IL TEMPO

IL TEMPO

Nel suo non tempo
non faceva niente.
Pensava il tempo,
l’eterno presente.
Nel suo non luogo
non era dove.
L’ovunque esistere,
il sempre altrove.

***

Lui che non è tempo
ci ha abbandonati al tempo.
Nel tempo ci ha lasciati
e costretti. Tra confini.
Dall’essere al non essere,
persi come bambini.

***

Dio vuoto nel presente,
dio assente, dio ignoto.
Dio non del passato, del non passato,
dimenticato. Dio cancellato.
Dio nuovo, dio futuro,
dio puro; dio che non è ancora,
dio che sarà, dio libertà.

***

Tempio del tempo è il cielo,
in questa notte chiara,
illuminata immobile.
Che tace. La calma degli dei
è il suo respiro, e la sua luce.
Il tutto e il niente
di un’assoluta pace.

***

Ti rubano le ore, i giorni:
li riempiono di vuoto,
li svuotano di senso.
Con gesti e voci vane
annebbiano l’immenso,
ingannano l’ignoto,
i ladri del tuo tempo.

***

La mano che teniamo camminando
quando siamo bambini,
un certo giorno, all’improvviso,
lascia la nostra mano.
E la strada nella nebbia
fa paura, e la luce sulle scale
fa paura, e tenere un’altra mano
fa paura.

***

Tutto quello che non serve a niente
ha diritto di esistere per sempre:
in uno spazio-ombra evanescente,
in un tempo-non tempo inesistente.
Lì galleggiano inservibili disutili
i sogni dei bambini appena nati,
le voci dei bambini abortiti,
i regali d’amore rifiutati;
le lettere smarrite, i treni persi,
i versi cestinati: lì vivranno
sommersi e salvati
per il loro non essere stati.

***

In un altrove.
Dove vivere, quando.
Elsewhere. Lontano,
fuori tempo. Di contrabbando.
Via dagli eventi.
Disattenti.
Con minima percezione
di ciò che accade intorno.
Notte nel giorno.
Vivere altrove. Dove.

***

Quanto dura il tempo dei fiori?
Qualche giorno.
E intorno il profumo, i colori:
solo per qualche giorno.
Tempo breve e felice,
perché appartiene ai fiori.
Lieve, senza dolori.

***

Sempre in ritardo sulla speranza,
abbiamo fatto abbastanza?

***

In te, anima mia, misuro il tempo.
Ogni secondo, un battito del cuore.
Ogni secondo. Ogni stupore.
Maturo il tempo in te,
anima mia, affondo.

***

Tutto il mio tempo è attesa.
Ed attesa paziente, sicura.
Certa di una sorpresa che verrà
–  voce amata al telefono,
luce accesa improvvisa nella notte.
E non ho più paura.
Lascio la porta aperta; ascolto
se per caso dei passi si avvicinino.
Sono la serva fedele che aspetta
senza conoscere il giorno e l’ora,
e conserva dentro sé la parola,
il ricordo di un volto.

***

Metto la tua vestaglia,
papà
quando di notte
ho freddo. In cucina
compio antichi gesti,
esitanti:
ripiego la tovaglia,
scaldo l’acqua del tè.
Come ti assomiglia
la ragazzina
che ti sedeva di fronte
mentre controllavi i tuoi conti.
Lei, immersa nei suoi libri
e tu in silenzio, davanti
al suo sapere che cresceva
e non serviva a niente.
La cucina è diversa,
tu sei un’ombra. Ma resti
nello stesso silenzio,
nella stessa vestaglia.

***

Quando ero più giovane,
e lui non c’era già più,
e le bambine erano ancora bambine,
allora le guardavo giocare
e ridere, le ascoltavo parlare
e mi dicevo «Le ho fatte io».
Di notte entravo nella loro stanza,
e seduta per terra,
con poca luce dal corridoio,
spiavo i movimenti del sonno,
i lineamenti antichi e nuovi,
e ripetevo «Le ho fatte io»,
Ma non con vanto, no:
con stupore, perché ero stata
capace di tanto.
Loro crescevano, si allontanavano.
«Le ho fatte io», mio tempo vero,
storia che non sarò.
Ma loro ancora, e i loro figli,
il male e il bene.
Com’è giusto che sia,
vita che si perde e si mantiene.

