CRISOSTOMIDIS GATTI

PAOLA CRISOSTOMIDIS GATTI, POETESSA E BLOGGER

Paola Crisostomidis Gatti è nata a Messina e ha vissuto in diverse città italiane. Attualmente si divide tra Roma e Firenze. Dopo la Maturità Classica si è laureata in Giurisprudenza, per lavorare poi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È stata premiata in vari concorsi letterari e le sue poesie sono state pubblicate su antologie e riviste. Attualmente cura le rubriche “Si alza il vento” e “Una poesia al giorno” sul blog RMagazine. Nel 2017 ha pubblicato da Giuliano Ladolfi editore Istanti lunghi come coltelli.

 

  • Quando e seguendo quale metodo di studio ti sei avvicinata alla poesia?

Ricordo di aver scritto le prime poesie a dieci anni, frequentavo la quinta elementare a Pisa e avevo già cambiato città sette volte. Mio padre è un generale dell’esercito, ogni anno o al massimo due dovevamo trasferirci e ricominciare. Probabilmente sentivo un malessere da tirare fuori, anche se per molto tempo non ne ho avuto la consapevolezza, pensavo che spostarsi fosse la normalità. Grazie al liceo classico che ho frequentato a Firenze ho potuto approfondire i poeti delle antologie scolastiche e la letteratura greca e latina. Nonostante abbia poi studiato giurisprudenza e lavorato in una struttura del governo, ho cercato di ampliare le mie conoscenze poetiche leggendo soprattutto molta poesia straniera e i poeti “alternativi”, cioè quelli che a partire dagli anni ’70 hanno cominciato a rompere gli schemi classici della poesia.

  • Quali sono i poeti che più hanno influenzato la tua scrittura? E a quale corrente letteraria ti senti più vicina?

Il liceo classico ha sicuramente avuto un’influenza importante sulla mia scrittura, mi ha sempre affascinato l’uso del mito come spiegazione di valori etici e la lettura dei lirici greci per la sintesi perfetta dei versi.
Pavese è stato il regalo più amato durante l’adolescenza, gli anni del liceo sono passati leggendo le sue Poesie del disamore. L’incontro con le poetesse Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Marina Cvetaeva e Alejandra Pizarnik è stato determinante. Donne che hanno sofferto, che la poesia ha aiutato finché il dolore non ha reso la loro vita insopportabile.
Non so a quale corrente letteraria mi sento vicina, probabilmente alla corrente più intimista, come espressione di sentimenti e stati d’animo. Credo molto nella poesia come forma di autocura perché riesce a circoscrivere il proprio stato d’animo, ad accettarlo e a trasformarlo in linguaggio poetico in modo che i sentimenti negativi non facciano più sentire il male di vivere:

“La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che abbiamo nell’anima e di placarlo, la poesia è una catarsi del dolore”. (Antonia Pozzi)

  • Le tue vicende biografiche e l’ambiente culturale in cui sei inserita, che ruolo hanno avuto nella tua produzione letteraria, rispetto ad altri interessi culturali (filosofici, religiosi, politici)?

Sono cresciuta in un ambiente familiare stimolante. Mia madre ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, è una pittrice e proviene da una famiglia dell’alta borghesia calabrese composta prevalentemente da giuristi e letterati che già nel 1700 possedeva una delle più grandi biblioteche del meridione. Mio padre è nato e cresciuto nell’isola di Rodi, in un contesto multietnico e multireligioso, da un padre piemontese e una madre greca. Per questi motivi ho sempre vissuto la cultura come arricchimento morale e la diversità come complemento di crescita. L’avvicinamento alla letteratura e di conseguenza alla poesia è nato grazie alla passione per la lettura sviluppata durante le vacanze estive trascorse dai nonni materni dov avevo accesso a un’ampia scelta di libri.

  • In che modo il lavoro che svolgi come blogger arricchisce anche il tuo scrivere versi?

Sono pochi anni che mi occupo di poesia per il blog RMagazine.it, ma devo dire che questo impegno mi sta dando molte soddisfazioni soprattutto come riscontro all’esterno e come approfondimento di studio personale. La ricerca dei poeti che devo inserire settimanalmente nella mia rubrica “Una poesia al giorno”, mi permette di spaziare all’interno del mondo poetico senza limiti geografici e temporali. Sicuramente ci sono poeti che sento più vicini come impatto emozionale e come stile, ma riesco comunque a mantenere una mia unicità. La cosa più importante che ho capito abbinando il mio lavoro di blogger allo scrivere versi è che per avvicinarsi veramente alla poesia bisogna studiarla in modo approfondito e impegnato.

  • Ci vuoi parlare brevemente del libro che hai pubblicato nel 2017, e di quello che uscirà prossimamente?

Nel 2017 ho pubblicato Istanti lunghi come coltelli presso Giuliano Ladolfi Editore. L’idea del libro è nata in un periodo di grande sofferenza, avevo perso un amore e mio padre a breve distanza, dovevo elaborare due lutti contemporaneamente. La poesia è stata di grande aiuto, è sempre stata una compagna silenziosa, ma non la vivevo in modo costante a causa del mio lavoro. In quel periodo l’ho abbracciata e poi ho continuato a tenermela stretta. Mi ha aiutato a gestire il dolore, ho sempre avuto problemi nel farlo.
La raccolta è divisa in cinque sezioni che, come una storia, attraversano le varie fasi della mia vita passando dal dolore alla rinascita. Credo che il libro sia un incitamento a reagire di fronte alla disperazione. Il titolo, Istanti lunghi come coltelli, rappresenta l’attesa nelle sue forme più intime: l’attesa di un amore, di una carezza che non arriva, l’attesa che i cambiamenti portino il nuovo e allontanino i ricordi maceranti del vecchio. L’attesa soprattutto di una guarigione dal male di vivere. I coltelli invece feriscono, fanno male, come l’attesa.
Prossimamente uscirà la nuova raccolta L’imperfezione della solitudine presso Edizioni Ensemble. Cinque sezioni rappresentate da altrettante figure femminili che all’interno di un cerchio immaginario affrontano il passaggio dall’Unico all’Universale come naturale processo di evoluzione. “La grande solitudine interiore” di Rilke diventa imperfetta nel momento in cui nasce il bisogno dell’altro per sentirsi meno soli. Un bisogno che stravolge l’esistenza e porta a percorrere strade imprevedibilmente diverse. Partenza e ritorno a percorsi solitari come cura e amalgama all’universalità dell’amore.

  • Che futuro prevedi per la diffusione della poesia nel nostro paese? Festival, fiere, performance, letture pubbliche sono utili a incrementare l’interesse dei lettori?

Negli ultimi anni ho notato un interesse maggiore nei confronti della poesia da parte soprattutto dei giovani. Ci sono molti poeti nati tra gli anni ’80 e ’90 che sono dei veri talenti. Penso che ci sia un ritorno alla poesia, al piacere di leggerla e ascoltarla. Anche nelle librerie mi sembra che gli spazi dedicati si stiano allargando e si trovano finalmente molte raccolte di poeti contemporanei. Stanno aumentando i reading e le persone che vanno ad ascoltare i poeti. Grazie ai social, Facebook e Instagram, la poesia viene condivisa e letta. Sono convinta che per avvicinare la gente alla poesia bisogna portarla in giro, farla uscire nelle piazze, far capire che la poesia è come la musica e le altre forme d’arte.

