AAVV – ANIMALI DIVERSI

AAVV, ANIMALI DIVERSI – NOMOS, BUSTO ARSIZIO 2011
(a cura di Eloisa Guarracino)

Eugenio Montale in un racconto della Farfalla di Dinard scriveva: «La nostra vita è un bestiario, è un serraglio addirittura». Siamo accompagnati infatti, nel nostro percorso terreno, dalla presenza di animali, che vivono nelle nostre case, o osserviamo volteggiare nell’aria, popolare le campagne, i mari, i luoghi più esotici. Domestici e selvaggi, miti e minacciosi, minuscoli e giganteschi. Studiati nei loro comportamenti dagli scienziati, sfruttati in lavori pesanti, vivisezionati, macellati, torturati. Ma spesso anche amatissimi, viziati, ricordati con affettuoso rimpianto quando ci lasciano. Ecco che allora arriva, opportuna, divertente e originale, questa antologia edita da Nomos e curata da Eloisa Guarracino, che raccoglie 250 poesie di altrettanti poeti che, da tutti i continenti, hanno inviato un loro manoscritto dedicato al mondo animale. Il titolo, Animalidiversi, gioca ovviamente sul doppio senso, a seconda di come lo si voglia leggere: animali in versi, raccontati da famosissimi nomi stranieri (Szymborska, Bonnefoy, Ben Jelloun) e altrettanto celebri autori italiani (Merini, Loi, Cucchi, Sanguineti, Spaziani, De Angelis, Magrelli).
Un titolo che «sembra suggerire una fondazione infinita, quanto ambigua, di simbologie». Come spiega la curatrice nella prefazione, ricordando i favolisti antichi e la funzione morale da loro affidata alla rappresentazione delle bestie. Il volume, molto elegante, è corredato dalla riproduzione di una trentina di autografi, anche in arabo e in cinese, che evidenziano una loro traccia peculiare (e psicanaliticamente interpretabile), proprio come l’orma impressa dagli animali descritti, o il loro verso, il loro zigzagare nel cielo.
Tra i protagonisti raccontati, stravincono – e c’era da aspettarselo! – gatti e cani, seguiti dai cavalli. Molto numerosi sono poi gli uccelli e gli insetti, e spiccano anche alcuni “hàpax” esotici (l’indri-indri), o leggendari (draghi e dinosauri), o curiosamente inaspettati (il geco, l’iguana, la medusa, la lontra…). Ai lettori giudicare quali siano le poesie più spiritose, colte, difficili, sperimentali, intenerite o commosse: io ho trovato particolarmente originali e incisivi i versi di Buffoni, Fiori e Magrelli; ma sono molte le pagine degne di nota e interesse.

«L’Immaginazione» n. 266, dicembre 2011

AAVV – ANTOLOGIA DI POESIA FEMMINILE AMERICANA CONTEMPORANEA

AAVV, ANTOLOGIA DI POESIA FEMMINILE AMERICANA CONTEMPORANEA – ENSEMBLE, ROMA 2018

Con la traduzione di Alessandra Bava, è uscita presso l’editore romano Ensemble una interessante Antologia di poesia femminile americana contemporanea, che raccoglie testi di 13 poetesse, alcune delle quali già pubblicate in Italia in riviste e blog letterari, vincitrici di importanti premi e molto presenti online, altre più defilate o dissidenti. La scelta della curatrice ha inteso rappresentare voci e stili provenienti da diverse etnie e zone geografiche degli Usa (dalla costa occidentale alla California), accomunati tuttavia dallo stesso background culturale, fondato sulla poetica di Emily Dickinson, Walt Withman e Sylvia Plath, sulla musica jazz, blues, country e rock del ’900, sulle esperienze di tutta l’arte visiva moderna: pittura, cinema, fotografia, televisione.

Il taglio dell’antologia è ovviamente femminile, nel senso che dà rilievo a contenuti relativi alla fisicità della donna, spesso negata quando non addirittura offesa nella pratica e nell’immaginario maschile, oppure a temi politico-sociali che riguardino direttamente “l’altra metà del cielo”. Il corpo, molto presente nelle composizioni antologizzate, viene raccontato poeticamente nelle sue varie età, e nei momenti topici della nascita e della morte, della maternità e della vecchiaia, del desiderio e del rifiuto sessuale. Sono presenti anche motivi di grande interesse collettivo: dagli scandali di costume, alla violenza sui bambini, al razzismo. Ci sono versi erotici e religiosi, altri che traggono ispirazione dalla storia, dal mito o dalle favole, dalla scienza o dalla fantascienza. Lo sfondo su cui si muovono le immagini poetiche è prevalentemente quello domestico, interno a spazi privilegiati della casa: la cucina, in modo particolare. Ma non mancano richiami alla natura, in genere ritratta in ambienti di rasserenante armonia (laghi, fiumi, campagna).

