CAMPETTI

LORIS CAMPETTI, GIORNALISTA E SCRITTORE


In quest’intervista Loris Campetti racconta la sua formazione e il suo apprendistato politico, intellettuale e professionale, senza trascurare di offrirci una sottile analisi dei cambiamenti configuratisi negli ultimi decenni nella società italiana e alcuni interessanti spunti di riflessione sul futuro prossimo di quel che resta della sinistra.

Nato a Macerata nel 1948, consegue la laurea in Chimica nel 1972, insegnando poi a lungo nella scuola media. Entra nel mondo del giornalismo sul finire degli anni Settanta, dirigendo per circa dieci anni la redazione torinese de Il Manifesto, e in seguito occupandosi di economia, lavoro e sindacato come capo-redattore. Tra i suoi libri: “Non Fiat” (Castelvecchi, 2002), “Ilva connection” (Manni, 2013), “Non ho l’età” (Manni, 2015), “Ma come fanno gli operai” (Manni, 2018).

  • In quale ambiente familiare e culturale si è formato?

Sono figlio di un sarto, ex partigiano, comunista (eretico) in una città bianca. Sul muro del municipio è scolpita in pietra la scritta “Civitas Mariae” anche se sotto c’è una lapide dedicata a Giordano Bruno, “vittima della tirannide sacerdotale”. Mio padre è morto quando io avevo appena dieci anni, il suo è stato il primo funerale laico nella storia della città con tanto di bandiere rosse e di porte delle chiese che venivano chiuse al passaggio del feretro e del corteo. Mia madre, anche lei sarta, ha lavorato a testa bassa per consentire a mia sorella e a me di studiare e laurearci. Era la stagione del mito del riscatto sociale (e della cultura), era il tempo oggi scaduto in cui si sapeva che i figli avrebbero vissuto meglio dei loro genitori.

  • La sua scelta politica di schierarsi dichiaratamente e con coerenza a sinistra in che anni è maturata, e seguendo quali Inclinazioni o suggestioni caratteriali e intellettuali?

La mia scelta di campo, con gli ultimi, i più deboli, forse l’avevo già impressa nel DNA, o più probabilmente è maturata negli anni intorno al ’68 e alla rivolta contro tutti gli autoritarismi. All’università occupata di Camerino portavamo a parlare i primi delegati operai eletti e alla notte noi studenti andavamo ai presidi operai davanti alla Lebole e alla Merloni. La laurea in Chimica mi è servita, dopo un periodo in cui ho fatto il collaudatore di automobili, per andare a lavorare in una multinazionale farmaceutica per pochi mesi, il tempo necessario a capire che con un uso puramente speculativo degli ormoni si poteva rovinare la vita di un sacco di persone. Poi la scuola, otto anni di insegnamento accompagnati da lavoro giornalistico volontario, meglio dire militante, e infine Il Manifesto oltre che per piacere per lavoro. Era un giornale dalla parte del torto, il mio giornale.

  • Quali sono stati gli autori e le esperienze esistenziali che hanno inciso più profondamente nella costruzione della sua identità umana e professionale?

Leopardi (tutto), Richard Wright (“Ragazzo negro”), Steinbeck (“Furore”), Che Guevara (“Il diario in Bolivia”), Tex Willer, Pasolini, Brecht, Rosa Luxemburg….

  • Quarant’anni di collaborazione attiva con Il Manifesto che eredità di pensiero e sentimenti le ha lasciato? Ritiene che questo quotidiano abbia ancora una sua funzione di stimolo e critica nella società italiana, o pensa che abbia perso parte della sua capacità propulsiva e propositiva?

Potrei rispondere “sono un comunista non ho altro da dichiarare”, non lo farò. Al manifesto ho dato tanto e ricevuto ancora di più: il pensiero critico, la cultura del dubbio. Credo che ogni cosa abbia un inizio e debba avere una fine una volta esaurita la sua spinta propulsiva; se il nuovo manifesto, quello che si è emancipato dai suoi fondatori e da qualche fondamento, va ancora in edicola credo dipenda da due fattori: il vuoto editoriale a sinistra e la legge sull’editoria.

  • Esiste ancora, ideologicamente e politicamente, un futuro per la sinistra in Europa e nel mondo? Integralismi e populismi troveranno un argine nella coscienza civile internazionale? A molti commentatori sembra che il capitalismo, con le sue feroci leggi del mercato, abbia trionfato ovunque, e il comunismo sia ormai relegato in un ruolo di irrealizzabile utopia egualitaria.

Se sapessi rispondere a queste domande potrei aspirare a guidare la rivoluzione mondiale. Finché ci sarà sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finché cresceranno le diseguaglianze, ci sarà bisogno di conflitto e utopia, chiamiamola sinistra o come ci pare. Se un altro mondo sul piano morale, politico, ambientale, umano è desiderabile – e non serve essere comunisti per desiderarlo – e necessario – chiedetelo ai migranti, agli operai e all’orso polare – dovrà pure essere possibile. Il comunismo è un fantasma, se non lo vediamo aleggiare nei cieli d’Europa, sarà per colpa dell’inquinamento? O magari dobbiamo cambiare gli occhiali? Chi si batte per un ideale può essere sconfitto, chi rinuncia a battersi ha perso in partenza.

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Intervista-a-Loris-Campetti.html     18 aprile 2018

CANDIANI

CHANDRA LIVIA CANDIANI: RESPIRO, ASCOLTO, SPAZIO VUOTO
5 domande alla poetessa Chandra Livia Candiani

Chandra Livia Candiani (Milano 1952) è poetessa e traduttrice di testi buddhisti; tiene corsi di meditazione e conduce seminari di poesia nelle scuole elementari, nelle case alloggio per malati e per i senza casa. I suoi libri più noti sono «Io con vestito leggero» (Campanotto 2005); La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014); «Bevendo il tè con i morti» (Interlinea 2015); «Ma dove sono le parole?» (Effigie, 2015); «Fatti vivo» (Einaudi 2017); Il silenzio è cosa viva (Einaudi 2018).

Ci puoi raccontare brevemente delle tue origini familiari e degli studi che ti hanno plasmato come poeta?

Sono la quarta e ultima figlia di una famiglia dolorosa, genitori difficili da definire senza usare parole gravi e figli segnati dall’abbandono a se stessi e da quella che Herta Muller chiama ‘la sottrazione quotidiana dell’ovvietà delle cose’. Un’infanzia in cui inventarsi la vita e un modo di stare al mondo senza essere troppo scherniti ed esclusi non è stata facile da sostenere ma è stata un buon terreno per la poesia. Mi ha insegnato la solitudine del lavoro, la gratuità del dono, l’attesa della parola vera. Ho fatto con fatica gli studi classici, troppi pesi sulle spalle per andare bene a scuola, troppa estraneità a un sapere che non si collegava alla vita interiore e descriveva un mondo per me difficile da abitare. Mi sono iscritta a filosofia, mi sembrava più adatta per coltivare il pensiero che veglia sotto ogni poesia che non lettere. Ma non ho terminato gli studi. Ci mettevo tantissimo tempo a preparare un esame, avevo bisogno di riflettere su ogni cosa che leggevo, e poi sono andata via di casa giovanissima e lavorare e studiare era troppo faticoso per me. Ho lavorato tanto con i bambini e anche questo ha formato la mia poesia. Raggiungere i bambini senza infantilizzazioni è un traguardo forse irraggiungibile e mi dà tuttora devozione per la parola.
Ho letto tanto fin da piccola, senza un metodo, cercando chi cerca. I poeti russi più di tutti, oltre a Rilke, mi hanno impresso una direzione poetica della trasfigurazione dei fatti della vita privata in segni da decifrare e in parola per rispondere all’esistenza che scorre con noi.

