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RECENSIONI

ZWEIG

STEFAN ZWEIG, ADDIO A RILKE – IBIS, COMO 2023, pagine 69

Un poeta e un narratore, tra i massimi letterati novecenteschi in lingua tedesca: Stefan Zweig (Vienna, 1881-Petropolis,1942) e Rainer Maria Rilke (Praga,1875-Montreaux,1926)): si erano conosciuti ed erano diventati amici, ammirandosi vicendevolmente, e alla morte del poeta il narratore (romanziere e saggista) gli dedicò un commovente discorso celebrativo. Addio a Rilke, è il titolo di questo libricino pubblicato da Ibis, in cui Zweig omaggia con profonda stima e sincero entusiasmo la scrittura e la persona dell’amico praghese in un’orazione funebre tenuta il 20 febbraio 1927 allo Staatstheater di Monaco. Ne ripercorre la vita, dall’infanzia in cui, appena appresa la scrittura, giocava con le rime, e poi lungo l’adolescenza e prima giovinezza, già votate alla composizione, con impegno responsabile e perfezionista. Zweig cita tutti i suoi volumi, via via più complessi e meditati, dal Libro d’ore (“forse la più pura elevazione religiosa che un poeta dei nostri giorni abbia sperimentato”) alla luce “asciutta e trasparente” delle Nuove poesie, con la loro “tagliente durezza, vittoria di una oggettività consapevole sulla pura intuizione, trionfo definitivo di una lingua divenuta completamente scultorea”. Per arrivare ai Sonetti a Orfeo e alle Elegie duinesi, “ascesa verso la solitudine che lui stesso aveva scelto”, per “rappresentare il quasi irrapresentabile”.

Una missione, quella che Rilke incarnava nel suo dialogo con l’infinito, al di là delle cose e del più facile sentimentalismo, difendendo il significato ultimo e profondo della scrittura in versi, come rivelò in un brano famoso tratto dal suo unico romanzo, I Quaderni di Malte Laurids Brigge: “Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare soprattutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso”.

Poesia come esperienza totale, quindi, rivelatrice e trasformativa, che lo segnò anche fisicamente, portandolo a una morte precoce, a una lenta consunzione mai raccontata ad altri. Zweig non lesina i dettagli anche sull’esistenza materiale dell’amico, sui suoi viaggi solitari da “eterno senzapatria, pellegrino di tutte le strade”, in Russia, Spagna, Italia, Francia, Egitto, Africa, per assorbite atmosfere che diventassero silenziosamente voce e musica poetica. Il suo apprendistato da assistente allo scultore Rodin, da cui apprese la resistenza e l’impassibilità che la materia oppone alla volontà addomesticatrice di chi scrive. Il generoso dedicarsi a corrispondenze epistolari mai superficiali, con giovani aspiranti poeti e le molte ammiratrici. La fragilità fisica di “quest’uomo mite, appartato, silenzioso”, che dall’esterno “appariva delicato, lamentoso e debole”, e invece interiormente era fatto di quarzo, capace di sfinirsi sulle pagine pur di raggiungere l’esito desiderato.

Rilke fu poeta vero, nelle parole contemplanti e meravigliate di Stefan Zweig. Poeta: “parola antichissima e sacra, densa e importante e raffinata, adatta a lui … puro nel volto e nel respiro … che come sempre le cose divine, appare di rado nel tempo… Davanti a un evento così alto, così raro, anche il lutto si trasforma in umiltà e il lamento si scioglie in gratitudine”.

 

«Gli Stati Generali», 28 agosto 2025

 

 

RECENSIONI

AAVV, IL GATTO DI BAUDELAIRE

AAVV, IL GATTO DI BAUDELAIRE E ALTRI GATTI POETICI

LA VITA FELICE, MILANO 2023

 

Sembra che i gatti siano molto amati dagli scrittori, e in particolare dai poeti. Le edizioni milanesi La vita felice hanno pubblicato nel 2019, e riedito nel 2023, una piccola antologia in cui nomi famosissimi della letteratura mondiale celebrano in versi il felino più curato e viziato del mondo: quasi un lare domestico, che con le sue fusa accompagna molte solitudini, o partecipa sornione e senza invadenza alla vita di nuclei familiari numerosi.

Il gatto di Baudelaire e altri gatti poetici (con introduzione e cura di Franco Venturi, che si è occupato anche della traduzione dei testi stranieri, presenti pure in lingua originale), raccoglie tredici autori internazionali omaggianti il gatto. A partire dai due più antichi, Lope de Vega e Jean de la Fontaine, che hanno tratteggiato delle favolette in stile esopiano, fino al più vicino a noi Pablo Neruda, il quale in una sua famosa Ode celebra l’indecifrabilità dell’animale, il suo sottrarsi a ogni superficiale descrizione: “Oh fiera indipendente / della casa, arrogante / vestigio della notte, / neghittoso, ginnastico / ed estraneo, / profondissimo gatto”.

Questa particolare inconoscibilità del gatto, che sembra sottrarsi a una definizione caratteriale precisa, è invece antitetica alla sua concretissima fisicità, che nei poeti qui antologizzati viene raccontata in tre elementi fondamentali: la morbidezza del pelo, la pericolosità degli artigli, l’insondabile profondità degli occhi. Caratteristiche che per molti di loro lo rendono simile alla figura della donna amata. Ne è un esempio riconosciuto lo splendido sonetto di Baudelaire, che mi pare giusto riportare nella sua interezza: “Vieni mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; / trattieni gli artigli della tua zampa, / e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi / misti di agata e metallo. // Quando a bell’agio le mie dita a lungo / ti carezzano la testa e il dorso elastico, / e gode la mia mano ebbra / al toccare il tuo corpo elettrico, // vedo in spirito la mia donna: il suo sguardo, / come il tuo, amabile bestiolina, / profondo e freddo, penetra e fende come freccia, // e dai piedi su fino alla testa / un’aria sottile, un pericoloso effluvio, / tutt’intorno fluttua sul suo corpo bruno”.

Altrettanto comune, nell’ispirazione poetica, è il sentimento di sospeso stupore di fronte all’immagine ieratica del gatto, che sembra giungere a noi da tempi arcaici e insieme proiettarci verso un aldilà sconosciuto, come scriveva Borges: “Per opera indecifrabile di un decreto / divino ti cerchiamo invano; / più remoto del Gange e del Ponente / tua è la solitudine, tuo il segreto. // … Sei in un altro tempo. Sei il padrone / di un abito chiuso in un sogno”. Concetto che già Baudelaire aveva preannunciato nei Les Fleurs du mal: “È lui il genio tutelare della casa: giudica, governa e ispira / ogni cosa nel suo impero; / è forse una fata? È un dio?”.  Anche T.S. Eliot (di cui è opportuno ricordare Il libro dei gatti tuttofare) riteneva che in questo animale si celasse qualche misteriosa facoltà, forse celestiale forse demoniaca, nascosta in un nome conosciuto a lui solo: “Quando vedete un gatto in profonda meditazione, / La ragione, io vi dico, è sempre la stessa: / La sua mente è perduta in estatica contemplazione / Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome: / Del suo ineffabile effabile / Effineffabile / Profondo e inscrutabile Nome”.