© Riproduzione riservata    6 ottobre 2020

https://www.sololibri.net/Intervista-Crisostomidis-Gatti-Istanti-lunghi-coltelli. html

DE ALBERTI

ANDREA DE ALBERTI, POETA

Andrea De Alberti è nato nel 1974 a Pavia dove vive e opera. Suoi testi sono presenti nell’Ottavo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, e in Nuovi poeti italiani. Del 2007 è la raccolta “Solo buone notizie” per Interlinea; del 2010 “Basta che io non ci sia” per Manni. Ha appena pubblicato con Einaudi il volume di poesie “Dall’interno della specie”.

  • Da quale realtà familiare e ambientale proviene, e in che modo tale realtà ha influenzato le sue scelte culturali?

In casa avevamo l’Enciclopedia Medica per mia madre. L’Enciclopedia del Tennis per mio padre. I Quindici per mia sorella e per me. Sono cresciuto sui Quindici e su molti vinili che ascoltava mio padre. Mia madre era figlia di osti. Mio padre era figlio di agricoltori. Mio nonno faceva il lattaio. Non so se questo abbia influenzato le mie scelte culturali, sicuramente mi ha fornito una prospettiva.

  • Attraverso quali percorsi di studio e di lettura si è avvicinato alla poesia, e quali sono i poeti classici e contemporanei a cui ritiene di essere più debitore?

A scuola ero bravo. Ho fatto il liceo e poi Lettere Moderne all’Università di Pavia. Il mio primo maestro è stato la mia professoressa del biennio al liceo. Leggevamo Gadda, Proust, Musil, Joyce, Satta, Mann e poeti come Montale e Ungaretti. Sono legato a Rilke e Rimbaud per quanto riguarda la mia giovinezza; Sereni, Luzi, Raboni, Baldini per la maturità. Una miscela di reale e surreale.

  • Il suo ultimo libro di versi, “Dall’interno della specie”, pubblicato nella prestigiosa collana bianca di Einaudi, in cosa si differenzia dai tre precedenti, formalmente e nei contenuti?

Ho abbandonato l’io lirico dei primi libri. Ho cominciato a distruggerlo per poi ricostruirlo in maniera celata e mascherata nelle nuove poesie. Ho accelerato anche il mio ritmo interiore, come se il cuore dovesse pompare più sangue in una corsa contro il tempo.

  • Pensa che sia importante, per la poesia, nutrirsi non solo di letteratura, ma radicarsi anche in altri ambiti culturali? Quali sono quelli che lei frequenta con maggiore interesse (musica, cinema, arte figurativa, scienza)?

Penso sia fondamentale. Ogni ambito può essere fonte d’ispirazione. Ogni tipo di altra scrittura. Nei Quindici c’era di tutto: dalla favola alla scienza. Penso siano state le basi della mia formazione. Una curiosità onnivora, le radici che si sono innestate nelle altre radici, quelle delle mie esperienze di vita.

  • Nello scrivere versi, ritiene incidano di più le esperienze esistenziali, con i loro contraccolpi emotivi, o invece la riflessione teorica, l’ideologia, il lavoro sui testi? E in che maniera la sua professione attuale vivifica o appesantisce la sua scrittura?

Nello scrivere versi si cerca sempre di tanare in una pozzanghera di fango e acqua una carpa dorata. Lo fai con le mani. La riflessione teorica e soprattutto il lavoro sui testi viene dopo ed è un duro lavoro. Togli il fango dal pesce e vedi che splende come un’ascia.
Lavorare in un’osteria è un osservatorio ma vedi le stelle quando le luci si spengono.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/intervista-Andrea-De-Alberti.html     20 febbraio 2017

DI CESARE

ELLIOT

Piccoli editori crescono: intervista allo staff di Elliot Edizioni
INTERVISTA ALLO STAFF DI ELLIOT EDIZIONI

 

Nata come piccola casa editrice di progetto dalla rivista Elliot narrazioni e attiva da quasi un decennio, Elliot Edizioni – attualmente parte del gruppo Lit Edizioni – è oggi una realtà quanto mai effervescente della piccola e media editoria italiana, con un catalogo che si arricchisce ogni anno di circa 45 nuovi titoli e una curiosità rivolta non solo al mondo letterario ma anche al panorama artistico italiano e internazionale. Elliot Edizioni distribuisce equamente il suo impegno tra narrativa, saggistica e poesia, con frequenti incursioni nell’universo delle arti visive: oltre alla letteratura, con romanzi tra l’horror e il comico, infatti, numerose sono le graphic novel che portano il suo marchio, con titoli che vanno dal fumetto d’autore a quello ultrapop. Con un progetto editoriale temerario quanto basta per riscoprire grandi voci dimenticate del passato, Elliot Edizioni ha dimostrato tutta l’acutezza del suo fiuto con titoli come il “Metodo antistronzi”, una pubblicazione che, al di là del successo di vendite, rivela chiaramente l’intento divulgativo e il bisogno, mai scontato, di aderire e riflettere sulla realtà contemporanea e sulle sue inquietudini.
Conosciamo meglio il suo staff con questa intervista.

  • Quando e dove è nata la vostra casa editrice, e con quali motivazioni e finalità?

La Elliot è nata a Roma nel 2007, sulle orme dell’omonima rivista. L’idea era di riunire persone con esperienza editoriale in altre case editrici e provare a creare un nuovo progetto di ricerca di talenti del presente e di grandi voci dimenticate.

  • Quante persone collaborano al vostro progetto?

In Elliot lavorano otto persone con vari ruoli (Giulia Caminito, junior editor; Anna Voltaggio, ufficio stampa; Marzia Grillo e Gaia Rispoli, redazione; Irene Pepiciello, ufficio diritti; Chiara De Silvestri, produzione; Francesca Recchia, segreteria editoriale).
La direzione editoriale è affidata a Loretta Santini.
Poi ci sono due curatori di collana (Antonio Debenedetti e Giorgio Manacorda) e collaboratori vari (amici, simpatizzanti, traduttori…), che ci danno suggerimenti, idee, strade da percorrere.

  • Quante collane avete in catalogo? Pubblicate anche e-book?

Abbiamo sette collane di novità in cui rientrano la narrativa contemporanea (Scatti), i classici ritrovati (Raggi), la narrativa italiana del passato (Novecento), la saggistica (Antidoti), la poesia (Poesia, diretta da Giorgio Manacorda), i testi brevi (Lampi), la saggistica d’autore (Maestri, diretta da Antonio Debenedetti) e una collana di economica (Manubri). Per la quasi tutti i nostri libri abbiamo anche il formato eBook.

  • Qual è stato il vostro libro che ha riscosso più successo, di pubblico e di critica?

Quello che ha conciliato di più venduto e critica è “Ragazze di campagna” di Edna O’Brien, tra gli italiani però si sta facendo strada “La teologia del cinghiale” di Gesuino Némus che ha fatto incetta di premi (tra cui il Campiello Opera prima) e sta avendo grande successo tra i lettori.

  • Che tipo di difficoltà incontrate nel diffondere la vostra attività, e cosa vi augurate per il vostro futuro di editori?