Nell’introduzione, Maria Adelaide Basile presenta singolarmente le tredici autrici, segnalando i caratteri fondamentali della loro scrittura, e le opere che meglio le definiscono. Così, di Francesca Bell si cita la poesia più scandalosa e provocatoria (I Long to Hold the Poetry Editor’s in my Hand), insieme a quella piena d’affetto per la madre sorda. Maggie Smith è presente con tre testi dedicati alla relazione madre-figli, Alexis Rhone Fancher accenna a rapporti sado-maso o richiama lo sperimentalismo futurista, Diane Seuss recupera ricordi biografici e letterari (commovente il suo ritratto della Plath), Patricia Smith offre ricette culinarie o dichiara riconoscenza alla voce  – corposa e spirituale insieme – di Aretha Franklin, Wendy Xu esprime lo straniamento di chi proviene da una cultura e da una lingua differente, in grado di arricchire con originalità l’esperienza compositiva.

Tutte le tredici poetesse rappresentate (13 come le righe della bandiera americana, fa notare Alessandra Bava) manifestano nella loro produzione una evidente propensione all’utilizzo orale, vocale, recitativo della parola poetica, preferendo all’accademismo la frequentazione dei festival, dei social network, delle gare di slam-poetry, in un confronto diretto e coinvolgente con il pubblico. La specificità di questa antologia, la prima – con testo inglese a fronte – dedicata all’universo poetico femminile contemporaneo, arriva a colmare un vuoto negli studi italiani di americanistica.

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Antologiadipoesiafemminile-americana- contemporanea-vari.html   21 marzo 2019

AAVV – CHARTER IN DELIRIO!

AAVV, CHARTER IN DELIRIO! – ELLIOT, ROMA 2016

Può esistere una relazione, e quanto feconda o stimolante, tra la poesia e l’intelligenza artificiale? Già da anni, e con diversi esiti, si sono tentati esperimenti in proposito, costruendo programmi in cui i computer producevano versi automatici, in forme apertissime e sperimentali o secondo una metrica rigorosa e classica. Versi senza anima, si diceva, meccanici, random, ridicoli: ma già qualche critico ha teorizzato un futuro robotico per la poesia, indipendente dalla creazione e dalla sensibilità umana. La casa editrice Elliot ha proposto recentemente un interessante esperimento in questa direzione, sottoponendo a un traduttore automatico la versione dall’inglese all’italiano di alcune poesie di Emily Dickinson. Così la più misteriosa e indagata poetessa americana dell’ottocento ha visto i suoi versi – sospesi, metaforici, ellittici, allusivi – inesorabilmente alterati da un implacabile «meccanismo di traslazione linguistica e semantica», come scrive nella postfazione la nota traduttrice Martina Testa. La quale si interroga, e ci interroga, sui risultati che un’operazione del genere può ottenere quando venga applicata non più ad esigenze pratiche, di lavoro o turismo, ma a testi letterari di valore.

Risultati sconcertanti e comici, ovviamente. Gli errori che un computer compie di fronte alla versione poetica in un’altra lingua sono essenzialmente di travisamento della funzione grammaticale o sintattica di sostantivi-verbi-attributi-preposizioni, di non riconoscimento dei soggetti o dei tempi verbali, di fraintendimenti lessicali, di modernizzazione di termini desueti, o volgarizzazioni di espressioni poetiche. Pertanto, «They may make the trifle / Termed mortality!», diventa «possono prendere la zuppa inglese / definita mortalità»»oppure ««I only sigh, – no vehicle / Bears me along that way»» produce «ho solo un sospiro, – nessun veicolo / mi orsi lungo quella strada». E improvvisamente nella poesia della morigerata Emily compaiono voli charter, bandiere gay, siti web, campionati di calcio, patrimoni netti, scanners, peluche, ecstasy in una fantasmagorica attualizzazione dell’eleganza arcaica.

Eppure eppure, qualcosa di involontariamente poetico rimane in questo micidiale e disanimato congegno traduttorio, qualche immagine evocativa, un accostamento originale, una combinazione oltraggiosamente destabilizzante. Marzia Grillo nella prefazione saluta con ironica partecipazione questo «linguaggio nuovo, al quale non siamo abituati e che non subiamo passivamente: è la nostra stessa lingua ma piena di ombre e lacune, dubbi e abbagli, sviste divertenti e in fondo accattivanti». E Martina Testa ci ricorda che «le parole sono in grado di smontare e rimontare interi mondi». Resta a noi lettori la possibilità di guardare oltre, divertendoci, ponendoci domande, e magari di voler tornare a leggere, in originale, i versi immortali di una grande poetessa.

