TOSCO

ORSO TOSCO, FIGURE AMATE – INTERNO POESIA, LATIANO (BR) 2019

Orso Tosco (Ospedaletti, 1982) ha esordito come romanziere con il volume Aspettando i naufraghi, pubblicato lo scorso anno da Minimum Fax e molto lodato dalla critica: racconto apocalittico e distopico, con sconfinamenti nel fantastico, che invita il lettore a meditare sulla sofferenza e sulla speranza, sulla depressione e sulla salvezza dalla depressione. Ora pubblica presso Interno Poesia il suo primo volume di versi, Figure amate, in cui ancora esplora i territori del dolore dell’anima, nel distacco graduale dal padre molto amato, fino all’addio definitivo. Trenta poesie attraversate, secondo la prefatrice Franca Mancinelli, da una “corrente lirica e visionaria”, in cui “gli aghi e le parole si confondono”: aghi di iniezioni e di flebo, parole che curano e condannano.

Dalla sofferta esperienza biografica vissuta nel 2015, Orso Tosco aveva tratto suggestioni e stimoli già per la sua prova narrativa, qui ripercorsa con il desiderio filiale di recuperare un vissuto, dando testimonianza dell’“amore irrimediabile” verso chi se ne sta andando. Il corpo malato, osservato nella sua materialità più concreta, smembrato negli organi interni solitamente meno menzionati in un testo poetico (bile, intestino, teschio, scroto, ghiandole, prostata), quasi costringendosi a un’osservazione asettica che argini la commozione, viene continuamente correlato all’ambiente ospedaliero in cui è ingabbiato. “Letti di carta”, “piastrelle feroci”, liste di farmaci e strumentazioni mediche (benzodiazepine, morfina, cateteri, pitali, clisteri): i parcheggi di cemento osservabili dalle finestre si oppongono crudelmente al ricordo del mare ligure, profumato di lavanda, in un interscambio spietato tra l’infermità interna e l’impossibile salvezza dell’esterno: “Costruire la forma della morte come fosse un luogo, / una stanza da rivivere”. Dentro e fuori, presente e passato, speranza e rassegnazione si inseguono nell’esplorazione dei lineamenti tormentati del padre, figura cristica con “il palmo delle mani verso l’alto”, occhi gonfi, caviglie fredde, faccia come “un portacenere ruvido”, il corpo “lisca allucinata”.

La descrizione volutamente obiettiva in terza persona cui si obbliga il figlio, cede tuttavia presto il passo all’abbraccio di un colloquio diretto, dapprima rabbioso e incredulo (“Tu sei la melodia dei versamenti / pericardici, delle occlusioni / della progressione dei carcinomi”), e poi sempre più intenerito e affettuoso, e allora il padre adorato è accudito con pietosa dedizione, e poi consolato in un clemente invito all’abbandono del sonno: “Puoi lasciare, adesso, puoi lasciare / se sei stanco, se sei troppo stanco / per il troppo male, puoi lasciare”, “non preoccuparti, lasciati dormire / sotto le carezze, non avere paura, / ne abbiamo così tanta noi, lasciala a noi”. Un rapporto che è stato intenso non può finire, continuerà a riaffiorare nella memoria che è l’unica sopravvivenza possibile: “Tornerà il mare e torneranno / le mie mani di bambino / aggrappate alla tua schiena enorme. / Torneremo giovani… // torneremo / a stringerci / a occhi aperti nel respiro, / immergendoci torneremo / a stringerci, dolcemente”.

Con questi versi che sono una preghiera laica, Orso Tosco restituisce a sé stesso e ai lettori “Figure amate”, strette in una relazione inscindibile e sempre recuperabile, aldilà di qualsiasi fisica interruzione.

 

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/Figure-amate-Tosco.html            26 aprile 2019

CHLEBNIKOV

VELIMIR CHLEBNIKOV, 47 POESIE FACILI E UNA DIFFICILE –  QUODLIBET, MACERATA 2009

«Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più».

Così Paolo Nori scrive di Velimir Chlebnikov nella postfazione a 47 poesie facili e una difficile, libro edito da Quodlibet nel 2009 e da poco ristampato. Nori si è laureato su questo poeta, e ne ha raccontato la vita nel romanzo Pancetta e in un recital musicale: la sua introduzione rivela l’entusiasmo e l’ammirazione non solo dello studioso e del traduttore, ma dell’innamorato, per un artista che seppe coraggiosamente opporsi a ogni stereotipo sociale, politico e culturale: «Chlebnikov doveva rimanere, per me, una specie di culto privato, rappresentava e rappresenta ancora, in buona parte, un sentimento che è al di là dei confini del linguaggio, è nell’indicibile, è qualcosa che c’è nella mia pancia e che va trattato bene, con cura, bisogna dargli dei fiori, farlo entrare nelle proprie preghiere e accontentarsi di quello…».

Velimir Chlebnikov (Chanskaja Stavka di Astrachan, 1885Santalovo di Novgorod, 1922), fu tra i fondatori del più importante gruppo futurista russo, Hylaea, insieme con Vladimir Majakovskij, che nel suo necrologio lo definì «un poeta per poeti». Poeta non facilmente inquadrabile, apprezzato e compreso da un pubblico ristretto. Dopo aver studiato matematica all’università di Kazan, si era trasferito a Pietroburgo frequentandovi l’ambiente letterario, che si impegnò ad affrancare dal simbolismo attraverso diverse prospettive: lo sperimentalismo linguistico (basato su una continua invenzione fonetica, sull’utilizzo di neologismi e paronomasie, sulla ricerca etimologica), lo studio e il recupero delle radici arcaiche della letteratura russa, l’impiego di tecniche figurative cubiste, un esotismo incantato e visionario, il sogno di una lingua universale e profetica basata sull’allegorismo dei numeri e delle lettere. Fu propugnatore della poesia transmentale (Zaum’), fatta di puri suoni privi di un significato preciso. Autore di saggi utopistici in cui prevedeva un futuro rivoluzionato da nuove modalità di comunicazione, di trasporto, di urbanizzazione, venne travolto dalla sua stessa inquieta ansia di libertà e ribellione, che lo condusse a una vita nomade, di stenti e fame e impieghi precari, conclusa a 37 anni per una paralisi dovuta a inedia: «Quando stanno morendo, i cavalli respirano, / quando stanno morendo, le erbe intristiscono, / quando stanno morendo, i soli si spengono, / quando stanno morendo, gli uomini cantano».

