GEMMA DONATI

GEMMA DONATI

I

Mi dicono di lui che è un buon partito,
ma così serio sempre che un po’ temo
la mia vita futura, e il marito
che sarà. A notte veglio a lungo, e tremo.

Però di giorno, nel sentir cantare
per le strade sull’aria di Casella
quella ballata sua che invita a amare,
allora mi consola la mia stella.

Un altro ci sarebbe che mi piace,
ma il mio pensiero non è mai costante.
So ciò che devo per avere pace,

e non farò quello che fanno tante.
Per questo il cuore si rassegna e tace;
gliel’ordino. Il mio promesso è Dante.

 

II

L’ho visto oggi, in allegra brigata,
per la via che il sestriere divide.
Non mi ha guardato, finché sono entrata
in chiesa: poi li ho sentiti ridere.

Si potrebbe pensare si vergogni
di portare così stampato in faccia
che non vuole privarsi dei suoi sogni.
Forse crede che questo mi dispiaccia.

Pare abbia scelto per le rime un nome
e se ne serva come di uno stemma:
nome di donna che riluce come

la stella diana; ed è uno stratagemma
facile da rimar per chi compone.
Lui scrive Beatrice e pensa Gemma.

 

III

Ho aspettato il mattino del mio giorno
pregando Dio e facendomi bella.
Mentre la gente si stringeva intorno
lui cercava coraggio in sua sorella.

Stava lì come chi si sente privo
di qualcosa o qualcuno, abbandonato.
Io piangendo troppa gioia mentivo.
Lui taceva, di me forse irritato.

Io sono una Donati, io; antica
e nobile famiglia, che a confronto
gli Alighieri scompaiono. Non dicano

che mi ha fatto un onore, è un affronto
che l’una all’altra gente fa nemica.
Io non voglio pagare nessun conto.

 

IV

Gli ho fatto un maschio. L’ha chiamato Pietro,
scegliendo un nome che di Cristo vive,
e senza uscire dal suo umore tetro
è tornato nella sua stanza a scrivere.

Fa così perché è un genio. L’ho capito
che le gioie di tutti non lo toccano.
Non posso domandare a un tal marito
di pendere da ciò che ho sulla bocca.

Mi sono messa a frugare le carte
con la speranza di trarne la prova
che a interessarlo non è solo l’arte,

che l’esistenza in famiglia gli giova,
e ne scrive. Chissà se almeno in parte
a me dedicherà la Vita nova.

 

V

Alcuni su Firenze ci si impinguano:
lui ama la città più di se stesso.
E’ questo che lo perde, e la sua lingua.
Io mi aspettavo ciò che fanno adesso.

I migliori non hanno mosso un dito
quando la casa ci è stata distrutta;
lui per fortuna era via, partito
per sempre. Ma io, Gemma, ero lì, tutta.

Come fanno da sempre i peregrini
che nelle corti sopportano il giogo,
scriverà, amerà, farà gli inchini.

Con se stesso, sta bene in ogni luogo.
Sarò sola per anni, coi bambini;
sono sposata a un condannato al rogo.

 

VI

So della donna di cui Dante dice
beato e beatifico il sorriso,
colei cui diede nome Beatrice
fingendo di seguirla in Paradiso.

Alcuni pensano esista davvero,
altri sia morta ormai da molti anni.
Guardate quanti stravolgono il vero
per vederlo vestito d’altri panni!

Si narra poi che gli vive lontana,
che in gioventù l’ha avvicinato a Dio:
ho sentito ripeter che è toscana

– di Firenze –, proprio del borgo mio.
Credano gli altri a una memoria vana.
Quella che l’ha ispirato, sono io.

 

In  Rosa rosse rosa, Bertani, Verona 1986.

GLI ANNI ZITTI

GLI ANNI ZITTI

 

Quando è morto mio marito
non avevo ancora quarant’anni,
e ho sperato, sì, per giorni e per anni,
di trovare un amore, una carezza,
qualcuno da incontrare a metà settimana.

Forse il mercoledì. A cui regalare
un maglione di lana, una cravatta.
E telefonargli la sera.
Invece, che matta! Mi sono sposata
la tristezza; la più vera, la più sola.

***
Io, in attesa
e ferma come una cosa
qualunque, trascurata, inessenziale
(non mi avesse vista
un mattino; oppure subito
− così! − cancellata).
Ad aspettare
un nuovo sguardo,
nuovo davvero, non educato;
o la mano che osa alzarsi
sulla mia. Poi resta
sospesa, senza appoggiarsi,
turbata.