© Riproduzione riservata         www.sololibri.net/Charter-in-delirio-Un-esperimento.html     2 aprile 2016

 

 

AAVV – CHE DICE

AAVV, CHE DICE LA PIOGGERELLINA DI MARZO – MANNI, SAN CESARIO DI LECCE 2016

Le edizioni Manni hanno avuto l’intelligente e spiritosa idea di raccogliere nel volumetto Che dice la pioggerellina di marzo le più famose poesie dei libri di scuola degli anni cinquanta, quelle che implacabili maestri e ligie professoresse imponevano di “mandare a mente” ai fanciulli e agli adolescenti dell’epoca post-bellica, oggi canuti sessantenni e più. Si trattava di versi spesso e volentieri stucchevoli, retorici, enfatici, sentimentali, incentrati sull’esaltazione di valori familiari e patriottici tipici della propaganda fascista; versi che insistevano sul decoro, sul rispetto per il lavoro umile e onesto, per le tradizioni religiose e nazionali, per la natura incontaminata, e che frequentemente alludevano in maniera drammatica e colpevolizzante alla crudeltà della morte, all’ingiustizia della povertà, all’implacabile prevalere del male.
Ma, come suggerisce nella sua pungente e divertita prefazione Piero Dorfles, lo studio della rima martellante instillato nelle menti acerbe degli scolari poteva risultare «una fondamentale ginnastica intellettuale» oggi trascurata, e la necessità ribadita del dover essere studiosi, onesti, diligenti forse non produceva irreparabili danni, anzi poteva inconsapevolmente suscitare “qualche sano anticorpo” di ironia e spirito critico.

L’editore Piero Manni, nella sua premessa, riassume brevemente lo stato dell’istruzione italiana dalla riforma Gentile del 1923 all’introduzione del testo unico di Stato per tutte le scuole del 1930, che nei fatti negava qualsiasi libertà didattica, favorendo «un ideale di immobilità e tradizionalismo nella struttura sociale del paese». Realtà pedagogica che rimase inalterata fino alla metà degli anni sessanta, contribuendo alla costruzione di un consenso popolare prono agli interessi di una classe dirigente conservatrice.
Questo volume, quindi, si propone non solo come un valido strumento di indagine storica e culturale, ma anche come un omaggio all’ingenuità non del tutto innocente di poeti e versificatori utilizzati didatticamente e politicamente.
Offro qui, a titolo di curiosità, una limitata rassegna dei versi più noti tra quelli antologizzati:

Foscolo: Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque
Leopardi: La donzelletta vien dalla campagna / in sul calar del sole
Manzoni: Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro
Giusti: Vostra eccellenza, che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina
Pascoli: O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna
Carducci: L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano
Fusinato: Il morbo infuria, / il pan ci manca,/ sul ponte sventola / bandiera bianca!
Mercantini: Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Dall’Ongaro: Viva l’Italia! Viva il lavoro!
Bosi: Addio mia bella addio, / che l’armata se ne va
D’Annunzio: Settembre, andiamo. È tempo di migrare
De Amicis: mia madre ha sessant’anni, / e più la guardo e più mi sembra bella
Palazzeschi: Tre casettine / dai tetti aguzzi, / un verde praticello, / un esiguo ruscello: rio Bo
Novaro: Ci vuole così poco / a farsi voler bene, / una parola buona / detta quando  conviene
Gozzano: Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! / Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei
Ungaretti: Ricorderai d’avermi atteso tanto, / e avrai negli occhi un rapido sospiro
Lina Schwarz: Stella, stellina, la notte s’avvicina, / la fiamma traballa, / la mucca è nella stalla
Moretti: Ero un fanciullo, andavo a scuola: e un giorno / dissi a me stesso: “Non ci voglio andare
Zietta Liù: Un bacio a mamma, uno a nonnetta, / il bimbo allegro a scuola va…

Ecco, se figli adulti e giovani nipoti regalassero a genitori e nonni Che dice la pioggerellina di marzo con le sue attempate poesie, forse vedrebbero spuntare (tanto per rimanere in tema) furtive lagrimette e sorrisini nostalgici.

