CALAMARO

LUCIA CALAMARO, NOSTALGIA DI DIO – EINAUDI, TORINO 2020

L’editore Einaudi, che già in passato ha pubblicato testi teatrali di Lucia Calamaro, propone ora la sceneggiatura della pièce Nostalgia di Dio, presentata a Venezia nel corso della Biennale Teatro nell’estate del 2019, con regia dell’autrice.

Sul palcoscenico agiscono quattro personaggi, uniti tra loro da una rete di rapporti simbiotici e malati, tentando di districarli in una serie di dialoghi e monologhi esplorativi che in realtà finiscono per scavare più a fondo trincee difensive. Francesco e Cecilia sono divorziati, hanno due figli e mantengono una corretta familiarità, pur nella morsa di un’incombente nevrosi e nella diversità delle aspettative: lui (“dubbioso su tutto”) vorrebbe tornare a vivere con la moglie, lei (“antropologa, vitale”) anela a recuperare la propria indipendenza. Francesco ha due cari amici: Alfredo (“prete, esistenzialmente provato”), consacratosi al sacerdozio dopo aver interrotto una giovanile relazione con Cecilia, e Simona, insegnante single assillata dal desiderio di maternità.

Poche e usuali le azioni che movimentano la rappresentazione: una partita a tennis, una cena tra amici, un pellegrinaggio notturno attraverso le chiese di Roma. Intensa e conflittuale invece la dinamica delle relazioni che lega i protagonisti, spingendoli verso un oltre del pensiero, un aldilà della contingenza logistica e temporale, a un passato mitizzato dalla nostalgia e dal rimpianto, a un futuro utopistico e temuto, perché riconosciuto come irrealizzabile. I palleggi sul campo da tennis con cui si apre la prima scena sono un’evidente metafora delle battute (sincopate, ironiche, taglienti) scambiate tra i personaggi. I dialoghi riguardano il nulla, oppure argomenti di notevole spessore culturale: teologia, arte, società diventano terreno di confronto e critica tra i duellanti, o di autoanalisi nel tentativo vano di capire se stessi e gli altri.

Simona, complessata sia dalle sue titubanze affettive, sia dalla propria inadeguatezza intellettuale, si esibisce in discorsi para-filosofici (“lo penso sempre bambino questo nostro Dio…E se avesse avuto il tempo di crescere, Dio, se fosse diventato adulto, c’avrebbe creato? No, non credo proprio che c’avrebbe creato. Dio è rimasto bambino… noi siamo lo sfogo, il capriccio di un Dio bambino. Questo siamo”). Francesco non lesina frecciate rancorose e ricattatorie alla moglie: “Da quando ti sei separata, tu da me, tu, non io da te, sai cosa faccio io? Bevo e faccio sport, ma preferisco bere … Mi piace, mi stordisce. Qualcosa mi perdona quando bevo”). Cecilia è insoddisfatta e nevrotica, ossessionata da ogni rumore che avverte (“io ora sono diversa, ho un’altra dimensione, i pensieri miei, i mondi miei, sto studiando, sto cercando di arrivarci… Ci tengo enormemente al rumore delle cose, al rumore dell’altro, anche al vostro… questo brusio, questo scricchiolare delle sedie… ci tengo e lo cerco, mi interesso”). Il sacerdote Alfredo si interroga sull’inutilità della sua missione (“tutto il giorno fermo ad aspettare che il mondo venga a cercarmi, ma ultimamente il mondo non mi cerca più… Quella creatura lassù è scricchiolante, piena di tarli…. fatta di niente, solo di parole, che se ti c’appoggi traballa”).

Dopo le partitelle a tennis, anche la cena a quattro in casa di Cecilia si rivela occasione di reciproche accuse e ripicche, nella sottile analisi di Francesco: “Guardate che il fatto che tutto il nostro parlare, pensare, interagire sia, nel sottotesto, abitato da parole e quindi giudizi e senso di colpa cattolici non è anodino, qualcosa vorrà dire”. Infine, il pellegrinaggio “cattolico” serale proposto con disinvoltura da Don Alfredo (“Da quant’è che non si fa un po’ di sport tutti e quattro? È una cosa bella, fate finta che facciamo un’escursione tutti insieme, fa team building”), compiuto attraversando una Roma dissestata da buche e calcinacci, invasa da gatti randagi e sorci enormi, assume tratti più sarcastici che mistici persino all’interno delle sette chiese. La ricerca di Dio, di un dio padre-protettore-rifugio, sembra puro pretesto al bisogno di un tepore amicale, al desiderio di sentirsi amati anche nelle proprie fragilità, alla speranza di un nuovo inizio. I quattro protagonisti, consapevoli di non riuscire a evadere dal proprio ruolo, dal proprio ambiente “alto borghese rétro”, si provocano vicendevolmente nel tentativo di leggersi nell’anima, di stanarsi dai propri ripari emotivi, o semplicemente di stringersi affettuosamente in una solidarietà sognata e temuta. Urla, litigi, abbracci, fantasie, imprecazioni e carezze, come in una normale famiglia allargata, rimangono l’unica maniera si sentirsi partecipi ed essenziali nella vita altrui.

 

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© Riproduzione riservata         16 dicembre 2020