SCHULZ

BRUNO SCHULZ, LE BOTTEGHE COLOR CANNELLA – EINAUDI, TORINO 2008

Einaudi ha ripubblicato nel 2008 gli scritti, i saggi e i disegni, ormai introvabili, di Bruno Schulz, ebreo galiziano ucciso dai nazisti a 50 anni nel ’42. L’opera omnia di questo scrittore consiste soprattutto di una trentina di racconti (pubblicati in Polonia tra il 34 e il 38), poiché il resto della sua produzione è andato perduto durante la guerra: Schulz infatti aveva affidato i suoi scritti a un mezzo quanto mai precario quale la corrispondenza privata. Nella stessa atmosfera che anima le pagine di Kafka, di Musil, e in qualche modo anche di Singer e di Canetti, si muoveva questo timido e malaticcio professore di disegno, vissuto sempre in famiglia, senza mai uscire dalla natia Drohobycz. E si muoveva con l’impaccio di chi abita preferibilmente le stanze del pensiero, e quando è costretto a uscirne subisce l’impatto con un “esterno” deformato e allucinante. Quello che Schulz ha scritto costituisce un ininterrotto viaggio a ritroso nella mitica infanzia: «Il genere d’arte che mi sta a cuore è appunto la regressione…Il mio ideale è di ‘maturare’ fino all’infanzia».

Niente a che vedere, per fortuna, con i noiosissimi ‘come eravamo’ cui ci ha abituato la letteratura nostrana: qui non ci troviamo davanti a recuperi, ma a una reinvenzione totale, a un’esasperazione, a una magia caleidoscopica dei minimi appigli forniti dalla memoria. Monumento di quest’infanzia è il padre Jakub, mercante di stoffe, che volteggia folletto in un oscuro negozio dagli scaffali di muffa, in una casa dalla stanze che si rincorrono e dalle tappezzerie ricamate, in una cittadina le cui vie scompaiono e ricompaiono nelle nebbie, le cui carrozze corrono senza cocchieri…Jakub è insieme vittima e creatore di metamorfosi, illusionista e demiurgo che muore e resuscita, si rinsecchisce e si espande, diventa mosca, uccello e pompiere, scarafaggio. Jakub crede nei miracoli eretici, nati dall’assurdo, da situazioni illogiche in cui tutto può accadere. Il regno di questa potenzialità del tutto, e della distruzione, è la materia «priva di iniziativa propria, lascivamente arrendevole», tuttavia anche «oppressa» e sofferente nelle forme immobili, nei «manichini» in cui uomini e dei la costringono. Gli oggetti formati da questa materia non hanno pace (come aveva scritto Ripellino in un suo articolo), mutano, si ribellano, diventano anime (mentre le anime a volte si amorfizzano, si riducono a cose). Anche la natura è un trionfo della materia, lussureggiante, rigogliosa, sensuale nel caldo dei suoi mesi estivi, nella vacuità della primavera, nell’immobilità dell’autunno o addirittura nell’assurdità di un 13° mese imposto dal calendario. Questa materia schulziana non produce storia né cronaca: ogni avvenimento assume la potenza e la necessità dei destini biblici, l’infallibilità del fato. L’imperatore Francesco Giuseppe, suo fratello Massimiliano, sono entrambi emblemi immobili, caricature di un’idea. Ciò che accade è assorbito da un tempo cosmico, relativo, che si trascina fino ad annullarsi in un luogo e contemporaneamente rinasce per bruciare in un istante, altrove. Chi è morto può rivivere e assumere qualsiasi forma, smontarsi e rimontarsi come una formula chimica. Schulz arriva dove lo spiritualismo più esasperato confina con un materialismo conseguente fino all’autocreazione. I suoi racconti si concludono tutti in una misura perfetta, senza un filo di retorica o una sbavatura, ma così, con indifferenza, come se dovessero anch’essi ricominciare subito da capo. La prosa di Schulz, barocca, piena di metafore fino all’esasperazione, può richiedere impegno al lettore, ma alla fine lo premia con un’illuminazione e una conversione alla sensibilità del pensiero interiore, commosso e partecipe.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/Le-botteghe-color-cannella-BrunoSchulz.html     17 ottobre 2015