ZULIANI

LUCA ZULIANI, L’ITALIANO DELLA CANZONE – CAROCCI, ROMA 2018

Molto interessante questo libro di Luca Zuliani, professore di Linguistica all’Università di Padova, studioso di metrica e poesia contemporanea. L’italiano della canzone esplora la relazione esistente tra la musica leggera e la lingua letteraria, esaminando il repertorio canoro nostrano degli ultimi cinquant’anni, con numerosissimi e calzanti esempi, tesi ad illustrare i rapporti di filiazione, opposizione o estraneità esistenti tra i versi delle canzoni e quelli poetici.

Lingua armoniosa per eccellenza (dolce, sonora, priva di asperità, ricca di vocali), la nostra è tuttavia poco adatta ad essere musicata, a causa della scarsa presenza di parole tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba), frequentissime invece in molte altre lingue, e soprattutto in inglese. Da noi esse si limitano ai monosillabi, a qualche forma verbale, a pochi vocaboli astratti e ad alcuni avverbi. Come hanno ovviato a questo pesante handicap i parolieri di musica leggera? In passato, e fino al secondo dopoguerra, troncando parole piane (fior, amor, ben, muor) o utilizzando termini desueti (dì, mercé, beltà); oggi usando l’escamotage di accentare sull’ultima vocale anche le parole sdrucciole (gli 883: “sei una libìdiné”; Arisa: “storia màgicà”; Battiato: “la vecchia brétoné”), o invertendo il loro ordine usuale (Vecchioni: “la guerra paura non fa”), oppure concludendo con congiunzioni, pronomi, avverbi, verbi o esclamazioni accentate (Vasco Rossi: “che se ne frega di tutto, sì!”; “sei in forma, ué!”), o ancora ricorrendo direttamente al dialetto e a lingue straniere (Adriano Celentano: “che ti fulmina sul ring”; Domenico Modugno: “un uomo in frak”).

Zuliani si sofferma con puntualità sugli aspetti tecnici della composizione dei testi, chiarendo in che modo funzionino versi, rime e strofe nelle canzoni e nella poesia, sottolineando giustamente come quest’ultima sia divenuta oggi del tutto marginale nella cultura di massa, ridotta a un’arte di nicchia poco praticata e poco letta dal pubblico, a tutto vantaggio delle canzoni, i cui testi si sono evoluti formalmente e contenutisticamente rispetto al passato, al punto che un recente premio Nobel è stato attribuito a Bob Dylan. Oltre a queste ed altre spiegazioni specialistiche (sapevate cos’è la “mascherina”? è una sorta di tavola numerica che i musicisti apprestano per i parolieri che non conoscono le note…), l’autore analizza altri elementi comuni ai testi delle canzoni e a quelli poetici: la strofa, il ritornello, la quartina, sempre sottolineando che metrica e ritmo (lingua e musica) convivono su basi differenti: la prima contando il tempo con le sillabe, la seconda con le battute. Si addentra poi in commenti più ampi riguardanti la scrittura dei testi considerati artisticamente più ambiziosi, quelli che tendono a far prevalere l’importanza della scrittura sulla musica. Per intenderci, quelli di De André, De Gregori, Luigi Tenco, Carmen Consoli, Bluevertigo, Marlene Kuntz, che riprendono forme letterarie utilizzando addirittura versi canonici come l’endecasillabo, o frasi lunghe e complesse, con frequenti subordinazioni e asimmetrie.

Tuttavia, se oggi nella produzione di musica leggera, prima si compone la melodia e ad essa si adattano le parole, è evidente che la lingua italiana risulta spesso mortificata dalle esigenze della musica, degli arrangiamenti e delle interpretazioni. In fondo, “sono solo canzonette”, come suggeriva Bennato: pretendere da esse che si innalzino ad arte è forse eccessivo. Stimolante e curioso rimane, comunque, poter indagare su regole e tecnicismi che riescono a farle funzionare, regalandoci momenti belli: in questo ci aiuta il libro di Luca Zuliani.

© Riproduzione riservata         «Il Pickwick», 7 novembre 2018

 

 

 

GLI ANNI ZITTI

GLI ANNI ZITTI

 

Quando è morto mio marito
non avevo ancora quarant’anni,
e ho sperato, sì, per giorni e per anni,
di trovare un amore, una carezza,
qualcuno da incontrare a metà settimana.

Forse il mercoledì. A cui regalare
un maglione di lana, una cravatta.
E telefonargli la sera.
Invece, che matta! Mi sono sposata
la tristezza; la più vera, la più sola.