A quando risale il tuo incontro con il buddhismo e come ha nutrito e continua a nutrire il tuo rapporto con la spiritualità?

Verso i trent’anni ho incontrato in India la pratica della meditazione. In India, che pure è il paese della materia per eccellenza, tutto irradia energia dell’anima, anima individuale e anima del mondo, denso silenzio che fa da sfondo al traffico quotidiano. In India, si sta a casa, una casa ancestrale, eppure i disagi fisici sono spesso estremi. Meditare è significato per me nascere nel corpo, prima ero un’astrazione senziente. Mi ha dato un contenitore e una sensibilità non più alla mercé degli altri, ma collegata a un centro di silenzio dentro di me e dentro gli alberi e gli animali, le rocce e le acque, dentro il mondo della vita, quel mondo che in città è quasi sepolto dal mondo dei ruoli e delle personalità, delle prepotenze.
Il Buddhismo non è una religione a cui aderire, non ha dogmi, né verità rivelate. Nella mia scuola, il Theravada, si dice che il Dharma, l’insegnamento, la realtà, è ehipassiko, che alla lettera significa ‘vieni e vedi’, cioè si tratta di esplorare in prima persona, non si eredita alcun sapere che non sia vagliato dall’esperienza individuale. Nessuna visione in cui dover forzatamente entrare ma percorrere un sentiero per risvegliarsi e guardare con i propri occhi ripuliti dalla polvere del pre-giudizio.
Grazie dell’ampiezza di questa domanda che sottintende che la spiritualità è un percorso proprio che può nutrirsi degli affluenti delle religioni e delle visioni ma deve poi sfociare in una vastità senza separazioni, nomi, definizioni, muri.
Praticare l’essere vivi e vulnerabili, incontrare la vita partendo da un cuore pulsante e da una mente e un corpo svegli significa anche sapersi proteggere e agire con giustizia. Non è difficile per me sentire l’unità e la bellezza commovente del cosmo, quello che ho da imparare è lo stare al mondo, avere una vita quieta e attenta, dormire, mangiare, abitare, lavorare.

Secondo te, quali sono le parole che salvano, nel rapporto con sé stessi e con gli altri?

Respiro, silenzio, ascolto, tenera follia, poesia, spazio, mistero, bontà schietta, vero, sogno.

La tua è una poesia gentile, attenta alle cose, ai gesti, agli esseri viventi più umili e in qualche modo indifesi. Ritieni che questa tua disposizione empatica all’ascolto sia più una dote caratteriale o una precisa scelta etica e ideologica?

Penso che ci sia un’attenzione alle creature mute o ammutolite che è nata dalle esplorazioni infantili. Sono stata una bambina e un’adolescente molto silenziosa e vedevo tutto ed è arrivato presto il desiderio di offrire la voce a chi non ce l’ha. Era una simpatia, in senso elementare, una risonanza con gli invisibili e gli inascoltati perché ero un’invisibile e un’inascoltata e non volevo cambiare condizione, volevo ‘parlare’ questa.
Poi, certamente il Buddhismo ha contribuito a farne un atteggiamento consapevole, non rivendicativo o ostile verso chi non è umile o indifeso, ma un essere al fianco di chi lo è, perché tra indifesi ci si può intendere, ogni tanto, e perché è bello fare spazio e imprestare la voce.
E poi mi sembra che la poesia sia la quintessenza dell’ascolto e forse è quindi venuta prima l’attitudine al mettersi in ascolto e dopo la ricezione delle parole.

In una recente intervista hai definito la poesia “un contatto con le ferite, ma anche con la luce che le attraversa”. Più ferite o più luce, nel mondo e nella tua esperienza esistenziale? Da chi o cosa attendere salvezza?

Mi sembra che ferite e luce siano insieme, quando le ferite sono accolte, ospitate con rispetto, allora la luce ci passa attraverso e possiamo vedere e far trasparire qualcosa che va oltre il male, perché una ferita è una crepa nelle certezze, è un varco verso l’insondabile. Forse ci sono state molte più ferite che luce nella prima parte della mia vita, anzi diciamo fino ai cinquant’anni. Poi mi sono affrancata dal farmi male senza saperlo attraverso gli altri e ho percorso la Via che porta a se stessi e all’abbandono alla vastità. Sto camminando e c’è luce, c’è anche tanto buio, ma se lo abito, lo respiro, lo ‘attendo’ , si riempie di lucciole.
L’ho attesa tanto dall’esterno la salvezza, da un incontro, da un libro, da una religione, da un pensiero. Non è arrivata così. Quando ti lasci andare senza alcuna sicurezza, ma solo perché non hai più altra scelta, allora… Non so, c’è un soffio, una mano, quando non pretendi più l’aiuto esterno e ti tuffi, c’è proprio la sensazione di una smisurata mano.

© Riproduzione riservata                  https://www.sololibri.net/intervista-Chandra-Livia-Candiani.html                28 settembre 2018

 

CARAFOLI

ernesto

ERNESTO CARAFOLI,

CHIMICO E DOCENTE UNIVERSITARIO

 

  •  Attraverso quali percorsi – di studio e di vita – è arrivato a occuparsi di biochimica e a insegnare al Politecnico Federale di Zurigo?

Ho studiato medicina, e a dire il vero l’ho fatto senza possedere una vocazione vera e propria, per una sorta di imperativo interno: vengo da una famiglia di medici, mio padre aveva dovuto abbandonare la ricerca in ambiente clinico universitario per dedicarsi alla professione, e si sentiva (e io lo sentivo) un po’ sprecato. Quindi ho scelto di frequentare medicina per fargli piacere, offrendogli quasi la possibilità di una rivincita morale. Allora ero forse più interessato a studi letterari o filologici, d’altra parte non ho vissuto questa decisione come un sacrificio o un’imposizione, conscio com’ero e come sono che vi è del positivo nel fare qualcosa che magari piace meno di altro ma è più gradito (serve di più) a chi ci sta intorno. Un discorso difficile da accettare oggi; comunque per me è stato così. Mi sono quindi laureato in medicina, scegliendo di lavorare nell’Istituto di Patologia generale di Modena, affascinato anche dalla figura morale e scientifica di Massimo Aloisi, un vero maestro, per me e per la cultura italiana dell’epoca. Un uomo di grande cultura, direi un uomo rinascimentale, e mi considero fortunato, molto fortunato, per averlo conosciuto. Non mi ha solo insegnato il mestiere, mi ha insegnato a vivere. Ho passato poi alcuni anni in Psichiatria, sentendo il richiamo un po’ misterioso un po’ romantico della malattia mentale; allora tuttavia questa scienza era insieme primitiva e violenta, non aveva tutti i supporti farmacologici che ha oggi e quindi mi ha stancato presto. Ero assistente universitario, e vinsi una borsa di studio del CNR per specializzarmi a Baltimora, all’Università John Hopkins: rimasi in America tre anni, e ne uscii biochimico. Per tutti gli anni ’60 feci la spola tra Modena e Baltimora, approfondendo sempre di più i miei interessi in campo biochimico: tornato definitivamente in Italia nel ’68, vissi con disagio sempre maggiore la difficoltà di fare ricerca nel nostro paese, e quando dovetti scegliere tra la cattedra di biochimica che mi veniva offerta da Politecnico di Zurigo e la cattedra di Patologia Generale che avevo nel frattempo vinto a Padova, optai per Zurigo, nel ’73. E non me ne pento.

