HAJDARI

Intervista a Gëzim Hajdari: la poesia, l’impegno, l’esilio

Intervista a Gëzim Hajdari: la poesia, l'impegno, l'esilio

Gëzim Hajdari è nato nel 1957 in Albania da una famiglia di ex proprietari terrieri i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel corso della sua intensa attività di giornalista ed esponente politico dell’opposizione, ha denunciato pubblicamente i crimini della vecchia nomenclatura e dei regimi post-comunisti albanesi. Dal 1992 è esule in Italia. In Albania ha svolto vari mestieri (operaio, magazziniere, ragioniere, militare, insegnante di letteratura), mentre in Italia ha lavorato come contadino, zappatore, manovale, aiuto tipografo.
Bilingue, Hajdari scrive e traduce in albanese e in italiano, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, libri di viaggio e saggi, vincendo prestigiosi premi. Con l’editore romano Ensemble, presso cui cura la collana di poesia Erranze, sono usciti tre libri di versi (Nûr: eresia e besaDelta del tuo fiume e Cresce dentro di me un uomo straniero, appena edito), testimonianza della sua realtà esistenziale di esule e rifugiato, sradicato non solo nel vissuto personale, ma anche intellettualmente.

  • Puoi raccontarci da quale ambiente familiare provieni, che studi hai fatto e attraverso quali percorsi sei arrivato a interessarti di poesia?

Sono nato e cresciuto in un ambiente familiare in cui si armonizzano gli spiriti di due grandi tradizioni culturali, quella epica e quella mistica dei bektashi. I miei antenati appartengono ai rapsodi dell’antica stirpe malësor (montanara) delle Bjeshkëve të Nëmuna (Montagne Maledette) delle Alpi, nel nord del paese, dove ha regnato per cinquecento anni il Kanùn, (Codice Giuridico Orale Albanese) e la besa (la parola data, la promessa presso gli albanesi). Il mio nonno paterno era il rappresentante dei bektashi nella provincia di Darsia e del teqé (piccolo tempio). Bektashi è una confaternità mistica che fa capo all’ordine dei dervisci (darwish) di Jalāl ad-Dīn Rūmī: un ponte di dialogo tra l’Islam e Cristianesimo. Mia nonna paterna era una guaritrice di morsi di serpenti nel villaggio, mentre la cugina di mio padre, Zadè, che abitava vicino a casa nostra, era una sciamana, diceva che comunicava con kecka (belle spose danzatrici che apparivano di notte alla riva dei torrenti) e gli xhin (djinn: anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini e sulle cose). Zadé annientava le fatture che gli xhin facevano ai contadini, facendo una controfattura.
Nella nostra famiglia si festeggiano sia le feste islamiche che quelle cristiane.
Mio padre conosceva a memoria le leggi del Kanun, i versi dell’epica leggendaria albanese e i versi mistici di Khayyam e Saadi di Shiraz. Sono stati proprio l’epica albanese e la mistica araba che hanno plasmato il mio essere e la mia identità di uomo fin da bambino. Ogni sera, prima di dormire, io dovevo recitare cento versi a memoria davanti a mio padre.
Questo patrimonio culturale inestimabile veniva tramandato di generazione in generazione e di padre in figlio nella nostra stirpe montanara.
Nel villaggio natale, Hajdaraj (Lushnjë), ho terminato le elementari, mentre ho frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnjë.
Ho studiato Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e Lettere Moderne a La Sapienza di Roma. Senza aver avuto mai avuto una borsa di studio e senza seguire mai una lezione universitaria: ho dovuto lavorare come operaio per quasi quindici anni per potermi mantenere. Durante la sciagura comunista, mio nonno paterno venne dichiarato kulak e mio padre (membro della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale), che lavorava come funzionario nell’ufficio del catasto per conto del Ministero dell’Agricoltura, fu licenziato, e per il resto della vita ha lavorato nella cooperativa agricola del regime di Enver Hoxha. Da quando confiscarono i nostri beni di famiglia, la povertà non ci si è mai tolta di dosso. Quando morì mio padre, mi ha lasciato in eredità solo una penna di sambuco con la quale aveva scritto il diario della sua vita durante gli anni di terrore, quando tornava dalla campagna come pastore di buoi, distrutta poi da mia madre Nur per paura che fosse sequestrata dal Sigurimi.
Mio padre Riza era un uomo colto, istruito e molto severo. Era un grande lettore dei classici russi, inglesi e francesi. Ogni sera, dopo cena, raccontava a noi cinque bambini seduti intorno al focolaio le saghe che aveva letto durante le pause dei lavori in campagna. Mentre mia madre è una donna semplice e generosa come la madre terra. Lavorava scalza nei campi, inverno ed estate per un pezzo di pane. La sera, stanca e sfinita, mi pregava di toglierle le spine nere con l’ago dai piedi insanguinati. Avevo otto anni. Mi alzavo di buonora per portare la piccola mandria di capre al pascolo, poi andavo alla scuola elementare del villaggio. Quando frequentavo le medie e il Liceo vendevo il latte delle mie capre nei suoi quartieri, prima di andare a scuola. Tornavo nel villaggio facendo due ore a piedi, nei pomeriggi andavo nei campi a lavorare per comprare il pane quotidiano, e i libri per studiare. Erano gli anni del terrore di Stato. Condanne, fucilazioni, lavori forzati in nome della lotta di classe. Nella città di Lushnje, all’età di dodici anni, ho assistito per la prima volta all’arresto di un “nemico del popolo” nel boulevard da parte di Sigurimi (polizia segreta del regime) e l’impiccagione di un giovane “traditore” della patria.
Davanti la mia scuola passavano le camionette della polizia cariche di deportati, nella città di Lushnje c’erano undici campi di internamento. Il destino mi ha reso uomo in un età molto precoce.
È stata proprio la durezza della vita che ha segnato il mio destino d’uomo e che mi ha spinto a scrivere la prima poesia. Avevo undici anni.

