PATRIZIA CAVALLI, LA PATRIA – NOTTETEMPO, ROMA 2011-2014

Nel 2011 le edizioni romane Nottetempo avevano pubblicato un libriccino (riproposto in e-book nel 2014) della poeta umbra Patrizia Cavalli, venuta a mancare l’altro giorno, e ricordata con rimpianto e stima da numerosi organi di stampa italiani e stranieri. Sotto il titolo La Patria erano riuniti due poemetti ironici e risentiti, acuti e intelligenti, amari e appassionati. Il secondo, “L’angelo labiale”, era una sorta di divertissement giocato sul contrasto non solo fisico, ma anche etico, che contrappone il rumore (l’insulto, la sopraffazione) alla discrezione e alla gentilezza del silenzio, per concludersi con una spiritosa e svagata elegia pseudo-amorosa. Ma più particolare ancora, più spavaldamente dissacrante e pungente era la prima composizione (letta in anteprima a Piazza del Popolo dal palco della manifestazione di Se non ora quando del 13 febbraio 2011), un omaggio in versi all’idea obsoleta, retorica, vituperata e decaduta di “patria”. “Ostile e spersa / stranita… braccata. ..  tentata. ..  sbattuta. .. / eccomi qui obbligata a pensare alla patria”. Come si può, con quali abusate metafore, cantare la propria nazione, di cui magari ci si vergogna un poco, che si vorrebbe diversa, più nobile e orgogliosa di sé? Forse con le immagini femminili di cui si servivano i poeti antichi, imponente matrona bardata di pepli e corone?

Patrizia Cavalli elencava invece una serie di figure tradizionali, sbeffeggiandole in controcanto: la madre “calma e abbondante”, “la stanca vedova in affanno” che vizia una prole stupida e egoista, la “donna giovane, ma austera” – casta e asessuata -, la cortigiana “scostumata”, la pazza ubriacona in estasi intellettuale da megalomane. Nemmeno queste sembravano le rappresentazioni più convincenti a Patrizia Cavalli. “Beh, io alla fine di questa tiritera… / volenterosa mi ritrovo priva / di una qualunque intera, definita / figura della patria”. Meglio cercare tra le cose quotidiane, affidarsi ai sensi, agli impulsi, alle nostalgie, agli odori delle botteghe e dei mercati, alla vista di lavori artigianali o di sfaccendati “assistenti del niente” ciondolanti davanti ai bar. Meglio cercare la propria patria nell’aria, nei “giorni santi, stupefatti”, nella luce di un “trasparente cielo fino di batista”.

“Io allora / basta così, ringrazio”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 23 giugno 2022