BONNEFOY

YVES BONNEFOY, POESIA E FOTOGRAFIA – O BARRA O, MILANO 2015

Yves Bonnefoy (1923-2016), grande classico della poesia francese del ’900, ha dedicato nel 2002 un breve saggio al rapporto tra poesia e fotografia, tradotto e pubblicato nel 2015 dalla casa editrice milanese ObarraO.

Antonio Prete nella prefazione afferma che secondo Bonnefoy la poesia ha il compito di dispiegare il visibile (l’immagine, in tutte le sue declinazioni) alla luce della parola, avvicinandosi al respiro delle cose, al loro mostrarsi nella nudità, e facendole parlare. Si accosta in tal modo alla visione bloccata ed eternizzata della fotografia.

“Le grandi questioni che attraversano tutta la scrittura di Bonnefoy, l’assenza e la presenza, la parola e l’immagine, lo sguardo e il visibile, la singolarità irripetibile del vivente e il caso, l’istante e il fuggitivo tornano e si riformulano intorno a quella vita particolare del soggetto e del mondo che sta nella fotografia”, commenta Prete. La precisione nella rappresentazione dei dettagli, offerta per la prima volta dall’invenzione di Daguerre a metà ’800, rivoluzionò il modo di raffigurare la realtà anche nella pittura e nella scrittura. “Laddove lo sguardo dell’artista sceglieva, e questa scelta lo rendeva umano, la fotografia invece registrava, fissava tutto, il che le permetteva di mostrare, se non addirittura di designare, la manifestazione del caso e di trascinare così al di là di ogni discorso ordinario sugli esseri e sulle cose, mettendo a tacere le parole della supposta verità per far ascoltare, direttamente, il silenzio della materia”.

Bonnefoy innesta la riflessione sull’origine della fotografia nel commento a Igitur, un testo di Mallarmé che narra l’esperienza orrifica di una notte trascorsa a meditare sul vuoto, il nulla, l’assenza, lo scorporarsi delle apparenze. Il poeta simbolista tentava di perseguire la bellezza attraverso un susseguirsi di “distruzioni” di ogni forma di sapere e di illusione, compresa quella di Dio, per ridursi alla pura coscienza del sé materiale. La cancellazione radicale di ogni concettualizzazione e verbalizzazione, restituiva così alle cose e al mondo oggettivo la loro positiva evidenza, “nel loro esserci sensoriale più immediato, più pieno”.

L’abisso terrificante del nulla è stato sperimentato e descritto da molti artisti e filosofi, oltre che dai più ispirati mistici: ma tutti hanno trovato modo di esprimerlo verbalmente o estaticamente, senza annullarsi nella propria singolare specificità. Mallarmé nell’esperire il proprio niente aveva invece recuperato il reale ancorandosi alla luminosa inconfutabilità degli oggetti sensibili, attraverso uno sguardo capace di percepire il solo dato sensoriale nella sua integrità. L’intuizione poetica, la descrizione del dettaglio, si parifica in tal modo allo scatto fotografico: “in Igitur, alla sua stessa origine, vi è il progetto di vedere senza sapere… la riduzione fondamentale e assoluta dell’apparire alla sua purezza”.

Poesia e fotografia, ciascuna con i propri mezzi espressivi, possono mostrare, nello sfondo oscuro del senso, il lampo di una presenza, la concretezza di un particolare, l’ossessione di un volto, anche quando vengano subito riassorbiti dal buio del giorno e della memoria.

Al commento del testo di Mallarmé, Bonnefoy accosta l’esegesi di un racconto di Maupassant del 1887, La notte, in cui il protagonista attraversa Parigi in preda a una sorta di ansiosa vertigine notturna. Percorre i boulevard illuminati dai lampioni, dove i caffè traboccano di vita e rumori, rendendosi conto che la recente scoperta dell’elettricità ha provocato, come la fotografia, un eccesso di intensità percettiva, privando brutalmente le cose e le persone di ogni alone misterioso, svelandole nella loro indifendibile esteriorità. Cerca allora rifugio nel buio della periferia, nel silenzio di strade deserte, nel Bois de Boulogne, perdendo ogni cognizione del tempo e del luogo, finché, oppresso da allucinazioni e terrore, raggiunge la Senna per immergersi nelle sue acque gelide.

La troppa chiarezza (nell’arte, nella poesia, nella fotografia, nella luce artificiale), offrendo un’immagine del tutto evidente della realtà, può illudere e sgomentare: “La fotografia è pericolosa. Il moltiplicarsi all’infinito delle fotografie che colgono solo il fuori della vita può contribuire alla fine del mondo”, commenta Bonnefoy.

Se torniamo all’intensa e suggestiva prefazione di Antonio Prete, dobbiamo condividerne la perplessità e il timore riguardo al futuro che ci aspetta: “Un tempo nuovo è possibile nell’epoca delle immagini affollate, disseminate, consumate? Il senso della presenza, della singolarità, del tu è ancora possibile in un’epoca in cui la parola della comunicazione distribuisce illusioni di prossimità nella lontananza, di corporeità nell’astrazione, di relazione nell’estraneità? Perché questo sia possibile, è forse necessario uno sguardo che sappia non solo catturare la bellezza del mondo nell’istante, ma sappia silenziosamente preservarla e custodirla”.

© Riproduzione riservata    «Gli Stati Generali», 4 marzo 2021