La difficoltà maggiore è dovuta alla lenta ma progressiva riduzione dei lettori forti, appartenenti a una fascia sociale (giovani, piccola e media borghesia) in grave crisi dal punto di vista economico. Ci auguriamo che l’Italia possa riacquistare maggiore fiducia e serenità nel futuro, condizione essenziale perché le persone possano tornare a spendere anche in cultura, e non solo in libri.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/intervista-ElliotEdizioni.html        25 settembre 2016

FAZIO

RAFFAELA FAZIO, TRADUTTRICE E POETESSA

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, risiede e lavora a Roma come traduttrice, dopo aver vissuto in vari paesi europei. Laureata in lingue e politiche europee (Grenoble) e specializzata in interpretariato (Ginevra), ha poi conseguito un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali (Roma), interessandosi in particolare all’iconografia cristiana. È autrice di vari libri di poesia, tra cui: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015), canzoniere amoroso; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017), rivisitazione della mitologia classica al femminile; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018), scansione del tempo interiore; Midbar (Raffaelli Editore, 2019), rilettura di racconti e archetipi biblici; Tropaion (Puntoacapo Editrice, 2020), poetica del “polemos” esistenziale. Si è occupata anche della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in Silenzio e tempesta (Marco Saya Edizioni, 2019).

  • In quale ambiente familiare e universitario ti sei formata?

Sono nata e cresciuta ad Arezzo. Mio padre (che ho perso quando avevo 24 anni), venuto da un sud molto povero (con sette fratelli e una famiglia contadina in Calabria), faceva l’avvocato. Mi piace ricordare di lui l’intraprendenza, la capacità di osare. Mia mamma, aretina, era professoressa di matematica e scienze alle medie. Ho sempre avuto un forte legame con lei. Di lei amo la paziente tenacia, la sensibilità, l’affidabilità. Ora che ci penso, credo che ad accomunare i miei genitori, molto diversi per temperamento, fosse il senso della correttezza, un’allergia innata alle scaltrezze che vanno oggi così di moda. Mio fratello, di cinque anni più grande di me, architetto e fotografo ora stabilitosi a Londra, è stato la mia “scuola di sopravvivenza”: ho dovuto affilare la mia ironia per rispondere alla sua, spesso inclemente. Anche mia nonna materna, ferrarese, ha influenzato la mia giovinezza: era combattiva, schietta, sempre pronta alla battuta. Questo è l’ambiente che ho lasciato, dopo la maturità. Mi sono iscritta direttamente all’università di Grenoble: là, per ottenere la laurea in “Langues étrangères appliquées”, ho seguito principalmente corsi di lingua, cultura e politica tedesca e inglese. Grazie ai programmi Erasmus previsti dall’università francese, ho frequentato il terzo anno in Germania, a Ludwigsburg, e il quarto anno in Inghilterra, a Cambridge. Mi sono così laureata e poi ho trascorso un anno a Londra, per lavoro. In seguito mi sono specializzata a Ginevra, alla Scuola di Interpreti e Traduttori. Dopo un altro anno in Germania, a Heidelberg, mi sono trasferita a Bruxelles, come interprete presso la Commissione europea. Il Belgio è stato l’ultimo paese straniero in cui ho vissuto, prima del rientro in Italia, che allora non credevo definitivo… ma che tale si è poi rivelato. Adottata da Roma, ho ripreso a studiare negli interstizi di tempo permessi dal lavoro (e dai figli): qua ho approfondito soprattutto le materie religiose e artistiche.

  • Sei una poetessa e sei una studiosa. Ti sei occupata a livello professionale di lingue straniere, di traduzione e interpretariato, di scienze religiose e di iconografia cristiana. Quanto ha inciso questa molteplicità di interessi culturali sulla tua scrittura?

Credo che abbia inciso come ha inciso tutto quello che ho fatto nella vita e tutte le persone che ho incontrato. L’aver vissuto in contesti diversi ha forse ammorbidito la mia visione del mondo, mostrandomi che ogni situazione ha la sua dinamica specifica e che, prima di esprimere un giudizio, andrebbe conosciuta la cosa dal suo interno o almeno da molto vicino. Il cambiamento, la necessità di lasciare paesi e persino persone penso che mi abbia insegnato anche una certa tendenza all’essenzialità, per far tesoro di quello che davvero conta e per non disperdermi nel superfluo. Questo, naturalmente, è uno sforzo continuo, non un traguardo raggiunto una volta per tutte: ero e rimango una persona irrequieta! Nei miei studi, ho privilegiato quelli che mi hanno permesso di fare principalmente due cose: accogliere la diversità (le lingue straniere e le culture sottostanti), e andare a fondo di ciò che pare evidente, quasi scontato (gli studi biblici e iconografici). Come ho detto altrove (intervista su poesiadelnostrotempo), mi piace leggere la realtà come una grande “foresta di simboli”, attraverso i quali scoprire il “nuovo” anche dentro il “vecchio”, in un tessuto connettivo che unisce ogni cosa, senza annullare la specificità del singolo.

  • Quale tra i poeti italiani e stranieri ha regalato più linfa alla tua ispirazione?

Confesso che i poeti che mi hanno maggiormente nutrita sono i classici che ho conosciuto da bambina e da ragazza, anche se ce ne sono di nuovi e di nuovissimi che trovo sicuramente interessanti. Scoprire una voce stimolante mi dà la carica, di più, mi rincuora con un senso di fiducia. Ma i vecchi amori sono indimenticabili. Innanzitutto gli ermetici (da Ungaretti a Luzi) e i simbolisti francesi. Però ricordo anche che, alle elementari, Pascoli mi colpì per la capacità di addensare il mondo in un dettaglio, e Leopardi per quella, quasi opposta, di aprire il dettaglio alla sconfinatezza (solo in seguito ne ho apprezzato la disincantata resistenza). I romantici tedeschi e inglesi sono arrivati dopo. Sul mio comodino ora ci sono sempre Rilke, Tagore e Salinas. E sullo scaffale degli “irrinunciabili”, le mie poetesse: Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Hilde Domin. Accanto, tre poeti francesi: Yves Bonnefoy, Francis Ponge e Pierre Reverdy. Tra le scoperte degli ultimi anni, la poesia polacca: oltre la Szymborska, Zagajewski, Twardowski, Herbert. La lista è naturalmente molto più lunga, e credo che non smetterà mai di crescere…

  • La parola della poesia, nei tuoi versi, sembra sia da coltivare e accogliere nel silenzio e nella meditazione. Che spazio ti sei ritagliata all’interno del mondo letterario contemporaneo, così freneticamente attivo e competitivo mediaticamente, sui social, nei festival, nelle letture pubbliche?

Fino a tre anni fa, ho vissuto la poesia in maniera molto privata, non solo per carattere, ma per motivi pratico-organizzativi. Ho iniziato a frequentare poeti in carne e ossa soltanto di recente, partecipando a letture e a incontri, anche se continuo a diffidare delle maratone poetiche e dei concorsi letterari, preferendo situazioni in cui c’è uno scambio da una parte “più personale”, nel senso del confronto dialogico, e dall’altra “meno personale”, nel senso di una valutazione oggettiva. A mio parere, nell’ambiente letterario odierno, anche a livelli più modesti, la difficoltà rimane quella di non farsi influenzare da criteri esterni al testo, come la simpatia (legittima) o l’antipatia per l’autore, oppure il nome già noto, considerato che spesso la visibilità, nel mondo dei social, non coincide con la qualità. Frequentare persone che hanno passioni (o quantomeno interessi) simili ai propri è piacevole e arricchente, anche per una crescita personale, ma è altrettanto importante non limitarsi all’orticello letterario e, soprattutto, non scordare che l’arte è sempre in debito con la vita, e che da essa non può prescindere.

