PENTICH

GRAZIANA PENTICH, I COLORI DI UNA STORIA – SCHEIWILLER, MILANO 1993

Si è tenuta a Pavia, nella Sala dell’Annunciata, la mostra “I colori della storia: Alfonso Gatto, poesia e pittura, curata sapientemente da Anna Modena. L’esposizione ha offerto al pubblico immagini e documenti messi a disposizione dalla compagna del poeta campano, Graziana Pentich. La mostra, e l’elegante volume edito da Vanni Scheiwiller, che ne è spunto, catalogo e sintesi, narrano tredici anni di una vita e di un amore che si intuiscono lacerati e regali, addirittura oltraggiosi nella loro ricerca dell’assoluto. Come tanti, si dirà. Certo, ma questa storia ha qualcosa di più tragico e necessario insieme, che brevi cenni biografici basteranno a illuminare. Alfonso Gatto e Graziana Pentich si incontrano nel dopoguerra, lei pittrice triestina, lui già noto e inquieto poeta dai vasti orizzonti: passano insieme vent’anni, «sempre in piedi sul ciglio di un abisso, ma col coraggio noncurante e divertito degli equilibristi». Hanno un figlio, Leone, «bello e prodigioso, forte e cattivo, delicato, come è la vita, come deve essere». Gatto muore in un incidente stradale nel ’76, il figlio si uccide tre mesi dopo. Per dieci anni, Graziana Pentich si vieta anche solo il recupero mentale di un passato irripetibile e miracoloso, rifiutando ostinatamente la consolazione della memoria. Ma poi le si impone l’esigenza di un risucchio dal nulla e di una comunicazione illuminante agli altri della sua esperienza: «I buoni, i cari gesti della vita resistevano intatti in quegli sparsi disegni e dipinti ritrovati: ogni figura rimossa dal buio e dal disordine alla luce chiamava a sé altre figure, moltiplicava i gesti, le voci, i passi perduti…».

Il volume si apre con lo schizzo di alcuni nomi preparati per il bambino che sta per nascere. Tra essi campeggia, perentorio nel suo stampatello, quello poi effettivamente scelto di Leone, «un nome che avrebbe arricchito di felinità il cognome Gatto». Dopo 280 pagine, il libro si chiude su un ritratto della madre fatto dal figlio dodicenne. In mezzo, riproduzioni di circa trecento disegni, acquerelli, ritratti, poesie, lettere, che stordiscono il lettore quasi con una continua febbre, lo emozionano come la rivelazione di un incanto che si sa destinato a spezzarsi. L’artista che ricompone e cuce gli strappi, che tenta di raggiungere nell’appagamento dei colori un lembo di serenità è lei, Graziana Pentich; e i suoi dipinti sono densi, pieni, sicuri di un bene che si conosce sicuro: orgogliosi della bellezza del figlio, carichi di stupore verso le cose e i colori della vita. Poi ci sono i disegni di Leone, questo ragazzino sorprendente che a otto anni era in grado di raccontare suo padre intero con pochi tratti di matita (Babbo col basco), e di scrivere dediche come questa: «Caro babbo, auguri al tuo quarantottesimo anno di vita, di scrittore e poeta. Il mese quando tu sei nato è caldo come sei tu quando ti arrabbi. Il mese di luglio è bello quanto te babbo perché ha i fiori rossi gialli blu, i vestiti gai dei bambini».

Un bambino che sembrerebbe dover sparire tra un padre e una madre talmente e prepotentemente intensi, e che invece si staglia nitido e imperioso come il suo nome, nobile anche nelle sue impazienze, nei capricci. Infine, il pennello di Alfonso Gatto, che dipinge smanioso e stralunato paesaggi liguri e lacustri, facce tormentate e chiosate con ironia (Graziana che cerca di imitare Alfonso): dipinge quasi per voglia di possesso, per pura brama di vita: «L’irresistibile attrazione che la vista in casa di tavolozze, colori e pennelli esercitava da sempre sul poeta si era addirittura concretata in un suo tacito diritto a impossessarsi di quegli strumenti di lavoro, che in verità appartenevano alla sua compagna. Lei, anche se a malincuore per via dei sicuri strapazzi cui andavano incontro i suoi gelosi, e costosi, materiali per dipingere, lasciava fare un po’ complice, un po’ stregata da quei rapinosi estri del poeta. E finì per considerare questo strano caso, che il più gran gusto di lui doveva essere proprio in quel gioioso, fanciullesco saccheggio dei suoi beni».

La visione di queste immagini, la lettura di questi brani è uno squarcio nella esistenza di questi tre personaggi forti, che sembrano spiarsi in ogni piega dell’anima, che in qualche modo si cibano misticamente di se stessi, sbranandosi per troppo amore.

«L’Arena», 2 dicembre 1993