Nicola Lagioia, unico italiano citato nel libro di cui ci occupiamo, se pure solo nella prefazione) ha così ribadito: “I gatti creano l’illusione di metterti in contatto con il mondo di sotto, il mondo dell’inconscio, dell’intangibile, e il rapporto che si crea tra lo scrittore e la propria scrittura non è distante da rapporto tra lo scrittore e il proprio gatto, perché anche la scrittura non è facilmente addomesticabile”.

Poesia del gatto, poesia sul gatto, poesia e il gatto: qualcosa li accomuna, di inquietante, di non del tutto decifrabile, forse consolante e forse temibile, ma comunque seducente nella sua misteriosa, ostinata indipendenza dal banale e dal consueto.

 

«Gli Stati Generali», 24 agosto 2025

 

 

 

RECENSIONI

MANSFIELD

KATHERINE MANSFIELD, FELICITÀ – GARZANTI, MILANO 2025

La collana Piccoli grandi libri dell’editore Garzanti ha l’apprezzabile merito di offrire ai lettori pregevoli testi (in prosa e in versi, cartacei o digitali), con cui trascorrere un’ora del proprio tempo, magari durante un tragitto in treno, o in una sala d’aspetto, a un prezzo irrisorio.

Tra le ultime proposte troviamo autori come Salinas, Fitzgerald, Caproni, Woolf, Lovecraft e questo piccolo gioiello di Katherine Mansfield, Felicità.

Sono otto racconti brevi, di cui il primo dà il titolo alla raccolta, ed è giustamente il più noto e ammirato. Hanno tutti come protagonista una figura femminile, in genere appartenente alla middle class americana, se non addirittura a un ceto decisamente benestante e socialmente influente.

Mansfield (1888-1923) li ha pubblicati tra il 1920 e il 1923, e dopo un secolo mantengono ancora tutta la loro freschezza e abilità intuitiva, segnata da una sottile malinconia che mai si appesantisce di rancore o lamentosità.

Le signore narrate in queste novelle inseguono con giovanile ingenuità un desiderio intenso di felicità personale, pur sapendolo o temendolo effimero, all’interno del loro ruolo familiare e coniugale, scontrandosi infine con cocenti delusioni e umiliazioni, che tendenzialmente sono portate a non riconoscere, a rimuovere, nel tentativo di non soffrire troppo, e di non veder sbriciolarsi il loro universo affettivo.

Bertha Young, ad esempio, protagonista del primo racconto, è una giovane donna appagata, moglie di un affermato uomo d’affari, madre di una bella bambina, che vive in un’elegante abitazione con l’appropriata servitù pronta a soccorrerla nelle incombenze domestiche e nei festosi ricevimenti allestiti per amici e amiche influenti. Consapevole dei suoi privilegi, li vive con orgogliosa spensieratezza e senza complessi, radiosa nella propria fortunata condizione: “Cosa ci puoi fare se hai trent’anni e, svoltando l’angolo della tua via, ti invade all’improvviso una sensazione di felicità – felicità assoluta! – quasi avessi inghiottito un pezzo luminoso del sole di fine pomeriggio e quello ti ardesse nel petto, sprizzando una scarica di scintille in ogni particella, fino a ogni dito delle mani e dei piedi?”, “Davvero – davvero – aveva tutto. Era giovane. Lei e Harry erano più innamorati che mai, andavano d’accordissimo ed erano davvero grandi amici. Aveva una bambina adorabile. Non dovevano preoccuparsi per i soldi. Avevano questa casa col giardino assolutamente adeguata. E amici – amici moderni, interessanti, scrittori, pittori, poeti o persone appassionate di questioni sociali – proprio il genere di amici che desideravano. E c’erano i libri, e c’era la musica, e aveva trovato una sartina meravigliosa, e in estate sarebbero andati all’estero, e la nuova cuoca faceva delle omelette superbe…”. Bertha è molto felice, quindi, addirittura raggiante, e lo rimane nel corso della cena

offerta a ragguardevoli ospiti, condita di complimenti reciproci, sorrisi, pettegolezzi, commenti sulla moda e sulla politica. Solo quando, a fine serata, tutti si accomiatano, si accorge di un inequivocabile gesto affettuoso del marito nei riguardi di una raffinata commensale: sospesa e incredula, preferisce non interrogarsi sull’accaduto e sulle amare sorprese che potrebbe riservarle il futuro, volgendo uno sguardo timoroso, ma comunque grato, alla bellezza immobile del giardino oltre i vetri della finestra.

La stessa normalità agognata e improvvisamente infranta da un’inattesa rivelazione fa da sfondo agli altri sette racconti, in cui l’intreccio degli avvenimenti rimane in secondo piano rispetto alla descrizione attenta delle atmosfere domestiche, dei sentimenti dei personaggi, senza osare approfondimenti psicologici, sfiorati appena con una lievità sensibile e non superficiale alle increspature delle anime. Nessuna recriminazione o rivendicazione femminista, però: solamente un’adesione solidale alla sofferenza delle donne, e uno sguardo indulgente sulle fragilità umane.

Ecco quindi la ragazzina imbarazzata dalle attenzioni seduttive del maestro di pianoforte (“La sua voce è troppo, troppo gentile”); i due amanti che si rivedono dopo sei anni, riscoprendo in se stessi le stesse meschinità e gelosie del passato; il tormentoso viaggio in carrozza di due sposi che non si sopportano; l’anziana che per evitare la solitudine frequenta il parco sotto casa spiando le vite altrui; la debuttante complessata al primo ballo in società; due sorelline povere esiliate dalla scuola dei ricchi; una domestica innamorata del suo canarino, a cui Katherine Mansfield  fa pronunciare la frase più rivelatrice di tutti gli otto racconti: “Forse non importa poi tanto cos’è che si ama al mondo. Ma qualcosa si deve amare”.

 

«Gli Stati Generali», 20 agosto 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PIGOZZI

ELENA PIGOZZI, LE SARTE DELLA VILLAREY – MONDADORI, MILANO 2025, pagine 212

L’ultimo romanzo di Elena Pigozzi, Le sarte della Villarey, edito da Mondadori, presenta una struttura meditata e compiuta sia nella parte storica che in quella di invenzione. Ambientato ad Ancona nel 1943, prende spunto da una vicenda realmente accaduta, che vide come eroica protagonista una sarta semianalfabeta, Alda Renzi Lausdei, la quale con la collaborazione di molti coraggiosi volontari, riuscì a mettere in salvo dalla deportazione nazista 400 soldati, tra gli oltre 3000 imprigionati nella caserma di Villorey.

L’autrice, basandosi su documenti d’archivio dell’epoca e su ricostruzioni saggistiche recenti, offre ai lettori un quadro ambientale molto particolareggiato nella descrizione paesaggistica e topografica della città marchigiana, come nel resoconto dei drammatici eventi bellici.

Sotto i nostri occhi riappare quindi la disposizione di piazze, strade, chiese, quartieri centrali e periferici (dal più povero e animato, il Pantano, coraggiosamente attivo nel sostegno reciproco tra vicini di casa) e la commossa raffigurazione del panorama naturale: “È lì che si trova il faro vecchio. Ed è da lì che il mare si spalanca, il garbino è una brezza tiepida che ristora, cespugli di capperi l’accolgono in un’esplosione di festa”, “L’odore di pesce fritto che si diffonde nelle strade. I panni che sventolano da un balcone all’altro, l’azzurro del cielo pulito dalle nuvole”.