  • Credi che la poesia, con la sua minima incidenza editoriale, possa ancora svolgere un ruolo etico e culturale motivante, collettivamente e individualmente?

La mia risposta è sì, ma ovviamente non è una risposta oggettiva, perché amo la poesia da sempre e la vado a scovare anche in nicchie o su scaffali impolverati. La poesia è il mio canale preferenziale nell’esperire il mondo e nell’esprimere me stessa nel mondo. Forse la domanda andrebbe fatta a chi non scrive poesia. Allora dico semplicemente: se la poesia, come qualsiasi altra forma creativa, riesce a mantenere viva (o a rianimare) la parte più “umana” della persona, avrà sempre un ruolo etico e culturale. Cosa vuole dire “umana”? Per me vuol dire relazionale e riflessiva, empatica e ingegnosa, capace di provare gratitudine, di farsi domande anche dolorose e di compiere un passo fuori dai propri confini.

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https://www.sololibri.net/Intervista-a-Raffaela-Fazio.html      20 dicembre 2019

FORLANI

FRANCESCO FORLANI, SCRITTORE E PERFORMER


Francesco Forlani è nato a Caserta nel 1967 e vive a Parigi; collaboratore di varie riviste internazionali, come Paso Doble, Atelier du Roman, Sud, La Revue Littéraire, ha pubblicato diversi libri di poesia e narrativa. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di vari spettacoli teatrali. È redattore dei blog letterari Nazione Indiana e Generazione TQ. Tra i suoi libri: Métromorphoses (Nicolas Philippe, Paris, 2002), “Il manifesto del comunista dandy”, (La camera verde, Roma, 2007), “Il peso del ciao” (L’Arcolaio, Forlì, 2012), “Parigi senza passare dal via” (Laterza, Roma,Bari, 2013). Per la casa editrice Miraggi è tra i curatori delle collane Tamizdat (straniera) e Scafiblù (italiana)

  • Cosa ci puoi raccontare dell’ambiente in cui sei nato e ti sei formato culturalmente, e di quello invece in cui oggi vivi e lavori?

Lo farò con un aneddoto. Tempo fa a Parigi, durante uno dei corsi che tenevo all’Istituto di Cultura, una studentessa mi rivelò di essere editrice per la Readers Digest. Cavolo! Di colpo come la Madeleine in Proust davanti agli occhi mi si sono presentati tutti i dorsi dei libri che facevano parte della nostra, in verità scarna, biblioteca familiare. Enciclopedie, fascicoli FMR, compendi di storia e di lingue. Questo per dire che sono nato in un ambiente letterario familiare più versato nell’oralità, com’era naturale che fosse in una famiglia numerosa come la nostra, che nella scrittura. Molto cantautorato, molta televisione, cinema. Ho questa scena in testa delle mie sorelle, Rosaria e Antonella, insieme a Gigliola De Sire del quinto piano e Antonellina De Maria, allineate e coperte dagli schienali al cinema San Marco, che singhiozzano durante la proiezione di (nell’ordine): Ultima neve di primavera, Il venditore di palloncini, Kramer contro Kramer. Credo che quella scuola un po’ obbligata mi abbia condizionato nel frequentare poco il dramma sentimentale, sia come autore che come lettore.
E in quegli anni zero conquistavo anch’io, numerandole, le prime scoperte a partire da quelle trasmesse da mio fratello Geppi con cui condividevamo letto a castello e camera, letteratura anni Settanta, ovviamente, però non solo ideologica, per cui ai “Quaderni dal carcere” di Gramsci erano affiancati i libri di Marquez, di Sciascia o di Peter Handke. Con l’entrata in collegio, alla Nunziatella di Napoli, ho scoperto la lettura, quella disperata e bulimica dell’adolescenza, quella per capirci in cui ti leggi tutto Herman Hesse, Nietzsche, Thomas Mann…

  • Attraverso quali letture e incontri ti sei avvicinato alla letteratura? Verso quali autori classici e contemporanei ti senti più debitore?

In questa lunghissima autogestione delle letture, per lo più suggerite dagli amori delle fidanzate e degli amici, fondamentali sono stati due incontri. Quello universitario a Napoli con professori e compagni veramente straordinari e la convivenza a Parigi con Massimo Rizzante. Dai primi anni napoletani sono nate le prime prove che poi sfociarono in un primo romanzo “Posti a sedere per la Primavera”, pubblicato da un giovane e coraggioso editore di Pompei, Ciro Sabbatino. Ricordo allora di avere trovato una matrice determinante in Heinrich Böll, nei poeti russi scoperti grazie all’amico filosofo Lucio Saviani attraverso la voce di Carmelo Bene in Quattro diversi modi di morire in versi. Esenin e Majakóvskij, uno contadino e l’altro metropolitano, entrambi sopra le righe, si sono sempre contesi il primato alla maniera dei Beatles e dei Rolling Stones. Con Massimo è stato veramente il passaggio alla cerchia dei dannati della letteratura, sia che si trattasse di critici come Bachtin o di classici come Dostoevskij e Kafka, lui sì mio maestro dalle prime alle ultime ore. Però lasciami dire, piuttosto che continuare con un name dropping che poi non porta davvero lontano, è attraverso gli incontri e le riviste (Atelier du Roman, Paso Doble, Nazione Indiana), è lì che ho imparato tutto e questo l’ho raccontato anche nel mio “Parigi senza passare dal via”. A proposito di Heinrich Böll ti racconto una cosa molto preziosa per me. Avevo trascorso un’estate vicino Gaeta da mia sorella Rosaria, e in quelle due settimane un’anziana scrittrice frequentava lo stesso luogo, il Prato, sospeso sul mare. Parlavamo di letteratura, di vita e le diedi da leggere il mio primo romanzo. Avevo vent’anni, lei una settantina. Quando me lo riportò mi disse che sentiva in me lo stesso passo dell’autore di “Opinioni di un Clown”. Apriti cielo! Molti anni dopo la ritrovai a Parigi. Era nella vetrina della libreria Gallimard, c’era il suo libro, “L’arte della Gioia”, eggià perché avevo passato molte ore con Goliarda Sapienza e non lo sapevo (queste cose non si sanno mai).

  • In che relazione si trovano la tua produzione narrativa, poetica e di performer teatrale?

Credo che queste come altre mie attività che contemplano la radio, il reportage, la critica saggistica, l’insegnamento, siano le componenti di una sola macchina desiderante (per citare la magnifica coppia a me cara Deleuze-Guattari). Una macchina esplorativa del mondo, ma sarebbe più corretto dire dei mondi che ho la fortuna di attraversare. In questa fase, poi ancora più particolarmente con il ritorno in Francia e il guado delle lingue, visto che il nuovo romanzo lo sto scrivendo in francese.

  • Quale dei tuoi libri ha avuto più successo, a quale sei più legato emotivamente, e a cosa stai lavorando adesso?

Sicuramente “Parigi, senza passare dal via” (Laterza) perché è il prodotto di una grande energia umana, a partire dalla sua costruzione avvenuta in un momento di elaborazione di lutto fino alla scrittura nervosa animata dal desiderio di realizzare un memoir degli anni parigini ma anche una rottura con certi modelli letterari. L’incontro con Anna Gialluca direttrice editoriale di Contromano è stato tra i più importanti della mia vita di autore prepostumo.

  • In cosa si differenzia il pubblico dei lettori italiano da quello francese? Ti senti più stimolato culturalmente qui da noi o oltralpe?

