HAMILTON

JANE HAMILTON, LA MAPPA DI ALICE – BALDINI & CASTOLDI, MILANO 1996

Un tempo ritenevo che l’abbattersi della sciagura fosse in genere conseguenza di un errore marchiano o di una disgraziata fatalità. Non avevo ancora scoperto che può verificarsi così gradualmente che non se ne avvertono gli indizi premonitori né l’impatto. Magari non se ne percepisce neppure il movimento. Ho imparato che occorrono almeno due o più avvenimenti per alterare il corso di una vita: la verità sfugge una prima volta, una seconda, quindi una terza, e poi in un attimo si ha la sensazione che tutto sia franato di colpo.

Così filosofeggia Alice Goodwin, protagonista del libro La mappa di Alice, una casalinga trentenne che vive con il marito allevatore e con le due bambine in una fattoria del Wisconsin, travolta da una serie di accuse che distruggono la serenità della sua famiglia e la sua reputazione. Lei e il marito («Avevo sposato Howard sapendo che niente lo rendeva più felice della vista del latte che attraverso i tubi passava nella vasca di raccolta…La stalla era la sua guerra. Lui era il generale e le mucche i suoi soldati. Le guidava nelle loro esercitazioni due volte al giorno, sette giorni la settimana, cinquantadue settimane l’anno.») hanno rilevato l’ultima fattoria della cittadina di Praire Center, facendo un ottimo affare economico, ma suscitando da subito fastidio e diffidenza nella comunità ospitante. Troppo diversi, infatti, sembrano entrambi ai loro compaesani: lui, uomo asciutto, gran lavoratore, restio alla cura del proprio aspetto e poco propenso ai rapporti con le altre persone; lei disordinata, mutevole d’umore, scarsamente amante della casa e della cucina, e invece sempre immersa in letture e nella musica; le bambine cresciute spartanamente, senza alcuna concessione a futilità di moda. Quasi degli hippy, insomma, cui dare poco affidamento, indifferenti alla abitudini del paese, «estranei all’immaginario collettivo». Perciò i Goodwin vengono considerati con sospetto, salutati a fatica, trattati scortesemente nei locali pubblici. Sensazioni, impressioni vaghe, ma che prendono man mano consistenza col passare del tempo, fino a dar corpo a veri e propri incubi, a una persecuzione ossessiva. Quest’ansia generalizzata di punizione trova una sua valvola di sfogo quando nel laghetto della fattoria annega la bambina dei vicini con cui, soli, i Goodwin erano riusciti a instaurare un rapporto di amicizia e confidenza reciproca. E’ Alice che viene additata al pubblico ludibrio, per la sua disattenzione o superficialità e, in seguito, perché il senso di colpa che la disgrazia ha provocato in lei le fa assumere atteggiamenti autodistruttivi, che vendono stigmatizzati con acribia. Si scava con cattiveria nel suo passato alla ricerca di episodi che avallino la cattiva opinione che di lei nutre il paese, e così lo schiaffo affibbiato a un ragazzino difficile nella scuola in cui esercita la sua professione di infermiera, assume contorni mostruosi, connotati morbosi e deliranti. Le chiacchiere si ingigantiscono, diventano calunnie sempre più pesanti, finché Alice è arrestata sotto il peso di un’imputazione agghiacciante mossale dalla madre del ragazzino schiaffeggiato. Il marito e le bambine rimangono soli, evitati come la peste da tutta la comunità. Oggetto di telefonate anonime e di sputi per strada: vicini a loro rimangono solamente la famiglie della bimba annegata e un avvocato. Per pagare la cauzione e le spese del processo, Howard è comunque costretto a svendere la fattoria, e a trasferirsi in un’altra città, cercando un impiego qualsiasi. Rimane lucido, razionale e, impedendosi di lasciarsi sfiorare dal sospetto riguardo al comportamento della moglie, cerca di spiegare a se stesso e alle figlie cos’è successo: «A volte, la gente accusa dei suoi guai una persona che non c’entra…Alice si preoccupava tanto di quello che certe persone potevano dire di lei…Temeva che le vecchie comari sparlassero. Io le dicevo di lasciar perdere, che era sciocco far caso ai pettegolezzi. Adesso capisco di cosa bisogna ave paura: delle chiacchiere. Proprio. Le chiacchiere. E non so come abbiamo creduto di poter avviare una fattoria, qui. Occorre aver vicino gente con gli stessi interessi».

Alice viene ovviamente assolta dalle accuse, il bambino si contraddice, rivelando di essere rimasto traumatizzato da una scena vissuta nella sua famiglia, protagonisti sua madre e un estraneo; il caso Goodwin si sgonfia, pretesto di un rito di purificazione collettiva, con un capro espiatorio che necessariamente doveva essere una donna e estraneo alla comunità. Legalmente, quindi, tutto si riduce a niente: ma alcune vite sono state spezzate, due bambine rimarranno segnate per sempre, una coppia vivrà con problemi che non è andata a cercarsi.
L’autrice de La mappa di Alice, Jane Hamilton, si sta segnalando negli Stati Uniti come scrittrice di indubbio talento, sulla scia di Anne Tyler e di una nuova narrativa al femminile, non più intimista o rancorosa, ma aperta anche a tematiche di grosso rilievo sociale e civile. Molto coinvolgenti le pagine sull’annegamento della bambina nel laghetto, l’impatto di Alice con la prigione, la spietata autoanalisi del marito; e in generale il clima di sospetto, la rete viscida di congiura che incatena e soffoca i protagonisti, e inquieta noi lettori, al punto che cerchiamo di consolarci pensando che storie del genere possono accadere solo nei romanzi. Americani, per di più.

«L’Arena», 31 luglio 1996