PATRICIA HIGHSMITH, UN LUNGO CAMMINO DALL’INFERNO
CASAGRANDE, BELLINZONA 2026
Le edizioni ticinesi Casagrande hanno recentemente recuperato un racconto della grande giallista statunitense Patricia Highsmith (Fort Worth 1921- Aurigeno 1995), scritto nel 1988 su richiesta del settimanale francese «Nouvel Observateur», e poi pubblicato in italiano da un giornale locale, per venire negli anni successivi del tutto dimenticato. Un lungo cammino dall’inferno era stato definito dall’autrice “un racconto dal vecchio Ticino”, territorio da lei ben conosciuto in quanto vi si era trasferita nel 1963, conducendovi un’esistenza ritirata, dedita alla scrittura, alla falegnameria e ai lavori nell’orto, ma tributando sempre grande attenzione alla vita provinciale che si svolgeva intorno, commentata con pungente ironia in molte lettere e nei suoi diari.
La Highsmith, nota per i suoi thriller psicologici da cui sono stati tratti più di 24 adattamenti cinematografici, tra cui Sconosciuti in treno e la serie dedicata a Tom Ripley, ha scritto anche moltissimi racconti e testi per l’infanzia. Forse anche a causa delle tematiche forti e talvolta disturbanti, la scrittrice è stata più apprezzata dalla critica europea che non da quella americana. Il racconto in questione è ambientato a metà ottocento in un paesino delle vallate ticinesi, Riato, sulla sponda destra della Vallemaggia, in cui l’estrema povertà spingeva gli abitanti a emigrare perlopiù in America. Vi si coltivano castagni, mais, segale; si allevavano galline, capre, pecore, qualche maiale. “Era, è un paese di montagne che sbarrano il sole, un paese di affioramenti granitici, di alberi abbarbicati sui fianchi di colline scoscese che pure crescono dritti… L’unico che sapeva davvero leggere e scrivere era il prete. Il prete fungeva, in modo non ufficiale, da giudice, da psichiatra, da paciere, placava gli animi nelle liti tra vicini, sposava i giovani, diceva bene dei morti che venivano sepolti dietro la chiesa del paese”.
Proprio il parroco, Don Nicola, riveste una funzione centrale nello svolgersi delle vicende narrate, perché in contrasto morale ed economico con uno degli abitanti, Luigi Barta, sposato con Maria e padre di nove figli. Luigi era proprietario di un piccolo vigneto adiacente alla propria casa, e confinante con una striscia di terra da poco donata alla canonica da un compaesano per la costruzione di un nuovo cimitero. Opponendo al parroco il suo deciso rifiuto alla cessione del terreno, il povero contadino si ritrova ad essere scomunicato senza possibilità di replica. Intimorito, cerca di ottenere la solidarietà di parenti e vicini di casa, ma si vede improvvisamente rifiutato dal tutta la comunità di Riato. “Luigi si rese conto di essere diventato un uomo malvagio abitato dal demonio, destinato, da morto, ad andare all’inferno e ad agonizzare fra i tormenti. E per quanto tempo? In eterno!”
Viene quindi consigliato dal vecchio maestro del villaggio a rivolgersi al Vescovo di Lugano per un consiglio e una benedizione. Inizia pertanto il fortunoso tragitto a piedi di Luigi verso il capoluogo conosciuto solo di nome, attraverso l’intera regione: Locarno, Bellinzona e il valico di Monte Ceneri, mendicando cibo e acqua nei casolari sparsi, dormendo nei fienili, con scarpe e calze a pezzi e i piedi piagati. Giunto nel Palazzo vescovile dopo due giorni, l’alto prelato gli consiglia di riappacificarsi con Don Nicola e lo assolve dal peccato di ribellione, liberandolo dalla scomunica.
L’apologo delineato da Patricia Highsmith recupera forse qualche eco del capolavoro di Joseph von Eichendorff del 1826 Vita di un perdigiorno, sebbene sia molto diverso lo stato d’animo dei due protagonisti: ilare e solare quello del giovane vagabondo, contrito e spaventato quello di Luigi Barta. Il quale, tornato al paese, viene addirittura celebrato come un eroe o un martire, nonostante l’evidente ingiustizia legale patita: “Da allora, e fino alla fine dei suoi giorni, Luigi non solo fu l’unico uomo di Riato ad aver visto Lugano, ma il fatto che ci fosse andato a piedi elevava la sua avventura al sovrannaturale. Curiosamente, la sua impresa veniva considerata alla stregua del volo, quasi un’ascensione”.
Il libricino edito da Casagrande è arricchito da sette xilografie di Giovanni Bianconi, da un ricco repertorio di note e da una interessante postfazione di Daniele Cuffaro (“Val Maggia, my valley” Patricia Highsmith e il Ticino), che ripercorre l’intenso rapporto intercorso tra la giallista americana e il cantone svizzero, con testimonianze dirette di chi allora l’aveva frequentata e con la trascrizione di brani in inglese tratti dal suo epistolario.
«SoloLibri», 7 settembre 2026