Dal punto di vista culturale è qui che sono nato, a Parigi, e questa nascita ha di colpo permesso di vivere a quanto avessi visto, letto, detto o ascoltato in Italia, dalla mia città d’origine Caserta a quella d’adozione Napoli per finire con quella del mio esilio decennale, Torino. È qui che ho imparato la differenza tra vita e carriera letteraria.

  • Che importanza ha avuto e ha tuttora la tua collaborazione con il blog Nazione Indiana? Ritieni che i blog letterari esercitino una reale funzione formativa e di stimolo intellettuale sui lettori?

Per me Nazione Indiana è l’esperienza più bella di benvenuto in Italia che mi potesse accadere insieme alle bevute con Enrico Remmert. Ero infatti appena rientrato in Italia per via di complicate vicende professionali e personali grazie alle quali avevo perso tutto quello che avessi a Parigi e a Torino è stato proprio Enrico ad accogliermi. Sul fronte letterario Andrea Inglese che era nel nucleo originario di Nazione Indiana dopo la spaccatura all’interno della redazione, che è possibile rileggere negli archivi del sito a proposito di “restaurazione”, aveva invitato me e altri autori con cui condivideva soprattutto esperienze di rivista e poesia (Baldus, Sud, Camera Verde…) a subentrare e così mi sono trovato a giocare a questo nuovo gioco letterario lanciandomi nel mucchio e spesso in direzione ostinata e contraria. Rispetto agli esordi più diretti, a gamba tesa anche se spesso maldestri, in questi ultimi anni è cambiato il passo, più da maratoneta che da velocista, oltre che un numero considerevole di redattori. Attualmente grazie anche alla grande esperienza accumulata e agli anni di amicizia maturati credo si possa parlare di gruppo vero e proprio. Comunque ho imparato e tuttora imparo molto da questa esperienza, soprattutto ad essere preciso, attento, perché il lettore di Nazione Indiana è un lettore preciso e attento.
Sicuramente tra le cose più belle di questi ultimi anni c’è stato anche l’incontro con i ragazzi della casa editrice Miraggi. Con Alessandro De Vito, Davide Reina e Fabio Mendolicchio ci siamo inventati due progetti, le collane Tamizdat e Scafiblù, e nel giro di due anni pubblicato autori stranieri e italiani degni della maggiore attenzione e assolutamente significativi per capire i nostri tempi.

 

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https://www.sololibri.net/Intervista-a-Francesco-Forlani.html   27 aprile 2018

GACCIONE

Intervista ad Angelo Gaccione, scrittore e drammaturgo

Alida Airaghi ha intervistato Angelo Gaccione, scrittore, drammaturgo e fondatore della rivista online Odissea.

Intervista ad Angelo Gaccione, scrittore e drammaturgo

Angelo Gaccione è nato a Cosenza e vive da anni a Milano. Narratore e drammaturgo, ha pubblicato numerosi libri di saggi, racconti, aforismi e testi teatrali. Fra i più noti ricordiamo Il sigaro in bocca, Manhattan, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale. Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); il bestseller Lettere ad Azzurra, La striscia di cuoio. A Milano ha dedicato quattro libri di successo: Milano, la città e la memoria; La città narrata; Poeti per Milano; Milano in versi. Nel 2013 Gaccione ha pubblicato tutto il suo teatro in un unico volume: Ostaggi a teatro. Testi teatrali 1985-2007. L’ultimo suo libro, finalista al Premio Viareggio di Poesia 2020, si intitola Spore. Da 19 anni dirige la rivista online di cultura “Odissea” a cui collaborano prestigiose firme della cultura italiana e internazionale. Per il suo impegno civile gli è stato conferito il Premio alla Virtù Civica.

 

  • Cosa ci può raccontare dell’ambiente in cui è nato e si è formato culturalmente, e di quello milanese in cui si è trasferito? Ha trovato difficoltà nell’adattarsi a due realtà tanto diverse?

Sono nato in Calabria, all’ospedale di Cosenza, perché il parto di mia madre si stava dimostrando problematico e pericoloso. Si dovette ricorrere al cesareo. Forse mi rifiutavo di venire alla luce per come andava il mondo. Giunti ad Acri ci portarono a casa a dorso di mulo, tanto era la nevicata. Ho lavorato e studiato qui, con le difficoltà di chi nasce povero come me. Ma mi incantavano i racconti degli anziani del quartiere, il modo come mia madre e le tante matriarche che ho frequentato sapevano narrare. I miei genitori erano comunisti e maturai in quel clima infuocato; eravamo gli unici in quartiere a non andare a messa e la nostra casa era l’unica dove il prete non entrava a benedire. Ma ero affascinato dalle processioni, dalle parabole del Vangelo. Libri in casa non ce n’erano, ma appena potei ne comprai a bizzeffe e li divoravo. E ne lessi tanti della locale biblioteca. L’Università l’ho fatta a Milano, alla Statale egemonizzata dagli stalinisti, ma io ero già uno sfegatato libertario. Feci molti lavori perché i miei non erano in grado di mantenermi. Divenni subito un lavoratore studente, e presi parte alle lotte e al dibattito degli anni Settanta e di quelli a venire. Mi è sempre mancato il cielo vasto della Calabria, e poi le rondini con i loro nidi sotto i balconi e le grondaie. Soprattutto detestavo l’umido milanese e la nebbia che ti mangiava le ossa, e il Natale non è mai stato il mio Natale in nessuna città. Chi nasce povero ha sempre difficoltà ad adattarsi, ma erano anni di grandi utopie e di gioiose esaltazioni collettive, ed io ero parte di quel sogno di trasformazione sociale e personale.

  • Attraverso quali letture e incontri si è avvicinato alla letteratura? Verso quali autori classici e contemporanei si sente più debitore?

La tradizione letteraria della mia terra d’origine era molto povera, ma in compenso ce n’era una orale straordinaria a cui si poteva attingere se si possedeva sensibilità e rispetto. La capacità a raccontare l’ho appresa da lì. E poi quando sì ha un cielo come il nostro e si vede in giro tanta miseria, la parola trova la sua urgenza e la sua strada. Sono debitore ai favolisti antichi, la spinta morale mi ha condizionato subito. Ma la durezza della vita è stata la mia scuola, come per certi autori russi.

  • In che relazione si trovano la sua produzione narrativa, poetica e teatrale?

Io uso volta a volta forme espressive diverse in base a quanto ho da dire: a volte mi occorre un articolo, a volte una poesia, a volte un racconto. Non è una scelta deliberata, è una necessità. Come racconto, La Porta del sangue non avrebbe avuto la stessa forza che ha acquisito facendone un dramma. Perché quello del massacro delle comunità Valdesi nella Calabria del Cinquecento ad opera dei Gesuiti è stata una vera e propria tragedia, uno sterminio.

  • Quale delle sue opere ha avuto più successo, a quale si sente più legato emotivamente, e a cosa sta lavorando adesso?

Il libro più venduto è stato Lettere ad Azzurra, migliaia di copie, forse perché mai uno scrittore uomo aveva affrontato il tema della maternità – territorio strettamente femminile – con tanta tenerezza. Emotivamente sono legato al volume di racconti L’incendio di Roccabruna per molte ragioni che preferisco tenere per me. Ho sempre meno tempo, “Odissea” se ne prende molto. Ho mandato in giro di recente la raccolta: Poesie per un giorno solo. Non so nulla per ora del destino di A teatro con amore e di La mia Milano in mano a due editori. Il prossimo autunno uscirà invece la raccolta di racconti: Sonata in due movimenti.