***
Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci − io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

***
Quanto mi lasciava sola
davanti a Dio (al mondo, alle paure),
e sapeva nascondersi
dietro le spalle fragili:
di me, delle bambine.
Ma come si appendeva a noi,
chiedendoci più vita, e gioia,
e anni.
Quanto restavo sola, allora;
e ancora, dopo.

***
Il silenzio cade,
e qualcuno non verrà mai più.
Mai più per sempre.
Per sempre zitta la sua voce,
ogni parola.
Riguardiamo le foto,
sistemiamo i biglietti d’auguri,
i filmini superotto, le cassette
registrate. Poi torna il silenzio,
aspettando
oltre i muri un’assenza.

***
La sua assenza, il suo mancare,
non imprimere il gesto nell’aria,
la voce nel silenzio; la traccia delle scarpe
sulla neve in giardino, il calco
della mano sul cuscino del divano.
È tutto cancellato,
divorato dal niente.
Così resto a pensare, cerco di ricordare:
com’era veramente la sua faccia
se mi guardava e tratteneva il fiato.

***
Molte cose muoiono
insieme a chi muore.
Le sue impazienze, i sorrisi
improvvisi. Il sonno
del primo pomeriggio
da non disturbare,
la crema per le mani
vanitose, la pianta
sempreverde rinsecchita.
Partenze affrettate,
ritorni pentiti.
E le parole
tenere, quelle dubbiose;
le musiche, le rabbie, i vestiti.
Lo sguardo di chi lo cercava
e adesso non sa cosa fare:
vaga, trema, si incanta
o si perde.

***
Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia, distrazione, mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

***
Le storie che finiscono
− storie che durano oltre,
rami intrecciati, radici
radicate sotto i sassi,
lapidi, marmi
                     (O my dear, O my dear)
Mia madre mio padre
mio marito, le lastre
pesanti, le foto, preghiere
e labbra cucite,
e mani gelate
                      (O my dear, O my dear)
Le storie sepolte

di cenere alla cenere,
lontani i lontani,
le ancore ancoranti
sciolte divelte risucchiate
                       (O my dear, o my dear)
La terra tornata di terra
le voci zittite,
in alto più pallido
un sole risorto
tramonta risorge rimane
                        (O my dear, O my dear)

***
Se arriva una lettera da uno che era vivo

e poi è morto, una lettera scritta da un vivo
che arriva giorni dopo la sua morte,
o settimane; si ha paura ad aprirla,
si teme un rimpianto una ferita
e la rivelazione di un segreto taciuto
da sempre; ma se in quella stessa lettera
che arriva da un morto non c’è niente
di male, né scuse né accuse, soltanto
una carezza tardiva, i baci alle bambine,
pensieri sospesi destinati a restare
sospesi in eterno, nell’aria,
in qualche chissà dove; allora la si legge,
si rilegge, la si impara a memoria,
e si sfiora con le dita l’indirizzo
che non verrà più scritto
allo stesso indirizzo da un mittente
che è morto, e si pensa alla firma
impietrita, al suo nome sepolto,
al silenzio futuro:
mentre tutto era vivo, presente, affettuoso
nella lettera scritta da un morto
quando ancora era vivo,
e ci pensava.

***

                                                                 Alle mie figlie

Al nostro ieri basta dare
un altro nome,
proiettarlo in un futuro sconosciuto:
ed ecco che è promessa
− non più tristezza.
Festa e non lutto,
conquista e non sconfitta.
Invenzione, mai memoria;
progetto, non storia antica.
Fantasia speranza alba
(il mio domani, il vostro).
Via il pianto, la fatica dell’odio,
ogni brutto pensiero.
Danza canto bellezza.

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 1 novembre 2018

HANS CASTORP C’EST MOI

HANS CASTORP C’ EST MOI

(0maggio a Giovanni Giudici, rileggendo la sua La Bovary c’est moi e La montagna incantata di Thomas Mann)

I

Deve essere stato l’abbaglio di un momento
un tac di calamita da una parola mia o sua.