Altrettanto puntuale è la presentazione dei protagonisti delle vicende narrate. Dal rabbino Elio Toaff, allora al suo primo incarico come guida della comunità ebraica locale, al Parroco Bernardino Piccinelli, successivamente divenuto Vescovo del capoluogo dorico e dichiarato beato nel 2006; dal Prefetto fascista Scassellati Sforzolini, così proditoriamente ostile alla popolazione civile, fino al Ministro degli Interni Ricci: insieme ad altri umili personaggi gravitanti intorno alla caserma assediata dai tedeschi.

A tutto tondo è soprattutto il ritratto di Alda, vedova cinquantenne e madre di quattro figlie, che giorno e notte si logora nelle mansioni sfiancanti di sarta, calzolaia e panettiera, animata sia da una fede ingenua e devota, sia da slanci altruistici verso chiunque si trovi in difficoltà. “Non ha mai un cedimento, una rinuncia o un rifiuto. Sempre avanti, a occuparsi in qualche faccenda. Sempre con le mani che lavorano”, “Non sa scrivere, ma sa leggere negli animi, e forse per questo sa cosa significhi la generosità, il darsi all’altro senza ricompensa, un gesto che è offerta fine a se stessa, niente in cambio, nemmeno un grazie”.

Il lavoro all’interno della caserma, in cui vengono impiegate donne “spazientite, arrabbiate, stanche di soprusi” provenienti dalle zone disagiate della città, consiste nel lavare, rammendare, stirare la biancheria e le divise dei soldati, affezionati in maniera filiale a queste figure femminili, e ricambiati con sentimenti di sollecita protezione materna. Tra le sarte si sviluppa un senso civico e collaborativo di resistenza nei riguardi del potere militare fascista, inaspritosi dopo l’armistizio dell’8 settembre, mentre Ancona sprofonda nel caos, tra fazioni politiche opposte, delazioni, rastrellamenti, razzie: “Ci sono pantaloni, giacche e camicie da imbastire, ma anche cerniere, bottoni e morsine da attaccare, la fatica nel capirci qualcosa. Che fare? Con chi stare? Se il fascismo è finito, allora chi ci comanda? Il re? I carabinieri?”

Quando i tedeschi occupano la città con carri armati, presidi militari, mitragliatrici appostate ovunque, torpediniere attraccate nel porto, e la caccia agli ebrei e agli oppositori politici si fa più feroce, la solidarietà tra i quartieri assediati diventa concreta e tangibile, perché “fare del bene è contagioso. Forse perché è fatto così, il bene: un rivolo che si allarga fino a diventare mare”.

Scatta nella popolazione la ribellione contro la violenza dei nazisti che ammassano nella caserma Villarey migliaia di soldati, con l’intenzione di deportarli nei campi di lavoro in Germania. A questo punto interviene il coraggio e l’iniziativa di Alda, a ideare un incredibile piano di evasione che porterà in salvo 400 giovani militari, con l’appoggio non solo delle lavoratrici interne, ma di tutti gli abitanti dei rioni limitrofi, pronti a rischiare in segreto cooperando nel progetto di soccorso.

Non mi sembra opportuno rivelare in cosa consistesse lo stratagemma ideato dalla protagonista per liberare i prigionieri, benché sia facile intuire dal titolo del romanzo, e soprattutto dal sottotitolo (“La Resistenza con ago e filo”), la sua connessione con il lavoro sartoriale.

Tra chi più si adopera nell’appoggiare Alda e le altre operaie nella loro straordinaria impresa, è la giovane Laura, “delicata quanto un vaso di cristallo”, figura di invenzione che Elena Pigozzi introduce con particolare empatia già nelle prime pagine del volume.

Laura, rimasta orfana dei genitori, vive con il fratellino undicenne Milo, a cui pure è riservato un ruolo attivo nello svolgimento della vicenda. Introdotta e addestrata ai lavori di cucito dall’amica anziana, si applica con dedizione agli incarichi che le vengono affidati, pur ritagliandosi spazi di tempo e riflessione dedicati alla lettura delle poesie di Rilke lasciatele in eredità dal padre insegnante, all’amicizia affettuosa con Pietro, un gentile soldato veneto invaghito di lei, e alla cura attenta del fratello. Laura, Milo, Pietro e altri personaggi sapientemente tratteggiati dall’autrice riusciranno a salvarsi dai bombardamenti aerei e navali con cui la città viene ridotta a un ammasso di polvere, “come un presepe schiacciato”, mentre Alda muore nell’abbattimento del rifugio di Santa Palazia, insieme a 700 concittadini. Il suo sacrificio e la sua abnegazione troveranno la giusta ricompensa nella memoria collettiva anconetana, e in quella particolare dei giovani militari messi in salvo dal suo ingegnoso stratagemma.

Questa pagina poco conosciuta della storia della Resistenza, riportata alla luce e giustamente celebrata dalla scrittura piana ed elegante di Elena Pigozzi, rimane come un luminoso esempio di valorosa audacia femminile, e della capacità di resilienza di tutta una comunità nei momenti più duri della storia.

 

«La Poesia e lo Spirito», 12 agosto 2025

 

 

 

 

RECENSIONI

SEGALEN

VICTOR SEGALEN, THIBET – SMERILLIANA, VENEZIA 2025

Il poemetto Thibet, da poco uscito da Smerilliana con testo francese a fronte, è stato composto da Victor Segalen tra il 1917 e il 1919, ma pubblicato solamente nel 1979 presso i tipi di Mercure de France, in un’edizione critica curata da Michael Taylor.

Personaggio complesso, versatile e affascinante, il medico-archeologo-etnologo-romanziere-critico d’arte e poeta Victor Segalen (Brest 1878-Huelgoat, Finistère, 1919), si era laureato in medicina marittima a Bordeaux con una tesi sulle nevrosi nella letteratura contemporanea. Nel corso degli studi si era avvicinato alla poesia simbolista, frequentando una vasta cerchia di intellettuali e scrittori coevi, tra cui Joris-Karl Huysmans. Imbarcatosi per Tahiti nel 1902 come medico di bordo, si stabilì nell’isola per due anni, interessandosi alla pittura di Gauguin, e in seguito viaggiò a lungo, visitando Giappone, Birmania, Algeria e Cina, dove risiedette per molto tempo con moglie e figli. Appassionato di ogni aspetto della cultura orientale, studiò i miti polinesiani, il buddhismo e il sanscrito. Morì in circostanze misteriose a quarantuno anni, e il suo corpo dissanguato venne ritrovato in un bosco accanto a una copia dell’Amleto. Les immémoriaux, Stèles e Peintures sono le sue opere più famose.