 

In  Frontiere del tempo, Manni, San Cesario di Lecce 2006.

IL LAGO

IL LAGO

I

Non sono onde. Ne avrebbero forse
l’intenzione; increspature leggere,
rughe dell’acqua, e basta.
Non sarà mai tempesta,
questo lago, scarso coraggio
di farsi mare: se accoglie un fiume,
lo placa, lo annulla in una quiete
casta. E così niente corse né fughe
di pesci, ma vaghi girotondi,
guizzi di piume d’anatra in festa.
Bisogna aver paura di chi non sa osare:
laghi colline periferie.
Acque chete e profonde celano
malefici, stregonerie.

II

Di qua e di là i monti
a impedirgli di scappare da se stesso
lo incastrano guardiani, e lui
«Specchiatevi, torrioni,
narcisi, rimiratevi!»
Com’è forte e tranquillo
nei suoi limiti di roccia,
il lago:
non ha ponti o gallerie,
cime o dirupi,
non potrà mai franare.
Sempre uguale a qual era
sfida la morte,
ogni sorte futura;
eterno come il cielo, sicuro
come un dio senza paura.

III

La vela che lo solca, ne incide appena
la scorza in superficie, come un graffio
che subito sparisce sulla pelle
se lo bagni. Così il lago violato
ricompone intero il suo volto
di prima,
tacendo il mistero
di che pace affiori dal fondo.

IV

Il pescatore si rassegna al largo,
lasciato il molo, si consegna al lago;
al vuoto di confini e di pensiero
che confonde il suo cielo.
Non offre resistenza al silenzio
che varca coi remi, all’assenza
di onde, di vento possibile.
Sarebbe pronto a lasciare le reti,
la sua barca,
se appena uno – visibile a lui solo –
tentasse qualche passo sull’acqua,
avvicinandosi.

V

Il sole ha voglia di sciogliersi,
annullarsi nell’acqua, nascondersi;
non essere più sole. Dentro, nel lago,
si è fatto lago, luce che esplode
di chiaro, in fondo, caldo nel gelo:
suo cielo è un nuovo azzurro,
come all’inizio del mondo.

VI

Accarezza appena la pelle
del lago, lo scompone di un respiro
attento; vena d’aria
che vorrebbe riuscire a farsi vento.
Invece è solo brezza.

VII

Invaso dalla luce,
non è più azzurro, oggi.
E’ giallo, è oro; oppure
trasparente, un lago di cristallo
con minutissime scaglie di bianco.
Lo sguardo che lo osserva
da lontano, stanco di troppo chiaro,
cerca uno schermo codardo
nella mano.
Ma poi, fermo e persuaso,
si arrende alla violenza del sole, all’evidenza.

VIII

Motoscafi e voglie grasse
sporcano il lago:
pelle esibita lucida,
casse di birra. E i tuffi,
sbuffi di gas, sgolamenti
agitati.
Come offendono la sua seria
dolcezza, la sua riservatezza.
Lui scioglie nelle acque
ogni miseria di tanta vita,
rendendo conto al cielo
di ciò che è, soltanto al cielo.

IX

Naviga tranquillo e padrone,
il battello, sicuro del suo peso
-mischia di turisti plaudenti-
mentre altre barche si spostano
veloci, fanno largo,
«Attenti, passo io», fischia,
spaccone che si crede
vascello di Dio.

X

Fitta, battente, punge nell’acqua
come aghi, pioggia di ottobre
che non conosce tregua o pudore
e insiste, ferisce, inclemente
come Giove, gonfia di sé
il lago spaventato e incolore
– triste Danae che subisce,
quando piove.

XI

Con la nebbia svapora
ogni odore di vita, memoria
di estati, di colori.
Nella nebbia
il lago si ritrova e si perde,
senza tempo né storia: eterno,
immobile, pronto all’inverno.

XII

Silenziosa la neve sparisce inghiottita
dall’acqua, come non fosse mai
esistita: si cancella e tace.

Mentre a riva finisce bianca
sui sassi, dentro nel lago beve
una sua stanca pace.