 

© Riproduzione riservata                www.sololibri.net/Chedice-pioggerellina-marzo.html        30 aprile 2016

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 

 

 

AAVV – I NOSTRI POETI

AAVV, I NOSTRI POETI – EDIZIONI DELL’ASINO, ROMA 2016

La Casa Editrice dell’Asino (che il suo fondatore Goffredo Fofi definisce «minima e povera») ha pubblicato un’«Antologia civile essenziale dell’Italia repubblicana», offrendo ai lettori un florilegio di poesie firmate da 36 autori italiani attivi dal dopoguerra a oggi. Dei poeti citati, sette sono donne (Cavalli, Guasti, Merini, Morante, Ortese, Ramondino, Rosselli) e quattro dialettali (De Vita, Meneghetti, Noventa, Scataglini). Due di loro sono poi da considerarsi “atipici”, in quanto si sono ritagliati nella storia del nostro paese un nobilissimo spazio di pensatori dell’utopia e combattenti della nonviolenza: Danilo Dolci e Aldo Capitini.

Tutti i poeti rappresentati sono comunque eccezionali megafoni della parola non asservita al potere, della parola libera e liberante: dell’indignazione o del rifiuto, della testimonianza sofferta o del silenzio allarmato. Così si giustificano le denunce più risolute di Pasolini («Ma come io possiedo la storia, / essa mi possiede: ne sono illuminato: // ma a che serve la luce?»), di Fortini («La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi»), di Luzi («È il tempo / che ai rassegnati a questa quasi vita / s’appicca un fuoco di rivolta»), di Sereni («Insiste che conta più della speranza l’ira / e più dell’ira la chiarezza // … sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito / un grido troppo tempo in noi represso / dal fondo di questi asettici inferni») e soprattutto del molto giustamente celebrato Giovanni Giudici («Io che parlo del popolo (fu poco / lo spazio per decidere) è di me / che parlo consapevole, perché / la volontà non basta, occorre il fuoco / per non morire»; «Dove sono gli intelligenti / mentre inizia l’inventario degli assenti?»). Ma altrettanto giustificate e convincenti sono le scelte di poeti più riservati e indulgenti, come Umberto Saba e Giorgio Caproni, o addirittura dichiaratamente conservatori come Montale, esemplificato nella sua composizione più alta, più coraggiosamente risentita: Piccolo Testamento («Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio / non era fuga, l’umiltà non era / vile, il tenue bagliore strofinato / laggiù non era quello di un fiammifero»).

Se questa antologia «arbitraria, faziosa e parziale», come viene definita dal curatore e prefatore Stefano Guerriero, è riuscita a evitare «il rischio dell’enfasi retorica», poteva forse sbilanciarsi maggiormente presentando voci più giovani e arrabbiate, scandagliando nelle pieghe di una produzione poetica alternativa, marginale, troppo trascurata.

 

© Riproduzione riservata             www.sololibri.net/Inostripoeti-Antologia-civile.html          11 ottobre 2016

 

 

 

AAVV – IL DIMENTICATOIO

AA.VV., IL DIMENTICATOIO – CESATI, FIRENZE 2016

Ci siamo ridotti a parlare una lingua impoverita, spersonalizzata, uniforme e noiosa, modulata sui termini veicolati dai media: neologismi spesso orripilanti, echeggiati dallo slang anglo-americano; terminologie generiche, approssimazioni verbali, banalità colloquiali, abbreviazioni immotivate. Italo Calvino così scriveva nelle sue Lezioni Americane: «Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo molto approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile».

Anche per ovviare al nostro conformismo linguistico, oltreché per offrire ai lettori (incuriosendoli, provocandoli) un campionario di vocaboli desueti, obsoleti, poco comuni, l’editore fiorentino Cesati ha pubblicato un “dizionario delle parole perdute”: Il dimenticatoio, composto dalle sue redattrici, “un gruppo dii persone che lavora ogni giorno su testi specialistici legati alla letteratura e alla linguistica”. A cui deve andare la nostra gratitudine, perché sfogliare questo volume ci arricchisce, divertendoci e istruendoci: meriti non da poco, in questi tempi in cui non solo le idee, ma anche le parole si stanno pericolosamente omogeneizzando

I termini selezionati appartengono alla poesia e alla narrativa, all’uso quotidiano – regionale e nazionale – del nostro presente e del passato più o meno lontano, al parlato “basso” e popolare, al linguaggio scientifico e giornalistico: ma hanno tutti la peculiarità di essere stati dimenticati in qualche cassetto della memoria collettiva, incellofanati sotto naftalina, ammazzati per pigrizia e trascuratezza. Di ognuna delle 2000 parole proposte viene spiegato il significato, letterale o figurato, si offrono esempi d’uso e una serie di sinonimi, qualche curiosità, riferimenti letterari. E se le persone di media cultura, lettori sporadici, aspiranti scrittori possono vantarsi di riconoscere vocaboli preziosi ma non abusati quali abbacinare, limine, imbolsire, facondia, si può scommettere che nemmeno i più accaniti e appassionati linguisti e consultatori di dizionari sappiano definire con certezza il significato di accismare, calamistro, ecatologo, gorgiato, menecmo, nembrodico, razzese, e via discorrendo, leggendo, sfogliando. Un libro simpatico, accattivante anche graficamente, a cui attingere quotidianamente per arricchire il nostro lessico, ma soprattutto per salvare il patrimonio culturale più prezioso che abbiamo: le parole.