***
Io, in attesa
e ferma come una cosa
qualunque, trascurata, inessenziale
(non mi avesse vista
un mattino; oppure subito
− così! − cancellata).
Ad aspettare
un nuovo sguardo,
nuovo davvero, non educato;
o la mano che osa alzarsi
sulla mia. Poi resta
sospesa, senza appoggiarsi,
turbata.

***
Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci − io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

***
Quanto mi lasciava sola
davanti a Dio (al mondo, alle paure),
e sapeva nascondersi
dietro le spalle fragili:
di me, delle bambine.
Ma come si appendeva a noi,
chiedendoci più vita, e gioia,
e anni.
Quanto restavo sola, allora;
e ancora, dopo.

***
Il silenzio cade,
e qualcuno non verrà mai più.
Mai più per sempre.
Per sempre zitta la sua voce,
ogni parola.
Riguardiamo le foto,
sistemiamo i biglietti d’auguri,
i filmini superotto, le cassette
registrate. Poi torna il silenzio,
aspettando
oltre i muri un’assenza.

***
La sua assenza, il suo mancare,
non imprimere il gesto nell’aria,
la voce nel silenzio; la traccia delle scarpe
sulla neve in giardino, il calco
della mano sul cuscino del divano.
È tutto cancellato,
divorato dal niente.
Così resto a pensare, cerco di ricordare:
com’era veramente la sua faccia
se mi guardava e tratteneva il fiato.

***
Molte cose muoiono
insieme a chi muore.
Le sue impazienze, i sorrisi
improvvisi. Il sonno
del primo pomeriggio
da non disturbare,
la crema per le mani
vanitose, la pianta
sempreverde rinsecchita.
Partenze affrettate,
ritorni pentiti.
E le parole
tenere, quelle dubbiose;
le musiche, le rabbie, i vestiti.
Lo sguardo di chi lo cercava
e adesso non sa cosa fare:
vaga, trema, si incanta
o si perde.

***
Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia, distrazione, mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

***
Le storie che finiscono
− storie che durano oltre,
rami intrecciati, radici
radicate sotto i sassi,
lapidi, marmi
                     (O my dear, O my dear)
Mia madre mio padre
mio marito, le lastre
pesanti, le foto, preghiere
e labbra cucite,
e mani gelate
                      (O my dear, O my dear)
Le storie sepolte

di cenere alla cenere,
lontani i lontani,
le ancore ancoranti
sciolte divelte risucchiate
                       (O my dear, o my dear)
La terra tornata di terra
le voci zittite,
in alto più pallido
un sole risorto
tramonta risorge rimane
                        (O my dear, O my dear)

***
Se arriva una lettera da uno che era vivo

e poi è morto, una lettera scritta da un vivo
che arriva giorni dopo la sua morte,
o settimane; si ha paura ad aprirla,
si teme un rimpianto una ferita
e la rivelazione di un segreto taciuto
da sempre; ma se in quella stessa lettera
che arriva da un morto non c’è niente
di male, né scuse né accuse, soltanto
una carezza tardiva, i baci alle bambine,
pensieri sospesi destinati a restare
sospesi in eterno, nell’aria,
in qualche chissà dove; allora la si legge,
si rilegge, la si impara a memoria,
e si sfiora con le dita l’indirizzo
che non verrà più scritto
allo stesso indirizzo da un mittente
che è morto, e si pensa alla firma
impietrita, al suo nome sepolto,
al silenzio futuro:
mentre tutto era vivo, presente, affettuoso
nella lettera scritta da un morto
quando ancora era vivo,
e ci pensava.

***

                                                                 Alle mie figlie

Al nostro ieri basta dare
un altro nome,
proiettarlo in un futuro sconosciuto:
ed ecco che è promessa
− non più tristezza.
Festa e non lutto,
conquista e non sconfitta.
Invenzione, mai memoria;
progetto, non storia antica.
Fantasia speranza alba
(il mio domani, il vostro).
Via il pianto, la fatica dell’odio,
ogni brutto pensiero.
Danza canto bellezza.

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 1 novembre 2018

BALDINI

RAFFAELLO BALDINI, PICCOLA ANTOLOGIA IN LINGUA ITALIANA – QUODLIBET, MACERATA 2018

Raffaello Baldini (1924-2005) è stato un ottimo e fecondo poeta; ha pubblicato diverse raccolte di versi, quasi esclusivamente in romagnolo, e alcuni monologhi teatrali. La casa editrice marchigiana Quodlibet gli ha dedicato una Piccola antologia in italiano, di testi che lui stesso aveva tradotto dal suo dialetto, auspicando così una maggiore fruibilità da parte del pubblico. Il volume, curato da Ermanno Cavazzoni e Daniele Benati, è corredato da un intervento critico di quest’ultimo, e da un’intervista inedita del 3 ottobre 2000. Proprio partendo dall’intervista, possiamo delineare gli snodi fondamentali della vita e della produzione letteraria di Baldini, iniziata tardivamente, verso i cinquant’anni, e dopo il trasferimento a Milano come redattore della rivista Panorama.

