CLASSICHE

CLASSICHE (1976-1980)

 

Penelope

 

Non per lui,

lontano e indifferente

a quanto altro non fosse la sua casa

(i muri, intendo, suppellettili

come il letto – a lui obbedienti)

che sapevo

impaziente di un caldo viziato;

il mio corpo è ormai vecchio, gli occhi

ormai duri.

Ma io,

io per la tela stessa lavoravo.

Lei sola, in tutta Itaca,

aspettava la mia mano.

 

***

 

Antigone

 

Vedi che ho – per pietà – le mani sporche

‒ di pietà – insabbiate, le unghie nere, Creonte sire

severo, duro vate, suocero altero. Vedo

le tue bianche pasciute che sanno

proibire, sanno ammazzare (regali mani):

ma io non tremo. E voi vedete

(voi che tradite) (voi che sapete più di tutto tradire)

che io non tremo e che non temo.

Vili di tanto incapaci, di poco. Di un gesto

timorosi – di un cenno.

Giustizia

invocata da troppi, da lontano implorata da troppi;

e nessuno si muove. Ah, giustizia.

Io qui sola.

Sanno tutti cos’era da fare,

fanno finta di niente.

 

**

 

Ifigenia

 

Quello è mio padre. Quello alto

laggiù che parla al vento.

È lui il mio re: il più forte

del campo, il più giusto. Mi vanto

del suo nome, del suo cenno

imperioso mi compiaccio se

di fronte a invitati mi chiama

‒ che ci vedano

uguali

nel sorriso severo nell’agile caviglia.

Sono la figlia bella

colei in cui egli si specchia.

Proprio oggi in mio onore (giù

al porto) è la festa a cui prima

di tutte mi ha ordinato

di giungere: a me darà

il braccio nell’aprire le danze.

Per me farà accendere fuochi

farà alzare le vele alle navi.

**

Alcesti

 

Hanno detto dedizione.

Vivere

di uno che non può

più vivere: perciò morire. Con lui

o per lui è lo stesso, se si deve.

 

Ma non è stato questo.

Sapevo il patto: non era la mia aria,

non lo respiravo. Godevo una quiete maritale

con fastidi, non bramavo l’assoluto.

 

È che l’ho visto spaventato tanto

da sorriderne. Sempre un poco tremava

alle mie doglie, scappava al dolore

altrui: ma in quei giorni era terreo, bambino

piangeva aggrappato ai lenzuoli.

Mi misi a letto come a fare un altro

figlio;

lo feci nascere, cieco e avido.

 

**

 

Medea

 

Di loro mi pesa lo sguardo.

Lo taglio (lo sguardo) lo tolgo dal cuore,

pensiero di niente che ho voglia

di amare, di niente, di acqua.

Ho voglia di brucio, di fare pulito lo sporco.

 

Di loro mi pesano i gesti e il modo

che hanno di non parlare

di capire

di tradire.

Bambini

che poco somigliano ai giochi.

che poco somigliano a loro stessi.

 

(Se fossero miei.

Se fossero miei).

 

Decido che grande è l’amore

che uccide se stesso e grande è la carne

che uccide la sua carne. Non ho

pentimenti e troppo poco soffro.

 

Di me sono stati piccola parte

e per poco, cattivi: mi hanno presto lasciata.

Ma miei più di sempre

se sempre bambini saranno.

Se solo con l’aria li dovrò dividere.

 

Non voglio vedere l’amore

e intorno non lo sopporto.

Viva chi vuole. Chi sa.

 

La mia mano i miei piedi

sanno solo una strada

né la testa conosce dove tornare indietro.

 

Miei: più di tutto vi penso

e nessuno capisce.

Ma più miei dei miei stessi capelli

dei miei occhi. E più miei

del dolore.

 

**

 

Le vergini di Mileto

 

Furia di morte le prese a Mileto, furia

d’amore: di amare pure,

di non versare sangue (di non aprire

ai colpi il loro ventre).

Oh, loro che da sole

sapevano toccarsi, sole si amavano,

davano baci al vento – a quindici anni –

oh loro sole amavano se stesse

e le sorelle, amavano le mani delicate

e i turbamenti dolci: per questo che era amore

e non pazzia, piccole streghe della verginità,

per questo si impedirono il respiro

a quindici anni (una ogni notte

alto un laccio di morte appendeva) finché

turpi arrivarono i padri

i fratelli maggiori i creditori amanti

a pretendere ancora il pedaggio di sangue,

a trascinarle nude per le strade

di Mileto, e esigere rispetto

per le abitudini quotidiane.

 

 

In Rosa rosse rosa, Bertani, Verona 1986