 

 

In  Il lago, Lietocolle, Faloppio 1996
e in Litania periferica, Manni, Lecce 2000

IL PROCESSO

IL PROCESSO

                 (Omaggio a Mario Luzi, rileggendo Presso il Bisenzio e altre poesie da Nel magma)

 

Hanno telefonato, dicono che verranno
già che si trovano a passare dalle mie parti.
Sono due coppie, più giovani di me e più impegnate:
chierici rossi, o neri; a lume di chiesa o d’officina
(per dirla con Montale).
So già cosa m’aspetta.
L’ennesimo processo, in questi anni d’oscurità e di passione.
Anni vissuti a cuore duro, sola, coi polsi che tremano,
sempre sulle tracce
d’una felicità non mai raggiunta, o fuggita di mano.
Eccoli che suonano; entrano in casa come da padroni,
imbaldanziti e arcigni,
logorati dalla lotta e più che dalla lotta
dalla sua mancanza umiliante.
Siedono sui divani, dopo gli inevitabili saluti
imbarazzati. Penso a questo incontro
se si può cavarne un senso che non sia di rimorso e basta,
e sto senza parole aspettando l’affondo.
Le coppie danno segno di fastidio, ma non fiatano
e masticano gomma guardando me o nessuno;
forse fuori dai vetri, il giardino e gli ulivi,
il lago raso rigato da un solo cigno.
Inizia uno dei due mariti, tra ironico e furente.
«Tu? Non sei dei nostri». Mi fissa a lungo e attende.
Crede. Da sempre milita nella fede di Cristo, ostinato
nel lavorio d’un animale strano tra formica e talpa.
«Guardati, guardati d’attorno». E sento il privilegio
della mia condizione, la colpevole ignavia
che mi fa prigioniera.
Cerco per la mia mente un nido,
così taccio davanti a lui che aspetta
aspettando a mia volta e intanto penso.
Come una cateratta infine, come un vulcano esplode.
E c’è dentro di tutto: i bambini africani,
profughi musulmani, e chiese in disarmo,
l’egoismo di pochi padroni del mondo e di me
che non mi oppongo, non combatto, non prego
o prego in solitudine evitando il confronto.
«E’ terribile tu non sia dei nostri».
Ora smarrito ed indignato di fronte al mio silenzio,
chiede aiuto alla moglie
che muove ad un sorriso
colpevole le labbra,
tra beffarda e strana, e mi rinfaccia
questa conoscenza avuta a sprazzi nel buio.
«Sei tu che non accendi la luce, o non vuoi.
Non dire che non puoi».
Punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano altrove, e dove.
Le piante, il pianoforte, il mio inqualificabile benessere.
«Prova a fidarti, ad affidarti…»
Gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti.
«Faccio beneficenza. Aiuto chi è nel bisogno». Provo a scusarmi,
e forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo,
se dico «Non ho odiato mai. Né fatto male con consapevolezza».
I silenzi si fanno più frequenti
e lunghi. «Ho cresciuto da sola due bambine».
Tento la carta della compassione.
«Non confondere il privato col politico». Interviene
il compagno che era rimasto zitto prima.
Fiducioso della buona sorte
dell’anima e, perché no, della rivoluzione inesorabile ch’è alle porte.
«Non sei carne né pesce. Non ti schieri.
Non partecipi alle sorti della terra».
«E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti». «Quali parti?»
E mi fissa con un suo sguardo fluido e arguto.
Ancora non intendo se m’interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine.
«Devi crescere: crescere in amore
e in saggezza». Interviene la moglie, pasionaria
di antiche barricate, ormai solo mentali.
«Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze»
e non mi riconosce né la profondità, né l’ardimento.
Rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,
sia pure alle mie colpe. «Non credo
di essere importante, ho fatto il poco che mi è riuscito».
E ancora «Abbiamo avuto in sorte tempi duri».
Ma loro, compagni esperti del dolore del mondo,
rincarano le dosi. «Possiedi tutto, per dare di più.
Scuotiti, agisci, scegli». E io,
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito: «Scrivo. Scrivo versi
che spero dignitosi».
Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito. «Non basta».
E’ la condanna,
la ruggine impalpabile che chiude ogni discorso,
di arringa o di requisitoria.
Ma uno dei due uomini si ostina:
«Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede
tenuta stretta». Gli fa eco quell’altro,
a modo di saluto o di viatico: «Combatti!
Questo vuole il tuo tempo, perché non gli vai incontro?»
Con movenze felpate e caute si avviano alla porta,
i quattro liberati da un peso, e soddisfatti.
Mentre io sento il morso del rimprovero soltanto.
«E adesso, dove state portando il vostro
inflessibile rigore, la vostra pungente coscienza marxiana?»
vorrei chiedere, ma mi precedono sul tempo.
«C’è un outlet qui vicino, ci hanno detto.
Si può fare qualche acquisto firmato a buon prezzo.
Sai se è molto affollato di domenica?»
Giorno offerto al Signore.
Guardo il lago indifferente,
le sue vele lontane. E mi esorto in silenzio:
«Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta».