Da quale frase o sorriso a metà,
gesto delle tue mani nell’aria sospeso:
è stata forse la tua falcata, imperiosa
benché impacciata, maga Midons, encantadora;
oppure un sortilegio della nebbia di Davos
da cui sei uscita – porta sbattuta, mia matita
imprestata. Ma ti amo, e sobbalzo
a ogni passo di dama, e ti indago il pensiero
caso mai fosse vero, fosse possibile che.
Se non sai cosa amare, scegli me.

II

mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.

Pensami nella mia stanza che assomiglia alla tua,
ed è diversa, su un altro piano. Pensami
sul balcone a provarmi la febbre che non scende.
Mia malata senza domani, sei il mio male
e non guarisci, non migliori: disperata
mi allontani da un futuro indiviso, indivisibile,
che non temo perché non lo amo, destinato
com’è a non averti. Di noi il medico dice
«Abbiate cura della vostra salute»;
ma non sono i polmoni, non capisce.

III

sul fruscio tra gomme e asfalto o dov’è neve
questa luce ti arrivasse questa ombra

Potessi essere tu le pagine che sfoglio
di un volume dell’enciclopedia; lucide, intonse
alle mie dita che tremano dal freddo
e per amore. Fossi tu la pace che è il tuo corpo
quando lo intravedo di sfuggita, ombra
che cammina per la strada in salita, o seduta
in distanza al ristorante. Pace ai miei occhi
i tuoi occhi chirghisi, e labbra finalmente
sulla pelle che scotta. Pensiero nella mente
capace di spazzare le paure, i malocchi.

IV

Lontano come la luna mi domando come puoi
dirmi se è stata quella davvero l’ultima volta .

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre:
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

V

Quale dei lunghi treni ti porterà?
Quale dei lunghi treni ti avrà portato?

Ma sono sicuro che ritornerai.
Me lo dico guardandomi allo specchio,
e mi vedo più vecchio da quando sei andata.
Sbatterai al tuo solito la porta
un mezzogiorno come tanti, trasaliranno
camerieri e pazienti, ma io no:
e non mi volterò al tuo passo strisciato,
anche se – senza fiato e trionfante –
potrei stringerti, stritolarti felice.
Mia signora e padrona, o beatrice.

VI

ma veri i giorni gli anni che per sempre
non ti avrò.

Almeno nel sonno ritorna, eterno presente
di un sogno che sappiamo tale, tu ed io.
E non allontanarti più di tanto, non sparirmi
del tutto: se dicessi una parola come Dio,
lo sai, sarei salvato. Invece eccomi qui,
reso a un peccato di scarsi amori stupidi,
perché tu non ci sei, né ci sarai,
viva nella mia carne e nei miei giorni.
O poterti abolire! Mandare via.
Chiamarti amore. Minne Beatrice Maria.

 

 

In «Hortus» n. 18, II semestre 1995; in Litania periferica, Manni, Lecce 2000; in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

 

IL TEMPO

IL TEMPO

Nel suo non tempo
non faceva niente.
Pensava il tempo,
l’eterno presente.
Nel suo non luogo
non era dove.
L’ovunque esistere,
il sempre altrove.

***

Lui che non è tempo
ci ha abbandonati al tempo.
Nel tempo ci ha lasciati
e costretti. Tra confini.
Dall’essere al non essere,
persi come bambini.

***

Dio vuoto nel presente,
dio assente, dio ignoto.
Dio non del passato, del non passato,
dimenticato. Dio cancellato.
Dio nuovo, dio futuro,
dio puro; dio che non è ancora,
dio che sarà, dio libertà.

***

Tempio del tempo è il cielo,
in questa notte chiara,
illuminata immobile.
Che tace. La calma degli dei
è il suo respiro, e la sua luce.
Il tutto e il niente
di un’assoluta pace.

***

Ti rubano le ore, i giorni:
li riempiono di vuoto,
li svuotano di senso.
Con gesti e voci vane
annebbiano l’immenso,
ingannano l’ignoto,
i ladri del tuo tempo.

***

La mano che teniamo camminando
quando siamo bambini,
un certo giorno, all’improvviso,
lascia la nostra mano.
E la strada nella nebbia
fa paura, e la luce sulle scale
fa paura, e tenere un’altra mano
fa paura.

***

Tutto quello che non serve a niente
ha diritto di esistere per sempre:
in uno spazio-ombra evanescente,
in un tempo-non tempo inesistente.
Lì galleggiano inservibili disutili
i sogni dei bambini appena nati,
le voci dei bambini abortiti,
i regali d’amore rifiutati;
le lettere smarrite, i treni persi,
i versi cestinati: lì vivranno
sommersi e salvati
per il loro non essere stati.

