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RECENSIONI

ECO

UMBERTO ECO, RIFLESSIONI SUL DOLORE – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2025

Con l’abituale e riconosciuta vastità di riferimenti culturali, unita a verve e ironia, Umberto Eco (Alessandria 1932-Milano 2016) in una lectio magistralis tenuta all’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa nel 2014, aveva esposto alcune riflessioni personali sul tema del dolore, oggi riproposte in un libricino pubblicato da La nave di Teseo.

La sofferenza (fisica, psicologica, morale), strettamente collegata alla presenza del male nel mondo, è un’esperienza individuale e collettiva universale, perenne e inestinguibile: Eco qui la esplora attraverso un affascinante itinerario – tra filosofia, poesia, arte, letteratura e spiritualità – non solo nel suo indubbio carattere di negatività, ma anche come possibilità di salvezza e redenzione

A partire dalla mitologia greca, e precisamente da Eris, dea dell’oscurità, fomentatrice di odio e discordie, madre di varie divinità ostili, tra cui Algea (generatrice di dolori), tutte le filosofie e le religioni del mondo si sono interrogate sulla natura del dolore, sulle sue cause e finalità, sui rimedi atti a combatterlo. Pene dell’anima e pene del corpo si influenzano a vicenda, tormenti d’amore e afflizioni per un lutto hanno indubbiamente riflessi avversi sulla salute, così come le indisposizioni fisiche (dal mal di denti alle malattie più gravi) rendono malinconico l’umore, provocano depressione, fino a minacciare la salute mentale. Già dall’antichità sembrava più facile curare il malessere fisico (i medici ippocratici in Grecia lo facevano utilizzando metodi naturali e farmaci vegetali);  problematico risulta tuttora trattare il dolore morale, che si presenta di volta in volta come nostalgia, melanconia, rimpianto, rimorso, angoscia. Su questo tipo di sofferenza si sono intrattenuti i primi filosofi occidentali, dapprima Democrito e poi gli stoici e gli epicurei, che raccomandavano di perseguire l’euthymìa, l’atarassia e l’apatia, cioè la moderazione e l’equilibrio, per arrivare all’imperturbabilità. Anche Aristotele, nell’Etica Nicomachea, scriveva che “Il saggio cerca di raggiungere l’assenza di dolore, non il piacere”.

Con il Cristianesimo il valore dato alla sofferenza, soprattutto corporale, assume un significato positivo e una funzione salvifica, come strumento di redenzione nella sua accettazione rassegnata e addirittura gioiosa. Il modello cui deve ispirarsi il vero cristiano è l’imitazione di Cristo (del Christus patiens, Christus dolens: flagellato, crocefisso, agonizzante), da perseguire fino al sacrificio estremo dei martiri e degli eremiti, celebrati da Agostino e Tertulliano.

Nel Medioevo, sia la predicazione verbale sia le immagini nei luoghi sacri tendevano a ricordare l’imminenza e l’inevitabilità della morte e a coltivare il terrore delle pene infernali, tema particolarmente sentito in quei secoli in cui la vita era più breve di oggi, e minacciata da pestilenze, carestie, guerre e saccheggi permanenti, da cui ci si proteggeva con varie forme di penitenza (cilici, flagelli, digiuni), considerando il soffrire come occasione e promessa di salvezza. Con lo sviluppo della medicina rinascimentale, l’afflizione fisica appare non un bene da perseguire ma un male da eliminare, utilizzando tutte le conoscenze scientifiche a disposizione per diminuirla: al contrario, i filosofi e gli scrittori europei dal romanticismo in poi recuperano laicamente il significato del dolore come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Fichte, Hölderlin, Hegel, Schelling, Nerval, Schiller, Leopardi, Schopenhauer, Dostoevskij, Nietzsche, Proust ritrovano nel sentimento del tragico un mezzo di scavo interiore per interrogarsi sullo scopo del vivere, sulla condizione della miseria umana, sul limite imposto dalla morte.

Forse solo nel ‘900 si è tornati giustamente a considerare il dolore, fisico e psicologico, come qualcosa da superare e abbattere, e non più una condanna ineliminabile. In questo la scienza ha favorito un cambiamento positivo nell’atteggiamento con cui ci si pone di fronte alla sofferenza, utilizzando la ricerca scientifica per alleviare le tribolazioni causate dalle malattie e per ridurre le pene dello spirito, come l’ansia o il panico. Concludendo la sua disamina del patire umano, Umberto Eco afferma che andrebbe incoraggiata un’educazione culturale al dolore, perché le persone imparino ad affrontarlo e ad accettarne la funzione biologica, in primo luogo approfondendone cause e rimedi.

 

«Gli Stati Generali», 23 settembre 2025

 

 

RECENSIONI

EDERLE

ARNALDO EDERLE, PARADISO – UDINE, CAMPANOTTO 1994

Paradiso è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Arnaldo Ederle, paradiso come una sezione della raccolta stessa, ma soprattutto come “altrove” della poesia, luogo della mente o dell’anima cui fare riferimento al di là delle brume opache dell’oggi, del qui.
Ederle è poeta d’immagini, ma non dell’occhio; è poeta di suoni, ma non dell’orecchio, perché nei suoi versi ogni elemento materiale pare in qualche modo sbucciato dalla sua corporeità, reso più lieve e meno oggettivo. Così le immagini diventano visioni, i rumori si fanno note di una partitura mentale le cui pause e accelerazioni, i cui “piano” e “fortissimo” segnano il tempo concreto della poesia scritta (o, come preferisce l’autore, letta ad alta voce).
Ferdinando Bandini, nella prefazione al libro, parla giustamente di «moto pendolare tra l’impatto con le cose (colori e atmosfere) e l’altro momento del suo periodo in cui il poeta si dirige verso il significato segreto delle cose, quel loro assediare, così inesplicabilmente, lo spazio della vita».