 

In «Bloc Notes» n. 62, marzo 2012 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

IL RAGAZZO KEVIN

IL RAGAZZO KEVIN

(Omaggio a Elio Pagliarani, rileggendo La ragazza Carla)

1

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di Lodovico il Moro
c’è la casa di Kevin e di sua madre.

Il fratello più grande ha nome Christian
vive da solo o con qualche donna
poco lontano, in tre locali, guadagna bene
col suo negozio di ferramenta, con altri giri
e affari.

Son posti grigi questi, nuvolosi
di pozzanghere e nebbia,
sotto il cielo colore di lamiera

Chi c’è nato li conosce a memoria
non si ribella non cerca altrove:
le abitudini si fanno con la pelle
e la pelle di Kevin si fa dura
col tempo con poco sentimento.

2

Il cemento i palazzi scarsa erba
e tre alberi soli

fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca

altrimenti nemmeno ti ricordi del tuo corpo
che nessuno lo accarezza.

3

Kevin Bianchi fu Bruno di anni
diciassette primo impiego pony express
alla Barona
si impomata i capelli in una cresta
pantaloni abbassati sul sedere
e le scarpe due numeri abbondanti

che ridere che piangere

non avere pensieri o parole per dirli
ma girare il quartiere sgasando il motorino
le consegne veloci senza mance
o sorrisi

è questo dunque
che ci abbiamo nel sangue?

Basta solo che arrivi
la sera alle sei, e smontare
e mandare tutti quanti a farsi fottere.

4

Sua madre fa la sarta a domicilio
non sopporta il casino della stanza di Kevin
non le piace la musica che ascolta
il suo ragazzo. L’avrebbe voluto più alto

più bello, e magari vederlo
alla tv, tanti soldi
e un poco di successo di foto
sui giornali

invece lui sta sempre stravaccato sul divano
o connesso al pc fino a notte
non racconta mai niente, a volte si ubriaca
a volte fuma erba
mangia male, pelle e ossa, e se lei gli domanda
tira il collo all’indietro ed ecco tutto.

Ogni tanto suo fratello passa a prenderlo
chissà dove lo porta chissà cosa gli fa fare
donne nere o romene che magari si piglia

qualcosa di brutto ma ci vuole pazienza.

5

Si sente tutto, quello che dicono i vicini
quello che fanno, in bagno a letto,
gli odori musulmani di cucina.
Kevin vorrebbe farli fuori col mitra
A THIRD WORLD WAR

SENT FROM THE FUTURE TO EXTERMINATE
WHAT IS LEFT OF THE HUMAN RACE
TERMINATOR ! DISTRUGGERLI ! ANNIENTARLI !

va troppo spesso al cinema
e i film che Kevin non li può soffrire
Wim Wenders Woody Allen Kusturica
ma lui non li capisce preferisce porcate fantascienza cazzotti spie
vorrebbe imparare le arti marziali, è troppo magro
eppure un pugno basterebbe a un suo cliente in cravatta azzurra
sangue dal naso spaccare i vetri di un ufficio bucare gomme ai suv
fare cose indecenti a quella signorina tacchi alti
e la borsa vuitton

all’insaputa di sé si mette in lotta con l’ambiente

Kevin è un bambino un ragazzino fa il fattorino

ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?

