ROBERT FROST, FUOCO E GHIACCIO – ADELPHI, MILANO 2022

Fare i conti con la tradizione, in poesia, significa anche rileggere un classico del Novecento americano: Robert Frost, di cui Adelphi pubblica una corposa scelta di versi, in un volume curato dall’anglista Ottavio Fatica, intitolato Fuoco e Ghiaccio. Titolo che riprende, oltre che il componimento omonimo, una definizione dello stesso poeta: “Come un pezzo di ghiaccio su una stufa rovente, la poesia deve cavalcare il proprio scioglimento”. Fredda, nel senso di razionale e controllata, ma capace di incendiarsi e di incendiare, la poesia deve sapere poi anche sciogliersi, abdicando al proprio ruolo di visionarietà fulminante, per assumere una forma più liquida, arrendevole, indulgente. Chiarezza, compassione, gratitudine per il mistero dell’esserci, sono i tratti unificanti di questi versi, sospesi tra ansia metafisica e attenzione alla concretezza del reale, espressa nei volti e nelle azioni delle persone, nella fisicità dell’ambiente animale e vegetale.

Insignito per quattro volte del Premio Pulitzer, Robert Frost (1874-1963), nato in California, cresciuto nel New England e trasferitosi nella maturità nella campagna del Vermont, dove possedeva una fattoria, dedicò l’intera esistenza alla letteratura, all’insegnamento e all’amore per la vita agreste. Nonostante le numerose tragedie che colpirono la sua famiglia (lutti, suicidi, malattie psichiche, difficoltà economiche), la sua poetica mantenne sempre una serenità di fondo, complice una visione incantata della natura, di cui avvertiva (come Emily Dickinson) l’insita sacralità. Eppure, nella placidità del mondo bucolico rappresentato, non mancano atmosfere cupe, ostili, quasi stregonesche; morti violente, incidenti sanguinosi, cataclismi meteorologici e dissesti finanziari, che trovano però un riscatto e una strategica via di salvezza negli echeggiamenti delle saghe e delle ballate popolari.

Ottavio Fatica, poeta egli stesso e insigne traduttore, nella sua acuta e pungente postfazione, sottolinea quanto le opinioni della critica sulla produzione di Frost siano state ambivalenti, se non addirittura contrastanti. Dal rimprovero di essere il tardo “cantore di una vita rurale da rimpiangere”, autore di versi facilmente memorizzabili, oscillanti tra didascalismo e ridondanza, fino alle accuse di intemperanza, artificio e tendenza ad autocelebrarsi come poeta nazionale (i suoi viaggi come ambasciatore culturale all’estero, e la sua presenza all’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca gli vennero sempre rinfacciati), i critici ideologicamente più impegnati biasimavano la sua estraneità alle inquietudini contemporanee, il disinteresse verso la psicanalisi, l’economia e le conquiste scientifiche. Un po’ la stessa sorte era toccata al nostro Giovanni Pascoli, ritenuto un retorico celebratore degli affetti domestici che mirava a nascondere la sua vera natura di morboso e complessato sessuomane, nell’assurdo tentativo di sminuirne l’eccezionale statura di maestro della poesia italiana novecentesca.

Ovviamente, non si può chiedere a Pascoli di non essere Pascoli, né a Frost di non essere Frost. Robert Frost scriveva “sentimentalmente”, avvicinandosi all’oggetto della poesia con una soggettività interpretativa forse eccedente, naturalmente candida – come ritengono alcuni –, astuta e costruita, come ipotizzano altri. Era questa, tuttavia, la sua maniera di intendere non solo la poesia, ma anche la realtà materiale e spirituale ad essa sottesa. “Il bello sta nel modo in cui lo dici”, affermava, e il suo concetto di bello formale coincideva con l’armonia del dettato, da raggiungere attraverso una spontanea musicalità dei versi. Nella sua copiosa produzione, utilizzava formule tradizionali, senza ricorrere a sperimentalismi linguistici o ad astrusi stravolgimenti sintattici: le rime come elemento strutturale determinante; la metrica abilmente sorvegliata e altrettanto sagacemente tradita; un lessico puntiglioso, concreto, eppure mai appesantito; il parlato svelto e colloquiale; l’immagine precisa ma non pedantemente minuziosa. L’estrema abilità compositiva rende le sue pagine godibilmente fruibili, evitando pedanterie e sfoggi di perizia stilistica, e mantenendo un’immediata freschezza di rappresentazione.

Gli estesi poemetti di impianto teatrale, siano essi monologhi o dialoghi, introducono chi legge in situazioni di forte impatto drammatico: esemplare Morte di un bracciante, in cui marito e moglie discutono animatamente se mantener a loro servizio un vecchio operaio, malato e non più produttivo, che infine viene ritrovato cadavere nella stalla. Oppure il doloroso fronteggiarsi di una coppia che ha perso il bambino, e ne osserva la tomba da lontano, rinfacciando l’indifferenza dell’uno alla sproporzionata afflizione dell’altra. O ancora la lunga confessione di una serva che, dopo aver abbandonato la disgraziata famiglia d’origine, si ritrova in una situazione di sfruttamento ben peggiore; o i due amanti che affrontano di notte l’arrivo minaccioso di uno sconosciuto.

Assumendo di volta in volta prospettive e ruoli narrativi differenti (donna e uomo, giovane e vecchio, padrone e subalterno), Frost regala al lettore squarci di notevole intensità emotiva, in un’atmosfera che rimane sospesa, tra amarezza e ironia, fino a conclusioni inaspettate. In queste composizioni dal respiro più ampio, la traduzione di Silvia Bre, puntuale e riflessiva, accompagna scrupolosamente il testo, animandolo con empatica adesione. Nelle poesie più brevi e liricamente abbandonate, si fa invece razionalizzante e spigolosa, quasi a voler correggere con più sobrietà il cantato dell’originale, attualizzandone la terminologia ed evitando l’esuberanza delle rime ricorrenti. Che invece nella versione di Giovanni Giudici, pubblicata in un Oscar Mondadori del 1988, aveva trovato una rilassata e quasi compiaciuta rispondenza.

La pacata saggezza che ancora oggi ritroviamo nei versi di Robert Frost, più o meno consapevolmente si traduce in un ammonimento morale, a volte esplicito, più spesso velato da allusiva ironia, che la limpidezza e la trasparenza del linguaggio riesce a rendere non colpevolizzante. In uno dei suoi testi più antologizzati, reso famoso dalla voce recitante di Robin Williams nel film L’attimo fuggente, l’indicazione è appunto solo suggerita: “Two roads diverged in a wood, and I – / I took the one less traveled by, / And that has made all the difference”. La differenza che viene proposta da un’arte poco frequentata, marginale, come appunto la poesia.

 

© Riproduzione riservata           «Gli Stati Generali», 22 febbraio 2022