  • Ci illustri l’attività della sua rivista online “Odissea” e le motivazioni che l’hanno spinta a fondarla.

L’ho raccontata nell’introduzione al libro Satyricon in cui abbiamo raccolto tutti gli scritti che lo scrittore Giuseppe Bonura aveva pubblicato su “Odissea”. Li raccogliemmo in occasione del Convegno che si è tenuto su di lui a Fano e della targa ricordo che è stata messa in sua memoria. In sintesi potrei dire che si era reso necessario avere un organo di stampa che raccogliesse, attorno al suo progetto intellettuale, uomini e donne che si erano tirati fuori disgustati dall’andazzo politico e morale del nostro Paese. Per prendere posizione, tornare a parlare, produrre idee e metterle in circolazione. Disarmo, acqua pubblica, alberi, territorio, beni comuni, mafie, moralità civica e quant’altro, avevano bisogno di un luogo diverso per altre voci. Da diciannove anni – dieci di edizione cartacea – “Odissea” svolge questo compito, ma senza trascurare di parlare di libri, di letteratura, di musica, di arte, e di supportare le lotte di associazioni e comitati impegnati su fronti diversi. Spesso ne siamo protagonisti noi stessi, com’è accaduto per il “Comitato di Odissea per Turoldo” che si è battuto qui a Milano per fargli dedicare un giardino nel cuore della città, e per le tante altre iniziative che ci hanno visti protagonisti, spesso vittoriosi. Facciamo quello che un giornale deve fare, senza sconti, senza compromessi. Ora stiamo concentrando molte energie sulla salvaguardia di Costa San Giorgio, la collina di Boboli a Firenze, minacciata da speculazione, ma i fronti aperti sono tanti.

 

© Riproduzione riservata SoloLibri.net      21 novembre 2021

GARDINI

NICOLA GARDINI, POETA, NARRATORE, SAGGISTA, TRADUTTORE E PROFESSORE DI LETTERATURA ITALIANA E COMPARATA A OXFORD 5 domande allo scrittore Nicola Gardini

 

 

  • Quanto deve la sua formazione culturale all’ambiente familiare e sociale in cui è nato e cresciuto? Quali studi ha compiuto e dove?

Sono figlio di operai, sono cresciuto, fino alla vigilia del liceo, tra figli di operai. Libri in casa non ce n’erano, se non quelli che la scuola comandava, ma c’erano le storie di famiglia, e c’erano i dialetti dei miei, il mantovano del papà e il molisano della mamma. E pure echi di lingue straniere: il tedesco della loro emigrazione e l’americano di una sorella della mamma, che si era trasferita a Mount Vernon, alla periferia di New York, negli anni Cinquanta. Diciamo che gli ingredienti base della mia immaginazione erano già tutti lì: le lingue, la varietà, il viaggio, lo spaesamento, la solitudine del bambino che vuole imparare e fuggire… La scuola ha fatto il resto, che è moltissimo. La scuola mi ha dato il latino e il greco, la filosofia, la storia dell’arte… Oggi vedo anche quanto sia stato formativo studiare biologia e chimica e astronomia e trigonometria. I miei, pur non avendo chissà quali mire per me, capirono che avevo propensione per lo studio e mi assecondarono. Andai nella scuola dei ricchi, il liceo classico (il Manzoni di Milano), e poi mi iscrissi a lettere classiche, incoraggiato proprio dai miei, che non mi vedevano iscrivermi a economia e commercio, come avevo la tentazione di fare. Dopo la laurea mi trasferii in America e alla New York University presi un dottorato in letterature comparate.

  • Sente più consona al suo carattere la produzione in versi o in prosa? E quale delle due le ha procurato maggiori soddisfazioni in termini di pubblico e di critica?

Non faccio differenza tra i versi e la prosa, non più di quanta debba farne un cuoco di fronte alle necessità specifiche che detta la preparazione di piatti diversi. Sempre di cucinare si tratta, cioè di scrivere.
La mia poesia e la mia narrativa mi gratificano in relazione ai modi della loro disponibilità e della loro presenza pubblica. “Le parole perdute di Amelia Lynd”, uno dei miei romanzi feltrinelliani, è quello che forse ha avuto più fortuna. Ha vinto il premio Viareggio nel 2012, e adesso è uscito in America, per New Directions, una splendida casa editrice, nella traduzione di Michael Moore. Però anche la mia saggistica mi dà molta soddisfazione. Il mio libro “Lacuna”, uscito da Einaudi nel 2014, ha ricevuto un credito immediato da più parti, sia tra gli scrittori sia tra gli accademici. Forse ne verrà tratta addirittura un’opera musicale. Anche certe mie poesie sono state musicate e trasformate in bellissime canzoni da Carlo Fava (credo che le potremo sentire presto in un suo nuovo album). Un compositore, Gianfranco Messina, sta lavorando alla trasposizione musicale di certe mie liriche, un lavoro molto interessante e sensibile, che tiene conto dei miei principi metrici e retorici. Ma pure il libro ispirato alla malattia mentale di mio padre, “Lo sconosciuto”, pubblicato da Sironi nel 2007, ha avuto grande seguito. Molti lettori mi hanno scritto parole meravigliose. Non parliamo dell’impatto dei miei “Baroni”, il memoir in cui racconto la mia formazione e gli anni di Palermo, dove ero professore di letteratura comparata, e la fuga dall’accademia italiana… Insomma, ogni libro ha il suo successo, più o meno immediato, più o meno evidente… La poesia, va detto, circola meno; la gente non la trova sui banchi delle novità in libreria. E allora non sai mai da quanti sei letto e da chi. In verità, un poeta è sempre più letto di quanto creda. Comunque, cerco di non misurare il successo pubblico dei miei lavori sulle prove della loro riuscita commerciale. Lo scrittore che decide il proprio valore in base alla risposta del mercato è matto. Il mercato è un fantasma; è diretto da forze che non guardano al valore artistico e all’impegno morale della scrittura… Non parliamo dei recensori, che, pur non contando quasi più nulla nelle macerie attuali di una gloriosa ex repubblica delle lettere, comunque tendono a influenzare l’andamento dei libri in modo sfavorevole, leggendo male e poco, limitandosi al riassuntino… Qualche eccezione c’è, naturale. Il che non significa che uno scrittore, e parlo anche per me, non abbia o non debba avere l’ambizione di essere letto dal maggior numero possibile di persone. Questo mercato universale è in lui, è un’agorà interiore, che accompagna il lavoro, passo passo. È il mondo intero, al quale comincia a parlare da quando il libro prende la sua vera forma. Se questo non avrà riscontro nella realtà delle vendite o della comunicazione giornalistica, non è importante.

  • Ha accennato ai suoi romanzi… C’è un tema che li unisce?

Le vicende cambiano, anche i protagonisti e i luoghi, seppure Milano torni in quasi tutti. Possiamo dire, alla fine, che mi interessa studiare le difficoltà sociali e interiori di un individuo dinamico, bambino, adolescente, giovane uomo… La trasformazione prende la forma di una ricerca linguistica, di un’interrogazione sul senso delle parole e del linguaggio. Nel mio più recente, “La vita non vissuta” (Feltrinelli, 2015), un uomo cerca di dare un nuovo senso alle parole e alla stessa letteratura di cui è imbevuto (è professore di latino all’università) dopo essersi scoperto infettato da un virus inguaribile. Mi interessa criticare la società, le convenzioni, la nostra Italia smarrita nella passività e nell’indifferenza; mi piace indicare nei libri una via, e nell’autoconsapevolezza; mi piace cercare le radici di una qualche verità, scavando nelle memorie degli individui e della lingua che parlano. In “Fauci”, un romanzo buffo che ha per protagonisti due ragazzi di diversa mentalità, la ricerca linguistica mi ha portato a reinventare situazioni da melodramma e da opera lirica.