Nei suoi versi troviamo scherno, ironia, divertimento puro («Senti il rumore, eh, amico mio? Questo qua è Dio che salta dentro un pio», «Bobeòbi si cantavano le labbra. / Veeòmi si cantavano gli sguardi. / Pieéo si cantavano le ciglia. / Lieeéi si cantava l’aspetto. / Gsì gsì gséo si cantava la catena. / Così, sulla tela di alcune corrispondenze / fuori della continuità viveva il Volto», «Quando c’era Adamo e Eva, / Chi vinceva, chi perdeva?»). Troviamo elegia («Poco, mi serve. / Una crosta di pane, / un ditale di latte, / e questo cielo / e queste nuvole», «Le ragazze, quelle che camminano, / con stivali di occhi neri / sui fiori del mio cuore. / Le ragazze, che hanno abbassato le lance / Sul lago delle proprie ciglia. / Le ragazze, che si lavano i piedi / Nel lago delle mie parole»). Oppure rabbia («Dal sacco / si sparsero al suolo le cose. / Ed io penso / che il mondo / è soltanto un sogghigno, / che luccica fioco / sulle labbra di un impiccato»).

Ma è soprattutto nell’irrisione della politica ufficiale, del Potere massificante e oppressivo, dell’ortodossia ideologica che sbandiera le sue verità fasulle (Chlebnikov fu arrestato dalla Guardia Bianca negli anni della guerra civile, e costretto a vagabondare mendicando qualsiasi umile lavoro), che il poeta trova i suoi accenti più feroci, in una sorta di canto anarchico inneggiante alla libertà. «Per me è molto più piacevole / Guardare le stelle / Che firmare una condanna a morte. / Per me è molto più piacevole / Ascoltare la voce dei fiori, / Che sussurrano “È lui” / Chinando la testolina, / Quando attraverso il giardino, / Che vedere gli scuri fucili della guardia / Uccidere quelli / Che vogliono uccidere me. / Ecco perché io non sarò mai, / E poi mai, un Governante», «Basta, cavallo, senti, col dovere / Via l’aratro. Sferza e spacca l’acquazzone. / Senti, ci aspettano, fino al mattino, / Sono stalla e ammirazione», «I governi sono in brodo di giuggiole. / Il brodo di giuggiole governativo / fa strage di cavoli novelli. / Le loro code si alzan più in alto di quelle dei vitelli». 

La Russia, patria amata nelle sue tradizioni popolari, nelle sue origini asiatiche, negli spazi sconfinati delle pianure, è però detestata nella gabbia ideologica imposta agli individui, nella sua indifferenza verso l’arte, nella censura promulgata contro il pensiero indipendente: «A migliaia di migliaia la Russia ha dato la libertà. / Non c’è cosa migliore. / A lungo la ricorderanno per questo. / Io invece mi sono tolto la camicia, / E tutti i grattacieli di specchi dei miei peli, / Tutte le fessure / Della città del corpo / Hanno esposto tappeti e tessuti rossi. / Le cittadine e i cittadini / Del Me – stato / Si sono affollati alle finestre dei riccioli dalle mille finestre. / Le Olghe e gli Igor’, / Non per convenienza, / Rallegrandosi del sole, hanno guardato attraverso la pelle. / Era finita la prigionia della camicia. / Mi ero semplicemente tolto la camicia / E avevo dato il sole al popolo del Me. / Ero nudo, vicino al mare. / Così ho regalato la libertà ai popoli, / Alle genti che prendevano il sole».

Attraverso le parole, usate con ironia e irriverenza, sperava si potesse attuare una trasformazione della società in una dimensione più democratica e moderna, ed esprimeva tale aspirazione in brevi prose graffianti e aforismi, oppure occupandosi di aspetti minimi e irrilevanti dell’esistenza, di personaggi umili e degli animali (Lo zoo: «Giardino, giardino, dove lo sguardo di una bestia conta di più di mucchi di libri letti»). Con la stessa leggera e sprezzante improntitudine offriva ai lettori un ritratto impietoso e canzonatorio di sé stesso: «Son più dorato di un’abbronzatura, / più velenoso dell’ossido carbonico», «E gli altri io li guardo come sega, / Io sono un poco putrido e cattivo», «Io ah ah ah e ih ih ih, / E raramente, più semplicemente, solo eccì», «Io, non sono Čechov».

Difficile tradurre una poesia così frantumata, immaginosa e stravagante come quella di Velimir Chlebnikov. Paolo Nori ci è riuscito con eleganza e levità, aderendo al testo il più fedelmente possibile: e quando non gli è stato possibile, inventando. Come confessa con divertita umiltà.  

 

© Riproduzione riservata                               «Il Pickwick», 23 aprile 2019

 

 

 

ELLROY

JAMES ELLROY, CRONACA NERA – EINAUDI, TORINO 2019

Uno dei più famosi tra gli scrittori di noir statunitensi, James Ellroy (Los Angeles,1948), autore di Dalia nera, American Tabloid, Perfidia, disse di sé stesso in una recente intervista: “Sono un americano religioso, eterosessuale di destra, cristiano nazionalista, militarista e capitalista. Nella mia vita mi sono concentrato su poche cose e da queste sono riuscito a trarre profitto. Sono molto bravo a trasformare la merda in oro”. In effetti, negli ultimi trent’anni, Ellroy ‒ anche traendo ispirazione dalla sua tormentata infanzia e giovinezza (la madre uccisa in un delitto irrisolto nel 1958, esperienze devastanti di droga e carcere) ‒, è riuscito a immergersi nei meandri della corruzione, del malaffare, del sopruso e della carnalità più depravata della sua nazione, per narrarne ai lettori di tutto il mondo gli episodi più misteriosi, feroci e raccapriccianti.

I due racconti pubblicati nel volume einaudiano Cronaca nera, non fanno eccezione per ciò che riguarda le tematiche affrontate (omicidi efferati, violenza gratuita, sesso brutale), ma si distinguono dai romanzi più conosciuti per la forma letteraria adottata. Si tratta infatti di veri e propri reportage su due casi di cronaca, ricostruiti servendosi di ricerche nei casellari giudiziari, negli archivi e nei verbali processuali, arricchiti da dettagli ricavati da articoli giornalistici, incontri, discussioni e testimonianze di detective amici. Le voci narranti sono quelle dei responsabili delle indagini, i quali ammettono, nella loro concitata descrizione dei fatti, le proprie incertezze, gli abusi, i pregiudizi che li condussero a un’interpretazione errata e colpevolmente di parte dei crimini. In entrambe le rivisitazioni narrative, Ellroy riporta, con una scansione fredda e ossessiva, i puntuali comunicati interni della polizia e i rilievi effettuati sulle scene dei delitti, utilizzando il gergo triviale, razzista, omofobo e misogino di chi conduce le inchieste.

La prima storia si intitola Career Girls Murders, e riguarda l’omicidio di due giovani donne avvenuto a Manhattan il 28 agosto 1963, per cui venne ingiustamente accusato un ragazzo di colore. Janice ed Emily (la prima giornalista rampante, rampolla di una famiglia altolocata; la seconda, più banalmente tradizionale, studentessa di lettere e aspirante a una cattedra di liceo) vengono legate, stuprate, sbudellate con una efferatezza bestiale mentre si trovano nell’appartamento che condividono in un quartiere elegante di New York. Ellroy mette in luce l’attività febbrile degli inquirenti, che da subito abbracciano un’ipotesi investigativa sbagliata, perseguendola ostinatamente, per rispondere alle sollecitazioni morbose dei media che bramano la cattura di un colpevole a ogni costo. La ricerca nevrotica di un capro espiatorio avviene proprio nei giorni in cui l’America di Martin Luther King dichiara a gran voce il suo sogno di diritti civili uguali per tutti.

