FRISCH

MAX FRISCH, HOMO FABER   ̶   FELTRINELLI, MILANO 2019, p.219

Capita talvolta di chiedersi se vale davvero la pena seguire ogni anno le classifiche della narrativa più venduta in Italia, o di acquistare gli autori presenti nell’ultima cinquina dell’ultimo premio letterario, per accorgersi, alla fine di una faticosa e svogliata lettura, che quelle pagine hanno lasciato scarse tracce di sé, nella mente e nel cuore, e invece una specie di frustrazione, di scoraggiato disappunto. Allora perché non rivolgere direttamente la propria attenzione ai libri belli (ce ne sono tantissimi!) pubblicati in Italia e nel mondo tra gli anni ’40 e gli ’80, quando ancora alla letteratura era demandato il compito non solo di intrattenere, ma anche di proporre vicende private e collettive coinvolgenti, di notevole spessore etico e culturale, e addirittura formalmente curate?

Magari riscoprendo Max Frisch (Zurigo, 1911-1991), autore di validissimi romanzi e testi teatrali, capaci di interrogare il lettore su questioni di rilievo sociale e politico, e acuti nell’indagine psicologica dell’ambiente e dei personaggi. Tra i tanti suoi volumi (Stiller, Il mio nome sia Gantenbein, L’uomo nell’Olocene, Barbablù…), Homo Faber, scritto nel 1957, è quello che ha conosciuto più ristampe, il più vivace dal punto di vista del plot narrativo, e ancora oggi assolutamente attuale.

Walter Faber, ingegnere svizzero cinquantenne al servizio dell’Unesco, narra in prima persona l’odissea che lo porta, attraverso una serie di vicissitudini impreviste e imprevedibili, a mettere in discussione la sua intera esistenza di persona razionale, metodica, impermeabile a fedi, suggestioni ed emozioni incontrollate. Imbarcatosi a New York su un aereo diretto a Città del Messico, il susseguirsi di strane circostanze sembrerebbe indicargli l’opportunità di rimandare il viaggio di lavoro programmato. Le prime dieci pagine del romanzo sono eccezionali nella descrizione accurata della nevrosi del protagonista, infastidito da tutto ciò che sperimenta a bordo (dalle cattive condizioni atmosferiche al vicino di posto, un invadente e ciarliero tedesco di nome Herbert Hencke; dall’idiozia delle riviste pubblicitarie e dei reiterati annunci delle hostess al ricordo ossessivo e annoiato della sua giovane amante americana Ivy, svampita di cui non riesce a liberarsi). Durante lo scalo a Houston, Faber si chiude in una toilette dell’aeroporto pur di sottrarsi alla presenza del prossimo (“volevo esser lasciato in pace, gli esseri umani affaticano”), ma viene costretto dal personale a imbarcarsi di nuovo. Nel prosieguo del volo, un grave guasto tecnico costringe l’aereo a un atterraggio di emergenza nel deserto di Tamaulipas. I passeggeri trascorrono giorni e notti all’addiaccio, affamati e sporchi, prima di venire soccorsi e trasportati a Caracas. Durante questa forzata convivenza, l’ingegnere scopre che il compagno di viaggio Herbert è il fratello di un suo caro amico degli anni universitari, Joachim, attualmente in Guatemala per seguire gli affari di famiglia nelle piantagioni di tabacco. Dopo gli studi, aveva sposato una ragazza ebrea di nome Hanna, che era stato la prima fidanzata di Faber e l’aveva abbandonato appena rimasta incinta. Si lascia convincere da Herbert a cambiare programma, e ad accompagnarlo nella ricerca del fratello disperso. Inoltrandosi nella selva guatemalteca (torrida, fangosa, lussureggiante di vegetazione tropicale e infestata da insetti, serpenti e avvoltoi) i due compagni scampati all’incidente aereo riescono infine a raggiungere la squallida residenza di Joachim, e ne recuperarano il corpo appeso a una trave del tetto.

Il suicidio dell’amico e la rivelazione del matrimonio di lui con Hanna mettono in crisi la ferrea logica consequenziale del protagonista, che da sempre considera l’improbabile come un “caso limite del possibile”, e tende a escludere dal proprio orizzonte sia l’intervento della provvidenza, sia l’immodificabilità del destino. Turbato e infastidito dalle troppe avversità, torna a New York intenzionato a cancellare memorie e rimpianti, e da lì decide di rientrare in Europa via mare. Ma proprio sulla nave sembra attenderlo l’appuntamento fatale che stravolgerà la sua cinica e pianificata esistenza, votata esclusivamente al lavoro e al progresso scientifico.

“I sentimenti sono fenomeni di stanchezza, nient’altro”, pensava Walter Faber prima di incontrare Sabeth, una ventenne dalla coda di cavallo rossiccia e dagli occhi grigi. La tenerezza nei riguardi della ragazza (“Non sapevo più che si poteva essere tanto giovani”) si trasforma presto in un amore impastato di gelosia e senso di protezione. Con lei inizia a viaggiare, accompagnandola in un tour culturale attraverso l’Italia e la Grecia, e lasciandosi trascinare dal suo entusiasmo per l’arte. Ma proprio nei pressi di Atene l’epilogo drammatico della storia tra i due assume i contorni di una tragedia classica, in cui le figure di Edipo e Ifigenia si intrecciano in una nemesi che la stringente, laica e raziocinante logica dell’ingegnere svizzero non poteva né prevedere né governare.

Come in altri romanzi, Max Frisch affida a una soluzione imprevista e angosciante la conclusione delle sue trame, in cui i personaggi sono sovrastati e travolti dal succedersi di eventi casuali e necessari insieme.

Da questo romanzo (che dopo più di sessant’anni continua a risultare assolutamente moderno, anche nelle riflessioni quasi profetiche del protagonista sull’intelligenza artificiale, la sovrappopolazione, i rapporti tra i sessi, la sfida tra umanesimo e scienza, i vincoli della religione) è stato tratto nel 1991 il film Voyager diretto da Volker Schlöndorff.

 

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 5 settembre 2020