da un tumore al pancreas.

Approfittavo del lento, litigioso, ripetitivo risveglio dei miei figli (colazione in pigiama, riassetto della stanza, musica diversa dai due diversi stereo) per chiudermi in bagno e dedicarmi alle abluzioni quotidiane: e anche lì dovevo tenere a freno i miei nervi se l’acqua non scorreva nel lavandino a causa del groviglio dei capelli attorcigliati al tappo, se il tubetto del dentifricio era strozzato a metà, se lo specchio era sporco di schiuma e goccette varie.

Lo specchio: che immagine di me mi rimandava, impietosa! Che viso stanco di prima mattina, pelle opaca, labbra tirate. Ero ancora un bell’uomo? Un cinquantenne appetibile? Sorridevo strano, ricordandomi le raccomandazioni del mio vecchio dentista: «Ridi, Piero, ridi! Hai i denti belli e forti, una faccia simpatica: ridi! Fai vedere che la vita ti piace, che la gente ti piace, che sei capace di allegrie, di entusiasmi!» Ma io ridevo poco già da ragazzo, e negli ultimi tempi mi ero davvero incupito: in realtà non mi piacevo, non mi piaceva più la vita e trovavo insopportabilmente noiosa la gente.

Quella mattina, entrai nella stanza di Francesca per aprire le finestre ancora chiuse, e lasciare che un po’ della sana nebbia novembrina della nostra umida città veneta raffreddasse l’aria. I venti metri che mi dividevano dalla finestra dei signori Caporali, il velo brumoso che riempiva l’atmosfera non mi impedì di notare l’occhiata severa della moglie caporalessa, in vestaglia rosa e con una coperta in mano, il suo non saluto al mio cortese cenno di testa, la sua rapida ispezione alla camera della ragazzina dove mi trovavo. «Bah!», pensai, avrà litigato col marito e odierà tutti gli uomini; oppure la menopausa, oppure suo figlio avrà avuto da dire con Michele per il posteggio del motorino. Non me ne feci un cruccio, e velocemente mi vestii, urlando ai ragazzi di fare altrettanto, e di sbrigarsi.

Li accompagnavo a scuola, nello stesso istituto semiprivato dove andavano tutti i figlioli bene della città: rampolli di bancari, avvocati, politici, medici. Operai non ce n’erano, impiegati e insegnanti pochi. Michele frequentava con grossi insuccessi e evidente fastidio, suo e dei professori, la quinta ginnasio: sua sorella, bravina e matura, la terza media.

Parcheggiai come al solito la mia Renault in terza fila, feci un rapido ciao al ragazzo, porsi la guancia per il bacio alla bambina, seguendoli con la coda dell’occhio fino all’affollato portone d’ingresso. Mentre giravo la chiavetta per ripartire, scoprii su di me lo sguardo fisso e interrogativo dell’ingegner Berti, l’espressione stupida e ansiosa di sua moglie. Erano rappresentanti dei genitori: fosse successo qualcosa nell’ultimo consiglio di classe? Sapessero di qualche grave mancanza dei miei figli? Cercai di sorridere cordiale, accompagnando il sorriso con un cenno rassicurante della mano. Risposero imbarazzati e serissimi, scambiandosi poi un’occhiata che vagava tra il sospetto e l’incredulità. Mi sentii mortificato, pensai di chiedere bonariamente una qualche spiegazione, ma la loro Audi ripartì sgommando veloce.

Ci mettevo meno di venti minuti a raggiungere la sede dell’Inps, dove da poco più di tre mesi mi avevano promosso capo del personale. Mi ero buttato nel lavoro testa e corpo, cuore e volontà: non per ambizione, e nemmeno per fare le scarpe a qualcuno, ma perché era l’unica cosa in cui riuscivo ad annullarmi totalmente. E i risultati non si erano fatti attendere. Senza vantare alcun padrino, politico o sindacale, o altra influente amicizia, avevo inaspettatamente superato due titolatissimi candidati: alla loro invidia, ai pettegolezzi di corridoio avevo risposto volando alto. E ora godevo, ma senza esibizioni o vanterie, che rimanevano estranee al mio carattere, di un discreto stipendio, della collaborazione fedele di due competenti segretarie, di uno spazioso ufficio fornito di ogni sussidio informatico e vista su uno dei più trafficati viali cittadini.

