TARCISIO BENEDETTI, ALBORADA. LA TIPOGRAFIA DELLA LIBERTÀ – EDIZIONI LAVORO, ROMA 2021

Il colpo di Stato dell’11 settembre 1973, che in Cile portò alla fine dell’utopia socialista di Salvador Allende e al suo suicidio, provocando la salita al poter del regime dittatoriale di Pinochet, aveva provocato nel mondo e in particolare nel nostro paese un’emozione fortissima. In Italia trovarono rifugio e concreta solidarietà migliaia di profughi cileni, mentre cresceva l’interesse per la cultura della nazione sudamericana attraverso la diffusione della poesia e della musica di artisti impegnati quali Victor Jara, Violeta Parra, Pablo Neruda, gli Inti Illimani, i Quilapayún. Furono soprattutto le confederazioni sindacali a mobilitarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violazione dei diritti democratici del popolo cileno, sulle torture inflitte agli oppositori, sulle disastrose condizioni economiche in cui il golpe aveva ridotto il paese. Vennero avviati fattivi progetti di formazione politica e ricostruzione materiale: tra questi suscitò grande interesse e partecipazione la creazione di un centro grafico ed editoriale cui fu dato il nome augurale di Alborada (Nuova Alba), gestito da una ong della Cisl, la Iscos, che avviò l’installazione di una tipografia utilizzata per stampare manifesti, riviste e quotidiani di opposizione. Tra i più incisivi furono il “Fortín Mapocho”, “La Epoca”, “El Siglo”, che partendo da una situazione di semi o totale clandestinità, raggiunsero presto una straordinaria popolarità tra i lettori, contribuendo così alla ripresa delle libertà costituzionali. Queste testate giornalistiche, spesso prese di mira dal regime con boicottaggi e censure, giocarono un ruolo fondamentale sia nel favorire la campagna per il No a Pinochet nel referendum del 1988, sia nell’appoggiare l’elezione di Patricio Aylwin Azocar alla Presidenza della Repubblica nel 1990.

In questa difficile contingenza storica si inserisce la vicenda umana e politica di Tarcisio Benedetti, che alla sua esperienza di vita e di lotta in Cile ha ora dedicato un libro di memorie e testimonianze: Alborada. La tipografia della libertà. Benedetti, nato in provincia di Verona nel 1947, appena sposato si trasferì in Cile con la moglie pochi mesi dopo il colpo di Stato, per fare il servizio civile in sostituzione di quello militare, insegnando per quattro anni (1974-1978) in una scuola professionale della cittadina mineraria di Curanilahue, nella provincia di Arauco. Braccato dalla polizia del regime per aver stampato bollettini clandestini, fu costretto a lasciare il paese sudamericano per rientrare a Verona, tornando al suo lavoro di grafico alla Mondadori. Nel 1987 partì nuovamente per il Cile proprio per contribuire alla realizzazione del Progetto Alborada, dirigendo la tipografia impegnata a stampare materiale di lotta e resistenza.

Grazie alla sua abilità, alle sue conoscenze tecniche e all’acquisto di una nuova rotativa, i giornali pubblicati raggiunsero presto tirature nazionali, centrando in pieno gli obiettivi programmati di propaganda libertaria e opposizione alla dittatura fascista, e incoraggiando la transizione verso la democrazia. Solo dopo la caduta del regime militare, Benedetti tornò in Italia con la famiglia, continuando nel suo impegno costruttivo di sindacalista e operatore sociale.

Il volume di cui trattiamo prende avvio da una suggestiva e commovente ricostruzione della saga familiare dell’autore: l’infanzia poverissima, sesto tra otto figli, cresciuto in un ambiente rurale e fortemente marchiato dal cattolicesimo; la scuola professionale e il lavoro di apprendista meccanico; la decisione di entrare diciottenne in seminario con il desiderio di diventare missionario in America Latina; il fascino esercitato da figure importanti del cattolicesimo sudamericano (i vescovi Hélder Câmara e Pedro Casaldáliga, il sociologo Paulo Freire… ); l’impegno sindacale e l’obiezione di coscienza; la decisione di abbandonare gli studi teologici e di sposare una giovane fisioterapista, salpando con lei verso Valparaíso nel 1974.

Aldilà delle pur interessanti vicissitudini biografiche, risulta coinvolgente per il lettore seguire lo sviluppo della coscienza civile e intellettuale di Tarcisio Benedetti, la sua dedizione all’ideale di libertà e sviluppo dei paesi sottosviluppati, il coraggio di abbracciare scelte ideologiche ed etiche non scontate, e spesso drammatiche. Vibranti di indignazione appaiono le pagine che raccontano le torture a cui i militari sottoponevano i civili negli anni della sua doppia permanenza in Cile, le perquisizioni e le minacce subite a livello personale e familiare, l’orgoglio per l’attività generosa svolta dalle ong italiane nel soccorrere situazioni di emergenza sanitaria, alimentare e produttiva del paese, i rapporti di amicizia e collaborazione intessuti con singoli e istituzioni.

Ai quindici capitoli in cui si articola il volume, si aggiungono i commenti introduttivi e conclusivi di Alberto Cuevas e Andrea Gandini, l’ultimo discorso di Salvador Allende, una poesia di Mario Benedetti e una bibliografia orientativa.

 

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 23 febbraio 2021