CANALI

LUCA CANALI, ALLA MANIERA DI – CROCETTI, MILANO 1987

Più di dieci anni fa, G.Almansi e G.Fink avevano pubblicato un libro molto intelligente e divertente (forse per questo trascurato da critica e pubblico), in cui proponevano la parodia come nuovo genere letterario, presentando diversi brani narrativi scritti Come se, alla maniera di. Ora Luca Canali ripete l’esperimento, offrendo «inediti apocrifi di poeti moderni», usciti presso l’editore Crocetti, intitolati appunto Alla maniera di.

Finissimo traduttore di classici latini, risentito poeta in proprio, critico attento e severo di versi altrui, Canali ha le carte in regola per cimentarsi in questo che è – avverte – «anche un gioco», ma soprattutto «chiave di lettura, e identificazione di poetiche, cioè critica attraverso una nemesi in versi». I poeti prescelti per questo esercizio di stile sono 17 italiani e 5 stranieri, rigorosamente elencati in ordine alfabetico e con un numero di poesie che varia da due a sei. L’intento parodistico con cui Canali rifà il verso ad alcuni di loro, accentuandone stilemi e tic espressivi, è ben evidente nel caso di Maurizio Cucchi (di cui si sottolinea l’attenzione eccessiva ai particolari più minuti) e di Giovanni Giudici, decisamente – ma poco verosimilmente – preso in giro per l’eccesso di autobiografismo e per gli intercalari discorsivi (i “no”, i “sai”, i lombardismi) della sua prima produzione, e la “maniera” trobadorica dell’ultima. Anche Caproni sconta in Canali alcuni abusi tematici (lo scontro io/Dio, il doppio, l’inconsistenza dell’io) e stilistici (l’artificio delle interrogazioni). Con più affetto e maggiore riuscita imitativa, dovuta probabilmente ad una consonanza culturale ed espressiva, vengono trattati Bertolucci (di cui si ricostruisce l’ambientazione nella provincia emiliana, il collegio, gli amori giovanili: ma anche la sapienza nell’uso dell’aggettivazione) e Mario Luzi, ripercorso con discrezione nei temi e nella pacatezza del tono narrativo. Le imitazioni di Montale e Sandro Penna risultano particolarmente felici: l’uno inchiodato ai suoi termini (albale, abbaglio, blasfema, crinale, balugina, gomena, approdo…), allo stile dei primi tre libri; l’altro rivissuto e riportato in vita in versi assolutamente penniani: «Andavano di sera indifferenti / e belli giovanotti in canottiera». Ma anche la nevrosi stilistica e l’inventivo plurilinguismo di Zanzotto, il sermoneggiare di Fortini, l’aulicità di G.Conte, l’abbandono romantico di Raboni, l’onirismo di Gatto e l’ansante spietatezza di Balestrini sono ben resi, a dimostrare quanto vasto sia il raggio di intuito critico, di abilità parodistica di Canali.

Viene da interrogarsi sul perché di alcune esclusioni di poeti facilmente riducibili ai loro “topoi” stilistici: Sanguineti, tra i maturi, e De Angelis tra i giovani. Mentre è evidente che la sapienza tecnica dell’imitatore molto deve alla perizia del traduttore, soprattutto là dove la polemica e la tentazione del confronto perdono mordente, come nelle abilissime imitazioni degli stranieri, tutti, tra l’altro, morti: Borges, Eliot, Kavafis, Thomas, Trakl.

«Agorà» (Svizzera), 27 gennaio 1988