E qui ci viene in soccorso Ederle stesso, con alcuni versi tratti dalla prima, breve sezione del volume, scritta a commento di una cartella di fotografie: Viaggio dall’acqua alla casa, da ciò che si muove a ciò che è fermo, dall’indefinibile all’ancoraggio del concreto: «chi trovasse una casa, chi il riparo / dalla spietata deità della terra, / dall’invincibile abbraccio, / chi sfuggisse del cielo / il soprannaturale ammaliamento…». La casa come approdo concreto, quindi, riparo da un se stesso che si teme, ma anche recupero di un passato, di una memoria fatta di porte, pareti, scale, lavelli, tavolini, posacenere: tanti elementi corporei scolpiti nel ricordo, e ritrovati da passati diversi, sebbene ugualmente coinvolgenti e sofferti.
Ecco, dunque, un’altra chiave di lettura, il contrasto tra interni ed esterni, entrambi fascinosi e carichi di emozioni. Per rimanere nella prima sezione, gli elementi del “fuori” appaiono vaghi, inconsistenti, e forse per questo tanto più seducenti: nebbia, acqua, fumo, sabbia, riflessi di luce, aria, e il colore bianco o una vernice trasparente, appena increspata dal desiderio del colore. Ederle in questi versi pare avere assorbito e rimodellato la lezione dei più distesi tra i nostri lombardi: Sereni, Raboni. Più rilevante, nel succedersi della altre sezioni, è invece la contrapposizione tra presente e passato, la nostalgia per ciò che è stato e che si può tentare di ritrovare solo attraverso le parole; ma anche la nostalgia per ciò che è, e non sarà più tra poco, perché condannato a sparire, al non durare: «Quello che inizia ora è già finito, / non dico da lungo tempo, ma / da un numero d’anni sufficiente / a farlo passare per esistenza».

Ederle sembra tormentato dalla «mania dell’affetto seminato / nel rosa della carne». E’, in Fervida brace, il ricordo dell’amico poeta Giuseppe Piccoli, cui dedica sedici brevi componimenti che prendono l’avvio da altrettanti versi di lui. E chi ha conosciuto Piccoli ritrova in queste poesie i suoi odi turbati e sospesi, il suo essere poeta di gesti a disagio nel mondo, oltreché di parole e di pensieri: «ciò che resta / dei tuoi scherzi, il galateo gentile / che faceva arrossire le commesse;  La sua pelle / spiega il gesto infantile, / lo ricama; Lì dentro l’indistinto svaporare / d’ombre e vapori, nella fervida / brace appesa alla tue dita / ti distinguono; certo avrai tentato / di rannicchiarti tutto in un orecchio / ad ascoltarti dentro / se per caso il silenzio / volesse regalarti qualche pace; Tu qui sostavi / e in ogni altro altrove confortato / dal granello di spirito / ch’era rimasto salvo per miracolo / nell’angolo più buio della tasca / della tua giacca».

C’è, in questi versi, «mania dell’affetto», rimpianto, tenerezza verso il perduto, ma soprattutto un senso forte di mancanza, di incompletezza e quasi di colpa per essere chiamato a testimoniare, a ricordare. Lo si avverte anche nella sezione Paradiso, una specie di recitativo tra tre personaggi: il poeta stesso che parla in prima persona, suo padre Duilio e il lontano parente Chiereghino che riposano vicini nel camposanto di Verona, «in quel pollaio / di calti appesi al cornicione». Si tratta di un dialogo morti/vivi che non si risolve tutto e solo nel privato, benché ci sia anche questo (rimbrotti affettuosi, coinvolgimenti in episodi personali, immagini di un passato comune). Al di qua del paradiso si impone, irriducibile ad altro, la storia, con la guerra, gli ebrei e i tedeschi, gli ebrei e i palestinesi, Verona e i gabbiani sull’Adige, il lavoro degli artigiani di quarant’anni fa, il marocchino che oggi insegue la sua Mecca offrendoci accendini.
Arnaldo Ederle poeta testimone controvoglia, forse, perché la cronaca o la polemica civile non appartengono al suo registro di scrittura, è poeta del male di vivere («anche passano / al mio fianco paure oblique»; «Sì, l’ho vestito il sacco del dolore»), poeta del tempo (personale e perduto da una parte, metafisico e indifferente dall’altra), aggrappato alla poesia come fosse una lancetta di orologio, interno o cosmico, comunque misura dell’esistere.

 

«Verso» 9 /10, dicembre 1995

RECENSIONI

EDWARDS

DOROTHY EDWARDS, SONATA D’INVERNO – FAZI, ROMA 2022

Figura eccentrica e sfortunata, quella della scrittrice gallese Dorothy Edwards (1902-1934), autrice di una raccolta di racconti e di un unico romanzo, Sonata d’inverno. Figlia di due insegnanti, laureata in greco, socialista, femminista e vegetariana, aveva viaggiato in tutta l’Europa impartendo lezioni di inglese. A Londra si era avvicinata al Bloomsbury Group, intrecciando amicizie e rapporti intellettuali importanti, in particolare con lo scrittore David Garnett che le offrì l’incarico di istitutrice nella sua famiglia. In seguito a una delusione amorosa, e alla riconosciuta difficoltà di inserimento nella società letteraria metropolitana, a soli 32 anni Dorothy si uccise gettandosi sotto un treno, giustificando il suo gesto in un biglietto in cui affermava di non essere mai riuscita ad amare realmente qualcuno, né a ricambiare con gratitudine l’affetto e le attenzioni che aveva ricevuto da amici e persone care.

