GINZBURG

NATALIA GINZBURG, LA STRADA CHE VA IN CITTÀ – EINAUDI, TORINO 2018

“Aspro, pungente, pieno di sapori nuovi come un frutto appena un po’ acerbo, La strada che va in città è uno dei libri più belli di Natalia Ginzburg. È un libro senza rughe: non perde mai di freschezza, e mantiene intatta, a ogni rilettura, attraverso gli anni, la sua ruvidezza selvatica e adolescente”. Con queste parole Cesare Garboli presentò nel 1993 il romanzo da poco riedito nella collana economica ET di Einaudi. La Ginzburg l’aveva scritto a venticinque anni, durante il confino in un paesino abruzzese cui era stato condannato il marito Leone per antifascismo: si trattava del suo primo libro di ampio respiro, avendo in precedenza pubblicato solo racconti in rivista. Nel ’42 il romanzo uscì da Einaudi con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. Giustamente Garboli sottolineava come in questa prima prova fossero già presenti i temi fondanti della narrativa successiva: la famiglia, con i suoi dissidi, scontri e incomprensioni: l’irrequietezza della protagonista femminile; le ambizioni di riscatto sociale; le delusioni sentimentali; il confronto città-campagna. Anche lo stile prelude a quello più collaudato e sicuro delle opere maggiormente note dell’autrice: dialoghi scarni e colloquiali, perlopiù intessuti di domande e risposte concise; scarse descrizioni dei luoghi e degli ambienti naturali, e invece rilievi attenti forniti ai visi, ai gesti, alle andature dei personaggi; linguaggio denotativo, che sembra voler rifuggire da qualsiasi commossa empatia, rifugiandosi nella stessa indifferente inerzia con cui vivono i protagonisti.

La storia è semplice: Delia è una ragazza diciassettenne che vive in un paesino lontano alcuni chilometri dalla città capoluogo. La sua è una famiglia modesta, composta dalla madre sarta, dal padre elettricista “stanco e rabbioso”, cinque fratelli e un cugino: “Si dice che una casa dove ci sono molti figli è allegra, ma io non trovavo niente di allegro nella nostra casa… Odiavo la nostra casa. Odiavo la minestra verde e amara che mia madre ci metteva davanti ogni sera e odiavo mia madre”. L’insofferenza che la giovane prova nei riguardi dei familiari rasenta l’odio, la non sopportazione, e la spinge ad allontanarsi quotidianamente dal paese per raggiungere a piedi la città vicina, dove passa il tempo a passeggiare nel corso, guardando le vetrine o visitando la sorella maggiore Azelia, sposata con un uomo che non ama e che tradisce senza alcun senso di colpa, abbandonandosi spesso a relazioni inconcludenti. Delia vorrebbe fare come lei, sposarsi per allontanarsi dalla famiglia che detesta e di cui si vergogna. Probabilmente ama ed è riamata dal cugino Nini, un operaio sensibile e colto, dedito all’alcol, ma per noia o disperazione si lascia sedurre e mettere incinta da Giulio, figlio del medico del paese. Costretta a nascondersi per evitare pettegolezzi e cattiverie, viene ospitata da una zia, in attesa del matrimonio riparatore continuamente rimandato, vivendo la gravidanza con un sentimento di estraneità e di esibito fastidio. Anche quando alla fine si sposa e partorisce, Delia non esce dal suo torpore, e la nuova esistenza in città, col marito e il bambino in un appartamento elegante, le rimane comunque indifferente: “Passavo le giornate a letto e verso sera mi alzavo, mi dipingevo il viso e uscivo fuori, con la volpe buttata sulla spalla. Camminando mi guardavo intorno e sorridevo con impertinenza”.

La bravura di una Natalia Ginzburg così giovane risiede essenzialmente nell’aver saputo rendere l’apatia sentimentale della protagonista, che di ciò che ha vissuto e vive in ambienti e con persone diverse sembra non comprendere e assimilare nulla, preferendo lasciarsi scivolare addosso gioie e dolori con la stessa noncurante insensibilità.

© Riproduzione riservata     https://www.sololibri.net/La-strada-che-va-in-citta-Ginzburg.html            5 ottobre 2018