Quindi, gli studi filosofici, l‘amicizia con Tonino Guerra, il rapporto intenso con Santarcangelo di Romagna (l’ambiente naturale, gli amici, il bar) e con il dialetto: “Dalle mie parti ci sono ancora cose, paesaggi, persone, storie, che succedono in dialetto. Raccontarle in italiano vorrebbe dire tradurle”, cioè perdere spontaneità, perché in termini militareschi “l’italiano è sull’attenti e il dialetto nella posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita”. Certi modi di dire dialettali perdono vigore e spirito se tradotti in italiano, ma la versione nella lingua nazionale è comunque inevitabile se si vuole essere compresi da tutti: e allora deve mantenersi fedele, essere un calco della scrittura originale. Daniele Benati sottolinea due fondamentali caratteri della poesia di Baldini, il suo servirsi di una voce monologante (per lo più, un personaggio solitario recriminante qualcosa: un’ingiustizia, una perdita, un tradimento), e l’attenzione all’immagine. “In questo mondo c’è il tempo di guardarsi dentro e c’è il tempo di guardare fuori”, chiosa il poeta.

Senz’altro l’uso che Baldini fa del dialetto ha un risvolto più emotivo che letterario, nel riscoprire il rapporto vissuto con le persone, di cui utilizza le espressioni quotidiane, gli intercalari ripetuti, le formule linguistiche che hanno un carattere tra il narrativo e il teatrale, e procedono per accumulo, quasi estemporaneamente: “gli impulsi improvvisi a parlare, i deragliamenti delle parole, e l’emozione delle parole in cui si scaricano gli umor; allora c’è sempre qualcuno che parla a ruota libera, e perde il filo del discorso, poi lo ritrova, poi devia di nono ecc. Così alla fine si crea un impianto che è di tipo musicale, un gioco continuo di tema e variazioni”, scrive Benati.

Ecco dunque alcuni di questi versi, che rendono coralmente il carattere di un paese, ritrovabile in molte delle nostre comunità locali, e che invece purtroppo va perdendosi nell’anonimato urbano, impersonale e conformista: “Uno cos’ schifiltoso non l’ho mai visto. /Tutto il giorno era dietro a lavarsi le mani. / Teneva il manico della tazza del caffè / verso l’alto, dritto al naso, / beveva dove non beveva nessuno”, “ma come si fa a non voler ben al mio Adriano, / con quegli occhi che non m’ha mai detto una bugia, / però mica addormentato, / le cose le capisce, fa dei discorsi / che non li faccio nemmeno io che sono suo padre”, “La Renata, quella sera. / Quattro balli di seguito, senza dire niente, le ho preso una mano / e mi è venuta dietro come una bambina”, “Orca, come si sente il treno, cambia il tempo. / Dev’essere un diretto, corre con una rabbia, / pare che insegna qualcuno. / Facesse davvero una burrasca, oggi è stato un caldo”.

Le macchiette del paese  (l’abitudinario che non ama viaggiare, il semianalfabeta che non sa firmare una raccomandata, la maestra anziana che prova a fumare di nascosto, i rumori che si sovrappongono nell’aria .bestemmie, litigi, motori, latrati-, il parroco stufo di confessare, il giocatore di ramino), rinascono in queste poesie, con le loro passioni, le invidie, gli amori che costituiscono il teatro del vivere, nella commedia e nella tragedia. Da Porta, a Belli, a Pascarella, a Trilussa, a Di Giacomo, per arrivare ai grandi poeti dialettali del ’900 (Noventa, Loi, Giotti, Bertolani, Buttitta) fino proprio a Raffaello Baldini, è tutto un mondo colorato che parla, racconta, gesticola, si muove fuori dai binari stereotipati delle convenzioni letterarie, e ci regala atmosfere e sensazioni che rischiano ormai di dileguarsi, di illanguidirsi nell’indifferenza e nel livellamento sociale di oggi.

© Riproduzione riservata                                                                                 

https://www.sololibri.net/Piccola-antologia-in-lingua-italianaBaldini.html         31 ottobre 2018

BACHMANN

MESSAGGIO

Dall’atrio celeste, tepido di salme, spunta il sole.

Non gl’immortali sono lassù,

bensì i caduti, apprendiamo.

E lo splendore non si cura della corruzione. La nostra

divinità, la Storia, ci ha riservato un sepolcro

da cui non vi è risurrezione.