Notizie più approfondite sulla sua avventurosa esistenza si possono leggere nell’argomentata e dotta prefazione di Raffella Poldelmengo, che ha curato anche la traduzione di Thibet insieme a Emanuela Turri, mettendo in luce le difficoltà di resa in italiano del testo francese, scritto in una lingua sonoramente visionaria, insofferente di regole sintattiche e prosodiche, e in grado di giostrare ambiguamente tra metafore e metonimie, con il frequente utilizzo di termini crudamente erotici. Poco accessibile in prima lettura nel suo significato letterale e simbolico, può risultare addirittura ostico nella forma, estranea alla misura razionale della grammatica europea, e vicina invece al modo di comporre orientale, più distesamente libero. A livello lessicale e sintattico, il lettore si trova di fronte a continue inversioni di genere, di numero, di ruoli tra soggetto e oggetto, a neologismi e arcaismi; nel ritmo, nell’uso ribadito delle rime, nella punteggiatura incalzante, pare evidente l’intento del poeta di accompagnare con la prosodia il cammino cadenzato dello scalatore che si inerpica tra le montagne tibetane, “marciatore insolito e sovraffaticato”. Di tale difficoltà interpretativa fu ben consapevole Jorge Luis Borges, che in un’intervista ebbe a dire dell’autore: “I francesi non sanno che in Victor Segalen hanno uno dei più intelligenti scrittori del nostro tempo, forse il solo ad aver realizzato un’innovativa sintesi tra estetica e filosofia occidentale e orientale? Si può leggere Segalen in meno di un mese, ma occorre il resto della vita per iniziare a comprenderlo”.

Thibet è composto da 58 sequenze, ciascuna di 18 versi alternativamente lunghi e brevi, che creano sulla pagina una sorta di disegno richiamante i calligrammi della scrittura cinese tanto ammirata dal poeta. Racconta un viaggio di illuminazione interiore e di ascensione spirituale, concepito a Pechino ma scritto nell’ultimo periodo di vita del poeta, che aveva per anni idealizzato il paese asiatico subendo il fascino del territorio e della sua lingua conosciuti tramite le parole dell’amico Charles Goustave Toussaint. Il testo è articolato in tre tappe: TO-BOD, il luogo raggiunto, LHA-SSA, il paese dove si arriverà, e infine PO-YOUL, la terra non raggiungibile.  Questo “poema esaltante” riflette l’ammirato stupore dell’artista verso la purezza della natura percepita attraverso l’esaltazione del pensiero, una mappa geografica che non ha nulla di concreto, ma personifica terra e cielo in una creazione dello spirito: “Thibet, d’un balzo tu mi sei apparso, – mutato il mondo, – vergine immensa / Al di là dei monti del mio desiderio”.

Le vette irraggiungibili, i misteriosi silenzi, le acque rispecchianti la luce del sole, il canto sottile sussurrato dalle rocce si animano nei versi trasformando l’oggetto della poesia in un soggetto capace di autocrearsi: “Ma tu, Thibet, tu ti sei plasmato, innalzato sulla parte più forte di te stesso, /Eroe che atterra e che commuove: / Non vasaio ma poeta; e non artigiano ma poema / Non dal fuori ma dal dentro; / Dio statuario e dio che è sorto, forbice fuoco e roccia ardente”. Di questo paesaggio divinizzato, assolutizzato, Segalen si fa sciamano ed evocatore, interprete celebrante, investito di una missione rivelatrice e da rivelare: “Trattengo a due [mani] le mie ricchezze: i tuoi metalli e le tue pietre… i tuoi monti e laghi e rocce… // … La sequenza delle mie preziose parole, / La successione incastonata delle mie pietre, la caduta dei miei cristalli tintinnanti / E che, non spaventato dalla mia opera, / Piccolo, in basso, ma non cancellato, né troppo umiliato / Il mio nome come un conio sia nuovamente decifrato!” Lui, “mendicante dell’infinito” è uno dei tre protagonisti del poema, che si accompagna alla raffigurazione paesaggistica di un Thibet “inumano” in quanto aldilà dell’umano, e alla presenza-assenza di una Lei indecifrabile e arcana, divinità in continua camaleontica apparizione (“Lei è estrema, mio demone…// mia multiforme compagna”; “solitaria, penetrante e nuda”). Lei, l’Autre, che in francese definisce sia il maschile sia il femminile, è amante, dea e demone, vergine e vampira, incorporea eppure carnale, “concubina nello spirito e complice nella cosa”, sembianza universale del femminile che contemporaneamente salva e condanna, innalza e umilia.

Il poeta non si sottrae al fascino della terra e della donna, lo affronta vigorosamente, nella baldanza di un cammino che percorre i sentieri e si eleva tra le cime, tra fisicità e sublimazione, consapevole della forza dell’inno di gloria che sta componendo, e che lo renderà celebre agli occhi dell’umanità. Nella sua ascesi non fa spazio allo svuotamento interiore cui si appellano i mistici occidentali, ma rimane vigile e pronto a inverarsi proprio nella realtà della bellezza che lo circonda, come benissimo esplicita Raffaella Poldelmengo: “Un’ascesi tutta terrestre che, mentre va, annota i balenii di tutto ciò che si muove sulla superficie di Thibet, questo dio statuario e sempre nascente: le feste, le processioni, gli yak intrappolati nel ghiaccio, le fanciulle che appaiono e subito scompaiono simili a comete, i ponti aerei da superare, la fatica e la stanchezza conseguente, meravigliose compagne delle soste, l’ebbrezza del vino, le valli immacolate e inaccessibili dove fioriscono piante rarissime: insomma tutta una serie di epifanie in cui si sfrangia il Thibet”.

È proprio il Thibet, anche nella sua incarnazione muliebre, che si divinizza nei versi del poeta, e permane inconoscibile nella sua segreta sublimità, reso manifesto solo dal prodigio della parola poetica: “Io ti ho fatto, scoraggiato Pellegrino, l’Altitudine, il Simbolo, – il Dio”, “Possa io, io – nella tua grandezza scandire a colpi di reni / Questo inno in movimento, questo indomito dono, / Tributo che con slancio si inerpica a Te, il più alto dei paesi! / – Mio cuore, che pulsi in te ogni parola”. Orgogliosamente certo della sua funzione di vate del bello, Segalen demanda ai suoi versi il compito di auto-rivelarsi, di spiegarsi nel dispiegarsi canoro, chiamando anche il lettore a una complicità interpretativa: “Dov’è il suolo, dov’è il sito, dov’è il luogo, – il centro, Dov’è il paese promesso all’uomo? / Il viaggiatore viaggia e va… il veggente lo tiene sotto i propri occhi…”.  Il veggente è diverso dagli altri viaggiatori, desiderosi di impossessarsi con spirito predone dell’anima tibetana: missionari gesuiti, conquistatori avidi di ricchezze, trafficanti e mercanti, disprezzati dalla stessa nobile Terra: “Le tue Potenze ridevano sopra le loro teste”. Se il cammino intrapreso tra cuore e mente non ha portato il poeta alla conquista della cima, irraggiungibile e intoccabile, ha ottenuto però di lasciare in eredità al mondo dei viventi la preziosità di un canto che rimarrà eterno: “– Se c’è qui un uomo, un solo uomo per scalare e lodare te, / Malgrado la spaventosa debolezza. / Fa’ allora, – o Thibet paziente, Thibet che subí le troppo numerose avanie / Che si ricordi questo canto, / Questo poema, da te solo e per te generato nelle sue sequenze, /Questo grido ritmato dalla tua potenza”.

