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ELENA BONO, CHIUDERE GLI OCCHI E GUARDARE – ARES, MILANO 2021

Per il centenario della nascita della scrittrice e poetessa Elena Bono, le Edizioni Ares pubblicano un’antologia di cento poesie (curata da Stefania Segatori, Francesco Marchitti e Silvia Guidi, con prefazione di Francesco Bultrini), intitolata Chiudere gli occhi e guardare. Elena Bono (1921-2014), ligure di adozione, è diventata un caso editoriale già dall’esordio con Garzanti negli anni’50, proprio con un volume di versi, I galli notturni.

Autrice di teatro e narrativa, acclamata dalla critica per la sua scrittura colta e raffinata, si è sempre contraddistinta per un’attenzione ai temi della spiritualità, nutrita da costanti riferimenti alla mitologia, alla letteratura e all’arte greca e latina, alla storia contemporanea, all’incantevole splendore della natura. Questi suoi interessi sono individuabili anche nelle poesie qui antologizzate, come sottolineano sia l’intensa introduzione di Bultrini (“un materiale narrativo incandescente, che raggiunge il lettore in maniera frontale, senza travestimenti o derive intellettuali”), sia l’approfondita ed entusiastica nota iniziale dei curatori.

In primo luogo, sono da rimarcare i sapienti rimandi a figure del mito (Venere, Bacco, Arione, Orfeo) e ai luoghi della civiltà classica (Pompei, Paestum, Taormina, il Colle Palatino, le Termopili), capaci di riverberare emozioni (“Voi, tombe antiche, sapete ogni cosa: / che sia la gioia / e ciò che chiamiamo dolore, /   che cosa ne resti ai morti / ed ai loro sogni”). Anche il pensiero, la poesia e la civiltà dell’antico Oriente hanno lasciato tracce consistenti nella produzione della poetessa, come dimostrano le composizioni dedicate ad antichi maestri dello Zen e alla loro mistica meditativa, con l’invito alla contemplazione della bellezza del creato e al raccoglimento introspettivo: “Silenzio e ancora silenzio. / Versatelo a lungo / piano, sulle ferite. / Anche la musica duole /   ad un cuore dolente”.

Ma è soprattutto incisiva, in una fervente cattolica come Elena Bono, l’ispirazione alle fonti bibliche, alle figure evangeliche descritte in numerose poesie. Maria, illuminata dal sacrificio e dalla gloria della maternità, Maddalena derisa dai soldati ma fiera della sua dedizione al Signore, e Cristo con la Passione e la Croce: “Cristo, svegliati, non dormire. //…  Ho bisogno di te, / di sentire il mio cuore nel tuo, / i tuoi nei miei pensieri. / La vita mia non mi basta. Voglio innestarmi a te, / fiorire nei tuoi fiori. / Prendimi, mio Signore, e dammi te stesso”).

Oltre a questo evidente e declamato afflato religioso, la scrittura poetica dell’autrice si rivolge con slancio partecipativo anche alla storia umana nella sua tragica concretezza. L’esperienza vissuta come staffetta nella guerra partigiana sulle montagne dell’Appennino ligure è narrata con ardore, nella precisa volontà di rendere omaggio ai compagni caduti combattendo, nominati e descritti nel loro generoso contributo offerto alla lotta contro il fascismo (“Morirono per la libertà, / essi, a cui i padri non avevano insegnato a vivere liberi”). L’imprecazione contro un’Italia imbelle che non ha saputo difendere i propri figli migliori assume tonalità quasi dantesche: “Ah Italia Italia / mugnaia che macini male. / Tu che trattieni la pula  / e getti via la farina…”. Lo stile di impianto tradizionale risente infatti dell’eredità di tutta la nostra storia letteraria, da Dante a Leopardi, di cui si ricalcano atmosfere, ambientazioni e descrizioni naturali: il vento, il cielo, la notte, la luna, la vastità dello spazio, tutti elementi che favoriscono la riflessione malinconica, l’affiorare dei ricordi, l’ansia di comunicazione con l’universo, l’attesa della morte, il motivo segreto della sofferenza. Decisamente leopardiani sono questi versi: “I notturni silenzi e i grandi spazi […] E le voci diverse / e  il mutare e il perire / non son più che una / incandescente quiete … / silenzio spazio interminato e stelle”, “Cuore, sopportami tutto e non domandare. /    Soffri soltanto”, “ma a poco a poco ciò che si ignora non fa più male / così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare”. Chiudere gli occhi per non patire troppo, come suggeriscono i versi che danno il titolo all’antologia, e continuare a guardare attraverso i tremiti dell’anima.

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13 ottobre 2021

 

 

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nullificazione, cedimento alla tentazione dell’essere uguale al non- esser

L’ultimo dei punti cardinali per navigare nella poesia bo- niana riteniamo essere il tema della natura di derivazione leopardiana Si distinguono, tra questi: il vento e il cielo, simboli di una dimensione ultraterrena (Fiorirossi; Lo spirito di Dio è una colomba bianca); il notturno, momento privilegiato per quella discesa dentro la coscienza di sé (I galli notturni; «Io ho paura   della   notte»   disse   il   Re;   Quasi primavera o il canto della rana); la valle e la vastità dello spazio percepito, perché tutti appartenenti ad un comu- ne Creato (Paura d’amore); il bianco lunare, necessaria «chia- rità»  per  rischiarare  il  dramma  (Luna  sul Palatino; Terra lu-

il ricordo (Guarda ora; Terra lunare; Il piccolo e grande uccello. Lied); infine, il    «mormorato    canto»   come   spazio sonoro collettivo in cui ciascuno può riconoscer-si  e  «dove  tutto  s’acquista, tutto   perdendo»   (Voce   al   di   là   del fiume; Canto notturno di Arione sul mare).