VLADIMIR JANKÉLÉVITCH, L’IPSEITÀ E IL QUASI NIENTE 

SOLFANELLI, CHIETI 2017

 

I due importanti testi di Vladimir Jankélévitch. L’ipseità e Il «quasi-niente», pubblicati per la prima volta in italiano dall’editore Solfanelli nel 2017, sono stati scritti rispettivamente nel 1939 e nel 1954.

Jankélévitch (1903-1985), nato da una famiglia di ebrei russi immigrati in Francia, è stato filosofo, musicologo e pianista. Professore alla Sorbona e autore di numerosi volumi di estetica e morale, ha indagato la dimensione etica della sofferenza, della perdita, del perdono, soffermandosi in particolare sul senso dell’ineffabile come sentimento, intuito soprattutto dalla musica, che travalica i concetti tradizionali della riflessione contemporanea. Nella prefazione, Gianluca Valle così lo definisce: “è un pensatore sfuggente e difficilmente inquadrabile nelle correnti filosofiche del tempo (la fenomenologia, la psicoanalisi, l’esistenzialismo e il marxismo); un chirurgo della parola che viene svuotata del suo potere rappresentativo e definitorio e impiegata nella sua forza evocativa e metaforica, attingendo con un intento antimoderno al greco e al latino, e costringendo il lettore a compiere vorticose scorribande concettuali”.

Servendosi degli strumenti dell’intuizione e dello humour, aggirando i colossi teorici della filosofia occidentale Marx e Freud, e raccogliendo invece l’eredità bergsoniana, Jankélevitch in questi due brevi saggi offre un’esemplare manifestazione della sua abilità di scompaginare le certezze consolidate, utilizzando la categoria della negazione, per definire non tanto il “cosa è”, quanto il “cosa non è” di un concetto, di un fatto, di un’azione.

Ipseità quindi si determina come negazione della molteplicità, e il quasi-niente come irriducibilità allo scorrere ordinario del tempo. L’ipseità è inalienabile, inviolabile, impossedibile, incomparabile, pura esistenza che qualifica l’individuo come unicità pur nel suo essere comune con gli altri, ma al di là di ogni fare e avere particolare. Il quasi-niente è invece un evento imprevisto, una sorpresa, una novità che si situa tra l’essere e il nulla, la rivelazione di un istante che ha una valenza ontologica o metafisica, non puramente pratica, e prospetta un divenire inconosciuto.

L’ipseità indica l’umanità e la dignità al grado zero dell’essere umano, non quantificabile perché unica e irripetibile, fondata su sé stessa indipendentemente dalle scelte individuali messe in atto. Non corrisponde a un’idea astratta dell’“essere uomo”, ma si riferisce alla specificità propria dell’individuo, insieme immanente e trascendente. Se questo concetto si può avvicinare ad altri simili, espressi da filosofi antichi e moderni (tra gli altri, Heidegger con il suo “Dasein”, che tuttavia Jankélévitch non nomina mai, ritenendolo colpevolmente implicato nel nazismo), più originale risulta la riflessione sul “quasi-niente”, inteso come evento ultra-empirico che irrompe nella continuità del tempo, o come l’intuizione di una mutazione istantanea, impercepibile transizione tra la vita e la morte, tra il bene e il male, che può essere espressa e resa comprensibile specificamente nell’ascolto dell’ineffabile intuito e suggerito dalla musica, per esempio nei “pianissimi” di Debussy o di Albeniz, quando il suono smorzato si avvicina alla soglia del silenzio, e del mistero. Il “quasi-niente”, come un lampo o una scintilla, si situa aldilà del tempo e dello spazio, accade nell’istante, nell’attimo che appare scomparendo e scompare apparendo, privo di passato e di futuro, trasformazione dell’essere che travalica qualsiasi spiegazione intellettuale.

© Riproduzione riservata    «Gli Stati Generali», 5 dicembre 2022