Sia Raffaella Poldelmengo nella prefazione sia Mauro Francesco Minervino nella postfazione mettono in luce quale sia il merito culturale, oltre che letterario, del lavoro di Victor Segalen. Senz’altro l’aver acquisito, proposto e sottolineato, più di un secolo fa, una nuova accezione dell’ignoto, della differenza, di un mondo totalmente “altro” rispetto a quello occidentale, assetato di dominio economico e smanioso di progresso tecnologico, colonialista e bellicoso. Victor Segalen, osteggiato e tacciato di esotismo antieuropeo da scrittori come Paul Claudel, Saint John-Perse, Tzvetan Todorov, fu senz’altro uno spirito eccentrico, antimoderno, ribelle, ma del tutto privo di pregiudizi verso la diversità. Aveva trovato nell’incanto dell’Oriente l’origine favolosa della libertà dello spirito, la luce di una verità che, pur essendo basata su solide conoscenze antropologiche e etnografiche, viene resa più ricca e lungimirante dallo sguardo della poesia: “Io accetto di salire lassù a patto che nei Tempi delle risate beffarde / Si dica che la mia caduta fu bella”.

 

«Gli Stati Generali», 4 agosto 2025

 

 

RECENSIONI

VANNINI-COSI-REPOSSI

VANNINI-COSI-REPOSSI, NON C’È PIÙ RELIGIONE?  – LINDAU, TORINO 2025

Francesca Cosi e Alessandra Repossi (autrici, traduttrici e firme giornalistiche di numerose testate religiose) in un’approfondita e stimolante intervista hanno proposto al filosofo Marco Vannini una serie di riflessioni sul rapporto esistente oggi in Italia tra fede, pratica religiosa, desiderio di spiritualità e dottrina cattolica. Da questo vivace dialogo a tre, condotto in maniera informale e senza pedanteria, è conseguita la pubblicazione di un volume edito da Lindau con il provocatorio titolo Non c’è più religione? Nell’introduzione le due autrici si soffermano su alcune considerazioni riguardanti la diffusione e l’adesione attuale al cattolicesimo della popolazione italiana, che negli ultimi cinquant’anni ha conosciuto una radicale trasformazione sociale, economica e culturale, con una crescente urbanizzazione e il conseguente spopolamento delle campagne, con una massiccia immigrazione straniera religiosamente eterogenea, con la nuclearizzazione delle famiglie e il calo delle nascite, con l’avvento di una legislazione, di ideologie e costumi liberalizzanti e più laici rispetto al passato. Ciò ha prodotto una disaffezione di larghi strati della popolazione dalle consuetudini religiose radicate per secoli nella tradizione, con meno del 20% degli italiani che frequenta la messa settimanalmente, un aumento dei divorzi e delle unioni civili, nuove aperture a culti alternativi.

Marco Vannini, massimo studioso europeo di Meister Eckhart e di mistica medievale, non si è sottratto alle domande incalzanti delle due giornaliste, aprendosi anche a riferimenti autobiografici e offrendo risposte in grado di sfidare i luoghi comuni e le censure che generalmente la cultura cattolica oppone a chi indaga sulla crisi che la attraversa. Partendo dalla basilare differenza che oppone la fede alla credenza (quest’ultima frutto di miti e leggende prive di fondamento razionale, costruite al servizio degli interessi delle chiese, ed accettate acriticamente per abitudine, per timorosa obbedienza, per ignoranza), Vannini richiama al dovere che abbiamo di aspirare all’assoluto, liberandoci da ogni condizionamento e relativismo accidentale, e attuando un distacco sia dalle superficialità mondane, sia dalle rappresentazioni fallaci del divino. Il richiamo del filosofo a una lettura razionale, priva di suggestioni e ingenuità di molti episodi della Bibbia e dei Vangeli, così come di molti dogmi, è severo e puntuale nell’analisi dei racconti e dei protagonisti delle Scritture (dalle figure dei profeti e dei patriarchi alla verginità di Maria, dalla resurrezione di Lazzaro ad altri miracoli…) e della datazione, dell’autenticità e coerenza letteraria dei testi, di cui vengono sottolineati discrepanze, anacronismi e falsificazioni. L’errore fondamentale compiuto dal cattolicesimo e dal protestantesimo è stato quello di selezionare e divinizzare le Scritture, che sono entrate in crisi filosoficamente con l’avvento dell’illuminismo, e la conseguente consapevolezza della loro inattendibilità storica. Allontanandosi giustamente dalle credenze ingannevoli, la società contemporanea ha purtroppo rinunciato anche a pensare l’assoluto, con gli effetti “tragici” cui assistiamo, di sbandamento morale, di crollo di valori, di malessere esistenziale che ha portato masse di persone a cercare soluzioni al male di vivere nelle droghe, negli psicofarmaci, nell’esasperazione di esperienze inebrianti, nell’esaltazione del sesso, della forma fisica, dell’eleganza, e soprattutto nella sopravvalutazione e frequentazione assidua di metodologie e terapie psicologiche e psicanalitiche. In questo senso anche l’affidamento sempre più diffuso a culti esoterici e new age per trovare nuove strade di esplorazione del sé e di cura del disagio interiore va stigmatizzato come privo di reale fondamento, mentre continuano a meritare stima e rispetto religioni millenarie come il buddhismo e l’induismo, lontane dai sistemi coercitivi e punitivi del cristianesimo: in esse Vannini trova un’encomiabile profondità spirituale e un aiuto a superare la sofferenza, nonostante il persistente pericolo di confondere la meditazione con pratiche contemplative guidate, non realmente liberanti.

Il cammino dell’intelligenza verso Dio si può condurre anche al di fuori delle religioni storiche, come insegnano i mistici, in direzione di un’illuminazione interiore da raggiungere attraverso il silenzio, l’ascolto, il distacco dal possesso e dal dominio, l’amore per la bellezza, la ricerca della beatitudine. Anche lo studio della filosofia può sviluppare tali dimensioni, come l’educazione alla magnanimità dell’anima, o il rimanere nella tradizione religiosa in cui si è stati educati senza cadere tuttavia in ciechi fondamentalismi o in un devozionismo acritico. Quello che Marco Vannini continua ad apprezzare del cristianesimo sono le due verità fondamentali dell’unità e trinità di Dio e dell’umanità e divinità di Cristo. Quest’ultimo concetto, snobbato dalla teologia contemporanea, ci insegna in realtà come qualsiasi creatura umana, pur essendo corpo corruttibile, è partecipe dell’essenza divina, lumen de lumine, esattamente come Cristo. Secondo Meister Eckhart “C’è una luce nell’anima, dove mai è penetrato il tempo e lo spazio… Ed è in questa luce che l’uomo deve permanere”.

Rifuggendo dai miti proposti dalla società attuale (il successo, il denaro, la fama), ed evitando anche di chiudersi in comunità ristrette ed esclusive, troviamo nella meditazione solitaria – non elitaria ma universalizzante – la via che apre a questa luce, donata a noi gratuitamente nella dimensione della grazia diffusa ovunque e per tutti, alla quale dobbiamo fare spazio nell’interiorità di cui parla Agostino nelle Confessioni. L’invito che il filosofo fiorentino ci esorta ad accogliere è quindi di ritrovare noi stessi e Dio, “facendo tesoro dell’esperienza di verità della filosofa antica e della tradizione spirituale cristiana”, senza lasciarci distrarre dall’inessenzialità e superficialità di proposte culturali fuorvianti. Invito che l’indovinata immagine di copertina del volume ribadisce, presentando la chiesa in rovina dell’Abbazia di Beauport a Paimpol, in Francia, dai muri diroccati invasi da muschio ed erbacce, e dalle ogive traforate attraverso cui si intravede l’azzurro del cielo, immagine di un Assoluto a cui molti cristiani non sembrano più aspirare.

