PAUL H.D. d’HOLBACH, SAGGIO SULL’ARTE DI STRISCIARE – IL NUOVO MELANGOLO, GENOVA 2009

 

Dieci paginette circa, suddivise in altrettanti paragrafi, costituiscono questa Facezia filosofica tratta dai manoscritti del defunto barone d’Holbach (come recita il sottotitolo). Il titolo del breve trattato suona invece nella sua interezza così: Saggio sull’arte di strisciare. Ad uso dei Cortigiani.

L’autore è Paul H.D. d’Holbach (1723-1789), sulla cui esistenza ci ragguaglia la nota biografica a conclusione del volumetto, curata da Francesco Chiossone. D’Holbach era nato da una famiglia piccolo borghese nello stato tedesco del Palatinato, aveva ereditato il titolo nobiliare da uno zio, aveva studiato all’università olandese di Leida e si era quindi trasferito a Parigi, naturalizzandosi francese. Amico di Diderot, aveva collaborato alla stesura di alcune voci dell’Enciclopedia. Dopo la morte precoce dell’amatissima prima moglie, si votò a un convinto ateismo, e a un conseguente anticlericalismo, in ossequio alla sua fede illuministica. Nel 1766 scrisse Il Cristianesimo svelato, un radicale attacco alla religione, considerata un ostacolo al pieno e libero dispiegarsi della ragione. Convinto che potere religioso e potere politico costituiscano il fondamento di ogni assolutismo, pubblicò numerosi libelli polemici, affermando che la Chiesa derivava il suo ascendente sul popolo dal sostegno delle varie monarchie (“Senza Costantino, Gesù Cristo sulla terra avrebbe fatto un’assai magra figura”). La sua opera fondamentale fu il Sistema della natura, condannata al rogo perché esprimeva una visione del mondo totalmente materialistica a atea, basata su tesi scientifiche che escludevano qualsiasi ipotesi creazionista e finalistica della vita. In tarda età, gli interessi del barone d’Holbach si rivolsero soprattutto a temi etici e politici, alla promozione di ideologie progressiste di rinnovamento sociale, sempre nella prospettiva di una maggiore libertà dalle superstizioni e laicità di pensiero.

Questa lunga premessa biografica per introdurre il saggio di cui ci occupiamo, uscito postumo, animato soprattutto da un intento satirico nei confronti dei lacchè che popolavano la Corte francese, nutrendo ambizioni economiche e di potere, e macchiandosi di varie colpe, tradimenti, meschinità, sotterfugi, adulazioni e adescamenti puri di ottenere i loro scopi.

“Cortigiani vil razza dannata”, canta Rigoletto, esprimendo così una verità universale ed eterna, che riguarda tutte le anticamere di tutti i palazzi, i parlamenti, le basiliche del mondo. d’Holbach esprime tutto il suo disprezzo verso la cortigianeria in maniera intelligentemente subdola, offrendo ironicamente i suoi consigli su come strisciare al cospetto dei potenti.

Eccone un florilegio, nella traduzione di Emanuela Schiano di Pepe:

“L’uomo di Corte è senz’ombra di dubbio il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana. Si tratta di un animale anfibio, che spesso assomma in sé ogni sorta di contraddizione… Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata… Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli… Per vivere a corte è necessario un dominio assoluto dei muscoli facciali, al fine di ricevere senza batter ciglio le peggiori mortificazioni…  Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso ed educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente…  Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale, ma solamente quella del padrone o del ministro… Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone… deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto. […] La nobile arte del cortigiano, l’oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone… Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita. È di temperamento ombroso? Bisogna instillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano… La vita del cortigiano è un perpetuo impegno”.

 

© Riproduzione riservata       3 febbraio 2020

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