Winter Sonata, pubblicato nel 1928, ottenne numerosi riconoscimenti per la sua struttura narrativa articolata e originale, e per l’interesse rivolto alla situazione socialmente depauperata delle classi lavoratrici e delle donne nel periodo di depressione economica succeduto alla prima guerra mondiale.

Il racconto è ambientato in un piccolo paese di campagna, dove non succede mai nulla e tutti si conoscono, e l’arrivo di un nuovo telegrafista all’ufficio postale, il giovane e timido Arnold Nettle, diventa l’elemento catalizzatore della curiosità degli abitanti. Silenzioso e impacciato nel rapportarsi con gli altri esseri umani, e in particolare con le ragazze, Arnold coltiva con dedizione la sua passione per il violoncello, accettando con qualche ritrosia l’invito dei compaesani a esibirsi nelle case private o in chiesa. La musica accompagna come sottofondo le scarne conversazioni dei protagonisti, insinuandosi con discrezione nell’ovattato silenzio che domina l’atmosfera.

Dorothy Edwards è molto abile sia nel tratteggiare con sensibilità e accuratezza la psicologia dei vari personaggi, sia nel ritrarre le condizioni ambientali e il paesaggio esterno in cui essi si muovono, durante un inverno in cui freddo e neve ben si accordano all’immutabile scorrere della vita rurale della comunità. La ricchezza dei particolari descrittivi e delle metafore che li accompagnano, interrompono con cadenza regolare i rari avvenimenti che si succedono nel villaggio, dando alla narrazione un respiro di calma e docile abitudinarietà. “Per tutto il giorno i campi rimasero imbiancati da un sottile strato di neve, i rami degli abeti un poco piegati sotto il suo peso, ma la   cosa più bella era che dappertutto gli alberi piccoli, fino a quel momento simili a scheletri grigi che innalzano le ri gide membra fredde in una supplica disperata al sole nascosto, ora rilucevano di neve e si aveva l’impressione che     i loro spogli rami grigi avessero generato dei boccioli per magia. Per un momento si poteva quasi credere di attraversare un frutteto nel mese in cui gli alberi sono in fiore,       nonostante il freddo e il cielo grigio”.

Le vicende di diversi nuclei familiari si intrecciano nel racconto, senza mai sortire a esiti dirompenti. Arnold Nettle è in pigione nella villetta dei Clark, dove la madre vedova si occupa dell’esuberante figlia adolescente Pauline, ansiosa di distrazioni per evadere dalla routine domestica, e del piccolo Alexander. Più coinvolgente e attrattiva è invece per il protagonista la famiglia dei Curle-Neran, composta da un’anziana e stravagante signora, dal di lei figlio George (pasciuto e ciarliero aspirante filosofo), e dalle giovani e belle nipoti Olivia ed Eleanor. Arnold si innamora della maggiore, senza mai riuscire a dichiararsi, umiliato dal confronto con un distinto e seducente intellettuale, Mr. David Premiss, ospite della casa per il periodo natalizio. La serie di schermaglie amorose tra i vari personaggi, le conquiste e le ripicche reciproche, non riescono a scalfire il loro sostanziale individualismo, impastato di diffidenza, riserbo, paure.

Solitudine, malinconia, rassegnazione, impossibilità di uscire da una situazione esistenziale avvertita come costrittiva e ambigua, sono gli argini entro cui scorre monotona la vita, nell’assenza di avvenimenti risolutori e nella ripetizione ostentata di situazioni invariabilmente banali. La neve copre tutto, nel villaggio raccontato da Dorothy Edwards, e rende uniformi e intercambiabili i giorni, insieme alle questioni inessenziali che si portano dentro.

© Riproduzione riservata               «Gli Stati  Generali», 5 febbraio 2022

 

 

 

RECENSIONI

EGAN

JENNIFER EGAN, SCATOLA NERA – MINIMUM FAX, ROMA 2013

Cosa non si fa, ormai, per attirare l’attenzione dei lettori: o per mantenerla, magari dopo aver scritto un romanzo di successo, ed essere alle prese con l’impegnativa necessità di un bis… E’ il caso di questo smilzo libriccino di Jennifer Egan, pubblicato dopo il Pulitzer vinto con Il tempo è un bastardo. Smilzo e faticoso, a dispetto delle intenzioni: sì perché questa originale spy story è scritta secondo i dettami di Twitter, sotto forma di brevissime indicazioni fornite da fantomatici servizi segreti americani a un’ altrettanto fantomatica spia in gonnella, addestrata per incastrare un criminale ricercato a livello internazionale, e blindato in una lussuosissima villa-fortezza costruita su una misteriosa isola del Mediterraneo. La bellezza in questione (fornita di microcamera mascherata nell’occhio sinistro, di un microfono «oltre la prima curva del canale uditivo destro» e di un chip impiantato sotto l’attaccatura dei capelli), ha l’incarico di sedurre il boss miliardario per carpirgli non si sa bene quali fondamentali informazioni strategiche: e lo fa con tattiche muliebri piuttosto scontate. Sinuose nuotate in mare, atteggiamenti provocanti, dialoghi superficiali («Talvolta una risatina è meglio di una risposta»), fino all’agognato congiungimento sessuale, durante il quale la protagonista è invitata dall’agenzia spionistica ad avviare una «tecnica dissociativa» che la preservi da un eccessivo coinvolgimento. Essendo queste formulazioni narrative limitate a non più di 140 caratteri, ovviamente ogni descrizione risulta di una banalità sconcertante («Un cielo azzurro è insondabile come il mare»; «Bisognerebbe sempre lavarsi i denti, prima di cena»; «L’obiettivo è essere una sorpresa continua, leggiadra e innocua»); le vicende abbozzate; i personaggi privi di qualsiasi spessore; il plot inesistente. L’unico giallo per il lettore è dove trovare «il ritmo e la suspense dei migliori film d’azione», come promette il risvolto di copertina.