 

© Riproduzione riservata          www.sololibri.net/dimenticatoio-dizionario-parole-perdute.html           6 febbraio 2017

 

AAVV – IL SOLE E’ IL PADRE DI MIO PADRE

AAVV, IL SOLE È IL PADRE DI MIO PADRE – MONDADORI, MILANO 1999

102 canti Cheyenne e Apache raccolti in un volume mondadoriano del 1999 nella collana economica I Miti (ancora rintracciabile in libreria o online), intitolato “Il sole è il padre di mio padre”, da un verso citato nella raccolta.
Nessuna introduzione o postfazione: un semplice elenco di preghiere, canti di battaglia, danze ritmate, inni agli elementi naturali, congedi e celebrazioni funerarie. Come commentare questi testi, dunque, se non riportando i più espressivi e originali per ogni argomento trattato?

Canto del guerriero ferito: Di certo mi fa molta più paura / del campo di battaglia, / il dente dondolante / della vecchiaia. // Io sono pronto a morire.
Canto di vittoria: Venite, / ascoltate, / esultate, / lupi della foresta! / C’è un bel festino / pronto per voi; / presto, / adunatevi all’alba!
Viaggio del defunto: “Ecco, lo spirito è partito / sul sentiero dell’ombra, / Quando raggiungerà l’arcobaleno / la terra canterà. / Ecco, è partito / con l’acqua del mattino.
Inno al sole: Il sole è il padre di mio padre. / Egli mi ha dato tutte le canzoni, / egli mi ha dato gli strumenti sacri, / egli mi ha dato la casa dove vivo / che dolcemente dondola / al soffio del vento notturno. / Egli mi ha dato / tutto ciò che possiedo sulla terra.
Dichiarazione senza parole: Un giovane in partenza per la guerra / mi ha fermato quest’oggi per la strada, / mi ha messo le mani nelle sue, / e quando se ne è andato vi ho trovato / un braccialetto giallo.
Canto del bufalo: Mio avo è il bufalo / che allegro si rotola nel fango, / che sbuffa rumorosamente, / che solleva zolle di terra / con zoccoli possenti, / che porta la pioggia. / Attraverso di lui io sono sacro.
Trasformazione: Oggi mi sento un corvo / che vola contro alle nubi scure, / e canta, / e il cielo nero / fa risuonare del suo canto. / Caw, caw, caw, ecco il mio canto. / Io oggi sono un corvo.
Passaggio: Un giorno nostro nonno, / la schiena carica d’anni, / si è allontanato / nel fitto del bosco, / si è trasformato in un alce / ed è sparito tra i boschi”.

Potremmo quindi notare l’esaltazione della forza fisica, il coraggio guerresco, l’odio verso i nemici; ma anche l’affetto per tutti i membri della famiglia, il rispetto per gli antenati, il rimpianto dei defunti, la nostalgia della casa lontana. E inoltre il fiducioso abbandono alle divinità, il senso di compenetrazione con il mondo animale e vegetale, l’idea di uno spirito vitale che sopravvive al corpo ed è in grado di trasformarsi in altri elementi naturali, la fiducia nella potenza degli esorcismi e dei rituali.
Gli Cheyenne sono una popolazione di nativi americani dell’area delle Grandi Pianure, situate nell’America Settentrionale. Oggi la loro popolazione, ridotta a 6.500 individui, si trova negli Stati dell’Oklahoma e del Montana. Gli Apache provengono invece dall’area sud occidentale dell’America Settentrionale: attualmente il loro numero si aggira intorno alle 50.000 unità.

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Il-solee-il-padredimiopadre.html         3 dicembre 2017

AAVV – JISEI

AAVV, JISEI. POESIE DELL’ADDIO – SE, MILANO 2017

Curata da una delle nostre migliori orientaliste, Ornella Civardi – che scrive anche un’esauriente postfazione – questa antologia pubblicata dall’editrice milanese SE raccoglie più di mille anni di poesia giapponese, così come si è espressa nella forma del Jisei, cioè della brevissima composizione scritta, o dettata ai familiari e agli amici, poco prima di morire. Si tratta di addii, di malinconici commiati dall’esistenza, che nei secoli hanno creato una tradizione letteraria, esprimendo un canone formale scandito in una metrica rigorosa e basato su metafore ripetute.