  • Quali sono i poeti e i narratori che più hanno influenzato la tua scrittura?

Oltre l’epica albanese e i mistici arabi, direi Omero, Dante Alighieri e Virgilio, la poesia classica femminile cinese, Isidore Ducasse, Whitman, Blok, Esenin, Mandelstam, Trakl e Senghor.

  • Che tappe ha avuto e ha tuttora il tuo impegno politico e civile?

Nell’inverno del 1991 sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnjë, partiti d’opposizione, e sono stato eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Ero cofondatore del settimanale di opposizione “Ora e Fjalës”, nel quale ho svolto la funzione di vice direttore. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi presentai come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non risultai eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini dell’ ex-regime di Enver Hoxha, nonché la corruzione e gli affari sporchi tra mafia e i politici dei regimi corrotti post-comunisti di Tirana. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce di morte, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio paese. Durante il mio esilio italiano sono stato presente politicamente nella vita quotidiana dell’Albania e in quella italiana tramite le mie opere, Poema dell’esilio, la prima edizione nel 2005, e la seconda edizione ampliata nel 2007, edita con Fara Editore, nonché Gjama, Genocidio della poesia albanese, 1945 – 1990, “Mësonjëtorja” (Tirana 2010).
Senza dimenticare le mie interviste e le mie conferenze impegnate in Italia e all’estero. Dal 2001 al 2005 ho attraversato Tanzania, Mali, Uganda, Etiopia, Ruanda, il sud del Sudan, Filippine, insieme al fotoreporter Piero Pomponi (World Focus), visitando campi profughi, zone di guerre dimenticate, malati di ebola, di AIDS, di malaria. Ne testimoniano i miei libri, San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico (Fara 2004) e Muzungu. Diario in nero (Besa 2005). La mia casa a Frosinone per diversi anni ha ospitato missionari africani dell’Uganda e Ruanda, che venivano in Italia per raccogliere medicine per i malati dei loro dispensari nei loro paesi.

