ANGIULI

LINO ANGIULI, LA PENNA IN FONDO ALL’OCCHIO – STILO EDITRICE, BARI 2013

«Che senso ha una raccolta di scritti paralleli alla scrittura cosiddetta ‘creativa’?», si chiede il poeta Lino Angiuli nella premessa a questo importante volume di contributi critici, che nella sua lunga carriera letteraria hanno affiancato con severe e puntigliose prese di posizione la produzione di versi. E così si risponde nelle stesse pagine: «Sono… dell’avviso che la scrittura cosiddetta ‘creativa’ non possa fare a meno, come ogni altra forma di manifestazione artistica, di un diuturno esercizio critico da praticare in primo luogo addosso alla propria voce, intrattenendo nel frattempo rapporti dialettici con il mondo circostante e contribuendo, così, a superare quella distanza che finisce per cristallizzare i ruoli e le ‘competenze’».

A questo “diuturno esercizio critico”, indice di consapevolezza e serietà professionale portata avanti con coerenza negli anni, Angiuli rende omaggio appunto con la pubblicazione di questo volume, che si presenta al lettore suddiviso in tre parti fondamentali, più un’appendice di brevi recensioni. Nella prima sezione viene riproposta un’indagine sulla poesia di Guido Gozzano, esplorata dall’autore sin dalla sua tesi di laurea conseguita a Bari nel 1972, e poi continuamente rivisitata con appassionata dedizione. Nel saggio argutamente intitolato “Dal maiuscolo al minuscolo”, Angiuli segue la parabola della scrittura gozzaniana dagli esordi suggestionati dalla visione estetizzante e superomistica di D’Annunzio, al rinnegamento del titanismo nella ricerca linguistica, ironica e dialogico-narrativa, de I Colloqui.
Nella seconda parte del volume vengono ripubblicati saggi e articoli, annoverati come Altri Esercizi, che Lino Angiuli ha scritto nell’arco degli ultimi quarant’anni, ripercorrendo la letteratura italiana dalle origini della Scuola Siciliana, attraversando poi la produzione leopardiana, per approdare alla contemporaneità, soprattutto commentata affettuosamente nei risultati raggiunti dagli scrittori della sua Puglia (Raffaele Nigro,Vittorio Bodini, Pietro Gatti). Particolare in questo senso risulta la sua riflessione sul senso di colpa dell’intellettuale meridionale («che scatta sempre sul versante della perdita di un mondo smarrito e dell’elaborazione fantastica del lutto»), sui suoi complessi edipici di inferiorità nei riguardi della letteratura europea, e sull’uso del dialetto («una variante del culto dei morti, l’applicazione letteraria di quella ritualità che costituisce l’epicentro inossidabile delle civiltà tradizionali»).
Partendo da queste premesse, si entra nel cuore pulsante degli interventi critici del volume, la cui terza sezione è dedicata ai  Ragionamenti. E qui Angiuli sfodera le appuntite armi del suo impegnato interventismo critico, indagando con appassionata coscienza civile «il rapporto tra politica e letteratura, poesia ed engagement», e stigmatizzando la produzione letteraria che non sappia o non voglia fare i conti con la Storia, concretizzata in un tempo e in uno spazio reali, definiti:«Non esistono il poeta e la poesia in assoluto, se non come astrazioni che vanno costantemente storicizzate, contestualizzate, materializzate…Dichiarerò che, tra le mille poesie possibili, preferisco quella che aspira testimoniare piuttosto la piccolezza contraddittoria che la grandezza finta e illusoria dell’animale uomo».

Parole forti e coraggiose, memori anche di un’utopia sessantottesca mai rinnegata, e decise nel rifiutare una letteratura solipsistica ed esangue, scarnificata e sacrale, che finisce «per santificare il corpo mistico del testo, grazie al riciclaggio di neo- o tardo- simbolismi più o meno ‘innamorati’».
Una vera e propria, orgogliosa, dichiarazione di estetica, questa di Angiuli, intesa a proporre un’ipotesi di «critica relazionale», in grado di porsi – rispetto al testo e al suo autore – in uno stato di «ascolto vicinanza comprensione empatia sintonia», e anche di «consapevolezza emotiva», rifuggendo dagli schematici rigorismi interpretativi imposti dalla «cultura logocentrica». Amare la parola scritta, quindi, «impossessarsene»: incoraggiare la pars costruens della letteratura, magari privilegiando «le composizioni supportate da progettazione poematica», tanto in disuso nella produzione in versi attuale, così minimalista, epigrammatica, orfica.
Il messaggio ottimistico, propositivo e profondamente poetico di Angiuli si conclude quindi con parole di speranza e incoraggiamento:«Alla denuncia, al risentimento, alla critica, all’amara invettiva contro la malarealtà preferisco la valorizzazione di quello che c’è e di quello che è possibile…Una delle manovre esistenziali più proficue è quella di cercare un ‘noi’ in cui stemperare la centralità dell’io…Un noi che non esclude l’io, ma che non escluda l’altro».

È raro oggi trovare chi postuli programmaticamente una letteratura non autoreferenziale, ma aperta alla realtà, e capace di progetti, di sogni: chapeau, quindi, alla voce giovane e vitale di un uomo di cultura nato nel 1946 nel nostro antico Sud.

 

© Riproduzione riservata        www.sololibri.net/La-penna-in-fondo-all-occhio-Lino.html         14 settembre 2015