Troviamo infatti in questi versi l’utilizzo reiterato di immagini tratte da elementi atmosferici, dalla vegetazione o dal paesaggio, a indicare l’inevitabile distacco dalla vita, l’illanguidirsi della vitalità fisica, lo svanire dei ricordi: la rugiada, la nebbia, la neve, il succedersi delle stagioni sono i temi più presenti, sullo sfondo di montagne invernali, di placidi laghi o di mari sconfinati appena mossi dallo sciacquio delle onde; il cielo è terso e luminoso, pronto ad accogliere l’ultimo respiro del poeta accompagnato dal canto degli uccelli (il cuculo, in particolare, messaggero della notte e guida nell’aldilà); la luna, soprattutto se riflessa nell’acqua, illumina il buio con la sua benevola e tiepida luce; gli alberi perdono le foglie e i fiori, indicando il rassegnato trascorrere del tempo e la fugacità della bellezza. L’atmosfera che pervade le composizioni è di tranquilla accettazione del distacco, di rappacificazione col mondo dei viventi, di saggia ammissione dell’annullamento di sé: nessun furore eroico, o vibrata protesta contro il destino, o prometeica esaltazione del proprio passato. La maggior parte degli autori rappresentati sono monaci zen, e ovviamente il buddhismo (arrivato in Giappone dalla Cina nel VI secolo) ha improntato tutta la filosofia che sta alla base del jisei: la consapevolezza della transitorietà delle vicende umane, la certezza del Nulla da cui proveniamo e a cui siamo destinati, la gratitudine verso lo splendore della natura che ci circonda, la cognizione dell’essenza divina presente in tutte le creature.

Di ognuno dei poeti antologizzati, Ornella Civardi offre brevi ragguagli biografici e un puntuale commento formale, teso a inquadrare i versi nel periodo letterario cui appartengono, con le conseguenti eredità o innovazioni formali. Il volume si apre con la struggente lievità delle parole di una poetessa dell’ottavo secolo, Ono no Komachi («Che malinconia / se penso alla fine, / il mio corpo / sopra i prati in rigoglio / sfumare in nebbia sottile…»), e si chiude con i jisei di famosi letterati novecenteschi (Akutagawa Ryūnosuke, Yosano Akiko, Dazai Osamu, Mishima Yukio), a testimonianza di una tradizione compositiva che si è mantenuta nei secoli, esattamente come la cerimonia del tè, il seppuku, il kimono ed altri fenomeni culturali della civiltà nipponica.
L’insegnamento che anche un lettore occidentale (così tenacemente individualista e freneticamente pragmatico) può trarre da queste composizioni è senz’altro l’accettazione della propria finitudine, la convinzione di fare parte di un ciclo armonico di morte e rinascita universale, la consapevolezza umile del suo non essere indispensabile al mondo, il dovere di riconoscenza per quello che di bello ha potuto godere: «Tersi cieli di ghiaccio, / per la via che ho fatto a venire / me ne ritorno», «Nel momento / della fine comandata, / ogni fiore / di questo mondo sia fiore, / ogni uomo sia uomo», «A mani vuote sono venuto, / me ne vado a piedi nudi, / la partenza e l’arrivo confusi / in un unico sogno», «Anche se me ne vado / e lascio la casa sguarnita, / tu, susino mio / nel cortile, saprai da te / quand’è primavera», «Vecchio corpo mio, / gocciola di rugiada / troppo greve alla foglia», «Una frescura, / come l’inabissarsi fulmineo / del gabbiano».  

 © Riproduzione riservata                «Poesia» n. 329, settembre 2017

 

 

 

 

AAVV – LA CULTURA CI RENDE UMANI

AAVV, LA CULTURA CI RENDE UMANI – UTET, TORINO 2018

Gli otto interventi raccolti in questo volume edito dalla Utet indagano in maniera diversa il ruolo che la cultura occupa nella società contemporanea, e in particolare quanto essa incida sul carattere e sul comportamento di un individuo, rendendolo più consapevole di sé e del suo agire tra gli altri.Sono saggi di consistenza e interesse differenti, alcuni esposti in termini discorsivi (essendo la trascrizione di conferenze), altri più meditati e specialistici. La cultura ci rende umani suggerisce nel sottotitolo (“Movimenti, diversità e scambi”) quali siano gli ambiti in cui gli autori situano le loro analisi.

