ALESSANDRO ANIL, VERSANTE D’ESILIO – MINERVA, BOLOGNA 2019

La casa editrice bolognese Minerva ha aperto una collana di poesia – curata da Cinzia Demi e Giancarlo Pontiggia, intitolata Cleide, nome della figlia di Saffo -, con l’intento di ospitare giovani autori under 40 capaci di “raccontare la verità della vita, la bellezza feroce, gioiosa e dolorosa del suo mistero che incanta, innamora e chiede di essere detto”. Tra questi poeti, particolarmente degno di nota mi è parso Alessandro Anil, nato nel 1990 in India, nel villaggio di Santiniketan, sede della scuola filosofica di Tagore, e lì vissuto fino ai sedici anni. Trasferitosi in seguito in Europa, dopo la laurea in Inghilterra, risiede oggi in Italia, dove si occupa di teatro, filosofia e traduzione.

Versante d’esilio, suo libro d’esordio, consta di tredici sezioni, introdotte da un’intervista in cui l’autore definisce fonti ed esiti della sua scrittura in versi, dichiarando i propri debiti verso i grandi maestri della letteratura europea novecentesca (Rilke, Eliot, Celan, Luzi…), e verso le correnti di pensiero indirizzate alla ricerca etica e metafisica: “Una poesia vuole essere un atto d’amore, un atto di liberazione o di sprofondamento”.

In effetti, tutte queste tre esigenze espressive sono ben riconoscibili nelle pagine, a partire dall’esperienza erotica che travalica sempre il dato fisico, scorporata da ogni materialità: “Esco dalla tua soglia, dal condominio del tuo corpo”. Il tu destinatario del messaggio è sì una figura femminile, ma eterea ed evanescente, mai descritta nella sua consistenza materiale. Alterità che non si riesce a raggiungere e possedere, vago abbaglio che splende e subito si dilegua, senza mantenere la promessa di un incontro definitivo: “Chi sei tu, seduta nella stanza, di solitaria veste / dopo anni ritrovata, chi sono io che ti parlo”. Ombra, sostantivo declinato anche al plurale, è uno dei termini più ricorrenti nella raccolta (“l’ombra di un nome che tu guardi”, “le senti / le ombre”, “Ho lasciato che l’ombra entrasse”, “Ovunque passi un uomo ne seguono le ombre”, “quando le ombre / iniziano ad allungarsi”, “cambia il corso di un’ombra”, “da quante ombre / deve essere un uomo attraversato” …), insieme a silenzio, a solitudine, a nulla, a fine.

Oltre a proporsi come atto d’amore, la poesia è liberazione. Libertà dalla costrizione del proprio minuscolo io, dalla miseria della biografia e della memoria, dall’ “inferno della carne”, e ascesi a una sovra-realtà non vincolata al contingente: “Il mio corpo è nel ventre, lo sguardo altrove. / Il mio corpo, nato dalla terra, lo sguardo altrove. / Le membra inondate di luce portano ancora / una lingua dispersa”, “Niente. Interminabile cerchio, margine o percorso, assenza…”. La fede dichiarata da Alessandro Anil supera i confini di un qualsiasi credo religioso, aspira a un assoluto non circoscrivibile teologicamente: “Invoco un silenzio oltre i secoli, apice di pura forma, / minuto chiuso nel duro segno che all’uomo sia dato ritrarsi / facendo di sé un seguito più lieve della sabbia”.

Appare naturale che l’interpunzione più presente nel libro siano i puntini di sospensione, a indicare che nulla è mai definitivo, che il viaggio verso la consapevolezza e la conoscenza di sé e del mondo dura per sempre, secondo gli insegnamenti che il poeta ha evidentemente assimilato nella terra nutrita di spiritualità in cui è nato e cresciuto. La sua è poesia sapienziale, metodo di conoscenza, mistica del pensiero: quindi, oltre che amore e liberazione, anche sprofondamento, ricerca di significato e verità, mezzo e fine per comprendere se stessi e il mondo, e tutto ciò che si cela “dietro lo schermo inevitabile degli avvenimenti”. Fa piacere leggere un poeta trentenne che non utilizzi la parola solo come artificio, ma demandi ad essa la capacità di una rivelazione, senza paludamenti oracolari, e invece con l’attesa di un’illuminazione, di un ancoraggio, anche solo di una carezza: “Ho camminato, con me stesso / dentro me stesso, un’infinita solitudine, anima tenera / come hai fatto ad amare così tumultuosamente?”

Il Versante d’esilio del titolo, allora, è la consapevolezza del proprio esistere fuori dalla cronaca del tempo in cui si è stati gettati, in un luogo che può essere ovunque, interno o esterno ai propri confini, comunque molto vicino a ciò che impropriamente chiamiamo anima.

 

© Riproduzione riservata                 «Gli Stati Generali», 2 novembre 2021