È incredibile come avvenimenti esteriori, e fondamentalmente estranei all’anima e alla vita vera di una persona, possano apparire alla sensibilità altrui più incisivi e radicali degli sconvolgimenti drammatici che distruggono l’esistenza. Alla morte di mia moglie, avevo subito avvertito intorno a me un sentimento misto di pena e imbarazzo: ma nulla che modificasse sostanzialmente la considerazione che si aveva di me. Con la mia promozione, invece, era subentrata in chi mi avvicinava una meravigliata e accresciuta stima, una deferenza impacciata che mi irritava abbastanza. Così anche quel giorno mi aspettavo, entrando dalla porta a vetri a pianoterra, il saluto rispettoso del portiere: «Buongiorno dottore!», la cordialità timorata delle impiegate, il cenno amichevole dei colleghi. Ma sembravano tutti impegnatissimi, di fretta, presi in chissà quale vortice di scadenze e pressioni.

Salii con l’ascensore al sesto piano, chiudendomi alle spalle la porta dell’ufficio, e mi immersi nello spoglio della corrispondenza. Dopo poco si affacciò Susanna, la più giovane delle segretarie, come al solito ben truccata e in tiro, abbronzata di chissà quante sedute alla lampada, tacchi alti e tailleurino attillato. Doveva farmi firmare un ordine di servizio, e visionare altre carte. Ma mi sembrava un po’ sulle sue, meno propensa del solito allo scambio di battute. La presi vagamente in giro, alludendo con paterna benevolenza a esaltanti strapazzi notturni. Fui gelato dalla sua risposta tagliente: «Farebbe meglio a occuparsi delle sue notti, dottore», e dallo sguardo pesante che mi rivolse. La osservai uscire impettita e offesa: anch’io offeso, e turbato.

Le mie notti? Mi chiesi. Di quali notti parlava, a quali disinvolture alludeva? Ricapitolai mentalmente le mie sere ultime, delle ultime settimane, degli ultimi mesi. Ore passate davanti al computer a giocare a Free Cell o a battaglia navale, libracci gialli divorati e dimenticati in poco tempo, qualche film del palinsesto notturno alla TV: e un sonno leggero, turbato dal minimo rumore e da sogni ansiosi. Donne? Nessuna. E dove e come, poi, avrei potuto? Portarmele in casa, con la gelosia feroce dei ragazzi, che mi spiavano agitati ogni cartolina, ogni telefonata? Uscire, non uscivo. E non sapevo più corteggiare, fare complimenti, sorridere galante.

Con quanto tremore, con quale impaurito imbarazzo osservassi le dita affusolate di una commessa ai grandi magazzini, come potesse turbarmi la dolcezza di una voce femminile al telefono, lo sapeva solo il punto più buio e sensibile della mia anima, il mio corpo trepido tornato adolescente. Ricordavo la tenerezza dei primi incontri con mia moglie, la scoperta affannata e riconoscente della morbidezza del suo seno. Non riuscivo più a guardare nessuna donna senza pensare a quello che suggerivano, nascondendolo, maglioncini attillati, camicioni mimetizzanti: e ogni sguardo mi faceva sentire in colpa, ogni accenno al corpo mi offendeva come uno sputo.