 

«Gli Stati Generali», 26 luglio 2025

 

 

RECENSIONI

RODRIGUEZ DIAZ

LAURA RODRIGUEZ DIAZ, ANNUNCIO – ENSEMBLE, ROMA 2025

 

Siglo Presente è una collana di poesia in lingua ibero-americana diretta da Matteo Lefèvre per le edizioni romane Ensemble. L’ultimo volume pubblicato, con testo a fronte, è Annuncio, della giovane poeta Laura Rodriguez Diaz (Siviglia 1998), autrice dallo “sguardo ostinato”, secondo il prefatore e curatore del testo.

Femminilmente ostinato e coraggioso, si dovrebbe aggiungere, perché entrambe le sezioni di cui si compone la raccolta sono animate da una precisa e indomita forza di denuncia, di ribellione contro la violenza (fisica, morale, culturale) che da millenni viene esercitata nei confronti delle donne.

L’annuncio che dà il titolo al libro è quello per antonomasia, con cui l’Arcangelo Gabriele affidava a una mite “poco più che fanciulla” palestinese l’ardua missione di ospitare nel suo ventre il bambino destinato a salvare l’umanità. Ma già in quella figura alata e celeste, che nella mitologia passa per essere foriera di pace, dolcezza, bontà, Rodriguez Diaz vece celarsi l’ombra del dominio e del possesso, attraverso metafore non equivocabili: “ho rotto / la membrana del cielo / con la violenza di / una nuvola / una sponda su ogni lato / per gridare senza voce / io annuncio / la mia spada è un giglio / che costringe a abbandonare / ogni movimento”. Tutta la prima parte del volume è concepita come un intreccio di voci alternate, in cui a tonalità uniformi ma perentorie si oppongono improvvisi e acuti proclami di verità liberanti, dove non sempre è facile distinguere il timbro maschile da quello femminile. Alcuni versi hanno la sfrontatezza di slogan politici, la rabbia delle rivendicazioni di classe: “benedetta la violenza / perché è di tutti gli animali / e dà frutto”, altri la visionarietà di un incubo animato da bestie feroci, agnelli sventrati, ossa spolpate, uccelli parassiti, scorpioni. La brutalità si annida ovunque, non solo nello stupro patito, ma anche nella gravidanza imposta dalla prepotenza che pretende il corpo femminile sempre disponibile e passivo: “il figlio nasce come qualsiasi paura / e sarai accompagnata / dalla solitudine di dio / e dico che il messaggio è / lo scoppio di uno specchio / sul mio volto dipinto di fresco / frammenti di acqua dura / che esplodono nel mio grembo”.

L’uomo è predatore, anche nella mitezza di un padre che comunque domina e costringe, e merita dunque una ribellione: “mi piace immaginare che vinco / la tua violenza vecchia e abitudinaria / accettata da uomini buoni / con la mia cattiveria al servizio dei deboli”. Dunque la violenza privata è riconosciuta come collettiva, sociale e politica, e va combattuta ad armi pari, attraverso immagini che si susseguono incalzanti e volutamente tenebrose, allusive a una forza senz’altro più demoniaca che angelica.

La seconda sezione del volume, Las niñas de plata (Le fanciulle d’argento), non è meno agghiacciante della prima, sebbene formalmente più controllata nella forma del poemetto recitato da un’unica voce. Qui le protagoniste sono adolescenti raffigurate come pure, virginali, obbedienti e prone al ruolo che la cultura sociale e religiosa ha predisposto per loro, sia con la forza dominante del pensiero maschile sia con la complice accettazione di una parte cospicua dell’universo femminile. Le niñas, dolci, remissive, educate,

sono vittime predestinate e incolpevoli di un potere subdolamente schiavizzante: “le fanciulle d’argento hanno stomaco / e mangiano fango per essere / immacolate”, “le fanciulle d’argento ripetono / le parole che insieme / formano immagini armoniose / ripetono le fanciulle d’argento / parlano di sé in terza persona plurale / per poter esistere bianche”. Poiché a loro è stata presentato per due millenni il mito irraggiungibile di una donna vergine e madre, simbolo eterno di perfezione nella rinuncia a se stessa e nella donazione sacrificale al disegno divino, proprio nei riguardi di questa Signora incorrotta, immacolata, limpida nella propria incorporea trasparenza, si punta sardonico il loro dileggio: “la donna più bella del mondo / è in qualsiasi luogo / sotto qualsiasi forma / una successione di fotogrammi al rallentatore che / non finisce mai”. Ma la sua figura ricattatoria non ha nulla di rasserenante e mansueto: “le mani della donna più bella del mondo / sono un roveto luminoso nel deserto”.

Le giovani infine meditano rivalse, rappresaglie feroci per ritrovarsi nel corpo e nella mente, padrone di se stesse e non soggette a imposizioni altrui: “le fanciulle d’argento hanno trascorso lunghe stagioni / senza scrivere poesie d’amore / hanno seppellito il cuore sotto terra e hanno attaccato l’orecchio al suolo / perché hanno creduto che questa fosse la migliore delle vendette”. L’obiettivo nemico da combattere viene generalizzato nella rappresentazione di un mondo maschile prevaricante e giudicante: “filologi giornalisti addetti culturali / librai professori universitari soprattutto / professori universitari altri poeti traduttori / postini pittori musicisti giardinieri / piloti di formula uno architetti medici”.

Non mi sembra giusto tuttavia circoscrivere la scrittura di Laura Rodriguez Diaz esclusivamente a interessi, visioni ed espressioni letterarie legate all’ideologia femminista, perché in realtà il grido rivoltoso dell’autrice investe anche altri ambiti culturali, e non solo quello dello sfruttamento sessuale, domestico o pubblico. La notevole competenza compositiva di questa giovane poeta, che mi sentirei di accostare all’angosciante sperimentalismo della nostra Amelia Rosselli, esplicita un argomentato rifiuto della struttura linguistica e sociale contemporanea, che nei più deboli – economicamente e culturalmente – e nei non allineati ai modelli comportamentali imperanti, trovano l’agnello sacrificale per eccellenza.

Nella scrittura, e nella poesia in fattispecie, Rodriguez Diaz recupera la possibilità di un riscatto, la capacità di scardinare giochi prestabiliti, ribaltando ruoli ossidati, in “una missione, una ricerca etica ed estetica che sposa il nostro tempo e la sua sete di sorriso e giustizia”, secondo le parole conclusive dell’intensa prefazione di Matteo Lefèvre.

 

«Gli Stati Generali», 18 luglio 2025

 

INTERVISTE

BIBLIOTECA DI TERZO

Biblioteca Poetica “Guido Gozzano” di Terzo: intervista al responsabile Roberto Chiodo

Biblioteca Poetica “Guido Gozzano” di Terzo: intervista al responsabile Roberto Chiodo

Abbiamo incontrato e posto alcune domande a Roberto Chiodo, segretario dell’Associazione Culturale “Concorso Guido Gozzano” e responsabile dell’unica biblioteca italiana dedicata interamente alla poesia, situata a Terzo, piccolo paese del Monferrato (Via San Sebastiano, 8, 15010 Terzo – Alessandria).

L’intervista a Roberto Chiodo

  • Da quando è attiva la vostra Biblioteca e quanti addetti occupa, tra personale dipendente e volontari?

