L’ESECUZIONE

L’ESECUZIONE
 
 
 
I
 
Da lontano stava ad osservare
loro che innalzavano capestri:
abili nel condannare,
e delle esecuzioni sommarie
maestri.
Si grattò la testa, pensò
che era meglio andare.
Pestò l’erba, sputò in aria.
Ma poi si avvicinò,
si mise ad applaudire,
che iniziava la festa.
 
 
II
 
Non che gli piacessero
spettacoli del genere.
Ma cos’altro fare
di domenica mattina,
d’agosto, visto che non poteva
andare al mare?
 
 
III
 
Col piede sinistro segnava
il tempo alla banda,
nella mano destra un boccale di vino.
C’era aria da fiera di paese,
da mercato delle pulci a Samarcanda.
Ondeggiavano tutti,
si sbandavano, in punta di piedi
per meglio osservare,
a braccetto incatenati cantavano
dondolandosi come acqua nel mare.
 
 
IV
 
Lui guardava e non guardava,
ogni tanto volgeva altrove
gli occhi, un po’ per pena
di sé, dei carnefici innocenti,
o degli sciocchi spettatori
gaudenti.
 
V
 
La vittima non lo interessava:
se a tanto era arrivata
da farsi giustiziare
evidentemente
pativa la fine meritata.
 
 
VI
 
Gli era sembrato un po’ troppo giovane
e nei gesti lontani
burattino, al punto che si chiese
se non stessero impiccando un bambino.
 
 
VII
 
Bambino o no
era quello che ci voleva:
come quel vino fresco
nel caldo d’agosto.
Un’emozione forte
e sentirsi come tutti,
giusti davanti a ogni morte.
 
 
VIII
 
Sembrava di essere allo stadio
da tanto spintonavano, tifavano.
C’era chi scommetteva
sulla grazia finale:
l’evento mesto era insomma
un pretesto per quel baccanale.
 
 
IX
 
Una donna tra la folla lo fissava,
faceva di tutto per farsi vedere.
Le si mise dietro
per sfregarle col sesso il sedere.
 
 
X
 
Il rullo di tamburo
annunciò l’avvenuta esecuzione.
Lui si premette duro
al culo d lei in rilievo.
Fu un orgasmo collettivo,
eccitazione, urla e poi sollievo.
 
 
XI
 
Camminava svuotato
come gli altri
sul prato, tra carte e bucce,
stracci e péste.
Brindava a sconosciuti
faceva boccucce alle ragazze.
Nessuno guardava
dalla parte dove il corpo pendeva.
 
 
XII
 
Ci furono allora discorsi ufficiali.
Si applaudiva, ma le grida
coprivano le parole.
Le autorità sembravano ancora più sole.
 
 
XIII
 
Poi attaccò l’orchestrina,
cominciarono a ballare.
Non trovava la donna di prima.
Si strinse a una con voglia di baciare.
 
 
XIV
 
E bacia e gira e trallallà.
si trovò a caccia proprio là dove
non voleva andare, coi piedi lunghi
del giustiziato che davano ombra
sotto il sole a picco.
Stringendosi a una pazza dama unghie
dipinte lo guardò di sotto in su
e gli sembrò di vedersi com’era
lui da piccolo,
stessa faccia stessa razza.
 
 
XV
 
Gli veniva da dirgli
«Ehi amico, scendi giù che abbiamo
scherzato!»  Ma quello freddo
impassibile dall’alto indifferente
alle sue suppliche
e a tutta l’altra gente…
«Peggio per te, allora,
chi se ne frega,
aiutati che dio t’aiuta»,
continuò il ballo che l’orchestra
era ormai muta.
 
 
XVI
 
I più sciamavano via,
chi a piedi chi in macchina,
qualcuno in bicicletta.
Lui continuava a bere
a ballare da solo,
perché non si pensasse
che come gli altri aveva fretta.
Rimase nel prato
solo con l’impiccato:
sembrava addirittura stesse lì
per ripicca, per fargli compagnia.
 
 
XVII
 
Dovevano apparire ben strambi,
il morto rigido ma indulgente
l’altro accucciato a guardia lì vicino.
Venne la notte e a consolarli
entrambi:
l’ubriaco pentito e impotente,
l’impiccato con la faccia da bambino.
 