L’avevano finalmente capito parenti e amici intimi, che dopo l’insistente indelicatezza dei primi tempi di vedovanza («Nessun uomo può stare senza una donna», «I tuoi figli hanno bisogno di un’altra mamma», «Devi volerti più bene” …), mi avevano lasciato in pace. Perché mi ribellavo dentro, ad ogni allusione alla mia sessualità, ad ogni intrusione pettegola nel mio privato: mio, mio, e solo mio. Mi capitava di sfiorare con le labbra il cuscino, la notte; o di accarezzare una parete, una sedia, pensando alla pelle di una donna. A chi dovevo rispondere di questo? Ai miei disinvolti colleghi, alle segretarie da discoteca che mi giravano intorno, desiderose di provocarmi, di eccitarmi? Com’erano state premurose e comprensive, negli ultimi anni, le mogli dei miei amici, nelle loro esibite attenzioni: materne, sororali, complici, insistenti come zanzare, nel proporsi vicemadri, zie putative. Alla corte assidua di una di loro avevo ceduto, una sera, rimediando una figura barbina, un tonfo assoluto, che la signora non mancava di sottolineare con un vacuo sorriso di superiorità, le poche volte che mi succedeva di incontrarla.

Quella frase cattiva di Susanna, «Pensi alle sue notti, dottore!», continuò a ronzarmi in testa, enigmatica, per tutta la mattina: ribadita nella sua inspiegabilità dall’imbarazzo timido e sfuggente con cui venni trattato anche dall’altra impiegata, più anziana e esperta, di solito molto energica e spiccia. «Antonietta», finii per chiederle, «È successo qualcosa?» «Non saprei, dottore, non saprei», continuava a negare, e intanto girava gli occhi intorno, supplicando qualsiasi divinità di tirarla fuori dall’impiccio, di fornirle un appiglio cui aggrapparsi. «Mi sembrate tutti così strani… E non solo qui in ufficio. Anche i vicini, e alla scuola dei ragazzi…» «Non saprei. La gente, a volte, ha i suoi problemi. Non so cosa dirle, davvero». Non riuscii a farle aggiungere altro.

Quel giorno, e i giorni successivi, passarono all’insegna del silenzio. Nessuna chiamata al telefono, nessuna visita a casa. Anche i ragazzi venivano evitati dai compagni. Addirittura, alla festa di compleanno di Francesca non si presentò nessuno, accampando le scuse più varie e inverosimili. La ragazzina era stranita, incredula: «Forse perché ho preso due ottimo negli ultimi compiti», cercava di convincere se stessa e noi, «Forse perché non ho suggerito all’Eliana durante l’interrogazione di scienze». Ma non credeva alle proprie giustificazioni. Mi costrinse a un colloquio con la professoressa di lettere, prima delle udienze generali, e dovetti chiedere un permesso in ufficio.

L’insegnante mi accolse gelida, ben diversamente dai precedenti incontri, in cui si era dimostrata simpaticamente solidale con me e con le mie difficoltà di genitore solo. Adesso mi scrutava negli occhi quasi volesse denudarmi l’anima, e parlava a monosillabi, severa, di un improvviso disagio di Francesca, di una sua tenace chiusura a riccio. «La ragazza è distratta, poco concentrata. Sta soffrendo». E mi guardava accusatoria. Mi sentivo sul patibolo, balbettavo che mia figlia pativa l’inspiegabile comportamento dei compagni di classe, che da qualche tempo la escludevano dalla loro compagnia, senza alcuna motivazione logica. Il commiato della professoressa fu lapidario: «Non credo che la scuola abbia responsabilità per quello che vi succede». La mano che le porsi rimase sospesa a mezz’aria, senza ricevere nessuna stretta di risposta.

In qualsiasi modo cercassi di chiarire l’argomento, di ottenere spiegazioni, ricavavo solo silenzi imbarazzati, sguardi ostili, sorrisi sprezzanti. Il comportamento dei miei conoscenti sembrava contagioso: dal nostro condominio a tutta la strada, al quartiere intero; dall’ufficio alle banche agli uffici postali. Un tam-tam misterioso e impalpabile stava facendo di me un paria, un Barbablù infrequentabile.Tentai di affrontare la questione con mio fratello, dapprima al telefono, poi di persona. E lui farfugliava, un po’ negava tutto, un po’ mi dava del visionario e dell’esaurito, un po’ sembrava a conoscenza di accuse indicibili che forse condivideva.