  • Come si svolge la sua attività di ricerca e quella didattica?

In pratica si devono distinguere tre momenti fondamentali: c’è la lezione su un argomento di biochimica, poi l’attività didattica con i laureandi e gli specializzandi, e infine il lavoro di ricerca e di laboratorio su cui ovviamente non subisco controlli di nessun genere, ma che è fondamentale e scontato dover proseguire ai più alti livelli, visti anche i mezzi che mette a disposizione il Politecnico. Il nostro primo corso di biochimica – al terzo semestre – è seguito da circa 150 studenti delle facoltà di farmacia, e delle diverse suddivisioni della Facoltà di scienze naturali. Di questi, una trentina scelgono di laurearsi in biochimica e 5-6 fanno la tesi con me.

  • A quali rami della ricerca biochimica si interessa di più, e di cosa si occupa attualmente?

Per alcuni anni mi sono occupato di bioenergetica, cioè dei meccanismi di produzione di energia nelle cellule; in seguito ho studiato il controllo della biochimica cellulare, cioè i segnali che le cellule ricevono e decodificano; questi segnali sono trasmessi da tanti elementi diversi, il più importante dei quali è sicuramente il calcio. Mi occupo quindi di calcio, come elemento chimico “veicolo”, diciamo così, trasportatore di segnali.

  • So che lei è un’autorità a livello mondiale su questo argomento.

C’è un po’ di retorica su questo: il fatto stesso di occupare una cattedra al Politecnico di Zurigo crea questa fama di autorità, non so poi quanto reale. Senz’altro molto comoda però, perché permette di ottenere riconoscimenti, di svolgere una funzione traente nell’organizzazione della ricerca internazionale, di avere finanziamenti molto più facilmente di quanto può accadere a un professore di un’università italiana.

  • In quale lingua tiene le sue lezioni?

Per i primi due anni in inglese, oggi, dopo aver rinfrescato il tedesco con cui avevo familiarità da bambino, faccio lezione in questa lingua. In realtà, essendo il Politecnico un’istituzione federale, potrei esprimermi in una qualsiasi delle quattro lingue ufficiali in Svizzera (sì, anche in romancio che, essendo io friulano, mi è particolarmente vicino). Non ho mai accettato il dialetto svizzero come lingua di comunicazione, sia perché lavoro in un ambiente internazionale (una notevole proporzione dei docenti è straniera), sia perché lo svizzero è una lingua priva di tradizioni culturali vere, soprattutto una lingua che non si può scrivere, e con un vocabolario molto limitato, quindi sostanzialmente inadatta alla comunicazione scientifica. Piaccia o non piaccia, la lingua della scienza è oggi l’inglese: i nostri libri, i seminari, i congressi sono tenuti in inglese. E quindi uso soprattutto questa lingua.

  • Quali sono le risposte più innovative che possiamo aspettarci dalla biochimica, oggi, nelle sue applicazioni concrete?

Di regola, la gente si aspetta risposte e applicazioni concrete in ambito medico: e infatti già possiamo fornire indicazioni precise su meccanismi di malattia che possono aprire la porta alla scoperta di interventi curativi, per esempio nella lotta al cancro. Ma ci sono altri campi di ricerca in cui la biochimica offre possibilità enormi di ricadute pratiche: la biochimica delle piante può essere utilizzata nello studio dei pesticidi, nel controllo dei raccolti, eccetera. La biochimica sta facendo progressi enormi e soprattutto progressi rapidi: si scoprono cose nuove ogni giorno, si ampliano orizzonti, scostandosi magari sempre più dalla chimica per avvicinarsi alla biologia, cioè ai processi della vita affrontati con metodiche genetiche, tossicologiche e così via.

  • E a proposito di applicazioni pratiche della scienza, le recenti polemiche sull’ingegneria genetica la vedono ottimista o pessimista, riguardo al senso di responsabilità degli scienziati?

La coscienza collettiva è turbata dal problema etico, filosofico, posto dalle ricerche dell’ingegneria genetica: teme ad esempio che si possano sviluppare ceppi batterici nuovi e non debellabili, e che per dolo o per errore possano diffondersi tra gli uomini; oppure teme la creazione in laboratorio di mostri, o esperimenti su cavie umane. C’è, in questi timori, qualcosa di fantascientifico, un misto di demagogia e ignoranza; il compito più prossimo dell’ingegneria genetica è quello di intervenire su errori esistenti nei geni, e ancora non è pronta a fare ciò. Figuriamoci se si riesce a creare la vita in provetta! Le previsioni su questi punti che si leggono periodicamente nella grande stampa fanno sorridere.

  • È indubbio però che il potere nella mani degli scienziati è enormemente aumentato; sono loro, oggi, i nuovi chierici? A loro è demandata l’interpretazione critica del reale, e magari anche la proposta di interventi correttivi? In altre parole, sono gli scienziati a guidare le regole del gioco oggi, o sono “guidati”?

Ci sono senz’altro scienziati “guidati”, che lavorano al servizio di grandi industrie, o di potenze militari. Il pericolo più diffuso è tuttavia un altro: quello cioè che l’uomo di scienza sia talmente affascinato dalla propria ricerca da non occuparsi di ciò che ne deriva, che insomma “veda i rami ma non la foresta”, e si chiuda nella classica torre d’avorio. C’è forse un peccato di presunzione, o di orgoglio, insito nell’animo umano: ed è quello di voler a tutti i costi aumentare la conoscenza, raggiungendo sempre nuovi obiettivi, ma disinteressandosi delle finalità ultime, della motivazione della propria ricerca. Fare lo scienziato “puro” è quindi cosa rischiosa ma sempre meno di quanto non sia fare lo scienziato “manager”, affarista; in questo senso anche la biochimica si è “corrotta”, e molti uomini di studio sono attirati dal miraggio di guadagni facili. Non vedo nulla di male nel collaborare con l’industria, ad esempio con la grande industria farmaceutica, per risolvere problemi di mutuo interesse, anzi. Vedo però molto di male, molto di corrompente, nell’adattare i propri piani di lavoro alle domande industriali, nel decidere il tipo di ricerca che si fa, in base alle domande dell’industria. Domande che ovviamente hanno una contropartita per il ricercatore che vi si adatta. Il punto di incontro deve essere diverso, e cioè basato sull’avanzamento della conoscenza, senza condizionamenti da parte del ricercatore universitario e sull’uso di questo avanzamento da parte di chi si rivolge alle applicazioni pratiche. Che queste poi siano fonte di guadagno mi pare del tutto normale.

  • So dei suoi vasti interessi letterari, della sua conoscenza non superficiale del mondo dell’arte. Esistono ancora, secondo lei, “le due culture”? Capita spesso di conoscere umanisti interessati alla scienza e viceversa?