 
 
 
In Idra, anno II, n.3, 1991; in Litania Periferica, Manni, Lecce 2000, in Il Pickwick, 12 maggio 2018
 
 
 

 

L’IMPERFEZIONE DELLA PIOGGIA

L’IMPERFEZIONE DELLA PIOGGIA

                                                         (Omaggio a Andrea Zanzotto, rileggendo La Beltà)

Obstrepente pluvia, effusis imbribus,
(scende la pioggia ma che fa?) scende
battente, bat-tente, bat-tenta: tenta
di sciacquare scialacquare allagare alluvionare
il mondo (Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente).
Ma il troppo da lavare sbiancare pulire
a cieli arcaici aciduli; basterà? basterà?
Una pioggia universale, un diluvio epocale
o la buriana che le sceme
fosse inacqua e aera le supreme
nullezze: annientando annullando dilavando
il niente ex nihilo usque ad libitum…
E affilare e affiorare
di sassi di massi di fango di melma
e pozzanghere: grigio grigio bigio nero.
Piove, per tutti gli dèi, piove,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
attraverso sidera et coelos,
pioggia perfetta, perfettissimo essere d’acqua,
sciogliti, infine!, impregnati di te, beviti,
ingozza la terra e slurp slurp
(sniff sniff gnam gnam yum yum),
affoga affonda affluisci affluente
fiume, precipita sui tetti aguzzi,
sui tegoli vecchi, a secchi, a cisterne,
a imbuti e caverne, affonda, innaffia,
annega. Oppure picchia argentina
«rain and tears»,
piccolina-ina-ina, pioggerellina
d’aprile crudele, sciacquetta,
moltofiore moltocielo moltorugiada
gentile sottile primaverile rinfresca
cose e cosine
musichette lucignoli e zuccheri,
lucida foglie asfalti vetrine suv e tir,
aziona lenti tergicristalli, rinfresca le menti,
röslein rot, rosellina tra le spine:
«Passata è l’uggiosa invernata,
Passata, passata!»
E che sarà di noi?
Che sarà del libero arbitrio e del destino?
Ancora uccellini svolazzanti nell’azzurro
di un cielo ripulito
vivario acquario dei verdi dei vivi:
Beltà beltà gorgheggiano
passeri rondoni cinciallegre
e fontanelle ruscelletti cascatine
da-de-ex-ab alto scendono gorgogliano
l’inno alla natura alla bellezza agli universi
espressione di che? (pensiero: no; azione: no;
amore: no; paesaggio: no)
la vigna pesa trasuda e fa mamma-mamma…
E io? E io? E frottole e scippi
magnifici di p-poeti.
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere:
sull’acqua sulla pioggia (la sua perfetta
imperfezione abbondante intrusione eclatante benedizione)
mentre balbetto ondeggiante fremo
e viene avanti il più nulla di tutti i miei nulla,
I’m singing in the rain e ballo e sguazzo e rido
sotto l’ombrello, il tutto del tutto intuendo
(ahi il primo brivido del salire, del capire)
ringrazio la pulizia dell’acqua, la polizia, la poesia,
i così sia, larga la foglia stretta la via
–  dite la vostra che ho detto la mia.
Il sale della lacrime, il sale del mare, il sale della terra,
e piante e fiori e erba
dentro la mondiale tenerezza.
Disinibiti monti caduti disagi;
e piove piove sul nostro amor.

«È tutto, potete andare».

 

In «L’Immaginazione» n. 278, novembre 2013 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

LA CONFESSIONE

LA CONFESSIONE

                                   (Omaggio a Giorgio Caproni, rileggendo Congedo del viaggiatore cerimonioso)