«Mi guardano tutti, per strada. Mi trattano male nei negozi». «Ma quando mai? I commessi ormai sono scortesi sempre, nessuno ha più la pazienza di servire. Sei tu che non sai frequentare le persone, così serio, nemmeno una battuta di spirito, un complimento. Chi ti credi di essere?» «Guarda che una cosa del genere non mi è mai successa in tutta la vita. Dev’esserci un equivoco, uno scambio di persona». «No, il fatto è che non vuoi ammettere le tue debolezze, i tuoi difetti. Pecchiamo tutti. Parlane con qualcuno che ti aiuti, uno psicologo, un confessore».

Pecchiamo tutti? Se sollecitavo un chiarimento, si rimangiava ogni parola, contraddicendosi, sbuffando, o ridacchiava allusivo, ammiccando a chissà chi, nell’aria. Poi, subito dopo, il mio gaudente fratello diventava moralista, catone severo: «I tuoi figli hanno bisogno di un padre da amare, da stimare. Un padre-esempio». Ogni parola che diceva mi squarciava veli dagli occhi e piaghe dentro; non sapevo se leggere nel suo sguardo odio, disprezzo o pena.

Cominciarono presto le telefonate anonime, prima di solo disturbo: riagganciavano al nostro «pronto?», quattro-cinque volte al giorno. Poi gli insulti, le parolacce, soffiate ansimando, o urlate con accento dialettale. Cercavo di rispondere sempre io, al posto dei ragazzi, e di fingere indifferenza, di dire bugie («Hanno sbagliato numero»); ma a volte esplodevo, rabbioso, gridando tutto il mio rancore di bersaglio incolpevole, di vittima impossibilitata a difendersi. E Francesca scoppiava a piangere, terrorizzata.

Una domenica successe qualcosa di ancora più grave. Avevamo rinunciato ad ascoltare la Messa nella nostra parrocchia, perché intorno al nostro banco si era creata una specie di cordone sanitario: nessuno ci sedeva vicino, nessuno si voltava o avvicinava a scambiare il segno di pace. Così da circa un mese frequentavamo la cappella di un convento francescano, un po’ fuori città. Era molto suggestivo, per me, immergermi in un’atmosfera che manteneva nei suoi riti qualcosa di ascetico, il fascino di un misticismo che accondiscendeva a banalizzarsi, nell’ora della Messa, per i profani che mai sarebbero riusciti, da soli, a raggiungere un tale raccoglimento. La sofferenza di quelle settimane mi aveva reso particolarmente sensibile alla Parola delle Scritture, al commento di alcune pagine del Vangelo la cui verità, in passato, avevo solo intuito, senza comprenderla fino in fondo. I ragazzi mi seguivano controvoglia in questo mio entusiasmo, che subivano soprattutto per restarmi vicini.

Quella domenica, appunto, il più giovane dei presbiteri, alto e occhialuto, che ci era stato descritto come plurilaureato e specialista di San Paolo, durante la preghiera dei fedeli scandì, con forte accento lombardo, alcune parole che mi incenerirono, perché le riconobbi senz’ombra di dubbio indirizzate alla mia persona, che non ritenevo lui dovesse conoscere. «C’è qualcuno in questa nostra comunità che ha compiuto un peccato, un peccato grave, di fronte agli uomini e a Dio: e ora vive nella colpa, nella vergogna, evitato e isolato da tutti. Paralizzato dal rimorso, incapace di risollevarsi. Preghiamo perché trovi la forza di chiedere perdono, e di tornare a guardare negli occhi il suo prossimo». Tra i cinquanta fedeli che risposero al suo invito, «Preghiamo», più di uno mi rivolse pesanti sguardi di condanna. E io, non perché fossi o mi sentissi colpevole, ma perché avvertii pesantemente che gli altri mi ritenevano tale, abbassai gli occhi, e le mani mi tremavano.