 

«Leggere Donna» n.163, aprile 2014

RECENSIONI

EGAN

MOIRA EGAN, AMORE E MORTE – TLON, ROMA 1922

Moira Egan è nata a Baltimora e vive a Roma. Ha pubblicato cinque volumi di poesia negli Stati Uniti, e tre volumi bilingui in Italia. Suoi lavori sono apparsi in molte riviste statunitensi e internazionali, e in diverse antologie; in collaborazione con Damiano Abeni ha tradotto autori come Ashbery, Barth, Bender, Ferlinghetti, Hecht, Strand, Simic. Le edizioni Tlon di Roma pubblicano ora il volume con testo a fronte Amore e Morte, che raccoglie suoi versi editi e inediti, divisi in categorie tematiche, corrispondenti ai vari capitoli: amore, morte, sesso, filosofia, poesia. In ogni pagina aleggia la forza unificante, l’energia vitale dell’eros, che ha fatto dire a Goffredo Fofi “Moira Egan scrive poesie d’amore. E ci conferma che è ancora possibile scrivere poesie d’amore. Che, forse, sono le prime poesie che si ha necessità di scrivere, o di leggere, l’alpha e l’omega d’ogni esperienza”.

“Poesie piene di carne”, le definisce nella sua entusiastica prefazione Melissa Panarello, fornendo della poeta americana un vitalissimo ritratto: “ti sembra di vederla Moira Egan che si aggira ora per Campo de’ Fiori, ora per una spiaggia sarda o un’isola greca, con la sua aria da creatura magica, i lunghi capelli fatati, gli occhiali ad ali di farfalla che risaltano occhi di cielo e una pelle sottile e chiara”. Sensualità che anima i sentimenti e i pensieri, rendendo superflua ogni vaga interpretazione filosofica, grottesca ogni presuntuosa ideologia: solo la poesia è in grado di dare voce alla verità proclamata dal corpo: “La piccola morte / ti artiglia la gola, il tuo urlo è poesia”, “il sesso è l’unica via verso la verità. Filosofia, / religione, fisica – gli altri / percorsi tradizionali – tutto sbagliato. Solo la poesia // ci andava vicino, ma chi riesce a vivere di poesia?”

Nella prima sezione, Love, ci imbattiamo nel fronteggiarsi adorante-ostile di due amanti, nel reciproco darsi e negarsi, in incontri e addi: “l’amante / che ha infilato la porta è tornato da estraneo e / ha cercato di tenersi le mie chiavi”, “ci sdraiamo insieme, tu sul fianco destro, / io sul sinistro – che specchio stupendo”, “Lui insiste, sussurra, / e ci schiacciamo l’uno all’altra”. Si affollano i ricordi: il fico d’India assaggiato per la prima volta a Malta, l’alloro mancante in cucina fortunosamente recuperato in strada: pretesti a excursus storici o mitologici, a commenti etici o politici, a espressioni gergali o battute sarcastiche, a commosse memorie familiari.

In Death, “l’arte bestiale del morire” è descritta nella sofferta agonia del padre e di altre persone care, nel prevalere inesorabile del buio notturno con l’oblio del sonno, nel rintocco delle campane che allude a un paradiso più clemente e ospitale della terra.

Sex è il capitolo in cui più provocatoriamente si esprime l’adesione alla fisicità, la volontà sfacciata di seduzione, la ribellione alle costrizioni maschili e maschiliste, la descrizione audace di fantasie impudiche, insieme alla consapevolezza della proprie arrendevolezze, in forme letterarie controllate come i sonetti (scritti su un tovagliolino di un pub): “Come una sacerdotessa vudù, cerco soltanto / di mostrare i muscoli mistici, per sottomettere / un uomo in ogni porto che mi sappia riconoscere, / sapendo che ci separeremo senza un pianto”, “Sono, purtroppo, / una tipa che quasi si innamora se si sente riconoscente”, “Succo, carne, polpa, inghiotti / avida, le labbra iniziano a formicolare, / la gola si spalanca. Soddisfi / appetiti che ignoravi di avere”, “La notte scorsa, svegliatami, scossa, volevo sesso. / Non sapevo bene dove mi trovavo, né perché // non ero nel mio letto. Lui, perplesso / per la mia confusione, mi ha calmato con il sesso”.

La quarta sezione intitolata Philosophy si apre con alcuni peana alla sessualità quasi imbarazzanti, a ribadire che l’unica, autentica ontologia meritevole di approfondimento è il piacere del corpo perseguito fino allo sfinimento, che trova conferme nella concupiscenza dei fiori e delle costellazioni, nell’esibizione tumultuosa dei fenomeni meteorologici estremi.

In Poetry e in Other, infine, la sensibilità di Moira Egan esibisce una sua divertita e ammiccante opposizione alla poesia togata degli accademici e degli intellettuali, esaltando la spontaneità dell’abbandono al godimento di tutti i cinque sensi: gli ammalianti profumi, il cibo e l’alcol, la visione di begli oggetti d’arte e splendidi panorami, l’ascolto di musica jazz, la tattilità epidermica. Nessuna favola, magia, mito o religione vale quanto la pregnanza compatta offerta dal reale: “Queste sono le mie / poesie, / pistillo, stame, sangue e lividi”.

 

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Amore-e-morte-Egan             18 marzo 2021

RECENSIONI

EICHENDORFF

JOSEPH von EICHENDORFF, VITA DI UN PERDIGIORNO – BUR RIZZOLI, MILANO 2015

«Tutti noi abbiamo letto da giovani la novella di Joseph von Eichendorff, serbandone in cuore per sempre l’eco di un tenue tocco d’arpa»,scriveva Thomas Mann nel 1918. Gli faceva eco Lukács nel 1956: «I sogni eichendorffiani di una realtà migliore dei sinistri abissi della vita, sono in realtà sogni ad occhi aperti…È una nostalgia soggettivamente autentica e profonda, ma con una certa coscienza di essere soltanto una musica che accompagna la vita reale».