***

 

NELLA BUFERA DI ROSE

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose,

la notte è illuminata di spine, e il rombo

del fogliame, così lieve poc’anzi tra i cespugli,

ora ci segue alle calcagna.

***

 

ENIGMA                                              

Nulla verrà più.

Non vi sarà più primavera.

Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate e altre cose

che recano il bell’attributo «estivo» ‒

nulla verrà più.

Non devi assolutamente piangere,

dice una musica.

Nessun

altro

dice

qualcosa.

                                                                                

                                                                                          Ingeborg Bachmann (1926-1973)

VANNUCCI

GIOVANNI VANNUCCI, IL LIBRO DELLA PREGHIERA UNIVERSALE – LIBRERIA EDITRICE FIORENTINA, FIRENZE 1991

 Giovanni Vannucci (Pistoia,19131984), presbitero e teologo italiano dell’Ordine dei Servi di Maria, professore di esegesi, ebraico e greco biblico, collaborò in diverse esperienze comunitarie con don Zeno Saltini (fondatore di Nomadelfia) e con David Maria Turoldo. Nel 1967 diede vita a una nuova comunità – dedita al lavoro, all’accoglienza e alla preghiera – all’Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti. Autore di numerosi testi di meditazione e di ricerca spirituale, dal 1970 la sua attenzione si focalizzò sul momento della preghiera, intesa come rapporto vivido e pacificante con il mistero divino.

Il libro della preghiera universale, pubblicato nel 1970 e più volte ristampato, era nato nelle intenzioni dell’autore “dall’esigenza di conoscere, pregando, il cuore delle tradizioni religiose cristiane e non cristiane”. Vannucci si diceva convinto che la preghiera addolcisse i cuori, fecondandoli di nuove speranze e visioni, arricchendoli e dilatandoli in uno sguardo partecipe e generoso su ogni verità e realtà della vita. Il corposo volume è suddiviso secondo i giorni della settimana, ciascuno dedicato a una fede particolare: il lunedì ai credenti Indù, il martedì ai Musulmani, il mercoledì ai cercatori del pensiero Magico e Occulto, il giovedì ai Buddhisti e ai Taoisti, il venerdì alle varie Chiese Cristiane, il sabato agli Ebrei e infine la domenica al Cattolicesimo. Ma a un cattolicesimo ecumenico, comprensivo e rispettoso di ogni voce che si alzi nella ricerca della spiritualità.

A me non credente sembra bello poter offrire a chi legge una preghiera per ciascuna di queste fedi, proprio con l’umiltà e la considerazione che ha guidato Padre Vannucci a raccoglierle, senza esibire alcun senso di superiorità nei riguardi di nessuna di esse, ma consapevole della loro legittimità e rettitudine.

Indù: “Tu sei la via, l’irraggiungibile mèta, l’unico Signore. In te le leggi muoiono come fiumi nel mare”.

Musulmani: “Dio ha creato il genere umano in un solo uomo, e la resurrezione universale. Gli sarà ugualmente facile. Egli ascolta e osserva tutto”.

Occultisti: “Estrai dalle difficoltà un lievito di perfezione, trasformalo in forze vive”.

Buddhisti: “Abolendo le passioni, espandendomi nel vero pensiero, voglio avanzare silenziosamente nella pura saggezza, raggiungere il Risveglio perfetto”

Protestanti e Ortodossi: “Fa’ che io senta fin dal mattino la tua amabile bontà, mostrami la via per innalzare l’anima verso di te”.

Ebrei: “Perché ogni notte tu scendi verso di me, e al levar della stella del mattino mi abbandoni solo?”

Cattolici: “Sii lodato per tutto quello che vive nella terra e nel cielo”.

Se l’autore non avesse posto rigide distinzioni tra i vari capitoli, citando le fonti e gli autori delle preghiere, avremmo difficoltà a distinguere una religione dall’altra, in quanto ciascuna invocazione esprime, in qualsiasi epoca e latitudine, e con parole simili: lode, gratitudine, speranza, rimorso, timore, gioia, fedeltà, mansuetudine, clemenza, fiducia, desiderio. Un breviario universale, questo proposto da padre Giovanni Vannucci, a cui attingere quotidiana sapienza e dolcezza: il fatto che me l’abbia regalato il parroco del paesino in cui vivo, depone in favore del necessario abbattimento di ogni steccato ideologico, di ogni intollerante pregiudizio.