La biblioteca è stata aperta nel 2015 dall’Associazione Culturale “Concorso Guido Gozzano” nei locali dell’ex asilo nel centro polifunzionale “Mario Mariscotti” e poi ampliata nel febbraio 2023 ed è gestita da tre volontari.

  • Come mai avete scelto di occuparvi soprattutto di poesia? Quanti volumi avete in catalogo e su quale bacino di utenza potete contare, localmente e a livello nazionale?

Il motivo per cui abbiamo deciso di aprirla a Terzo e non in una città è dovuto al fatto che dal 2000 viene organizzato un premio di poesia dedicato a Guido Gozzano. Con il passare delle edizioni è cominciato un lungo lavoro di catalogazione di tutti i libri che hanno partecipato al premio. Sono disponibili circa 10.000 libri di poesia e si possono prendere in prestito gratuitamente, previa un’iscrizione alla biblioteca anche per i non residenti. È consultabile online un catalogo parziale del posseduto.
La nostra biblioteca è rivolta ad appassionati e studiosi. La sua funzione principale resta comunque quella di conservazione, tenendo in considerazione che molte pubblicazioni non vengono più ripubblicate e diventa difficile trovarne una copia.
La biblioteca è presente nel catalogo delle biblioteche piemontesi www.librinlinea.it e, ovviamente, nel catalogo nazionale opac.sbn.

  • In quale maniera la comunità di Terzo ha accolto e appoggiato il vostro progetto?

Nel nostro paese, oltre al concorso di poesia, dal 1989 viene organizzato un concorso per giovani pianisti e vi sono spazi adatti a presentazioni e incontri letterari. È molto attivo il gruppo dei camminatori che vuole valorizzare e far conoscere i sentieri ed è nata una collaborazione organizzando le passeggiate poetiche nei nostri territori patrimonio dell’Unesco. L’Amministrazione comunale ha fornito i locali per la biblioteca.
Cerchiamo di avvicinare i terzesi, e non solo, alla poesia con eventi dedicati ai classici della poesia, a Gozzano, a eventi di musica e poesia, a tornei di poesia slam.

  • Quali attività promuove la Biblioteca, oltre alla consultazione dei testi in sede, per incoraggiare la lettura soprattutto tra i più giovani?

La nostra associazione collabora con le scuole di Acqui coinvolgendo gli studenti, e abbiamo organizzato in passato letture di libri presenti nella nostra biblioteca e in futuro senz’altro cercheremo di organizzare iniziative per favorire la conoscenza degli autori di poesia che purtroppo sono poco presenti nelle librerie e non studiati a dovere nelle scuole e nelle Università.
L’aspetto più interessante riguarda il recente gemellaggio con la Biblioteca di poesia di Canegrate, una cittadina nell’hinterland milanese. I nostri obiettivi saranno quelli di mettere online un catalogo condiviso del patrimonio librario delle due biblioteche, organizzare eventi poetici e pubblicizzare le nostre iniziative.

  • Spronate i vostri frequentatori anche alla produzione di componimenti in prima persona attraverso corsi di scrittura?

Al momento in biblioteca organizziamo corsi di lingue straniere ma non si è ancora pensato a un corso di scrittura.

  • Ci può descrivere in maniera più dettagliata in cosa consiste il Concorso Guido Gozzano?

Il Concorso Guido Gozzano è stato istituito nel luglio del 2000. Del vecchio gruppo di organizzatori siamo rimasti solo io e il Prof. Carlo Prosperi. Il premio letterario si divide in quattro sezioni: tre dedicate alla poesia edita ed inedita e una al racconto breve inedito.
Ogni anno il bando viene pubblicato tra fine marzo e metà aprile e la cerimonia di premiazione si svolge solitamente a metà ottobre. Al concorso anche quest’anno si è vista una partecipazione di oltre mille iscritti provenienti da tutta Italia e anche dall’estero.
L’Associazione mette a disposizione premi in denaro e tutto il lavoro degli organizzatori e della giuria è svolto in maniera gratuita. La valutazione dei testi inediti è in formato anonimo e l’obiettivo è di premiare la qualità delle opere in concorso mantenendo la caratteristica di un premio indipendente.

«SoloLibri», 18 luglio 2025

 

RECENSIONI

SIMONSEN

KIM SIMONSEN, LA COMPOSIZIONE BIOLOGICA DI UNA GOCCIA DI ACQUA DI MARE PORTA CON SÉ L’ECO DEL SANGUE NELLE MIE VENE  – I LIBRI DI MOMPRACEN, FIRENZE 2025

 

L’arcipelago delle Fær Øer, appartenente alla Danimarca, è situato tra l’Atlantico settentrionale e il Mar di Norvegia, e a metà strada tra le Isole Shetland e l’Islanda. Gli abitanti parlano una lingua più simile all’islandese che a quelle scandinave, e in questa sua non facile lingua nativa Kim Simonsen, poeta e docente di letteratura a Reykjavik, ha composto i versi recentemente pubblicati dalle edizioni I libri di Mompracen con un titolo lunghissimo e suggestivo: La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene.

Curatore del volume è Giovanni Agnoloni, che nell’approfondita e appassionata postfazione si sofferma sia sulla personalità di Simonsen – da lui conosciuto parecchi anni fa – sia sulla propria traduzione dall’edizione inglese del volume, sorretta da un puntuale confronto con la specifica terminologia faorese.

Già dal titolo possiamo intuire quali sedimentazioni di pensiero nutrano la raccolta: la convinzione, intellettuale e morale, che esseri umani e non umani appartengano a un’unica realtà fisica condivisa, e in particolare che sia l’acqua, nelle sue varie nature costitutive, il comune denominatore della fisicità

universale. Le isole Fær Øer (dove Ingmar Bergman si era ritirato e ha voluto essere seppellito nel 2007, dopo avervi girato i suoi film più emotivamente intensi), sono battute dal vento e avvolte nella nebbia, sferzate da piogge violente per la maggior parte dell’anno. In questo paesaggio, umido e malinconico, sono ambientate le liriche di Simonsen, nutrite non solo da una visione olistica (in cui convergono tracce di eco-criticismo, post-umanismo e neo-materialismo), ma anche da profonde conoscenze biologiche, chimiche, geografiche.

Le quattro sezioni di cui si compone il volume (Prima mattina sulla terra, La storia naturale dello spinarello, La filosofia dei pesci, Umani) abbracciano scenari diversi, da quelli più personali e intimistici ad altri che prendono in considerazione ambienti e specie animali, vegetali, minerali tutte in qualche modo fluttuanti, immerse, galleggianti nel mondo liquido: fiumi, laghi, mari, preesistenti a noi e destinati a durare oltre al nostro limitato ciclo vitale di esseri umani, in un moto ondoso perenne, nel “flusso e riflusso del tempo”.

Nella sezione di apertura del libro, Simonsen racconta del ritorno alle sue isole dopo vent’anni di assenza negli ultimi giorni di vita del padre, fino al decesso (“Stamani è morto mio padre; / per tutta la vita ha navigato / gli oceani del mondo”, “Forse c’è qualcosa che non riusciamo a vedere / e di cui nella mia famiglia non parlavamo mai, / ed è per questo che sono tornato nel luogo in cui nacqui / come la trota di mare nascosta nel fiume / che scorre attraverso il villaggio”.

