ATTANASIO

DANIELA ATTANASIO, IL RITORNO ALL’ISOLA – NINO ARAGNO, TORINO 2010

Si apre con una poesia intitolata  Risveglio, questo bel libro della poetessa romana Daniela Attanasio: quasi un augurio di nuova vita, che penetra nei versi con la luce dell’alba. E «luce», infatti, è forse il vocabolo che più si rincorre attraverso i quattro capitoli che compongono il volume, come una costante di apertura, di desiderio chiaro, di energica vitalità modulata in versi che hanno la solida positività di una narrazione che si vuole condividere. Così nella prima sezione, intitolata luminosamente  Qualche scintilla, è la metropoli di oggi, brulicante di esistenze e razze differenti, di colori profumi rumori e lingue diverse, che si impone nelle descrizioni stupite e grate dell’autrice. La sua «Roma di rosa pallido di azzurro sporco», si spalanca con disordinata allegria su «un secchio di fiori una panca la metropolitana / la croce della farmacia, odori molli dolci / di pelle indiana»: per cui, quasi pasolinianamente «a snodare la passione del giorno / è un disperante bisogno di vita». Ma è soprattutto la seconda sezione, che dà il titolo al volume, ad aprirsi al miracolo dello sguardo ricreante, in una vertiginosa identificazione con la natura e l’esplosione dei suoi colori. L’isola di cui si parla nel poemetto («quest’isola / piccola e selvaggia») è Ginostra («felicità infantile / come un giro di / giostra»): esplode nella sua concreta e paganeggiante rigogliosità fatta di “roccia nera / vulcanica sulfurea / raspi di capperi… terrazze accovacciate… teli di bucato… gigli di mare… corpi scivolati nel / sudore… gabbiani reali appollaiati… spiaggia trascolorata… intonaci /increspati come petali di / un fiore… livide raffiche di vento… rosso dei pomodori / rimasti a seccare sotto il sole». Una fisicità di cielo e mare, odori e suoni che si fa pura, esaltata visione, e insieme volontà di comunione, non solo con l’amato con cui si condividono i gesti più quotidiani e attenti, bensì con il tutto che respira intorno, fino alla riconoscente resa in poesia: «Vera ragione di esistere / è questo guardare la vita / patendola fino al raschio / delicato della poesia», «cerco un verso che / sanguini fedeltà alla vita», «il mio modo / di guardare l’isola / è una forma del / pensare, qualcosa di / molto umano, una cosa / pura, un inizio // come cercare Dio nella bocca del vulcano». Proprio la forza incombente del vulcano, guardiano del suolo, testimone sedimentato da millenarie età geologiche, rappresenta più una sicurezza che una minaccia: «il vulcano è ancora lì / con la sua mappa di rughe ctonie- / solo lui resiste»: ed è una promessa di solida e fedele permanenza nel fluttuare incostante delle vicende umane. Il ritorno alla banalità urbana, la fine della vacanza e dell’immersione in un’innocenza primordiale, si concretizza in un  Dopo che corrisponde al terzo capitolo del libro, e a una separazione, alla fine di un rapporto d’amore: «circondata dal buio e dal / silenzio, posso iniziare a ricordare», «poi è accaduto qualcosa che non so capire», «siamo corpi separati dentro una cassa di gesti morti». Eppure, anche nella malinconia del distacco, non sono davvero buio e silenzio a prevalere. La poetessa sembra voler chiedere ancora una volta soccorso alla natura, alla bellezza del creato per una consolazione che non sia fittizia: «vieni luna gentile, lava le pietre della mia memoria / attraversa con i tuoi raggi bianchi cuore e cervello / chiudimi dentro una suadente amnesia», «amo anche te vela nera d’agosto / e amando te amerò il dopo del buio e della pioggia». Sono versi che indicano sempre e comunque una salvezza, una gioiosa accettazione e adesione all’esistente. Persino la visione della morte futura non ha nulla di spaventoso e di tragicamente definitivo: «soccombere alla luce- un modo di morire contenta / scivolando nella materia che amo». La scrittura poetica di Daniela Attanasio («un nome ebraico e un cognome greco») sembra rifiutare i moduli tradizionali di rima o metrica, ma si avvale spessissimo di metafore e di enjambements che aspirano a creare nel lettore effetti di straniamento e sospensione, di sorpresa e meravigliata interrogazione, in linea con la convinzione etica espressa dai suoi contenuti: un inno alla vita, una partecipazione convinta alla bellezza . Così anche l’ultima parte del libro, con le tragiche epigrafi tratte da Amelia Rosselli, e allusive alle «sue disarmate visioni», alla malattia, alla fine, termina con un «cordoglio d’allegria», con la constatazione che «da tutti i tuoi mali d’amore nasce sempre qualcosa, / tocca la primavera di aprile scolpita sulle foglie / i voli frastagliati degli uccelli, le rondinelle…».

«Atelier» n. 67, settembre 2012