***

In un altrove.
Dove vivere, quando.
Elsewhere. Lontano,
fuori tempo. Di contrabbando.
Via dagli eventi.
Disattenti.
Con minima percezione
di ciò che accade intorno.
Notte nel giorno.
Vivere altrove. Dove.

***

Quanto dura il tempo dei fiori?
Qualche giorno.
E intorno il profumo, i colori:
solo per qualche giorno.
Tempo breve e felice,
perché appartiene ai fiori.
Lieve, senza dolori.

***

Sempre in ritardo sulla speranza,
abbiamo fatto abbastanza?

***

In te, anima mia, misuro il tempo.
Ogni secondo, un battito del cuore.
Ogni secondo. Ogni stupore.
Maturo il tempo in te,
anima mia, affondo.

***

Tutto il mio tempo è attesa.
Ed attesa paziente, sicura.
Certa di una sorpresa che verrà
–  voce amata al telefono,
luce accesa improvvisa nella notte.
E non ho più paura.
Lascio la porta aperta; ascolto
se per caso dei passi si avvicinino.
Sono la serva fedele che aspetta
senza conoscere il giorno e l’ora,
e conserva dentro sé la parola,
il ricordo di un volto.

***

Metto la tua vestaglia,
papà
quando di notte
ho freddo. In cucina
compio antichi gesti,
esitanti:
ripiego la tovaglia,
scaldo l’acqua del tè.
Come ti assomiglia
la ragazzina
che ti sedeva di fronte
mentre controllavi i tuoi conti.
Lei, immersa nei suoi libri
e tu in silenzio, davanti
al suo sapere che cresceva
e non serviva a niente.
La cucina è diversa,
tu sei un’ombra. Ma resti
nello stesso silenzio,
nella stessa vestaglia.

***

Quando ero più giovane,
e lui non c’era già più,
e le bambine erano ancora bambine,
allora le guardavo giocare
e ridere, le ascoltavo parlare
e mi dicevo «Le ho fatte io».
Di notte entravo nella loro stanza,
e seduta per terra,
con poca luce dal corridoio,
spiavo i movimenti del sonno,
i lineamenti antichi e nuovi,
e ripetevo «Le ho fatte io»,
Ma non con vanto, no:
con stupore, perché ero stata
capace di tanto.
Loro crescevano, si allontanavano.
«Le ho fatte io», mio tempo vero,
storia che non sarò.
Ma loro ancora, e i loro figli,
il male e il bene.
Com’è giusto che sia,
vita che si perde e si mantiene.

 

In  Frontiere del tempo, Manni, San Cesario di Lecce 2006.

IL LAGO

IL LAGO

I

Non sono onde. Ne avrebbero forse
l’intenzione; increspature leggere,
rughe dell’acqua, e basta.
Non sarà mai tempesta,
questo lago, scarso coraggio
di farsi mare: se accoglie un fiume,
lo placa, lo annulla in una quiete
casta. E così niente corse né fughe
di pesci, ma vaghi girotondi,
guizzi di piume d’anatra in festa.
Bisogna aver paura di chi non sa osare:
laghi colline periferie.
Acque chete e profonde celano
malefici, stregonerie.

II

Di qua e di là i monti
a impedirgli di scappare da se stesso
lo incastrano guardiani, e lui
«Specchiatevi, torrioni,
narcisi, rimiratevi!»
Com’è forte e tranquillo
nei suoi limiti di roccia,
il lago:
non ha ponti o gallerie,
cime o dirupi,
non potrà mai franare.
Sempre uguale a qual era
sfida la morte,
ogni sorte futura;
eterno come il cielo, sicuro
come un dio senza paura.

III

La vela che lo solca, ne incide appena
la scorza in superficie, come un graffio
che subito sparisce sulla pelle
se lo bagni. Così il lago violato
ricompone intero il suo volto
di prima,
tacendo il mistero
di che pace affiori dal fondo.

IV

Il pescatore si rassegna al largo,
lasciato il molo, si consegna al lago;
al vuoto di confini e di pensiero
che confonde il suo cielo.
Non offre resistenza al silenzio
che varca coi remi, all’assenza
di onde, di vento possibile.
Sarebbe pronto a lasciare le reti,
la sua barca,
se appena uno – visibile a lui solo –
tentasse qualche passo sull’acqua,
avvicinandosi.

