KAWABATA

YASUNARI KAWABATA, BELLEZZA E TRISTEZZA – EINAUDI, TORINO 2007

In questo romanzo che Yasunari Kawabata pubblicò nel 1964, Bellezza e tristezza si intrecciano fondendosi a vicenda, quasi trascolorando l’una nell’altra, come evidenzia efficacemente il titolo. L’incanto e l’eleganza dei luoghi e della natura, dei visi e dei gesti, sembrano compenetrati di malinconia, sia nei lunghi silenzi dei personaggi (carichi a volte di rassegnazione, a volte di tensione se non addirittura di violenza), sia nelle loro azioni, determinate spesso da un fato imperscrutabile e severo. Gli interni delle abitazioni, degli alberghi, dei templi, dei treni sono oppressi da un senso di fredda immobilità, e si impongono con costrizione su chi li occupa: mentre tutte le descrizioni degli ambienti esterni mantengono una loro rasserenante e protettiva ariosità, quasi invitando i protagonisti a uscire da se stessi e dalle prigioni sentimentali in cui si sono volontariamente rinchiusi. Si tratta infatti di una storia di amori e rancori, tradimenti e vendette, in cui però anche la crudeltà morale riesce ad assurgere a una dimensione di rispettabile grandezza.

Ōki Toshio è uno scrittore cinquantacinquenne che a trent’anni, già sposato e padre, aveva avuto una tormentosa e appassionata relazione con un’adolescente, Otoko. Da quell’amore era nata una bambina, morta subito dopo il parto, e la giovane madre in conseguenza dello scandalo e della separazione forzata dal compagno, aveva tentato il suicidio ed era poi stata ricoverata in una clinica psichiatrica. I due protagonisti della vicenda non erano riusciti nei venticinque anni successivi a dimenticarsi, nonostante vivessero in città diverse e avessero intrapreso entrambi carriere di successo. Ōki, reso famoso soprattutto dal romanzo autobiografico La sedicenne, era diventato un rispettabile padre di famiglia e un celebrato autore; Otoko, nota pittrice, conviveva con la giovane e affascinante allieva Keiko in un morboso rapporto di reciproca dipendenza sentimentale e sessuale. Dopo un incontro piuttosto formale avvenuto tra i due ex amanti, il romanzo prende una piega inaspettata: si inserisce infatti nella storia la gelosia di Keiko, ossessivamente votata all’idea di vendicare l’antica sofferenza dell’adorata maestra. Il piano di rivalsa messo in atto dalla ragazza è pressoché diabolico. Puntellato da una continua schermaglia verbale e fisica tra lei e l’insegnante (intrisa di amore e odio, di accuse e richieste di perdono), il progetto di Keiko si concretizza in un crescendo di ostilità e di persecuzioni nei confronti di Ōki e della sua famiglia, nell’intento di far pagare allo scrittore gli errori commessi in passato nei riguardi di Otoko.

Kawabata è abile nel far risaltare soprattutto il meccanismo psicologico che imprigiona la giovane giustiziera in una sorta di godimento sadico. Keiko tormenta Ōki perché in realtà vuole torturare psicologicamente la sua amante Otoko, da cui teme di non essere abbastanza ricambiata nella dedizione incondizionata dei sensi e degli affetti. Preda di una passione accecante, sedotta dall’idea di conquistare e annientare, annullandosi, chi considera suo rivale, Keiko raggiunge il proprio scopo, programmando la vendetta in ogni particolare. Suo obiettivo sarà la distruzione dell’unico personaggio innocente tra i protagonisti del romanzo, il più puro e indifeso: perfetta vittima sacrificale.

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