DI RUSCIO

LUIGI DI RUSCIO, POESIE OPERAIE – EDIESSE,  ROMA 2007

Luigi DLi Ruscio è stato uno dei pochissimi scrittori italiani di poesia operaia: con lui ha raggiunto la notorietà il solo Ferruccio Brugnaro, mentre altri esperimenti di poesia di fabbrica (come la rivista Abiti-Lavoro) sono finiti nel disinteresse generale anni fa. Forse perché i poeti italiani sono al 90% intellettuali e lavorano nei media, o forse perché gli operai oggi hanno tutt’altri miraggi da inseguire piuttosto che lo scrivere in versi. Di Ruscio era nato a Fermo nel 1930, ed è morto nel febbraio 2011 a Oslo, città in cui si era trasferito cinquant’anni fa, e dove aveva lavorato per tutta la vita in un’industria metalmeccanica, sposando una norvegese che gli aveva dato quattro figli.

L’editrice Ediesse della CGIL ha pubblicato una raccolta di sue Poesie operaie, con contributi critici di Ferracuti e Raffaeli. Sono poesie «di avvilimento e rivolta», come le definì Fortini, che sembrano avere come fondamentale obiettivo una rabbiosa comunicazione, l’esigenza di denunciare con forza la condizione di sfruttamento degli operai, espropriati del loro tempo e della loro vitalità. Poesie lunghe, flussi di pensiero ostinatamente lontane dagli strumenti tipici della lirica contemporanea (metrica, rime, allitterazioni, etc.), prive di qualsiasi punteggiatura, a ribadire una torrenzialità del discorso poetico che non va sospeso, limitato, interrotto. Poesie arrabbiate ma anche ironiche, non prive di un’amara ilarità: «Chiudere un porco vero nel reparto… / vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale / schianta strozza impazzisce si indemonia / …metti un uomo nel reparto / chiudilo dentro per otto ore consecutive / vedi come reagisce /… (può diventare pericoloso / …apri il suo cervello vedi cosa medita / misura la sua rabbia / aspettati che scoppi). Poesie dure e appassionate, quelle di Di Ruscio, la cui voce ribadiva l’ingiustizia sociale come colpa collettiva:  «chi è veramente oppresso può esprimere solo l’oppressione».Voce che mancherà alla nostra letteratura.

IBS, 6 aprile 2011