Le due culture esistono, eccome, e questa è un po’ la maledizione che incombe sulla cultura italiana dai tempi di Croce, la convinzione cioè che per essere colto non sia necessario conoscere il significato della parola neutrino o quale sia il principio di Pauli, mentre è fondamentale conoscere Montale. Io ritengo invece, con buona pace di don Benedetto, che nel XX secolo anche la scienza si debba considerare parte essenziale della cultura che nobilita l’uomo. Mi addolora il fatto che quando si parla di “fuga dei cervelli” dall’Italia, non si dia abbastanza peso all’enorme perdita che il nostro paese ha subito con la partenza di schiere di specialisti di scienza del calibro di Dulbecco o di Luria, di Segre, o di Rossetti, mentre si scatena un pandemonio per commentare l’annunciato (solo annunciato, naturalmente) esilio di storici o peggio di tuttologi di cui noi abbiamo ben poco bisogno. Certo, il linguaggio della scienza è un linguaggio difficile, che scoraggia chi non vi è preparato: ma anche gli altri linguaggi specifici (quello della musica come quello della poesia) non sono facili, eppure molti riescono a spacciarsi per intenditori, magari barando; invece nella scienza non si può barare: o uno sa o non sa. Nessuno può improvvisarsi esperto, e ciò scoraggia i mistificatori, i parolai.

  • Lei fa la spola tra diverse università: USA, Svizzera, Giappone, Italia. Quali le sembrano le differenze sostanziali tra i vari metodi di ricerca? Come giudica la preparazione scolastica dei giovani universitari di questi paesi? Davvero l’Italia è tanto indietro nella preparazione scientifica dei suoi studenti?

Sono paesi molto diversi per tradizione culturale e per organizzazione sociale; direi poi che il Giappone costituisce una realtà a sé, non confrontabile con quelle occidentali. E’ un paese oggi all’avanguardia nel lavoro scientifico, soprattutto nel mio campo di studi, ed è sostenuto da un’etica professionale rigorosa, che lo imparenta un po’ alla Svizzera, ma forse ancora più esasperata che qui. Negli Stati Uniti si assiste a un fenomeno preoccupante e di tendenza opposta: per più di un decennio ormai le amministrazioni di governo hanno demotivato i giovani brillanti intenzionati ad abbracciare la carriera scientifica. Di fatto, questo paese sta perdendo il ruolo faro della ricerca mondiale, anzi negli ultimi anni, con il taglio ai fondi per l’università, la situazione è notevolmente peggiorata, e finirà per aggravarsi ulteriormente alle soglie del duemila; al punto che noi europei abbiamo concrete possibilità di superare i nostri maestri. La Svizzera è un paese ben organizzato, che dà condizioni di lavoro ottimali e sfrutta qualsiasi possibilità di migliorare il suo livello scientifico, per esempio servendosi anche di ricercatori stranieri o affidando i vertici della sue università a docenti non svizzeri: quale sia l’apporto originario svizzero a questa rosea situazione scientifica è difficile dire, perché appunto ricorre molto spesso a persone che sono state preparate altrove. Non bisogna sottovalutare però il materiale umano su cui noi possiamo lavorare al Politecnico: gli studenti, che al Politecnico di Zurigo sono eccezionali, molto ben preparati, anche perché la selezione – drastica e traumatizzante per i ragazzi – si fa a monte, e all’università arrivano effettivamente solo i migliori. In Italia, invece, è tutto molto diverso: c’è dell’ottimo materiale umano, sia tra i docenti sia tra gli studenti, un enorme entusiasmo, direi quasi un’eccitazione per ogni “avventura” scientifica. Però nei ragazzi trovo delle lacune culturali spaventose, frutto della demagogia e dell’approssimazione che sono state la regola nella nostra università da circa un ventennio. Il ’68 è stata un’esperienza importante, una grossa ventata di aria fresca che ha spazzato via l’accademismo feudale in cui ci dibattevamo, ma ha segnato anche l’inizio di uno sfascio a cui le forze politiche e culturali non hanno saputo porre rimedio. Temo che per lungo tempo si sia voluto tentare di cavalcare la tigre, e i nodi, come d’altronde era ovvio prevedere, ora arrivano puntualmente al pettine. Un grosso problema consiste nella struttura dell’università, che garantisce un posto a vita a ricercatori poco più che adolescenti che avrebbero assoluto bisogno di frequentare ambienti di lavoro diversi, anche e soprattutto all’estero, per imparare e per sprovincializzarsi. Si blocca così qualsiasi avvicendamento, ma anche ogni possibilità di premiare i meritevoli. E’ un malinteso senso di democrazia, quello che vuole assicurare il “nulla” a tutti. Purtroppo, per parafrasare Gobetti, “l’università è l’autobiografia di una nazione”, rispecchia bene i problemi che l’Italia ha laddove vince l’ottusità burocratica, il malcostume politico, la chiacchiera vuota. Ci sono alcune isole che si salvano, delle facoltà in cui si lavora e si produce, ma grazie al sacrificio personale e culturale dei professori che sono rimasti, e di cui ho il più grande rispetto. Mi è difficile non pensare per loro al tempo degli amanuensi.

  • Lei è anche membro del Consiglio Direttivo del Liceo Artistico Italo-Svizzero di Zurigo. Cosa pensa di questa iniziativa?

Raggiungerà senz’altro il suo obiettivo di fornire uno sbocco ai ragazzi svizzeri e agli italiani che vivono qui, spesso ingiustamente penalizzati da questo sistema scolastico che nella selezione è crudele e usa troppa poca elasticità. Avrebbe potuto essere, questo Liceo, qualcosa in più: aprirsi anche agli italiani che risiedono in Italia e costituire un momento d’incontro tra due culture diverse e complementari. Indipendentemente da ciò, è fondamentale il fatto che una istituzione svizzera si serva di personale italiano per fornire un servizio culturale ai suoi cittadini: questa è una novità che speriamo tutti gravida di implicazioni e suggerimenti per il futuro.

«Agorà»» (Svizzera), 17 gennaio 1990

CASELLI

SEI DOMANDE A ROBERTO CASELLI

Sei domande a Roberto Caselli

Roberto Caselli è giornalista, critico musicale e voce storica di Radio Popolare, ha al suo attivo lunghe collaborazioni con quotidiani, giornali specializzati, enciclopedie e siti web. È stato direttore della rivista Hi Folks! e del mensile musicale Jam. Tra i suoi numerosi libri che spaziano tra rock, blues e musica d’autore si ricordano il saggio Hallelujah (Arcana 2014) sui testi commentati di Leonard Cohen, La storia del blues (Hoepli 2015), Jim Morrison (Hoepli 2016), Storia della canzone italiana (Hoepli 2018), La storia del rock in Italia (Hoepli 2019).

Qual è stato il percorso di studi e professionale che ti ha portato a essere uno dei più stimati e seguiti critici musicali italiani?


Apparentemente una laurea in Scienze Biologiche c’entra poco o niente con il percorso musicale che ho poi seguito ma in realtà a unirli c’è un sottile filo rosso esistenziale: la necessità di allargare la conoscenza su quel poco che si conosce della vita.
Da ragazzo pensavo che la scienza, con la sua apparente oggettività, potesse aiutare a risolvere tutti i miei dubbi, ma presto ho realizzato che non sarei mai riuscito a superare una certa soglia di comprensione e così ho virato con più convinzione sul percorso parallelo della letteratura e della poesia. Ho poi scoperto che poesia e canzone avevano origini comuni, anzi che all’inizio erano proprio la stessa cosa e ho proseguito in quella direzione. Certo, dire oggi che canzone e poesia si compenetrano è forse presuntuoso, ma aldilà della diffusa banalità, che tuttavia si riscontra in qualsiasi ambito, è vero che la canzone può fare pensare. Visto che la poesia la leggono ormai in pochi, la canzone d’autore potrebbe avere qualche chance: è una sintesi di pensiero interessante e nello stesso tempo un veicolo di comunicazione straordinario. Ecco, ho pensato che un pensiero originale espresso da una melodia che intriga fosse un bel percorso da seguire per ragionare sulla vita e così è cominciata una lunga avventura che dura ancora oggi. Ho iniziato a occuparmi professionalmente di musica con l’avvento delle radio libere e poi ho proseguito con quotidiani come Il Manifesto e l’Unità per arrivare infine alle fanzine di settore e alla scrittura di libri monografici e di genere.