Questa recente edizione (Rizzoli 2015) della famosissima novella di Joseph von Eichendorff  Vita di un perdigiorno è introdotta dall’acuto saggio di Giulio Schiavoni, che ben illustra non solo «le pagine ariose ed agili» del racconto, ma anche l’ideologia sottesa alla formulazione del testo, i motivi del suo prolungato e universale successo, i dati biografici e le tesi politiche del suo autore.
Il barone von Eichendorff era nato nel 1788 in Slesia, da una famiglia di nobili proprietari terrieri presto travolti dal nuovo corso della storia europea (la rivoluzione francese, le guerre napoleoniche e poi il dominio asburgico), dalle rivendicazioni ugualitarie dei contadini e dalla nascente industrializzazione.
Costretto a impiegarsi come funzionario governativo dopo la bancarotta familiare, Eichendorff si rifugiò nell’utopia di un nuovo umanesimo, che restaurasse gli antichi valori cattolici e il trascorso ordine sociale. La sua notevole produzione letteraria conobbe subito grande fama soprattutto con la pubblicazione, nel 1826, del suo capolavoro Vita di un perdigiorno, inno immaginoso e sentimentale alla gioia di vivere, all’ «eterna domenica in cuore» del suo giovane, scanzonato e ingenuo protagonista.
Il perdigiorno (der Taugenichts) è uno svagato ragazzo di campagna che al lavoro nel mulino del padre preferisce l’ozio e il vagabondaggio avventuroso nel “libero e vasto mondo”, con la sola compagnia del suo violino e del suo canto. Mettersi in viaggio, vivere nella natura, godere delle bellezze paesaggistiche, sognare l’amore: lontano dalla schiavitù di un lavoro ripetitivo, dagli interessi economici, dalla pigrizia egoista dei più. Preferire alla realtà della storia l’irrealtà del sogno e della fantasia, la precarietà di lavori saltuari, l’ideale di una passione romantica, la dolcezza della musica.

«Villaggi, giardini e campanili scomparivano dietro di me; nuovi villaggi, castelli e montagne sorgevano davanti, in alto; ai miei piedi sfilavano distese di campi, cespugli e prati, mentre le allodole si alzavano nell’aria limpida e azzurra…
Era talmente bello nel giardino, all’aperto. I fiori, le fontane zampillanti, i rosai, l’erba e le piante scintillavano al primo sole come oro puro e pietre preziose; nei viali sotto gli alti faggi tutto era quieto, fresco e raccolto come in una chiesa…». Contano poco, in questa fiaba ottocentesca in versi e prosa, gli avvenimenti che si succedono, i viaggi e gli incontri del protagonista, il suo idillio con la bella signora creduta nobile e alla fine rivelatasi del suo stesso ceto. Ha più importanza l’atmosfera festosa, indeterminata, fantastica, perpetuamente meravigliata del mondo e del suo splendore in cui il giovane vaga, mentalmente e fisicamente, nel corso della storia: l’insopprimibile gioia interiore di un’anima candida, contenta di esistere.

 

© Riproduzione riservata          

www.sololibri.net/Vita-di-un-perdigiorno-Joseph-von.html        24 febbraio 2016

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EINSTEIN

ALBERT EINSTEIN, RELIGIONE COSMICA – MORCELLIANA, BRESCIA 2016

Si è discusso a lungo se Albert Einstein (1879-1955) fosse o meno credente, riportando spesso a sproposito la sua nota affermazione “Dio non gioca a dadi con l’universo”, che ribadiva al collega Max Born la granitica convinzione di un ordine armonico del cosmo strettamente determinato dai principi fisici di causa ed effetto. Già molti filosofi della natura (Galileo, Cartesio, Pascal, Newton, Leibniz…) avevano manifestato uno spirito religioso, e anche Einstein veniva spesso inserito in questa corrente di pensiero, come si evince dal suo saggio del 1931, Cosmic Religion with Other Opinions and Aphorisms, riproposto integralmente per la prima volta in italiano dall’editrice Morcelliana nel 2016, con il titolo Religione cosmica.

Questo volumetto raccoglie non solo i contributi diretti dello scienziato, ma anche un apprezzamento di G. B. Show alle sue teorie scientifiche e un dialogo con il poeta e mistico indiano Rabindranath Tagore (1861-1941) sulla controversa relazione tra scienza e teologia. Einstein non nascose mai la sua avversione nei confronti delle religioni organizzate, e nel dibattito con Tagore contrapponeva alla prospettiva soggettivistica, umanistica e antropocentrica di quest’ultimo un punto di vista oggettivistico della natura, svincolato e non condizionato dalle opinabili credenze degli uomini: “Credo che il teorema di Pitagora affermi qualcosa di approssimativamente vero, indipendentemente dall’esistenza umana”.