Il secondo racconto è ambientato a Los Angeles nel febbraio del 1976, quando un attore gay trentasettenne, Sal Mineo, che aveva recitato con James Dean in Gioventù bruciata, viene trovato accoltellato per strada, senza che si riesca a individuare il movente e l’autore dell’omicidio. Anche in questo caso, le indagini prendono da subito una piega sbagliata, seguendo pregiudizi sociali e sessuali che cercano morbosamente nell’esistenza borderline e alternativa della vittima la causa scatenante dell’assassinio, commesso in realtà da uno sconosciuto rapinatore in crisi di astinenza.

James Ellroy in questo suo ultimo libro-inchiesta offre un imparziale e documentato resoconto di quanto la pressione dell’opinione pubblica possa portare a distorcere la verità dei fatti, come confessa la voce narrante di un poliziotto: “Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzì”. 

 

© Riproduzione riservata            https://www.sololibri.net/Cronaca-nera-James-Ellroy.html         23 aprile 2019

 

 

 

 

NOMINARE GLI DEI

NOMINARE GLI DEI  

                                                                                           Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere
                                                                                                                (Andrea Zanzotto, La Beltà)

 

1.

Mescolandosi tra noi,
si sono persi.
Gli immortali, da non nominare,
pena la loro dissolvenza
imperdonabile.
Hanno tentato di nascondersi
(nei secoli, in paesi distanti):
mentendo.

Noi, pur riconoscendoli
dai loro parchi gesti
dalle vesti cucite in trasparenza,
abbiamo finto di niente,
come fossero proprio persone
normali.
Dovevamo denunciarli, forse,
chiuderli in qualche gabbia?
Al loro silenzioso anonimato
ci siamo abituati,
dèi clandestini
che volevano salvarci.   

2.

Nei sentieri invecchiati del bosco
in disuso
vagano scorporati fantasmi
in bianco, oppure sono cervi
veloci senza orme, brucanti
foglie secche: si intrecciano
ramosi a scoiattoli inquieti  
appesi a scortecciati
rami.
Se intorno danzano libellule
ronzanti appena: ebbene
sono loro! i nostri dei
defunti, signori di foreste         
inservibili sfinite.   

3.

Orgoglio del loro innottarsi
invisibili, abissi
di ombre funambole
su scie fosforose di traffico;
e zitti, e leggeri, e traslucidi
stupiscono gli incroci
stordenti, il tanfo
dei gas ammorbanti.
Così santi, innocenti
ambulanze di bene,
così spersi beffati
incompresi, loro
tanto diversi.                  

4.

Spaurito il viandante
costretto all’esilio timoroso
da sé, dai suoi folli parenti,
si allontana nei campi, più avanti
cercando un qualsiasi chiarore
un oriente divino
o sponda di lago clemente:
la culla del riparo
a cui grazia supplicare, e perdono.
Ma i celesti non aiutano
l’erba col fiato, i cigni
amorosi si sfidano feroci,
le gemme sui rovi invernali
non sanno sbocciare.

5.

Come agnelli condotti al macello
come pecore mute
non apriranno bocca.
Nel silenzio è la loro salvezza.
Dèi minorati e zitti
si aggrappano al taciuto
al mistero
perché qui,
non nel verbo corrotto,
c’è una cosa più grande
del tempio.    

6.

Gloria di assolati meriggi
gioia che nessuno vi può togliere,
voi impalpabili passanti
che sfiorate radure,
le create luminose puramente
guardandole;
ce le rendete vergini
– improvvise nel folto del bosco
consolanti zampillanti
sorgenti, materni approdi:
il molto atteso abbraccio.           

7.

Chi li manda, e da dove?
Si aggirano incogniti, quasi spiando,
guide beate di non vedenti
di anime imbrunite;
nostre stelle comete
lasciano scie nel cielo,
sassolini per terra,
accendono fanali nella notte.
Ma noi obliosi
erranti 
li pensiamo ectoplasmi,
deridendoli:
inciampiamo nella loro
lentezza.
Noi
frettolosi ansanti
verso il traguardo
assente. 

8.

Oltre Dio,
prima e dopo di lui.
Abitano la terra come ospiti
premurosi, discreti:
velati
sommessi operai
al telaio di millenni futuri
rammendano memorie.
Ce ne fanno dono.
Terribili, rifiutano
qualsiasi gratitudine
pretendendo soltanto
dal cielo l’azzurro,
dai fiori le aperte corolle.   

9.

Quietamente chiamarli.
Forse risponderanno. 

10.

Signori dei pianeti
custodi degli abissi,
sempre regali e altissimi
lievi beati e angelici,
nascondono nei sandali le ali
coprendo le aureole
coi baschi con i caschi
e diademi o parrucche o feluche.
Eccoli
che sfrecciano sui pattini
di vetro, volteggiano
svolazzano sorridono,
ci invitano
ci invitano
a diventare loro:
quello che conta
è diventare loro
solamente. 

 

© Riproduzione riservata                             « Il Pickwick», 18 aprile 2019

 

 

 

JACKSON

SHIRLEY JACKSON, LA RAGAZZA SCOMPARSA – ADELPHI, MILANO 2019

Shirley Jackson (19161965), scrittrice e giornalista statunitense, fu resa celebre dal breve romanzo  di critica sociale La Lotteria (1948), e da L’incubo di Hill House (1959), considerato una delle più celebri storie di fantasmi del ventesimo secolo. Adelphi ha pubblicato nella “Biblioteca minima” tre suoi racconti, di cui il primo (La ragazza scomparsa), dà il titolo al libro. Martha Alexander, protagonista invisibile della prima novella, è un’adolescente amorfa che frequenta un campo estivo: amorfa perché pare che nessuno si ricordi di lei, né sappia darne una qualsiasi descrizione, quando improvvisamente sparisce. Né la sua compagna di stanza Betsy, né la direttrice chiamata Zia Jane, o la sua assistente, o l’infermiera, o la cuoca. La ragazzina esce canticchiando dalla camera condivisa con Betsy, senza che qualcuno si preoccupi della sua assenza. Quando, dopo quattro giorni, ci si decide a dare l’allarme e a presentare una denuncia di sparizione alla polizia, allora fioccano le interpretazioni e le testimonianze più assurde e fantasiose. In realtà della presenza di Martha al campus non ci si ricorda niente: sembra non abbia mai partecipato ad alcuna attività ricreativa, e non si sia fatta mai notare per atteggiamenti particolari. Anche la sua foto di riconoscimento appare sfumata, e nemmeno la sua problematica famiglia offre qualche aiuto alle ricerche. Che si protraggono per mesi, dapprima affannose (squadre di soccorso, elicotteri, sensitivi visionari…), in seguito sempre più distratte. Fino all’inatteso e tragico epilogo.