 

© Riproduzione riservata           https://www.sololibri.net/Il-libro-della-preghiera-universale-Vannucci.html             26 ottobre 2018

 

 

 

TALAMO

Silvio Talamo. Un artista napoletano a Berlino

Silvio Talamo è un musicista, producer e cantautore napoletano, oggi residente e operante a Berlino. Il suo repertorio spazia tra musica elettronica e acustica, pop e techno. Come performer di successo si esibisce in teatri, trasmissioni radiotelevisive, club, festival e street stations. Ha pubblicato nel 2017 il disco Living in a Bubble, e quest’anno il libro Poesie/Gedichte in un’elegante versione bilingue delle edizioni ProMosaik.

In quale ambiente familiare e culturale sei cresciuto, e cosa di esso hai assorbito positivamente, cosa invece ti senti di rifiutare o rinnegare come zavorra e ostacolo alla tua crescita umana e professionale?

Per quanto riguarda la mia famiglia, mia madre dipingeva da giovane. Poi ha dovuto lasciare per la vista. Questa è l’unica relazione diretta che io possa trovare con la produzione artistica in famiglia. Ma quando si parla di ambiente io penserei a qualcosa di più vasto, oserei dire anche sociale. Non credo sia un momento facile per le arti e forse non lo era neanche venti anni fa, non so. Uno dei problemi che ho spesso avuto è rientrare in un genere, sembra una cosa importante per poter diffondere i messaggi. Un altro ostacolo lo troverei in  una competizione non sempre proficua, anzi addirittura debilitante sul piano della creatività. Le porte è sempre meglio aprirle… Ma se dobbiamo parlare di formazione il mio ambiente è stato più un ambiente di astrazione, con questo intendo dire che non ho fatto altro che creare connessioni tra esperienze culturali anche diverse, lontane, e me le sono portate appresso.

 

Dagli studi di filosofia a quelli musicali: attraversando quali percorsi, superando quante difficoltà e inseguendo quali miti ed esempi, sei arrivato ai risultati artistici attuali?

Ho iniziato scrivendo poesie verso la fine del liceo e il periodo iniziale dell’università. Poi insieme ad amici aprimmo una piccola associazione culturale, la sede ora a pensarci era molto “underground”, direi. Incominciammo a fare reading e poi, dopo qualche tempo, la cosa finì, ognuno prese la sua strada. Allora studiavo percussione oltre che Filosofia alla Federico II e la cosa che mi colpì fu mettere in relazione la voce, quella dell’allora lettore-performer, con la musica. Approfondii la strada del canto. Si aprirono universi nuovi e tutti risiedevano nel campo dell’oralità anche se in forme lontane. Mi interessai per qualche tempo all’etnologia e al folklore, così come alle produzioni delle avanguardie.

 

Verso dove si orienta oggi la tua ricerca musicale?

Ho scoperto le potenzialità che le strumentazioni elettroniche possono offrire. Credo che in questo ambito stia succedendo qualcosa di molto importante nel mondo. Per me il nuovo è lì: tra midi, loop, messaggi cc, onde sonore, sintetizzatori, software, sample…  È un lato che ha subito proprio negli ultimi anni una evoluzione gigantesca, a patto che il concetto di nuovo sia considerabile come una cosa interessante. Al tempo stesso continuo a usare la mia chitarra e il canto ovviamente, una strada quindi più tradizionale, in un certo senso. Mi piacerebbe sintetizzarle tutte! In fin dei conti è un lavoro sul tempo. Viviamo in un mondo dove non c’è solo compresenza di spazi culturali diversi ma anche di tempi. Il tempo si è spezzato, la sua linea è più simile ai labirinti di Borges o a qualche narrazione di fantascienza che ad un moto progressivo. Poi arriva il ritmo, il cerchio e quindi il nostro rapporto disperato con la natura. Il problema è che quando le cose vanno troppo veloci, la ruota sembra ferma, così come talvolta mi appare il nostro presente: simile a un limbo.

Oltre alla musica, ti dedichi anche alla poesia. Quali sono state le tue letture formative, e in che direzione ti poni dal punto di vista letterario? Più tradizionale o di avanguardia?