Nei due testi sul Pacifismo e sugli Ebrei, come in alcuni Aforismi che accompagnano il saggio iniziale, le opinioni del geniale scienziato possono apparire utopistiche, ingenue, o addirittura sconvenientemente datate. Se negli anni ’30 Einstein proponeva con innocente candore l’abolizione del servizio militare e degli eserciti per arrivare al disarmo mondiale, esprimendo una ferma condanna della corsa agli armamenti da parte di tutte le nazioni, nello stesso tempo tuttavia caldeggiava, in una prospettiva decisamente sionista, la colonizzazione della Palestina per rafforzare la dignità degli ebrei della Diaspora, e preservarne la tradizione spirituale. Negli Aforismi rivelava inoltre di aver imprudentemente sottovalutato la pericolosità del nazismo: “Hitler vive – o dovrei dire sta seduto? – sullo stomaco vuoto della Germania. Non appena miglioreranno le condizioni economiche, Hitler cadrà nell’oblio”. Pure la sua considerazione delle donne, come reso manifesto da alcuni elementi biografici, rivelava i pregiudizi maschili di un uomo nato nell’ultimo ventennio del XIX secolo: “Nella signora Curie non vedo altro che una brillante eccezione. Anche se ci fossero più scienziate del suo calibro questo non costituirebbe un’argomentazione contro la debolezza fondamentale dell’organizzazione femminile”.

Sempre negli Aforismi troviamo alcune intuizioni sull’esistenza di Dio che ci indirizzano verso la comprensione del saggio più importante: “Il mio sentire religioso è un umile stupore di fronte all’ordine rivelato nel piccolo appezzamento di realtà a cui corrisponde la nostra debole intelligenza”, “Vedo una trama. Ma la mia immaginazione non è in grado di raffigurare l’autore di questa trama. Vedo l’orologio. Ma non riesco a figurarmi l’orologiaio. La mente umana non è in grado di concepire le quattro dimensioni. Come potrebbe concepire un Dio, per il quale mille anni e mille dimensioni sono uno?”

Cosa affermava quindi Albert Einstein nelle cinque paginette di Religione cosmica? Poche, scarne e radicate convinzioni. In primo luogo, che il pensiero religioso è stato determinato agli albori dell’umanità da due sentimenti basilari: la paura (della morte, della malattia, della fame, degli animali selvatici) e il bisogno (di guida, amore, protezione, aiuto). Tali stati emotivi hanno fornito lo stimolo alla crescita della concezione di Dio, successivamente stabilizzata dalla formazione di caste sacerdotali mediatrici tra il popolo e un essere superiore, che ha garantito loro una posizione di potere. Riteneva dunque che il senso religioso nella sua forma più elementare fosse basato su una percezione irrazionale di timore, e solo successivamente si fosse trasformato in religione morale, per giungere nello stadio più elevato a un terzo livello di esperienza, quello della religione cosmica, lontana sia da qualsiasi dogma e superstizione, sia da un’idea di Dio dai caratteri antropomorfi in grado di interferire negli eventi naturali o nelle azioni umane con premi e castighi. “Il comportamento etico dell’uomo trova miglior fondamento nell’empatia, nell’educazione, nelle relazioni sociali, e non richiede alcun supporto della religione. La difficile condizione dell’uomo sarebbe, invero, triste se la paura della punizione e la speranza di ricompense dopo la morte fossero gli unici modi di fargli rispettare l’ordine”.

Il libro qui preso in esame si conclude con un’ampia e interessante postfazione degli stessi curatori del testo inglese, Enrico Giannetto e Audrey Taschini, docenti all’Università di Bergamo, che esplorano le radici spinoziane della teofisica di Einstein, con un ricchissimo apparato di note. Come per Baruch Spinoza (1632-1677), per Einstein Dio e Universo coincidono, e nella loro misteriosa impenetrabile bellezza possono essere intuiti solo da una religione cosmica, vera e disinteressata forza motrice della ricerca scientifica. La scienza, lungi dal minare le fondamenta della morale, si fonda su una visione razionale della struttura regolata e mirabile del cosmo e sulla compassione per tutti gli esseri viventi. Entusiasta lettore dell’Etica spinoziana, Einstein aveva scritto: “Noi seguaci di Spinoza vediamo il nostro Dio nell’ordine meraviglioso e nella pienezza della legge di tutto ciò che esiste, e nella sua anima come si rivela negli esseri umani e animali”.

Giannetto e Taschini, in un denso excursus delle teorie della fisica da Galilei a Hawking, sottolineano quanto la scoperta della relatività generale einsteiniana sia stata influenzata dalla teologia del filosofo olandese, convinto assertore dell’identificazione di Dio e Natura: energia e materia che si auto-costituiscono in uno spazio-tempo diventano attributi dell’unica sostanza divina, attiva e potente nell’Universo, al cui ordine l’uomo deve uniformarsi in un sentimento religioso di ammirazione per il creato e di collaborazione con i suoi simili.

 

© Riproduzione riservata               «La poesia e lo spirito», 6 aprile 2023

 

 

 

RECENSIONI

ELIOT

T.S. ELIOT, QUATTRO QUARTETTI – BOMPIANI, MILANO 2022

Un lavoro eccezionale, quello che la giovane anglista Audrey Taschini, docente all’Università di Bergamo, ha compiuto curando e traducendo i Quattro Quartetti di Thomas Stearns Eliot.  Il volume è diviso in tre parti, l’ultima delle quali riporta l’originale in inglese e la traduzione della curatrice, elegante e puntuale: forse la migliore tra le diverse che ho letto, perché non indugia in ostentazioni ed estrosità personali. Per rendersene conto, basta controllare la resa fedelissima, priva di pedanterie o enfasi, dei famosi primi versi di Burnt Norton: “Il tempo presente e il tempo passato / Sono entrambi forse presenti nel tempo futuro, / E il tempo futuro contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / Tutto il tempo è irredimibile”. Rispettose persino della disposizione grafica del testo, ci appaiono altre strofe successive: “Ma a che scopo // Disturbando la polvere su una ciotola di foglie di rosa / Io non so. // Altri echi / Abitano il giardino. Li seguiremo?” Rimane intatto il ritmo, il suono fermo e insieme gentile del modello.