Il secondo racconto, Viaggio con signora, è incredibilmente godibile, nella sua asciutta leggerezza. Un bambino di nove anni, Joe, viene accompagnato alla stazione dai genitori perché deve raggiungere da solo il nonno in una città vicina. Dopo mille raccomandazioni da parte della mamma apprensiva e agitata, si sistema felicemente su un sedile del treno, mangiando cioccolata e leggendo fumetti. Purtroppo la sua auspicata tranquillità viene infranta dall’arrivo di una elegante ma invadente signora che gli si siede accanto, facendogli molte fastidiose domande. Tale seccatura si rivela tuttavia presto eccitante, quando il ragazzo scopre che la sua compagna di viaggio è ricercata per furto, e decide di prestarle un solidale appoggio per tutta la durata del viaggio. Anche in questo caso, l’autrice Shirley Jackson riesce a intrattenere il lettore con il gusto di una suspence intelligentemente risolta nel divertente finale.

Incubo, titolo dell’ultimo racconto, indica perfettamente l’atmosfera ansiogena e oppressiva in cui si muove la protagonista, Miss Toni Morgan, efficiente segretaria newyorkese a cui è stato affidato l’incarico di consegnare un pacco in un punto lontano della city. Tormentata dalla visione di cartelli pubblicitari che invitano la popolazione a partecipare a un concorso per individuare una misteriosa Miss X, intuisce gradatamente di essere lei stessa l’ambita preda della caccia all’uomo (alla donna!), e tenta vanamente di sottrarsi a quest’angoscia, cambiandosi continuamente d’abito o nascondendosi in vari rifugi improvvisati. Pure qui, la conclusione a sorpresa giunge a temperare con un sorriso l’inquietudine di chi legge.

Molto efficace nel delineare il quadro sociale in cui si muovono i suoi personaggi, Shirley Jackson privilegia la rappresentazione di ambienti urbani in cui le persone vivono relazioni disturbate con il prossimo, tendendo a un isolamento che spesso suscita in loro paure e complessi di persecuzione: i suoi romanzi possono essere definiti, più che noir o gialli o horror fantascientifici, indagini psicologiche sul male oscuro di una civiltà che si affaccia alla spersonalizzazione estraniante del nascente capitalismo.

© Riproduzione riservata          https://www.sololibri.net/La-ragazza-scomparsa-Jackson.html                15 aprile 2019

AAVV – MACELLAI

AAVV – MACELLAI

Giuseppe Calogiuri (Lecce 1978), avvocato, giornalista e musicista, accomunato spesso ad altri giallisti pugliesi (Gianrico Carofiglio, Donato Carrisi e Omar Di Monopoli), in un breve racconto ha evidenziato come la figura del macellaio venga tradizionalmente rappresentata nell’immaginario popolare, e spesso anche nella letteratura, come quella di un uomo truce, amante del macabro, capace di azioni efferate: in grado di sezionare carcasse di animali senza provare emozioni, e addirittura esibendo una sorta di gusto sadico nel maneggiare coltelli, far sgocciolare sangue, appendere a ganci arrugginiti agnellini e vitelli, squartare ventri e disarticolare ossa. Il suo protagonista, Roberto Deruta detto Tino, discendente da una generazione di beccai, gode in paese della meritata fama di gustosofo, gastronomo esperto di alta cucina, generoso dispensatore di consigli culinari ai vari clienti. I quali tuttavia lo osservano con sospetto e diffidenza, alimentando i pettegolezzi più crudeli e fantasiosi da quando sua moglie Fedora è sparita senza lasciare traccia di sé, e cercano indizi del macabro uxoricidio nel negozio, nella cella frigorifera, nei pezzi di scottona in bella mostra sul banco di vendita, timorosi di essersi incautamente e cannibalmente cibati di una vittima incolpevole.

In un romanzo di Alina Reyes (Bruges 1956), considerato un caposaldo della letteratura erotica di consumo, un macellaio sessuomane avvia una morbosa relazione con una giovane studentessa, in una disinibita esaltazione della corporeità: «E il macellaio che mi parlava di sesso per tutto il giorno era fatto della stessa carne…  aveva i suoi pezzi di prima e di seconda scelta, esigenti, avidi di bruciare la loro vita, di trasformarsi in polpa», «Chi ha detto che la carne è triste? La carne non è triste, è sinistra. Sta alla sinistra della nostra anima, ci cattura quando meno ce lo aspettiamo, ci trasporta su mari densi, ci affonda e ci salva; la carne è la nostra guida, la nostra luce nera e spessa, il pozzo d’attrazione in cui la nostra vita scivola a spirale, risucchiata fino alla vertigine…».

Di tutt’altro genere è il macellaio descritto da Anna Momigliano (Milano 1980) nella biografia del presidente siriano Bashar al Assad, figura tormentata che non ha saputo sfuggire al proprio destino di figlio di un patriarca-tiranno. In un volume pubblicato nel 2013, la giornalista ha ricostruito parzialmente e in un’ottica eurocentrica, la vicenda umana e storica di Bashar, dagli studi universitari di oftalmologia a Londra all’elezione presidenziale avvenuta a soli 34 anni; dalle prime e timide aperture democratiche con la “primavera di Damasco” del 2001 a capo di un regime totalitario. Illustrando l’ambivalenza politica di Assad nella sua relazione altalenante con l’Occidente (con cui nei primi anni di guerra ha cercato discusse alleanze e che in seguito ha accusato di ingerenze delittuose, tradimenti e stragi di civili inermi), l’autrice ha descritto e commentato i rapporti del governo siriano con il potere economico più corrotto, le faide di palazzo, l’eliminazione degli avversari, il siluramento di generali, la cancellazione di elementari diritti umani della popolazione, il sostegno al partito libanese dello Ḥezbollāh, la protezione dei palestinesi di Ḥamās, l’inflessibile ostilità mostrata verso Israele. Riguardo alle carneficine perpetrate dal suo esercito, così Assad si giustificava candidamente nel 2012: «Quando un chirurgo si trova in sala operatoria, tagliando, amputando e ripulendo, e la ferita sanguina, gli si dice che le sue mani sono sporche di sangue oppure lo si ringrazia per avere salvato il paziente?»