  • Credi che la poesia possa avere ancora un ruolo nella trasformazione democratica della società?

La vera poesia, che viene dal “basso”, dalla vita, da un percorso umano e interiore intenso e profondo, caratterizzato dall’onestà intellettuale di fronte alla pagina bianca, illumina il lettore con l’immenso, ispira uomini e donne con il senso della bellezza e della virtù, che potrebbero un domani svolgere un ruolo nella trasformazione più che democratica, direi spirituale e visionaria della società, senza le quali non si ci può essere una trasformazione democratica. Questo tipo di poesia profetica sopravvive a se stessa e ai secoli.
Invece la poesia sterile, che nasce dalle serre di scrittura, dalle cattedre, dalle accademie e dalle stanze dell’editing, sperpera il denaro pubblico, avvelena la mente dei lettori, uccide la vera arte, diventando così complice della politica nel degrado sociale, spirituale e civile della società. Questo tipo di poesia inesistente viene imposta ai lettori dalla critica, dai media e dall’industria culturale. I nostri antenati si cibavano di grandi valori culturali e pretendevano molto dai loro artisti.

  • Quali sono state le maggiori soddisfazioni e delusioni che hai vissuto in Italia? Se potessi tornare indietro, emigreresti ancora nel nostro paese, e cosa rimpiangi di più dell’Albania?

Io penso che ogni poeta contemporaneo, se vuole conoscere il proprio talento per la poesia e la propria capacità intellettuale, dovrebbe fare un’esperienza italiana e formarsi in Italia, paese che non ha uguali nel mondo e, al tempo stesso, di strani paradossi. Da un lato c’è Dante Alighieri, il sommo Poeta che incombe e schiaccia tutti coloro che osano misurarsi con lui e la sua Divina Commedia. Dall’altro lato c’è l’establishment della poesia ufficiale, chiusa, quasi una setta, che conserva con gelosia e cinismo la purezza e il primato della poesia italiana, scambiando favori editoriali e premi letterari. Il vero “razzismo” e si può dire, non è nei confronti dei migranti, quest’ultimi sono trattati bene, anzi anche troppo bene. Il vero “razzismo” in Italia è verso i veri poeti esuli. Finché sei un migrante semplice e timoroso, le istituzioni mostrano un senso di pietà, ma nel momento in cui diventi un poeta e intellettuale “eretico”, allora la politica e l’establishment non ti perdonano né il successo, né l’”eresia’”.
Fare il poeta in Italia è una grande sfida più che in qualsiasi altro paese europeo. Un poeta straniero che riesce a sopravvivere e a creare grandi valori letterari in Italia è un eroe e, al tempo stesso, un martire. I miei amici poeti-esuli in Italia, Heleno Oliveira, Thea Laitef, Hasan Atiya Al Nassar, Egidio Molinas Leiva, che hanno creato grandi valori letterari, non sono mai stati accolti dai poeti della “lingua alta” del bel paese. Se ne sono andati giovani, in povertà, solitudine e disperazione. Thea Laitef rimase per mesi all’obitorio di Roma perché nessuno poteva pagare le spese funebri, Hasan Atiya Al Nassar morì in un ospizio, Egidio Molinas Leiva lo gettarono in una fossa comune al Verano. Ali Mumin Ahad fece in tempo a fuggire in Australia.
Io resisto ancora tra le colline della Ciociaria e le brughiere britanniche.
Dell’Albania rimpiango il fatto di non essere mai invitato a leggere o a presentare la mia opera, nell’arco di sessantatré anni. Anzi il mio contributo letterario viene ignorato volutamente dalla cultura di potere di Tirana.


© Riproduzione riservata      30 giugno 2020    https://www.sololibri.net/Intervista-Gezim-Hajdari-poesia-impegno-esilio. html