La poesia è fondamentale, quasi una salvezza. Nella mia adolescenza rimasi folgorato dal simbolismo francese. Mi piacque un certo romanticismo inglese. Ho letto con interesse le avanguardie, specialmente quella surrealista e poi la neoavanguardia italiana. Anche l’inafferrabile esperienza dell’ermetismo mi incuriosiva. Spesso si tratta di esperienze contrastanti. Ricordo i reading e le interviste che lessi di Allen Ginsberg e Gary Snyder. Mi interessava la lirica giullaresca con il suo carico di istanze antropologiche e para-teatrali. Ma il bello della letteratura è che è una materia illimitata, non finita e che risponde sempre con spessore in qualsiasi epoca o periodo storico si vada a cercare.
Posso dire che negli ultimi tempi, anche durante la stesura del mio libro, ho due autori presenti sulla mia scrivania: Dylan Thomas e le poesie di Friedrich Hölderlin. Ma sono stati importanti anche libri che non hanno direttamente una valenza, diciamo così, letteraria, nel senso proprio di letteratura. Cioè le elaborazioni sul montaggio cinematografico di Sergei Eisenstein, quello passato alla storia nella cultura popolare italiana per altri motivi, e il libro sull’alchimia di Carl Gustav Jung.
Alla questione se “tradizionale” o “avanguardia” però non saprei rispondere, non me lo domando neanche. Certo dall’Ottocento in poi le esperienze letterarie, quelle più tradizionali e quelle più di avanguardia, si sono sempre espresse attraverso una rottura, almeno quelle che interessavano a me.

 

In cosa Berlino ti ha avvantaggiato rispetto a Napoli, e come giudichi l’interesse e il calore con cui ti segue il pubblico delle due città?

Napoli è in un momento certamente migliore rispetto a quando l’ho lasciata, un buon momento che esprime anche buona volontà nel fare cose; molta vitalità nonostante tutti i problemi. Probabilmente, con il tempo, sarà portata a moltiplicare ancora più gli spazi dedicati all’espressione.  Torno a fare cose lì, quando è possibile.
Berlino è una grande città, un centro internazionale come pochi.  Qui a Berlino, che mi sembra quasi un’isola, c’è molto interesse sincero per l’arte. C’è una popolazione dove la percentuale di artisti e creativi è altissima, molti spazi per esprimersi e semplicemente la gente ascolta e non è interessata solo al puro intrattenimento. Nessuno si preoccupa se quello che fai è ordinario o no. È molto alternativa, underground. Intendiamoci, ritagliarsi uno spazio non è facile, anzi anche difficile ma al tempo stesso c’è posto per tutto. Io personalmente faccio molto. Vedremo se cambierà… Una cosa importante è che posso incontrare artisti di tutto il mondo e affacciarmi a molteplici linguaggi. Tutti vogliono fare, realizzare libri, registrazioni e spettacoli.

 

© Riproduzione riservata                    «Il Pickwick», 25 ottobre 2018

CUTOLO-GARUFI

CAROLINA CUTOLO-SERGIO GARUFI, LUI SA PERCHÉ – ISBN, 2014

Essere riconoscenti verso chi ci ha aiutato, incoraggiato, favorito in qualche maniera, è cosa buona e giusta. Tuttavia nei ringraziamenti eccessivi e ridondanti si finisce spesso per risultare inopportuni, retorici, talvolta addirittura ipocriti. Due scrittori, Carolina Cutolo e Sergio Garufi, hanno pubblicato qualche anno fa una divertente antologia che presenta una galleria di omaggi resi dagli autori italiani degli ultimi vent’anni agli editori, ai consulenti, agli amici, ai parenti ‒  talvolta anche ai detrattori ‒ in conclusione dei loro libri.

Il volume Lui sa perché è suddiviso in vari capitoli che raggruppano i diversi tipi di scrittori a seconda della metodologia usata nell’esprimere la loro gratitudine: ci sono tra loro nomi noti, dimenticati, semi-sconosciuti e famosissimi (Gazzola, Bajani, Gamberale, Valerio, Baricco, Genovesi, Lucarelli, Gruber, Faletti, Moccia, Giordano, Piperno, Agnello Hornby, Di Stefano, Malvaldi, Veladiano, Siti, Volo, Veronesi…), premi Strega e premi Campiello, che vengono catalogati sotto le categorie di vendicativi, esibizionisti, egocentrici, adulatori, encomiastici, nostalgici, aulici, allusivi, eccetera. Alcuni di loro sentono la necessità di spiegare ai lettori nelle note finali il processo creativo seguito nella composizione dell’opera, dilungandosi sull’architettura della stessa e sulle difficoltà incontrate (Massimo Gramellini, Licia Troisi, Giuseppina Torregrossa…), altri vantano amicizie e protezioni very important (Fausto Brizzi: «A Giorgio Faletti, l’uomo più talentuoso che conosco»; Giuseppe Cattozzella. «Grazie a Roberto Saviano, per avermi detto, in un momento per me delicato: ‘mi raccomando, scrivi’»; Roberto Saviano: «Ringrazio Daria Bignardi, che mi chiede di scrivere, scrivere» …), altri ancora esprimono riconoscenza ai mostri sacri di ogni epoca ed arte, eccelsi ispiratori del loro lavoro.

