AMBROSI

ROSANNA AMBROSI, I BAGNI DI CALDIERO – CASAGRANDE, BELLINZONA 1991

Rosanna Ambrosi, veronese emigrata in Svizzera a vent’anni, ben conosciuta nel mondo dell’emigrazione italiana per il suo impegno culturale e politico a favore degli stranieri, ha pubblicato in dicembre presso le Edizioni Casagrande di Bellinzona un romanzo-diario, I bagni di Caldiero, in cui ripercorre anni e atmosfere comuni al ricordo e alla sensibilità di molti di noi. Con tratto leggero e piacevolezza di stile, la Ambrosi recupera il rapporto doloroso ma fecondo che la legava ai genitori: una madre repressa e repressiva, dolente e pudica, che mai neanche in punto di morte riesce a trovare il modo di comunicare con la figlia al di là delle convenzioni, e un padre più amato, se non altro per l’aura di mistero che avvolgeva i suoi anni giovani, passati in carcere per attività antifascista. La bambina Rosanna viene fatta rivivere nella sua selvatichezza istintiva di animaletto mai del tutto addomesticato, impaurito e pronto a mordere: si veste da maschiaccio ma è affascinata da ogni preziosismo e raffinatezza femminile (appena accennato, ma intenso, è il richiamo subìto dall’elegante figura della nonna materna, che, sola, la sa introdurre ai misteri incantati della fiaba e della poesia); patisce presto il richiamo imperioso del sesso, occultato ferocemente da cattolicissimi sensi di colpa; conosce l’umiliazione di frequenti rovesci di fortuna della famiglia, il confronto penoso con ambienti più ricchi, più colti, più raffinati. Dapprima Verona, in seguito Padova, provinciali nella loro affettazione pseudoculturale, offrono alla sua adolescenza inquieta uno sfondo solidamente tradizionale su cui formarsi e affinare le armi per le prime, importanti, ribellioni. E’ l’incontro con Bernardo, poeta comunista più anziano ed esperto di lei, ad agire come miccia, a far esplodere i contrasti fino ad allora censurati in famiglia. Questa lunga e meticolosa carrellata di avvenimenti del passato, ripercorsi da una memoria mai ironica o risentita, a tratti anzi troppo lucida e distaccata, vengono inframmezzati da pagine diaristiche (esternamente rese riconoscibili anche da un diverso carattere tipografico) “al presente”, in cui Rosanna Ambrosi ormai adulta, divorziata e madre di due problematici adolescenti, si analizza e ridiscute i ricordi alla luce dei loro sviluppi concreti; racconta l’agonia dei genitori e, con essa, la morte, la non recuperabilità di una parte di sé; si giudica come madre, moglie, ex moglie, tenendo però sempre a bada la sua sofferenza, non scoprendosi mai troppo nelle fibre più intime: forse proprio perché finisce per “raccontarsi” eccessivamente negli accadimenti esteriori. E’ un po’ come se a noi lettori venisse proiettato sotto gli occhi il veloce film di una vita: un film girato con competenza e completezza, ma senza primi piani, senza pause per la riflessione. Un esempio tra i tanti, queste poche righe, liquidatorie, sul funerale della madre: «Infilata la cassa nel loculo, dei muratori l’hanno richiusa alla meglio. Più tardi vi verrà applicato un marmo. Mi faceva una ben strana impressione vedere murare mia madre».

Il linguaggio è pulito, lo stile scorrevole: e oggi poter scrivere ciò è già moltissimo. Ma se la sofferenza e la gioia fossero state in grado più spesso di aprire squarci, buchi neri, bagliori accecanti nelle pagine e nel lettore, Rosanna Ambrosi ci avrebbe fatto un dono migliore.

«Eco di Locarno», 22 febbraio 1992