  • Partendo da alcune riflessioni sul suo ultimo libro, “Tradurre è un bacio“, vorrei chiederle quanto ha inciso la sua attività di traduttore sulla sua produzione originale e in particolare qual è stato il primo poeta che ha tradotto, quale l’ultimo e quale il più “necessario”.

Tradurre è già un modo per essere scrittore, se si traduce poesia, soprattutto. Tradurre Emily Dickinson mi ha sicuramente influenzato moltissimo; perfino nella vita quotidiana. Dopo averla tradotta non solo mi sono ritrovato a comporre cose alla sua maniera, ma non ho più guardato un fiore nello stesso modo. Ma di certo ci sono tante influenze di cui non sono al corrente, o che scopro solo per caso, talvolta, rileggendomi. Altro che. Ho tradotto centinaia di poeti. Se escludiamo le traduzioni che facevo a scuola, il primo poeta che ho tradotto – se ricordo bene, ma sicuramente ricordo male – è stato Ralph Waldo Emerson, nel 1990, su richiesta dell’editore Crocetti. Ah, no: avevo appena finito di tradurre le “Heroides” di Ovidio, poi pubblicate da Mondadori. Avevo già venticinque anni. Mi sembra strano che io non abbia tradotto qualcosa prima. Ci deve essere. Ma non ricordo. L’ultimo tradotto, tra i pubblicati, è il libro di Catullo, uscito da Feltrinelli un paio di anni fa. Ma ogni settimana traduco qualcosa, dal latino o dall’inglese. L’altro ieri ho tradotto una poesiola di Frost. Il più necessario? Il Virgilio dell’ “Eneide”, un poema in cui non manca niente. Ma di quello non ho tradotto niente. Invece ho tradotto le prime due “Bucoliche”, che tengo per me tra le molte traduzioni non pubblicate.

  • In che modo la sua passione per la pittura si riflette sulla sua scrittura? Quali artisti predilige?

La pittura credo che sia collegata in modo particolare con la poesia; ha qualcosa del comporre metrico. E la poesia senz’altro mi ha aiutato a crescere come pittore. Quello che poi ho appreso dal dipingere l’ho riportato nella scrittura; insomma, lo scambio è continuo, simmetrico, speculare, difficile capire in quale direzione operi ormai. Ho in cantiere proprio un libro di versi sul dipingere. Anzi, è finito. Ma aspetto ancora un po’ a pubblicarlo. Vorrei che uscisse con immagini di miei dipinti. Gli artisti mi piacciono tutti, da Giotto a certi amici viventi. Da alcuni ho imparato il modo per trovare la mia strada: Nicolas De Stael, Manet, Munch, Turner, Constable, Matisse, Goya, El Greco, Fantin-Latour, Monet, certi pittori cinesi, come Shitao… Non sto parlando di influenze: parlo di esempi di artisticità, di archetipi, di individui in cui l’arte appare nella sua forma più perfetta e incontestabile.

 

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GIUDICI

giudici

GIOVANNI GIUDICI, POETA

  •  Ritieni che si possa fare un discorso di classe all’interno del fenomeno poetico? In altre parole, credi che la poesia sia un’espressione culturale borghese?

Se parto dalla mia esperienza, devo constatare come nell’ambiente in cui sono cresciuto l’occuparsi di poesia (e in generale di cultura) venisse immediatamente considerato un tradimento, un privilegio rispetto alle esigenze materiali, di mantenimento, che assorbivano chi mi circondava. C’era quindi un rifiuto popolare istintivo verso l’arte ritenuta il prodotto dello sfruttamento che la classe dominante esercita su quella dominata. Ma io credo che tutta l’arte, e quindi anche la poesia, non siano espressioni particolari di una classe, svolgano semmai una funzione vicaria, di sostituzione di qualcosa che non si ha e magari non si potrà mai avere. In termini cristiani, sono convinto che se non ci fosse stato il peccato originale, non ci sarebbe stato bisogno dell’arte; cioè in una società utopisticamente perfetta non ci sarebbe bisogno di scrivere poesie, e l’arte avrebbe un senso solo come divertimento, passatempo. Invece, allo stato attuale dello sviluppo borghese, è assurdo parlare di morte dell’arte proprio perché essa svolge più che mai adesso la sua specifica funzione.

  • Sì, ma la società non è tutta borghese, e in concreto si dovrebbe un po’ riesaminare il rapporto poesia-classi subalterne.

Lukacs insegna che la poesia se è veramente tale si riscatta dalle sue origini ideologiche e dai suoi condizionamenti economici e culturali. Io penso che il più corretto atteggiamento di classe nei confronti dell’arte non sia il suo rifiuto come valore borghese, bensì lo sforzo e la lotta riappropriativa da parte delle classi dominate. Chiaro che la riappropriazione fondamentale è quella politica ed economica, ma parallela a questa conquista deve essere quella culturale e espressiva.

  • Intanto però di continua a delegare la scrittura a chi rappresenta anche culturalmente la borghesia.

Credo che sia confortante che molti giovani, molte donne scrivano, e non per condizionamenti quali l’ambizione, il voler pubblicare, il successo. Tutte cose molto borghesi. Ma per parlare di sé, per divertimento o per protesta, per reclamare un riconoscimento.

  • Qual è il tuo giudizio sulla poesia “sociale” o di protesta?

Non ci credo molto, forse perché penso che tutta la poesia sia sociale e di protesta, nel senso che esprime insoddisfazioni e contraddizioni che non sono contingenti, che non si eliminano in nessun sistema politico. Il comunismo non potrà ovviare, per esempio, all’infelicità in amore. Come ho già detto, in me c’è questa radice cristiana per cui sento che l’uomo deve scontare un peccato originale, e la civiltà risulta dagli sforzi per ridurre le conseguenze di questo peccato. Il comunismo in questo senso dovrebbe essere il gradino più alto raggiunto nel processo di civilizzazione. Per tornare alla poesia, personalmente la considero e la pratico come un’ambizione romantica di sopravvivenza. Ma essa rimane sociale come attività, come produzione di certi risultati. E’ quindi un esercizio, e come tale insegnabile, magari già dalle scuole elementari. Penso però che si debba assolutamente scoraggiare la mitologia di una poesia intenzionalmente sociale, perché se si bada ai soli contenuti si ottiene una normatività burocratica nel cui ambito c’è spazio per qualsiasi cialtrone. Ne è un esempio la storia letteraria dell’ URSS dopo il 1930.

  • C’è anche una poesia che non è sociale nelle intenzioni, ma vive e si nutre di una situazione drammatica o alienante. Cioè senza fingersi sociale, lo è veramente.

Sì, più che una poesia, il fatto stesso che si scrivano poesie, non importa se belle o brutte; come nel caso di certa poesia operaia, o più genericamente di lavoro, prodotta in condizioni ambientali agli antipodi delle condizioni culturali che hanno accompagnato, nei ceti colti, il farsi della tradizione poetica e letteraria in genere. E’ un dato che depone a favore della necessità della poesia come fatto compensativo, e ribadisce in modo profondo, anche in termini “spirituali”, la radicale (in senso marxiano) carenza e necessità di umanità. Siamo in presenza di un’umanità, la nostra, decapitata.

