GËZIM HAJDARI, CRESCE DENTRO DI ME UN UOMO STRANIERO – ENSEMBLE, ROMA 2020

“Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa, / Europa cannibale e allegra”. Con questi versi si apre l’ultimo libro di poesie di Gëzim Hajdari, Cresce dentro di me un uomo straniero, pubblicato dalle edizioni romane Ensemble con testo a fronte.

Gëzim Hajdari, nato nel 1957 in Albania da una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha, ha studiato all’Università di Elbasan e alla Sapienza di Roma. Nel corso della sua intensa attività di giornalista ed esponente politico dell’opposizione, ha denunciato pubblicamente i crimini della vecchia nomenclatura e dei regimi post-comunisti albanesi. Nel 1991 è stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, e cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës.  Dal 1992 è esule in Italia. In Albania ha svolto vari mestieri (operaio, magazziniere, ragioniere, militare, insegnante di letteratura) mentre in Italia ha lavorato come contadino, zappatore, manovale, aiuto tipografo.

Bilingue, Hajdari scrive e traduce in albanese e in italiano, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, libri di viaggio e saggi. Da Ensemble sono usciti già altri due libri di versi, Nûr: eresia e besa e Delta del tuo fiume, testimonianza della sua realtà esistenziale di esule e rifugiato, sradicato non solo nel vissuto personale, ma anche intellettualmente.

Orgoglioso della sua “vita profetica”, delle sue “utopie remote”, Hajdari non nasconde di covare sotto la pelle “gemiti gonfi di rabbia” per essere stato costretto a lasciare il suo paese, senza riuscire a integrarsi completamente nella nazione ospitante. Eppure in Italia ha vinto importanti premi letterari, dirige una collana editoriale, è presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale, e viene da tutti considerato il maggiore poeta albanese vivente. In Cresce dentro di me un uomo straniero il titolo stesso ribadisce ciò che l’autore sente come una condanna: il proprio destino di emigrato, straniero a se stesso e agli altri.

Ne sono un evidente esempio i reiterati richiami alla profonda ingiustizia subita solo per il fatto di essere nato in una nazione e in un periodo storico svantaggiato, rispetto alla privilegiata situazione democratica ed economica del resto dell’Europa: “Perché mi hai fatto nascere albanese, cieco e senza memoria? // … Condannato all’esilio da un altro esilio, / lontano dalla terra del crimine. Dentro di me fuochi, spari, argilla e sangue”, “vivo alla giornata, venticinque anni in Italia / non so cos’è uno stipendio a fine mese”, “Gëzim in esilio, solo e lontano, / oltre il mare negro dell’Europa, vecchia puttana viziata!”, “Raccolgo la frutta dimenticata sugli alberi per le strade dei quartieri / di Frosinone, susine, nespole, ciliegi, pere e fichi. / Non mi vergogno di essere povero”.

L’odio per la corruzione imperante in Albania è esibito quanto il disprezzo per l’opulenza occidentale: “C’è un paese oltre l’Adriatico, / si chiama Albania, / paese castrato, misero e dannato, / con le donne sgualdrine, / gli uomini codardi, perfidi e malvagi, / figli trafficanti, assassini spietati, / killer a pagamento. // La nuova Albania sorta / sui crimini, droga, / corruzione, ruberie, / denaro sporco, / traffici umani, / contrabbando di armi. / Coloro che alzano la voce, / vengono costretti all’esilio, / condannati al silenzio, / sepolti vivi”.

Altrettanto costante è però il ricordo dolente e iroso della sua terra, di un sud arido e martoriato, degli anni bambini tormentati dalla miseria: “Ho nostalgia di passeggiare con le mani in tasca nella città di Lushnje. / Quando frequentavo le medie e il liceo vendevo il latte / delle mie capre / nei suoi quartieri, prima di andare a scuola”, “Nessun segno dall’altra costa selvatica / di varcare l’infanzia incendiata, i tetti dei miei libri in attesa”, “Nel villaggio abbandonato quasi non è rimasto più nessuno, / di notte fischia il vento e tra gli olivi spia la luna di rame”, “Il Sud è ferita, eternità, arancia matura lasciata a marcire / a terra. Il Sud scorre nelle vene, abita nel sangue, è maledizione”. Le figure della madre, del padre e dei quattro fratelli, costretti a una vita di lavori duri nei campi, rassegnati a una violenza domestica irrimediabile, si confondono con il rimpianto del poeta, fiero del coraggio dimostrato nell’emigrare, e insieme turbato dalla consapevolezza di aver tradito la sua gente, scegliendo per sé il prestigio di un ruolo intellettuale.

Come lui, tanti sono i poeti che vivono di stenti in Italia, esuli dal Brasile, dall’Iraq, dal Paraguay, dal Marocco, dalla Somalia: a tutti loro, che muoiono dimenticati e senza il dovuto riconoscimento, Hajdari dedica una lunga elegia, solidale nel dolore e nell’indignazione contro “i sottouomini / della patria delle lettere”, illustri e celebrati scrittori, indifferenti alle tragedie vissute dai colleghi in esilio.

Nella sua approfondita e partecipe prefazione al volume, Fulvio Pezzarossa definisce Gëzim Hajdari poeta delle non-patrie, che “ripercorre itinerari educativi e letterari mai ristretti al contesto privato, e sempre nutriti da valori di generosa solidarietà tra i viventi”; rapsodo di una poesia civile e popolare, dal risentito richiamo in versi a non dissipare il contributo culturale e umano che la produzione artistica degli immigrati offre al nostro paese.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 30 maggio 2020