ALBERT COHEN, DIARIO – RIZZOLI, MILANO 1995

Di Albert Cohen, autore di romanzi intensi e bellissimi, ormai quasi introvabili, in pochi ricordano il nome, sebbene sia stato uno dei migliori scrittori europei del ’900.

Chi era costui, quindi, è da chiedersi. Nato a Corfù nel 1895, morto a Ginevra nel 1981, proveniva da una famiglia ebrea di industriali di origini greche, travolta da difficoltà economiche ed emigrata nel 1900 a Marsiglia. Dopo il diploma, trasferitosi a Ginevra per studiare diritto e letteratura, ottenne la cittadinanza svizzera. Ebbe sempre incarichi in diplomazia, che lo portarono a Parigi (dove diresse la Revue Juive, cui collaborarono Einstein e Freud), Bordeaux, Londra, Bruxelles, dapprima come funzionario della Società delle Nazioni, e nel dopoguerra presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati o UNHCR. Convinto sionista, si attivò con altri intellettuali a favore della fondazione dello Stato di Israele, di cui fu poi anche ambasciatore. Si sposò tre volte: la terza moglie Bella Berkowich curò con dedizione le sue opere, fino alla loro pubblicazione definitiva in due volumi presso la Bibliothèque de la Pléiade di Gallimard (1986 e 1993). Cavaliere della Legion d’Onore nel 1970, fu sempre molto critico nei riguardi dell’aristocrazia e dei valori borghesi, della religione ufficiale e dell’ambiente diplomatico, che riteneva vacuo e farisaico, roso da invidie e ambizioni frustrate.

Diario, uscito nel 1978 con il titolo di Carnet, è stato il quarto volume tradotto in Italia, nel 1995, dopo Solal, Il libro di mia madre e Bella del Signore: testamento spirituale e sintesi altissima, rarefatta, del suo pensiero. Sono pagine “stranamente nate a capriccio dei giorni, concepite e continuate al di fuori d’ogni motivo e d’ogni piano”, imposte, quindi, da una necessità extra-letteraria, “scritte lentamente sotto una strana dettatura”, in nove lunghi mesi del ’78, tre anni prima che Cohen (già ottantaduenne ma lucido nelle analisi teoriche, dolorosamente intenerito dai ricordi) morisse. Vi ritroviamo, quasi esasperati da una passione non più dissimulabile, tutti i suoi temi, le sue figure di sempre, ma raccontate con un abbandono lirico più accentuato, con la pena di chi è certo del prossimo, inevitabile, addio da dare a una vita troppo amata.

Quindi la madre, “santa madre povertà, regina schiava, sovrana china, benefattrice, dispensatrice eterna”, in una litania di attributi che sa di liturgico e di sacro. Madre “un po’ grossina, come devono essere le madri”, umiliata in un lavoro massacrante, costretta a un’esistenza ingiusta “da farmene vergogna per Dio”, e che il bambino Albert promette di riscattare. Per lei, suo primo, insostituibile amore, lui si lava e si veste da solo, riordina la casa, “fiero di servirla, di essere il suo sguattero premuroso e sempre complimentato”. Madre e figlio vivono un rapporto esclusivo, fatto di attenzioni minime, di storie inventate per il piacere reciproco dell’ascolto: insieme scoprono l’Eterno, benedicono il suo santo nome, attenti al rispetto delle norme più severe della tradizione giudaica. Quando invece sono costretti alla separazione, il bambino si riconosce ebreo nello scoprirsi rifiutato dai compagni, condannato a recitare da solo ruoli di diversi attori nelle drammatizzazioni improvvisate, ridotto a scrivere nell’aria col dito messaggi destinati a lui stesso.

Già nello splendido Il libro di mia madre (titolo essenziale ed esclusivo per un amore essenziale ed esclusivo), scritto nel 1954, Cohen aveva reso un infervorato e dolente omaggio alla figura materna, alla fedeltà docile e orgogliosa di lei, insieme deprecando la propria boriosa disattenzione adulta e la condiscendenza infastidita di gesti frettolosi. Solo alla morte della mamma diventa consapevole di ciò che ha avuto e di quello che ha perso: allora la malinconia si fa strazio, la memoria struggimento, il bene goduto senso di colpa: “Nessun figlio sa veramente che sua madre morirà e tutti i figli si arrabbiano e si spazientiscono con le loro madri, quei pazzi così presto puniti”.

Altro tremendo e ricattante groviglio di passioni sarà quello che legherà lo scrittore affermato alle donne della sua vita, alle tre mogli, a ragazze sensuali e bellissime. Diane soprattutto, “Diane volteggiante e assolata, così nobile e alta nel suo abito veliero”, che però lo tradisce perché muore prima di lui, lasciandolo nella disperazione. Nel romanzo più famoso, Bella del Signore, uscito nel 1968, premiato con il Grand Prix du roman de l’Académie Française, Cohen intesse un inno all’amore fagocitante e distruttivo, che nel momento della realizzazione porta inevitabilmente al fallimento del rapporto, alla noia, al tradimento delle promesse: perché solo nella privazione può sopravvivere il desiderio, solo nella lontananza brucia la nostalgia.