Amici, una cosa vi devo raccontare.
Di una mia confessione – anni fa.
Scolpita nella memoria.
Ma io i ricordi
non li amo.
Questo però è vivo. Più di ogni altra storia.
E allora, ne scrivo.
Entrai in chiesa,
era buio. Entrai, come avessi patito un’offesa.
Sentivo rancore, nel cuore.
Ma (vi giuro: le mani
mi tremano), cominciai a pregare.
Non so ben dire
chi e per cosa; sentivo,
lieve, una costernazione.
E la voglia di mettermi
a piangere. Di disperazione.
La casa di Dio profumava
di fiori, e io respiravo
un’aria dolce di pena.
Che vale temere il nemico
fuori, quand’è già dentro?
Così mi accostai al confessionale:
mi inginocchiai. Feci il segno di croce.
Parlai. Di cosa, non so.
Forse del peccato più grave
– la colpa di omissione.
Il prete taceva.
A me, si incrinava la voce.
«Potrei fare e dare.
Non do e non faccio».
E poi «Non sono sicura
di credere. C’è troppa nebbia».
Infatti, che ne sappiamo
noi tutti, di quel che ci aspetta
di là, passata la cresta?
«Lei prega?» mi chiese severo
il pastore di anime.
«Di rado», risposi.
«E non, come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste:
ma, come uso soffrire
io, perché Dio esista».
«Ha dubbi di fede, dunque»,
ripeteva, quasi parlando a se stesso.
E poi mi chiedeva dei miei rapporti
con gli altri. «Ma io non vivo.
Così, non pecco. Scrivo.
Scrivo». Ammettevo
contrita. «Io, da soldato
semplice, il mio dovere
e stop». Aspettavo una parola
di condanna. Tra noi,
rammento, circolava
un’aria che mi sgomentava
di solitudine. E lui,
impaziente:
«Chi fabbrica una fortezza
intorno a sé, s’illude
quanto, ogni notte, chi chiude
a doppia mandata la porta».
«Ma Dio può entrare?
E’ in grado di forzare
le catene del cuore?»
Sbuffava, pensando («Che mai volete
da me – da questa mia miseria
senza teologia?»).
Teneva il piede
saldamente posato
sulle cose concrete. Chiedeva
che gli enumerassi i peccati.
«Non sono molti.
Altra cosa è la fede».
«Ma allora, cos’è venuta a fare?
In fin dei conti, cos’ha da confessare?»
Sembrava irato, forse turbato.
Capii il mio errore,
mentre pronunciava la formula
dell’assoluzione.
«Cosa vuole da me, signora?
Sono un povero prete. E in Dio
– non so se riesco a crederci più.
Dubito anch’io».
Mi alzai (nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Premeva ancora tutto l’inverno
(il brivido: il caldo)
del mio infantile inferno.

In Nuovi Poeti Italiani 6 – Einaudi, Torino 2012 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

LA FOTOGRAFIA

LA FOTOGRAFIA

 I

Dovrebbe essere contenta che

la spolvero, la sposto a centimetri,

la porto in giro per la stanza:

lei che non ha piedi, non ha mani.

Dovrebbe fare un cenno col capo,

mostrarmi che gradisce. Invece

chiara nei suoi occhi di vetro

mi rimprovera i passi la voce,

di me che posso.

 

II

 

A volte facciamo che io sto ferma

come un’istantanea appesa alla parete;

lei si muove, lava i pavimenti,

accarezza la mia bambina.

Fa come se fosse me (io che per tanto

ho ripetuto i suoi gesti).

Quando è stanca torna al suo posto,

mi lascia capire che per oggi basta.

 

III

 

Non può difendersi, né sottrarsi

agli occhi severi di chi la esamina,

la prende tra le mani come fosse una cosa,

le controlla i denti i capelli.

Sta immobile, costretta all’autodifesa

di chi si finge morto.

Io la guardo solo quando mi chiama,

appoggiandomi addosso lo sguardo

per dirmi vieni a salutarmi.

 

IV

 

È come se dicesse

non ci sono, invece c’è: è lì, tutti la vedono:

c’è. Si teme assente dopo che

ha riempito ogni atomo della sua presenza.

«Ma di chi parli? ‒ ironizza

tacendo ‒ di una che non esiste».

Però mi guarda come se

fossi io a non esistere.

 

 

In L’appartamento, “Nuovi Poeti Italiani 3”, Einaudi, Torino 1984

 

 

LE MURA DI VERONA

LE MURA DI VERONA

 

Si raffredda la tua mano nella mia.
Sei proprio freddo, e pallido. Di marmo.
Mi spaventa il tuo respiro che va via
e il cuore fermo, ogni fibra in disarmo.

Mia anima, mi senti? Non fuggirmi,
non mettere alla prova il nostro bene.
Hai giurato fino a ieri di aderirmi
per sempre, mia roccia, mio lichene.

La tua bocca, adesso, le tue mani
sono quelle di un morto, non più mie.
Se verrà, lo maledico, il domani,
i suoi incubi, le sue dicerie.

