GRASS

GÜNTER GRASS, IL MIO SECOLO – EINAUDI, TORINO 1999

Günter Grass (Danzica, 1927-Lubecca, 2015) premio Nobel per la letteratura nel 1991 – meritato riconoscimento alla sua lunga attività di narratore, drammaturgo, poeta e saggista -, si è sempre confrontato in maniera critica con la tormentata storia della Germania. Ne Il mio secolo, apparso nel 1999, ha riunito cento brevi racconti che ricostruiscono anno per anno la storia del ’900. Il volume, oggi difficilmente recuperabile, si spera possa venire ristampato e messo in commercio da qualche encomiabile piccolo editore. Ne varrebbe la pena, perché le vicende narrate sono godibili, oltreché interessanti, ed espresse con una concisione e leggerezza che le rende più abbordabili rispetto alla gravità dei corposi romanzi (Il tamburo di latta, Anni di cani, Il rombo, È una lunga storia).

Provocatorio, sarcastico com’è nelle sue corde, ma anche lieve e intenerito in alcune descrizioni di interni ambientali e privati, Grass riesce qui a comporre un mosaico di avvenimenti storici in cui si compenetrano tragedie collettive con esperienze e memorie personali, collegando eventi lontani ad altri più recenti, laddove violenza, sfruttamento, ingiustizia presentano sempre lo stesso profilo sopraffattore. L’io narrante confonde quindi la sua voce con quella corale o individuale di protagonisti e testimoni della cronaca ufficiale, in un vivace caleidoscopio di atmosfere, linguaggi, personalità differenti.

Il volume si apre sulla rivolta dei Boxer in Cina, espressione paradigmatica del volto aggressivo del colonialismo di ogni epoca: tutte le potenze europee alleate nello sterminio efferato degli asiatici ostili al nascente capitalismo occidentale. La prima guerra mondiale è poi presentata originalmente attraverso l’ottica inconciliabile di due scrittori tedeschi che l’avevano combattuta in prima persona, il “pacifista irriducibile” Eric Maria Remarque e l’interventista anarchico Ernst Jünger, di cui si ipotizza un incontro postumo avvenuto in territorio neutrale, a Zurigo. Quindi la terribile inflazione del primo dopoguerra, seguita dall’ascesa di Hitler nel 1933 raccontata dalla voce di un gallerista ebreo che mette al sicuro alcuni quadri di arte “degenerata”; l’istituzione dei campi di lavoro, la guerra civile spagnola, la notte dei cristalli del 1938.

Diversi cammei sono dedicati a partite di calcio o a gare ciclistiche, all’inaugurazione di gallerie ferroviarie, alla stampa di francobolli celebrativi, all’incisione dei primi dischi (“con il grammofono il mondo si reinventa da capo”), all’invenzione della radio a galena, alla trasvolata atlantica dello Zeppelin 126: avvenimenti che annunciavano trionfalmente il progresso, osservati attraverso gli occhi di donne e uomini comuni, di coloro insomma che “si ritirano volentieri nelle retrovie”.

Il punto di vista di questo osservatorio politico è soprattutto, ma non solo, tedesco: mai di parte, tuttavia, e critico nei riguardi della volontà suprematista della Germania. In particolare dal 1927, anno di nascita di Grass, coincidente con la pubblicazione del capolavoro di Heidegger Essere e tempo, la voce dell’autore si fa sentire più spesso in prima persona, a commentare con giudizi taglienti sia le vicende più tragiche del suo paese, sia costumi sociali, scelte politiche, tendenze ideologiche poco condivisibili. Dalle atrocità del secondo conflitto mondiale, con il conseguente senso di colpa che ha tormentato la popolazione tedesca per decenni, alla divisione tra Germania Est e Ovest, fino alla caduta del muro di Berlino (“ho gridato ‘pazzesco!’, per la gioia e lo spavento, ‘ma è pazzesco!’”), e poi alla riunificazione, considerata artificiosa e ingannevole nella sua pretesa democraticità egualitaria. La cultura non viene ignorata, nello scandire del tempo che si rincorre anno per anno. Si citano in modo irriverente gli emuli dell’oscurantismo linguistico di Heidegger, il gigantesco Mann, il nebuloso Celan, l’impegno di Bertolt Brecht e Gottfried Benn.

Günter Grass si mette poi direttamente in gioco quando ricorda il rapporto con la prima moglie Anna (“avevamo sempre meno da dirci”), con le figlie, e nell’ultima pagina del 1999, nella commossa rievocazione della madre morta di cancro dopo un’esistenza tormentata da miseria, guerre e persecuzioni etniche, e ora tornata viva nella memoria de figlio: “Il ragazzaccio ha superato i settanta e si è fatto un nome già da un pezzo. Ma non riesce a smetterla, con le sue storie…”.

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 27 agosto 2022