Nella sua “prima mattina / sulla terra / senza un padre” il poeta cammina sulla spiaggia in “sciaguattanti stivali di gomma verde”, osservando le onde che si infrangono tra le rocce, e prendendo nota della vita brulicante che lo circonda nel mare (meduse, alghe, attinie, patelle e mitili), nell’aria (un pettirosso e vari insetti), tra la vegetazione (lombrichi, scarafaggi, funghi, un gatto, una lepre, pecore nere dello Shetland), consapevole di essere lui stesso parte di una natura in continua trasformazione e disfacimento: “Sono virus, / sono alga, / Sono ciò che è ammuffito. // Sono uno / che sa che, / se non altro, tutti questi agenti / un giorno / lo decomporranno / proprio come l’afide / e la lumaca spagnola / divorano la pianta”. E questa consapevolezza torna negli ultimi versi della raccolta: “Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà”.

L’essenza fisica del reale costituisce “una rete intercomunicante” che collega cielo, terra, acque e viventi in “uno stato di flusso liqueforme” in cui “il corpo è una sorta di anima, / e che è attraverso quest’anima / che il mondo entra in noi, / che noi entriamo nel mondo”, in un’eterna distruzione e rinascita che si protrae da millenni: “L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto”. Perché “dall’oceano siamo venuti tutti, / all’oceano tutti ritorneremo”, come già affermava Anassimandro, asserendo che “tutto ciò che sta morendo / ritorna all’elemento / da cui proveniva”. E noi veniamo da lì, da un amnio che ci ha formato e cullato, grande utero marino che di nuovo ci accoglierà, cellule piene d’acqua come siamo, pronte a scioglierci “nell’offuscarsi del flusso evolutivo”

Quindi nelle due parti centrali della silloge, l’attenzione del poeta si sofferma sui pesci, nostri progenitori, dai minuscoli spinarelli alle trote con cui giocava da bambino, sapendo che bisogna dare voce a chi non ha voce, ma esiste, vive, sente esattamente come noi: “Ascolta ciò che non può essere udito, e poi scrivine. / Ascolta gli alberi più antichi, rendi omaggio a quelli morti da poco. / Ascolta Glisomigliamo ad altri esseri viventi / dai corpi non umani”, “Siamo umani / anche quando il Neanderthal che è in noi / afferra una mosca / e, per una frazione di secondo, / valuta se mangiarla”.

Siamo umani, ripete il poeta, e siamo anche animali, pesci, batteri, virus, alghe, funghi, manifestazione di un’energia vitale della materia che ci rende parte di un tutto cosmico pulsante, vibrazioni destinate a perpetuarsi nel cambiamento, “rigagnolo tra epoche diverse”.

 

«Gli Stati Generali», 8 luglio 2025

 

RECENSIONI

KING

STEPHEN KING, A VOLTE RITORNANO – BOMPIANI, MILANO-FIRENZE 2025

 

Non sono tra coloro che considerano la giallistica una letteratura di secondo livello rispetto alla narrativa tradizionale: la ritengo degna di interesse e di stima, e non solo perché attira un numero sempre crescente di lettori e costituisce una fonte insopprimibile di entrate per la nostra editoria. Ma anche perché tra gli scrittori di thriller, di horror, di polizieschi esistono autori ragguardevoli, che leggo e ho letto sempre con piacere.

Il nostro Scerbanenco, ad esempio, che è stato un appassionato scrutatore della malavita milanese, e un profondo conoscitore degli abissi tormentosi dell’animo umano. Ma anche Simenon, acuto ed elegante nello scandagliare i sentimenti, gli ambienti, le imprevedibili azioni dei protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi racconti.

E poi c’è il fenomeno Stephen King, venduto e tradotto in milioni di copie in tutto il mondo, trasposto in decine di pellicole cinematografiche, preso ad esempio, ammirato e imitato da moltissimi volonterosi giallisti. Il suo stile così “americano”, rapido e secco, intessuto di dialoghi spesso frenetici, e i suoi contenuti ricchi di intrecci complicati e soluzioni ad effetto mi hanno sempre colpito, anche se confesso che rimango maggiormente legata alla scrittura ponderata e complessa, minuziosa nelle descrizioni e ricca di subordinate, cui ci ha abituato la nostra tradizione classica europea.

Bompiani ha ripubblicato da poco una raccolta di venti raccontiA volte ritornano, uscita negli States nel 1978 con il titolo Night Shift ed edita in Italia nel 1981. L’affettuosa introduzione all’antologia è dovuta alla penna di John D. Mac Donald, uno degli autori preferiti di King, e la prefazione è dello stesso King, che per la prima volta si rivolge direttamente al lettore raccontando di sé e della propria scrittura: “Parliamo, io e te. Parliamo della paura”. E provocare paura, anzi vero e proprio terrore in chi legge, sembra sia stata la principale intenzione dell’autore, secondo quanto ha dichiarato commentando queste pagine: “Nei miei racconti incontrerete esseri notturni di ogni genere: vampiri, amanti dei demoni, una cosa che vive nell’armadio, ogni sorta di altri terrori. Nessuno di essi è reale. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.

Presentare un riassunto dei venti racconti antologizzati sarebbe inutile e controproducente per chi volesse affrontarne la lettura. Introdurrò sommariamente la trama di quelli che più mi hanno colpito, senza rivelarne la conclusione. Tra i primi, Secondo turno di notte, in cui un giovane operaio viene reclutato da un sadico datore di lavoro per ripulire lo scantinato dello stabilimento invaso da sporcizia e da colonie di ratti enormi e famelici, pronti a vendicarsi atrocemente dell’invasione umana nei loro territori sotterranei. Io sono la porta è la vicenda di un astronauta che durante una spedizione su Venere subisce delle mutazioni causate da un gene alieno, che permettono a un’intelligenza extraterrestre di controllare il suo corpo, spingendolo a commettere efferatezze, e a spiare il mondo degli umani. Ne Il baubau un paziente psicotico racconta al suo psichiatra come una creatura assassina nascosta negli armadi di casa abbia ucciso i suoi tre figli. Camion (Trucks), due volte riadattato per il cinema, in cui un gruppo di persone bloccate in un ristorante sull’autostrada viene assediato da camion e autotreni animati da una forza misteriosa, che farà di loro i futuri dominatori del pianeta. A volte ritornano, dove un professore vittima in gioventù di un atto di violenza da parte di teppisti che gli avevano ucciso il fratello, invoca il soccorso di un demone per castigare alcuni alunni in cui vede reincarnati i propri aguzzini. L’ultimo piolo della scala, privo di elementi orrifici ma intriso di suspence e di dolore, nel resoconto di un episodio infantile che aveva drammaticamente segnato la vita del protagonista e di sua sorella. L’uomo che amava i fiori, storia di un serial killer dall’animo gentile e ingenuo che di notte si trasforma in feroce assassino inseguendo il fantasma della fidanzata morta.

Omicidi, mostri, pazzi schizofrenici, alieni, spettri che forse non ci fanno più tremare, abituati come siamo a ben altre quotidiane scene di violenza, ma certo ci lasciano un senso di inquietudine, come già cinquant’anni fa si era prefisso di creare in noi l’indiscusso maestro dell’horror Stephen King.

 

«SoloLibri», 3 luglio 2025

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