6

Le nove di mattina al 3 febbraio
piove che dio la manda
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
Kevin non la sopporta, se potesse, Kevin:

(il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato)
e la gente –
tutta così?

Accelera la moto, sgomma sul bagnato, non si ferma al semaforo
e spaventa i passanti, li schizza col fango,
per la rabbia con sua mamma, suo fratello, il padre morto
e la casa
Casa mia casa mia
per piccina che tu sia

e le donne
(Quante scuse le donne, quante moine
per non lavorare)

all’incrocio di via Meda
Kevin investe uno in bici, gli si rotola addosso,
sente gli ossi spezzarsi sangue in bocca e non urla
che botta che paura,

sono in due sull’asfalto sdraiati e intorno
la pioggia sirene rumori
muove le dita Kevin
raspa la terra per aggrapparsi e non gli riesce:

solitudine imperio libertà.

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
ma questo è sopravvivere non vivere
resistere appena andare avanti
non capire non chiedere senz’altro
non sognare i sogni lasciamoli ai più piccoli
agli illusi chi crede al paradiso

se basta un motorino per finire
agli anni diciassette e intorno accorre folla
scuote la testa scuote la coscienza
pietà di noi e orgoglio con dolore.

 

In «Incroci» n. 27, gennaio-giugno 2013 e in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.

IL SILENZIO, LE VOCI

IL SILENZIO, LE VOCI

 

Della parola è l’ombra,
la parte scura, il non detto.
La osserva sola, e sospesa,
come ingombra l’aria, intorno,
e dura, e pesa.
Perfetto, lui tace.
Conserva l’eco,
la pace.

***

La ferita che dura
se non la tocchi guarisce da sola.
Nel silenzio è la cura:
diffida, diffida della parola.

***

Ritirarsi, ritirarsi.
Lasciare spazio al vuoto.
Tacere nel brusio,
nel mormorio.
Cercarsi nell’ignoto.

***

Senza parole, immobile,
troppo oscuro per noi,
troppo lontano:
il dio che amiamo tace
quando permette al male
di essere nostro male. Non vuole
che capiamo, noi zitti
e lui incapace di farsi perdonare,
terribile e bambino.
Libertà che temiamo
è il nostro e suo destino,
dio dell’indifferenza
e dio della pietà.

***

Si schiudono come fanno i fiori,
appena appena, leggere, con pudore,
impaurite quasi dal potere che hanno,
le parole d’amore. E promettono,
sincere finché durano, sospese
dentro al fiato in cui vivono.
Poi sfinite sulle labbra dell’amato
lasciano che sia il silenzio a prevalere.

***

Riconosci la mia parola nel mio silenzio.
Fa’ tuo il tuo nome che taccio.
Intorno, anche l’aria è di ghiaccio.
Riconosci nel mio non dire il mio patire.

***

Baciarti sulle labbra la parola
che a fatica pronunci, a fatica:
quasi avessi promesso di non dire.
Aspirarla con il fiato appena,
mescolarla al mio respiro, e confonderla.
Che non abbia paura, ascoltandosi,
di restarsene lì, irrimediabile, sola.

***

Mi aggrappo alla tua ultima parola,
mentre non ti voltavi
e scendevi le scale.
Così leggera e innocua:
come un ciao che non fa male.
Però non era ciao,
era un sottile strappo
pronunciato di gola, involontario
forse, ma dichiarato.
Risalirai le scale?
Ridirai la parola?

***

Può mentire il silenzio?
Forse come un’alzata di spalle,
un’occhiata distratta,
il gesto inadeguato
con cui ci si scusa senza convinzione.
Così il silenzio tace,
rassegnato a una verità
contraffatta, alla finzione.

***

La parola non concede spazio,
ogni parola.
Ogni parola toglie spazio
alle altre. Le divora.
Detta per sempre,
è implacabile.

E rimane così,
dura, perfetta.
Immodificabile.

 

In Il silenzio e le voci, Nomos, Busto Arsizio 2011.