I macellatori di cui scrive in versi Ivano Ferrari (Mantova 1948) profanano spietatamente la sacralità della vita, animale e umana, all’interno di un mattatoio, «la grande sala dove si esibisce la morte», in cui lo stesso autore ha prestato un umile e umiliante servizio negli anni ’80. Meno di cento brevi poesie compongono il libro, esponendo agli occhi del lettore un universo degradato di sofferenza, sopraffazione, crudele indifferenza, in cui lo squartamento della carne si mescola a sangue, letame, sperma, bava di mucche, tori, vitelli, cavalli, maiali; nel liquame scorrazzano topi, annegano vermi e larve, ronzano mosche. I gesti automatici e impietosi degli addetti alla macellazione (facchini e veterinari, operai e ufficiali sanitari), e dello stesso poeta che si ritrae con perfida sincerità in azioni addirittura brutali e oscene, assumono l’intollerabile e talvolta beffarda concretezza di un imperdonabile massacro: «Sventrate intere famiglie / oggi / lunedì di intensa macellazione. / Una vacca ha partorito un vitello / negli occhi la paura di nascere / il foro in mezzo il nostro contributo / a tranquillizzarlo», «Dalla vasca d’acqua bollente / emerge un enorme maiale / bianco come uno spettro / che oscilla impudico fino a quando / dal finestrone il sole / accende quintali di luce», «Lo stanzino in fondo allo spogliatoio / è detto delle seghe / affisse a tre pareti foto di donne / dalla vagina glabra / nell’altra il manifesto di una vacca / che svela con differenti colori / i suoi tagli prelibati».

Qui potremmo citare il grande quadro dipinto da Annibale Carracci nel 1585, ed esposto ad Oxford nella Christ Church Gallery, Bottega del macellaio, in cui alcuni lavoranti si applicano a operazioni diverse. In basso, un giovane sta per sezionare un capretto, un altro appende mezzo bue a un gancio, un terzo sistema la carne sul bancone, un quarto con un grembiule bianco sorregge la bilancia, mentre carcasse penzolano dall’alto e ritagli di carne danno mostra di sé sul piano inclinato, in un contrasto coloristico di rossi, bianchi, neri. Carracci, che spesso amava riprodurre figure umili di popolani (cfr. Il mangiafagioli) si era ispirato al lavoro di uno zio, il cui negozio gli aveva offerto materiali di studio, e in misura maggiore alla pittura fiamminga di genere, che presentava scene di cucina o di bottega. Inoltre aveva svolto un breve apprendistato presso Bartolomeo Passerotti, il quale, dipingendo frequentemente interni domestici o di lavoro, ritrasse negli stessi anni una Macelleria in cui due omacci ostentano pose grottesche e triviali, con un intento derisorio del tutto assente in Carracci, più interessato invece a rendere con realismo e verosimiglianza documentaristica le attività lavorative svolte.

Infine, agghiacciante beccaio-carnefice è quello che Sándor Márai (Košice 1900) descrisse nel racconto che segnò il suo esordio come narratore nel 1924, e che ora Adelphi ripropone nella traduzione di Laura Sgarioto. Il protagonista Otto Schwarz era nato a fine ’800 in una cittadina poco distante da Berlino, figlio di un rude sellaio protestante e di una donnina timorosa e mesta. Concepito nella notte in cui i suoi genitori avevano assistito terrorizzati a un tragico incidente in un circo, nato di dieci mesi, di sei chili e già con i denti, aveva nella violenza del parto ucciso la madre, ipotecando in questo modo il suo futuro destino di massacratore. La vocazione sadica alla macellazione gli era sorta già nella prima infanzia, assistendo all’uccisione di una mucca, poi replicata come un rito nei suoi giochi perversi di bambino: «L’istante in cui vide balenare la scure e subito dopo l’animale stramazzare a terra, senza emettere alcun suono e senza dibattersi, si impresse in lui come il ricordo di una sorta di gioia trionfale… Stava vicino alla carcassa e osservò con occhi ardenti come le si avventavano sul collo con seghe e coltelli: il sangue sgorgò in un fiotto abbondante, le interiora schizzarono fuori dalle costole, e di lì a poco la testa del bovino, tranciata rozzamente via dal corpo, giacque accanto al tronco». Divenuto adulto, Otto riesce a esaudire il suo sogno, e viene assunto nel mattatoio centrale di Berlino. Le due pagine che Márai dedica alla prima visita del giovane in questo edificio, sono di un’esemplare concisione e pacatezza nel loro astenersi da qualsiasi considerazione moraleggiante, consapevoli che la pura descrizione dell’ambiente non necessita di alcun artificioso commento letterario: «In angusti box, da cui provenivano i muggiti terrorizzati delle bestie, sordi schianti e imprecazioni, e il sangue fluiva in rigagnoli densi e neri attraverso scanalature praticate nel pavimento, stavano giovanotti dal volto imbrattato di sangue fino all’attaccatura dei capelli, con lunghi stivali che arrivavano all’inguine come quelli dei pescatori, grembiuli sudici e insanguinati e le maniche rimboccate, alcuni dei quali segavano in due lungo la colonna vertebrale gigantesche carcasse appese al soffitto, mentre altri recidevano con coltelli ricurvi la gola di ovini collocati su cavalletti di legno senza badare al copioso fiotto di sangue che schizzava loro in faccia, o strappavano le pelli dalle carni fumanti nello stesso modo in cui si sbuccia un frutto. Davanti all’ingresso dei box i garzoni lavavano le interiora, e il tanfo asfissiante del sangue, della carne fumigante, delle budella putrescenti e degli escrementi colpiva chi entrava, a meno che non vi fosse avvezzo, come qualcosa di tangibile. Si udiva fragore di ossa spezzate, e ovunque si volgesse lo sguardo si vedevano balenare le scuri e gli animali crollare al suolo con le zampe puntate dritte verso l’alto; di tanto in tanto qualche muggito turbava il ritmo monotono del lavoro. La scena meccanica e ufficiale dell’uccisione era in stridente contrasto con la frotta spaurita di coloro che stavano là a guardare, per lo più vecchi e vecchie che si aggiravano davanti ai box con in mano scodelle e pentole: i derelitti e gli emarginati della metropoli che con l’umile e patetico scintillio della fame negli occhi cercavano di carpire uno sguardo compassionevole dei garzoni macellai, sgomitavano con foga bestiale per afferrare le interiora e gli scarti di carne che cadevano qua e là. Vi erano anche vecchie vestite di stracci che si appostavano nel cortiletto che dai recinti conduceva ai box, e attraverso il quale venivano sospinti i bovini destinati alla macellazione, per poter acciuffare una vacca macilenta che, mentre la bestia percorreva il suo ultimo tragitto, mungevano in tutta fretta con il tacito assenso dei bovari. Si spintonavano strillando per poche gocce di latte, e nei loro gesti c’era qualcosa della furia dei rapaci necrofagi».

Otto non tradisce nessuna emozione di fronte al dolore degli animali e degli uomini, e mantiene la stessa imperturbabile indifferenza in tutti i suoi rapporti con il mondo circostante: con le donne che frequenta, con le rare amicizie, con gli avvenimenti storici che stanno conducendo il suo paese nel baratro della prima guerra mondiale; dimostra un’unica sensibilità nei confronti della figura del Kaiser, che ai suoi occhi incarna l’ideale di autorevole e superiore dominio su tutto l’universo animato. Non appena riesce ad aprire un negozio in proprio, viene richiamato alle armi, e inviato sul fronte serbo.