Da quella notte cominciai a non dormire, a sentirmi spiato e segnato a dito ovunque andassi. Dovetti iniziare una terapia, e chiedere un congedo per motivi di salute in ufficio. Il dottore che mi aveva in cura era assolutamente convinto di trovarsi davanti a una nevrosi grave, e addossava alla mia malattia la causa di tutto ciò che mi accadeva. Io ero molto docile nel seguire le sue indicazioni, nell’assumere con precisione tutti gli psicofarmaci che mi ordinava; recalcitravo però davanti alla sua insistenza nell’esplorarmi sentimenti consci e inconsci, nello sviscerare il mio passato dall’infanzia: come davanti a un’ingerenza indebita, a una violenza che mi si faceva all’anima. Intuivo poi confusamente che anche lui mi nascondeva qualcosa, quasi volesse difendermi da una mia reazione esasperata di fronte a una verità che avrei sentito come sconvolgente, insopportabile.
La cura durò mesi, e non risolse nulla. Vivevo intontito, intorpidito, incapace di una qualsiasi azione: incapace soprattutto di valutare nelle giuste proporzioni ciò che mi succedeva intorno, di difendermene, trovando scampo nelle poche cose che ancora contavano per me.

Lo sguardo degli altri, il loro giudizio, era diventato la cartina di tornasole di ogni mia giornata, come se io non fossi più io, come se dubitassi delle mie azioni, della mia coscienza. Il sospetto degli altri, ormai, mi faceva sospettare di me stesso. Per timore di leggere, in chi frequentavo, un qualsiasi imbarazzo, o anche solo un interrogativo, finii per non frequentare più nessuno. Per strada camminavo veloce, guardando in alto, evitando di salutare chicchessia.

In ufficio mi ero chiuso in un mutismo iroso, permaloso, sottraendomi a ogni innocente scambio di battute che esulasse dal campo lavorativo, rispondendo con durezza e disprezzo alla durezza e al disprezzo altrui. Nessuno arrivava a dirmi in faccia di quale misfatto mi fossi macchiato, di cosa concretamente mi si accusasse: e il silenzio e l’omertà di tutti diventavano più colpevoli, ai miei occhi, della responsabilità attiva di chi avesse voluto farmi del male.

Decisi di provare a difendermi con la legge, anche se combattere una guerra contro un nemico sconosciuto è più difficile che ignorare chi si conosce perfettamente. Così mi presentai alla caserma dei carabinieri più vicina, emozionato, intimidito: a denunciare cosa? Che parlavano male di me, che mi evitavano? Telefonate di disturbo, parolacce per strada? Ma in città rubavano cinque auto al giorno; droga, prostituzione, truffe, violenze venivano considerate banalità quotidiane. Mi avrebbero riso in faccia.

Così fu, circa. Venni introdotto nell’ufficio del maresciallo di servizio, un tipo tarchiato, col viso inciso dalle cicatrici di un’acne giovanile, e con un ridicolo accento meridionale risciacquato in quello veneto. Fece finta di non conoscermi, ma avevo intuito dal suo involontario sobbalzare alla mia presentazione che in realtà mi conosceva benissimo. Con molta titubanza cercai di renderlo partecipe dei miei problemi, ma mi trovai di fronte a un muro di gomma, fatto di battute e di sorrisini allusivi, a mezze frasi del tipo: «E cosa ne so io di che vita fa o ha fatto lei? Cosa mi importa delle sue abitudini sociali o sessuali? Ma si guardi allo specchio: cosa vuole che si pensi di una persona come lei? Sapesse quello che si dice in giro di me! Ma io me ne frego, me ne frego: mica mi ammalo, io, non vado dagli psicanalisti, io!»