INNOCENTI

INNOCENTI
 
 
Un minimo scarto, un’ impercepibile distrazione
della natura. Un’errata colpevole
istruzione genetica, un cromosoma
incautamente danneggiato. Il trascurabile
abbaglio di una cellula sprofondata
nel mutismo, nell’inerte atonia.
Che risveglio, o riscatto, o qualsivoglia
premio ultraterreno? Sfrontato il pensiero 
se spera che il male aiuti il bene, e serva
soffrire per trovare salvezza.
Non serve, né soccorre.
Eppure un respiro appannato
rimane respiro, sbucando dal niente:
e prima mancava.     
*
 
Balbetta, non parla. Non sa.
Non pensa, ma sogna – forse. Forse vede
cose invisibili ai più. A stento
cammina (dove andrebbe, da chi).
A stento sta seduto. Sua madre lo lava.
Suo padre lo veste. E’ vivo di una vita
dolorante; aspetta lo scorrere dei giorni
senza un’idea di cosa sia aspettare.
Cresce, diventerà vecchio,
non gli dispiacerà morire.
Incosciente, innocente.     
*
 
Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?
Chi ha scagliato la prima pietra?
Chi ha ucciso per invidia il fratello?
Qualcuno ha taciuto, più di uno
si è nascosto. Lo sciocco alla finestra
non si accorge di nulla, nemmeno
se ridono i vicini, se gli tirano sassetti
sul vetro i bambini usciti da scuola:
lo sciocco alla finestra controlla
le nuvole che si muovono piano,
come lui senza fare del male si muovono
piano.               
*
 
Rinchiuso, stuprata; sgozzato,
fatta esplodere. Rapita. Annegato
nella vasca da bagno. Soffocato
col cuscino, dissanguata in un campo.
Nessuna reazione, nemmeno un tentativo
di difesa.
Perché temere (infatti) la mano cara,
il fuoco amico, la voce che consola.
Solo stupore:
a sorriso interrotto, a occhi spalancati,
a cuore interrogante. 
*
 
Ciò che impunemente definiamo santità
talvolta è presunzione, eccessivo amore
di se stessi, sfida titanica contro 
la propria cenere.
Invece, al silenzio incolpevole dovremmo
devozione e gratitudine, al male
immeritato, allo strazio innocente:
lontano dagli altari, fuori scena, indecoroso.
Talmente innocuo da non lasciare tracce
nella storia, talmente rassegnato alla sua
croce da suscitare scandalo.     
*
 
Nel suo tacere porta le colpe
del mondo, sopporta i peccati, li sbianca:
agnello a cui sarà risparmiato il giudizio
finale (perché non ha giudicato – incapace
di intendere, impedito
a volere). Ma ecco che si alzerà in piedi,
sicuro di forza insperata, inattesa;
a passi giganti camminerà senza orme
e privo di peso: incontro a un perdono,
a un’ostia luminosa di trofeo.
Neppure avvertirà la sua vittoria;
solo l’aria intorno, solo cielo.      
 
 
 
In Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno 2017
 
 
 
 
 

 

L’APPARTAMENTO

L’APPARTAMENTO

 

Le pareti

Di quale altro colore,
che non si perda l’essenziale che sono
–  lisce, senza bisogno di niente?
Gente diversa ama appendervi quadri,
abbracciarvi rampicanti, fare ombra
con lampade astratte. Ma è gente
che le teme, vuole sentirsi
indispensabile anche a loro:
che non hanno bisogno di niente.
Le ho lasciate come sono, bianche.

Gli spigoli

Impietosi stabiliscono confini, delimitano spazi:
gli spigoli, rigidi guardiani del solido,
sanno il diritto dell’aria che occupano
e da padroni mi marchiano
a sangue quando dispersa mi giro intorno,
cercando un posto al mio corpo.
Implacabili a ferirmi, io goffa inconsistenza
nel loro pieno, mi riduco alle mie ossa,
battuta e immobile, non esisto.

Il soffitto

Così basso che lo posso toccare
simulando un salto al canestro,
«ti ho preso» con un dito
strisciandolo, il mio cielo
a misura del braccio destro.
Di fuori quello alto
si allontana: ha paura, il mito.