La maestria narrativa di Sándor Márai si esprime nella geniale invenzione di posticipare gli avvenimenti che condussero il protagonista alla perdizione, annunciandone invece in anticipo la soluzione finale e fatale, in modo che il lettore scopra da solo e lentamente l’abiezione assoluta del personaggio. Sia che tratti con bestie o con esseri umani, Otto Schwarz incarna il prototipo della violenza bruta, illogica e irresponsabile, compiuta con una gratuità quasi fanciullesca, seguendo il richiamo tribale del sangue. In guerra, mentre striscia nel fango delle trincee, scopre il riscatto dallo stato di avvilimento animalesco in cui è ridotto, solo durante gli attacchi corpo a corpo con il nemico: «’Io sono un macellaio», pensò, emozionato per l’improvvisa illuminazione «anche questo accanto a me è un macellaio, siamo tutti macellai, e bisogna aprire la pancia alle bestie con il coltello’. Macellaio-coltello-pancia. In quell’attimo la sua vita acquistò un senso. Aprire la pancia alle bestie, pensò entusiasta, bisogna aprire la pancia a tutti quanti per… e qui si interruppe un istante… per la patria. Poco dopo si corresse: per la patria e per l’imperatore». Sarà proprio l’idolatrato imperatore a decorarlo per i suoi atti di eroismo, promuovendolo di grado («Hai fatto bene il tuo dovere, figliolo»); lo stato di esaltazione che gli deriva da tale riconoscimento ufficiale, lo spinge a guidare spietati assalti in rappresaglie e spedizioni punitive contro innocui abitanti di villaggi sperduti nelle retrovie. Tornato a Berlino, il sergente Otto Schwarz si ritrova svuotato e incapace di riprendere le abitudini di normale cittadino, e viene travolto da un rancore profondo verso la vita imbelle e improduttiva che è costretto a condurre. Le pratiche autodistruttive e i vizi a cui si abbandona lo portano inevitabilmente a sprofondare in un baratro di colpa, follia e morte.

Forse Sándor Márai non si rese conto, scrivendo questo tragico racconto quasi un secolo fa, di aver offerto un fondamentale contributo a due importanti ideali etici: il pacifismo e il vegetarianismo.  

 

© Riproduzione riservata      «Il Pickwick», 12 aprile 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FERLINGHETTI

IL MONDO È UN GRAN BEL POSTO PER NASCERCI

Il mondo è un gran bel posto per nascerci, 
se non date importanza alla felicità
che non è sempre
tutto questo spasso 
se non date importanza a una punta d’inferno
qua e là 
proprio quando tutto va bene 
perchè anche in paradiso
non è che cantino
tutti i momenti.
Il mondo è un gran bel posto 
per nascerci 
se non date importanza alla gente che muore
continuamente o è soltando affamata
per un pò
che in fondo poi fa male la metà
se non si tratta di voi.
Oh il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi state troppo a preoccupare
di qualche cervello morto
su ai posti di comando
o di una bomba o due
di tanto in tanto
contro le vostre facce voltate
o di simili contrattempi
cui va soggetta la nostra
società di Gran Marca
con i suoi uomini che si distinguono
e i suoi uomini che estinguono
e i suoi preti
e altri scherani
e con le varie segregazioni
e congressuali investigazioni
e altre costipazioni
che sono il retaggio
della nostra carne demente.
Si il mondo è il posto piu’ bello del mondo
per un sacco di cose come
fare la pantomima della farsa
e fare la pantomima dell’amore
e fare la pantomima della tristezza
e cantare in sordina d’amore e avere ispirazioni
e andare a zonzo
guardando tutto
e odorando fiori
toccando il culo alle statue
e persino pensando
e baciando la gente e
facendo figli portando pantaloni
e agitando cappelli e
ballando
e andando a bagnarsi nei fiumi
a fare dei pic-nic
in piena estate
o solo genericamente
«godendosi la vita»

ma poi proprio in mezzo a tutto quanto
arriva sorridente il
beccamorto.

 

                                                                                                                              Lawrence Ferlinghetti (1919)

                                                            

NOOTEBOOM

CEES NOOTEBOOM, L’OCCHIO DEL MONACO – EINAUDI, TORINO 2019

Nel 2016 Einaudi ha pubblicato un’antologia delle raccolte poetiche di Cees Nooteboom, scrittore olandese (L’Aja, 1933) di cui sono stati tradotti in Italia diversi romanzi, racconti e reportage di viaggio. Quest’anno è uscito un suo nuovo volume di versi, L’occhio del monaco, sempre per l’editore torinese, con l’attenta versione di Fulvio Ferrari. Si tratta di 33 composizioni in forma chiusa, di tre quartine caudate, in cui la coda è costituita da un emistichio reso perlopiù in italiano in settenario o in quinario. Secondo la nota conclusiva dell’autore, le poesie – scritte tra il dicembre 2015 e l’aprile 2016 – traggono ispirazione da esperienze oniriche o visionarie vissute nell’isola frisona di Schiermonnikoog, letteralmente “isola del monaci grigi”, nome derivatole dall’abbazia cistercense lì edificata nel medioevo.

Sono versi sospesi in una fredda atmosfera nordica, pregna di silenzio e solitudine, sullo sfondo di bianche sabbie sottili, correnti marine agitate, venti gelidi, pioggia sferzante. Nelle sere illuminate dalla luce del faro, o nelle albe gelide, uniche presenze di vita sono i gabbiani lamentosi, le funeree cornacchie, le martore zampettanti tra le dune.  Altrimenti, sono i fantasmi del passato che tornano ad assediare, benevoli o minacciosi, la memoria del poeta, rinfocolando rimpianti, sensi di colpa, nostalgie: i genitori, i fratelli, la prima donna amata: «Qui incontro chiunque, demoni di altre / vite, animali d’un blasone dimenticato, / donne in forma di leone, unicorni, / maiali in maschera… // Così tutto ritorna», «lo stridio d’un primo desiderio, / disperso e frantumato contro una quantità / di anni, il cardo del non voler dimenticare, / portami con te, portami con te, // ma dove?», «Perché non ci lasciano in pace, i morti?».

I sogni, confusi con la realtà quotidiana di giornate vuote, nel paesaggio di un’isola concreta che diventa archetipica, conducono con sé messaggeri di un’aldilà irraggiungibile: un «dio faticoso» seduto sul bordo del letto, «sei angeli con ali stanche», un oscuro monaco cechoviano, filosofi greci dialoganti di argomenti etici, Paul Valery che interroga Leonardo da Vinci sull’esistenza dell’anima. Quesiti eterni su cui Nooteboom sembra accanirsi, in un’esplorazione assidua del perché dell’esistere, o nell’indagine tormentante sull’essenza della poesia, sul dovere testimoniale della parola («Quando comincia un mottetto, / una poesia, una luce che appare senza fonte? / Chi pensa un primo verso prima di pensare?»). Incubi e fantasie si alternano a riflessioni meditative, stimolate quasi dall’assenza di suoni e dal vuoto di figure umane dell’ambiente, di cui il poeta sa sottolineare con acuta sensibilità il fascino segreto e impalpabile: «Nubi di zinco, casematte d’acqua, grigie, / vaganti alla luce del pomeriggio, rumore d’onde», «non dune, ma rocce, / nere, piante con uncini e denti, capaci di bere la pietra aggrappate alla sabbia», «Vento, la prima luce, / il mattino pieno di chiacchiere di uccelli, cannaiole, / avocette, // svassi, una lingua che non parlo, che ascolto». Proprio alla quiete secolare dell’isola grigia, Cees Nooteboom pare voler chiedere il velo di nebbia clemente «che tutto nasconde», affinché ogni cosa torni «in ordine», «a posto», offrendo finalmente una risposta a chi da tanto tempo la sta cercando.