Svegliati, caro, dimmi che hai scherzato.
Non ferire così i miei quindici anni,
i quaranta che avrò, ed un passato
breve, il futuro di nuovi capodanni.

Dimmi che avremo figli col tuo viso
e i miei occhi, che leggerò
in loro accennato il tuo sorriso.
In quello che diranno ti vivrò.

Sei così bello e giovane, un ragazzo.
Mio ragazzo mio sposo mio bambino,
che mi amavi col terrore di un pazzo
a cui hanno ipotecato il destino.

Sei stato la mia alba, il mio risveglio.
Puoi essere la notte, il sonno eterno?
Allora dormi, se per noi è meglio
che vivere a Verona, nell’inferno.

Ma che inferno dolcissimo è stata
questa città che ci ha fatto incontrare.
Oltre le mura della nostra borgata
non c’è mondo che ci possa salvare.

Qui c’è la piazza dei nostri appuntamenti
confusi tra la folla del mercato,
le mie rincorse, i tuoi pedinamenti
negli incontri casuali sul sagrato.

Il nostro fiume che procede lento
tra le arcate del ponte di sassi,
intorno ai campi di avena e frumento
dove tremando precedevo i tuoi passi.

Potessi rinnegarlo, io, il mio nome,
e tu tuo padre, la tua discendenza.
Riuscissimo a capire perché e come
si può sporcare anche la trasparenza.

E’ la nostra città che ci uccide,
così gentile e onesta come pare;
la gente che saluta e poi deride
chi nella vita non si sa adeguare

ai balletti agli inchini ai pregiudizi,
agli odi di borgata e di famiglia,
alle virtù esibite, ai tanti vizi
che anche il fango trasformano in fanghiglia.

Sono i potenti e le gerarchie,
i vecchi amici che ci hanno diviso
inventandosi trame, strategie,
per accerchiare il nostro paradiso.

Non è il mio amore che ti ha fatto male
ma il loro odio, la loro supponenza.
Il troppo bene non è mai mortale
come l’invidia, come la maldicenza.

I tronfi monsignori senza dio
che domani diranno la messa
non sanno quanto tu sei stato mio
senza toccarmi e con quale promessa:

ma vedi, io mi stendo qui vicino
e tengo nella mano la tua, viva,
pronta a seguirti in un lungo cammino.
Arriveremo insieme a un’altra riva.

 

In  Le mura di Verona, Lietocolle, Faloppio 1998
e in  Un diverso lontano, Manni, Lecce 2003

LEZIONE DI SOLITUDINE

LEZIONE DI SOLITUDINE

 

(Yo quiero estar donde estuve.
Pedro Salinas, La voz a ti debida, LIX-26)

I

Non mi trovava
mio cugino Carlo
quel pomeriggio che giocavamo
a nascondino, ed ero l’ultima
da recuperare. Gli altri
correvano per aiutarlo:
a spiare negli anfratti
del prato, nel parcheggio
vicino, tra gli alberi e la siepe.
Ma dimentica di loro
e di tutto
giacevo nel fosso
a guardare il cielo
che mi perdonava.
I bambini come matti urlavano
insulti a perdifiato,
e io tacevo.

II

Sotto il melo nell’orto
leggevo Pattini d’argento
in assoluta solitudine
e soddisfatto esilio,
immersa nella pagina
(nella polpa d’arancia
che sorbivo), se non fosse
intervenuta abietta l’inquietudine,
l’improvviso spavento
di scoprire sul tronco dell’albero
un bruco, un verme, o un millepiedi
(forse un drago per magia
rimpicciolito), così vicino
alla mia guancia, guardarmi
nudo e inerme,
ma attento e infastidito:
io colpevole di lesa maestà
e disdicevole intrusione
in domicilio, costretta
a scappare via.

III

Lo aspettavo seduta sul muretto,
e lui tra tanti pensieri appena mi guardava.
I suoi operai lo temevano:
non indossava la tuta
ma una bianca camicia,
una cravatta. Allora mi affrettavo
al suo fianco, orgogliosa.
Così alto, importante. Esplodeva
la sirena della fabbrica,
inchinandosi.
Mio dio, che mano grande
aveva mio padre! E come la mia
nella sua si sentiva sicura:
ma anche, perdendosi,
aveva paura.