Nel primo contributo, Edoardo Albinati si interroga sul lavoro che svolge da più di vent’anni come insegnante di lettere nel carcere romano di Rebibbia, chiedendosi se i suoi studenti, adulti condannati per reati anche molto gravi, possano trarre vantaggio da quello che imparano, allontanandosi così dal delinquere e avvicinandosi invece alla bellezza della poesia e dell’arte.«In effetti la cultura non salva nessuno. Non salva proprio nessuno. Mi dispiace dirlo a chi è convinto che un uomo che ha letto un libro sia sicuramente migliore di uno che non l’ha letto: be’, non è così. Tra i peggiori e i pessimi ci sono tanti uomini colti, uomini che possedevano biblioteche e ascoltavano musica sublime. La cultura non rende migliori le persone». Tra i nazisti, tra i finanzieri corrotti, tra i mafiosi, ci sono persone erudite, a cui evidentemente il sapere non ha insegnato a essere moralmente migliori. Un libro non cambia la vita, ma forse leggere tanti libri può aiutare ad aprire spazi mentali prima ristretti: ed è in questi spiragli che deve saper penetrare un insegnante, sfruttando ogni singolo momento di lezione senza prefissarsi di raggiungere risultati tangibili, ma facendo comprendere agli allievi che qualsiasi fallimento o errore esistenziale può essere riscattato e reso più dignitoso anche da una terzina dantesca, dall’ascolto di un brano operistico, dall’osservazione di un dipinto.

L’antropologo Stefano Allovio utilizza gli strumenti della paleontologia per sottolineare quanto la cultura (intesa non solo in senso nozionistico, ma come insieme di usi, abilità, tradizioni) abbia contribuito a plasmare l’umanità dalla preistoria: l’utilizzo del fuoco e della cottura dei cibi ha trasformato gli ominidi nell’homo sapiens, capace di vivere in solidarietà con il gruppo, dando inizio al percorso millenario della civiltà. Altri saggi presenti nel libro in questione discutono sulla decentralizzazione della cultura occidentale in luoghi e tempi diversi (Jean-Loup Amselle commenta la fondazione del nuovo museo del Louvre ad Abu Dhabi, John Eskenazi indaga sulle reciproche influenze tra buddhismo e ellenismo, Adriano Favole mette in guardia dalle pretese contemporanee di modificare il corso degli eventi naturali utilizzando nuove e arroganti tecniche “prometeiche”, Vittorio Lingiardi ci orienta sulle differenze tra generi e identità sessuali), nell’utopia più o meno condivisibile di una culturalizzazione globale, in grado di superare frontiere geografiche e temporali.

Dulcis in fundo, due donne, Paola Mastrocola e Marta Mosca, tentano di smuovere polemicamente le acque rassicuranti dei precedenti interventi ponendo ai lettori alcune stimolanti riflessioni.La prima ripropone le sue note tesi in difesa di una cultura che sappia mantenersi «ristretta, puntiforme e non nebulosa», in una scuola che insegni contenuti e non solo metodi, know how, problem solving e competenze specifiche utilizzabili nel mercato del lavoro. Una scuola che trasmetta un sapere «radicato e affondato», recuperando un rapporto vitale con il passato. Marta Mosca chiude poi questa interessante miscellanea di spunti teorici ragionando sull’insorgere di preoccupanti chiusure ideologiche di fronte ai sempre più massicci fenomeni migratori e all’inevitabile meticciato antropologico e culturale che ne deriva. «Dopotutto, chi siamo?», si chiede, concludendo che «ogni essere umano, in quanto tale, è frutto di inesauribili contatti».     

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/La-cultura-ci-rende-umani.html      19 febbraio 2018

AAVV – LE OPERE DELL’UOMO I FRUTTI DELLA TERRA

AAVV, LE OPERE DELL’UOMO I FRUTTI DELLA TERRA – CROCETTI, MILANO 2015

Un libro importante e raffinato, questo che Nicola Crocetti ha curato e pubblicato nel 2015, con presentazione di Jérôme Lambert (CEO Montblanc) e postfazione di Daniele Piccini. Il volume è stato ideato e prodotto in occasione dell’Expo di Milano, seguendo i contenuti tematici proposti all’interno del percorso espositivo del Padiglione Zero, ed è illustrato con immagini di incisioni rupestri provenienti dai maggiori siti archeologici mondiali. Si tratta di un’antologia di poesie, con testo originale a fronte, che hanno come tema principale le varie modalità con cui l’uomo si è procurato il cibo, utilizzando agricoltura, caccia, pesca e allevamento, a partire dall’Antico Egitto fino ai giorni nostri. 