 

© Riproduzione riservata      «Il Pickwick», 3 aprile 2019, «L’Indice dei libri del mese» n.5, maggio 2019

 

 

 

 

 

 

CAMPANA

NADIA CAMPANA, VISIONE POSTUMAVERSO LA MENTE – RAFFAELLI EDITORE, RIMINI 2014

Di Nadia Campana (Cesena,1954Milano,1985) l’editore riminese Raffaelli ha pubblicato nel 2014 due volumi: Visione postuma e Verso la mente.Il primo (curato da Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci) raccoglie testi critici rimasti a lungo inediti, talvolta incompleti o allo stato di abbozzo: registrando gli interessi letterari della poetessa romagnola, essi rivelano la sua ricettiva empatia soprattutto nei riguardi della scrittura femminile. Infatti, se le brevi recensioni finali sono dedicate ad alcune letture, spettacoli teatrali ed esperienze didattiche compiute negli anni ’80, è soprattutto nei saggi iniziali che si esprime la sua straordinaria competenza critica nei riguardi della parola poetica delle donne.

Se per poesia si deve intendere (come afferma nel testo che dà il titolo al libro, Visione postuma) il discrimine “tra mondo interpretato e assenza del mondo”, comprensione del caos da trattenere in “una misura stretta”, conoscenza che aumenta “il dolore come esercizio” con “furibondi attacchi di malinconia”, e infine “sfracellamento contro gli scogli del quotidiano”, è specificamente nella scrittura femminile che Nadia avverte la possibilità originaria di un’autoesclusione, non solo dalla vita concreta, ma addirittura dal proprio corpo, per una sorta di dissoluzione del desiderio quando questo si scontra con la banalità del reale, e produce stanchezza, “voglia di essere inerti… precoce invecchiamento”.

Nei due testi dedicati a Emily Dickinson, di rara perspicacia interpretativa e introspezione psicologica, si mette in luce essenzialmente la rivoluzione linguistica effettuata dalla poetessa americana, la sua invenzione di un nuovo inglese, di una inedita sintassi espressa nell’utilizzo della concisione, di un ritmo musicale rapido, e di elementi linguistici inediti, che Nadia Campana da esperta traduttrice ben sapeva individuare (predilezione del congiuntivo, arcaismi, tecnicismi, voci dialettali, accelerazioni e pause, soppressione di congiunzioni-pronomi-ausiliari, sostantivazione del verbo, scambio soggetto-oggetto, fusione di metri diversi, sostituzione della punteggiatura con la lineetta…). Una rivoluzione linguistica pagata dalla Dickinson con la sua eccentricità rispetto al mondo, con la devianza dai valori comunemente accettati nel puritanesimo ottocentesco del New England. “La sua goffaggine svela l’estraneità al commercio mondano e una sordità a ogni luogo comune. Ella rifiuta di sostenere la funzione di civiltà che alle donne è sempre stata affidata: quella di seguire le inclinazioni emotive, le regole amorose e cosiddette naturali… sceglie di essere un’asceta”. Orgogliosa della propria “posizione di monade, l’unica cosa che la salda alla storia è la parola”, intuita come luogo di indipendenza e di pace, di autonomia differenziante, di consapevole ribellione alla vacuità della chiacchiera invadente. Una poesia, quella dickinsoniana, lontana dalla fisicità dei fatti, dalla fenomenicità, dal fascino dell’incontro partecipato con gli altri, e invece tutta protesa verso la vertigine della riflessione, dell’intelligenza delle cose, nella conquista di significati cruciali capaci di oltrepassare psicologia e morale: “La scrittura al posto del corpo, un pezzo di carta al posto di un’emozione toccabile, mostrata”. Nadia Campana polemizza violentemente contro una critica votata al pettegolezzo, tendente a ridurre Emily Dickinson alla sua biografia, e a descriverla come “una figuretta inerme, schiacciata sotto il peso di una vita vuota, di una nevrosi che la costringeva nella sua cameretta a rimuginare e a rifiutare in contatto col mondo se non attraverso bigliettini fatti passare sotto la porta”. Tale meschinità da rotocalco si intromette nelle vite private in modo ammiccante e indiscreto, insinuando che la verità di un poeta vada cercata al di fuori della sua poesia. “Il mito di un poeta-donna spesso finisce col far passare in secondo piano i valori letterari e l’indagine critica si risolve in una ricerca di disastri emotivi di cui la poesia non sarebbe che una citazione”.

Quale disastro emotivo avrebbe allora portato un’altra grande artista, Marina Cvetaeva, al suicidio? In due saggi Nadia esplora ‒ con un’immedesimazione quasi presaga della propria drammatica scelta finale ‒ il dolore e l’amore che hanno animato e reso eterni i versi della poetessa russa, nella cui morte volontaria sembra iscritto il destino ineluttabile di chi si getta “contro le cose, fuori dall’adeguamento e dalla registrazione, per toccarle con l’incandescenza”. La dedizione generosa e appassionata con cui Marina Cvetaeva interiorizzava ogni altro da sé aveva qualcosa della sacralità del sacrificio, dell’abnegazione di un’offerta che sa annullarsi, non essendo più desiderio o possesso, ma tenerezza, affetto, fratellanza, sym-patheia priva di qualsiasi opacità. “La sua scrittura, come la figura tragica del saltimbanco di Zarathustra, compie un ultimo volteggio nel vuoto, come un ultimo dono, senza richiesta di contraccambio né tantomeno di ammirazione o pietà. È già oltre, nel territorio puro dell’aria che le darà nuovamente la forza di uscire dalla deriva del mondo privato e di abbandonarsi a una forza sorgiva”. Forse non è improprio ricordare che Nadia Campana scelse anche lei, il 6 giugno del 1985, un salto nel vuoto, cercando l’infinito.  E sul tema del suicidio, proprio in questi due testi si sofferma con parole che hanno la durezza e la trasparenza del quarzo: “Il suicidio è l’atto di cancellazione del passato, quando il ricordo non si dà se non sotto le forme del fallimento e della stanchezza. C’è una stanchezza anche dell’essere tristi: allora il racconto della sofferenza non trova più dichiarazioni d’amore, fiabe, immagini, se non quella della migrazione nel più puro territorio dell’anima. L’itinerario della mente alla perfezione si svolge ora nella fuga verso la dimora di ciò che non ha forma, di ciò che è semplicemente schiarito e che non deve più misurare il peso dell’avvilimento. Là tutto può essere perfetto, bello, elevato. L’immaginazione non incontrerà alcun ostacolo e il sogno sarà onnipotente e senza difetto”. Nostalgia di un passato irrecuperabile, malinconia per un futuro che si teme, logoramento del presente, estraneità alla “mascherata” del mondo. Cvetaeva nel suo biglietto di addio scrisse: “Come si dice, / l’incidente è chiuso. //… Con la vita ora sono pari”.