V

Il sole ha voglia di sciogliersi,
annullarsi nell’acqua, nascondersi;
non essere più sole. Dentro, nel lago,
si è fatto lago, luce che esplode
di chiaro, in fondo, caldo nel gelo:
suo cielo è un nuovo azzurro,
come all’inizio del mondo.

VI

Accarezza appena la pelle
del lago, lo scompone di un respiro
attento; vena d’aria
che vorrebbe riuscire a farsi vento.
Invece è solo brezza.

VII

Invaso dalla luce,
non è più azzurro, oggi.
E’ giallo, è oro; oppure
trasparente, un lago di cristallo
con minutissime scaglie di bianco.
Lo sguardo che lo osserva
da lontano, stanco di troppo chiaro,
cerca uno schermo codardo
nella mano.
Ma poi, fermo e persuaso,
si arrende alla violenza del sole, all’evidenza.

VIII

Motoscafi e voglie grasse
sporcano il lago:
pelle esibita lucida,
casse di birra. E i tuffi,
sbuffi di gas, sgolamenti
agitati.
Come offendono la sua seria
dolcezza, la sua riservatezza.
Lui scioglie nelle acque
ogni miseria di tanta vita,
rendendo conto al cielo
di ciò che è, soltanto al cielo.

IX

Naviga tranquillo e padrone,
il battello, sicuro del suo peso
-mischia di turisti plaudenti-
mentre altre barche si spostano
veloci, fanno largo,
«Attenti, passo io», fischia,
spaccone che si crede
vascello di Dio.

X

Fitta, battente, punge nell’acqua
come aghi, pioggia di ottobre
che non conosce tregua o pudore
e insiste, ferisce, inclemente
come Giove, gonfia di sé
il lago spaventato e incolore
– triste Danae che subisce,
quando piove.

XI

Con la nebbia svapora
ogni odore di vita, memoria
di estati, di colori.
Nella nebbia
il lago si ritrova e si perde,
senza tempo né storia: eterno,
immobile, pronto all’inverno.

XII

Silenziosa la neve sparisce inghiottita
dall’acqua, come non fosse mai
esistita: si cancella e tace.

Mentre a riva finisce bianca
sui sassi, dentro nel lago beve
una sua stanca pace.

 

 

In  Il lago, Lietocolle, Faloppio 1996; in Litania periferica, Manni, Lecce 2000; in Il Pickwick, 9 agosto 2020.

 

IL PESO DEL GIORNO

IL PESO DEL GIORNO

 

Affonda la sera,

e oppresse dal peso

del giorno le cose intorno

si lasciano andare,

sfumano in un’ombra

più vera e certa.

Deserta

la strada si oscura,

e nella bruma indifeso

si confonde il mondo:

dirada, ha paura.

 

 

La notte che arriva

teme il suo buio, il silenzio;

si inventa fanali, lampioni, frenate

agli incroci: ha urgenza di voci

che mostrino a tutti che è viva.

 

 

Qualcuno, anche di notte, muore.

Qualcuno prova a piangere:

non esiste sospensione del dolore.

Solo è meno esibito, la luce

non lo scova per mostrarlo.

È un soffrire diverso,

ovattato dal sonno, smarrito;

un dolore sommerso.

 

 

Copre la notte con le sue nubi,

il cielo, la fa più scura e severa:

cala un peso silenzioso

sulle cose, a fasciarle di un piovoso velo.

Ma spera in qualche stella ingannevole,

in qualche luce pura e inconsapevole

che illumini improvvisa l’atmosfera.

 

 

I passi fanno compagnia a se stessi,

soli nel silenzio a scandire

pensieri, cacciano via ieri

– calpestati i ricordi, i rimpianti schiacciati ‒

e sordi, pesanti nel rumore dei tacchi

schivano i sacchi dei rifiuti,

i sassi, gli sputi.

 

Se il giorno è stato senza luce,

la notte lo riscatterà:

le parole sbagliate taceranno,

le offese saranno perdonate.

Nel sonno innocente di ognuno

il male si riduce a niente.

 

 

Forse basta alla stella più lontana

che qualcuno la guardi

pulsare piccolissima e spersa;

le basta per sentirsi diversa

dalle altre, per essere bella.

