LAMARQUE

VIVIAN LAMARQUE, POESIE DANDO DEL LEI – GARZANTI, MILANO 1989

Due sono i nomi di rilievo nella nuova poesia femminile italiana di questo decennio, non a caso gli unici citati da Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia contemporanea: Patrizia Valduga (nata nel 1953) e Vivian Lamarque (nata nel 1946). Si tratta di due poetesse in qualche modo antitetiche, che tuttavia hanno in comune il fatto di possedere un timbro di scrittura inconfondibile e una notevole abilità nel gestire la propria forte personalità poetica. Più decisa nello sperimentare moduli linguistici innovativi e tematiche provocatorie, più “colta” nel mescolare ascendenze remote e nell’esibire plagi recenti, Patrizia Valduga ha rivelato un suo “animus” di poeta razionale talvolta esasperante e sempre esacerbato, mentre Vivian Lamarque mostra più direttamente (senza ricorrere a paludamenti o a sovrastrutture intellettuali) la sua “anima” sicuramente femminile, istintiva. Conosco Vivian da parecchi anni e ne vorrei qui parlare con l’affetto che ha contraddistinto i nostri rapporti, trasformandoli in un’amicizia discreta, non invadente: da quando nell’81 mi rispose per ringraziarmi di una recensione al suo libro Teresino (premio Viareggio opera prima), contestandomi gentilmente l’unico appunto negativo che le avevo mosso. Da allora ci siamo riviste più volte, a Milano o a Zurigo, io rarefacendo le mie discese in Lombardia, lei intensificando le sue visite in Svizzera, soprattutto in omaggio al mito di C.G. Jung. In questi anni Vivian Lamarque si è fatta conoscere anche come autrice di fiabe e di ninnenanne, di traduzioni dal francese e di altri due volumi di versi: Il signore d’oro (Crocetti ’86), forse il suo libro migliore, e l’ultimo Poesie dando del lei (Garzanti ’89), entrambi frutto di un travagliato ed esaltante percorso di analisi junghiana. Il signore d’oro, il dio a cui si rivolge per essere salvata, è ovviamente l’analista, divenuto catalizzatore di ogni premura affettiva, di tutto il bene sperato e di tutto il male patito. Al suo “Dottore”, a questa sua nuova “Madre”, cui obbligatoriamente si deve avvicinare “dando del lei” – cioè accettando un diaframma di professionale distacco -, Vivian dedica più di mille poesie, rimaste inedite tranne una settantina che appunto Garzanti propone nella sua collana di agili volumetti dalla copertina argentea. La faccia dell’autrice sbuca a fare cucù sotto il titolo e il suo nome: ed è un cucù sorridente e disperato insieme, come il tono dei suoi versi; leggero, aereo, ma di una gaiezza d’improvviso spezzata, infranta, di una felicità straziata. Forse è il caso di esemplificare con alcune poesie, da cui apparirà subito chiara l’intensità fulminea dei suoi ingenui entusiasmi e delle sterzate dolorosamente pudiche.

La mia superficie è felice,
ma venga venga a vedere
sotto la vernice.

Credevo non mi amasse
perché è vietato
forse invece non mi ama
perché non è innamorato.

Appena cominciata
si è già disperata
la mia giornata.

Per essere felice
senza disturbare
al Suo numero
leggermente sbagliato
devo telefonare.

Giustamente nell’81 Vittorio Sereni aveva parlato per la poesia della Lamarque di «repentini rovesciamenti di fronte, per cui a volte due versi a chiusura di una cantilena quanto mai puerile arrivano imprevisti come una coltellata». La protagonista di questi versi, così scopertamente autobiografici, si offre al lettore con un candore disarmato, davvero puerile, di bambina che supplica («Sorpresa! / Attraverso il Suo finestrino abbassato / un furtivo sacchetto di pane fresco fresco / ho infilato… / La prego diventi innamorato!»). Ma, a proposito dell’infantilità di questo atteggiamento poetico, forse che i bambini non sanno stupirci con i loro imprevedibili passaggi dal riso al pianto, le loro illuminanti associazioni, la loro comprensione profonda e mai ipocrita del dolore? C’è tutta una tradizione letteraria, una vena nella nostra poesia, da S. Francesco ad Ariosto a Gozzano, che privilegia l’ironia rispetto al dramma, la leggerezza rispetto all’angoscia: quali nomi fare, allora, come ascendenti della poesia lamarquiana? Senz’altro alcune cose di Saba, molti versi di Penna (anche lui, così struggente nella sua fiduciosa scalfibilità): però non mi viene in mente nessun nome di donna, se non alcuni frammenti di Saffo, i più gioiosi… C’è un rischio che corre questa poesia, ed è quello di inchiodare l’autrice a un cliché riduttivo, da “mondo dei balocchi”, come suggeriscono esplicitamente alcuni suoi versi; oppure, che il lettore possa sospettarvi un autocompiacimento atteggiato. In realtà, la faccia di Vivian che sbuca ammiccante dal libro, ha la stessa espressione della sua faccia vera, quando fa capolino dal finestrino del treno; i suoi entusiasmi letterari rispecchiano quelli a cui si lascia andare davanti alla torta di fragole e panna preparata per il suo compleanno, o in giro per Zurigo con la Polaroid pronta allo scatto. Davvero Vivian ricorda un personaggio delle fiabe, forse la fatina di Peter Pan, facile preda di lacrime e sorrisi, di voli alle stelle e inabissamenti sottomarini. Proprio così, stupite di esistere, bambine, sono le anime dei poeti.

«Agorà» (Svizzera), 13 dicembre 1989