Chi se ne va, chi abbandona, è comunque crudele, merita tutta la rabbia e il dolore dell’abbandonato: anche e soprattutto se il suo addio è determinato dalla morte. Così alla scomparsa del suo più caro amico, Marcel Pagnol, compagno di scuola poi diventato accademico di Francia, in Diario scrive parole straziate e violente: “Come perdonare a Dio che lui, che fu così vivace e allegro, non ci sia più? Me lo hanno rinchiuso in una scatola, una scatola orrenda che dei vivi indifferenti hanno sigillato, una scatola terribile, e il mio innocente dentro, una lunga scatola, e manate di terra sulla scatola, e hanno calato giù la scatola con delle corde, senza troppa attenzione l’hanno calata e deposta in fondo a un buco d’argilla, la sua ultima umile dimora. E lui non ha gridato, non ha protestato, li ha lasciati fare, ormai muto, rimbecillito dalla morte e di mutismo triste, il mio intelligente…”.

È una rivolta, la sua, che riguarda la morte di tutti, questa enorme ingiustizia a cui ogni cosa vivente è destinata: il non vivere più, il disfarsi, l’essere votati al niente. La protesta diventa allora imprecazione, bestemmia, o può trasformarsi in furiosa preghiera: “Dio, mio amato assente, mostra la Tua potenza e la Tua bontà, convertimi e fa che io possa credere in una vita dopo la morte. Dio, fa che il mio Marcel sepolto non sia venuto invano sulla terra e dentro a questa trappola. Dimmi che vive e che lo ritroverò. E adesso, basta, ne ho abbastanza di parlare con il vuoto, di rivolgermi a chi non risponde mai. Andrò a dormire, a dimenticare i miei morti o a ritrovarli”.

Il Dio di Albert Cohen si nasconde, come quello di Isaia, rifiutandosi al suo desiderio e alla sua ricerca, e poi improvvisamente gli appare, innegabile, incontestabile: “L’Eterno! Ho proclamato loro dietro la tenda della mia finestra. Voi non lo sapete, diletti, l’Eterno è! ho gridato, con gioia esasperata. Egli è, cretini miei, cari atei, Egli è! Avrete un bel dire, Egli è! E ho tenuto la mia verità come un bimbo si stringe al petto un agnellino e ho gridato che egli è, e che tutto ciò che dicono gli atei è falso, infatti Egli è! E con un tremito, un tremore io ho saputo Dio, l’Inesprimibile, l’Esistente, lo Sconosciuto, il Creatore del cielo e della terra e di mia madre. Non è come lo dicono i religiosi, ho esclamato, ma è, terribilmente, e proprio sui suoi altari i miei avi hanno bruciato l’incenso! E all’improvviso ho avuto paura della mia gioia. Dio è, lo so, ho ridetto in quella santa notte. Ma lo saprò ancora, domani?”

Il Dio di Cohen è, come quello di Pascal, “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”, Dio ebreo, creato dal popolo di Israele, Dio dei profeti dei patriarchi e degli eserciti, della Legge e della Sinagoga. Un Dio che si è fatto destino e storia di un popolo, sua cultura: Israele è infatti popolo d’anti-natura, agli antipodi dalla naturalità animalesca, dalla potenza fisica e pagana tanto esaltata dai nazisti. Cohen è permeato di ebraicità, intesa come estrema radicalità del sentimento (si legga, ad esempio, quando afferma che, per essere grandi scrittori, è necessario farsi “pazzi del cuore”, cioè “incessantemente pronti al dolore assoluto per ogni cosa, alla gioia assoluta per ogni cosa”; o ancora quando esorta alla “tenerezza di pietà” verso gli altri, a identificarsi con loro, a essere consapevoli “dell’irresponsabilità universale, tutti comandati e determinati come siamo…”: tenerezza e pietà che, forse sulle tracce di Abraham Heschel, Albert Cohen prova anche verso il Creatore. Ma tutto ebraico è anche il severo giudizio critico, di una moralità totalmente cerebrale, che l’autore dà su vari aspetti della vita contemporanea: i buoni sentimenti borghesi, lo spiritualismo religioso, il culto esteriore per i defunti, il falso amore per il prossimo, il corteggiamento tra i due sessi.

Pagine risentite che si alternano ad altre, abbandonate e trepide: che dovrebbe assolutamente leggere chi volesse avvicinarsi a questo grande narratore lirico, composto e raffinato nella scrittura quanto dilaniato e pungente nello spirito.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 26 marzo 2020