 

Ti sei occupato di blues e rock in due importanti volumi pubblicati da Hoepli. Quali sono i tre artisti che ritieni più rappresentativi nei rispettivi due generi musicali?


Difficile fare una sintesi così estrema, ma per il rock direi Bob Dylan, il grande indagatore di tutti gli aspetti più significativi della vita (amore, società, esistenza, utopia) con una scrittura non convenzionale, spesso onirica, talvolta surreale, poi direi Leonard Cohen per la sua meravigliosa vena intimista in cui cozzano costantemente aspetti antitetici come la mistica e la passione che riescono tuttavia a trovare, nel suo Hallelujah, un’impensabile compenetrazione, e infine i Rolling Stones che hanno saputo coniugare nello stesso suono originale il rock con il blues e rappresentare la trasgressione per eccellenza che unisce l’eros al demonio. La “simpathy for the devil” che cantano in una loro celebre canzone 

è in realtà un patto col diavolo che permette, a settantacinque anni suonati, di continuare a salire sul palco senza essere patetici.
Per il blues direi senz’altro Robert Johnson per il suo essere artista maledetto ante litteram, il primo del famigerato “Club 27” cioè delle rock star morte a ventisette anni (Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones, Jim Morrison, fino a arrivare a Kurt Cobain e Amy Winehouse). Johnson ha vissuto il suo tempo e la sua condizione con sregolatezza e fretta di vivere esagerati, riassunti in ventinove blues per narrare di amore, sesso e superstizione, tre argomenti che debitamente elaborati sarebbero diventati gli elementi chiave del repertorio rock successivo. Muddy Waters non ha minore importanza per avere introdotto il blues elettrico e avere creato con la sua band un sound ancora oggi identificabile come il blues di Chicago e infine B.B. King per avere codificato quel suono inconfondibilmente puro e nello stesso tempo lacerante, amato e copiato da musicisti di mezzo mondo.

 

Hai recentemente pubblicato un corposo volume sulla storia della canzone italiana degli ultimi settant’anni. Analizzando gli sviluppi della canzone, possiamo comprendere meglio anche l’evoluzione dei costumi e delle ideologie del nostro Paese?


Non c’è alcun dubbio, anzi il taglio che ho voluto dare al libro è stato proprio questo. La canzone è spesso considerata una forma d’arte minore, ma non si può negare che, nei migliori casi, abbia in sé una capacità di sintesi immediata che ha pochi eguali. Naturale quindi possa anche

fungere da veicolo di trasmissione di nuove idee e bisogni capaci di mettere in discussione il vecchio e desueto modo di pensare.
Se si considera una canzone degli anni ’30 si può fare una seria analisi del suo linguaggio e della musica che lo accompagna e accorgersi che era perfettamente coerente con l’etica vigente del tempo, assolutamente non più proponibile oggi. I sentimenti sono sempre gli stessi, ma sono vissuti in modo molto diverso in funzione del momento storico e di costume che regola la società. Per trattare di epoche più vicine a noi basta pensare a quanto ha influito la musica beat nel cambiamento del costume giovanile. Capelli lunghi, minigonne, camice floreali sono elementi apparentemente poco importanti, ma in realtà sono un preciso sintomo dell’urgenza con cui i giovani di quel periodo attendevano un cambiamento. Più che i testi sacri del socialismo, credo siano stati certi modelli di libertà raccontati dalle canzoni a promuovere un primo cambiamento che ha poi portato al Sessantotto. Per dirla tutta, a diciotto anni mi ha certamente più influenzato Bob Dylan che Gramsci.

 

Quali sono e sono stati secondo te gli autori e gli interpreti più originali nella creazione di un proprio stile e di una tendenza condivisa, e verso quali voci nuove riponi maggiori aspettative?


Credo che i due generi che hanno raccolto un maggior seguito per almeno trent’anni siano stati il cantautorato e il rock, due filoni che inizialmente erano poco comunicanti tra loro. Fino alla fine degli anni Settanta solo De André aveva avuto l’intuizione di legare la sua opera alla musica di un gruppo rock. Il suo sodalizio con i New Trolls permise la nascita di quel piccolo capolavoro che fu Senza orario senza bandiera, in cui figurano molte canzoni che erano in realtà poesie scritte da Riccardo Mannerini e solo aggiustate da Fabrizio. I primi cantautori erano molto attenti ai testi che scrivevano e abbastanza indifferenti alla musica con cui si accompagnavano. Bastava una chitarra che tenesse il tempo ed era più che sufficiente.
Al contrario i musicisti rock degli inizi erano molto concentrati sulla musica lasciando ai testi una pura funzione riempitiva. Col tempo si è capito che i due aspetti potevano parlarsi tra loro per concepire canzoni migliori. È stato ancora De André a sperimentare il grande salto e ad affidare alla Premiata Forneria Marconi il compito di rivisitare in chiave rock il suo repertorio. De André anche per il seguito di epigoni che ha avuto è stato certamente, insieme a Francesco Guccini, il mentore di un’intera generazione impegnata. Non si possono tuttavia dimenticare tra i cantautori storici Luigi Tenco, Paolo Conte, Francesco De Gregori, Ivano Fossati e Gino Paoli che ha dato il via alla stagione. Tra le nuove generazioni mi piace Brunori Sas anche se ormai non è proprio quel che si dice un ragazzino.

 

Ritieni ci siano oggi interpreti italiani che possano ambire a un riconoscimento a livello internazionale? In che considerazione tieni l’attuale produzione nazionale di musica rap?


Un conto è considerare le voci, un altro lo spessore di quello che si canta. Le belle voci non mancano di certo, un po’ più difficile è trovare repertori importanti. Jovanotti ha avuto una bella evoluzione e le sue canzoni sono spesso interessanti, ma sul piano internazionale non ha avuto la stessa fortuna di Ramazzotti o della Pausini che sono delle autentiche pop star, con tutto quello che si può dire di bene e di male a riguardo. Per emergere nel mercato anglofono e quindi mondiale devi avere alle spalle una casa discografica che ci crede e ti spinga con determinazione, ma questo, qui da noi, succede solo per la musica pop.
Per quel che riguarda il rap credo, invece, che sia l’unica espressione giovanile che abbia qualcosa da dire. È un genere che si è evoluto in mille direzioni con influenze multiple che punta comunque sempre molto sul testo. È ormai fuori da ogni regolamentazione perché la maggior parte dei musicisti che lo interpreta si auto-produce e proprio per questo può permettersi di essere uno dei potenziali esempi di critica sociale più efficaci.

 

La tua lunga collaborazione a Radio Popolare ha avuto anche un peso nella formazione di una coscienza civile e politica, oltreché di gusti culturali, degli ascoltatori. Com’è cambiato il pubblico di chi segue i tuoi programmi, e come sono cambiati anche indirizzi e finalità dei tuoi programmi stessi?