IV

«È lei la figlioccia? »
chiedeva il parroco alla mia madrina.
«Così diversa dalle sorelle!» proseguiva,
e io bambina pronta alla cresima
confondevo figlioccia e figliastra,
soffocando nel cuore l’antico sospetto,
di essere figlia adottiva.

V

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

VI

Non lo sapeva nessuno
in casa,
che se si guardavano le tende
del salotto dal divano
le pieghe in alto nascondevano
il profilo di un signore:
fronte, naso, mento.
Se a un soffio di vento
si muovevano,
il signore sorrideva.
Nessuno lo sapeva.
Solo io
premevo quel segreto
nel mio cuore.

VII

A Messa mi sentivo colpevole
perché non riuscivo a stare attenta,
e vagavo con gli occhi
con la mente su fiori facce affreschi,
sui ceri sottili che imploravano
una grazia a San Tommaso:
forse ogni fievole candela
misurava la vita dei fedeli presenti!
Quelle lunghe i bambini, e quella
quasi spenta la vecchia addormentata
al primo banco. Chissà poi che l’età
non c’entrasse, e invece per caso
una strana malattia,
un tremendo incidente.
Spaventata spiavo dove fosse
la candelina mia.

VIII

A scuola dalle suore,
più della maestra
e della compagna col braccio di legno
(«Tocca, non fa male, il mio risuona
e il tuo no!»), più degli odori
del refettorio o del boschetto
con la madonnina,
la mia salvezza era la finestra:
guardare fuori il cielo, sfiorare
con la bocca la brina sul vetro
appannato.
Oppure supplicare purezza nel confessionale,
«vade retro!» con sdegno al peccato
dei pensieri: perché ero una bambina
buona.

IX

Alle elementari
mi innamoravo dei ragazzini biondi,
col magone nel cuore: Silvano
che oggi fa il meccanico, Roberto
ansioso di arrivare in ritardo,
e poi Giuseppe, quello del bigliettino
(da grande ti sposo)
nascosto nella tasca del grembiule.
Li guardavo in silenzio dal mio posto,
i miei cari biondini; con tremante
emozione intuivo l’amore,
l’amore che è un dardo.

X

Con l’influenza allora
si rimaneva a letto
per una settimana o più.
Ogni tanto si affacciava alla stanza
Maria, a raccomandare pazienza:
«Mica stai per morire!»
Poi appariva lei con la minestra
in brodo, lo sciroppo,
un’altra scusa o una carezza.
Quasi quasi infermiera
e mai severa se stavo male,
con una tenerezza nella voce
che pensavo di non voler guarire:
subito dopo andava via,
e mi sentivo gesù bambina
in croce, alla sua porta chiusa.

XI

«Faccio male al lenzuolo
se lo graffio con le unghie
dei piedi, faccio male
alle giunture dei marciapiedi
se le calpesto
al suolo, faccio male
alle zanzare se le uccido,
al mio angelo custode
se non sono gentile,
alla mamma al papà
se li deludo, al mendicante
se non sono generosa.
Una cosa, per favore,
una cosa sola tra le tante
sbagliate e accusatorie
che mi salvi in eterno,
non mi porti all’inferno».

 

In «Bloc Notes» n. 64, maggio 2014 e in L’attesa, Marco Saya edizioni, Milano 2018

LITANIA PERIFERICA

LITANIA PERIFERICA

 

È ancora buio quando mi alzo
e spalanco le imposte sul sagrato,

butto ai gatti del cibo, poi scalzo
mi inginocchio a pregare, grato,

«mio Signore e mio Dio», come Tommaso
per un giorno da inventare tutto mio

(sacro per fede o dannato per caso;
rischio e peccato): purché sia io

a decidere, prego, se salvarmi
o bruciare nella colpa; io.

Chiedo davanti al letto di farmi
santo, davanti al muro bianco,

poi veloce mi lavo mi vesto, stanco
già di primo mattino, troppo presto.

Scendo le scale, scaldo il latte
e ripeto ogni pensiero ogni gesto

ogni giorno. La cucina è fredda,
è sola come me, e mi spingo «Vattene

in chiesa che è la tua casa vera».
Ma come buia gelida. Dall’altare

che preparo con candele di cera,
–  bianchi teli, acqua, vino, pane –

osservo entrare poche donne, vecchi,
sempre le stesse facce, uno spretato

pentito, con in mano fiori secchi
da infilare in un vaso, impacciato.