Se qualcuno vorrà leggere questo importante omaggio al Premio Nobel anglo-americano, consiglierei di affrontare il libro proprio dalla fine, lasciandosi trasportare dall’equilibrio armonico della versione italiana. Nella Premessa, la curatrice specifica le linee guida del suo lavoro: “La traduzione ambisce a fornire nel testo italiano elementi sufficienti a rappresentare gli echi dell’intertestualità eliotiana e la ricchezza delle valenze semantiche e della suggestività dell’originale”.

Stimolante e nuovo è tutto l’impianto interpretativo della ricerca di Audrey Taschini. Nella prima sezione si prendono in considerazione le molteplici fonti culturali che hanno ispirato l’opera, a partire dalla Bhagavad Gita, attraverso le fondamentali intuizioni scientifiche e filosofiche del Novecento, con riferimenti all’arazzo compositivo della Commedia dantesca, agli assunti teologici nella poesia di John Donne e agli spunti morali del predicatore anglicano Lancelot Andrews. In particolare vengono messi in luce gli interessi che il poeta approfondì durante gli studi ad Harvard: il sanscrito e i Veda, i presocratici con la predilezione per Eraclito, l’attrazione per il pensiero magico in opposizione al razionalismo, la tesi di laurea su Bradley, l’interesse per la nuova fisica soprattutto nella definizione del concetto di tempo, lo studio del simbolismo e dello strutturalismo, l’adesione all’imagismo. La partecipazione a questo movimento letterario portò Eliot a condividere – con Pound, Joyce, Doolittle, Lawrence e altri scrittori –, l’ideale di un linguaggio iconico, secondo cui immagine e parola agiscono sinergicamente evocando direttamente le emozioni, aldilà di ogni concetto o locuzione astratta. Fu proprio Eliot che diede inizio a un nuovo modo di concepire e produrre poesia, pubblicando nel 1920 il saggio The sacred wood, in cui coniava il termine di “correlativo oggettivo”, riferendosi al procedimento poetico che da un fattore esterno (un oggetto, una serie di eventi, una situazione) lascia germinare immediatamente una sensazione e un’esperienza emotiva.

Se lo studio delle fonti rimane senz’altro illuminante e necessario, è tuttavia proprio nel secondo capitolo, dedicato al commento particolareggiato di ogni Quartetto, che maggiormente si dispiega l’intuito critico di Audrey Taschini, con l’attenzione specifica rivolta alla rielaborazione delle teorie imagiste.

Lo scetticismo eliotiano nei confronti del materialismo moderno lo induceva a riscoprire nel complesso linguaggio delle immagini e dei simboli il ruolo cognitivo e spirituale loro attribuito nell’antichità, quando rivestivano la funzione di dialogo e mediazione con l’Essere, mai raggiungibile in maniera puramente logica e razionale. La novità dei Four Quartets, tutta interna alla sfera religiosa, si evince quindi non tanto dai contenuti quanto dall’utilizzo di un linguaggio denso, allusivo e penetrante, capace di ricongiungere il trascendente con la realtà quotidiana, riunendo a un livello simbolico il corpo del mondo al suo spirito universale, nell’unità del tutto, là dove intellect and sensibility are in harmony. Per Eliot la poesia doveva esprimere una perfetta commistione tra senso, emozione e pensiero, trasformandosi in un’esperienza completa del vissuto, e aprendolo contemporaneamente a una verità sovrastante la pura percezione materiale e intellettuale.

Per ogni quartetto Eliot scelse il nome di un luogo dal particolare valore sentimentale o spirituale, con la funzione di correlativo oggettivo, fondamento concreto alle meditazioni filosofiche e teologiche trattate in ciascuno dei poemi: Burnt Norton, East Coker, The Dry Salvages, Litlle Gidding. Il numero quattro nella filosofia pitagorica era il simbolo del cosmo e dell’armonia delle sfere, richiamata anche dalla metafora musicale alla base dei Quartetti. Ma soprattutto il quattro rimanda agli elementi empedoclei – aria acqua terra fuoco –, principi costitutivi dell’universo, trasmutanti uno nell’altro in una trasformazione ciclica, in cui la natura rispecchia l’immobile movimento dell’Eterno (“Still and still moving”), come nel susseguirsi delle stagioni. La resa poetica dei legami tra l’individualità concreta e l’universalità astratta, il contingente e l’Assoluto, il temporale e l’infinito, il visibile e l’invisibile mira a riprodurre la fusione degli opposti in un principio divino unificante. Tale compenetrazione tra umano e sovrumano può essere rappresentato solo attraverso la riflessione sul tempo, inteso come un fluire indiviso di passato, presente e futuro: “Ciò che chiamiamo l’inizio è spesso la fine. / E fare una fine è fare un inizio, / La fine è dove cominciamo”.

Congedando questa sapiente rilettura dei Four Quartets, mi sembra opportuno riportare alcuni tra i tanti versi ricchi di emozione e significato, che nel periodo oscuro in cui furono scritti, e in quello altrettanto minaccioso che stiamo vivendo, offrono uno spiraglio al chiarore di una nuova alba: “Dissi alla mia anima, stai ferma, e attendi senza speranza / Poiché la speranza sarebbe speranza per la cosa sbagliata; attendi senza amore, / Poiché l’amore sarebbe amore per la cosa sbagliata; ancora c’è la fede, / Ma la fede e l’amore e la speranza sono tutte nell’attesa. / Attendi senza pensiero, poiché non sei pronto per il pensiero: / Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza”.

 

© Riproduzione riservata             «Gli Stati Generali», 23 gennaio 2023

 

 

 

RECENSIONI

ELITIS

ODISSEAS ELITIS, DIARIO DI UN INVISIBILE APRILE – CROCETTI, MILANO 1990

 

Con 7 disegni di Alekos Fassianòs e la traduzione di Paola Maria Minucci, l’editore Crocetti ha pubblicato nel lontano 1990, e ristampato nel 2007, il volume di versi Diario di un invisibile aprile del poeta Odisseas Elitis.