Diciamo che trasmettendo per Radio Popolare, che è un’emittente schierata, sono seguito da un pubblico che ha già in potenza una coscienza civile e politica ben definita con cui è facile dialogare e fare delle proposte musicali di un certo tipo. In questi tanti anni di collaborazione ho trasmesso un po’ di tutto privilegiando naturalmente le mie passioni e cioè il blues, il rock e la canzone d’autore, costruendo monografie e ambientazioni musicali che tenessero sempre presenti i contesti sociali in cui si sono sviluppati e si sono evoluti. Sono stati proprio questi programmi, in cui spesso dialogavo con ospiti importanti della scena musicale, che mi hanno permesso di archiviare materiale di prima mano che poi è servito a scrivere i miei libri. Capita spesso di fare anche semplici conduzioni generiche nelle quali si può spaziare attraverso vari mondi musicali e trasmettere belle canzoni pop che sono comunque gradite anche da un pubblico impegnato. La canzone è momento di riflessione, ma è anche gioia espressiva e quando c’è una melodia accattivante è un piacere ascoltarla.

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 28 gennaio 2020

 

 

CATI

ANDREA CATI, FONDATORE DI INTERNO POESIA

Intervista ad Andrea Cati, fondatore di Interno Poesia

 

  • Brevemente, ci puoi indicare il percorso di studi e gli interessi culturali che ti hanno portato a occuparti di poesia?

L’incontro con la poesia è avvenuto durante l’università: nel 2005 mi iscrissi al corso di laurea triennale in Filosofia ad indirizzo estetico, presso l’Università di Bologna. Avevo un’idea, molto confusa, sull’importanza dello studio della filosofia per la vita di tutti i giorni e trovavo le letture dei testi poetici vicini ad un’altra mia passione adolescenziale: la musica.

  • Quando è nato il blog Interno Poesia, con quali collaboratori e soprattutto con quali finalità?

Il blog Interno Poesia è nato ad aprile 2014 a Bologna. A distanza di pochi mesi dalla nascita del blog ho chiesto ad alcuni amici poeti che stimavo di aiutarmi nella scelta dei testi da pubblicare quotidianamente, offrendo la possibilità di avere sul sito uno spazio settimanale dedicato alla pubblicazione di un testo edito o inedito di propria composizione. Sono allora arrivati subito Valerio Grutt, Franca Mancinelli e Giovanna Rosadini. Nel corso del tempo si sono aggiunti altri collaboratori, poeti, critici letterari e traduttori, con gli ultimi arrivati in ordine di tempo, come Andrea Sirotti e Giorgia Sensi, entrambi professionisti dell’editoria di poesia anglofona. Più che finalità Interno Poesia ha avuto sempre una tendenza: selezionare poeti editi e inediti, italiani e stranieri, contemporanei e del passato, seguendo il gusto personale di ogni membro della redazione, in totale indipendenza, con la sola voglia di offrire quello che per noi è degno di essere letto.

  • Che genere di poesia vi proponete di far conoscere e di diffondere con la vostra attività online e a quale pubblico di lettori vi rivolgete?

Interno Poesia (blog e casa editrice) è un progetto di divulgazione e promozione della poesia; è un progetto attento alla cultura pop, ma anche alle sperimentazioni linguistiche più ardite; è un progetto generalista, che ha il desiderio di guardare a tutto il mondo della poesia, che vuole scoprire le molteplici polifonie linguistiche, estetiche e mediatiche che vivono o hanno vissuto intorno alla poesia. Per fare un esempio: abbiamo ospitato e continueremo a farlo, poeti agli antipodi come Adriano Spatola e Rupi Kaur.

  • In che modo, con quali prospettive di successo e riscontrando quante difficoltà la redazione di Interno Poesia ha assunto l’iniziativa di fondare una casa editrice? Quali autori avete proposto finora e qual è il vostro volume che ha riscontrato più consenso, sia di critica sia di vendite?

La casa editrice Interno Poesia è nata a settembre 2016, due anni dopo la nascita del blog. Nel corso dell’attività di blogger avevo riscontrato un continuo e crescente interesse verso la nostra attività giornaliera, tanto da farmi credere che un altro passo era possibile compierlo, realizzando il mio desiderio di aprire una vera e propria attività editoriale. Le prospettive e le difficoltà erano e sono le speranze e le paure, i dati positivi e le fragilità strutturali di un mondo, quale è quello della poesia, piccolo, ma molto attivo e in continuo fermento, in cui la gioia di scoprire un nuovo autore si scontra con la difficoltà di trovare una platea di lettori disponibile a leggere e acquistare i libri pubblicati. Fino ad oggi, però, i risultati sono stati confortanti e di crescita costante, tanto che a partire da novembre 2018 Interno Poesia è entrata nella distribuzione di Messaggerie Libri, il principale player per la distribuzione organizzata di libri in Italia. I tre libri che hanno ottenuto maggiori risconti in termini di consenso e di vendite sono “Mia vita cara” di Antonia Pozzi (2019), “Coppie minime” di Giulia Martini (2018), “Salutarsi dagli aerei” di Alessandro Burbank (2018).

  • In che maniera pubblicizzate i vostri prodotti: festival, letture, fiere del libro, stampa, internet? Credi ci sia spazio per un’affermazione maggiore del mercato editoriale che si occupa di poesia?

Credo che la pubblicità, anche nella piccola realtà editoriale della poesia, conti tanto. Da quando siamo nati come casa editrice le attività promozionali sono state sempre molteplici: inizialmente facevamo il crowdfunding dei libri in corso di pubblicazione, ormai da più di un anno facciamo solo la prevendita dei volumi che stiamo per pubblicare e ciò rappresenta il primo, essenziale, momento di promozione intorno all’opera che verrà pubblicata. Un altro fattore importante è l’organizzazione di presentazioni del libro e la partecipazione a fiere di settore: quest’anno siamo stati con un nostro stand a Book Pride Milano e al Salone del Libro di Torino, conseguendo, in entrambi i casi, buoni riscontri in termini di pubblico e di vendite. Sono altresì essenziali attività di ufficio stampa con invio del volume alle redazioni delle principali testate nazionali e alle riviste specializzate.

Difficile invece rispondere alla seconda domanda: occorre capire bene di quale poesia si sta parlando quando si fa riferimento ad una maggiore affermazione nel mercato editoriale. In termini generali credo che i lettori di poesia aumenteranno nel corso del tempo, non so però se gli stessi lettori leggeranno la cosiddetta poesia “alta”.

  • Tu stesso sei autore. Quali sono i tuoi scrittori e poeti di riferimento?

I miei poeti di riferimento, dai tempi dell’università, sono più o meno definiti: Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, tra i contemporanei Milo De Angelis e Valerio Magrelli; tra gli stranieri Osip Mandel’štam, Adam Zagajewski, Iosif Brodskij. Il mio scrittore preferito e più letto è Philip Roth. Ma le principali letture sono nella filosofia e nella saggistica: leggevo e leggo ancora Friedrich Nietzsche, seguo con attenzione (come potrei farne a meno) Roberto Calasso.