  • La poesia, quindi, come uno dei tanti bisogni di cui si parla?

Poesia come sintomo del bisogno di umanità totale, che in quanto tale non sarà mai colmato.

  • Il QdL ha aperto un dibattito su questi temi. Se si riuscisse a metter in piedi una pagina letteraria a scadenze fisse, o meglio ancora, una pagina creativa sulla quale i compagni potessero pubblicare le loro poesie, le loro fantasie, con quali criteri pensi sarebbe giusto organizzare questa pagina?

Certo non con criteri estetico-letterari di tipo tradizionale, ma con motivazioni in linea con la destinazione e la concezione del giornale. Si dovrebbero scegliere poesie di testimonianza, di informazione, pur tenendo ferma la distinzione tra lingua poetica e linguaggio comunicativo. E senza dimenticare che tra una poesia vera e la poesia-slogan o la poesia-bollettino, che nel contesto del QdL hanno un loro senso preciso, corre la stessa differenza che c’è tra un ritratto di Velasquez e una fotografia. Chiaro dunque che se arriva una poesia di Carla Fracci dedicata alla Scala, quella la si lascia pubblicare al Corriere della Sera: a ciascuno il suo, a ciascuno la “testimonianza” che merita.

«Quotidiano dei Lavoratori», 29 gennaio 1978

GRASSO

La poesia italiana oggi: intervista a Elio Grasso
ELIO GRASSO, POETA

 

 

 

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico, ha pubblicato molte raccolte di poesia, tra cui “Teoria del volo” (Campanotto, 1981), “L’angelo delle distanze” (Edizioni del laboratorio, 1990), “La soglia a te nota” (Book, 1997), “Tre capitoli di fedeltà” (Campanotto, 2004), “Varco di respiro” (Campanotto, 2015). Del 1988 la silloge “Il naturale senso delle cose” (nell’antologia di Vanni Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”, 1989, Premio Montale per l’inedito).
Ha tradotto T.S. Eliot, una scelta dei Sonetti di W. Shakespeare, 18 poesie di E. Carnevali. Ha curato un’antologia dallo “Zibaldone di pensieri” di Giacomo Leopardi (“Un solido nulla”, Pirella, 1992). Per Effigie ha pubblicato nel 2015 il romanzo “Il cibo dei venti”.
Scrive soprattutto per le riviste Steve, Poesia, Italian Poetry Review, Gradiva. È stato tradotto in inglese, in francese, in rumeno.

  • Da quale realtà familiare e ambientale proviene, e in che modo tale realtà ha influenzato le sue scelte culturali? La tradizione letteraria ligure ha influenzato la sua scrittura?

Figlio di un operaio, gruista alle acciaierie Italsider di Genova Cornigliano, ho sentito la spinta industriale e meccanica degli anni Sessanta. A Genova gli altiforni, i fumi e le colate di ghisa fusa, i cantieri navali con le grandi navi transoceaniche. Tutto questo, in mezzo ai libri di Sbarbaro, Barile e Montale, e alla miriade di romanzi di fantascienza accumulati nella stanza da mio padre, i classici di quegli anni: Asimov, Clarke, Bradbury, Van Vogt, Sturgeon. Allora credevo che nel 2000 le macchine avrebbero seguito piste aeree fra torri altissime, e che centinaia di astronavi sarebbero partite in rotta verso le colonie marziane. Più tardi avrei incontrato le grandi presenze straniere che hanno attraversato le strade liguri o fatto scalo nelle stazioni ferroviarie genovesi: Rimbaud, Nietzsche, Dickens, Valery, Shelley, Byron, Pound, Laughlin, Hemingway.

  • Attraverso quali percorsi di studio e di lettura si è avvicinato alla poesia, e quali sono i poeti classici e contemporanei a cui ritiene di essere più debitore?

Devo tutto l’amore per la poesia, le prime scoperte e innamoramenti, al mio professore di letteratura delle medie, Antonio Mancuso. Poi certo vennero Leopardi, Campana, Montale, Omero, Shakespeare, Rimbaud, la letteratura americana soprattutto in prosa, e Fenoglio, Vittorini e Calvino.

  • Quali sono le sue pubblicazioni più recenti? Verso quale direzione si sta dirigendo la sua ricerca creativa?

     I libri recenti sono “Varco di respiro”, pubblicato da Campanotto, “E giorno si ostina”, uscito da Puntoacapo, e il romanzo breve “Il cibo dei venti” pubblicato da Effigie. Non so se c’è un’unica direzione: dopo l’attraversamento dell’avanguardia novecentesca la mia poesia non è stata più la stessa. Ci sono stati incontri fondamentali, di diversissima origine: Adriano Spatola, Franco Beltrametti, Carlo Alberto Sitta, Alberto Cappi, Milo De Angelis, Giovanna Sicari, Nanni Cagnone. E l’opera di Edoardo Cacciatore.

  • Che opinione nutre della produzione poetica contemporanea nel nostro paese? Quali sono i nomi che considera più rilevanti, e come pensa si possa aiutare maggiormente a diffondere l’interesse per la poesia?

Il panorama della poesia italiana oggi è devastato dalla presenza in rete di una miriade di cosiddetti “sensibili” che nulla hanno a che fare con la vera poesia di ricerca linguistica e morale. E soprattutto dimentichi della memoria Novecentesca. Mi piace fare i nomi (basandomi sui libri che fino ad ora hanno pubblicato) dei pochi che reggono una degna attualità della poesia italiana: Fosca Massucco, Francesca Serragnoli, Paola Ballerini, Corrado Benigni, Mario De Santis, Raffaella D’Elia, Maddalena Bertolini, Sarah Tardino… Senza dimenticare alcuni poeti che attraversano attivamente la scena da più tempo: Anna Ruchat, Gabriela Fantato, Stefano Massari, Bianca Tarozzi, Alessandra Paganardi, Luigia Sorrentino, Lorenzo Chiuchiù, Daniele Mencarelli, Cristina Alziati. L’interesse per la poesia è qualcosa di astratto, verso un “poetico” che racchiude tutto dentro un mollusco informe. Alle presentazioni, regione del narcisismo spinto abitata da uomini in cerca di donne e donne in cerca di uomini, il passante casuale si aspetta soltanto il “personaggio”, credendo di assistere a un “reality” televisivo. Per questo di fronte al libro, alla raccolta di versi, il pubblico si arrende e va altrove.
Il pubblico reale della poesia dovrebbe essere almeno quello dei poeti, ma questi non acquistano libri. Si aspettano di averli in regalo. O li rubano. Io stesso mi comporto così.

  • Nello scrivere versi, crede incidano di più le esperienze esistenziali, con i loro contraccolpi emotivi, o invece la riflessione teorica, l’ideologia e il lavoro sui testi?

Posso dire della mia esperienza: la prima traccia è sempre esistenziale, carica di oggetti e visioni filmiche. Subito dopo entrano in campo le resistenze linguistiche, i verdetti personali su quanto scritto. Che quasi mai sono generosi. Pur avendo rimosso, nel corso dei decenni, gran parte di prove, riscritture ed eccessi, ho pur sempre pubblicato troppo.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/poesia-italiana-intervista-Elio-Grasso.html    21 settembre 2016