Le tende

Le tende non ci sono, per questo occupano
tanto spazio. Ospiti che arrivano
portando in dono cioccolatini, si guardano
coi volti di chi attende qualcosa,
tetri si chiedono cos’è che manca
in questa casa. Sono a disagio,
si fingono disinvolti davanti alle finestre,
ma ogni tanto ticchettano sui vetri, fanno
un cenno ai vicini che li spiano.
Non ci sono le tende, la loro inesistenza
riempie le stanze.

Il tavolo

Attenta a questo tavolo
di favola,
che a detta del padrone di casa
ci si può mangiare in due.
Attenta al piatto al bicchiere
che non tintinnino
che non ti spaventino il cuore
toccandosi.

Il letto

Dormo sull’orlo, di fianco.
Inutile è il resto che si offre;
lo ingombro di altre cose,
lenzuola che non mi somigliano
coperte che non sono me.
Io amo i margini mi piace
stare scomoda. Ai corpi
simulacri, ai fantasmi
che si litigano millimetri di spazio
«state buoni», protesto,
ma loro «fatti in là!», ingrati
roditori cui ho ceduto anche il letto.

Lo specchio

Che non mi veda,
soprattutto,
e non si insospettisca del mio
non volerlo guardare.
Ma è sempre stato così stupido,
irrimediabile nella sua piattezza.
Loro ci si specchiano
con indubbio gaudio: dalla porta
li osservo mentre si piacciono
tanto da salutarcisi dentro.
E lui, neutrale,
fa finta di niente.

La fotografia

È come se dicesse
non ci sono, invece c’è:
è lì. Tutti la vedono:
c’è. Si teme assente dopo che
ha riempito ogni atomo
della sua presenza.
«Ma di chi parli? – ironizza
tacendo – di una che non esiste».
Però mi guarda come se fossi io a non esistere.

Il tappeto

Con tutta la loro carne, a gambe aperte,
alcuni lo pestano con incoscienza
guardando in alto o di fianco,
i signori del mondo.
Fosse un tappeto volante, potrebbe
scrollarseli di dosso, loro
e le loro scarpe piene di tacchi.
Ma così, costretto al pavimento, deve amare
i piedi discreti di chi gli gira intorno,
la leggerissima orma dei bambini scalzi.

La poltrona

Troneggia maestosa benché
sfondata nelle molle, pronta
a proteggere chi si abbandona
tra le sue braccia, e legge
o racconta o tace – gli occhi sbarrati
di un folle – , e le tormenta
il broccato a fiori, si abbraccia
i ginocchi, stenta a trovare pace.
Ma lei generosa lo calma
lo culla, è buona: le basta
una carezza, che le si dica
«sei la mia poltrona».

Le sedie

Le vedi, in fila, sembrano soldati
così severe, senza mollezze,
con lo strato di polvere – loro uniforme –
che le condanna: nessuno ci si siede,
piuttosto uno si affanna a stare in piedi
fino a notte. Ma loro non demordono,
immobili a vedetta della casa
che dorme, inutili ma fiere.

Il televisore

Mi hanno suggerito di venderlo,
piuttosto di lasciarlo spento
col suo cieco occhio che mi sorveglia
attento. Voglio deluderlo
nelle aspettative, non guardarlo.
Accenderlo nel fuoriprogramma,
che fischi a vuoto o resti muto.
Retrocederlo al posto del giradischi.

La porta

Chi entra non la guarda nemmeno,
preso com’è a ripassarsi la futura scena.
Lei non prepara a niente, non assomiglia
a chi nasconde; è come tante, appena scura,
tarda ad aprirsi.
Ma chi evade ne osserva col peso la resistenza.
Sente che le premono addosso i folletti
domestici, gli oggetti prigionieri.
Senza la porta, la casa sarebbe
già scappata da se stessa, sparsa
nelle strade, dietro il visitatore incauto.
E’ un bene che sia così pronta a richiudersi,
fedele come una serva, in silenzio come una morta.

 

In Nuovi Poeti Italiani 3, Einaudi 1984,
e in Rosa Rosse Rosa, Bertani 1986.

L’ESECUZIONE

L’ESECUZIONE
 
 
 
I
 
Da lontano stava ad osservare
loro che innalzavano capestri:
abili nel condannare,
e delle esecuzioni sommarie
maestri.
Si grattò la testa, pensò
che era meglio andare.
Pestò l’erba, sputò in aria.
Ma poi si avvicinò,
si mise ad applaudire,
che iniziava la festa.
 