 

https://www.sololibri.net/Intervista-Andrea-Cati-Interno-Poesia.html        6 giugno 2019

© Riproduzione riservata

 

 

 

CIAPPI


SILVIO CIAPPI, CONIUGARE PSICHIATRIA E SCRITTURA

Intervista a Silvio Ciappi, scrittore, criminologo e psicoterapeuta

Criminologo, psicoterapeuta e scrittore di romanzi noir (“Il Missionario” e “L’uomo dei lupi”), Silvio Ciappi si è occupato di reati violenti, di psichiatria e psicopatologia forense, di psicologia clinica e giuridica, di sociologia della devianza e di tematiche legate alla prevenzione dei delitti e alla sicurezza. Ha svolto missioni internazionali in America latina, Africa ed Asia in tema di prevenzione della criminalità, politiche sociali e valutazione dei sistemi giudiziari per conto della Commissione Europea e di altre istituzioni e centri di ricerca italiani e stranieri, occupandosi di narcotraffico, terrorismo internazionale, politica criminale.

  • Assegna più valore alla scrittura intesa come scavo interiore, denuncia o testimonianza?

Per me è essenzialmente, lavoro archeologico, scavo, paziente opera di rinvenimento e ricostruzione. Anche se scrivere può servire a denunciare, mettere per l’appunto nero su bianco. Le parole sono degli scrigni attraverso i quali diamo ordine al nostro mondo. Ecco perché mi piacciono le parole antiche, il gioco degli etimi possibili, i significati che si annidano dentro la semplicità del dire. La parola poetica, la parola proferita in analisi racchiude in sé una dimensione semantica enorme, racchiude significati che vanno oltre il soggetto che li enuncia e quello che li ascolta. Sono parole dotate di vita propria che però spesso vengono offuscate dalla vita. Anche il mio lavoro di psicoterapeuta è collegato alla parola: è un lavoro fatto di parole, di significati, spesso non accessibili, che si annidano dentro le parole dette e soprattutto quelle non dette, perché dolorose, antiche. Sono convinto che noi siamo un colloquio e che costruiamo la nostra trama incessantemente e che la nostra abilità stia nel riaccordare un senso nuovo alle parole oscure del nostro testo, ai capitoli bui della nostra esistenza. Se riusciamo a risemantizzare l’ignoto, a dare un senso alle cose, siamo già fuori dalla tempesta.

  • Quali narratori, poeti e filosofi l’hanno maggiormente illuminata nel suo percorso intellettuale ed etico?

È difficile scegliere. Ho sempre letto un po’ di tutto sin dai tempi del liceo, ma è più o meno dagli ultimi dieci anni che faccio della scrittura un campo d’elezione per mettere nero su bianco, nella forma più semplice possibile, alcuni concetti. In fondo scrivere dei saggi non è difficile, è molto più arduo mettere dei concetti, talvolta difficilissimi, in parole semplici che arrivino alla testa ma soprattutto al cuore di tutti. Riguardo le persone che maggiormente mi hanno illuminato faccio alcuni nomi scegliendo da una rosa abbastanza nutrita di autori sia classici che moderni: Céline, Marquez, Eliot, Montale, Nietzsche. Ai quali aggiungerei tutti i tragici greci: è da lì che riparto e approdo.

  • Rilke scriveva che “l’unico viaggio è quello interiore”. La sua spinta a viaggiare, cercando sempre nuovi orizzonti, da cosa è dettata? Inquietudine, curiosità, senso dell’avventura, esigenze professionali, volontà di mettersi in discussione, desiderio di incontrare l’altro? E qual è il suo rapporto con il paesaggio?

Beh, c’è un po’ di tutto questo, l’importante è partire con un bagaglio leggero senza portarti dietro il tuo mondo. Ho sempre viaggiato molto, dall’America latina, all’Africa e all’Asia, l’ho fatto per diletto, per lavoro, per cercare me stesso, per curiosità, perché l’infinita sensazione di viaggiare è un assaggio di immortalità. Per un attimo in alcuni luoghi ti pare di essere tu solo, al centro del mondo, sradicato dalla tua patria ma radicato in altre dimensioni. Viaggiare non significa solamente spostarsi di latitudine, significa esser disposti ad incontrare l’altro e lo puoi fare anche a un metro da casa tua. Viaggiare è una condizione esistenziale. Faccio mie le parole di Claudio Magris: “Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra”. La dimensione del viaggio ritorna anche nella mia professione: comprendere l’altro significa riuscire ad entrare nella testa e nel cuore di una città sconosciuta e riesci a farlo tanto più bene quanto più parti leggero, senza troppe teorie o precostruzioni. Tornando a Rilke, verrebbe da dire non si vede ciò che si vede ma ciò che si è. Ed è così. Almeno per me. Da sempre.

  • La sua vicinanza agli ultimi è motivata da una scelta ideologica o piuttosto da una sensibilità particolare nei riguardi di chi è socialmente svantaggiato? Disagio mentale e disagio ambientale sono determinati più da un’eccessiva adesione alle aspettative altrui o da una mancanza di immersione nel mondo?

Credo che al fondo ci sia la sensibilità nel calarsi nell’Altro. Chi fa il mio mestiere deve essere disposto ad autosacrificarsi e ad accettare il fatto di comprendere piuttosto che di essere compreso. È una sensibilità che deriva spesso da situazioni personali che ci spingono a ricercare una responsabilità eccessiva per il benessere di un’altra persona, trascurando spesso noi stessi. Per quanto riguarda il disagio o la sofferenza credo che questa si determini spesso quando perdiamo la dimensione dell’altro. La sofferenza è un dialogo interrotto con il mondo. È quando il mondo lì davanti non ci invita più a farne parte, quando pensiamo che tra noi e le cose esista un abisso incolmabile. Se recuperiamo un rapporto con gli altri riusciamo ad alleviare il dolore e nel mio lavoro è spesso il rapporto con l’analista a costituire il primo banco di prova. Se restituiamo dignità al mondo e agli altri, se riusciamo a perdonare e a chiedere aiuto, siamo già fuori dal guado.

  • Chiesa e scienza medica sono istituzioni oggi particolarmente contestate. Come si pone, professionalmente e umanamente, rispetto ad esse?

Ho della fede una concezione privata, intimistica, che ha molto a che fare con la dimensione della spiritualità. Nel mio ultimo libro “L’uomo che non voleva morire”, ho cercato di delineare quello che per me è un possibile percorso spirituale scevro da ogni implicazione teologica o religiosa in senso lato. Il mio Gesù è un uomo che lotta fino in fondo per non morire come uomo, è un giovane adulto di Galilea che crede fino all’ultimo che si possano cambiare le carte in tavola, che sia possibile cambiare. Per quanto riguarda la scienza, essa ci dà informazioni sul mondo, ma non ci dirà mai come governarlo.

  • Religione, scienza, arte: quale di queste tre àncore ritiene possa offrire maggiore speranza di salvezza alla società contemporanea?

Bella domanda. In linea generale credo alla fine dei conti sia l’arte a darci ancora una speranza ovverosia a regalarci lo stupore nei confronti del mondo; l’arte è una parola che contiene nel suo etimo, l’idea del movimento, dell’uomo che si crea e si reinventa davanti ai prodigi della natura e del tempo. Compito dell’arte è farci stupire e riuscire a farci vedere il mondo come se non lo avessimo mai visto prima. Arte significa ri-innamorarsi del mondo e in questo senso anche la vita stessa diviene arte, anche innamorarsi è un gesto artistico, così come produrre cose, libri, musiche, tele. L’arte ci permette un legame di senso col mondo, primordiale, un rapporto mistico, emotivo, poi da qui la cultura, la religione, la scienza ovverosia i saperi più codificati. Ma l’arte o, meglio, l’arte dello stupore è ciò che ci può salvare.