Nadia Campana in una poesia sembra farle eco: “Avendo già avuto a che fare / con la resa, scelgo / le processioni del riposo”. La sua produzione poetica, quantitativamente esigua, è stata raccolta, con un’interessante introduzione di Milo De Angelis, in Verso la mente; qui si ribadiscono sia l’esigenza di un lavoro assiduo di rinnovamento del linguaggio, sia il continuo richiamo alla morte, temi presenti anche nei saggi critici che abbiamo esaminato (“già veduto già rotolato / già rimandato il corpo sospeso / tra le rocce lacerato”, “è il tempo di arrendersi al contagio / covato dalle solitudini / disarmarsi per le ferite”). Stilisticamente, questi versi franti e fortemente caratterizzati da simbologie, possono ricordare lo sperimentalismo di Amelia Rosselli, le invenzioni lessicali di Antonio Porta, l’autobiografismo scomposto di Sylvia Plath o di Anne Sexton: “poesia del contrasto”, la definisce De Angelis, perché nei temi si alternano caldo e freddo, nero e bianco, esuberanza e tristezza, sogno e verità, mito e cronaca familiare. Affiorano qua e là colori vivaci, campi assolati, acque di torrenti e mari, uccelli e altri animali, presenze giovani e vocianti; eppure ogni immagine ritorna quasi strozzata da un’invincibile angoscia, un’implacabile e minacciosa inquietudine.

Sempre ricompare quindi l’aspirazione al tiepido riparo di un approdo, all’affettuosità di un abbraccio protettivo: forse quello del padre, perduto nell’adolescenza per un incidente sul lavoro, o quello di un “eroe mattutino e chiaro”: “Per te, io ti, io te sono / che mi contiene nel tremante ricorso / del tuo silenzio vienimi incontro / orizzonte e allarga esso”, “l’estate occupa tutto lo spazio / come te / e lì io ti chiuderò”, “io vengo a farmi in te / vuoto fedele”, “pregavi le cose che davo / se volevo bere / le gobbe dell’oceano / si rifugiavano sotto le tue braccia / quando il sole se ne andò mi nascondesti”. In una delle ultime composizioni antologizzate, la previsione luttuosa si fa infine scongiuro e preghiera: “il più lento morire dei pulviscoli / capogiro / che occupa molto / mi sento sparire continua / i fianchi trionfano in gara / balzano contro i fondi inermi / nella fretta / neve giovane e sonno resta / dicono scendi mitezza / venissi a temperare la sete”.

I due ritratti fotografici nelle quarte di copertina (entrambi di Giovanni Turci, curatore dei volumi) ci mostrano una Nadia bella e dolce, con i capelli scuri a caschetto e la frangia che le copre la fronte, un pullover a collo alto e una lunga collana bianca. Nella foto più intensa, la giovane donna guarda l’obiettivo con un sorriso sospeso tra timidezza e ironia, quasi rivolgendosi a noi lettori per chiederci: “Avete capito qualcosa del mistero della poesia e della vita? E di me, avete capito qualcosa?”

 

© Riproduzione riservata                    «Nazione Indiana», 3 aprile 2019

 

                                                                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TANIZAKI

JUNICHIRO TANIZAKI, LA GATTA – BOMPIANI, MILANO 2018

Junichiro Tanizaki (1886-1965) pubblicò questo lungo e giustamente celebrato racconto nel 1936.

Tutto compreso all’interno di una casa e di stretti rapporti familiari, è giocato sulle sottili seduzioni e vendette psicologiche che si scatenano tra i quattro protagonisti umani (il pingue e mellifluo Shōzō, proprietario trentenne di un negozio di casalinghi; sua madre O-Rin, che ancora lo domina e sorveglia; la prima moglie Shinako, rancorosa per essere stata ripudiata e sostituita; la nuova moglie Fukuko, volubile e isterica) e il personaggio principe: la splendida e viziatissima gatta Lily. Shōzō la adora, la coccola, si lascia graffiare e tormentare in ogni modo, le permette di dormire nel suo letto, si toglie dalla bocca i pesciolini cucinati dalla mogliettina per regalarli alla micia. Non sopporta l’idea di separarsi da lei, che invece è quanto gli chiedono, con motivazioni diverse, tutt’e tre le donne della sua vita.

La madre O-Rin utilizza Lily come arma per attaccare le due nuore o per rimproverare al figlio i suoi molti difetti, la prima moglie Shinako dopo il divorzio ne reclama il possesso sperando così che l’ex-marito le si riavvicini per amore dell’animale, Fukuko la odia perché non ne sopporta gli odori, i peli, il vomito, e soprattutto è furiosa per l’interesse e le attenzioni che il suo sposo le dedica. Ma Shōzō, che l’aveva accolta in casa ventenne e dopo dieci anni ne rimane più innamorato che mai, non tollera l’ipotesi di allontanarla da sé, e le permette qualsiasi capriccio, incoraggiandola con eccessive e morbose abitudini confidenziali. Quando Shinako riesce ad avere in custodia la gatta, sottraendola al marito, nasce una specie di guerra tra i due ex-coniugi, fatta di gelosie, appostamenti e dispetti reciproci, quasi si trattasse di contendersi un figlio

Il grande merito di Tanizaki in questo racconto risiede nella sua straordinaria capacità di scrutare e portare alla luce i grovigli e le contraddizioni della psiche dei protagonisti, e ancora di più nel tratteggiare con affettuosa complicità i comportamenti della gatta, sia nell’istinto naturale che la anima, sia negli atteggiamenti quasi umani assunti nel corso della narrazione. Ad esempio, la pagina in cui viene narrato il primo parto di Lily, la sua paura della sofferenza, le mute richieste di aiuto al padrone, meriterebbe di essere inserita in un manuale di etologia felina. Così come la descrizione delle moine ruffianesche con cui la micia tenta di sedurre le persone per ricavarne qualche profitto, in termini di cibo o di carezze. L’attenzione e la cura con cui l’autore descrive sia la fisicità sia la psicologia di Lily, rivela non solo la sua profonda conoscenza e il suo amore personale per i gatti, ma anche la considerazione in cui la cultura giapponese ha tradizionalmente tenuto questi animali, per la loro particolare intelligenza e misteriosa sensibilità.

© Riproduzione riservata            https://www.sololibri.net/La-gatta-Tanizaki.html             25 marzo 2019