Poche frasi dico, all’omelia,
incoraggio a una giornata piena

di buona volontà, che sia
donata all’Altissimo, e serena.

«Mio Signore e mio Dio», chiedo
venia della mia scontentezza,

della paura, del bene che intravedo
e non so perseguire con saldezza.

Poche facce rugose mi osservano:
quanto importi a loro di Cristo,

se quello che predico serva
non riesco a intuire, e non insisto.

A messa finita si intrattengono
nei banchi, raccontandosi fatti

e misfatti del paese, escono
malevoli ma benedetti, compatti

nello scordare il cielo, il sole.
Mi fermo a scambiare due parole

col postino, col vecchio maresciallo,
su chi vive chi muore chi tradisce:

uno cambia mestiere, l’altro giallo
di invidia calunnia e ferisce.

Mi offrono il caffè nel bar centrale.
Sono il notaio, un commercialista,

l’artigiano arricchito, il dentista.
Ridono, parlano, dicono male

delle mogli degli altri, di ragazze
disperate, perdute, forse pazze.

Scommetto che non sanno più baciare,
fare una carezza, dire “amore”.

Scommetto che potrebbero tremare
se solo una gli sfiorasse il cuore

con lo sguardo, ma hanno paura;
cerco con gli occhi un po’ di azzurro fresco

di una sognata, tardiva primavera,
invece è ottobre, nebbia e brina

sui prati, già freddo da galera.
«Mio Signore e mio Dio», dov’è nascosto,

tra le nubi, gli intonaci, nel fango.
Facesse un segno, mi desse una risposta,

a me che corro, spero dispero: piango.
Ma sta zitto anche lui, e tace tutto

e non so cosa fare in queste ore
di mattina, che non c’è un lutto,

confessioni, estreme unzioni, niente.
L’oratorio deserto, anche la sacrestia.

Potrei forse trovare qualcuno all’osteria
del gallo, ma poi dicono che bevo.

Torno a casa, mi sistemo in poltrona
a scegliere brani e letture che devo

proporre alla festa della santa patrona.
Se venisse mia sorella a prepararmi

il pranzo, brontola sempre, sbadiglia
che era meglio per lei assicurarmi

un pasto caldo, un letto in famiglia.
E’ una tortura, ma intanto avrei una donna

intorno, una voce, una presenza:
invece questo vuoto, quest’assenza

a cui penso, che sfioro con mani di sogno
ad occhi aperti, somigliante alla Madonna

della prima cappella a sinistra.
Così l’avrei scelta se avessi potuto,

la mia assente dalla voce di velluto.
Mi scaldo il riso dell’altra sera,

e mangio e bevo con la tivù accesa
dopo un segno di croce fatto in fretta

con lo sguardo incollato allo schermo,
spietato in immagini del mondo

senza dio, o con un dio che è fermo,
lontano dalla vita maledetta.

«Ma muoviti, intervieni, fatti vivo.
Cosa prego altrimenti, come scuso

l’inscusabile male, il male assurdo,
se non c’è una ragione, un motivo…»

Mi addormento sul popolo curdo,
sullo Zaire e le intercettazioni.

Ho le prove delle prime comunioni
alle quattro, alle cinque l’incontro

con il gruppo degli adolescenti
(a guardarli come sono irrequieti, scontenti,

senza idee, senza scogli né slanci,
vien voglia di frustarli, o accarezzarli).

Poi di nuovo una messa, poi la cena
quasi sempre aspettando un invito

che non viene, e sulla schiena
la fatica del giorno finito.

Il rosario per poche vecchine
assonnate, per le altre beghine

così incattivite negli occhi, nei
bisbigli votivi ai defunti e agli dei.

Infine ancora solo, o finalmente;
fuori la notte e dentro, se non fosse

che in fondo al cuore, in fondo alla mente,
in un sospiro, in un colpo di tosse,

c’è quest’ansia del nulla, del tutto,
di farmi testimone di Cristo

per essere quello che voglio, che vuole,
non più quello che fingo. Sono, esisto.

Dieci minuti veri nella cappella
a sinistra, con la madonna, i santi,

il crocefisso, dieci minuti suoi.
Ed è sfiatato, è innamorato

il segno di croce che tento
«mio Signore e mio Dio», per quanto

indegno e umilissimo servo, io.
Io.