In molti si dicono grati ai genitori, ai partner, ai figli, ai datori di lavoro e agli animali domestici che li hanno accompagnati, sopportati, supportati, consolati nelle lunghe e faticose ore di applicazione alla scrivania. Oppure ricordano con rimpianto e nostalgia maestri, professori, padri spirituali, e persino chi li ha rifocillati e viziati con impagabili preziosità culinarie. Ci sono poi i minacciosi e i vendicativi (Alessandro D’Avenia: «Ringrazio anche chi ha criticato il mio primo libro»; Melissa P.: «E poi ringrazio tutti coloro che mi odiano, perché è grazie a loro che io mi amo di più»; Francesco Marocco: «A chi mi ha detto di smetterla di scrivere e di trovarmi un lavoro vero»). Si aggiungono gli ispirati e i poetici, gli incazzati, i cauti e riservati, gli indecisi, i dubbiosi, i rancorosi, i grati a tutti e specialmente ai lettori. Infine, i misteriosi: quelli che ringraziano ma senza specificare il motivo, che deve rimanere segretissimo: ‘Ringrazio Tizio, lui sa perché’, ‘Chiedo venia a Caia, lei sa perché’, ‘Sono grato a Tizio e Caia, loro sanno la ragione per cui’. E noi lettori rimaniamo con questa inesaudibile curiosità di conoscere a quanto ammonti il debito contratto dall’autore in questione.

Il curatore dell’antologia, Sergio Garufi, si dice convinto che «la lunghezza delle liste di ringraziamento è sempre inversamente proporzionale al valore dell’opera», mentre Stefano Bartezzaghi, nella sua spiritosa e intelligente prefazione, afferma che il ringraziamento finale serve all’autore in primo luogo per aggiungere ancora qualcosa su di sé, in una sorta di falsamente modesta autopromozione: «Il ringraziamento diventa così la passerella, stretta, precaria e un po’ patetica, fra chi parla nel libro e chi parlerà del libro, e fuori dal libro: l’autore restituito al suo corpo, ai suoi abiti e alla sua pettinatura¸ la persona in carne e ossa  che, pubblicato il libro, dovrà inseguire e conseguire la propria ‘visibilità’. Non quella del libro, quella della persona che l’ha scritto». In effetti, leggendo tutte queste esagerate manifestazioni di riconoscenza, impariamo qualcosa in più sullo scrittore che ringrazia, e quasi niente sul ringraziato.

 

© Riproduzione riservata          ttps://www.sololibri.net/Luisaperche-Cutolo-Garufi.html              19 ottobre 2018

KAWABATA

YASUNARI KAWABATA, BELLEZZA E TRISTEZZA – EINAUDI, TORINO 2007

In questo romanzo che Yasunari Kawabata pubblicò nel 1964, Bellezza e tristezza si intrecciano fondendosi a vicenda, quasi trascolorando l’una nell’altra, come evidenzia efficacemente il titolo. L’incanto e l’eleganza dei luoghi e della natura, dei visi e dei gesti, sembrano compenetrati di malinconia, sia nei lunghi silenzi dei personaggi (carichi a volte di rassegnazione, a volte di tensione se non addirittura di violenza), sia nelle loro azioni, determinate spesso da un fato imperscrutabile e severo. Gli interni delle abitazioni, degli alberghi, dei templi, dei treni sono oppressi da un senso di fredda immobilità, e si impongono con costrizione su chi li occupa: mentre tutte le descrizioni degli ambienti esterni mantengono una loro rasserenante e protettiva ariosità, quasi invitando i protagonisti a uscire da se stessi e dalle prigioni sentimentali in cui si sono volontariamente rinchiusi. Si tratta infatti di una storia di amori e rancori, tradimenti e vendette, in cui però anche la crudeltà morale riesce ad assurgere a una dimensione di rispettabile grandezza.

Ōki Toshio è uno scrittore cinquantacinquenne che a trent’anni, già sposato e padre, aveva avuto una tormentosa e appassionata relazione con un’adolescente, Otoko. Da quell’amore era nata una bambina, morta subito dopo il parto, e la giovane madre in conseguenza dello scandalo e della separazione forzata dal compagno, aveva tentato il suicidio ed era poi stata ricoverata in una clinica psichiatrica. I due protagonisti della vicenda non erano riusciti nei venticinque anni successivi a dimenticarsi, nonostante vivessero in città diverse e avessero intrapreso entrambi carriere di successo. Ōki, reso famoso soprattutto dal romanzo autobiografico La sedicenne, era diventato un rispettabile padre di famiglia e un celebrato autore; Otoko, nota pittrice, conviveva con la giovane e affascinante allieva Keiko in un morboso rapporto di reciproca dipendenza sentimentale e sessuale. Dopo un incontro piuttosto formale avvenuto tra i due ex amanti, il romanzo prende una piega inaspettata: si inserisce infatti nella storia la gelosia di Keiko, ossessivamente votata all’idea di vendicare l’antica sofferenza dell’adorata maestra. Il piano di rivalsa messo in atto dalla ragazza è pressoché diabolico. Puntellato da una continua schermaglia verbale e fisica tra lei e l’insegnante (intrisa di amore e odio, di accuse e richieste di perdono), il progetto di Keiko si concretizza in un crescendo di ostilità e di persecuzioni nei confronti di Ōki e della sua famiglia, nell’intento di far pagare allo scrittore gli errori commessi in passato nei riguardi di Otoko.

