ROMANO GUARDINI, RITRATTO DELLA MALINCONIA – MORCELLIANA, BRESCIA 2022

Un breve testo prezioso, questo Ritratto della malinconia di Romano Guardini, pubblicato in Germania nel 1928 e tradotto in Italia dalla casa editrice Morcelliana nel 1952, riproposto quindi in diverse edizioni fino alla più recente del 2022. Mantiene ancora oggi tutto il suo fascino di riflessione filosofica profonda, di scrittura elegante e sensibile, nell’affrontare un tema spesso indagato sia artisticamente sia psicanaliticamente, ma trascurato nella sua più elevata dimensione metafisica.

Teologo, filosofo e sacerdote, nato a Verona nel 1885 ma vissuto in Germania fino alla morte nel 1965, Guardini fu titolare di cattedre universitarie a Berlino, Tubinga e Monaco: perseguitato dai nazisti dovette a più riprese sospendere l’insegnamento. La sua vastissima produzione – che esprime una fine sensibilità artistica oltre che una forte ispirazione religiosa – è tutta intesa a prospettare, senza intenti sistematici, una concezione cattolica del mondo direttamente impegnata di fronte alle problematiche sociali ed esistenziali della vita moderna.

L’incipit del saggio non conosce addolcimenti retorici o diplomatici: “Troppo dolorosa è la malinconia e troppo a fondo spinge le sue radici nel nostro essere di uomini, perché la si debba abbandonare nelle mani degli psichiatri”.

Il riferimento obbligato è già dalle prime pagine quello al filosofo danese Sören Kierkegaard, alla sua “nostalgia divorante… vaga e informe”, immotivata, inspiegabile in un giovane uomo amato in famiglia e dagli amici, stimato intellettualmente, privo di inquietudini economiche o problemi di salute, ma in uno stato di perenne angoscia, incapace di cercare conforto e aiuto negli altri, di comprendere il mondo e sé stesso, consegnandosi alla gioia.

Secondo Guardini, nella malinconia “più che altrove si manifesta la criticità della nostra condizione umana”; essa nasce da una particolare vulnerabilità e sensibilità che rende indifesi rispetto alla spietatezza stessa dell’esistenza, alla sofferenza diffusa ovunque, tra gli uomini e nella natura. Nel malinconico esiste una sproporzione tra le cause di circostanze effettivamente negative e l’effetto che esse producono nell’animo: “Il male non sta nelle occasioni e nei conflitti esteriori, sta proprio nell’intimo; in una specie di affinità elettiva con tutto quello che può ferire”. In genere la malinconia si associa a una disistima di sé, a una scarsa consapevolezza del proprio valore che provoca timidezza e imbarazzo nelle frequentazioni sociali, nonostante l’aspirazione ad affermarsi e al riconoscimento avvertiti acutamente. Ciò porta a uno stato di insoddisfazione e di continuo auto-tormento, che induce a desiderare il proprio totale fallimento o addirittura la morte. Intuire la grandezza dei valori positivi, anziché produrre entusiasmo e desiderio di agire, può avere effetti disgreganti, soprattutto negli artisti che aspirano a ottenere la perfezione nelle loro opere, o nei religiosi che mirano alla santità: il senso di inadeguatezza e di colpa che derivano dal non raggiungimento degli obiettivi assume contorni autodistruttivi, costringendo il soggetto al nascondimento, alla solitudine.

Eppure, questo stato d’animo di “oscura tristezza” nasconde spesso tesori di profondità intellettuale, di volontà di raccoglimento, di indifferenza verso la superficialità e l’esteriorità, di attitudine alla gentilezza e alla benevolenza: segretamente vi si cela un desiderio inappagato di amore e bellezza, la nostalgia del bene e dell’eterno. Ma tale aspirazione all’assoluto si scontra con la consapevolezza della vanità e della transitorietà delle cose.

Medici e psicologi danno spiegazioni limitate e oggettive riguardo all’incapacità del malinconico di adeguarsi al reale, insistendo soprattutto su complessi relativi alla sessualità o a traumi infantili. Per Romano Guardini, uomo di fede e grande interprete di testi poetici, “la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo”. E suggerisce un rimedio per guarirne: radicarsi nella realtà, accettarla nei suoi limiti, accogliendo senza preclusioni la propria esistenza di confine tra materia e spirito, di creatura vincolata dalla propria condizione umana.

 

© Riproduzione riservata    SoloLibri.net           5 giugno 2024