 

 

Pietà di noi ci prende,

dei nostri corpi indifesi

che la notte sorprende e addormenta,

offrendoli a sogni sconosciuti.

Sopravvissuti al giorno,

distesi in una levità spenta.

 

 

In altre stanze, corpi si cercano,

bocche si baciano.

Aspettano la notte e il silenzio

per parlarsi a gesti non più timidi

e fidarsi di una carezza.

Con cauti movimenti di scoperta

celebrano antichi riti, resti di danze

classiche: una salvezza incerta.

 

 

È il tempo segreto dell’essere,

il buio dell’inizio,

il silenzio che tutto assorbirà.

La notte del nulla infinito

sarà culla di dio,

suo giudizio mansueto e pentito.

 

 

In La luna, Grafiche Fioroni, 2000; in Un diverso lontano, Manni, Lecce 2003

e in Sud, rivista europea, n. 69 – 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PROCESSO

IL PROCESSO

                 (Omaggio a Mario Luzi, rileggendo Presso il Bisenzio e altre poesie da Nel magma)

 

Hanno telefonato, dicono che verranno
già che si trovano a passare dalle mie parti.
Sono due coppie, più giovani di me e più impegnate:
chierici rossi, o neri; a lume di chiesa o d’officina
(per dirla con Montale).
So già cosa m’aspetta.
L’ennesimo processo, in questi anni d’oscurità e di passione.
Anni vissuti a cuore duro, sola, coi polsi che tremano,
sempre sulle tracce
d’una felicità non mai raggiunta, o fuggita di mano.
Eccoli che suonano; entrano in casa come da padroni,
imbaldanziti e arcigni,
logorati dalla lotta e più che dalla lotta
dalla sua mancanza umiliante.
Siedono sui divani, dopo gli inevitabili saluti
imbarazzati. Penso a questo incontro
se si può cavarne un senso che non sia di rimorso e basta,
e sto senza parole aspettando l’affondo.
Le coppie danno segno di fastidio, ma non fiatano
e masticano gomma guardando me o nessuno;
forse fuori dai vetri, il giardino e gli ulivi,
il lago raso rigato da un solo cigno.
Inizia uno dei due mariti, tra ironico e furente.
«Tu? Non sei dei nostri». Mi fissa a lungo e attende.
Crede. Da sempre milita nella fede di Cristo, ostinato
nel lavorio d’un animale strano tra formica e talpa.
«Guardati, guardati d’attorno». E sento il privilegio
della mia condizione, la colpevole ignavia
che mi fa prigioniera.
Cerco per la mia mente un nido,
così taccio davanti a lui che aspetta
aspettando a mia volta e intanto penso.
Come una cateratta infine, come un vulcano esplode.
E c’è dentro di tutto: i bambini africani,
profughi musulmani, e chiese in disarmo,
l’egoismo di pochi padroni del mondo e di me
che non mi oppongo, non combatto, non prego
o prego in solitudine evitando il confronto.
«E’ terribile tu non sia dei nostri».
Ora smarrito ed indignato di fronte al mio silenzio,
chiede aiuto alla moglie
che muove ad un sorriso
colpevole le labbra,
tra beffarda e strana, e mi rinfaccia
questa conoscenza avuta a sprazzi nel buio.
«Sei tu che non accendi la luce, o non vuoi.
Non dire che non puoi».
Punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano altrove, e dove.
Le piante, il pianoforte, il mio inqualificabile benessere.
«Prova a fidarti, ad affidarti…»
Gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti.
«Faccio beneficenza. Aiuto chi è nel bisogno». Provo a scusarmi,
e forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo,
se dico «Non ho odiato mai. Né fatto male con consapevolezza».
I silenzi si fanno più frequenti
e lunghi. «Ho cresciuto da sola due bambine».
Tento la carta della compassione.
«Non confondere il privato col politico». Interviene
il compagno che era rimasto zitto prima.
Fiducioso della buona sorte
dell’anima e, perché no, della rivoluzione inesorabile ch’è alle porte.
«Non sei carne né pesce. Non ti schieri.
Non partecipi alle sorti della terra».
«E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti». «Quali parti?»
E mi fissa con un suo sguardo fluido e arguto.
Ancora non intendo se m’interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine.
«Devi crescere: crescere in amore
e in saggezza». Interviene la moglie, pasionaria
di antiche barricate, ormai solo mentali.
«Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze»
e non mi riconosce né la profondità, né l’ardimento.
Rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,
sia pure alle mie colpe. «Non credo
di essere importante, ho fatto il poco che mi è riuscito».
E ancora «Abbiamo avuto in sorte tempi duri».
Ma loro, compagni esperti del dolore del mondo,
rincarano le dosi. «Possiedi tutto, per dare di più.
Scuotiti, agisci, scegli». E io,
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito: «Scrivo. Scrivo versi
che spero dignitosi».
Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito. «Non basta».
E’ la condanna,
la ruggine impalpabile che chiude ogni discorso,
di arringa o di requisitoria.
Ma uno dei due uomini si ostina:
«Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede
tenuta stretta». Gli fa eco quell’altro,
a modo di saluto o di viatico: «Combatti!
Questo vuole il tuo tempo, perché non gli vai incontro?»
Con movenze felpate e caute si avviano alla porta,
i quattro liberati da un peso, e soddisfatti.
Mentre io sento il morso del rimprovero soltanto.
«E adesso, dove state portando il vostro
inflessibile rigore, la vostra pungente coscienza marxiana?»
vorrei chiedere, ma mi precedono sul tempo.
«C’è un outlet qui vicino, ci hanno detto.
Si può fare qualche acquisto firmato a buon prezzo.
Sai se è molto affollato di domenica?»
Giorno offerto al Signore.
Guardo il lago indifferente,
le sue vele lontane. E mi esorto in silenzio:
«Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta».