 
II
 
Non che gli piacessero
spettacoli del genere.
Ma cos’altro fare
di domenica mattina,
d’agosto, visto che non poteva
andare al mare?
 
 
III
 
Col piede sinistro segnava
il tempo alla banda,
nella mano destra un boccale di vino.
C’era aria da fiera di paese,
da mercato delle pulci a Samarcanda.
Ondeggiavano tutti,
si sbandavano, in punta di piedi
per meglio osservare,
a braccetto incatenati cantavano
dondolandosi come acqua nel mare.
 
 
IV
 
Lui guardava e non guardava,
ogni tanto volgeva altrove
gli occhi, un po’ per pena
di sé, dei carnefici innocenti,
o degli sciocchi spettatori
gaudenti.
 
V
 
La vittima non lo interessava:
se a tanto era arrivata
da farsi giustiziare
evidentemente
pativa la fine meritata.
 
 
VI
 
Gli era sembrato un po’ troppo giovane
e nei gesti lontani
burattino, al punto che si chiese
se non stessero impiccando un bambino.
 
 
VII
 
Bambino o no
era quello che ci voleva:
come quel vino fresco
nel caldo d’agosto.
Un’emozione forte
e sentirsi come tutti,
giusti davanti a ogni morte.
 
 
VIII
 
Sembrava di essere allo stadio
da tanto spintonavano, tifavano.
C’era chi scommetteva
sulla grazia finale:
l’evento mesto era insomma
un pretesto per quel baccanale.
 
 
IX
 
Una donna tra la folla lo fissava,
faceva di tutto per farsi vedere.
Le si mise dietro
per sfregarle col sesso il sedere.
 
 
X
 
Il rullo di tamburo
annunciò l’avvenuta esecuzione.
Lui si premette duro
al culo d lei in rilievo.
Fu un orgasmo collettivo,
eccitazione, urla e poi sollievo.
 
 
XI
 
Camminava svuotato
come gli altri
sul prato, tra carte e bucce,
stracci e péste.
Brindava a sconosciuti
faceva boccucce alle ragazze.
Nessuno guardava
dalla parte dove il corpo pendeva.
 
 
XII
 
Ci furono allora discorsi ufficiali.
Si applaudiva, ma le grida
coprivano le parole.
Le autorità sembravano ancora più sole.
 
 
XIII
 
Poi attaccò l’orchestrina,
cominciarono a ballare.
Non trovava la donna di prima.
Si strinse a una con voglia di baciare.
 
 
XIV
 
E bacia e gira e trallallà.
si trovò a caccia proprio là dove
non voleva andare, coi piedi lunghi
del giustiziato che davano ombra
sotto il sole a picco.
Stringendosi a una pazza dama unghie
dipinte lo guardò di sotto in su
e gli sembrò di vedersi com’era
lui da piccolo,
stessa faccia stessa razza.
 
 
XV
 
Gli veniva da dirgli
«Ehi amico, scendi giù che abbiamo
scherzato!»  Ma quello freddo
impassibile dall’alto indifferente
alle sue suppliche
e a tutta l’altra gente…
«Peggio per te, allora,
chi se ne frega,
aiutati che dio t’aiuta»,
continuò il ballo che l’orchestra
era ormai muta.
 
 
XVI
 
I più sciamavano via,
chi a piedi chi in macchina,
qualcuno in bicicletta.
Lui continuava a bere
a ballare da solo,
perché non si pensasse
che come gli altri aveva fretta.
Rimase nel prato
solo con l’impiccato:
sembrava addirittura stesse lì
per ripicca, per fargli compagnia.
 
 
XVII
 
Dovevano apparire ben strambi,
il morto rigido ma indulgente
l’altro accucciato a guardia lì vicino.
Venne la notte e a consolarli
entrambi:
l’ubriaco pentito e impotente,
l’impiccato con la faccia da bambino.
 
 
 
 
In Idra, anno II, n.3, 1991; in Litania Periferica, Manni, Lecce 2000, in Il Pickwick, 12 maggio 2018