 

© Riproduzione riservata SoloLibri.net;     30 marzo 2017

CONOCI

GIUSEPPE CONOCI, FONDATORE DELLA CASA EDITRICE ANIMA MUNDI

 

 

DE ALBERTI

ANDREA DE ALBERTI, POETA

Andrea De Alberti è nato nel 1974 a Pavia dove vive e opera. Suoi testi sono presenti nell’Ottavo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, e in Nuovi poeti italiani. Del 2007 è la raccolta “Solo buone notizie” per Interlinea; del 2010 “Basta che io non ci sia” per Manni. Ha appena pubblicato con Einaudi il volume di poesie “Dall’interno della specie”.

  • Da quale realtà familiare e ambientale proviene, e in che modo tale realtà ha influenzato le sue scelte culturali?

In casa avevamo l’Enciclopedia Medica per mia madre. L’Enciclopedia del Tennis per mio padre. I Quindici per mia sorella e per me. Sono cresciuto sui Quindici e su molti vinili che ascoltava mio padre. Mia madre era figlia di osti. Mio padre era figlio di agricoltori. Mio nonno faceva il lattaio. Non so se questo abbia influenzato le mie scelte culturali, sicuramente mi ha fornito una prospettiva.

  • Attraverso quali percorsi di studio e di lettura si è avvicinato alla poesia, e quali sono i poeti classici e contemporanei a cui ritiene di essere più debitore?

A scuola ero bravo. Ho fatto il liceo e poi Lettere Moderne all’Università di Pavia. Il mio primo maestro è stato la mia professoressa del biennio al liceo. Leggevamo Gadda, Proust, Musil, Joyce, Satta, Mann e poeti come Montale e Ungaretti. Sono legato a Rilke e Rimbaud per quanto riguarda la mia giovinezza; Sereni, Luzi, Raboni, Baldini per la maturità. Una miscela di reale e surreale.

  • Il suo ultimo libro di versi, “Dall’interno della specie”, pubblicato nella prestigiosa collana bianca di Einaudi, in cosa si differenzia dai tre precedenti, formalmente e nei contenuti?

Ho abbandonato l’io lirico dei primi libri. Ho cominciato a distruggerlo per poi ricostruirlo in maniera celata e mascherata nelle nuove poesie. Ho accelerato anche il mio ritmo interiore, come se il cuore dovesse pompare più sangue in una corsa contro il tempo.

  • Pensa che sia importante, per la poesia, nutrirsi non solo di letteratura, ma radicarsi anche in altri ambiti culturali? Quali sono quelli che lei frequenta con maggiore interesse (musica, cinema, arte figurativa, scienza)?

Penso sia fondamentale. Ogni ambito può essere fonte d’ispirazione. Ogni tipo di altra scrittura. Nei Quindici c’era di tutto: dalla favola alla scienza. Penso siano state le basi della mia formazione. Una curiosità onnivora, le radici che si sono innestate nelle altre radici, quelle delle mie esperienze di vita.

  • Nello scrivere versi, ritiene incidano di più le esperienze esistenziali, con i loro contraccolpi emotivi, o invece la riflessione teorica, l’ideologia, il lavoro sui testi? E in che maniera la sua professione attuale vivifica o appesantisce la sua scrittura?

Nello scrivere versi si cerca sempre di tanare in una pozzanghera di fango e acqua una carpa dorata. Lo fai con le mani. La riflessione teorica e soprattutto il lavoro sui testi viene dopo ed è un duro lavoro. Togli il fango dal pesce e vedi che splende come un’ascia.
Lavorare in un’osteria è un osservatorio ma vedi le stelle quando le luci si spengono.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/intervista-Andrea-De-Alberti.html     20 febbraio 2017

DI CESARE

ELLIOT

Piccoli editori crescono: intervista allo staff di Elliot Edizioni
INTERVISTA ALLO STAFF DI ELLIOT EDIZIONI

 

Nata come piccola casa editrice di progetto dalla rivista Elliot narrazioni e attiva da quasi un decennio, Elliot Edizioni – attualmente parte del gruppo Lit Edizioni – è oggi una realtà quanto mai effervescente della piccola e media editoria italiana, con un catalogo che si arricchisce ogni anno di circa 45 nuovi titoli e una curiosità rivolta non solo al mondo letterario ma anche al panorama artistico italiano e internazionale. Elliot Edizioni distribuisce equamente il suo impegno tra narrativa, saggistica e poesia, con frequenti incursioni nell’universo delle arti visive: oltre alla letteratura, con romanzi tra l’horror e il comico, infatti, numerose sono le graphic novel che portano il suo marchio, con titoli che vanno dal fumetto d’autore a quello ultrapop. Con un progetto editoriale temerario quanto basta per riscoprire grandi voci dimenticate del passato, Elliot Edizioni ha dimostrato tutta l’acutezza del suo fiuto con titoli come il “Metodo antistronzi”, una pubblicazione che, al di là del successo di vendite, rivela chiaramente l’intento divulgativo e il bisogno, mai scontato, di aderire e riflettere sulla realtà contemporanea e sulle sue inquietudini.
Conosciamo meglio il suo staff con questa intervista.

  • Quando e dove è nata la vostra casa editrice, e con quali motivazioni e finalità?

La Elliot è nata a Roma nel 2007, sulle orme dell’omonima rivista. L’idea era di riunire persone con esperienza editoriale in altre case editrici e provare a creare un nuovo progetto di ricerca di talenti del presente e di grandi voci dimenticate.

  • Quante persone collaborano al vostro progetto?

In Elliot lavorano otto persone con vari ruoli (Giulia Caminito, junior editor; Anna Voltaggio, ufficio stampa; Marzia Grillo e Gaia Rispoli, redazione; Irene Pepiciello, ufficio diritti; Chiara De Silvestri, produzione; Francesca Recchia, segreteria editoriale).
La direzione editoriale è affidata a Loretta Santini.
Poi ci sono due curatori di collana (Antonio Debenedetti e Giorgio Manacorda) e collaboratori vari (amici, simpatizzanti, traduttori…), che ci danno suggerimenti, idee, strade da percorrere.

  • Quante collane avete in catalogo? Pubblicate anche e-book?

Abbiamo sette collane di novità in cui rientrano la narrativa contemporanea (Scatti), i classici ritrovati (Raggi), la narrativa italiana del passato (Novecento), la saggistica (Antidoti), la poesia (Poesia, diretta da Giorgio Manacorda), i testi brevi (Lampi), la saggistica d’autore (Maestri, diretta da Antonio Debenedetti) e una collana di economica (Manubri). Per la quasi tutti i nostri libri abbiamo anche il formato eBook.

  • Qual è stato il vostro libro che ha riscosso più successo, di pubblico e di critica?

Quello che ha conciliato di più venduto e critica è “Ragazze di campagna” di Edna O’Brien, tra gli italiani però si sta facendo strada “La teologia del cinghiale” di Gesuino Némus che ha fatto incetta di premi (tra cui il Campiello Opera prima) e sta avendo grande successo tra i lettori.

  • Che tipo di difficoltà incontrate nel diffondere la vostra attività, e cosa vi augurate per il vostro futuro di editori?

La difficoltà maggiore è dovuta alla lenta ma progressiva riduzione dei lettori forti, appartenenti a una fascia sociale (giovani, piccola e media borghesia) in grave crisi dal punto di vista economico. Ci auguriamo che l’Italia possa riacquistare maggiore fiducia e serenità nel futuro, condizione essenziale perché le persone possano tornare a spendere anche in cultura, e non solo in libri.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/intervista-ElliotEdizioni.html        25 settembre 2016