Si può prendere a sberle un maresciallo dei carabinieri, si può mandarlo al diavolo? Avrei potuto rispondere che era più facile far ammalare una persona piuttosto che guarire una città dall’idiozia, ma chissà se avrebbe capito. Me ne andai sconvolto e incredulo, rinsaldato nei pregiudizi che per tutta la vita avevo nutrito nei confronti dell’Arma e delle divise in generale.

L’assillo di comprendere, di dare un volto e un nome alla persona o alle persone che mi stavano distruggendo la vita, mi portò nel giro di due settimane a rivolgermi prima a un detective privato, che declinò subito l’incarico, e poi a uno dei migliori avvocati della città.

Ci eravamo conosciuti da giovani, frequentavamo la stessa facoltà in una città vicina: poi le nostre strade si erano divise, ma io l’avevo seguito nei suoi successi professionali e politici, puntualmente riportati dalla stampa locale, sempre provando un’ammirazione critica e sospesa: perché, da ragazzo, non l’avevo mai considerato granché. Aveva uno studio avveniristico, tutto specchi e librerie cubiche, componibili, colorate: e quadri alla Pollock appesi nei pochi spazi liberi. Poltrone e divani in stoffa rossa, facevano pensare più all’anticamera di un dentista postmoderno che a un avvocato. Lui non assomigliava al luogo. Già robusto da giovane, ora strabordava. Calvo, con gli occhiali spessi, un vestito di velluto piuttosto stazzonato; era comunque una persona sussiegosa, ossequiosa, un po’ viscida.

Non sembrò felice di vedermi, e appena gli chiesi se era in grado di assistermi in una denuncia per diffamazione e calunnia, cominciò a parlare parlare parlare, com’era nelle sue abitudini e nei suoi doveri. Che denunce di quel genere erano inutili, facevano sprecare tempo e denaro, terminando nel 98% dei casi con un’archiviazione; che tra maldicenza, diffamazione e calunnia i confini distintivi erano sottili e quasi inafferrabili. E che comunque la cosa avrebbe avuto, da un qualsiasi processo, una risonanza senz’altro controproducente nei riguardi della mia reputazione. Che non aveva nessun bisogno di essere difesa. Che lui mi garantiva non essere stata intaccata minimamente dalle chiacchiere di una cittadina provinciale come la nostra. Che mi conosceva da sempre, e non aveva dubbi sulla mia integrità. Avevo però mai pensato a trasferirmi altrove? Non per niente, ma per la tranquillità dei miei figli, per la mia salute, per il mio futuro di professionista e di uomo.

Mi congedò più affabile di quanto fosse stato all’inizio, ma nell’accompagnarmi alla porta, nel porgermi la destra grassa, ebbe un lampo negli occhi. «Stai tranquillo. Sei una brava persona, un ottimo padre». (Forse. Chissà. Sarà vero o no. Io la mano sul fuoco non ce la metto per nessuno).

Appena fuori, mentre aspiravo a fondo per pulirmi i polmoni, con i pugni stretti nelle tasche dell’impermeabile, sentii piano piano che il fango di quello sguardo mi scivolava via, dal cuore e dai vestiti, dalla pelle e dai pensieri: mentre sarebbe continuato a crescere in chi, del male – altrui e proprio – faceva il suo nutrimento quotidiano, fino a imbastirsene le fibre dell’anima, rimanendone invischiato del tutto. Preti, poliziotti, avvocati, e le persone che proiettavano su di me la sporcizia loro: io dal fondo di quella melma che non mi apparteneva, uno spiraglio per guardare in alto, oltre i tetti delle case, l’avrei trovato.

Chiesi aiuto all’aria, che mi pulisse la mente, portandosi via con il respiro che emettevo dalle labbra socchiuse, anche il dolore.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018