 

In Litania periferica, Lietocolle, Faloppio 1996
e in Litania Periferica, Manni, Lecce 2000

MESI

MESI

                                                                                           Se marzeggia, aprileggia,
                                                                                           son cose che svaniranno

                                                                                                                                          Carlo Betocchi, Realtà vince il sogno

 

I

La magia di un mattino
a gennaio, quando il gelo
immobilizza il fiato
e ghiacciano i vetri delle auto
in sosta. Dal cielo scolorito
di acciaio scende acqua
e nevischio; impigrito un uccello
o affamato
si apposta nell’erba
di un finto giardino,
imbiancato da un velo di brina.
Proprio lì
un operaio aspetta
sulla dura panchina,
bestemmiando l’inverno straniero
detestato.
Quando passa il suo amico
e gli fa un fischio
il ghanese si alza. Insieme
vanno via.
Fa freddo,
un bellissimo freddo perdonato.
***
II
Butterfly di paese, affronta
freddo e nebbia di febbraio
nella mattina che non la lascia sola:
sconta sotto il cappotto
un futuro destino, lo tocca
con tremore e tenerezza,
e vola col pensiero
al guaio che è successo.
Bimba dagli occhi pieni
di malia, c’è un bene piccolino
che l’aspetta.
Ma deve andare a scuola.
***
III
Nell’azzurra mattina di un marzo
medievale (ma no! era solo l’altr’anno!),
un frate poeta con sandali e saio
celebrava innamorato il suo cantico
delle creature: grato al cielo
e rapito da sé, di tutti pietoso,
saltellava per via come fosse
su un prato. Gaio
di una sua contentezza pasquale,
chiedeva all’aria marzolina
di fargli compagnia. L’umile fraticello
festoso,
giullare del creato.
***
IV
Era aprile, a mezzogiorno.
I bambini uscivano dalla scuola elementare
come escono i bambini, correndo,
con voglia di gridare.
Uno solo esitava, dietro gli altri:
nella mano il berretto,
e una scarpa slacciata.
Guardò i grandi in attesa
cercando qualcuno;
nessuno lo aspettava.
Si chinò sulla scarpa, trafficò
con le stringhe.
Fingendo indifferenza, gettò intorno
un’ultima occhiata.
Era aprile, e un bambino negletto
imparava quanto pesa l’assenza.
***
V
Al mondo residuale
opporre minimi equilibri
personali, e chiarezza di sguardo:
come fa maggio, limpido
pulito, ripresentando
la sua stranita gioia,
la sua sghemba allegria
alla vita più scialba,
all’intristita malinconia:
mitezza di un mese
saggio, aurorale.
***
VI
Sole di mezza estate danzante
sui tetti di città,
bambini che si spruzzano
alla fontana dei giardinetti,
e rombo di motori ansanti;
giovani braccia
nude, ciabatte strascicate,
colori, risa e grida.
Fertile vita, brulicante
vita che si abbatte
sulla vita come un pugno
affettuoso
nel giugno arioso della città.
***
VII
Un vecchio pomeriggio di sabato
e una vecchia signora
zoppicante: trascina il suo luglio
asfissiante nelle corsie
del supermercato,
a cercare un po’ di fresco
ventilato, qualche umana
presenza. Ma imparare, bisogna,
che l’aria si può avere,
più cristiana:
di parole gentili, di scarsi
sguardi, conviene fare senza;
rassegnarsi.
***
VIII
Il manichino in un campo d’orzo,
nel più caldo agosto,
fermo di pomeriggio a spaventare
i passeri, saldo nel suo avamposto
di comico terrore per ali e piume,
col suo cappello giallo facendo schermo
al sole, al sudore inesistente,
mentre alti nel cielo gli mandano
segnali di sfida, liberi voli:
addio, capitano del niente!
***
IX
Nostalgia dell’estate
alla fine, quasi amore
di una stanca adolescenza:
loro due timorosi di baci
a salutare il mare,
l’ormai umida sabbia,
con la stridula domanda
dei gabbiani: “Ve ne andate?”
Oh sì, è settembre, si ritorna
in città, senza allegria.
Lo sposo in età le sfiora
le mani, e vorrebbe parlare.
Ma lei ordina “taci”,
e aggiunge “mieloso!”.
***
X
Sera fresca di ottobre;
non fredda, ma mossa dalla brezza
ottobrina, dopo un sole
al tiepido tramonto.
Dalla strada in salita si sente
il trillo di una bicicletta,
le ruote in frenata sulla ghiaia.
La vicina affacciata alla finestra
saluta il suo ragazzo
che torna da una sfida
in palestra: sale in fretta le scale,
affamato, con la tuta sudata.
Già da fuori impaziente
“è pronto?”, le grida.
Poi entra, vincente;
sua madre lo accarezza.
***
XI
Silenzio della brina invernale,
novembre di trincea:
nebbia serale fitta, trafitta
dalle luci dei fari
di macchine di camion
e motorette; si bloccano
sul ciglio di fossi
a caricare anime, perdute
intirizzite: lì accanto accese
braci, barbagli rossi
delle sigarette.
***
XII
Intorno al pino natalizio
si stringe la famiglia infelice
litigiosa, a cercare una tregua
benedetta, nella nevosa
atmosfera dicembrina.
È sera, quasi notte,
la bambina più piccola
finge contentezza, il figlio
grande aspetta non sa cosa.
Marito e moglie sperano
nel nuovo giorno,
nel nuovo anno,
nel nuovo inizio.  
***
 In Il Pickwick, 18 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                  

