HIGHSMITH

PATRICIA HIGHSMITH, ACQUE PROFONDE – BOMPIANI,MILANO 1989

Gli scrittori americani hanno in genere, da noi, molto successo, e non solo in questi ultimi anni – a partire dall’espandersi della recente ondata minimale dei minimalisti -, bensì dagli anni 20-30 fino a oggi. Forse piacciono tanto perché esportano, prima ancora che uno stile, il loro “american way of life” (quindi splendide bionde idiote, splendide macchine ruggenti, splendidi intrecci narrativi intrecciati); o forse perché si leggono in un giorno, piacevolmente, senza impegnare tanto le meningi. Proprio per le stesse ragioni, però, alcuni lettori (e la sottoscritta tra questi) non sopportano i loro romanzi: si irritano ogni volta che un personaggio esclama “Cristo!” mordicchiandosi le labbra, si incavolano alla prima risata isterica cui si abbandona una donna rovesciando la lunga chioma sulle spalle, sbattono definitivamente il libro da parte non appena il protagonista si mesce un long drink per “sorseggiarlo”. Per quello che riguarda il libro di cui sto per parlare, la tentazione di lasciar perdere mi è piombata già alla quindicesima riga, quando mi sono imbattuta nella fatidica frase «Alzò con calma il bicchiere di scotch allungato con acqua e lo sorseggiò». Ho vinto la tentazione e ho proseguito nella lettura fino alla fine, e una volta tanto non me ne sono pentita. Acque profonde è uno dei primi romanzi gialli scritti da Patricia Highsmith, autrice di grande successo popolare, tanto famosa quanto schiva e poco interessata a coltivare rapporti sociali e pubbliche relazioni: vive qui in Svizzera in una casa di montagna riattata, dedicandosi ai suoi romanzi e a piccoli lavori di falegnameria. Dai suoi libri sono stati tratti film famosi, come  L’altro uomo di Alfred Hitchcock e  L’amico americano di Wim Wenders, grazie alla trama fittissima di avvenimenti e al notevole spessore psicologico dei personaggi, elementi che ovviamente sono di grande aiuto agli sceneggiatori. Nel caso di  Acque profonde, il contrasto che fa scattare la situazione coinvolgendo l’attenzione di chi legge è, oltre a quello -stridente- tra i due protagonisti, quello più subdolo ma gravido di conseguenze tra l’indole pacifica del protagonista maschile e le azioni che si trova a compiere. Victor Von Allen, da tutti affettuosamente chiamato Vic, è un uomo tranquillo perché non ama le riunioni mondane, le feste da ballo, la musica leggera, preferendo invece dedicarsi a hobby innocenti e solitari quali l’allevamento delle lumache o la falegnameria o la lettura; originale perché, pur potendo vivere di rendita, si ostina a lavorare in una tipografia che non gli rende nulla, ama studiare le lingue antiche, veste male, viaggia in uno scassato furgoncino, dedica moltissimo tempo all’educazione dell’adorata figlioletta Trixie, e soprattutto perché sopporta con incredibile pazienza ed eccessiva comprensione gli innumerevoli e umilianti tradimenti della moglie, e il suo ottuso sadismo. Melinda Von Allen è una giovane e inquieta donna di provincia americana, sempre insoddisfatta e alla ricerca di nuove emozioni, molto convinta del suo fascino e molto annoiata del tran-tran domestico, cui cerca di sfuggire affidandosi all’alcol e a continue avventure con i tipi più disparati. Melinda invita gli amanti in casa, li trattiene a cena fino a notte fonda, si stordisce con loro di whisky e musica davanti agli occhi impotenti e vili del marito. Gli amici della coppia, tipici rappresentanti di una solida e conformista borghesia della provincia americana, osservano scandalizzati ma solidali con Vic il protrarsi mortificante di questa situazione, finché interviene qualcosa a modificare la scena. Per scherzo, Vic fa credere a un giovane amante di Melinda di aver ucciso uno dei suoi precedenti amici: la voce, poco controllata e poco credibile, si sparge tuttavia nella cittadina, riuscendo però solo a creare nella gente una catena di fiducioso sostegno e incrollabile amicizia con il marito tradito. Catena che non si spezza nemmeno quando altri due amanti di Melinda muoiono in maniera misteriosa. Patricia Highsmith è maestra nel trasformare i suoi personaggi in vittime di un meccanismo mentale oscuro e di coincidenze fatali, costringendoli in un ritmo serrato e incalzante di eventi che non permette loro alcuna libertà di manovra. Non rivelerò, chiaramente, come si conclude il romanzo: l’ho letto in tre ore, rimandando gli ultimi due capitoli a un risveglio più tranquillo, per evitare sonni agitati. Povera Melinda, povero Vic. Poveri noi che ci leggiamo i romanzi americani come i loro personaggi si scolano gli scotch.

«Agorà» (Svizzera), 6 dicembre 1989