 

In «Bloc Notes» n. 62, marzo 2012 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

IL RAGAZZO KEVIN

IL RAGAZZO KEVIN

(Omaggio a Elio Pagliarani, rileggendo La ragazza Carla)

1

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di Lodovico il Moro
c’è la casa di Kevin e di sua madre.

Il fratello più grande ha nome Christian
vive da solo o con qualche donna
poco lontano, in tre locali, guadagna bene
col suo negozio di ferramenta, con altri giri
e affari.

Son posti grigi questi, nuvolosi
di pozzanghere e nebbia,
sotto il cielo colore di lamiera

Chi c’è nato li conosce a memoria
non si ribella non cerca altrove:
le abitudini si fanno con la pelle
e la pelle di Kevin si fa dura
col tempo con poco sentimento.

2

Il cemento i palazzi scarsa erba
e tre alberi soli

fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca

altrimenti nemmeno ti ricordi del tuo corpo
che nessuno lo accarezza.

3

Kevin Bianchi fu Bruno di anni
diciassette primo impiego pony express
alla Barona
si impomata i capelli in una cresta
pantaloni abbassati sul sedere
e le scarpe due numeri abbondanti

che ridere che piangere

non avere pensieri o parole per dirli
ma girare il quartiere sgasando il motorino
le consegne veloci senza mance
o sorrisi

è questo dunque
che ci abbiamo nel sangue?

Basta solo che arrivi
la sera alle sei, e smontare
e mandare tutti quanti a farsi fottere.

4

Sua madre fa la sarta a domicilio
non sopporta il casino della stanza di Kevin
non le piace la musica che ascolta
il suo ragazzo. L’avrebbe voluto più alto

più bello, e magari vederlo
alla tv, tanti soldi
e un poco di successo di foto
sui giornali

invece lui sta sempre stravaccato sul divano
o connesso al pc fino a notte
non racconta mai niente, a volte si ubriaca
a volte fuma erba
mangia male, pelle e ossa, e se lei gli domanda
tira il collo all’indietro ed ecco tutto.

Ogni tanto suo fratello passa a prenderlo
chissà dove lo porta chissà cosa gli fa fare
donne nere o romene che magari si piglia

qualcosa di brutto ma ci vuole pazienza.

5

Si sente tutto, quello che dicono i vicini
quello che fanno, in bagno a letto,
gli odori musulmani di cucina.
Kevin vorrebbe farli fuori col mitra
A THIRD WORLD WAR

SENT FROM THE FUTURE TO EXTERMINATE
WHAT IS LEFT OF THE HUMAN RACE
TERMINATOR ! DISTRUGGERLI ! ANNIENTARLI !

va troppo spesso al cinema
e i film che Kevin non li può soffrire
Wim Wenders Woody Allen Kusturica
ma lui non li capisce preferisce porcate fantascienza cazzotti spie
vorrebbe imparare le arti marziali, è troppo magro
eppure un pugno basterebbe a un suo cliente in cravatta azzurra
sangue dal naso spaccare i vetri di un ufficio bucare gomme ai suv
fare cose indecenti a quella signorina tacchi alti
e la borsa vuitton

all’insaputa di sé si mette in lotta con l’ambiente

Kevin è un bambino un ragazzino fa il fattorino

ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?