Kawabata è abile nel far risaltare soprattutto il meccanismo psicologico che imprigiona la giovane giustiziera in una sorta di godimento sadico. Keiko tormenta Ōki perché in realtà vuole torturare psicologicamente la sua amante Otoko, da cui teme di non essere abbastanza ricambiata nella dedizione incondizionata dei sensi e degli affetti. Preda di una passione accecante, sedotta dall’idea di conquistare e annientare, annullandosi, chi considera suo rivale, Keiko raggiunge il proprio scopo, programmando la vendetta in ogni particolare. Suo obiettivo sarà la distruzione dell’unico personaggio innocente tra i protagonisti del romanzo, il più puro e indifeso: perfetta vittima sacrificale.

© Riproduzione riservata                   https://www.sololibri.net/Bellezza-e-tristezza-Kawabata.html      18 ottobre 2018

 

 

OZ

AMOS OZ, IL RE DI NORVEGLIA – ZOOM FELTRINELLI, MILANO 2012

Tra i racconti di Amoz Oz (romanziere e saggista israeliano, nato a Gerusalemme nel 1939, influente intellettuale dalle posizioni politicamente conciliatorie e social-democratiche), questo Il re di Norvegia è uno tra i più felici, per acume psicologico, levità descrittiva e delicata ironia. Si sorride, leggendolo, non si ride: e anzi ci si sente coinvolti in un sentimento di solidale e comprensiva simpatia umana per l’evidente inadeguatezza del protagonista nel rapportarsi con il prossimo.

Zvi Provizor, scapolo cinquantacinquenne, fa il giardiniere nel kibbutz Yekhat, e ama in maniera incondizionata il suo lavoro, a cui dedica ogni attenzione, cura e pensiero. “Si alzava ogni mattina alle cinque, spostava gli innaffiatoi, rastrellava la terra nelle aiuole di fiori, piantava e potava e bagnava, tagliava l’erba con quella macchina rumorosa, spruzzava i disinfestanti chimici, spargeva e interrava letame e fertilizzante”. Emotivamente sensibile e introverso, si rivela particolarmente propenso e interessato a qualsiasi avvenimento tragico accada nel mondo, andando a scovare nei quotidiani e nelle cronache radiotelevisive proprio le notizie più drammatiche, scandalose e catastrofiche che vengono riportate, per poi riferirle a chiunque incontri sul lavoro o al bar: “terremoti, aerei precipitati, crolli di edifici con vittime, incendi e alluvioni”. Raccoglie necrologi e immagazzina nella memoria i lutti di tutto il kibbutz, creandosi così una fama funerea di menagramo tra i colleghi, che tendono a isolarlo anche a mensa, e ne commentano sarcasticamente la riservatezza e la sessuofobia. Inaspettatamente però, Zvi Provizor incontra una vedova, Luna Blank, insegnante dall’indole artistica e romantica, e stabilisce con lei un rapporto di reciproca e casta amicizia, fatta di scarse confidenze e molti sospiri. “Lui si sedeva sulla destra della panchina di sinistra, in fondo al prato, e lei non lontano, sulla sinistra della panchina di destra. Lui le parlava e strizzava gli occhi, lei stropicciava il fazzoletto fra le dita”. Quando tuttavia Luna azzarda un approccio fisico appena più confidenziale, il mesto giardiniere si ritira spaventato, e alla donna delusa non resta che lasciare il kibbutz, rifugiandosi all’estero. Zvi Provizor, quasi sollevato dalla partenza di lei, torna alla sua monotona esistenza, tra fiori e piante grasse, immergendosi con sempre più angosciata e morbosa curiosità nella cronaca nera dei notiziari e dei giornali: per lui la notizia della morte del re di Norvegia, da tempo malato di tumore, rimane il massimo della sofferenza sopportabile con cui confrontarsi.

Amos Oz osserva, racconta, scuote la testa, sorride.

 

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Il-re-di-Norvegia-Oz.html           15 ottobre 2018

 

.