I versi d’apertura, nel loro afflato di sacralità, sono tratti dall’Inno al Nilo, databile intorno al 2100 a.C. («Signore dei pesci, che conduci moltitudini di uccelli selvatici /… tu generi le messi di grano, porti l’orzo, assicurando vita eterna ai templi, / ma se in quella stagione non ti manifesti, / allora manca il respiro a tutto ciò che esiste»); quelli conclusivi sono stati scritti da due poeti brasiliani nel 1982, e lamentano le condizioni lavorative dei braccianti nelle piantagioni di caffè («Svegliati negro per sgranare il caffè. / Negro sono già le cinque / È ora di alzarsi /… Negro piange / Piange per conservare la sua fede»).

Se gli antichi poemi indiani celebrano latte e miele come l’Esodo, il nostro Virgilio glorifica l’uva, le spighe, le greggi, rendendo grazie agli dei munifici, ai Fauni e alle Costellazioni. Ovidio e Ausonio decantano l’animato brulichio di vita nei mari e nei fiumi, elencando le varie specie di pesci che vi nuotano, e offrendo consigli ai pescatori («Fondali rocciosi, bada bene, richiedono / canne flessibili, ma lungo le spiagge tranquille / usa pure le reti»).  I raccoglitori di riso in Cina già esibivano la proverbiale propensione asiatica alla tranquillità dell’anima e del corpo («Non è forse duro il lavoro dei contadini?…  / Affaticare tutt’e quattro le membra equivale però ad ammalarsi. / Lavarsi e riposare sotto la gronda, slacciare il colletto / e rilassarsi con acquavite nel bicchiere»).

Il persiano Abu Nuwas nell’800 d. C. esalta l’ubriachezza: «La vita dell’uomo sta in questo: una sfilza di sbornie; perché se anche è lunga, la vita, il tempo è pure breve. / Se sobrio tu mai mi vedessi, sarebbe l’imbroglio; se invece barcollo, già fradicio, è questo il guadagno». Gnocchi, zuppa, formaggio, salsicce e polpette sono glorificate da Teofilo Folengo in pieno Rinascimento; i poeti svizzeri cantano i pascoli montani, le mandrie pasciute, le stalle, la mungitura e il caglio nei secchi di ferro; gli inglesi dell’800 onorano eleganti scene di caccia («La vecchia volpe s’ingegna invano / Mentre segugi e corni la incalzano / Ora lascia il bosco per la pianura / Il corno ne suona l’avvistamento»). 

E il barbuto Walt Whitman? La sua ode al cibo è come sempre un peana glorioso rivolto all’America: «Parole esultanti, parole alle terre della Democrazia. / … Terra del carbone e del ferro! Terra dell’oro! Terra del cotone, dello zucchero, del riso! / Terra del grano, della carne bovina e suina! Terra della lana e della canapa! Terra della mela e del grappolo! / Terra di pascoli, tu pascolo del mondo!». Gabriele D’Annunzio nell’Alcyone presta voce a un vecchio agricoltore orgoglioso dei prodotti del suo campo; Antonio Machado glorifica aranci e limoni andalusi; Sergej Esenin si perde malinconicamente tra i boschi e le paludi della sua sconfinata Russia; Francis Ponge ritrae con perizia pittorica la bellezza di un’ostrica; Pablo Neruda, reso familiare ai telespettatori da un famoso spot pubblicitario sul pomodoro, qui canta la cipolla «chiara come un pianeta». E poi il pane, le patate, il vino, tutto quello che la terra ci dona, mantengono nelle parole dei poeti il sapore, il gusto e l’odore delle cose buone e sane.

Come raccomanda Khalil Gibran, se dobbiamo cibarci di carne, ricordiamoci che anche noi siamo fatti di carne: «Ma giacché dovete uccidere per mangiare e rubare al nuovo nato il latte materno per estinguere la vostra sete, sia allora il vostro un atto di adorazione. E la vostra mensa sia un altare sul quale i puri e gli innocenti della foresta e dei campi sono sacrificati a ciò che è più puro e più innocente nell’uomo». Giustamente conclude Daniele Piccini nella postfazione: «Il cibo, la fatica e la cura nel procurarselo, nel modificarlo, nel prepararlo costituiscono uno degli elementi culturali identificativi dell’uomo… Ciò che l’uomo usa come cibo, entra in una grammatica culturale, in un sistema di segni».

Segni incisi nei versi millenari, e nei graffiti preistorici riportati in questa preziosa e originale antologia.  

 

«Il Pickwick», 29 aprile 2019