6

Le nove di mattina al 3 febbraio
piove che dio la manda
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
Kevin non la sopporta, se potesse, Kevin:

(il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato)
e la gente –
tutta così?

Accelera la moto, sgomma sul bagnato, non si ferma al semaforo
e spaventa i passanti, li schizza col fango,
per la rabbia con sua mamma, suo fratello, il padre morto
e la casa
Casa mia casa mia
per piccina che tu sia

e le donne
(Quante scuse le donne, quante moine
per non lavorare)

all’incrocio di via Meda
Kevin investe uno in bici, gli si rotola addosso,
sente gli ossi spezzarsi sangue in bocca e non urla
che botta che paura,

sono in due sull’asfalto sdraiati e intorno
la pioggia sirene rumori
muove le dita Kevin
raspa la terra per aggrapparsi e non gli riesce:

solitudine imperio libertà.

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
ma questo è sopravvivere non vivere
resistere appena andare avanti
non capire non chiedere senz’altro
non sognare i sogni lasciamoli ai più piccoli
agli illusi chi crede al paradiso

se basta un motorino per finire
agli anni diciassette e intorno accorre folla
scuote la testa scuote la coscienza
pietà di noi e orgoglio con dolore.

 

In «Incroci» n. 27, gennaio-giugno 2013 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

IL SILENZIO, LE VOCI

IL SILENZIO, LE VOCI

 

Della parola è l’ombra,
la parte scura, il non detto.
La osserva sola, e sospesa,
come ingombra l’aria, intorno,
e dura, e pesa.
Perfetto, lui tace.
Conserva l’eco,
la pace.

***

La ferita che dura
se non la tocchi guarisce da sola.
Nel silenzio è la cura:
diffida, diffida della parola.

***

Ritirarsi, ritirarsi.
Lasciare spazio al vuoto.
Tacere nel brusio,
nel mormorio.
Cercarsi nell’ignoto.

***

Senza parole, immobile,
troppo oscuro per noi,
troppo lontano:
il dio che amiamo tace
quando permette al male
di essere nostro male. Non vuole
che capiamo, noi zitti
e lui incapace di farsi perdonare,
terribile e bambino.
Libertà che temiamo
è il nostro e suo destino,
dio dell’indifferenza
e dio della pietà.

***

Si schiudono come fanno i fiori,
appena appena, leggere, con pudore,
impaurite quasi dal potere che hanno,
le parole d’amore. E promettono,
sincere finché durano, sospese
dentro al fiato in cui vivono.
Poi sfinite sulle labbra dell’amato
lasciano che sia il silenzio a prevalere.

***

Riconosci la mia parola nel mio silenzio.
Fa’ tuo il tuo nome che taccio.
Intorno, anche l’aria è di ghiaccio.
Riconosci nel mio non dire il mio patire.

***

Baciarti sulle labbra la parola
che a fatica pronunci, a fatica:
quasi avessi promesso di non dire.
Aspirarla con il fiato appena,
mescolarla al mio respiro, e confonderla.
Che non abbia paura, ascoltandosi,
di restarsene lì, irrimediabile, sola.

***

Mi aggrappo alla tua ultima parola,
mentre non ti voltavi
e scendevi le scale.
Così leggera e innocua:
come un ciao che non fa male.
Però non era ciao,
era un sottile strappo
pronunciato di gola, involontario
forse, ma dichiarato.
Risalirai le scale?
Ridirai la parola?

***

Può mentire il silenzio?
Forse come un’alzata di spalle,
un’occhiata distratta,
il gesto inadeguato
con cui ci si scusa senza convinzione.
Così il silenzio tace,
rassegnato a una verità
contraffatta, alla finzione.

***

La parola non concede spazio,
ogni parola.
Ogni parola toglie spazio
alle altre. Le divora.
Detta per sempre,
è implacabile.

E rimane così,
dura, perfetta.
Immodificabile.

 

In Il silenzio e le voci, Nomos, Busto Arsizio 2011;

«Gli Stati Generali», 29 giugno 2020