 

 

 

 

 

 

 

MOTTETTI DA UN LAGO VENETO

MOTTETTI DA UN LAGO VENETO

(Omaggio a Eugenio Montale, rileggendo i Mottetti)

 

Lo sai: devo riuscire a non pensarti.
Come il remo che batte nel lago, insistito
e crudele è il tuo nome,
la parola cortese mia eco
nell’aria di vetro
di Assenza.
 
Paese di limoni e d’acqua ferma,
vele improvvise nel gelo di un mattino:
eccoli, i segni
si confondono tra i passi addormentati
dei turisti. E cerco un varco, freccia
senza bersaglio come sono,
tenuta prigioniera dal tuo arco.
 
***
 
Molti anni, e uno più duro sopra il lago
su cui s’illuminano aurore e attese.
Arrivasti improvviso, a diradare
la mia nebbia di sempre.
 
Imprimerli potessi, ridestarli
in uno schermo d’immagini
schiarite… E con te cancellare il vissuto
per niente, azzerarlo.
 
***
 
La speranza di pure rivederti
sopravviveva, illusa;
 
e mi chiedevo se dove nascondevi
il tuo timore, in un altrove
a me non noto, anche lì
un sole senza caldo
ti investiva di luce:
 
(a Torri, nei pressi del castello,
scolaresche indugiavano annoiate,
sorbivano gelati).
 
***
 
Perché tardi? Da sempre sono qui,
o così sembra alle mie dita inquiete
che tormentano le tasche
del vecchio impermeabile. È giorno fatto.
 
L’oscura primavera smuove appena
l’acqua del lago attento.
Nulla finisce, o tutto, se immobile
decido di non esserci.
 
***
 
Ti libero la fronte dai capelli
ormai radi, grigi, che svelano i tuoi anni
silenziosi e lontani, incisi
dai segni della morte e del passato.
 
I miei sono più cupi
dello spazio gettato tra me e te.
So solo questo, adesso:
che t’ignoravo e non dovevo.
 
***
 
Al primo chiaro, quando
indiscreto un raschio
di motore penetra il sogno
(ma distorto e fatto labile),
a liquefarlo
nel pulviscolo d’oro
delle imposte malchiuse;
 
al primo buio, quando
ogni opera, ogni grido
smuore timoroso
e il piovasco si dilegua
sul selciato impassibile:
al chiaro e al buio, mie sole realtà
se tu pietoso ricompari e le fai vere.
 
***
 
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nel pensiero che si ingombra
di altri occhi, e mani, e voci
che non sono le sue. Inessenziali.
 
È l’ora… Cerco il segno
smarrito, il pegno solo
che di lui renda l’ombra, almeno,
a ogni angolo più intensa.
 
***
 
…ma così sia. Parlo d’altro
ad altri, e li confondo
con la fioca litania
di frasi vane. Brina sui vetri.
 
S’ostina in cielo un sole
freddoloso, rischiara l’acqua
a stratti, offrendo luce a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
 
 
 
 
In Omaggi, Einaudi, Torino 2017.