Elitis (1911-1996), insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1979, è una delle figure più significative della poesia contemporanea greca, che ha rinnovato formalmente mantenendosi tuttavia fedele alla tradizione classica. Vissuto a lungo a Parigi, ebbe modo di conoscere i maggiori esponenti della cultura francese del Novecento: Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse, Giacometti, Picasso. Ricoprì incarichi prestigiosi (presidente dell’Ente radiofonico greco, membro dell’Unione internazionale dei critici d’arte, membro della Société Européenne de Culture), ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali, e molte lauree honoris causa. Nonostante ciò, la sua fama di poeta non è riuscita ad affermarsi quanto meriterebbe.

I temi da lui trattati con più frequenza sono quelli paesaggistici (mare, cielo e vegetazione mediterranea), la donna descritta nella sua seducente sensualità, il sentimento per il divino che dalle radici della grecità classica si espande ai simboli cristiani, e il corteggiamento della morte avvertita come transito verso l’eterno. Secondo la curatrice “Il sentimento della natura di Elitis, asse portante della sua poesia, trova nel profondo della sua anima corrispondenze morali e analogie spirituali: quello che egli vede non è mai, in nessun modo, semplicemente ‘paesaggio’.”

Ne fanno fede questi versi: “ANCORA PIOVE. Sembra piovere eternamente. Ed eternamente andrò in giro con un ombrello cercando una cittadina rosa piena di buone pasticcerie all’aperto”, “PESO DELLA DOLCEZZA del cielo / dopo che tuonò e si muove la lumaca. / Pezzi di casa che galleggiano, balconi con l’asta davanti, / il vento. // Realtà è la morte che sovrasta / carica di vecchie felicità / e di quella ben nota disperazione (che si fece bianca / nelle dure solitudini)”, “GIORNATA LIMPIDA, DIAFANA. Sotto forma di monte immobile appare il vento là verso occidente. E il mare con le ali ripiegate, in basso, sotto la finestra. Ti viene voglia di volare in alto e da lassù distribuire in dono la tua anima. Poi scendere e, intrepido, prendere nella tomba il posto che ti appartiene”.

Luce e buio, cielo e terra, vita e morte, quindi. Il diario che si snoda in queste pagine, datato puntualmente nei giorni della settimana, dura dunque tutto il mese di aprile, è scandito nel tempo ma travalica il tempo, essendo un aprile invisibile, tutto interiore. I versi si alternano a brevi prose, le descrizioni alle meditazioni, il sogno alla realtà più concreta. Ma lo sguardo esterno, pur prendendo spunto da qualche elemento oggettivo, finisce per assolutizzarsi in una riflessione che riguarda l’esistenza personale del poeta, o quella più generale di tutte le creature, nella sua caducità e nel suo indicibile mistero: “TROVAI UNA PICCOLA CHIESA tutta acque correnti e l’appesi al muro. I suoi candelabri sono di ceramica e somigliano alle mie dita quando scrivo. Da come risplendono i vetri capisco se un angelo è passato. E spesso la sera siedo fuori sul muretto e mi abbarbico al maltempo come il geranio”.

 

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https://www.sololibri.net/Diario-invisibile-aprile-Odisseas-Elitis.html             20 febbraio 2020

 

RECENSIONI

ELKINS

JAMES ELKINS, DIPINTI E LACRIME – BRUNO MONDADORI, MILANO 2009

Cosa fa piangere le persone davanti a un dipinto, si chiede il critico statunitense James Elkins, e soprattutto: succede ancora oggi, in questi nostri tempi aridi e smaliziati, ironici ed eruditi, e nelle nostre gallerie d’arte, affollate e documentate fino all’ipertrofia?
L’autore ha raccolto più di quattrocento testimonianze scritte da individui comuni, accademici, artisti sulla loro partecipazione emotiva alla visione più o meno commovente di un quadro.
Scoprendo che si può lasciare libero sfogo alle lacrime per tanti motivi: perché il dipinto ci può ricordare qualcosa del nostro passato, o un desiderio o una paura rimossa; perché si è delusi nelle aspettative, o perché ci si sente sovrastati dalla magnificenza. “Dipinti e lacrime”, quindi, ovvero “Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro”.

Si sa che Stendhal è svenuto dopo aver visitato Santa Croce, mentre Ruskin, sopraffatto dall’emozione davanti a un Tintoretto, è scoppiato a ridere, e Mark Twain si è divertito e annoiato osservando “il lamentevole relitto del più celebre dipinto del mondo, ’L’ultima cena di Leonardo”.

Lo stesso Elkins racconta di quanto L’estasi di San Francesco di Giovanni Bellini esposta a New York l’abbia turbato dall’adolescenza, costringendolo a tornare a vederla molte volte nel corso della sua vita, finché la mole di informazioni e di studio che aveva accumulato sul quadro finì per soffocare in lui ogni tremito, ogni ansia di assoluto.
Quanto ci possono impressionare, oggi, le tele monocromatiche e disperate di Rohtko nella cappella a lui dedicata a Houston, l’oscurità di un Rembrandt a Amsterdam, i paesaggi solitari e sconfinati di Friedrich, le Madonne medievali nei musei di tutto il mondo? E perché invece non ci commuove più la pittura celebrativa, retorica o edulcorata della Francia settecentesca ?
James Elkins sostiene che tre sono le ragioni che spingono le persone a piangere davanti a un quadro: la consapevolezza dello scorrere del tempo, la nostalgia di Dio, e l’incombere del vuoto e dell’assenza. Se l’arte ci emoziona ancora, il mondo può sperare…

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/Dipinti-e-lacrime-James-Elkins.html

26 ottobre 2016

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